L’atelier di giacomo brogi



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16.12.2017
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L’ATELIER DI GIACOMO BROGI
Sulla vita di Giacomo Brogi si possono fare osservazioni che riconducono l’esperienza del capostipite di questa famiglia di fotografi ad una sorta di parallelismo con quella vissuta da Leopoldo Alinari. Per certi versi distaccati di alcuni anni, ma caratterizzati da un apprendistato presso la stamperia dei Bardi di Firenze. Anche se per diverso tempo Giacomo si specializzerà nell’esecuzione finissima di elementi decorativi per le incisioni e le stampe litografiche, finirà poi per orientarsi verso la fotografia entrando in società con un fotografo, tal Sollazzi, presso il quale venivano realizzati ritratti fotografici, per il quale doveva approntare la grafica relativa al logo, al marchio ed alle targhette1. Superata questa fase, l’attenzione di Giacomo si rivolge essenzialmente alla fotografia sotto la sapiente guida del prof. Tino Puliti di Firenze, Direttore del Museo di Meteorologia della Specola. L’apprendistato lo porterà a sperimentare diverse tecniche di cui padroneggerà in modo eccellente quelle che poi lo renderanno famoso, ma che per il momento gli consentono di fondare la ditta Giacomo Brogi Fotografo nel 1860. Parteciperà alla Esposizione italiana di Firenze del 1861, presentando vedute di genere naturalistico; nel 1863 potrà già pubblicare il suo primo catalogo commerciale. Si dedicò essenzialmente al genere del ritratto ma anche alla riproduzioni artistiche ottenendo un successo che gli permise di sostituire il piccolo atelier di Corso dei Tintori con uno più grande in Lungarno alle Grazie, 15. Durante il 1869 affronterà l’esperienza, a quanto pare ineludibile per l’iniziazione dei fotografi itineranti, di una campagna fotografica realizzata in Palestina per la quale si farà aiutare da fotografi operatori presenti sul posto. L’album di vedute verrà donato da Brogi al Papa Pio IX, stabilendo un proficuo contatto con Roma, uno dei luoghi più fotografati in quel periodo, per ampliare la sua presenza commerciale. L’attività documentale sulle opere d’arte sembra ufficialmente collocarsi nel 1870, in coincidenza con l’avvio di un atelier in Via del Corso 419. Nel 1874 pubblica il primo catalogo di Fotografie nel quale si elencano fotoriproduzioni di quadri affreschi disegni, tutti da originali. Nel 1879 Giacomo aprì una succursale a Napoli la cui gestione era affidata a Negenborn e ad Ernesto Bockwinkel (poi Bowinkel), con sede in via Chiatamone 19, e poi a P.za dei Martiri 61-62 e successivamente nella stessa piazza al n. 24-25. Le campagne fotografiche che vi si condussero furono diverse, forse la prima avvenne sul finire degli anni ’70, poi ci fu una tra l’ottanta e l’ottantasei, a metà degli anni ’90 e di inizio secolo pubblicata sul catalogo del 1912.

Con la morte di Giacomo nel 1881, la direzione delle attività passa al figlio Carlo, mentre nel settore amministrativo verrà ad impiegarsi il fratello Alfredo. Questa è la fase cruciale di sviluppo e di affermazione dell’atelier che conquisterà una solida impostazione industriale con un’altrettanto valida risposta commerciale. Questo livello imporrà di delegare molte operazioni “tecniche” ad operatori di fiducia, come un certo Nardini. Carlo Brogi si dedicherà intelligentemente alla sperimentazione di nuove tecniche fotografiche, definite allora come “specialità artistiche” e ad affrontare questioni non meno spinose, ma vitali, quali il riconoscimento delle attività del fotografo come lavoro di ingegno e perciò degno di essere tutelato ufficialmente. Egli stesso si farà portatore di proposte finalizzate alla creazione di un ordine societario mirato all’esercizio della tutela ed alla ricerca sperimentale. Venne fondata perciò nel 1889, su suo impulso la “Società Fotografica Italiana”, di cui sarà co-direttore insieme al Mantegazza. E’ l’anno di un catalogo aggiornato su Firenze con 509 soggetti per lo più monumentali, poi comparirà Roma nel 1903 con diversi soggetti che spaziano dalle chiese alle gallerie ai musei tra i quali anche il Vaticano. Lo stesso argomento verrà ampliato di molto nel 1912 con l’aggiunta di vedute di palazzi, antichità, basiliche ed opere d’arte, in tutto un elenco di 70 pagine! La vera novità era costituita da quella da lui chiamata Spécialités artistiques, in quanto vi sono inserite fotografie che vengono colorate, tra le quali i foto acquerelli, i foto rilievi e i fotochiarioscuri, segno delle ampie possibilità di sperimentazione tecnica dello stabilimento Brogi.



Ciò che i suoi critici hanno di recente sottolineato è stata la grande, eccelsa capacità di Giacomo Brogi di trattare la stampa fotografica applicando alla perfezione uno dei procedimenti tecnici più difficili della storia della fotografia: la stampa al carbone. Egli aveva una speciale abilità e maestria, le sue collezioni di stampe al carbone mostrano un livello di perfezione e di qualità artistica trasformato in norma che finiva per prediligere tale procedura rispetto alle numerose variabili esistenti a quei tempi. Queste stampe mostrano diversi formati ed anche in quelle di dimensioni più ragguardevoli ad esempio il 70x100 cm., a detta di uno dei maggiori conoscitori di fotografia che l’Italia odierna può vantare, Lorenzo Scaramella, non si scorgono difetti2. A quei tempi l’intervento manuale nelle fasi delle tecniche di stampa era preminente e l’utilizzo del procedimento al carbone era uno dei meno economicamente impegnativi perché impiegava sostanze poco costose. Ma subentravano altri fattori da considerare. Innanzi tutto c’era l’esigenza di replicare la stampa fotografica un numero crescente di volte, utilizzando una determinata tecnica, ma concentrando su ciascuna stampa la stessa medesima cura per ottenere uno standard di produzione alto, anzi altissimo, in quanto il pubblico acquirente, anche se sempre più numeroso, sapeva guardare una stampa eseguita a regola d’arte, la sceglieva con cognizione di causa, non tralasciava alcun dettaglio. Era sempre presente presso l’atelier una copiosa diversificazione di tecniche e formati di uno stesso soggetto, in modo da consentire all’acquirente una valutazione anche di tipo economico. Poiché, ci fa notare ancora Scaramella, “…esistono “modi di esprimersi diversi”, ognuno con proprie caratteristiche…” possiamo “…riflettere su come la forma della comunicazione sia importante e che, cambiando la forma o cercando di dominarla, si possa cambiare o tentare di cambiare anche il contenuto…”. Le fasi di lavorazione tecnica del procedimento di stampa al carbone con l’uso di gelatina e le fasi di trasporto di essa e di cottura che si devono attuare per avere una stampa al carbone mostra che la stampa fotografica stessa acquisisce nella serie di trasformazioni un certo spessore nelle parti in ombra e che quindi il soggetto esprime un effetto di rilievo, al tempo stesso mostra una grande gradazione dei grigi, mentre l’assenza totale laddove sono le luci conferisce notevole morbidezza. Il naturale morbido trapasso dai neri ai grigi è talmente fedele alla capacità dell’apparato visivo dell’ uomo di apprezzare questa gradualità che la rende forse la migliore tecnica di rappresentazione documentale, specie nella fotografia di generi artistici. E’ senz’altro una delle tecniche capace di generare un prodotto inalterabile; è migliore dell’inchiostro tipografico, della pittura, del disegno o di altra tecnica figurativa realizzata manualmente. Si comprende allora come mai le trasformazioni tecniche di genere industriali che di lì a poco invaderanno il mercato dell’immagine non si mostreranno in grado di mantenere in uso il procedimento tecnico della stampa al carbone che richiedeva abilità, manualità rigore, precisione, gusto. Non vi era la convenienza dell’economia industriale che tra il finire dell’Ottocento e l’inizio del 900 dichiarò in pratica guerra alla fabbricazione dei materiali, poco costosi, per le tecniche manuali raffinate, e puntò dritta sulla produzione delle emulsioni alla gelatino-bromuro d’argento, il cd. Bianco e nero, spacciando per ottimale uno strano concetto sulla fotografia pura, cioè senza alcun ritocco da parte dell’operatore inteso come un volgare falsificatore della realtà….Su questo c’è un utile, chiarificatore approfondimento di Ando Gilardi3.



1 Sulla vita e l’attività professionale si veda Recine, La documentazione fotografica, op. cit. in nota 19, p. 35 s.

2 Lorenzo Scaramella, Il procedimento di stampa al carbone. Considerazioni su fotografia e cultura fotografica, in AFT Rivista di Storia e Fotografia, 20 (1994), pp. 6-8.

Sul web: http://rivista.aft.it/aftriv/controller.jsp?action=rivista_browse&rivista_id=13&rivista_pagina=6#pag_6



3 A. Gilardi, Storia sociale della fotografia, Milano 1976, pp. 163 ss.



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