L’atelier



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Oceanus iste est, orbis effusi procul



Circumlatrator, iste pontus maximus.

Hic gurges oras ambiens, hic intimi

Salis inrigator, hic parens nostri maris.

Plerosque quippe extrinsecus curvat sinus,

nostrumque in orbem vis profundi inlabitur.

(da "Ora maritima" di Rufus Festus Avienus)

Questo è l’oceano, cane latrante

Intorno al mondo, re dei mari,

Gorgo che avvolge ogni riva,

Rifornitore dei bacini interni,

Padre del nostro mare.

Di là, da fuori, scava i molti seni

E spinge fino al nostro continente

La violenza del suo profondo abisso.

Un’immensità segreta si allarga davanti ai miei occhi…inspiegabile ai più, spinti ad interpretare senza tregua i suoi reconditi misteri, mi appare, come vastità gigantesca ed indistruttibile, sotto forma d’onde.

Con la sua carica di sacralità e sublimazione, è il mare a rendere possibile il trasferimento degli istinti più viscerali del mio corpo verso un valore carico di moralità.

Sono solo, nel punto in cui la luce astrale degrada e forti venti di levante fanno giungere fino a me l’odore acre delle ortensie, delicatamente tinte d'azzurro e di rosa, e lo donano all’unica certezza di quel momento.

Presi due ramoscelli di corallo, trascinati sotto i miei piedi nudi dalla forza delle onde ed iniziai a disegnare sulla sabbia il corpo esanime di Michel, sguardo fisso, occhi chiusi. Il volto era livido, di color verdastro con striature viola e gialle, proiettate dalla luce della candela che tenevo in mano.

Fu così che si presentò ai miei occhi lucidi lo spettro di Michel.

Un foro di proiettile rapì il mio interesse e lo costrinse sulle tempie di lui, quasi volesse ricordarmi quali fossero le ragioni di quel suicidio.

Continuavo a fissare quell’immensa voragine, immaginando un miracolo e concentrando le ultime energie, affinché potessi allontanare dalla coscienza le mie colpe. Mi sarebbe bastata una lunga e spessa pennellata di nero per cancellare l’enorme buco, sporco di sangue, dalla mia testa. Rosso a spruzzi, arancio colato, rosa pallido, bianco…

Immaginai il suo funerale come un lungo e pazzo corteo, affollato da donne nude e volgari prostitute, senza nient'altro indosso che sottili calze colorate di rosso porpora.

Che bello sarebbe stato vedere il corpo di Michel sorretto da danzanti ballerine di cancan e attorniato da maschere carnevalesche, mescolate a variopinti personaggi del circo: un arlecchino, un clown, un giocoliere…

La sua bocca, le labbra, le guance si sarebbero fatte sorridenti al pensiero di passare un’intera nottata in compagnia di questi. Le illusioni invadevano la mia mente come lo scetticismo e l’esultanza ondulavano nel senno di Dantés per l’antico tesoro di Faria.

Avrei voluto concedere a Michel piaceri così goderecci da compensare i momenti più tristi della sua vita!

Invece scorsi alte nel cielo grandi nubi blu e grigie in movimento, cariche di pioggia.

La bara, fredda ed immobile, fu trasferita in tutta fretta dalla camera mortuaria dell’ospedale alla chiesa più vicina.

Le campane di Caebourg rimasero in silenzio, le porte della Cathédrale serrate. Fu così che il prete disse la sua messa! Nessuno ebbe il coraggio di partecipare al funerale di Michel: né Françoise, né i genitori, né i parenti, né gli amici. Vidi soltanto abiti scuri, volti sorridenti coperti da veli neri e accompagnatori frettolosi di ripartire. Sul sacrario sigarette spente e sputi catramosi.

Dopo la Morte scorsi anche il Terrore!

Il sorriso scompare dal volto, subentra una sorda collera, rabbiosa ma nascosta, che ti costringe a tornartene a casa o ancora peggio a non uscire proprio dalla tua stanza.

Pensavo che tutto ciò potesse farmi diventare un’ombra. Impossibilità e solitudine! Il corpo di Michel fu riposizionato sul carro funebre e trasferito in Ticino per essere sotterrato nel cimitero del paese natio.

Così vollero i suoi genitori…

Senza salutare nessuno, mi allontanai dalla chiesa con Emile al mio fianco. Senza scambiare neanche una parola, raggiungemmo l’appartamento, nei pressi di Rue des libraires, con l’intenzione di portar via da lì tutti i suoi ricordi.

Mi tremavano le gambe, lo ricordo bene, e a stento, con l’aiuto di Emile, riuscii a salire i tre piani dello stabile.

Giunsi davanti alla porta, infilai la chiave nella serratura, la girai per due volte.

"No, Emile! Non posso…non posso entrare!"

"Non vuoi controllare se hai dimenticato qualcosa di tuo?"

"No, ti prego! Pensaci tu. Domani, quando sarò già lontano, metti tutte le cose lasciate da Michel in un pacco e spediscile in Ticino a casa dei suoi genitori"

"Come vuoi, Piffa! E il testamento?", furono le ultime parole del povero Emile. Mi accompagnò alla stazione dei treni e lasciai per sempre Caebourg. Appena arrivato a destinazione, promisi, mi sarei messo in contatto con lui e ci saremmo rivisti, un giorno. Per sempre!

L’ovest, i camaleonti e l’odore delle sardine appena pescate…la voce drammatica di un uomo intonò un'antica canzone d’amore, accompagnata dalla melodia di una chitarra scordata…nostalgia di un prezioso passato.

Destinazione: ignota.

Presi una stanza al secondo piano della locanda. L’unica del minuscolo paese. Duecento anime circa, tutte famiglie di pescatori. Sardine!

Antonio mi accolse con il sorriso sulle labbra. Una carica d'infelicità costringeva questa gente ad un sottile e perenne sforzo dei muscoli facciali.

Scelsi un luogo inesistente, a malapena segnalato sulle carte geografiche e bistrattato dal turismo, perché reputato senza interesse.

Pagai cinque mesi anticipati e mi feci dare la chiave della stanza.

"La cena viene servita alle venti in punto. Mia moglie ha preparato zuppa di pesce e sardine marinate. E’ una brava cuoca, se n’accorgerà. Un ottimo pasto per l’uomo del Nord!", esclamò Antonio, il padrone della locanda.

Ci guardammo per un attimo negli occhi.

Ringraziai con una stretta di mano e raggiunsi la mia stanza. Appoggiai senza ordine i bagagli sul letto a due piazze ed aprii la finestra. L’uomo del Nord.

Tirai fuori dalla valigia una tela bianca, arrotolata con uno spago ed iniziai a dipingere. Tetti, con tegole blu. Anziane signore sedute ai lati delle strade e vecchi pescatori incurvati dal duro lavoro. Schiene piegate ed occhi bassi. Un solo pennello per un solo colore. Immaginai uno sfondo in cui intravedevo il mare, lo sentivo piuttosto.

Un’inesauribile massa d’acqua, in continua evoluzione, si prendeva gioco dei venti e si muoveva a loro insaputa, come per gioco o per sfida?

Un’insenatura, perfettamente piatta e priva d’onde, cambiava in un attimo la sua fisionomia per trasformarsi in una voragine frenetica e burrascosa. Tutto in pochi secondi. Buttai a terra il pennello! Poi la tavolozza, con rabbia…

Per la prima volta nella mia vita non sapevo cosa fare. Non riuscivo a trovare la forza per liberare la mia innata ispirazione. Michel, Emile, Caebourg…troppi ricordi…

Ripresi il pennello e stesi il colore con esagerata uniformità, creando la base per il quadro: una distesa piatta, priva di contorni e di movimento fu l’interpretazione che diedi del mare. Gettai a terra la tela e ne presi un’altra, bianca.

Chiusi la finestra e senza pensarci su iniziai a dipingere il mio ultimo atelier, quello lasciato a Caebourg.

Niente da fare!

Sbattei il quadro, appena abbozzato, sul letto ed uscii dalla stanza.

La locanda era un antico e decrepito stabile a due piani, costruito in legno, e utilizzato per l’essiccazione delle sardine, come affermò Antonio, "durante l’epoca d’oro della grande pesca. Tempi remoti, mio caro!" Un legno scuro, pieno di tarli e impregnato dell’odore delle sardine affumicate. Proprio così! Sardine! L’unico mezzo di sussistenza del paese. Solo donne e uomini anziani. Né figli né nipoti. Né nuore né amanti.

L’odore penetrante del pesce era dappertutto: sulla spiaggia, dove il profumo del mare sembrava accompagnare al triste destino le sue figlie predilette, sui tetti delle case ingrassati e resi acri dal continuo essiccamento, ai lati delle strade pregni di un olio saturo di sudore umano e sardina. Salutai Antonio e attraversai l’intero paese, diretto alla spiaggia. Mi trovavo in cima ad una collina a picco sul mare. Una strada tortuosa, costruita con ciottoli e percorribile soltanto a piedi o in groppa ad un asino, si snodava per tre chilometri dal paese al mare.

Lasciai dietro di me i tetti blu, le anziane donne ed iniziai lentamente la discesa, cercando di non lasciarmi sfuggire alcun particolare di ciò che vedevo. Percorsi i primi cinquecento metri.

Decisi di aumentare l’andatura, sempre più veloce, sempre di più.

Fu così che, in un istante, mi ritrovai a correre come un pazzo. Fui preso da una foga esagerata! Le gambe e le braccia erano concentrate a mantenere costante il passo mentre il cuore batteva costante e il respiro cercava di mantenersi lento e profondo.

Un battito…un battito…un battito…

La strada lasciò il paese e si fece ancora più impervia, concentrando tutta se stessa al pendio che puntava dritto all’oceano. Affrontavo le curve con sicurezza. Una dopo l’altra.

Nel punto esatto in cui le continue volte sembravano ammassarsi per formare un corpo compatto, che potesse vincere la forza di gravità, fui costretto a rallentare la mia andatura.

Capre, Carl! Di quelle selvatiche! Bianchissime, come quelle che s’inerpicano sicure sui pendii delle alpi ticinesi.

Cercai di bloccarmi per non spaventarle, spostando tutto il peso del mio corpo all’indietro. Non riuscii nel mio intento.

Quelle, intimorite, iniziarono a salire sui ripidi pendii ai lati della strada. Saranno state più di cinquanta! Montavano una sull’altra per fuggire il prima possibile. Fu il caos! I maschi, dotati di grandi corna ricurve su di un pesante corpo massiccio, presero per primi la via della fuga, montando senza ritegno sulle fragili schiene delle capre più lente. Poi seguirono le femmine con i piccoli al loro fianco.

Ne rimase una sola! Era zoppa. Io, ormai giunto allo stremo delle mie forze, non riuscivo più a bloccarmi, tanto la strada si era fatta ripida e scoscesa.

Giunsi quasi fin dentro al gregge di capre, riuscii a schivarne alcune, calpestai gli zoccoli di un grosso maschio che mi guardò con aria di sfida. La massa riuscì bene o male nella fuga. La capra zoppa, invece, prese a correre in direzione del mare, disperata! Non sapevo cosa fare. Se mi fermavo rischiavo di cadere, se continuavo avrei allontanato la povera capra dal resto del gruppo. Fui costretto a proseguire. Lei davanti e io dietro ad inseguirla. Una corsa folle, un inseguimento al contrario. Io che avrei voluto dirigerla in alto e lei che si sentiva costretta a scendere da una presenza estranea alle spalle.

Finalmente giungemmo alla spiaggia! Stremati! Crollai a terra! Cercai di recuperare il normale respiro ed alzai gli occhi per comprendere…

La capra era lì, davanti a me, e mi guardava fissa negli occhi.

Marroni contro verdi. Immobili.

Mi rialzai lentamente per non spaventarla ancor più e provai ad avvicinarmi, quasi per scusarmi.

Fu lei che prese l’iniziativa. Mi leccò le mani e se n’andò.

Forse fu qualcosa di più di una liberazione.

Aspettai seduto sulla sabbia il tramonto del mare, pensando all’alphorn rimasto incompiuto nella casa dei miei genitori. Mi alzai e salutai il sole con un inchino. Senza una reale speranza di rivederlo domani!

Tornai nella mia stanza, senza neanche andare a curiosare cosa avesse preparato la moglie d’Antonio per la cena.

Mi misi a dipingere. Ripresi in mano l’ultima tela, appena iniziata, e stesi il verde per mescolarlo con l’azzurro. Pensai ad Antonio. Una vita senza emozioni, senza futuro…solo privazioni…e sorrisi…

Un vecchio pittore, rugoso e malato, mi guardava dritto negli occhi. Al mio fianco stavolta una donna. Mi ritrovai nudo, abbracciato alla persona che avevo sempre desiderato amare, ma che ancora non ero riuscito ad incontrare…

Voltai la tela al muro. Avevo un assoluto bisogno di sfogarmi con qualcuno che potesse stare lì ad ascoltare le mie parole, senza farmi domande o darmi consigli. Volevo parlare, così come fece Michel al museo.

Uscii dalla stanza e raggiunsi la sala da pranzo ubicata al piano terra. Le luci erano spente! La locandiera era già andata a dormire. Percepii delle voci provenire dall’atrio, dove Antonio solitamente accoglieva, con una stretta di mano, i rari clienti.

Mi avvicinai per sentire meglio. Una voce femminile.

"Resteremo una settimana o forse più, io e mia figlia!"

"Siete in vacanza?", chiese Antonio.

"Piuttosto alla ricerca di un luogo per liberare la mente!"

"Bene, questo è il posto giusto!", e ancora, "la colazione, domani, sarà servita alle nove in punto. Mia moglie vi cucinerà caffè e pasticcio di sardine. E’ una brava cuoca, ve n’accorgerete! Donne del Nord alla ricerca di…"

 

 

 



6

 

Lasciarono ad Antonio le loro valigie le due donne mentre io me ne stavo fermo, appoggiato al muro, in piedi a curiosare la scena con occhi pieni di pacata attenzione.



La moglie del locandiere fugacemente salutò le nuove arrivate da dietro la porta semichiusa che separa l’atrio dalla sala, una volta utilizzata per l’essiccazione delle aringhe.

Fece un cenno con la mano, sorrise e richiuse delicatamente l’uscio, così come mi ero immaginato avesse fatto tutte le volte che qualche forestiero fosse entrato.

La signora, a prima vista, mi diede un’impressione di donna austera. Altissima e magrissima nei suoi vestiti chiari di pura seta e impreziositi da finissimi merletti bianchi, simili a quelli che indossano le contadine ticinesi nei giorni di festa.

Mi parve s’incuriosì di me la figlia. Mi accorsi della breve occhiata che mi diede e allo stesso tempo della velocità con cui tornò a seguire con vera e propria sudditanza corporale i passi della madre, la quale nel frattempo si era fatta porgere da Antonio le chiavi della stanza e non aveva perso tempo cominciando a muoversi in mia direzione, dato che mi trovavo proprio sulle scale che portavano al piano superiore del vecchio essiccatoio.

Per cortesia mi staccai dal muro per passare dalla parte esterna delle scale, quella affacciata e sospesa sopra l’atrio.

Passò la madre. Accennò un sorriso e mi salutò per prima senza darmi possibilità di anticiparla.

"Buona sera!", disse con un’impostazione particolarmente solenne.

La donna mi scavalcò senza far molto caso alla mia persona e senza darmi la possibilità di rispondere, proseguì senza degnarmi di un solo sguardo.

"Un lungo viaggio vi ha portato fin qui?", fu la domanda che rivolsi alla figlia con l’intenzione di interrogare la madre.

Il corpo di un uomo nudo con affianco la donna amata dipinsi, appena tornato nella mia stanza. Ripresi la tela rimasta appoggiata al muro da quel pomeriggio passato in spiaggia ad ammirare un sole senza speranza alcuna che potrà domani riaffacciarsi a rischiarare la vita delle persone e cominciai da capo.

Pensai intensamente all’esistenza di una fanciulla costretta dal padre a restare tutti i giorni segregata in casa. Me la immaginai bella ed attraente, gonne lunghe fino a sotto le ginocchia e viso pallidissimo privo di trucco.

Un sogno l’avrebbe portata lontana da lì, da quella casa maledetta e l’avrebbe trasferita tra le braccia di un uomo.

Nuda, completamente nuda e protesa verso il possente corpo di lui, uno qualsiasi con il quale fuggire e realizzare una vita insieme. Maternità, educazione di figli, famiglia, senilità, morte.

E’ chiedere troppo?

Sia un desiderio pocanzi espresso esaudito da colui che aspetta…serpe allo specchio rimiro te…esaudito?

Lei la pitturai subito, d’istinto, senza una minima esitazione. Capelli mori lunghi, pelle liscia e sguardo languido di sottomissione verso l’uomo il quale, invece, mi rese difficile la nottata a causa dei continui incubi ad occhi aperti sull’immagine ancora viva e presente di Michel.

Non riuscivo proprio a non pensare a lui. Disegnai il viso, i capelli, il corpo e l’espressione di Michel. Le sue apparenze, sembianze, allusioni lontane…

Ricordo che ne uscii distrutto, ero preoccupato perché volevo che lui non pensasse, com’era solito, "patetico, una delle tue solite paranoie!".

Le due figure occupavano il lato sinistro della tela come in un riquadro. Presi un colore blu intenso e feci attorno al disegno una cornice interna come per dire "questa è fatta, ora preoccupiamoci del resto".

Non mi ci volle molto ad immaginare una donna con in grembo il proprio bambino e ancora meno la stessa, anziana e sola.

Impregnai il pennello d’altro blu e senza soste terminai il quadro in poco meno di due ore.

Seguì un’alba indecifrabile e nascosta da un’insolita foschia proveniente da terre a me familiari.

Aprii la finestra e godetti del profumo della ginestra.

La vita sembrava, in quel preciso istante, prendere una direzione ben delineata verso una relazione intima e costante con le terre prossime al mare.

Qualsiasi mare…massa d’acqua in eterna burrasca per ricordarmi senza esitazioni quali sono le questioni importanti della vita. La pace interiore…golfo calmo e limpido ideale da solcare, penetrare, percorrere, attraversare silenzioso come le creature che ospita.

Sardina! Questo mi viene in mente! Potrei imbarcarmi su qualche peschereccio per capire più a fondo il mio spirito e …sto vagheggiando come al solito, come facevo da bambino.

Sognavo vivamente di fuggire da una situazione sgradevole e di essere accompagnato per mano da un’anziana signora che mi mostrava la realtà.

Ha preso la mia mano e mi ha portato, nella notte buia, davanti ad un uomo che diceva messa dentro una stanza piccola ed angusta e poi davanti al portone di una grande chiesa dalle forme gotiche, dal quale uscivano decine e decine di gattini.

Le chiesi, una notte, "sono gatti, quelli?"

E lei rispose "No".

Richiusi la finestra, senza neanche badare a quello che stava accadendo fuori. Mi fermai un istante, spalancai gli occhi e la riaprii di scatto. Era proprio lei. La figlia della donna del Nord.

Saranno state circa le sei della mattina e lei era seduta sul tetto della casa antistante la locanda. Mi affacciai subito per attirare la sua attenzione. Che bella! Non ho mai incontrato una ragazza più bella di lei.

Guardava fissa verso il mare e rideva. Un sorriso che non dimenticherò mai. A tutta bocca.

Che cosa avresti fatto, Carl? Un saluto, un cenno con la mano?

Chiusi la finestra, coprii la tela con un panno ed uscii dalla stanza senza ricordarmi di chiuderla a chiave.

Scesi le scale in tutta fretta ed andai fuori dalla locanda.

Una casa color ocra con tantissime fotografie appese al muro, sparse ma con un senso logico.

Folletti, omini verdi frutto di una fervida e fanciullesca immaginazione e fili, tanti fili appesi al muro che sembravano avvertirmi su quale direzione prendere.

Seguii, così com’ero solito fare da bambino nei momenti noiosi dell’infanzia, causa insolite decisioni prese a priori per il mio bene da persone adulte, con occhimmaginazionecuriositàdolcefollia le forme geometriche create da quei fili…un dito fa da pennello e disegna quadrati che si trasformano in spirali, in triangoli in linee parallele.

"Stai attento se decidi di entrare qui fallo perché ne sei veramente convinto!", sembravano dirmi quelle linee continue.

Entrai.

Era buio e umido l’atrio, mentre profumato ancor più intensamente della locanda di un denso olio d’aringa il piano superiore.

Presi un bel respiro dal naso e proseguii sulle scale. Superai il secondo piano e raggiunsi l’entrata del solaio da dove credei lei fosse presumibilmente passata.

Dimenticai per un istante la mia indole…

Fu così, Carl, che dischiusi la pesante porta di ferro…

 

 



 

 

7

 

Vidi onde, indistruttibili affianco a lei. Uno sguardo mille parole e luce nei suoi occhi, grandi! Mi venne naturale chiederle per quale motivo avesse deciso di fermarsi in quel luogo sperduto…una scoperta e un posto per lasciarsi dietro il passato…me ne rallegrai.



"Vieni qua, avvicinati", sibilò.

Le parole uscirono facili e naturali.

"Mio nonno ed io sedevamo spesso sul tetto della casa, in cui vissi durante l’infanzia", e proseguii "guardavamo le montagne per ore, senza parole, senza commenti".

"Continua", chiese lei.

"Ricordo che a volte lui indicava un punto lontano con la mano, come volesse segnarmi fermamente la via sicura e giusta da percorrere, a volte, pensando che io non me n’accorgessi, faceva scorrere una lacrima sul volto segnato dalle rughe, segni della sofferenza."

"Dov’è la tua casa?"

"Sul ciglio della vallata."

Lei stese il corpo bianchissimo sulle tegole come fosse un tutt’uno con queste ultime. Incastrò le scapole tra le pance delle onde e poggiò saldamente il sedere sulle creste. I suoi capelli neri, intrecciati in una lunga coda, le caddero lungo le spalle.

Evitai di fissarla per non farle capire che mi eccitava molto quella sua posizione. Muscoli in tensione, seni all’insù, cosce socchiuse.

"Ho sempre sognato di vivere in una casa sommersa dai fiorellini, circondata dalle capre e visitata dai passerotti in cerca di briciole per l’inverno."

"Prova a chiudere gli occhi e forse la vedrai", le proposi.

Lei, come niente fosse, socchiuse i begl’occhi ed espirò lungamente e profondamente.

Pensai al mio corno, dimenticato in Ticino e lasciato marcire chissà dove, se nella cantina di mio padre o nel giardino della villa. Lo materializzai e lo impugnai con tutte e due le mani.

Presi un respiro a pieni polmoni e vi gettai dentro tutta la mia energia…il suono penetrò nelle umide case, negli stretti vicoli e, come un fiume in piena, arrivò fin giù al mare per disperdersi a macchia d’olio sulla superficie dell’oceano.

Lei aprì gli occhi, spostò il corpo e lo sguardo verso di me e mi vide ancora con le mani che sembravano tenere lo strumento.

Spalancò le palpebre ed esplose in una fresca risata.

"Grazie", aggiunse.

Prese la mia mano dolcemente e mi sussurrò al collo,

"Portami lontano, portami a vedere il mare."

Scendemmo le scale senza regole, sbattemmo fortemente la porta per uscire da quella casa e, senza mai lasciare la presa, mi trascinò con dolce impeto giù per la ripida strada, la stessa lungo la quale incontrai le capre. Le capre…

Le gambe si muovevano senza la minima esitazione, vigorose più che mai. I miei piedi erano zoccoli piantati nel terreno scivoloso.

Lo sguardo alto al cielo e il corpo pieno di brividi.

Tremavo solo per il fatto di non aver mai avuto vicino a me una persona carica di così tanta vitalità.

La mia fanciulla volava, non camminava. La timidezza e la paura che si accorgesse dei miei sguardi, a volte delicati a volte penetranti, non mi permisero di godere appieno dei suoi movimenti, percepiti appena, lieti ed erotici allo stesso tempo. Percorremmo i tre chilometri in pochi minuti. Case in pietra, finestre senza vetri, odore di rosmarino selvatico.

Volava, lei, verso l’acqua. Con me vicino, in balìa di una forza che mi spingeva giù, giù, giù sempre di più.

Il mare era ormai a pochi metri di distanza da noi e non appena arrivò a me l’odore pungente e denso delle alghe, morte sul bagnasciuga, sentii la sua mano stringere forte la mia. Colsi, forse, in lei un leggero tremito, che avvertii passare su di me, impreziosito dai costanti e inebrianti soffi del suo odore.

Forte e preponderante. Avvolgente ed appassionante.

Misi piede sulla sabbia finissima non prima d’averla stretta fra le mie braccia. Appoggiai dolcemente un braccio sotto le gambe nude e con l’altro sorressi la sua schiena. Con le dita della mano sinistra sfiorai appena la tenera pelle del suo fianco e con il naso sentii l'odore dei capelli.

"Aspetta! Come ti chiami?", mi chiese sottovoce.

"Jouet!", mi venne istintivamente.

"Ho paura", continuò esitante.

Capii che non era il caso di rispondere.

L’appoggiai, facendola scivolare con estrema lentezza, sulla sabbia.

La presi per mano, Carl, e la portai con me sulla cresta di una spumeggiante onda di riflusso, che pareva non finire mai…lontano dalla terraferma scoprii che cosa significasse desiderare un lungo abbraccio.

"E’ ora di tornare, per me", affermò forse troppo bruscamente.

"Vorrei non finisse più", risposi.

"Ci vedremo domani allo stesso posto, se vuoi, Jouet!"

"Aspetterò con trepidazione quel momento."

"Allora a presto!"

"A presto", lei si voltò per prima e prese a camminare. Poi si bloccò di scatto.

"Non vuoi sapere qual è il mio nome?"

Non mi accontentai. Passai giornate intere ad osservare ogni suo più nascosto segreto…mi pareva d’essere Michel davanti alle sue tele…

…i respiri silenziosi animavano il suo corpo.

Lungo la battigia le frasi si sforzavano di sembrare accomodanti e poco fastidiose per le orecchie. Tutto cade o cadrà…è lei ad avere addosso il profumo più inebriante che abbia mai annusato…i fiori di rue du marché, le fredde ed umide acque del lago, gli schizzi di colore sulla tela.

Neanche Michel, con la sua magica e raffinata polvere di colore, mescolata ad olio di lino, riuscirebbe a farmi raggiungere un’estasi così profonda, come quando percepii per primo la forza del suo odore…un corpo che vive, avvolto di mistero e portato con estrema vivacità.

Lo prenderei, se potessi, e lo dipingerei di giallo, di un giallo ocra…e lo modellerei a spicchi e a triangoli e a cunei, impazziti a causa dell’assoluta e inedita mancanza di rilievo.

Stenderei i tratti senza una vera e propria decisione artistica, senza un’impronta del passato così come sentivo di essere in quel preciso istante…libero dai ricordi caebourghesi.

Troverei il modo per giungere ad un’implosione…progressiva ma incompiuta.

Può un uomo dimenticare un istante di vita passato ed immaginare un futuro con l’unica donna amata?

Svanisce con il tempo la sua sembianza…corpo sottile ora magicamente trasformato in un’incredibile e compatta scultura…e i piedi?

I più belli…decisamente adoro la particolare soggettività, che mi costringe tutte le notti sveglio ad ammirare e desiderare le sue forme gentili e semplici…

Un basso tavolato verde attraeva i nostri sensi. Poggiai il cavalletto e spiegai la tela. Iniziai con un’insolita serenità a mescolare i colori.

Rosso, giallo, verde, marrone.

Immagina la scena, Carl: un panorama composto da cielo azzurro velato appena da rare nubi, prato verde punteggiato da fiori rosa e piante grasse, roccia granitica a strapiombo sul mare in burrasca. E vento tesissimo.

In primo piano davanti a tutto questo c’era lei, appena coperta da un soffice e svolazzante tessuto di seta azzurra, in piedi con la testa all’indietro e gli occhi appena socchiusi.

"Sfiorati i capelli con entrambi le mani, per favore", quasi le ordinai.

Obbedì.

Appoggiai il colore sulla tela, con leggera esitazione, per non rischiare di tingere troppo il suo naturale candore. Modellai la sua sagoma con estrema attenzione ai particolari. Fianchi così tondi ed arricchiti da sensuali onde di morbida carne non possono esser trascurati e schiacciati da occhi penetranti ma falsi.

"Sovrapponi la punta del piede destro sull’altro e piega appena la gamba".

Un’occhiata sfuggevole mi fece capire che si sarebbe adeguata alle mie richieste ma che da ora in poi qualcosa sarebbe cambiato.

Acconsentì e aprì la bocca per prendere un respiro.

I polmoni si gonfiarono, le costole quasi uscirono dal torace e fecero in modo che i bei seni esplodessero verso il cielo. Senza che io le proferissi quale posizione tenere, si sfilò il vestito di dosso e mostrò un corpo appena ambrato dalla luce del sole. L’idea di una forma statica e delicatamente sensuale, che mi era venuta in mente per ritrarre la donna nella sua naturale espressione, si trasformò di colpo in una conturbante e selvaggia rappresentazione della sovrumanità.

Mi alzai di scatto dallo sgabello, feci cadere inavvertitamente il cavalletto ed andai per afferrarla.

Lei, aspettando proprio quel momento, iniziò a correre, completamente nuda. La seguii d’istinto. Accorciai il distacco. Pochi metri e la strinsi alle anche con entrambe le mani.

Appoggiai le ginocchia a terra e la trascinai giù con me.

Fu lei a prendere l’iniziativa. Un bacio rabbioso mi fece battere la testa al suolo…poggiò su di me l’intero peso e continuò così…labbra carnose sulla mia bocca, sul collo, sulle spalle, sul petto…i morsi erano sempre leniti da successive linguate sul punto azzannato. Cercava i muscoli in tensione con la bocca e sferrava una stretta con i denti che mi faceva quasi svenire dal dolore…la saliva, appena dopo, rinvigoriva il mio desiderio. E così via, scendeva e saliva lungo tutto il mio corpo, ormai completamente spogliato.

Ricordo che poggiò la bocca sul mio piede sinistro intenzionata a strapparmi un urlo…tesi l’addome, alzai di scatto il busto e presi tra le mani la sua testa…le guardai gli occhi per qualche secondo…abbassai lo sguardo sulla sua bocca e vi appoggiai con lentezza la mia.

Finì, così, la rabbia che le faceva perdere il controllo e sentii con sicurezza un fremito passare lungo tutto il suo corpo.

Sfiorai e risfiorai all’infinito ogni parte di lei…poggiai il mio petto sul suo…i capezzoli erano appena tinti di rosa pallido, l’odore vivace dei seni si mescolava con quello delle non lontane ortensie.

L’oceano echeggiava violento dietro di noi. La donna che amavo allungò indietro la testa per udirlo meglio e mi fece segno di sovrapporre il mio mento al suo. Iniziai lentamente a muovermi dentro di lei…chiusi gli occhi…il mare si fece sentire ancor più…sospiri…gemiti…bocche spalancate.

L’eccitazione raggiunse il suo acme…un minuto…un’ora…l’aria si fece densa e umida e noi eravamo ancora lì, come un tutt’uno ad ascoltare il profumo del mare.

 

 



 




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