L’ascolto e la relazione d’aiuto nella comunità cristiana



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17.11.2017
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La dimensione antropologica e psicologica

“L’ascolto e la relazione d’aiuto nella comunità cristiana”

La relazione d’aiuto nella comunità cristiana trova la sua ragion d’essere in ciò che la comunità è chiamata ad essere e a fare: la comunità cristiana vive l’esperienza dell’amore, testimonia l’esperienza dell’amore!

Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv.13,35)



  • La carità è il cuore del messaggio cristiano! Il cristianesimo è vivere la dimensione dell’amore nella stessa misura in cui l’ha vissuta Gesù Cristo: amare tutti, anche i nemici.

  • E’ l’unico mezzo efficace di evangelizzazione: l’evangelizzazione passa dalla testimonianza di vita! Il mondo ha più bisogno di testimoni che di maestri!

“La Chiesa per essere riconoscibile come segno davanti al mondo deve possedere una precisa identità visibile.

La prassi comunitaria seguirà criteri diversi rispetto agli altri gruppi umani:



  • Adesione libera

  • Corresponsabilità di tutti

  • Autorità come servizio

  • Correzione e aiuto fraterno

  • Rinuncia a reagire con la violenza al male subito

  • Attenzione preferenziale agli ultimi e superamento delle discriminazioni sociali.

Nella misura in cui assumerà questi lineamenti, la comunità cristiana contribuirà efficacemente a costruire la pace sulla terra e sarà immagine credibile della comunione trinitaria delle persone divine.”

(Dal catechismo degli adulti, “La verità vi farà liberi”, n.430)



  • La carità è il termometro della nostra fede!

Il Signore non si ama in maniera astratta, l’amore verso il Signore è correlato a quello dei fratelli: non si può amare Dio che non si vede se non si amano i fratelli che si vedono.

“Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa. Al contrario uno potrebbe dire: Tu hai la fede ed io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede” (Giacomo cap.2,14-18)

La carità non è un optional per una comunità cristiana!


  • Il “povero” per il cristiano è lo stesso Gesù Cristo.

Il “povero”, non solo in senso economico, è colui che ha bisogno di noi: del nostro denaro, del nostro tempo, della nostra amicizia, del nostro ascolto, del nostro perdono…

Il povero è chi chiede esplicitamente

Il povero è anche colui che aspetta il nostro aiuto e che non ha la forza neanche di chiedere.

L’ascolto per il cristiano, quindi, non è una questione di tecniche psicologiche, che pur servono, ma non sono essenziali. Ciò che conta è il cuore, cioè il modo come ci si rapporta all’altro, la convinzione di incontrare il Signore in ogni persona che si accosta a noi, specie se povera e senza sicurezze.

Così come una mamma che ama i propri figli non ha bisogno di avere insegnato “come si fa la mamma”, alla stessa maniera, se ci mettiamo nell’ottica che chi chiede il nostro aiuto è Gesù in persona, lo stesso Gesù che è presente nell’Eucaristia e che è nostro fratello, si riescono a manifestare quegli atteggiamenti che permettono di stabilire una relazione umana calda, accogliente, disponibile, attenta ai bisogni dell’altro!



Se non sai riconoscere Cristo nei poveri, non saprai riconoscerlo neppure nell’Eucaristia, perché un’unica fede illumina i due misteri http://www.libreriadelsanto.it/f20e/images/general/dx.png

Madre Teresa di Calcutta

Le tecniche psicologiche sono, quindi, importanti, ma non essenziali; ciò che conta è la fede in Dio che si rende presente nei nostri fratelli.

Ascolto - Che caratteristiche deve avere per essere efficace?

Ascolto autentico: ciò vuol dire, innanzitutto, far parlare, senza interrompere, senza fare domande che spezzano il flusso comunicativo, senza avere l’ansia di dire qualcosa che possa servire all’altro; già ascoltare è una prima forma essenziale di aiuto, perché permette a chi comunica di riordinare le idee, di razionalizzare, di intravvedere cause ed effetti della situazione che vive e, a volte, basta semplicemente l’ascolto per far evolvere certe situazioni bloccate ed apparentemente senza via d’uscita!

Dio ci ha dato due orecchie, ma soltanto una bocca, proprio per ascoltare il doppio e parlare la metà. http://www.libreriadelsanto.it/f20e/images/general/dx.png

Epitteto

Accogliente: emotivamente caldo; deve manifestare il piacere dell’incontro attraverso il sorriso, la gestualità, la mimica del corpo e del volto, a maggior ragione per noi cristiani che crediamo nella presenza di Gesù Cristo nella persona del povero! La relazione d’aiuto esige simpatia, solidarietà, cooperazione, la creazione di un legame tra chi aiuta e chi riceve aiuto, in modo che le due persone avvertano di diventare una nuova entità: un NOI!

Empatico: comprensione di quanto l’altro sta dicendo, non solo a livello mentale (anche questo: non posso far finta di ascoltare, quando i miei pensieri sono da tutt’altra parte), ma, soprattutto, a livello emozionale: devo cercare di mettermi nei panni della persona che ho davanti, cercare di capire come ci si sente, quando si vivono certe esperienze o certe problematiche.

Una tecnica che può aiutare a mettersi nei panni degli altri è, per esempio, pensare ad una situazione personale simile a quella che la persona che stiamo ascoltando ci racconta. Ciò anche inconsapevolmente rende il nostro volto, i nostri gesti più recettivi ad accogliere quanto l’altro ci dice e permette di entrare in empatia con la persona che ci sta di fronte.



Capace di controllare la propria emotività: l’altro deve avere la consapevolezza che può appoggiarsi su di noi, che riusciamo a gestire il suo problema e il suo dolore e che non ne siamo sopraffatti, anche se non possiamo sempre risolverlo. Per quanto possibile, bisogna analizzare con oggettività e razionalità i fatti e aiutare a vedere le situazioni in modo realistico.

Accettante: l’accettazione non è solo manifestazione esterna di gesti di accoglienza, ma è soprattutto accettazione dei pensieri dell’altro e dei suoi bisogni; chi ascolta non deve giudicare, deve accettare la persona così come è, senza colpevolizzarla, senza sottolineare le sue eventuali responsabilità o i suoi errori.

Bisogna porre attenzione a non cadere in ciò che, in gergo psicologico, si denomina come il gioco del “Si, ma…”. Tale situazione si viene a creare quando, chi cerca di aiutare esprime un “si” formale ai contenuti che l’altro espone, al quale ribatte con la manifestazione di idee e considerazioni diverse ritenute più corrette e, di solito, introdotte dall’espressione, “si, ma io penso che…”. Il tentativo di contestare quanto l’altro ci propone produce in chi ascolta la voglia di sconfessarci e di opporsi a quanto noi diciamo, in un gioco dialettico che crea contrapposizione ideologica, senza creare alcuna intimità emotiva.



Capace di comprendere quanto la persona afferma e di riformulare il suo pensiero, ma soprattutto le sue emozioni, attraverso parole diverse, ma che hanno lo stesso significato: Per esempio: “ La sento molto preoccupata per questa situazione”, “si sente molto arrabbiata in questo momento”… La riformulazione, quindi, è una tecnica che consiste nel ripetere con parole diverse quanto la persona esprime; ciò ha l’effetto di placare il bisogno compulsivo e agitato di comunicare i propri sentimenti e gratifica il bisogno di comprensione di chi parla. Nella relazione di aiuto, quindi, non si tratta tanto di esprimere condivisione o meno delle idee, quanto di comprendere, innanzitutto, lo stato d’animo della persona che parla!

Capace di suscitare la ricerca di soluzioni al problema: chi ascolta non ha il compito di dare consigli o suggerimenti. Se si offrono soluzioni al problema in sostituzione della persona che li deve affrontare si generano due effetti negativi.

Innanzitutto, si insinua nell’altro un senso di sfiducia nelle proprie capacità: chi dà consigli si erge a persona “capace” di risolvere il problema e, quindi, anche inconsapevolmente, comunica all’altro la sua incapacità di essere all’altezza della situazione!

Inoltre, si produce un meccanismo di difesa, anche questo inconsapevole; chi riceve il consiglio cerca di svalutare quanto viene suggerito, o di opporsi ai suggerimenti dati, non tanto in funzione dell’adeguatezza delle situazioni prospettate, quanto per riaffermare il proprio “io”, non ammettere la propria incapacità a trovare una via d’uscita e soprattutto per “sconfiggere” psicologicamente l’altro, non attribuendogli la capacità di risoluzione di un suo problema. Si reagisce affermando che una determinata strategia proposta è già stata messa in atto, ma che non ha prodotto alcun frutto, così il consigliere si cimenta a dare un’altra soluzione, ma anche questa viene dichiarata impraticabile o inadatta, in un continuo rimando verbale frustrante ed inutile.

Non è superfluo sottolineare che tutto ciò avviene a livello inconsapevole e, quindi, senza alcuna intenzione negativa.



Lo scopo del colloquio, invece, è quello di far attivare in colui che parla le proprie energie mentali ed emotive, la persona deve essere aiutata a trovare da solo e in se stesso le soluzioni ai problemi; per cui, più che parlare, bisogna ascoltare e sollecitare la ricerca di soluzioni con opportune domande come, ad esempio: “Cosa potresti fare? Ricordi altre volte in cui è accaduto quanto mi racconti? Che cosa hai fatto, allora? Come hai trovato la soluzione?ecc…”

Se la situazione sembra stagnare, tutt’al più, si può prospettare un ventaglio di soluzioni, di cui potranno essere analizzati i vantaggi o gli svantaggi insieme alla persona che ricerca il nostro aiuto!



Avere fiducia nelle capacità dell’altro, alimentare fiducia e nutrire aspettative ottimistiche, non avere quindi, il complesso del “salvatore”: non possiamo aiutare le persone ad uscire da situazioni difficili, senza il loro attivo coinvolgimento e senza la necessaria responsabilizzazione da parte loro; noi dobbiamo dare supporto, aiuto materiale e incoraggiamento, ma non possiamo sostituirci all’altro, né possiamo avere poteri taumaturgici. A seconda delle situazioni, dobbiamo affermare con onestà quanto è nelle nostre possibilità intraprendere e quanto, invece, non possiamo fare; certamente per offrire un aiuto più efficace dobbiamo avere la capacità di coinvolgere, nella soluzione dei problemi, altre persone della comunità parrocchiale e, nei casi necessari, anche le istituzioni.

La persona che si rivolge a noi, comunque, deve essere lasciata libera di intraprendere la strada che ritiene più opportuna e deve sentirsi responsabile delle soluzioni che intende mettere in atto per risolvere i suoi problemi.



Metacomunicare: cioè avere la capacità di riflettere sul colloquio e sulla relazione d’aiuto.

E’ importante, a tal fine, che un centro di ascolto preveda sempre la presenza di due persone: una che conduce l’incontro e l’altra che svolge il ruolo di “osservatore” per poter evidenziare aspetti disfunzionali della comunicazione e poterli analizzare successivamente: la capacità di ascolto si affina sempre di più attraverso un processo di meta-comunicazione: cioè di comunicazione sulla comunicazione: occorre riflettere con l’aiuto degli altri su meccanismi disfunzionali che non aiutano il dialogo a realizzarsi.



Il centro ascolto a cosa serve?

A conoscere le forme di povertà e di bisogno presenti sul territorio, nonché le cause e le circostanze che le originano e favorire la presa di coscienza della comunità parrocchiale affinché sia sensibilizzata alla testimonianza della carità, in risposta ai bisogni del territorio.

Una delle finalità della Caritas è la conoscenza dei problemi delle persone che abitano nel territorio parrocchiale (il centro ascolto è uno dei modi, ma non l’unico, per conoscere tali problemi; altre modalità sono: la visita periodica a tutte le famiglie della parrocchia, la costituzione di referenti di zona con il compito di segnalare alla Caritas eventuali necessità, l’organizzazione di eventi ed iniziative, anche a carattere religioso, nei quartieri e nei condomini e così via…)

Dalla conoscenza dei problemi e dalla discussione di essi, in seno alla Caritas parrocchiale, dipende la ricerca di strategie per la risoluzione di essi con il coinvolgimento attivo dell’intera comunità parrocchiale.

La Caritas non è un gruppo di volontariato, quindi, chi ne fa parte non è chiamato direttamente in causa per rispondere ai bisogni di cui viene a conoscenza, ma ha il compito di stimolare e sensibilizzare l’intera comunità parrocchiale per suscitare l’impegno e la generosità di tutti i credenti.

La Caritas, quindi, “non fa la carità, ma “fa fare la carità”, cioè aiuta l’intera comunità parrocchiale a vivere la dimensione della carità.

Il suo compito è di sensibilizzare la comunità parrocchiale perché prenda coscienza dei problemi che vi sono nel territorio parrocchiale ed intervenga adeguatamente.



La Caritas per sensibilizzare la comunità parrocchiale può servirsi dei seguenti strumenti:

  • Sensibilizzazione del Consiglio Pastorale sui temi del servizio e dell’aiuto ai poveri

  • Annunci durante la messa domenicale per prospettare i bisogni dei poveri e fare appello alla generosità dei presenti: si possono chiedere soldi, indumenti, arredi, alimenti, tempo libero da mettere a disposizione per le persone sole, capacità professionali…

  • Incontri di formazione e di sensibilizzazione con i vari gruppi presenti in parrocchia per sollecitarli a rispondere con generosità alle richieste dei “poveri”

  • Sensibilizzazione dei ragazzi del catechismo

  • Gestione di bacheche, di avvisi e di spazi all’interno del giornalino parrocchiale per lanciare campagne di solidarietà e richieste specifiche in funzione dei bisogni rilevati nel territorio parrocchiale.

Le attività promosse dalla Caritas della Parrocchia San Giovanni Bosco:

  • Riunioni mensili della Caritas parrocchiale per analizzare i bisogni rilevati e prospettare modalità di coinvolgimento della comunità parrocchiale nell’aiuto ai più deboli; la Caritas è formata da: una responsabile, due animatori, un rappresentante del gruppo di volontariato che distribuisce mensilmente i viveri alle famiglie bisognose della parrocchia, il responsabile del recupero scolastico dei ragazzi, una religiosa che visita le famiglie dei quartieri;

  • Centro di ascolto settimanale: ogni mercoledì, la responsabile della Caritas ascolta i problemi delle persone e poi li espone al Parroco e alla Caritas parrocchiale per elaborare forme di aiuto e di supporto,

  • Raccolta di viveri che vengono distribuiti da un gruppo di volontari: oltre i viveri offerti dal banco alimentare, vengono distribuiti anche gli alimenti che si raccolgono durante la Messa domenicale: ogni mese gli animatori della Caritas propongono la raccolta di un bene alimentare di cui si ha necessità e che non viene dato dal banco alimentare (olio, latte, alimenti per bambini, detersivi, ecc…);

  • Organizzazione del recupero scolastico gratuito in parrocchia ad opera dei volontari

  • Creazione della banca del tempo: è stata chiesta la disponibilità alle persone di dedicare parte del proprio tempo per visitare ammalati, disabili, case famiglia, svolgere recupero scolastico;

  • Promozione dell’iniziativa “Adotta una casa-famiglia”: i vari gruppi ecclesiali presenti in Parrocchia (Azione Cattolica, Gruppo di Preghiera di P. Pio, Rinnovamento dello Spirito…) hanno adottato una delle sei case-famiglia presenti nel territorio parrocchiale (vi sono case-famiglie che ospitano malati di mente e altre che ospitano anziani) e periodicamente vanno a visitarle per animare il loro tempo libero, o per recitare il Rosario, quest’ultima attività riguarda in modo particolare gli anziani;

  • Promozione dell’iniziativa “Adotta una famiglia”: in occasione della Festa di San Giovanni Bosco del 31 Gennaio 2013, la Caritas parrocchiale ha lanciato l’iniziativa di raccogliere un contributo economico fisso mensile per sostenere i bisogni delle famiglie povere presenti nel nostro territorio parrocchiale; l’obiettivo è, anche, quello di creare un supporto alle famiglie in difficoltà anche di tipo morale e sociale, da parte di un’altra famiglia che possa farsi carico anche dei bisogni immateriali presenti nel nucleo familiare (assistenza a bambini ed anziani, compagnia, aiuto morale, supporto nella gestione del denaro, aiuto nello svolgimento di compiti pratici…).

http://www.libreriadelsanto.it/f20e/images/general/sx.pngSe vogliamo far crescere la gioia nel mondo, non moltiplichiamo i divertimenti, ma le occasioni di carità, perché siamo stati creati per la carità e non saremo mai felici se non vivremo la carità. Infatti vivere è vivere per gli altri; chi vive per sé è morto: l’egoista potrà raccogliere qualche momentaneo piacere, ma non troverà mai la gioia. Vivere è tendere la mano, è abitare nel cuore dei fratelli attraverso l’amore del servizio e dell’attenzione. Mentre il mondo si accanisce nei suoi logori egoismi, i cristiani tornino alla limpida sorgente di gioia che è la carità fraterna.





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