Late latin pleonastic reflexives and the unaccusative hypothesis



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Sara Bighellini Storia comparata delle lingue classiche (m) 2010-2011

LATE LATIN PLEONASTIC REFLEXIVES AND THE UNACCUSATIVE HYPOTHESIS

By Michela Cennamo

Department of Modern Philology, University of Naples
Michela Cennamo, professoressa di linguistica all’Università degli Studi di Napoli Federico II, in questo lavoro sottolinea la rilevanza dell’Ipotesi Inaccusativa (divisione in due classi dei verbi intransitivi, presentata da Perlmutter in un articolo del 1978) in un noto ambito della sintassi del latino tardo, vale a dire la proliferazione dei riflessivi pleonastici uniti a: 1) verbi intransitivi che denotano cambiamento di stato o luogo, 2) verbi di stato, 3) verba dicendi e 4) verba sentiendi. In particolare, sostiene che i pronomi riflessivi se e sibi (accusativo e dativo) sono divenuti, grammaticalizzandosi nel tempo, marca di Split Intransitivity (Intransitività scissa o Inaccusatività), rispettivamente, se in unione a verbi inergativi e sibi a verbi inaccusativi.

La studiosa mette in luce, inoltre, come la natura della suddivisione tra verbi inaccusativi e inergativi non sia binaria, bensì scalare, venendo così a configurarsi una Gerarchia di Inaccusatività e di Inergatività, derivante dall’interazione di numerosi parametri per la definizione delle categorie verbali, come, ad esempio, la Telicità e il Controllo.


1. INTRODUZIONE

In molte lingue la classe dei verbi intransitivi non si presenta omogenea, poiché si divide in due sottogruppi: i verbi intransitivi inergativi (come “camminare” e “dormire”) e i verbi intransitivi inaccusativi (come “partire” e “cadere”). In italiano, il diverso comportamento morfosintattico dei due gruppi di intransitivi spicca particolarmente in tre campi: la selezione degli ausiliari, la cliticizzazione del ne (ne partitivo) e le subordinate participiali assolute. Gli inergativi selezionano l’ausiliare avere, non permettono la cliticizzazione del ne e non possono realizzarsi come testa di una struttura participiale assoluta (1). Gli inaccusativi invece selezionano l’ausiliare essere, permettono la cliticizzazione del ne e le participiali assolute con accordo soggetto - participio (2).



  1. a. i ragazzi hanno camminato a lungo

b. *ne hanno camminato/i molti

c. *camminati i ragazzi

(2) a. sono partiti molti ragazzi

b. ne sono partiti molti

c. partiti i ragazzi

L’argomento dei verbi inergativi, cioè il soggetto sintattico, si comporta come il soggetto dei verbi transitivi, mentre quello degli inaccusativi condivide certe proprietà sintattiche con l’oggetto diretto dei verbi transitivi (3).

(3) a. i bambini hanno visto molti cartoni animati


  1. i bambini ne hanno visti molti

  2. visti molti cartoni animati, i bambini si addormentarono

  3. *molti ne hanno visto molti cartoni animati

  4. *visti molti bambini molti cartoni animati…

Dal momento che, per tale categoria di verbi, non è vera l’equazione “Soggetto = Agente”, Cennamo ricorre all’operato dello studioso Van Valin, il quale, alla luce dell’assunto formulato nella Role and Reference Grammar, sostiene che i tratti semantici dei predicati (Dinamicità, Concretezza e Telicità) e l’agentività del soggetto (Dowty, 1979) sono le caratteristiche principali che determinano le diverse strutture di intransitività in tutte le lingue. Partendo dalla tradizionale classificazione proposta da Vendler (1967), che, sulla base delle loro proprietà temporali inerenti, raggruppa i predicati verbali in quattro classi, (stativi, di attività, di compimento e di culminazione), dimostra che il diverso comportamento degli intransitivi in italiano sembra essere legato, in qualche modo, alla semantica del verbo, a seconda che esso sia stativo (indicante, cioè, situazione non dinamica, durativa) o di attività (vale a dire, processi verbali dinamici, durativi).

Tutti i verbi inaccusativi sembrano presentare un soggetto con bassa agentività o, per meglio dire, con caratteristiche simile al paziente, perché esprimono come soggetto quello che a livello profondo è un oggetto. Van Valin, dunque, raffina il senso di agente e di “ruoli tematici” propri della grammatica tradizionale: su base azionale sono fondati i due macroruoli semantici di Actor e Undergoer, definiti rispettivamente “the argument of a predicate which expresses the participant which performs, effects, instigates, or controls the situation denoted by the predicate” e “the argument which expresses the participant which does not perform, effect, or control any situation, but rather is affected by it in some way” (Foley e Van Valin, 1984). I due macroruoli risultano, dunque, distinti sulla base dell’agentività e del coinvolgimento nel processo verbale (affectedness): l’argomento che ricopre il macroruolo di Actor designa un referente che avvia un processo su cui esercita un controllo volontario, mentre l’argomento che ricopre il ruolo di Undergoer designa un referente che subisce uno stato o un mutamento di stato su cui non esercita alcun controllo.

Centrale nella teoria dell’inaccusatività è il fenomeno della scalarità, determinata dall’interazione tra il soggetto (agentivo o con tratti simile al paziente) dei verbi intransitivi con le tre “dimensioni” che si riferiscono alla struttura interna delle situazioni descritte dai verbi, vale a dire le proprietà temporali inerenti: Dinamicità/Staticità (parametro che distingue tra predicati eventivi, che denotano azioni, e predicati stativi, che denotano proprietà, qualità, situazioni), Concretezza/Astrattezza, Telicità/Atelicità (che individua predicati che configurano un punto finale del processo che comporta un cambiamento di stato). L’interazione di questi parametri permette di strutturare un gerarchia di Inaccusatività/Inergatività, che non si configurerà perciò come un’opposizione binaria, ma come un continuum scalare. Verbi che denotano cambiamento di luogo (“andare”) presentano un alto grado di Inaccusatività, dal momento che presentano un soggetto caratterizzato da bassa agentività e sono dinamici, concreti e telici. Verbi invece che denotano uno stato (“esistere”) si situano alla periferia della Gerarchia Inaccusativa, poiché sono statici, astratti e atelici, nonostante presentino anch’essi un soggetto caratterizzato da bassa agentività. Per quanto riguarda l’Inergatività, verbi che predicano un’attività non di movimento (“dormire”) presentano un soggetto agentivo, sono statici, atelici e concreti e perciò possiedono un alto livello di inergatività; verbi invece che predicano un cambiamento di luogo (“nuotare”) possiedono un livello di inergatività più basso.


2. RIFLESSIVI LATINI


Lo studio della sintassi latina mostra il carattere diacronico dell’Ipotesi Inaccusativa. La studiosa, per meglio approfondire tale fenomeno, indaga il campo dei “riflessivi pleonastici”, termine con cui si è soliti indicare una varietà di usi differenti dei pronomi riflessivi se/sibi (rispettivamente accusativo/ablativo e dativo del pronome riflessivo). L’analisi procederà dai loro usi canonici codificati nella grammatica tradizionale, alcuni motivati dal punto di vista semantico, fino a quelli non canonici e pleonastici, dimostrando così i diversi stadi del processo di grammaticalizzazione.
2.1 Uso canonico di se/sibi
Il se e il sibi in latino definiscono rispettivamente l’oggetto diretto e l’oggetto indiretto/dativo di interesse, denotando coreferenza tra gli argomenti di un verbo biargomentale e di un verbo triargomentale. Il se marca principalmente l’affectedness (vale a dire il coinvolgimento nel processo verbale) del soggetto e sibi l’interesse/partecipazione del soggetto nel processo verbale. In questi usi tipici, l’occorrenza di se (4) e sibi (5) appare giustificata:
(4) istae veteres, quae se unguentis unctitant (Plaut. Most. 274)

(5) se sibi nunc alteram (sc. fidicinam) ab legione abduxit (Plaut. Epid. 90a)


Nel latino arcaico e in quello classico, se ricorre inoltre per marcare i verbi anticausativi (6), cioè strutture intransitive, derivate da strutture transitive, in cui l’oggetto originale soggettivizzato detiene il controllo del processo verbale presentato come spontaneo, indotto da una qualità interna al soggetto, anche se può venire esplicitata la causa esterna (6b):
(6) a. neque herba nascetur neque lutamenta scindent se (Cat. Agr. 128)

b. commutatque (sc. brassica) sese semper cum calore (ibid. 157)


A differenza di se, che ricorre in contesti limitati, sibi ricorre in un’ampia gamma di strutture sintattiche, sottolineando le diverse sfaccettature che può assumere l’interesse/partecipazione del soggetto nel processo verbale. Esso ricorre in costruzioni come: dativus commodi/incommodi (5), dativus ethicus (7), dativus iudicantis (8) e dativus sympatheticus (9):
(7) quid mihi Celsus agit? (Hor. Epist. 1,3,15)

(8) erit ille mihi sempre deus (Verg. Ecl. 1,7)

(9) nam mihi iam intus potione iuncea onerabo gulam (Plaut. Stich. 639)
Accanto agli usi canonici, ricorrevano in latino diversi usi marginali e confinati alle forme idiomatiche, che tuttavia gettarono le fondamenta per sviluppi successivi del pronome riflessivo. Ciò vale in particolare per sibi, che si grammaticalizza prima di se, dal momento che già nel latino del primo periodo ricorre in strutture che mostrano differenti gradi di irrigidimento e a volte anche fossilizzazione. La situazione certamente cambia col tempo e si presenta in maniera molto diversa nel tardo latino, investendo anche il pronome riflessivo accusativo.

Il fenomeno degli usi non canonici dei riflessivi va sotto l’etichetta di pleonastico; per gli studiosi questo termine può assumere diversi significati: può essere inteso come “opzionale” (10), come privo di significato semantico e sintattico, dove sibi è un elemento fossilizzato (11) o dove se ricorre con l’anticausativo, alternandosi con la costruzione attiva, nel tardo latino, senza differenza di significato (12):


(10) a. quid igitur sibi volt pater? (Ter. Andr, 375)

b. animus nescit quid velit (Enn. trag. 199)

(11) suo sibi lautum sanguine tepido (Acc. trag. 405)
(12) a. dum se vinea corroboret (Colum., 4,12,2)

b. ubi vero iam corroborata fuerint (sc. semina) (ibid. 5,5,6)


Il termine “pleonastico” è perciò fuorviante perché raggruppa diversi aspetti del processo di grammaticalizzazione del pronome riflessivo.
2.2 Sibi non canonico/pleonastico
Una peculiarità del latino volgare, già dal tempo di Plauto, era l’uso pleonastico del dativo riflessivo in unione con l’aggettivo possessivo suus, dove sibi è un elemento meccanizzato che ha solo il compito di rafforzare l’aggettivo: l’ordine fisso è aggettivo possessivo - riflessivo e il significato è “il suo stesso”, “proprio”. Questa espressione, ben attestata in Plauto (13), Terenzio (14) e Accio, viene evitata dagli autori classici per poi riaffiorare in epoca imperiale, sia nel linguaggio letterario (15) che in quello tecnico (16), per poi crescere vigorosamente in opere tarde di carattere tecnico (IV sec. d.C.), probabilmente sulla scia di formule fisse, come suo sibi gladio (14):
(13) ita nunc ignorans suo sibi servit patri (Plaut. Capt. 50)

(14) suo sibi gladio hunc iugulo (Ter. Ad. 957)

(15) cum sua sibi natione captivus (Min. Fel. 10,6)

(16) spatolam porcinam coctam concides cum sua sibi tergilla (Apic. 4,3,4)


In epoca imperiale suus sibi ricorre inoltre in espressioni idiomatiche, come de suo sibi, che può essere considerato l’ultimo stadio nel processo di grammaticalizzazione, in cui l’intera espressione cambia la sua funzione, acquisendo un diverso significato, parafrasabile all’incirca come “da sé” (17):
(17) a. habuimus…betam et panem autopyrum de suo sibi ( Petron. 66, 5)

b. de suo sibi fricabis (Apic. 4,2,27)


Dal I sec. d.C. un sibi debolmente pleonastico ricorre anche con aggettivi e participi, col significato di “lui stesso/lei stessa”, sibi solus, sibi benemerens, sibi pauper,… (18), alternandosi nelle iscrizioni a ad se/de se (19):
(18) sed solus sibi immotus Atreus constat atque…deos terret minantes (Sen. Thy. 703-4)

(19) uxori a se merentissimae (CIL XII, 194)

In questo periodo sibi, con il significato (“da sé”), equivale al sintagma per se (21), un utilizzo che nei secoli più tardi diventerà comune (attestato anche col significato di “solo” nel IV-V sec d.C.) (22):

(20) nam scorpio sibi ipse pulcherrimum medicamentum est (Cels. 5, 27, 5)

(21) vel ex vino aut per se datum (sc. puleium) (Ps. Apul. herb. 93, 15)

(22) et ossa per se remanent (Ps. Apul. herb. 93, 130)


Durante il III sec. d.C. sibi sembra aver sostituito il sintagma per se (che finisce per equivalere al sintagma preposizionale ex se “da sé”, “per conto proprio”) anche negli usi canonici, denotando la mancanza della causa esterna, sia quando esprime la spontanea manifestazione di un processo (23), sia quando indica che il soggetto detiene un forte controllo sull’attività verbale (24):
(23) sine amminiculo vitis per se stabat (Plin. nat. 17, 165)

(24) dicens quod per semetipsa moverentur (sc. animalia) (Tert. nat. 2, 3, 11)

Questa lettura di sibi che equivale a per se, comune nelle opera di carattere tecnico del IV sec., ricorre in particolare con verbi intransitivi che denotano cambiamento di stato (25), cambiamento di luogo (26), anticausativi (27) e verbi di stato (28):
(25) qui et sibi quidem post unam horam sani fiunt (Chiron, 502)

(26) ambulavimus nobis per heremum dies V vel VI (Anton. Plac. Itin. 36, cod.)

(27) tubergula…quae et per se erumpunt et sanatur sibi (Chiron. 364)

(28) sedebam mihi super lactucam (Greg. M. dial. 1, 4)


Tale lettura ricorre anche con le strutture intermedie non canoniche (29), per es. in strutture transitive dove il processo verbale ha luogo spontaneamente e non portato avanti dal soggetto:
(29) et non post multum solet (sc. iumentum) sibi refrigerare (Chiron, 414)
Già da queste ricorrenze precoci (III sec. d.C.), sibi appare completamente pleonastico, cioè non è più debolmente motivato (come in (25-29)), ma ricorre in forme completamente grammaticalizzate (30) con verbi che denotano cambiamento di stato, cambiamento di luogo, e verbi di stato:
(30) vade tibi, fatue (Sort. Sang 7, 1)
Durante l’età imperiale e anche successivamente, sibi ricorre, anche se più raramente, con verbi di percezione, fissati in espressioni idiomatiche come sibi (male) sentire, dove il soggetto condivide il ruolo di Undergoer/Paziente delle classi di verbi che prendono il sibi pleonastico discusso sopra:
(31) cum male sibi senserint, ustulant se foco in stomacho (Anthim. 3, 6)
In conclusione, il sibi pleonastico non sembra ricorrere con verbi che indicano riflessione mentale o verba dicendi e marca o i diversi tipi di dativus commodi o è ristretto a espressioni idiomatiche.
2.3 Se non canonico/pleonastico
Nel paragrafo 2.1 è stato messo in luce che il se ricorreva, nel latino arcaico e classico, in frasi propriamente riflessive e in strutture anticausative, col soggetto in pieno controllo del processo verbale; a un certo punto, invece, nel tardo latino il se è diventato marca di causa esterna e la struttura acquisì in questo modo un valore passivo:
(32) stercora si se post ex aggravatione stercori provocaverint (Chiron, 230)
In concomitanza a questo sviluppo “passivo”, il se riflessivo sembrava aver assunto anche alcune funzioni intermedie non canoniche, dove il soggetto, anche se animato, è influenzato dal processo verbale e il verbo è transitivo (31).

Già nel III-IV sec. d.C., il se pleonastico è attestato con verbi intransitivi che indicano riflessione mentale, che denotano emozione (33) e più tardi percezione (34), con intransitivi che indicano discorso con una sfumatura emozionale (35) e verbi intransitivi di stato o astratti (36):


(33) ubi vades, paenitebis te (Sort. Sang. 2, 10)

(34) se stupuit tunc ipse reor (Ennod. Carm. 1, 9, 33)

(35) et tunc lamentabunt se omnes tribus terrae (Itala Matth. 24, 30h)

(36) hic humor sudoris in ventrem se desidet (Chiron 220)


Durante l’VIII-IX sec. d.C. il se pleonastico ricorre anche con i verbi intransitivi che indicano discorso (37), con intransitivi di attività come se vacare (“avere a che fare con”), se obdormire (“dormire”), se contremulare (“tremare”)…(38) e inoltre con verbi transitivi che indicano processo mentale (39):
(37) si aliquis alicui imputaverit quod se periuraret (Lex Sal. 48, 2 k)

(38) aqu(a)e se contremulent (Ordin. Iudic. Dei, 4, 1)

(39) putabam me quia… (Sermo de Conf. Diab. 107 v.)
2.4 Equivalenza se/sibi
Un altro aspetto della grammaticalizzazione del pronome riflessivo è l’equivalenza tra l’accusativo se e il dativo sibi, che ricorre dapprima in sintagmi marginali come per se, ex se, per se sibi, dove per se e ex se diventano equivalenti a sibi, sottolineando una mancanza della causa esterna o indicando un alto livello di controllo del soggetto. In seguito, e più precisamente nel latino medievale, l’equivalenza se/sibi diverrà più sistematica, coinvolgendo anche gli usi tradizionali, così che se sarà usato per marcare l’interesse del soggetto e sibi il coinvolgimento nel processo verbale (l’affectednes) del soggetto. Secondo Salonius, il fenomeno è ben stabilizzato già nel IV secolo d.C. e possiamo considerarlo responsabile dell’uso pleonastico di se con verbi di stato, come se desidere (36). Nell’VIII secolo d.C. la distinzione se/sibi sarà del tutto neutralizzata e investirà tutto il paradigma (40):
(41) qui sibi anxiant in stomacho (Reich. Antid.; Sieg 44)
3. RIFLESSIVI PLEONASTICI E INACCUSATIVITÀ
Si può sostenere che, all’incirca tra il IV e V se. d.C., il se il sibi pleonastici cominciarono ad essere utilizzati per differenziare i due sottogruppi dei verbi transitivi, definiti sopra inergativi e inaccusativi.: essi si configurano ora come marche dell’Intransitività Scissa. In particolare, sibi pleonastico ricorre principalmente in unione a verbi che condividono il tratto della telicità (cioè descrivono un punto finale del processo verbale), vale a dire, intransitivi che indicano cambiamento di stato (sibi perire) o luogo (sibi fugere) e anticausativi (sibi combibere). Il dativo del riflessivo va a caratterizzare perciò un soggetto che esercita un Controllo debole o nullo sul processo verbale e che si configura come paziente1, assumendo il macroruolo di Undergoer. Il se pleonastico invece ricorre in unione a verbi atelici e quindi verbi anticausativi, intransitivi che delineano processo mentale, verbi di stato, verba dicendi e, in seguito, verbi di attività. Il soggetto tipico di queste costruzioni è caratterizzato dall’agentività e assume il macroruolo di Actor.

L’interazione di parametri, quali Controllo, Dinamico/Statico, Concreto/Astratto, permette di collocare queste strutture sintattico-semantiche lungo il continuum che caratterizza la Gerarchia di Inaccusatività e di Inergatività. I verbi con alto grado di inaccusatività sono caratterizzati dalla presenza di tutti i parametri (Telico, Dinamico, Concreto) tranne il Controllo, viceversa i verbi che presentano un basso grado di inaccusatività ricorrono anche in situazioni in cui si verifica un certo Controllo da parte del soggetto, ma variano i parametri (Atelico, Statico, Concreto/Astratto). I verbi con alto grado di inergatività denotano situazioni ateliche, dinamiche e concrete con un soggetto che si configura come Actor. I verbi che hanno un basso grado di inergatività (e che perciò sono collocati marginalmente lungo il continuum dell’inergatività) denotano situazioni ateliche, statiche, astratte con un soggetto che si configura come Actor/Experiencer. Alternanze nell’uso del se e del sibi si verificano perciò alla periferia del continuum che caratterizza le categorie di accusatività e inergativà, dove i parametri non sono fissi. Troveremo perciò verbi intransitivi che ricorrono indifferentemente col sibi e col se, senza differenza di significato.

Si può ipotizzare che la diffusione di se e sibi abbia seguito, nel tempo, due percorsi distinti e paralleli lungo il continuum di Inaccusatività/Inergatività. Sibi sembra che abbia proceduto da un alto a un basso grado di Inaccusatività, mentre se pare che, partendo da un basso grado di Inaccusatività, sia giunto all’Inergatività.

Entro l’VIII-IX sec. d.C., questi due percorsi convergono e la distinzione tra le due serie di intransitivi (delineate per il IV-V sec. d.C.) si è formalmente neutralizzata, a causa della unificazione della forma accusativa e dativa del riflessivo, così che la distinzione si perde e se potrà ricorrere con i verbi inaccusativi e sibi con quelli inergativi. In questo periodo si possono dunque trovare verbi, che nei secoli precedenti erano soliti ricorrere con sibi, legati a se (per es. se ire, se turnare) e viceversa (pe es., sibi recognoscere).

In italiano, tuttavia, possiamo ritrovare residui di verbi inaccusativi uniti al sibi (come accadeva nel tardo latino), ma solo nei dialetti centro-meridionali (soprattutto in Molise) e nelle varietà regionali dell’italiano parlato in queste zone (come trasposizione diretta dal dialetto). Qui sibi ricorre sistematicamente con le classi di verbi che erano uniti al sibi anche in latino (IV-V sec. d.C) (41) e cioè, anticausativi (41a), verbi intransitivi che denotano cambiamento di stato (41b) o luogo (41c) e verbi di stato (41d):


(41) a. s’è finito il detersivo per i panni

b. s’è morto il calzolaio

c. s’è venuta bene la maglia

d. Giovanna non si vuole stare a casa mia


Queste strutture risultano impossibili con i verbi inergativi:
(42) *Mario s’è lavorato



1 In questo articolo le definizioni di Paziente e Tema differiscono leggermente da quelle che propone Van Valin (1990). In particolare, Paziente è «a Participant which is highly affected by the verbal process, as with (intransitive) change of state verbs». Tema è «a Participant which undergoes a change of location and which is in a particular state/position» (Andrews, 1985; Klaiman, 1991)).



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