L’atelier



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Lei era vestita completamente di rosso, con una camicia senza maniche e una gonna lunga quasi fino ai piedi. Lui era teneramente appoggiato al corpo della giovane donna. Si trovavano all’interno di una stanza angusta e fredda, le pareti pitturate di blu e un grande letto bianco appoggiato al muro con affianco soltanto una sedia. Dalla finestra aperta s'intravedeva uno sfondo di case multicolori, affrescate con vernice rossa, bianca e gialla.



Fu il mio lasciapassare per continuare a vivere a Caebourg, perlomeno un altro mese.

"Trecento! Non un franco in più", esclamò il titolare della galleria d’arte sulla Grand Rue, trovata grazie ad un'indicazione di Michel, che lì aveva tentato di vendere senza successo una delle sue tele.

Era il risultato della mia foga. Una sera per dipingerlo e un'intera mattinata affinché i colori pastello si asciugassero.

Arrivai sulla Grand Rue a piedi, come al solito, con la mia tela, ancora viva, sotto il braccio. Mi presentai all’entrata del piccolo negozio completamente bagnato, per colpa della pioggia incessante. I colori piangevano.

Entrai e mi rivolsi all’uomo che era in piedi davanti a me.

"Salve, vorrei che desse uno sguardo a questa mia opera, se non le dispiace", dissi guardando fisso negli occhi la vittima, proprio come fanno i disoccupati durante un importante colloquio di lavoro.

"Se la scarti forse riesco a vederla!", rispose lui bruscamente.

Feci un segno positivo con la testa e tolsi la plastica trasparente, utilizzata per non peggiorare la situazione della tela, ancora visibilmente fresca.

L’appoggiai a terra, l’uomo si avvicinò ed iniziò a guardarla con estrema perizia. Storceva la testa a destra e a sinistra come se stesse osservando un quadro astratto. A me veniva da ridere, "è solamente un abbraccio. Imbecille!", avrei voluto dirgli.

Dopo tanti dubbi e sbuffi, l’appoggiò su un cavalletto vuoto che aveva esposto davanti all’unica vetrina del negozio. Mi chiese se la cifra da lui proposta mi andava bene e lo prese. Sono sicuro che rimase colpito dai colori brillanti resi tali dalla vernice ancora non asciutta.

Magari il giorno dopo si sarebbe ritrovato un quadro sbiadito e smorto. Peggio per lui.

Tornai a casa, pagai immediatamente l’affitto e ricominciai a dipingere senza neanche scendere al bistrot per uno spuntino.

Carl, non immagini cosa significasse per uno squattrinato come me aver venduto quell’abbraccio.

Ricordo che non riuscivo a stare fermo, mi muovevo frenetico per la stanza, nella quale tenevo gli attrezzi per dipingere, e guardavo i rimanenti centocinquanta franchi, tenuti avidamente fra le mani.

Ero attorniato da un disordine che, come diceva sempre Michel, rendeva il mio atelier pieno di gioia. Io lì mi ci trovavo completamente a mio agio, mi faceva entrare nella giusta ottica, mi permetteva di assecondare i miei atteggiamenti spontanei.

Amplificazioni delle espressioni delle mie emozioni…e tutto rilassato, con la cognizione del tempo, vibrazioni che trovavano la strada per arrivare fino a me.

Stavo, in quel preciso istante, recuperando la vera essenza di una rara felicità. Ruppi il vincolo.

Le mie tele erano sparse dappertutto, per terra, sulle sedie, sul tavolo.

Michel ancora non era rientrato e mancavano poco più di venti minuti all’appuntamento con Emile al cabaret.

Non me ne preoccupai. Aprii la finestra ed iniziai a dipingere.

Presi il pennello, assecondato dalla febbre del colore, e cominciai, di getto, a materializzare sulla tela tutto quello che vedevo fuori della stanza, senza uniformità.

Buttavo il colore sul cartone senza ritegno, con violenza, senza passare e ripassare, con tale rapidità che a stento tenevo dietro al volo dell'immaginazione. Ero assolutamente concentrato e non mi accorsi dell’arrivo di Michel.

Aveva già aperto la porta, si era tolto l’impermeabile e si era seduto dietro di me chissà da quanto tempo.

Mi voltai e posai il pennello. Aveva uno sguardo raggiante e allo stesso tempo fiero delle sue convinzioni.

"Che ti dissi al museo? Sei riuscito a fottere qualche compratore, vero?", esclamò sicuro di sé e continuò

"Ho incontrato l’affittacamere, mi ha confermato che le hai consegnato l’intera somma. Non male per un dipinto!"

"L’ho venduto per trecento franchi al tipo che sta sulla Grand Rue. E con gli altri centocinquanta stasera ci giriamo tutti i locali di Caebourg fino a domani mattina, capito?", risposi quasi con le lacrime agli occhi per la felicità.

"A proposito, a che ora ci dobbiamo incontrare con Emile?"

"Fra quindici minuti."

Era la serata giusta per far distrarre Michel dal pensiero dell’imminente abbandono da parte di Françoise. La notte per lui non fu migliore del giorno. Passò tutto il tempo, fino all’alba, appoggiato al davanzale della finestra, con lo sguardo fisso al cielo plumbeo.

Il suo letto rimase tale e quale a come lo aveva lasciato la sera prima, vale a dire assolutamente intatto. Per non permettere all’oscurità di appropriarsi del mio migliore amico cercai con tutto me stesso di non addormentarmi. Senza disturbarlo tenni un occhio aperto tutta la notte rivolto verso di lui.

Gli amici, lasciati in Ticino, mi chiamavano "jouet", perché da piccolo ideavo degli scherzi talmente divertenti che riuscivano a coinvolgere anche i bambini più timidi e restii a parteciparvi.

Così non mi fu difficile convincere Michel ad organizzare una burla ai danni d’Emile.

Puntai sul fatto che considerava il mio rapporto con Emile un pò troppo intimo e quindi, pensai, non si sarebbe tirato indietro.

Pianificai il tutto già il giorno prima, al rientro dal museo. In fondo avrei fatto del bene ad entrambi.

La burla consisteva in questo: come da programma saremmo andati al cabaret con gli amici di Emile per vedere le ballerine ungheresi che si esibivano a tempo di valzer. Poi avremmo messo una scusa qualsiasi per allontanarci, Michel, Emile ed io dal resto del gruppo e poter così attuare il piano.

Conoscevo, nella periferia della città, non lontano dal locale, un capannone abbandonato, pieno di cianfrusaglie lasciate lì perché senza valore. Mi era capitato di andarci una volta per recuperare delle vecchie cornici. Avrei proposto ad Emile di scavalcare il cancello e di introdurci nello stabile per rubare opere d’arte di valore inestimabile, tenute da un famoso collezionista d’antichità.

Sarebbe stato un gioco da ragazzi perché, una volta entrati, ci saremmo trovati davanti ad una serranda senza lucchetto. Già tutta questa fase avrebbe, comunque, messo in apprensione Emile, che fra tutti era quello che meno amava il rischio. Il bello sarebbe avvenuto dopo.

Lui non era un grande amatore, anzi si trovava spesso in difficoltà con le ragazze di città a causa della sua natura riservata e, diciamo così, bucolica giacché per quasi vent'anni visse in mezzo ai pascoli con i genitori.

Per questo avevo preso contatto con una ragazza, che lavorava in uno dei tanti bordelli di Rue du fleuve. Essa per quaranta franchi avrebbe accettato di trovarsi lì, accompagnata da Michel, e di appartarsi con Emile.

Era tutto perfetto!

Una volta usciti dal cabaret, Michel si sarebbe allontanato con una scusa qualsiasi per andare a prendere la prostituta e portarla dentro il capannone, prima che noi giungessimo.

Per arrivare al "Les chèvres danceant" bisognava attraversare tutta la città vecchia, passare il ponte che scavalca il fiume e raggiungere la stazione centrale dei treni.

Uscimmo di casa con l’intenzione, stavolta, di prendere un bus, visto che eravamo già in ritardo e che a piedi ci avremmo impiegato più di mezz’ora solo per arrivare al ponte che unisce il centro storico al quartiere Saint Jacques.

La fermata dell’autobus era già affollata. Era smesso di piovere e si era alzato un vento gelido che costringeva tutti a chiudersi in pesanti cappotti. Michel indossava un lungo impermeabile nero che lo avvolgeva completamente, tanto da renderlo quasi irriconoscibile se non fosse stato per le basette arruffate e per il naso appuntito che lo distingueva da chiunque altro.

Arrivò il bus ed entrammo per primi, facendoci largo tra la folla, senza pagare il biglietto della corsa.

I posti a sedere erano già tutti occupati, così ci sistemammo in fondo alla vettura per restare perlomeno appoggiati. Il mezzo si riempì, l’autista chiuse le porte e partì a razzo. Non riuscii a vedere in faccia l’uomo che sedeva alla guida del pesante bus, ma ti giuro Carl che non dimenticherò mai quel breve viaggio.

Sfrecciammo dritti per il grande boulevard de l’archéologie sulla corsia riservata ai mezzi pubblici.

Feci appena in tempo a rendermi conto di quello che ci stava capitando, che eravamo già arrivati davanti al Palazzo delle stampe antiche. Voltammo a tutto gas per rue des italiens senza effettuare fermate, con la gente che urlava, sbraitava e bestemmiava contro quell’ossesso. Ma lui andava dritto come un fulmine verso un passaggio pedonale pieno di gente su per uno stretto vicolo in salita, che ci stava portando di nuovo sul boulevard appena lasciato, con l’acceleratore al massimo.

Quando giungemmo in cima alla salita feci segno a Michel di stare tranquillo perché sicuramente avrebbe rallentato un pò per vedere cosa ci fosse oltre il dosso, invece il pazzo continuò ancora più veloce.

Scendemmo a capofitto su una di quelle strade incredibilmente ripide, nei pressi dell’università, col muso del bus puntato verso il Rond-Point des bastions e quello schiacciava ancora di più sull’acceleratore!

Entrammo nella rotatoria, senza dare precedenza alle altre vetture, con le ruote che sembrava stessero per cedere a causa della brusca sterzata. Filavamo sicuramente a più di cento chilometri l’ora senza tregua fino in fondo al boulevard che porta all’entrata del ponte sul fiume dove c’era un incrocio fortunatamente sgombero di pedoni ed esplodemmo con un sobbalzo appena all’intersezione in cui la strada, passato il ponte, ricomincia a scendere verso rue du temple.

Arrivammo davanti all’edificio sacro con una sterzata che ci schiacciò tutti addosso al fianco sinistro del mezzo.

Tutti gridavano per lo spavento, Michel no!

Stava incastrato tra un robusto signore, che cercava senza successo di farsi largo a spintoni per aumentare lo spazio tra lui e gli altri e una ragazza dallo sguardo incredulo, con il volto sorridente.

Sembrava di essere su uno di quei diabolici macchinari del luna-park, in cui i passeggeri si lasciavano sobbalzare a destra e a sinistra. E per lo più gratis.

Un attimo dopo c'involammo su rue St. Jacques e proprio quando cominciavo a divertirmi eravamo già arrivati a destinazione.

"Gare centrale!", urlò l’autista più pazzo che mi capitò di incontrare.

Scesi con Michel al mio fianco, guardai l’ora e rimasi immobile davanti al capolinea del bus, aspettando che lo spazio attorno a noi due mi permettesse un qualche ragionamento sensato.

"Ci vuole un drink! Abbiamo solo venti minuti di ritardo", esclamai.

Il bar della stazione faceva proprio al caso nostro! Era un locale in cui la gente entrava per bere velocemente una cosa qualsiasi tra una partenza e l’altra. Era frequentato da anonimi viaggiatori infreddoliti in cerca di bevande calde, caffè, the oppure dagli habitué della stazione, cioè tutti coloro che vivevano o meglio cercavano di sopravvivere in mezzo a quel via vai: i clochard.

Alcuni di loro si potevano permettere di pagare e quindi ordinavano con sfrontatezza whiskey scozzese e cognac delle migliori marche, altri bevevano birra o vino in cartone. Entrammo nel bar dirigendoci al bancone affollato.

"Due bicchieri di rum, per favore!", gridò Michel alzando la mano per meglio farsi notare.

Le persone che si trovavano davanti si girarono verso di noi con aria di sfida. Eravamo troppo rilassati.

Bevemmo alla goccia e ordinammo il bis. Venticinque minuti di ritardo. Pagai i drink ed uscii dal bar da solo. Mi girai attorno.

Michel si era già incamminato col suo solito passo veloce.

Cercai di chiamarlo ma l’alcool aveva fatto subito effetto, così mi misi a correre per raggiungerlo.

Lui se n’accorse e mi sfidò ad una gara.

"Dai Piffa! A chi arriva per primo al cabaret"

Non mi diede neanche il tempo di prepararmi alla partenza che già era scattato con l’accelerazione di un felino. Cercai in primo tempo di raggiungerlo con l’intenzione, poi, di superarlo in dirittura d'arrivo, ma dopo i primi metri iniziai a barcollare…

Michel si girò in segno di sfida e mi esortò a muovermi.

"Siamo in ritardo. Forza!", esclamò con voce tremula.

Cercai di radunare le ultime forze rimastemi e senza rispondere, per non sprecare inutili energie, ripresi a correre come un pazzo.

Le gambe mi si piegavano per lo sforzo e per le mille risate che mi facevo vedendo come si agitava Michel.

Lui prendeva sempre tutto sul serio!

Sembrava un maratoneta. Si era legato l’impermeabile alla vita e aveva alzato le maniche della camicia per meglio sfruttare il movimento delle braccia. Era veramente buffo.

La gente attorno a noi guardava con curiosità, ma in quel momento non ce ne fregava niente.

Arrivammo al cabaret delle capre ansimanti uno affianco all’altro.

Individuai subito, tra la folla in attesa per entrare, Emile e i suoi amici dell’università.

Ci avvicinammo a loro, che per fortuna erano parecchio avanti alla fila, facendoci spazio tra le persone. Salutai tutti, uno per uno e lo stesso fece Michel.

Emile per l’occasione indossava un vestito nero elegantissimo sotto ad un cappotto in pura lana e aveva appoggiato in testa un cappello a cilindro, un pò retrò ma in ogni caso in tinta con il resto.

Mi veniva già da ridere pensando al momento in cui l’avrebbe visto la ragazza del bordello.

"Quando vai a prendere la prostituta dille che dovrà incontrare un importante uomo della finanza mondiale", dissi sottovoce a Michel.

"Sì, così ci chiede più soldi per la prestazione!", rispose con tono alterato e con un leggero sorriso.

Scoppiammo a ridere tra l’incredulità di chi ci stava vicino.

Gli amici dell’università mi parvero, a primo impatto, tutti abbastanza tranquilli. In realtà mi era capitato già di incontrarne alcuni durante una delle tante uscite ai café del centro città, ma non avevo la minima idea in quale precisa situazione avevo avuto modo di conoscerli.

Emile nel frattempo era arrivato alla biglietteria e mi fece segno di allungargli i quindici franchi per l’entrata al locale.

Prese il ticket per tutti ed entrammo. Percorremmo un lungo e buio corridoio, con alle pareti coloratissimi pannelli che sembravano esser stati dipinti in totale libertà d’ispirazione da artisti differenti in momenti diversi, e giungemmo nella grande sala, illuminata soltanto dalla luce delle candele.

Era affollata di signore dai grandi cappelli fioriti e da uomini avvolti in lunghe sciarpe bianche appoggiate su camicie inamidate.

La luce sembrava avere la sua sorgente nel colore acceso delle larghe gonne delle ricche signore e nei lucidi riflessi dei capelli rossi, impreziositi con striature di tintura nera come dettava l’ultima moda.

Lo spazio attorno a me appariva sfocato e in via di dissolvimento.

Nell’oscurità immensa folgoranti lampi di luce ravvivavano le mie pupille. Un mondo intero era lì, fuori di me, ma tutta quell’uniformità mi offuscava la vista: corpi che svanivano e poi riapparivano, una lenta pulsazione, un continuo fluire, nessuno spazio all’immaginazione, le più piccole gocce all’estremo silenzio.

Michel stavolta si muoveva rapido tra le coppie danzanti in attesa dello spettacolo, fissando ora un grande cappello piumato blu indossato con estrema naturalezza da una ragazza vestita di verde ora la scollatura volgare di una donna dallo sguardo severo.

Questa si era accorta di essere osservata, ma con dispotica indifferenza se ne stava seduta al tavolo, ostentando una maschera priva d'espressione. Mi girava la testa.

Emile e i suoi amici mi avevano letteralmente accerchiato, facendomi le domande più strane e bizzarre sul mio modo di vivere, a dir loro alla "bohemienne", mentre quel pazzo di Michel continuava ad allungarmi drink uno dopo l’altro, senza tregua.

Sembrava uno scaricatore del mercato, solo che invece di passarmi cassette piene di frutta mi allungava rum e rum e ancora rum.

"Dai Piffa, raccontagli di quella volta che la gendarmerie voleva torturarti nella stanza della suora provetta dentista!", disse Emile, con gli altri che mi si avvicinarono per meglio sentire, curiosi di conoscere la storia.

Era una di quelle favole che raccontavo quando mi trovavo di fronte a serate noiose e a persone silenziose, poco disposte a lasciarsi andare.

Mi succedeva di "spararle" solo in tali occasioni e siccome le inventavo, in quel momento proprio non mi veniva in mente nulla.

Così iniziai ad immaginare,

"Ero in riva al mare con gli amici, quelli di sempre! Arrivò la gendarmerie di corsa…nessuno si mosse. Ci portarono in caserma dove spiegammo l’accaduto, ma ci veniva da ridere in faccia agli agenti. Lucil fu pregato di entrare nella stanza numero 13 per subire le angherie della suora. Poi toccò a me…ma convinsi tutti che non sarebbe stata una buon’idea. Ci lasciarono andare e tornammo sulla spiaggia."

"Perché vi hanno portato in caserma? Che cosa stavate facendo al mare?", disse uno di loro.

Non mi veniva più niente da inventare, allora cercai una conclusione qualsiasi.

"Era già calato il sole e un silenzio assoluto ci fece precipitare in un profondo incubo…"

Gli altri stavano tornando alla carica, ma per fortuna si spensero le luci, si aprì il sipario e tutti in sala diressero lo sguardo nel medesimo punto. L’intera platea fissava incredula il corpo in ombra di una fragile sirena che si trovava, sola, in piedi sul palco, con le gambe aperte.

Vidi Michel correre dal bancone dei drink diretto verso di me. Mi raggiunse, mi aprì con forza la bocca e mi versò per intero un bicchiere del mio preferito.

"Beviiii!", esclamò appena dopo che avevo mandato giù tutto.

Si riaccesero improvvisamente le luci delle candele. Il rum più buono che avessi mai assaggiato!

Uscirono da dietro le quinte le altre ballerine e coprirono per intero lo spazio occupato dal palco. La ragazza uscita per prima si posizionò al centro, gridò a squarciagola una frase in ungherese e partì la musica.

Tatata tatata tatata taratata taratata tatata…

Pampum pampum ratatata ratatata…

Le larghe gonne bianche, indossate su lunghe calze nere, erano utilizzate dalle ballerine per dare movimento allo spettacolo, ora alzandosi mettendo in mostra le gambe ora abbassandosi slanciando in avanti il busto e mostrando il décolleté.

Stridono i violini, restano in sottofondo le voci…

Gli stessi signori dei costosi cappelli e delle lucide giacche, dimenticarono le mogli e si sbavavano addosso, bramando di possedere quei corpi seminudi.

Passarono pochi minuti e già regnava il caos!

Pam…grrr…pam…grrr…pam…grrr…pampampam…

La folla, ormai in balìa dello spettacolo, si muoveva come su un’onda, su e giù lungo la sala proprio come sull’autobus che ci aveva portato alla stazione centrale.

Le gonne vennero sfilate e buttate in mezzo alla folla assatanata, diventando in pochi secondi stracci da portare a casa come ricordo.

Furono slacciate e tolte lentamente le scarpe, infine le calze nere. Alcuni cercarono di salire sul palco, ma vennero fermati dal servizio d’ordine che barricava e proteggeva l’intero corpo di ballo.

L’eccitazione era al massimo. Succedeva di tutto: gli uomini erano chi più chi meno in fibrillazione a causa di tanta bellezza, le signore, indignate, cercavano di trascinare fuori da quell’orgia i mariti.

La musica aumentò di volume e crebbe nel ritmo, fino a diventare assordante. L’orchestra buttò via le tube, gettò per terra i clarinetti, i violoncelli e si trasformò in una banda gitana…un groove ossessivo era ripetuto all’ossesso…

Folie…fleur…pampampam…repete…pampampam…repete…pampampam…

Le chitarre e le fisarmoniche tenevano un ritmo incalzante e lavoravano senza pause per i discordanti assolo dei violini.

Si stava per raggiungere l’apice!

Paramparam…pampampam…paramparam…grà…pampampam…

Le ragazze ungheresi, che per tutto il tempo avevano ballato e si erano dimenate sparse senza un reale ordine, dettato internazionalmente dalle regole del corpo di danza, si allinearono proprio sul bordo del palco.

La solita fanciulla gridò l’urlo di battaglia e le compagne obbedirono, come fanno i soldati all’ordine di un superiore, togliendosi il reggiseno e restando nude dalla vita in su.

Successe l’incredibile! La massa sfondò le barricate, alcuni caddero altri, invece, riuscirono a raggiungere il palco.

La banda perse gli strumenti…i violini volarono in aria…grà, le percussioni sulle teste di qualche malcapitato…pam…pam.

Presi Michel ed Emile, increduli per quello che stava accadendo, e li spinsi in avanti. Decisi di salire anch’io insieme con gli altri.

Michel, ormai completamente ubriaco, fu il primo a reagire al mio invito cominciando a farsi largo tra la folla.

Con un gesto atletico s'involò come un angelo sul palco e cadde a peso morto sull’unica ballerina ancora rimasta.

Tutte le altre erano riuscite bene o male a scappare in tempo ed evitare il peggio.

Quella, invece, nel fuggifuggi era caduta a terra. Sarebbe stata presto assalita se non fosse stato per Michel che, non so quanto per sua decisione o per un caso, la salvò.

Probabilmente fu scambiato per uno della sicurezza, per questo le persone rimasero immobili, indecise sul da farsi.

Salii anch’io sul palco seguito da Emile e insieme aiutammo la ragazza a rialzarsi.

Gli assatanati tornarono alla carica.

Presi subito una sedia, utilizzata per la coreografia dello spettacolo, e cominciai a farla girare sopra la mia testa urlando frasi sconnesse verso quelli.

Sinceramente, Carl, non ricordo bene cosa dissi ma ebbe il suo effetto.

Gli indiavolati si allontanarono e cercammo, con la povera ragazza appoggiata sulle nostre spalle, di raggiungere i camerini, dove si erano barricate le altre compagne.

Emile prese coraggio e si mise tra noi e l’ammasso di gente per creare un varco. Per fortuna l’agonia finì, entrammo negli spazi occupati dalla compagnia lasciandoci dietro il caos.

Le ragazze ci vennero incontro incredule perché nella confusione non si erano accorte di aver perso per strada una di loro.

Stavano già portando fuori i vestiti e gli attrezzi utilizzati per la scena e andar via di corsa per evitare un altro assalto.

Stendemmo la ballerina su una poltrona e visto che le altre si stavano già prendendo cura di lei decidemmo di andarcene.

Un signore alto e ben vestito si accorse di noi e ci bloccò,

"Siete stati molto gentili! Grazie!", e continuò

"Siete invitati al party che si terrà all’hôtel du President per festeggiare l’evento."

Ci guardammo in faccia senza capire bene cosa intendesse festeggiare dopo quello che era successo.

"Va bene! Veniamo volentieri!", diedi risposta per tutti e tre.

"Allora salite sull’autobus con gli altri, che si parte"

"Ancora un autobus?", sussurrai nell’orecchio di Michel.

"Ci siamo scordati dei miei amici", disse Emile.

"Hai ragione, ma non possiamo perderci quest'occasione", risposi.

"E’ vero, Emile", aggiunse Michel.

"Tutti sopra!", urlò l’uomo alto.

Salirono tutti: le ballerine, l’orchestra, l’uomo elegante, la ragazza che avevamo appena salvato.

L’uomo alla guida del mezzo stava per chiudere le portiere, ma Emile si decise.

"Sì, andiamo pure noi"

Beh, almeno la prima parte del piano si stava realizzando, visto che eravamo riusciti ad allontanare Emile dai suoi amici dell’università.

Nessuno di noi s'immaginava cosa sarebbe successo dopo. Stavamo in un autobus insieme con un intero corpo di ballo ungherese!

Da non crederci, Carl.

Salimmo e l’autobus partì, ma stavolta lentamente.

Non sapevo dove potesse essere l’hôtel, ma siccome si chiamava "President", si trovava, pensai, in un posto chic della città.

Nel bus regnava un’atmosfera allegra, tutti ridevano e si congratulavano uno con l’altro per la riuscita dello spettacolo.

Un suonatore di chitarra stringeva a sé una ballerina, un violinista chiacchierava animatamente con il direttore dell’orchestra, Michel passava senza distinzione da un primo fiato ad una percussione fino alla più sensuale tra le danzatrici del famoso corpo di ballo ungherese.

Sembrava di stare ad una festa, tutti si conoscevano, tutti si abbracciavano e si scambiavano baci sulla bocca.

Non ci mettemmo molto ad arrivare al President. Il bus entrò con una sola manovra nell’atrio esterno dell’hôtel e si aprì la porta.

Michel, Emile ed io scendemmo per primi, seguiti dal resto della compagnia, poiché occupavamo i posti immediatamente dietro al sedile dell’autista.

Un gruppo d’estimatori curiosi si avvicinarono a noi, immaginando fossimo, che so, i produttori o i manager della compagnia ed iniziarono a farci i complimenti per lo spettacolo. Michel ed io c'eravamo subito immedesimati nel personaggio: firmavamo autografi, rilasciavamo interviste e ci facevamo fotografare abbracciati ad una delle tante ballerine.

Lui pareva essere un importante uomo d’affari, col suo lungo impermeabile nero ed io uno di quegli scenografi di teatro un po’ stravaganti che si atteggiano con pose effeminate.

L’intera compagnia entrò nell’elegantissima hall dell’hôtel, affollata di persone.

Le ballerine salirono nelle loro stanze per cambiarsi d’abito e rilassarsi dopo tanto "movimento" e noi ci unimmo agli ospiti, i quali si erano spostati nella grande sala, allestita per festeggiare la riuscita dello spettacolo.

"Con chi ho il piacere di parlare?", mi fece uno che mi si avvicinò intimorito, ma intenzionato a conoscermi a tutti i costi.

"Mauriac! E voi?"

"Io…io…beh, sono stato invitato dal titolare del cabaret, anche se… non sono dell’ambiente."

"In effetti, non vi ho mai visto!", risposi con voce femminile per entrare meglio nel personaggio.

"Piacere, Lulu!", intervenne da dietro Michel con tono esageratamente frivolo.

Lo guardai in faccia, aveva cambiato espressione, teneva la bocca chiusa con le labbra all’infuori.

Non ce la feci. Sbottai a ridere. E lui serio,

"Perché ridi, eppure una volta ti faceva impazzire la mia bocca, Mauriac?"

L’uomo davanti a noi rimase impalato, senza dire una parola.

"E lei cos’ha? Andiamo Mauriac si vede che quest’uomo non ha gli stessi nostri gusti."

Mi dovetti allontanare di corsa perché stavo morendo dal ridere e mi diressi verso il buffet offerto dall’hôtel.

Al barman ordinai, per Michel e per me, "due bicchieri di rum, del migliore per favore"

"Dov’è Emile?"

"Non lo so, quando siamo entrati l’ho perso di vista."

"Starà ad importunare qualcuno, come facciamo noi."

"Dai, non scherzare! Lo sai che quello è come un bambino. Non è abituato a queste situazioni ", e aggiunsi, "non vorrei che si fosse cacciato nei guai."

Intanto le persone che si trovavano lì, apposta per conoscere le ballerine, iniziarono ad agitarsi.

In cima alla grande scalinata, che dalle stanze dell’hôtel scendeva fino all'immensa sala in cui eravamo, si affacciò l’uomo alto con il vestito elegante.

La sola vista del personaggio animò gli invitati e costrinse l’intera sala ad un lungo applauso.

"Grazie a tutti per essere qui, stasera!", indugiò un attimo e ripartì l’applauso, "e un ringraziamento particolare per l’accoglienza che voi tutti, abitanti di Caebourg, ci avete fatto", altro applauso, " se sono qui tra voi, in questo stupendo luogo è perché sono orgoglioso di rappresentare il meraviglioso corpo di ballo che avete ammirato questa sera al chevres danceant", applauso e pausa.

"E volutamente parlo di corpo di ballo perché le ragazze, che ora scenderanno fra di voi, sono l’orgoglio della nostra amata nazione: l’Ungheria!", applauso, "ma ora basta perder tempo, perché loro sono qui! Ho l’onore di presentarvi, direttamente da Budapest, le incantevoli e seducenti "libellule", e scattò l’applauso più lungo del mondo!

Il frastuono prodotto dal battito delle mani stava per sfondare i cristalli dei lampadari e i vetri delle finestre.

L’uomo iniziò a scendere la lunga scala, seguito dalle sue ragazze, tutte vestite allo stesso modo, con magliette attillatissime e gonne rosse a mezza coscia. Passò la prima, la seconda e via via tutte le altre. Scese anche la ragazza che avevamo salvato e chi vidi alla fine della sfilata?

Proprio lui, Emile. Completamente sbronzo. Affrontava le scale credendo di essere, anche lui, una bellissima ballerina. Si era tirato su i pantaloni e mostrava le gambe magre e pelose: che spettacolo!

"Noi prima scherzavamo, ma quello fa sul serio! E’ preoccupante, Piffa!"

Arrivò all’ultimo gradino e s’inchinò al pubblico che per fortuna non si era accorto minimamente d’Emile, poiché tutti erano interessati alle ballerine.

"Emile! Sei ubriaco. Dove sei stato?"

"Che dolcezza. Che eleganza."

"Che cosa stai dicendo?"

"La ballerina, no!"

"E noi che ci preoccupavamo di dove fosse andato, Piffa. Quello se ne stava chissà dove a divertirsi con le ungheresi", disse Michel.

"Che avete capito! Il tipo elegante mi ha chiesto di seguirlo nella sua stanza", e poi "non sai i ringraziamenti! Mi ha anche chiesto se desiderassi conoscere qualche ragazza"

"E tu?"

"Gli ho detto che volevo parlare con la ballerina che abbiamo salvato, poi ha iniziato ad offrirmi un drink dopo l’altro"

"Ci hai parlato con lei?"

"No! So soltanto che si chiama Svetlanka. Vi prego aiutatemi a conoscerla"

"Beh, vai da lei visto che ci deve comunque un favore e ci parli"

Michel la faceva facile, ma Emile era una frana con le donne. Presi Michel da una parte e gli sussurrai ad un orecchio,

"Ormai lo scherzo non riusciamo più a realizzarlo, quindi aiutiamolo almeno a conoscere ‘sta benedetta Svetlanka, no?"

Michel fece segno di sì con la testa, appoggiammo Emile su una poltrona ed andai a cercare la ragazza.

Era vicina al buffet, circondata da quattro o cinque signori, la ballerina, e rideva così sguaiatamente da attirare l’attenzione dell’intera sala.

Gli uomini la corteggiavano senza mezzi termini e lei li osservava mentre si proponevano. Poi uno di loro l’abbracciò tentando di portarla lontano dagli altri, mentre un altro la afferrò per un braccio tirandola con forza verso di lui.

Emile si alzò dal divano e rimase in piedi impietrito. Lei si accorse di me, si liberò dalla morsa prepotente dei due e girò lo sguardo nella mia direzione. Era il momento di agire.

"Signorina Svetlanka volevo complimentarmi per lo spettacolo"

Lei si avvicinò e mi rispose con una stretta di mano. Dimenticai subito le pose femminili e l’interpretazione del famoso scenografo effeminato! Presi la sua mano, dolcemente ma con decisione, e la baciai. Si fece il vuoto attorno a noi.

"Si sente meglio?"

Non parlava la mia lingua, ma solo un po’ di francese e così mi rispose, "Veux-tu, ce nuit, baiser?"

Ci avvicinammo ad un tavolino e ci sedemmo insieme. Svetlanka mi guardava dritto negli occhi, con un gomito appoggiato sul tavolo e la mano sulla spalla. Vestito rosso, maniche lunghe, colletto bianco, enorme cappello variopinto, grandi labbra rosso fuoco, capelli neri. Aspettava una risposta, ma mi precedette per non darmi scampo.

"Dans la chambre numéro 11 entre dix minutes!", mi bisbigliò nell’orecchio e si allontanò con la stessa sicurezza con cui se era seduta di fronte a me.

Che disastro! Non sapevo cosa fare. La ballerina non era niente male, ma Emile? Raggiunsi i miei amici ed Emile, che sembrava si fosse ripreso dalla sbornia, mi chiese

"Allora, che ti ha detto?"

Rimasi per un attimo in silenzio e così diedi una risposta senza pensarci troppo.

"Ti aspetta nella stanza numero undici fra dieci minuti"

Michel, che fra tutti era quello che mi conosceva meglio, aveva già capito. Era dotato dello stesso istinto che ha una madre con i suoi figli, solo che stavolta non rideva e neanche era turbato.

"Mi ci vuole qualcosa da bere"

Emile era fuori di sé, senza rendersi ancora conto di quello che sarebbe successo. Si allontanò in direzione del buffet e mi lasciò solo con Michel.

"E se quella non ci sta?"

"Ma chi la ballerina? Lei non vede l’ora di portarsi qualcuno a letto. Non hai notato come si comportava in mezzo a quegli uomini! Stava per sceglierne uno come si fa con un cofanetto di cioccolatini tutti uguali."

"Allora perché ha scelto te?"

"Per ringraziarmi, no! Siccome anche Emile l’ha salvata, è lo stesso se ringrazia lui al posto mio"

"Sì, forse. Basta che si comporta bene. Non ne deve aver viste molte di donne"

"Dai, andiamo a berci qualcosa con Emile."

Arrivammo al buffet, ma quello se n'era già andato. Voleva essere puntuale al suo primo appuntamento. Bevemmo il solito ed uscimmo all’aperto, in uno dei due balconi che si affacciavano dalla sala, rivolti verso la strada.

Eravamo nella zona settentrionale della città, era splendido! Dalla sala arrivavano alle nostre orecchie le parole di una vecchia canzone, che faceva, all’incirca, così:

 

A Caebourg eravamo in un piccolo caffè

Si potevano ascoltare le melodie delle chitarre

Oh, dolcezza, era il Paradiso…

 

Successe l’impossibile! Le dolci sonorità del brano vennero sopraffatte dalle urla disperate di una donna. Guardai dritto in faccia Michel e non ci fu bisogno di parlare, perché intuimmo subito di chi potessero essere quegli strilli.



Rientrammo immediatamente nella sala che si era del tutto svuotata.

Gli invitati, le ballerine, i barman e chissà chi altro si diressero, nel caos totale, verso la stanza da cui provenivano le urla.

"Dai Piffa! Cerchiamo di arrivare prima di loro", mi disse Michel senza far immaginare nella voce la minima esitazione.

C'infilammo carponi tra le gambe impazzite della folla, non ci si capiva più niente, pensavo soltanto "stavolta non ce la faccio, stavolta non ce la faccio".

Raggiunsi l’apice delle scale, senza sapere bene come e cominciai a chiamare.

"Emile! Emile!"

Mi accorsi subito che sarebbe stato inutile sbirciare nelle stanze, perché bastava seguire le traiettorie immaginarie degli sguardi delle altre persone per capire da dove provenissero quelle urla.

Tutti guardavano nella medesima direzione.

Erano gli uomini incontrati al cabaret, con le stesse giacche eleganti, ma senza le solite mogli.

Superai tutti e cosa vidi? Un uomo solo, nudo e sbronzo. Era Emile. Rideva a crepapelle, indicando con l’autorità di un inquisitore coloro che gli stavano davanti e allo stesso tempo balzava come un ossesso sul letto a due piazze, sfruttando il movimento delle molle.

Saltava a piedi uniti e urlava frasi sconnesse. Le persone lo osservavano senza intervenire…Immaginati la scena, Carl.

La ballerina, invece, si era rinchiusa nella toilette della suite e con una voce così stridente da riuscire a coprire le parole esagerate di lui, diceva "C’est fou, c’est fou!", cercando di attirare l’attenzione per essere salvata da quella situazione imbarazzante.

Ero bloccato, non riuscivo a muovermi, stavo lì con gli altri, anch’essi immobili un pò perché curiosi di seguire lo spettacolo e un pò perché, sognando d’essere loro al posto d’Emile, aspettavano un colpo di scena.

E il colpo di scena ci fu!

Emile pareva aver occupato il posto delle ballerine sul palco. Si dimenava con l’agilità di una spogliarellista, di quelle che si esibiscono nei loschi e luridi locali di Rue du fleuve e mostrava senza imbarazzo i genitali sobbalzanti per l’effetto del molleggiamento. Intervenni!

Lo raggiunsi e lo presi sulle mie spalle, portandolo fuori dalla stanza. Arrivò anche Michel.

"Fate passare! Per favore!", e ancora "fate largo, signori, ha bisogno di aria, deve respirare. Ha perso il senno della ragione, gli capita spesso!", e controvoglia si aprì un varco che ci permise di scendere le scale e di raggiungere l’uscita dell’hôtel.

Appoggiai il mio impermeabile sul corpo nudo di Emile e lo trascinai fuori della hall, poiché lui non aveva alcun'intenzione di lasciare il President.

"Devo a-s-s-o-l-u-t-a-m-e-n-t-e ringraziarlo, ho detto a-s-s-o-l-u-t-a-m-e-n-t-e", scandì Emile facendo riferimento, presumo, all’uomo che ci aveva invitato. Anzi, una volta lasciata dietro di noi l’entrata dell’hôtel ne fui certo. L’uomo alto con il vestito elegante, attorniato dai suoi due guardaspalle, uscì anche lui e prese a correre, visibilmente irritato, verso di noi.

Non c’era tempo da perdere.

Ripresi Emile sulla mia schiena e scappai seguito da Michel il quale, abile come sempre, si piazzò a braccia aperte davanti ai nostri inseguitori e riuscì a bloccarli con una raffica di parole che solo lui poteva riuscire a sputare fuori della bocca, neanche fosse un cantante di scat. Mentre Emile continuava a gridare "eccolo, eccolo! Aspetta voglio salutarlo!", Michel chiuse il discorso con un virtuosismo e ce ne andammo.

Eravamo troppo rilassati per voltarci…

 

 

 




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