L’atelier



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E tu cosa fai? Domandai alla margherita

Che saliva dritta dalla fertile terra

Nutrita dai macabri resti

Di una remota sconfitta

E che così replicò:

Do la forza, sussurrò la margherita,

E il giaciglio alla libellula

Che si presenta frenetica una mattina d’estate

In attesa di una messianica visione

E con estrema delicatezza

Appoggia il candido corpo

E si riposa più che può

Sul suo fiore preferito.

Fin quando non vede lei,

La sua unica ragione di vivere

Di una sola giornata d’esistenza.

Un’intera mattina per corteggiarla

E un pomeriggio per amarla

Quando il calore del sole cede al fresco vento

Che la sera s’incanala tra le strette valli

E teneramente accompagna la donna amata

A depositare il frutto dell’amore

Sulle ferme e paludose acque

Di un martoriato lago.

E con lo stesso candore avvolge nelle sue bianche ali

Il corpo ormai esanime di lei

Per appoggiarlo sul loro unico fiore

Per un ultimo abbraccio d’amore

effimero…



 

Era arrivato il momento di metterci in viaggio…Michel non diede altre soluzioni alla mia scelta di portarlo via da Caebourg.

Il treno delle 12.30 si trovava già sul binario numero uno della Gare Centrale, pronto in perfetto orario a riportarci da dove eravamo partiti, per vivere un’esperienza durata poco più di due mesi.

Senza rimpianti lasciai l’appartamento, sicuro del fatto che tornare in Ticino avrebbe drasticamente allontanato Michel dal pensiero folle che lo ossessionava.

La splendida e pazza gioia della sera prima, purtroppo, non era riuscita a distrarlo dal triste e malinconico desiderio d’amore.

Dopo l’explouat al President accompagnammo a casa Emile, non più in grado di badare a se stesso.

Percorremmo a piedi tutto il tratto di strada che dall’hôtel passa per il centro di Caebourg e che ci portò fin sotto all’appartamento di Emile: più di cinque chilometri.

L’eccitazione per l’evolversi della serata ci fece dimenticare la stanchezza e il dolore alle gambe.

Appoggiammo Emile sul letto, coprimmo il corpo nudo con una coperta di lana e ce ne tornammo a casa. E’ necessaria una grande complicità per non far terminare una nottata come quella.

Michel ed io restammo seduti sul pavimento della stanza da letto, uno di fronte all’altro, a parlare e ad esprimere liberamente le nostre idee, i pensieri più reconditi, le speranze, le passioni, i sentimenti…con vera sincerità.

La notte fu quieta e sognante per entrambi…

…ma così non fu la mattina, che esordì fredda e ventosa più del solito.

"Piffa! Piffa! Sei sveglio?", e ancora "Piffa! Ci sei?"

"Sì, Michel", risposi con voce roca.

"Devo chiederti scusa, amico mio", passarono alcuni istanti.

Restai in silenzio aspettando il seguito.

"Ricordi al museo, quando ti parlavo di Françoise e me?"

"Sì, certamente"

"Non ti ho detto la verità. Ti ho mentito. Non è vero che ci siamo baciati e che abbiamo fatto l’amore insieme!"

"Aspetta un attimo! E Françoise allora chi è?"

"Tutto il resto è vero; è vero che ci siamo conosciuti al café des courses e che ci siamo frequentati…fino al giorno dell’appuntamento davanti alla Cathédrale."

"Continua, Michel."

"Decisi di incontrarla per rivelarle il mio amore. Giunsi per primo, con un’ora d’anticipo. Il resto lo sai. Venne e non persi tempo a chiederle se volesse essere la mia donna. Mi avvicinai a lei per baciarla…"

"E lei ha rifiutato!", conclusi io.

"E se n’è andata, dicendo di non farmi più vedere, perché avevo tradito la nostra amicizia. Capisci! Ti ho mentito, ti ho mentito…e non ho avuto il coraggio di dirtelo perché ho creduto veramente dentro di me di aver fatto l’amore con lei…l’ho immaginato sulla riva del fiume, su di un’erba alta e morbida, tra fiori coloratissimi che rendevano il suo corpo naturalmente profumato...ho creduto, ho sognato e ipotizzato una relazione impossibile."

Non piangeva, Michel, ma sarebbe stato meglio, perché aveva uno sguardo irreale e lontano miglia e miglia da quello spensierato e sereno del giorno prima.

Così non pensai! Mi alzai dal letto, mi guardai in giro per capire quante cose ci fossero da portar via ed esclamai con un tono di voce che non ammetteva risposte negative.

"Torniamo da dove siamo venuti!", e per non rendere la decisione troppo dispotica, aggiunsi,

"Due settimane a casa per respirare un po’ d’aria fresca e poi torniamo a Caebourg, va bene?"

Michel fece segno di sì con la testa ed iniziai disordinatamente a riempire le valigie con gli oggetti che ritenevo utili per il viaggio e per l’eventuale alloggio in Ticino.

Nel frattempo che Michel faceva lo stesso con le sue cose, scesi dall’affittacamere, ancora in pigiama, e la avvertii del nostro momentaneo ritorno a casa.

Aggiunsi una mancia per evitare che ci sbattesse fuori, una volta tornati in città, e rientrai nell’appartamento per prendere Michel e buttarlo fuori una volta per tutte da quella situazione.

Infilai il cappotto, appoggiai il cappello sulla testa, presi le valigie in mano ed incastrai i quadri sotto l’ascella.

Alcune tele me le ero portate dal Ticino con l’intento di venderle nei momenti difficili, altre le avevo soltanto abbozzate durante il soggiorno a Caebourg.

Le presi tutte con l’intenzione di venderle al tipo sulla Grand Rue.

Non me ne fregava niente.

"Le porto via, se quello non le vuole le butto nella spazzatura", dissi tra me e me.

Come sempre percorremmo il tratto di strada che unisce rue des libraires e la Grand Rue a piedi, mestamente come mai c’era capitato di fare prima.

Raggiungemmo lo stesso la galleria e con disprezzo abbandonammo lì i pastelli per meno di duecento franchi.

Dodici e trenta. Partiamo.

Il treno sbuffò con rabbia, inserì la marcia ed iniziò ad uscire dalla stazione, senza voltarsi indietro.

Lentamente, ma desideroso di raggiungere il prima possibile il binario unico, che lo avrebbe portato dritto a destinazione, lasciò dietro di se la banchina del primo binario.

Il motore incazzato della locomotiva fu come un pugno al cuore per entrambi. Cercai lo stesso di cogliere l’ebbrezza di un temporale, ma rimasi solo!

Volevo spronarlo a reagire, volevo gioire nel toccarlo, nel sospingerlo, nell’ascoltare le frasi senza senso, nell’annusare il suo odore, anche se sgradevole…

Stavolta rimasi deluso dallo sguardo lontanissimo di Michel.

La periferia nord di Caebourg mostrava la geometrica irregolarità del suo tessuto viario, il grigiore dei palazzi e le interminabili sfilze di gru, distruttrici degli antichi e suggestivi equilibri, pronte ad abbattere la storia dei decadenti teatri comunali, delle osterie, dei mercati rionali.

Me ne stavo con gli occhi fissi al finestrino ad osservare i treni che incrociavamo, diretti alla stazione centrale…

…proprio quelli che me lo stavano portando via.

Lui sedeva accanto a me, ma se ne stava da solo come quando lasci l’amore.

Non c’era alcun sorriso penetrabile da ricambiare, quel suo sguardo dell’ultimo minuto, che dovrebbe dire tante cose, ma che è solo una maschera contorta da un vacuo sorriso misterioso, nascosto…

Il treno attraversò le rare e umide campagne svizzere, scavalcò sbuffante le buie vette alpine e alla fine ce la fece…arrivò a destinazione.

E’ giusto, secondo te Carl, rovinarsi la vita per una scelta sbagliata? Costringere se stessi ad abbandonare le certezze che ci siamo costruiti pian piano durante la vita?

Eravamo tornati alle nostre vere origini, per usare una frase cara ad Emile. Già, neanche feci in tempo a salutarlo, Emile. Chissà cosa avrà pensato del suo guru!

Al posto nostro lui sarebbe sceso dal treno, avrebbe attraversato la strada, che separa la stazione ferroviaria dal parapetto affacciato sul maestoso panorama, per godere a pieni polmoni dell’odore forte, muschioso, carico di una sensazionale vigoria, che può appartenere soltanto a questa terra. Alla mia terra…

Venne buio e proposi a Michel di passare la notte nella locanda di Gustav.

Scendemmo a piedi i gradini che dall’alto della stazione portano fino al lungolago, passando affianco alla teleferica.

Che ricordi qui!

"Ti ricordi, Michel, quando rubammo nella pasticceria della signora Giulia e scappammo su per le scale per andarci a mangiare i dolci nella sagrestia del duomo?", mi sembrava di rivivere la situazione e di ricordare quel periodo spensierato, con gioia.

"E quante volte avremmo tirato le castagne raccolte dagli alberi alla gente che passava qui, nascosti tra le piante e quante volte siamo fuggiti senza farci vedere e quante volte ci hanno rincorso fin giù all’imbarcadero…"

Respiri, sorrisi, lacrime, malinconia…

"Spogliati!", dissi una volta proprio qui, mentre mi avvicinavo a lei ventre nudo, cosce calde, pose erotiche contorte. Speravo di non incontrarla più, quindi che aspettare? E l’accademia, forse quel sedici giugno millenovecento…non fu soltanto un sogno. A mezzogiorno in punto, con gli occhi sbarrati e la gola ferma all’incrocio tra la stazione dei treni e il capolinea del bus. Non camminavo, aspettavo. Lei non arrivò subito, ma non me ne meravigliai. Risveglio, in pochi secondi.

"Non sto più con Veronica", le dissi mentendo, poi precisai,

"E’ cambiato, tutto risolto", la sua reazione fu di stupore. Non mi baciò, fece segno di avvicinarmi e cominciò ad accarezzarmi dolcemente, senza dir nulla.

Fu proprio in quel preciso istante che pensai "l’uomo più felice del mondo? Quello sono io", lei era lì. Candidamente, col tono fanciullesco che la distingueva da tutte le altre, mi disse "prendiamo tempo!", risposi "pas de problem" e seguirono le esagerazioni post-vacanza al mare, Nepal sulle dune bianche, Thailandia per uomini?

"Locanda Gustav ed Angela, eccola là, sempre la stessa", esclamò Michel sorridendo, finalmente.

Aprii la porta, entrai nell’atrio seguito da lui ed appoggiai le valigie a terra. Non ci fu bisogno di dir nulla. Conoscevo il padrone perché mio padre in Ticino era rispettato e amato da tutti. E ancor più Michel che qui veniva mandato spesso a lavorare, l’estate, dalla famiglia al termine dell’anno scolastico.

Gustav era un tipo burbero, ma di solito cordiale con noi, un pò per rispetto alla famiglia e un pò per abitudine nel vederci spesso da lui a bere grappa.

Il tipo chiamò la moglie con un urlo che risuonò per tutta la locanda. La moglie sopraggiunse di corsa dal sottoscala e ci diede un’occhiata che non dimenticherò mai.

Con voce schifata disse,

"Mi dispiace, ma siamo al completo", senza darci neanche la possibilità di controbattere. Michel ci provò lo stesso,

"Signora, vi ricordate? Lui è il Piffa e io sono il figlio di Fausto, il medico!"

Ma lei non lo fece finire, "Sì, sì lo vedo. Mi dispiace ma non ci sono stanze libere. Arrivederci!", e ci aprì la porta per sbatterci fuori.

"Da non crederci! Buttati fuori da casa nostra", esclamai mentre raccoglievo le valigie.

"Questa non è più la nostra dimora, Piffa!"

"Perché?"

"Ancora non l’hai capito? Hai visto la faccia della moglie? Ci guardava come se fossimo delle belve esotiche", e non si fermò, "la verità è che non ci vogliono, perché noi non siamo più come loro."

"Adesso chiamo mio padre e vedrai se non ci trova una stanza libera alla locanda"

"Dai, lascia stare. E’ meglio che per questa notte dormiamo al parco e domani mattina ce ne torniamo a casa nostra."

"Va bene, Michel. Come vuoi", risposi perplesso.

Non ci stavo capendo niente, Carl. Che cosa avevamo fatto di male per essere buttati fuori in questo modo? Non ci hanno dato neanche la possibilità di chiarirci.

Era assurdo per il mio modo di vedere, ma non per quello di Michel. Scendemmo fino al lungolago, passammo davanti alla sfilza di banche e gioiellerie chiuse, ma ancora con le vetrine ben illuminate, non si sa mai magari la notte ci passa qualcuno, vede un orologio e domani mattina viene a comprarselo. Ci trovammo una nicchia per passare la notte al parco. Faceva freddo, così ci stringemmo l’un l’altro per produrre calore con i nostri corpi. Michel si addormentò subito, io, invece, restai sveglio fino all’indomani. Capii tutto quando la mattina dopo andai al bar più vicino per comprare la colazione.

"Caffè Rinnovamento" fu la scritta che non potei non notare alta sulla mia testa e su quella dei passanti, frettolosi più che mai.

Tutti erano rigidamente allineati e si muovevano ben composti dentro i loro eleganti abiti scuri. Entrai nel locale e subito mi venne di tirare fuori la macchina fotografica per immortalarli da un angolo nascosto, che mi pareva perfetto a mostrare quell’incessante flusso di gambe, di corpi rigidi ed impalati.

Un bel pastello su carta.

In quel momento capii. Stavo per spingere il pulsante di scatto della vecchia reflex meccanica, regalatami da mio padre per il diciottesimo compleanno, quando mi si avvicinò un ragazzo, raffinatissimo nel suo bel vestito nero, il quale imitò, con il dito rivolto verso di me, il segno dello scatto fotografico.

Mi scrutò con lo stesso disprezzo della locandiera, si mise a ridere e se n’andò, presumo insieme ai colleghi di lavoro, dato che sulla cravatta bianca di tutti vi era ricamata la scritta "New Bank…"

Tornai di corsa da Michel e dimenticai di prendere la colazione. Ero fuori di me, non potevo accettare che per colpa di basette disordinate, cappelli eccentrici e abiti stropicciati eravamo considerati estranei dai nostri stessi concittadini.

Mi sforzai di far vedere a Michel che non me ne importava niente. Non ci riuscii.

"’Sti maledetti figli di puttana!", sbraitai rivolto a lui e alle persone che, passando davanti a noi, ci guardavano con bizzarra curiosità.

"L’hai capito, finalmente", gridò.

"Non ci posso credere! Stavo al bar qui di fronte…", Michel mi bloccò e fece segno di seguirlo. All’improvviso si mise a correre e raggiunse un tipo distinto e ben vestito, che se ne stava nascosto dietro ad un albero.

Il signore non fece in tempo ad allontanarsi e Michel lo freddò così.

"Ciao! Come te la passi? Quanto tempo che non ci si vede, vecchio mio!"

L’uomo cercò di reagire, ma non gli diedi scampo e lo bloccai, intervenendo io ad alta voce,

"E tua moglie ancora se la fa con il panettiere?"

"Dai non prendertela, tu passi tutta la giornata al canvetto e poi ti stupisci se tua moglie va a letto con il PANETTIERE!", ribadì Michel scandendo perfettamente l’ultima parola.

L’uomo divenne rosso dalla vergogna, mentre con la coda dell’occhio si rese conto della folla, che si era formata nelle immediate vicinanze.

Sfogammo, infine, la nostra rabbia voltandogli le spalle, benché sono sicuro che Michel avesse la stessa mia voglia di allungargli un pugno in faccia.

Era il momento giusto per ritornare dai rispettivi genitori. Raccogliemmo le valigie e ci abbracciammo a lungo, quasi non dovessimo più incontrarci...

 

Quando la domestica aprì la porta di casa capii che mi ero sbagliato anche sul fatto che pensavo di essere un membro effettivo della mia famiglia. Lei, senza dubbio, provò un certo imbarazzo nel guardarmi così vestito. Vedendomi arrivare con il cappotto nero, ormai effettivamente sudicio, i miei capelli arruffati e i larghi pantaloni stropicciati, indossati senza cinta, mi chiese perché fossi rimasto assente così tanto tempo, mio padre, e senza aspettare risposta se ne andò. Si era comportato in quel modo per provocarmi, Carl!



Non c’è cosa più crudele di non aver la possibilità di rispondere ad una domanda così banale come quella, ma essenziale quando rientri a casa tua dopo un lungo soggiorno fuori.

Mai madre era affaccendata nelle sue usuali mansioni domestiche e mi rivolse la parola con un tono di superficiale condiscendenza.

"Ti ho preparato il bagno. Ne avrai bisogno dopo un lungo viaggio", esordì, con in mano un telo bianco e un sapone di Marsiglia.

"Ciao, mà!", risposi.

"Dove l’hai trovato quel cappotto? E quel cappello? Che orrore! Vai a lavarti; tuo padre vuole parlare con te"

Almeno lei si era ricordata del mio sapone preferito, pensai.

La casa era rimasta sempre la stessa con il suo caratteristico tetto spiovente, appoggiato sopra ad un corpo rifinito e ricamato da mille e mille fiorellini, nonostante il freddo, allineati ordinatamente sui balconi di legno scuro. Neanche la disposizione interna dei mobili era stata modificata, tanto i miei genitori tenessero alla reminiscenza delle tradizioni familiari. Avevamo ancora lo scrittoio del nonno morto dieci anni fa, la macchina per cucire ereditata da una lontana zia tedesca, le spalliere dei letti, regalo di chissà quale matrimonio.

La mia stanza occupava l’intera mansarda ed era collegata al piano sottostante tramite una scala a chiocciola di ferro. Era il mio rifugio dalla realtà, il posto nel quale mi chiudevo da bambino e dove costruii pian piano la mia indole, sensibile alla nostalgia e propensa alla fantasticheria malinconica.

Sognavo, Carl, cercando di allontanarmi dall’esatta sembianza di ciò che appariva attorno a me, soffrivo e gioivo…

Notai un cambiamento. Le tapparelle. Erano tutte chiuse. E meditai. Sembravano voler preservare la casa da tutto ciò che potesse distruggere la sua unicità, l'ossessione di riservatezza.

E quelle tapparelle rimasero chiuse per tutto il tempo in cui alloggiai lì. Mi lavai, portai i panni sporchi alla domestica e scesi nella sala da pranzo dove mio padre e mia madre mi aspettavano seduti a tavola.

Il pasto era servito nei piatti. Mi accomodai sull’unica sedia rimasta vuota. Sì, perché oltre ai miei genitori c’erano anche un vecchio amico di famiglia e la sorella di mio padre.

Il corpo dei giudici al completo.

Salutai con un "buongiorno a tutti" generale e augurai un "buon appetito" per non esordire a tavola in silenzio.

Gli invitati risposero all’unisono e iniziarono a mangiare. Il primo ad incominciare fu l’amico di mio padre, un barbuto e distinto signore che era solito presentarsi a casa nostra, insieme alla moglie e ai suoi due figli, durante le ricorrenze più importanti, che so, Natale, Pasqua e feste nazionali.

"Allora, come ti sei trovato a Caebourg?"

"Meravigliosamente, signore! Un posto fantastico, le consiglio un giorno di portarci la sua famiglia per una vacanza", risposi.

"Da giovane ci sono stato pure io, sai! Bei tempi quelli! Ero partito per frequentare l’università. A Caebourg c’è una delle facoltà di economia tra le più quotate d’Europa."

"Davvero?", ribattei ironico.

"Ora sei tornato per ristabilirti qui, vero?", s'intromise mia zia.

"Non ho ancora deciso, sinceramente sono venuto soltanto per aiutare un amico"

"Ma chi quel Michel là?", disse mio padre con tono serio.

"Sì, ha avuto una delusione d’amore e ho deciso di riportarlo in Ticino per farlo riprendere", risposi in tutta sincerità.

"Quindi vuoi tornare in città?", esclamò mia madre preoccupata.

"Potrei fermarmi un mese e ripartire, visto che sono andato a Caebourg con uno scopo ben preciso!"

"E quale sarebbe?", chiese mio padre.

"Lo sai benissimo, pà! Sono andato via per trovare un posto dove liberare la mia ispirazione pittorica", ribattei senza mezzi termini.

"Beh, però il ragazzo ha le idee precise", disse l’amico di famiglia rivolto verso mio padre, facendomi capire che i due si erano messi d’accordo in anticipo per affrontare la situazione.

"Aaah…aaah…ma quale ispirazione pittorica, non farmi ridere. Allora dimmi quanti franchi hai portato a casa con la vendita dei tuoi presunti quadri"

"Dai, non devi essere così duro con lui. La pittura oggigiorno è un ottimo business", e ancora "hai un contratto con qualche galleria o museo, per caso?", disse l’amico di mio padre con voce altera.

"Ancora no, purtroppo! Sono riuscito a vendere qualche tela ad una galleria del centrocittà. Se riesco a dipingere molto questi giorni, una volta tornato a Caebourg potrei esporli in un mercato delle pulci."

Le mie parole provocarono il silenzio dell’intera sala. La zia mangiava freneticamente, i miei genitori sprofondarono il volto nel piatto, il loro amico volse gli occhi al soffitto, fissando in realtà un punto non ben distinto. Fu lui, da buon mediatore, a spezzare la quiete.

"Vedi, caro ragazzo, è molto importante programmare il proprio futuro su delle basi solide! Mi dispiace dirtelo, ma do ragione a tuo padre quando si preoccupa per l'avvenire nella società del proprio figlio", esclamò toccandosi con le dita la lunga e curata barba.

"Hai ragione, per trasferirsi in una città così lontana e diversa dalla realtà ticinese bisogna partire con dei contatti sicuri, almeno per quanto riguarda il lavoro", aggiunse mia zia rivolta a questo. Poi diresse lo sguardo a me, dopo aver dato una fugace occhiata a mio padre, quasi con lo scopo di far capire al capofamiglia le proprie buone intenzioni e, certa di aver raggiunto un ruolo preponderante nella vicenda della mia vita, si azzardò a dire,

"Cosa ti aspetti dal futuro?"

Questa domanda me l’aspettavo, sperando la pronunciasse mio padre, giacché spettava a lui la parte del padre, professore, padrone.

Risposi con estremo sarcasmo.

"Io niente e tu, zia, cosa ti aspetti dal futuro?"

"Cosa vuoi, io ho passato l’età della formazione! Mi sono diplomata e per amore di mio marito ho donato tutta me stessa alla cura della famiglia. Non me ne pento, sai?", concluse sconfitta dalla mia dura reazione.

"La zia voleva ricordarti che sei giovane e dovresti trovare un lavoro stabile per un futuro garantito", disse mia madre per dare valore alle precedenti parole.

"Voi non volete capire. Io non voglio lavorare, magari in banca, per ritrovarmi fra trent’anni, deluso della mia vita e ostaggio di un’esistenza che, a causa dell’abitudine e della stabilità economica, non mi permetterebbe più di trovare una via d’uscita alla monotonia. Io voglio dipingere! Perché questo è il modo di esprimermi e di comunicare con gli altri! E’ con il pennello che voglio realizzare i miei sogni."

A questo punto mio padre scattò sulla sedia, dimenticando gli sforzi diplomatici fatti per attutire le sue rigide regole con l’invito dei due moderatori e urlò.

"Fuori tutti, lasciatemi solo con mio figlio!"

Gli invitati si alzarono senza esitazioni e tolsero il disturbo, seguiti dalle parole accomodanti di mia madre, "qualcuno vuole un digestivo?"

Seguì un lungo silenzio fatto di sguardi bassi, dita agitate e ragionamenti su come attaccare l’altro. Ci pensò mio padre a violentare la tregua con un monologo, che all’incirca faceva così:

"Quante aspettative ci siamo fatti per il nostro unico figlio. E pensare che avevo pronto per te un futuro sicuro in Ticino. Con le mie conoscenze avrei potuto trovarti un lavoro all’Accademia di Belle Arti. Tu invece che cosa fai? Te ne vai a Caebourg a fare la bella vita, con quel deficiente di Michel e le tue stupide idee di modernità. Fossi partito con l’intenzione di frequentare l’università o con una prospettiva seria di trovare lavoro a Caebourg, avrei anche accettato un tuo momentaneo trasferimento in città.

Invece ti presenti qui vestito di stracci quasi fossi un mendicante. Dove hai lasciato l’educazione che tua madre ed io ti abbiamo dato, cercando di indirizzarti verso una strada ben precisa? A cosa è servito mandarti al collegio? Lo sai chi mi ha telefonato questa mattina, prima che tu arrivassi? Gustav, il padrone della locanda. Era sconvolto. Mi ha detto che ti sei presentato con Michel per chiedere una stanza e si è vergognato a farti entrare. Dio mio che disonore! Mio figlio, appartenente ad una famiglia rispettata ed onorata da tutti in Ticino, che si mostra come un barbone forestiero.

Non t'importa cosa dice la gente? Non t'interessa sapere quanto soffre tua madre di questa condotta?"

Non lo potevo accettare. Persino la mamma era riuscito a metterci dentro. Così decisi di non rispondere alle assurde accuse di mio padre e, comportandomi proprio come lui sperava che facessi, uscii dalla sala da pranzo a testa bassa, in silenzio.

Non fu una sconfitta, né una ritirata. Era il mio modo di reagire alle sue barbare imposizioni.

Per educazione mi affacciai alla porta della cucina e salutai tutti gli invitati, uno per uno. Diedi un ultimo sguardo a mia madre e fuggii in mansarda, dove restai rinchiuso ad espiare le colpe.

Seguirono lunghissime giornate passate alla finestra, nonostante la pioggia offuscasse la mia vista. Sentivo dentro di me che stava per finire il periodo dei café letterari, delle risate fragorose, degli impulsi esagerati, delle corse con Michel, della febbre del colore, delle prostitute di rue du fleuve, dei cabaret, dei bus impazziti, dei drink alla stazione, delle donne ingioiellate, dei mariti arrapati e delle mogli gelose.

Dal giorno del giudizio le parole di mio padre entrarono a far parte della mia vita, senza che io potessi decidere altrimenti.

Almeno fin quando stabilii di trovare una soluzione a quella stasi. E’ così che decisi di costruirmi un alphorn.

Avevo circa undici anni quando iniziai ad immaginare come si potesse creare un alphorn. Lo ascoltai per la prima volta in montagna e me ne innamorai subito.

Il suo suono morbido e allo stesso tempo robusto, proveniente dalla montagna che avevo di fronte, colpì in pieno il mio cuore.

Scese giù in picchiata, fece risuonare l’intera vallata sotto i miei piedi e mi raggiunse sul versante opposto una domenica, passata con la famiglia nella baita del nonno.

Supplicai mio padre di comprarmene uno, ma lui si fece una grossa risata e mi disse, lo ricordo benissimo, "e come lo suoni un corno lungo quattro metri? Sei ancora troppo piccolo"

Fui costretto a documentarmi da solo con l’aiuto di qualche libro sulle tradizioni svizzere, tenuto gelosamente da mia madre nella libreria del salone e con continue e minuziose domande alla maestra, che troppo spesso erano fraintese con un presunto interessamento per gli usi popolari della mia nazione. Non ne ricavai niente.

Dovetti desistere. Decisi di immagazzinare le notizie apprese in un angolo della memoria, con la prospettiva di riutilizzarle un giorno, in cui avrei avuto la possibilità reale di costruirlo. Era arrivato il momento giusto per realizzarlo.

Innanzi tutto bisognava rimediare un lungo tronco d’abete bianco, caratterizzato da una curvatura ad una delle due estremità, provocata dalla naturale crescita lungo i pendii delle montagne.

Di questo n'ero certo!

Poi avevo bisogno degli attrezzi giusti per lavorarlo. Questo significava piallarlo, inciderlo, lisciarlo, incollarlo e, infine, rifinirlo.

Non mi avvilii e pensai a quello che dissi una volta ad Emile sul fatto che per me la pittura è soltanto uno degli accessori. Il primo che mi è capitato fra le mani. Poteva essere benissimo un altro, per esempio l’incisione del legno.

Uscii dalla stanza e scesi in cantina, intenzionato a costruire il mio primo corno delle Alpi.

Ero eccitato, perché il mio sogno si stava per avverare. Da tempo mi ero fissato nella mente di realizzare un sistema che potesse salutare, in segno di grande rispetto, il tramontare del sole.

Mi affascinava poter costruire uno strumento nato per essere suonato all’aperto, in un ambiente naturale, e così poter apprezzare la sua vera melodia, un pò malinconica e magicamente fusa coi suoni prodotti dalle creature alpine.

Mi pareva di essere tornato quello di sempre. Racimolai gli strumenti per lavorare il legno e li appoggiai in giardino. Presi la bicicletta di mio padre con l’intenzione di raggiungere, più in fretta possibile, il fondovalle.

La casa dei miei genitori si trovava in cima ad un pendio, allineata e circondata con perfetta armonia urbanistica alle altre abitazioni.

Neanche un paese, piuttosto un agglomerato di case con panorama sul lago. Mi venne in mente un vecchio amico, un tale Stocker che lavorava, da sempre, in una falegnameria.

Non ci avrei messo più di dieci minuti a raggiungerlo se avessi avuto una bicicletta normale! Invece no, la mia era una di quelle che per frenare non puoi adoperare le mani, devi effettuare un movimento veloce sui pedali con entrambi i piedi. La cosa complicata è che questo scatto, alquanto innaturale, va fatto nel senso opposto all’andatura.

Arrivai a destinazione e mi rallegrai di scendere e parcheggiare la bicicletta davanti all'entrata della falegnameria.

La notizia del mio ritorno in Ticino, per fortuna, non si era sparsa più di tanto. Stocker mi vide entrare e mi venne subito incontro con evidente contentezza.

"Jouet! Già di ritorno?"

"Ciao Stocker! Eccomi qui!"

"Come te la sei passata a Caebourg? Se non ricordo male sei partito insieme a Michel! Anche lui è tornato?"

"Tutto bene, grazie! Sì, anche Michel è rientrato. Adesso sta in casa dai suoi genitori", risposi, finalmente, senza dovermi preoccupare di giustificare le mie scelte.

Stocker era un brav’uomo, uno di quelli che si faceva gli affari suoi e viveva del suo passatempo preferito: la lavorazione del legno.

In realtà eravamo più dei conoscenti che dei veri amici, sia per la differenza d’età, lui aveva circa cinquant’anni, che a causa dei diversi interessi.

Jouet. Erano già passati due giorni dal mio ritorno in Ticino e Stocker fu il primo a chiamarmi così. Una volta tutti mi chiamavano Jouet. Anche i miei genitori. Era il mese di agosto avrò avuto non più di cinque anni giocavo libero nei rari campi coltivati rincorrevo uno dei miei tanti amici d’infanzia tornavo a casa con i pantaloni sporchi di terra e le tasche piene di sassi preziosi.

Andai subito al dunque!

"Senti, sono passato perché ho bisogno di un legno d’abete bianco! Ce l’hai?"

"Ti serve per un alphorn, vero?", rispose, lentamente, come farebbe qualsiasi bravo artigiano, cercando di interpretare la richiesta di un cliente profano del settore, come lo ero io.

"Fammi pensare! Tu vuoi un tronco ricurvo, giusto?", esclamò toccandosi i lunghi e bianchi baffi e, così, continuò

"Quanto lungo?"

"Non so, tre metri e mezzo"

"Sì, mi pare di averlo. Aspetta un attimo!"

Mi sarebbe piaciuto lavorare in una falegnameria, con il suo potente ed unico profumo di legno misto a colla e vernice.

Pensai a come sarebbe stato facile rappresentare la bellezza femminile, incidendo un pezzo di legno, e come si potrebbe ingigantire i seni e rendere reali le valenze sessuali di un corpo. Avrei organizzato delle mostre di sculture lignee e avrei bendato i visitatori, per permettergli di assaporare le opere esposte, con l’odorato ed il tatto del naso.

Stocker tornò appena in tempo…

Aveva in mano il mio futuro corno. Eccolo qua! Un tronco perfettamente dritto con una delle estremità piegate a gomito, quasi la natura avesse deciso, un giorno, di generare una creatura che potesse suonare insieme alle fronde degli alberi e rispondere ai canti degli uccelli.

"Che fortuna, Piffa! Questo pezzo l’avevo scelto io stesso per darlo ad un amico, ma visto che non è mai venuto a prenderselo, lo regalo a te"

"Davvero! Non so come ringraziarti", mi sentivo in debito con lui, ma molto felice. Gli esprimessi la mia gratitudine abbracciandolo con calore. Mi riproposi di uscire una sera con lui e tolsi il disturbo, con il mio tronco d’abete bianco in spalla. Inforcai la bicicletta e mi preparai ad affrontare la salita fino a casa. Fu una passeggiata.

Ero appagato come quando vendetti l’abbraccio alla galleria sulla Grand Rue. Già sentivo riecheggiare il suono del mio corno tra una vallata e l’altra, tra una sponda e l’altra del lago. Mi sembrava di ricevere la risposta al mio richiamo, udendo la risata di Emile, i sospiri di Lelian le Maudit, le parole di Michel…

A proposito, Michel! Dovevo subito avvertirlo della mia decisione di costruire un alphorn. Sapevo cosa mi avrebbe detto, "una delle tue solite follie creative."

Avevo un assoluto bisogno del suo incoraggiamento.

Tornai a casa, appoggiai il tronco in un angolo riparato del giardino e lo coprii con un panno di cotone. Il sole tramontò e salii nella mia stanza senza rendermi conto di essermi addormentato.

L’indomani decisi di andare a cercare il mio migliore amico.

Fu così che ripresi la bicicletta, senza farmi influenzare dagli sguardi fulminei lanciati dai miei genitori verso di me durante la colazione.

Iniziai a pedalare lasciandomi dietro gli odi, le imposizioni, le aspettative, le intimidazioni con un solo pensiero in testa: riabbracciare Michel.

Giunsi in paese, sorpassando sulla mia destra lo stabilimento per la produzione del latte. Diedi un’occhiata dentro all’unica panetteria del paese, casomai incontrassi la moglie del guardone incontrato al parco con Michel e mi fermai in mezzo alla piazza centrale, ancora in sella alla bici, per incrociare qualche conoscente.

Rimasi immobile per alcuni minuti, poi appoggiai il mezzo ad un muro deciso ad entrare al canvetto, quando un ragazzo mi fermò sull’uscio. Era un amico di Michel. Non ricordo il nome.

Portava una giacca rossa all’ultima moda, un paio di pantaloni perfettamente stirati, tenuti su grazie ad una bella cinta di cuoio e scarpe lucide da cento franchi.

Forse, pensai, l’aveva visto. Decisi di fermarmi a parlare con lui, nonostante un certo imbarazzo mi costringesse a non familiarizzare con tutti quelli che mi capitava di riconoscere.

"Hai incontrato per caso Michel da queste parti?", dissi con voce garbata, con lo stesso tono di quando si chiede un’indicazione stradale ad uno sconosciuto.

"Michel? Ma come, siete tornati insieme e non lo sai?"

"Scusa, ma che cosa dovrei sapere?"

"Che Michel è ripartito per Caebourg!"

Dimenticai la voce accomodante e gli urlai dritto nell’orecchio,

"Mi stai prendendo in giro? Non sono dell’umore giusto per sentire queste cazzate. Dove sta Michel?"

"E’ partito, se n'è andato! Come devo dirtelo. Ci siamo visti ieri sera proprio qui, al canvetto. Se ne stava seduto da solo ad un tavolo con gli occhi fissi alla bottiglia."

"Continua, che ti ha detto?"

"Mi sono avvicinato e ha invitato me ed un altro mio amico ad unirci al suo tavolo. Si comportava come se attorno a lui non ci fosse nessuno. Era sicuramente ubriaco. Strano, vero?"

"Non me ne importa niente dei tuoi stupidi commenti, dimmi piuttosto che cosa ti ha detto riguardo alla sua partenza."

"Veramente non ci ho creduto subito. Continuava a tenere discorsi senza senso riguardo ad una ragazza conosciuta laggiù! Ripeteva che sarebbe partito per rivederla e che si sentiva in colpa per averla lasciata da sola in città."

"Magari non se n’è andato. Ci potrebbe aver ripensato."

"No, è partito. Ne sono sicuro. Questa mattina mia madre ha incontrato quella di Michel al mercato e le ha detto che il figlio se n'era andato di nuovo. D’altronde cosa ti puoi aspettare da uno come lui?"

Non ci pensai su due volte, gli diedi una spinta, leggera per la verità, come per allontanare da me quelle parole e ripresi la bicicletta per distanziarmi il più velocemente possibile.

Adesso cosa faccio? Se solo avessi potuto fargli capire che non sarebbe servito a niente tornare da lei, che era inutile convincerla e magari costringerla ad un rapporto di qualsiasi genere, di sesso, d’amore, d’amicizia con lui.

Piangevo perché Michel avrebbe incontrato sulla sua strada solo persone con tanti discorsi, ma poche idee da realizzare in un mondo che ormai era fuori di lui, anche se tutto appariva limpido davanti ai suoi occhi: corpi che apparivano, strade fatte di passi falsi, solitudine. La mattina sarebbe uscito dall’appartamento e non sarebbero più bastati momenti felici, millebaci, inverno dei croissant caldi la notte, ideali della musica corale afro-americana odori pungenti del fiume dall’alto…rottura!

L’Ironia mi aiutò a raggiungere il distacco totale da tutto ciò.

L’Addio!

Baite, boschi, fattorie, mucche felici…nessun pensiero preciso…

Illusioni e sudori…nessun pensiero preciso…

All’ora del crepuscolo forse riuscivo a capire qualcosa, la notte, non si sentiva più alcun rumore…solo con il silenzio. Paura?

Puro martirio tra anima e corpo!

Rimasi in questo stato di trance per almeno cinque giorni.

Soffrivo quando vedevo prevalere le stronzate di questo paese, quando mi accorgevo di tutti i cadaveri ammucchiati uno sull’altro, quando ascoltavo i luridi discorsi dei "saggi" del paese.

Uscivo da casa e mi ritrovavo davanti un’intera vallata, carica di risentimento nei miei confronti.

Jouet è morto.

Mi rinchiudevo nella mansarda, ormai assolutamente separata dal resto della casa e della famiglia, con una sola idea: tornare a Caebourg.

Una mattina mia madre salì le scale a chiocciola e bussò alla mia porta. Stavo dormendo. Mi alzai dal letto e le aprii.

"C’è una lettera per te!", esclamò impietosa.

La presi immediatamente, sicuro fosse un messaggio di Michel.

Mi sbagliai! Sulla busta il nome del mittente apparteneva ad un’altra persona: Emile Ferrand.

La scartai e, non lo dimenticherò mai, c’era scritto:

 

"Caro Piffa,



avrei voluto, con tutto il cuore, spedirti questa lettera per mille altre ragioni e non per questa, perché devo comunicarti una notizia terribile: Michel è morto!

L’ho saputo soltanto ieri sera e ho informato per primo te, che fra tutti sei il suo migliore amico.

E’ un'immensa tragedia che ci tocca tutti e ci fa piombare in un'assoluta tristezza. Mi dispiace dirtelo così, senza poterti stringere forte e consolarti, con sincera sofferenza per un vero amico, come lo è stato Michel.

Preferirei non dare motivazioni sulle cause della morte, ma giacché prima o poi lo verrai a sapere, preferisco essere io a spiegartele.

Si è tolto la vita, sparandosi un colpo di pistola alla testa! Si trovava, a quanto pare, al Café des courses in compagnia di Françoise e, non so per quale maledetta ragione, ha tirato fuori la pistola e ha sparato due proiettili, colpendo prima lei e poi se stesso. Françoise non è morta. Si trova all’ospedale, ma se la caverà! Michel non ce l’ha fatta!

Non è più tra noi, Piffa!

Tu, meglio di me, potrai entrare nel merito di questo folle gesto e sono sicuro, anche se non conosco i motivi che lo hanno spinto ad uccidersi, che sia scaturito da una grande

disperazione.

Vorrei che fossi tu per primo a leggere le parole lasciate da Michel come testamento, così come preferirei che tu fossi l’unico ad entrare nell’appartamento per prendere le sue cose.

Caebourg è morta insieme con lui. Per le strade le persone mi sembrano più tristi del solito, nonostante nell’aria mi pare risuonare ancora la voce di Michel, carica di entusiasmo.

Sono molto triste e ho perso di colpo la voglia di vivere. Un immenso vuoto si è impossessato di me. Mi manchi.

Per ultimo, anche se non è proprio il momento giusto, volevo scusarmi per il comportamento da me tenuto l’ultima sera passata insieme a Caebourg.

Mi dispiace molto di essermi comportato in un modo così irresponsabile e di avervi costretto ad accompagnarmi a casa. Sono stato proprio uno stupido.

Te l’ho voluto dire solo per farti capire quanto quella faccia di Emile non sia per nulla veritiera. Mi scuso con tutto il cuore.

 

A presto



Emile

 




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