L’atelier



Scaricare 278.21 Kb.
Pagina1/6
22.05.2018
Dimensione del file278.21 Kb.
  1   2   3   4   5   6

L’ATELIER

 

Dedicato a Piergiorgio Piffaretti e a colei che mi ha ispirato e mi ha aiutato a realizzare questo libro.



 

1

Aprì la porta dell’atelier

Da sempre affacciata sulla valle

Che ogni mattina si sveglia

Al suono dei corni svizzeri

Carichi di vitalità e sonorità

Percepiti a chilometri di distanza

E salì le scale mangiate ormai dai tarli

Sempre più padroni del suo mondo.

Osservò a lungo i dipinti ammassati uno sull’altro

Senza neanche più andare a scrutare i particolari nascosti

Che avevano fatto delle sue tele beni preziosi

Troppo spesso divenuti oggetti da appendere

Negli appartamenti della società bene ticinese.

Per il mondo erano la donna con il bambino morto,

Il pasto frugale, le bordel d’Avignon e

Adesso sono rettangoli senz’anima.

Il corno se ne stava lì

Appeso al muro in silenzio

Chiuso nella sua disperata angoscia

Perché consapevole del fatto che mai potrà suonare

Come i suoi compagni più felici

Che appoggiano le loro basi in legno di abete

Sui prati verdi delle vallate svizzere.

 

Il Piffa, così era chiamato da tutti quelli che amavano la pittura e le immagini del Canton Ticino, era un uomo che non riuscì mai a terminare la cesellatura del suo corno svizzero. Ed era sempre andato dritto nei suoi convincimenti, affrontando le situazioni più critiche e per questo aveva perso, sempre per non morire di rimpianti.



Cercò in ogni istante della sua vita di assomigliare a quelle onde gigantesche ed indistruttibili che vedeva tutti i giorni durante i cinque mesi passati a studiare il mare e che gli riempirono la testa di capelli bianchi su di un grande naso, proprio come quello di suo padre, occhi verdi, sguardo fisso, labbra sottili e sorriso.

Odiava spalancare il suo mondo alle persone che venivano a scegliersi i quadri e che arrivavano davanti alla villa, in cui viveva ormai da più di trent’anni, con l’intenzione di appropriarsene per vantare un Piffa in casa.

"Andatevi a prendere le vostre tele direttamente nelle gallerie d’arte, che tanto qui sono tutte impolverate e senza cornice", si presentava sempre con la stessa frase a tutti quelli che si affacciavano al cancello della villa.

Ma Carl neanche lo conosceva il Piffa.

Se ne stava impalato fuori dal giardino a guardare un disegno, che ornava l’unico balcone della facciata principale del palazzo a due piani, quando il Piffa gli si avvicinò,

"E’ un pò che la sto osservando!", disse curioso e poi aggiunse,

"Cosa guarda?", e Carl rispose, "sono capre quelle dipinte lassù?".

I due si fissarono solo per un attimo, poi il Piffa si sentì le parole in bocca,

"Vuole venire a vedere il mio atelier?", e Carl accettò senza batter ciglio.

Oltrepassò il cancello ed entrò nel giardino che circonda l’intera villa, come se la cosa fosse già stata decisa.

Fu veramente l’unico e l’ultimo.

"Non far caso al disordine, sai, ormai non dipingo più da molti anni e raramente vengo qui", il Piffa si fermò un attimo davanti all’ingresso e replicò,

"I tarli si stanno mangiando tutto!"

Al pianoterra, appena entrati, c’erano i suoi ultimi disegni raffiguranti un mondo fittizio, fatto di rosso spruzzato lì con rassegnazione e violentato da pennellate color arancio, dai toni aspri e lontani anni luce da quelli scelti per rendere delicata e lieve la realizzazione della toilette dell’unica donna amata.

Al Piffa piaceva circondarsi di quello che lui chiamava l’ordine irregolare. Le tele si trovavano sgraziatamente accostate, stese lungo il pavimento e persino utilizzate per coprire fessure o per tenere aperto uno sportello.

Fissarono a lungo i dipinti uno affianco all’altro. Sul tavolo, che si trovava in mezzo alla stanza, era appoggiata una testa in gesso con gli occhi asimmetrici, libri scritti a mano, un telo rosso. Affianco un cavalletto reggeva un quadro ancora completamente bianco, che dava l’impressione di essere stato messo lì apposta per divenire il centro focale di tutto quel caos regolare.

I due salirono le scale che portano al primo piano rialzato dell’atelier, lentamente e silenziosamente quasi volessero evitare di far prevalere le proprie conoscenze acquisite nei rispettivi studi accademici.

I rossi, gli aranci buttati sulle tele e martoriati da lunghe strisce di color nero, utilizzate per drammatizzare l’evento e sottrarre alla realtà del mondo le figure dipinte, stridevano fortemente coi toni delicati blu, verdi, gialli dell’unico quadro rimasto sopra.

Carl si avvicinò a lei, tolse la polvere dalla figura e disse,

"Chi è la modella di questo dipinto?", e magicamente lo spazio attorno a loro si riempì del suono potente di un brano. Il corno prese a suonare. Sembrava impazzito.

Nelle loro orecchie penetravano le sonorità di un’intera orchestra che strilla la sua risposta alle trombe, ai clarinetti, ai sax tenori, con note acutissime piene di sfumature estasianti. A momenti, nella penombra dell’atelier, i loro occhi videro il corpo nudo della donna ritratta muoversi freneticamente con le braccia alzate e le mani a raccogliere i capelli.

L’eccitazione sembrava raggiungere il suo apice. La musica che usciva dal corno, da sempre inanimato, stava per sfondare le polverose mura di quella stanza per esplodere con tutta la sua intensità giù in fondo alle ripide vallate, insieme ai pastori, alle capre danzanti, ai fauni suonatori di flauto. Poi tutto scese.

I suoni si fecero soffici e delicati, quasi malinconici.

Tutto calò improvvisamente, proprio quando la forza vitale del magma stava per inghiottire l’intero spazio. L’eccitazione scemò, le frasi si fecero meno intense, i groove echi lontani, le pulsazioni più lente. Il Piffa rivolse lo sguardo alla parete e

Il corno se ne stava lì

Appeso al muro in silenzio

Chiuso nella sua disperata angoscia.

 

 



2

 

"Sono 4.75 franchi", Michel ed io pagammo i biglietti d’entrata al museo con la riduzione, grazie al tesserino scaduto dell’Accademia delle Belle Arti, frequentata insieme sei anni prima.



Erano già passati circa due mesi da quando decisi, insieme al mio migliore amico, di lasciare il Canton Ticino, dove passai gran parte della mia vita, per andare a vivere a Caebourg.

Michel ed io, caro Carl, ci trovammo un appartamento in affitto a centocinquanta franchi al mese in una stradina della Caebourg vecchia, tra la Cathédrale, padrona del punto più alto della città, che sovrasta con le sue imponenti navate e la rue des libraires. Vivevamo insieme, ma accadeva spesso di non incontrarci anche per parecchi giorni, per poi ristabilire in un batter d’occhio il legame inesauribile che ci univa.

Erano due giorni che non ci vedevamo e quando il terzo giorno c’incrociammo sulle scale del palazzo, sfoggiammo un sorriso di circostanza come due conoscenti qualsiasi. Per fortuna ci fermammo subito ed iniziammo a ridere senza riuscire più a smettere.

Michel era maledettamente folle e allo stesso tempo pacato. Era capace di starsene giornate intere rinchiuso in casa con lo sguardo fisso davanti ad una tela bianca, a pensare soltanto con quale colore dare inizio al suo prossimo dipinto. Poi si faceva trascinare dal mio entusiasmo.

Quando chiudevamo la serratura della porta dimenticava tutto quello che aveva fatto prima e finiva per essere il più esagerato.

Una volta uscimmo da casa, la sera, per andare in un locale cosiddetto "letterario" sulla Grand Rue, chiamato "fin du siècle".

Percorremmo con il nostro solito passo veloce tutta la rue des libraires, svoltammo a destra per la rue de l’Hotel-de-Ville, che prosegue dritta cambiando nome in rue des chinoises ed entrammo sulla Grand Rue proprio a metà corso.

Michel diceva di essere stanco, perché il giorno prima aveva attraversato tutta la città per andare da un tipo che voleva comprare una delle sue tele.

"Sto impazzendo, cazzo!", gridò brutalmente e così riprese

"Mi sembra che più dipingo male e controvoglia e più la gente compra i miei fottuti quadri", lo diceva con un fare sconsolato, come se fosse certo dell'inutilità della verve pittorica.

"E’ la passione che ci devi mettere dentro", risposi.

Ne avevamo parlato centinaia di volte e più passava il tempo, più m’intestardivo sul fatto che dovevamo fregarcene delle persone che compravano solo per il desiderio di possedere un oggetto da appendere ad un chiodo.

"Il chiodo e il martello distruggono il fervore con il quale creiamo l’immagine che, sin dal primo schizzo di vernice steso sulla tela, idealizziamo dentro di noi", esclamai con tono solenne ed accademico.

Michel rimase in silenzio e probabilmente si convinse che fosse giusto non cadere nella pura esecuzione estetica.

La sua vera preoccupazione restava quella di trovare il denaro per l’affitto dell’appartamento. I soldi ci avrebbe permesso di resistere almeno per un altro mese.

Eravamo arrivati davanti al locale.

Io non mi sentivo per nulla stanco, anzi, provavo una forte vibrazione che cercava in tutti i modi di uscire dal mio corpo per crearsi un’immagine reale. Le persone, che sostavano a gruppi davanti all’entrata del "fin du siècle", mi osservavano curiose e pronte ad abbracciarmi, impazienti di fare la mia conoscenza.

Ad un tratto mi ritrovai in mezzo ai verdi pascoli delle mie vallate, lasciate a più di trecento chilometri di distanza.

Carl, non ci crederai ma rimasi con gli occhi chiusi per un solo istante e quando li riaprii Michel era scomparso.

Non mi stupì. Faceva assolutamente parte del suo modo di essere.

Usciva a forza dal suo atelier, iniziavamo insieme la serata e tornava a casa da solo il giorno dopo con mille storie strane da raccontare.

Entrai nel locale intenzionato a trovare Michel. Chiesi in giro se qualcuno l’avesse visto, attraversai per intero la sala, mi appoggiai al bancone, ordinai un bicchiere di rum, senza ghiaccio, e me ne tornai a casa.

Quando passeggiavo con Michel mi perdevo talmente a chiacchierare a raffica che non riuscivo mai a notare quello che mi circondava.

Sai Carl, a me piaceva da impazzire osservare!

Anche se vivevo a Caebourg da neanche un mese, avevo imparato a conoscere tutti quelli che abitavano nella parte vecchia della città, che si snoda tra il fiume e il grande Boulevard de l’archéologie.

Allo stesso modo mi ero abituato ad incontrare alcuni personaggi in posti prestabiliti, che passavano lì in certe ore precise.

Scrutavo i tratti, i gesti, i tic, gli umori senza che loro sapessero chi io fossi.

Piangevo quando la nana di rue du marché, che se ne stava tutto il giorno seduta affianco al portone della copropriété, rientrava nel suo appartamento, sola, per passare le ultime ore della giornata ad aspettare il giorno dopo e potersene stare lì su quella sedia a guardare la gente passare. Entravo nell’androne di qualche bordello, affacciato sulla strada che fiancheggia i giardini pubblici, per gioire con le tenutarie ogni volta che un cliente usciva dalla stanza, contento della prestazione della sua ragazza. La puzza di marcio si mescolava al dolce profumo delle puttane.

Conoscevo anche le piazze, gli alberi, i negozi, le nuvole, che sembrava stessero lì da sempre.

Quando passeggiavo da solo ognuno di loro mi salutava e mi raccontava quello che gli era successo durante il giorno.

"Ciao Piffa! Lo sai che vogliono costruirmi una fontana al centro che emetterà un getto d’acqua alto più di centoquaranta metri?", mi pareva dire la piazza e la fila di alberi rispondere ad unisono,

"Sei sempre la solita esagerata, già è tanto se ti mettono una fontanella per far bere i cani". E mi sembravano risuonare nelle orecchie le risate fragorose dei negozi che affacciavano le vetrine decorate ed ordinate sulle ali vecchie e decrepite della piazza, indispettita da tanto baccano.

Prima di rientrare in casa non dimenticavo mai di guardare dritto negli occhi la zuppa di cipolle, racimolata al bistrot da Lelian le Maudit all’ora di chiusura, dopo che tutti i clienti avevano mangiato in abbondanza.

Come ti raccontavo all’inizio della storia, Carl, erano due giorni che non vedevo Michel, così per festeggiare al meglio la riunificazione decisi di portarlo al Museo d’arte, da poco allestito al di là dal Boulevard de l’archéologie, tra la città vecchia e i periferici quartieri orientali di Caebourg.

Rimisi in tasca la tessera dell’Accademia ed entrai seguito da Michel.

Ero eccitatissimo all’idea di poter guardare da vicino i capolavori del passato, sfogliati e venerati sui manuali di scuola o sulle monografie acquistate in libreria.

"Stai preparando qualcosa?", mi chiese Michel.

"Cioè? Che cosa vuoi dire?", risposi sorpreso.

"Non ti ho visto dipingere molto ultimamente. Non vorrei che ti fossi scordato come si fa ad usare il pennello", esclamò scherzando, ma con un giusto accenno polemico, riferito al fatto che non stavo contribuendo assolutamente al pagamento dell’affitto. Da lì a poco la signora, che ci aveva affittato l’appartamento, sarebbe salita al terzo piano, dove alloggiavamo, per chiederci i centocinquanta franchi del secondo mese.

"Ho delle idee in testa, boh!", gli risposi. Michel pensava di conoscermi bene e mi bruciò così,

"Tu quando decidi di andare per musei, significa che stai per scoppiare con qualcuna delle tue follie", disse sicuro di sé.

Non feci in tempo a rispondere e già mi ritrovai a viaggiare su di un toro scalpitante che si agitava frenetico a destra e a sinistra, scalciando con veemenza e muovendo impazzito ogni parte del suo corpo.

Ero quasi riuscito a focalizzare la figura nuda di una fanciulla, seduta e circondata da due uomini intenti a discutere tra loro, che mi ritrovavo improvvisamente davanti ad una scena da circo con un domatore al centro dell’arena e una ragazza seduta su un cavallo bianco, che girava in circolo a velocità folle.

Mi muovevo così rapido da una sala all’altra del pianterreno che a stento riuscivo ad impressionare nella mente e ad immagazzinare tutto ciò che vedevo. Mi sentivo in mezzo ad un vortice, mi facevo trascinare dall’impulso.

Andavo avanti, Carl, per non morire di rimpianti e lo stesso feci per tutta la vita…per non morire di rimpianti.

Michel, invece, si comportava come se fosse stato davanti ad una delle sue tele bianche. Si era seduto su un divanetto in velluto rosso, uno di quelli utilizzati all’interno dei musei per dar la possibilità al visitatore di godersi appieno i particolari dei dipinti preferiti.

Lui fissava ogni minima crepa, cercando di trovare anche il più invisibile segreto che, come lui stesso diceva, era "volutamente nascosto dall’artista".

Mi avvicinai a Michel.

Stava osservando un olio su tela che ritraeva una donna stesa su un sofà, con indosso solamente un bracciale, un fiocco nero al collo, un paio di scarpe da camera e un nastro tra i capelli. Aveva lo sguardo fisso, penetrante…

Michel mi vide arrivare e senza distogliere gli occhi da quelli della figura dipinta mi fece segno con la mano di sedermi affianco a lui.

Io obbedii.

"Assomiglia a Françoise!", mi disse.

"Per me potrebbe essere un vaso di fiori", risposi io.

Michel rimase in silenzio. Pensavo volesse dialogare, al solito, sui diversi modi con cui si può guardare un’immagine. Anche qui avevamo idee completamente diverse. Lui amava infilarsi dentro i quadri, cercava di trovare a tutti i costi una spiegazione. Per me, invece, La Gioconda poteva essere benissimo una ballerina di cancan o una geisha giapponese. Sarebbe stato indifferente.

Michel iniziò a piangere. Rimasi sorpreso. Mi avvicinai ancor più a lui, ma non mi sembrò subito opportuno spronarlo a smettere. Lasciai che si sfogasse per qualche minuto. Continuava a guardare dritto negli occhi la donna nuda davanti a lui.

Poi abbassò lo sguardo e si mise il volto tra le mani.

"Michel…Michel…", esclamai, preoccupato per il mio amico e continuai cercando di capire il motivo che lo rendeva così triste. Gli accarezzai dolcemente una guancia.

"Stai ancora pensando a quella ragazza incontrata al café?"

"E’ così bella", e ancora, "non vivo senza di lei…non ci riesco…", mi rispose.

"Ma se la conosci appena!", dissi senza convinzione, posando il mio braccio sulle sue spalle.

"Mi è bastato fissarla negli occhi, come con questo quadro, per capire chi fosse".

Michel ed io parlavamo raramente delle ragazze che ci capitava di incontrare in giro per la città.

In una di quelle notti in cui tornava tardi, ben più tardi di me, mi aveva raccontato di Françoise, ma nel dormiveglia non avevo immaginato potesse essere così importante per lui.

Michel prese coraggio, smise di piangere ed iniziò a raccontare tutta la vicenda.

"Dio mio, come è andata a finire. Com’è finito tutto!"

Io rimasi in silenzio per non disturbare il suo racconto e lui, così, continuò

"Ci siamo conosciuti una settimana fa in quel maledetto Café des courses e abbiamo continuato a frequentarci nello stesso posto tutte le sere successive. Ieri, invece, avevamo deciso di darci appuntamento di fronte alla Cathédrale, per andarcene in giro da soli, magari lungo il fiume, abbracciati e lontani da inutili schiamazzi notturni. Era la prima volta che ci vedevamo di giorno, in una piazza illuminata dal sole, e non nel solito café in cui lei abitualmente s’intratteneva tutte le sere".

"E venne?", chiesi dubbioso.

"Si, era lì prima di me…L’avevo già notata da lontano. Era in piedi, con la camicia gialla appena abbottonata sotto il ciondolo che teneva appeso al collo, proprio come la prima volta che la vidi. Françoise non si accorse che mi stavo avvicinando a lei".

Michel smise per un istante di parlare. Era visibilmente agitato, tanto che si alzò dal divanetto ed iniziò a camminare, con me al suo fianco, intenzionato a dirigersi verso la scala che porta al primo piano del museo. Aveva ancora voglia di sfogarsi.

"Così la chiamai. Françoise!", ricominciò a raccontare.

"E lei?", dissi.

"Si voltò di scatto verso di me…Vidi il suo volto…Era più bella del solito…La distingueva da tutte le altre un’aria dolce e allo stesso tempo crudele, che mi costringeva a cadere ai suoi piedi."

"E che cosa accadde?", esclamai.

Salimmo insieme le scale e raggiungemmo la grande sala rettangolare che ospita i capolavori della pittura europea di inizio secolo.

"Mi avvicinai a lei abbastanza da poter sentire il profumo emanato dai suoi lunghi capelli, intrecciati in uno chignon e la baciai…ma lei rifiutò abbassando con sgarbo la bocca verso il basso. Restai immobile, senza voce…", Michel fece una pausa, come per meglio focalizzare nella sua memoria quel terribile istante, ma riprese quasi subito.

"Aspetta un poco, mi sussurrò Françoise appoggiando la bocca al mio orecchio…così disse, Piffa, ti rendi conto?"

Ti assicuro, Carl, che rimasi impietrito. Non l’avevo mai visto così preoccupato. Finalmente in quel preciso momento mi stavo rendendo conto quanto fosse importante averlo vicino a me. Capii che, nonostante ci avessi impiegato una vita intera, sarei riuscito a diventare con lui una sola cosa. Proprio così, una vita intera! Avrei unificato le nostre volontà per liberarlo dalla pressante sottomissione che le leggi della casualità lo costringevano a vivere questa incredibile situazione.

Avrei voluto stringerlo tra le mie braccia con tutta la forza e tirargli fuori il suo sentimento verso Françoise per gettarlo lontano da lui, per sempre.

Michel non me ne diede il tempo, perché ricominciò, dicendo,

"C’eravamo baciati il giorno stesso in cui ci siamo conosciuti al café des courses e ci siamo visti tutte le sere consecutive. Ci siamo baciati e abbiamo fatto l’amore…Dio mio che bello"

"Ma allora perché si è comportata così?"

"Non lo so. Sai cosa mi disse dopo? Che presto sarebbe tornata a Méchant, dove era nata e vissuta con la madre prima di giungere in città, e che tra noi si era creata una relazione un po’ troppo superficiale per diventare veramente importante."

"Quando ha intenzione di andare a Méchant?"

"Partirà fra tre settimane."

"Beh, ci si può trasferire anche noi. Ci troviamo un altro appartamento in affitto, magari risparmiamo pure…mi piace quel posto, sembra di essere tra le nostre vallate", dissi con la sola intenzione di farlo almeno sorridere.

"Lei mi ama, ne sono certo, ma crede che il nostro legame sia uno scherzo da café notturno. Capisci? Un modo per sopravvivere alla solitudine e allo smarrimento di chi, come noi, è lontano da casa."

"E tra voi è così?"

"Non lo so"

"Ami la sua bellezza?"

"La amo e basta".

C’eravamo guardati negli occhi per tutto il tempo, camminando uno vicino all’altro su e giù per la grande sala che occupa per intero il primo piano.

Michel smise di parlare e un attimo dopo cessammo anche di fissarci per volgere lo sguardo al dipinto sospeso sulle nostre teste.

Rappresentava il corso impetuoso di un fiume, pieno di vitalità e di un’insaziabile vigoria, prodotta dal desiderio vorticoso dei mille mulinelli, che s’infilavano tra le alte e strette rocce del suo letto.

Due case, poste ai lati del quadro, chiudevano il corso del fiume e lo costringevano a prendere una direzione ben precisa.

Le sue acque fredde quasi lambivano le porte del piccolo borgo e sembrava volessero entrare, forti dell'irrefrenabile corrente, nelle ripide vie che l'avrebbero allontanato da un destino predeterminato.

In effetti, una lontana pianura, incastrata a forza tra le case, dava l’impressione che il fiume ce l’avesse fatta a raggiungere la sommità del borgo, incuneandosi fra i viottoli.

Soltanto un suono familiare allontanò la nostra attenzione dal quadro,

"Piffa! Michel!", esclamò ad alta voce un ragazzo, che camminava veloce dal fondo della sala, diretto verso di noi.

"Ciao Emile!", risposi alzando il tono della voce per fargli capire che mi ero accorto di chi fosse. Si avvicinò e ci strinse la mano.

Emile Ferrand, venticinque anni, studente alla facoltà di lettere, nato a Caebourg ma vissuto gran parte della sua esistenza nella campagna circostante, abbandonata cinque anni prima per tornare, come diceva lui, alle sue "vere origini", era il mio più accanito sostenitore.

Lo incontrai, la prima volta, al bistrot che si trovava proprio di fronte al portone del mio palazzo. Andavo a mangiare lì quando mi svegliavo tardi la mattina e non avevo voglia di mettermi a cucinare.

Gli raccontai del mio trasferimento dal Canton Ticino a Caebourg e dell’intenzione di trovare un ambiente in cui poter esprimere liberamente le mie idee. Gli dissi anche che volevo costringere il mondo intero ad intuire una volta per tutte il significato della caducità e dell’effimeratezza della società in cui era avvolto.

Parlavo con Emile senza freni inibitori, perché la sua innocenza mi permetteva di renderlo curioso e attento a qualsiasi argomento da lui mai trattato.

Non mi lasciò più, nonostante la mia messianica generosità nascondesse in realtà una cupida avarizia, un maggior gusto nel prendere che nel dare.

"Sono così contento di vedervi", esclamò Emile con voce squillante.

"Sei solo?", disse Michel.

"Sì, oggi non ho lezioni all’università e ne ho approfittato per venire qua", rispose Emile.

"Scommetto che il Piffa ti ha parlato talmente bene di questo museo che sei stato costretto a venirci", chiuse il discorso Michel, che subito si era accorto della predilezione di Emile nei miei confronti e ogni volta, con un pizzico di malizia, cercava di ricordarglielo.

Ma Emile era un puro come non se ne trovavano facilmente nella società "caebourgeois" e non se ne accorgeva, anzi ogni volta che gli davo la possibilità di apprendere cose nuove, ne approfittava per elogiarmi senza mezze misure.

"Pensate che per andare all’università da casa mia ci passo davanti tutte le mattine e non mi sono mai preoccupato di sapere cosa contenesse questo palazzo", disse Emile senza timore.

"Quando usciamo tutti insieme per divertirci un pò?", chiesi rivolto ad entrambi, con l’intento di cambiare discorso.

Michel si voltò dall’altra parte come per non sentire ed Emile fu costretto a rispondere

"Domani sera mi vedo con gli amici dell’università in un locale che si trova non lontano dalla stazione dei treni."

"Per caso è quel posto dove organizzano serate di cabaret?"

"Sì, lo spettacolo inizia alle nove e mezza. Siete invitati, se vi fa piacere."

"Come si chiama il locale?"

"Au chèvres danceant, ci sarete?"

"Sicuro, veniamo! Vero Michel?", risposi col solito entusiasmo.

Lui rimase nel suo silenzio in preda a chissà quali pensieri orrendi.

 

 

 





  1   2   3   4   5   6


©astratto.info 2017
invia messaggio

    Pagina principale