L’atelier



Scaricare 278.21 Kb.
Pagina5/6
22.05.2018
Dimensione del file278.21 Kb.
1   2   3   4   5   6

8

L’appuntamento quotidiano avvenne sempre nello stesso luogo alla tal ora, almeno fino al giorno in cui le donne del Nord tornarono da dove erano venute.

Lei era lì con un leggero anticipo…correvo senza mezzi termini tra le sue braccia…mi stringeva la mano e mi portava con sé tra le lunghe onde dell’oceano.

Ora non penso più a niente proprio a niente…mi sfugge tutto dalla memoria, non mi accorgo di quello che gira attorno a me.

Nessun’immagine passata, nemmeno un ricordo del tempo trascorso insieme con te.

Era mezzogiorno della domenica di un paese sconosciuto ai più. La madre di lei decise di partecipare alla sfilata, organizzata per ricordare i tempi d’oro della "grande pesca" alle sardine. Proprio quella domenica. Un solo luogo ed un’unica festa, organizzata con mesi d’anticipo e frequentata da tutti: Antonio con sua moglie, le signore dipinte dalla finestra della mia stanza, i vecchi pescatori, cani, gatti, capre e gabbiani. Ed ora anche dalla donna del Nord!

Rimasi senza parole quando la figlia decise di seguirla.

"Scusami Jouet, la mamma vuole che vada con lei lungo il corteo" e ancora "ti dispiace?"

"No!", che voleva dire sì.

"Lei ci tiene e da quando noi due ci frequentiamo, sai, l’ho un pò trascurata."

"Sì, hai ragione, è vero", risposi con freddezza, infastidito per il mancato invito.

Erano passati già tre mesi dalla loro comparsa e ancora non avevo conosciuto la madre. Capitava di salutarci di sfuggita lungo le scale o d’incontrarci per le vie del paese, dandoci il buongiorno o la buonasera, con un segno del capo. Niente di più.

Non comprendevo per quale motivo lei non volesse presentarmi sua madre. Così, senza mezzi termini, glielo chiesi.

"Beh, siccome non ho ancora avuto la possibilità di conoscere tua madre, potrei venire insieme con te. Sarebbe un’occasione speciale."

Silenzio. Ancora silenzio. Le sue mani manipolavano freneticamente un bastoncino di legno e i suoi occhi fissavano un punto immaginario per terra.

"Allora, che ne dici?", ribadii.

"No! Non è il momento. No…no…e non chiedermi altro", e ancora "oggi lasciami stare, è proprio il giorno meno indicato per darti delle spiegazioni. Non ti irritare ma è meglio che ci troviamo un’altra volta, ciao", così mi lasciò, voltandosi ed allontanandosi.

Eccolo là tragico fino in fondo, creatore di mondi paralleli a quelli reali.

Già proprio così, amore mio, reagisco alla tua presunta indifferenza e non me ne vergogno affatto. Almeno agisco e non lascio nulla al caso, nulla sospeso se nulla va lasciato sospeso e al caso.

Questo fa grande il nostro legame: pensieri logici, discorsi liberi da costrizioni dettate dalla noia, dall’abitudine, dal sovradosaggio d’elementi esterni alla nostra mente.

Questa sembra essere per me la via giusta, per godere della vita insieme con un’altra…

…persona, che pensavo fossi tu.

Tragico fino in fondo e non mi fermo qui.

Non mi sento in grado di giudicare nessuno, però mi sento pronto a reagire ad una relazione lasciata in sospeso da situazioni a me estranee.

Fu così che decisi di partecipare alla sfilata. Andai da Antonio e gli chiesi a che ora si sarebbe svolta.

"Come tutti gli anni, caro mio, alle otto della sera, in punto, il prete dirà una messa in onore dei pescatori che hanno perso la vita in mare."

Il locandiere fece una breve pausa quasi per farmi capire in che modo organizzare la mia partecipazione alla festa e continuò,

"La statua del nostro venerabile santo sarà trasferita, lungo tutta la discesa, fin giù al mare, dove l’attenderà una barca di legno, che la porterà in navigazione per l’oceano".

"Poi che succede?", chiesi.

"Quando l’imbarcazione sparirà dall’orizzonte e, dopo alcune ore, riapparirà e tornerà a riva carica di pesce, inizieranno i festeggiamenti", concluse Antonio.

"Quante ore si dovrà aspettare?"

"Non si sa. Lo scorso anno attendemmo tutta la notte e la statua riapparve all’alba", ricominciò a raccontare ancor più fiero di prima.

Io ero troppo distratto e malinconico per ascoltare le sue parole e capire che la festa sarebbe stata, per quella gente, l’unico evento lieto, durante l’arco di trecentosessantacinque giorni.

Diedi appuntamento ad Antonio direttamente dentro la chiesa e salii le scale per rifugiarmi nella mia stanza. Non vidi ne sentii le voci delle due donne. Entrai, mi tolsi le scarpe che avevo indosso e le gettai malamente in un angolo. Mi appoggiai a corpo morto sul letto e caddi in un profondo sonno.

Mi ritrovai steso a terra, testa appoggiata al muro di un edificio, corpo sul marciapiede di un lugubre vicolo. Occhi semichiusi, cuore in affanno. Percepisco in lontananza il rumore della città: automobili che sfrecciano veloci, tacchi d’eleganti di signore appena uscite per gli acquisti, cani latranti, clacson. Vorrei alzarmi. Mi sento in difficoltà a star lì sdraiato fra i passanti. Un peso insormontabile mi blocca i muscoli, non sento più l’energia vitale…tutto bloccato…tutto morto.

Provo a chiudere gli occhi ed attendere qualche istante. Passa il tempo. Niente. Tutto fermo, tutto immobile.

"Alzati, su, alzati!", mi strilla una voce dall’aldilà.

Un’anziana signora s’inginocchia affianco a me e porge la sua mano per aiutarmi. Apro gli occhi e vedo il suo dolce sorriso.

"Sii felice", mi accarezzò e sparì per sempre.

Scattai in piedi sul letto, completamente sudato. Mi guardai attorno. Mal di testa e un frastuono infernale. Mi alzai ed aprii la finestra.

Le anziane signore, che dipingevo sedute ai lati dei vicoli con il capo chino e seminascosto da grandi fazzoletti, correvano a testa alta, frenetiche, in direzione della piccola chiesa patronale. I tetti blu erano illuminati a giorno da luci scintillanti. Torce infuocate schiarivano la notte agli angoli delle strade. Cani impazziti ed Antonio.

"E’ l’ora! E’ l’ora!", urlò a squarciagola.

Sentii la locandiera parlare con una delle due donne del Nord. Mi avvicinai alla porta per meglio ascoltare.

"Ecco, questo va indossato sul capo. Tutte le donne devono coprirsi in rispetto ai martiri del mare", spiegò.

In effetti, le anziane signore indossavano un lungo velo nero, che fasciava la testa e scendeva arrotolato sulle spalle. Antonio, insieme alla moglie, uscì dalla locanda seguito dalle due donne. Mi riaffacciai alla finestra, ma la compagnia era stata già inghiottita dalla folla.

Mi vestii velocemente indossando una camicia bianca, un paio di pantaloni lunghi e scarpe.

Aprii l’uscio della locanda e fui rapito dal violento fluire della gente in corsa. La testa mi stava per esplodere. La pace dei mesi precedenti strideva fortemente con le urla brutali delle donne. Dialetto incomprensibile. Gridavano, piangevano, si battevano il corpo con bizzarre fruste intrecciate di vimini. Una massa in trance, ricordo. Gli uomini seguivano il corteo dalle finestre delle case e da lassù gettavano, con movimento preciso e veloce, reti da pesca a mano, come fossero lazi. Al posto dei coriandoli e delle stelle filanti eravamo coperti da reti. E come i pesci a rischio di cattura mi dovevo muovere in modo da evitare di entrare in qualche tranello. Al mio fianco, una donna inciampò sulla rete appena lanciata sopra le nostre teste e cadde a terra. L’aiutai a rialzarsi. La mia amata era sparita, travolta dalla folla.

La chiesa mi sembrava irraggiungibile, così decisi di deviare per un vicolo laterale e provare a raggiungere la meta da un altro punto.

Sarei arrivato davanti alla chiesa prima di Antonio e degli altri?

Feci così, Carl: corsi in avanti il più possibile, scartai due, tre, quattro donne e mi gettai a destra con le spalle appoggiate ad un muro. Inciampai su qualcosa che mi sembrava un corpo esanime, ma non me ne preoccupai. Scivolai lungo il muro per circa dieci metri e raggiunsi l’angolo di un viottolo. Girai la testa e vidi la strada. Buia e deserta…i miei nervi si rilassarono, la testa tornò a ragionare. Senza correre m’incamminai in direzione della chiesa. Vidi la gatta nera, Pepe la chiamava lei, le accarezzai la pancia e continuai. Si sentiva in lontananza riavvicinarsi il triste e concitato vociferare della festa.

Un’accecante luce bianca mostrava a me il punto focale da raggiungere. Fuoco, torce, esalazioni…

Presi un lungo respiro e gradualmente iniziai a correre. Prima lento, poi un pò più veloce, infine con tutte le mie forze giunsi sul sagrato e m’infilai come un razzo tra la gente. La vidi. Era là, tra gli altri. Non interruppi la mia corsa.

"Ora ci provo, ora ci provo", dicevo tra me e me.

Spalleggiai due grosse signore, sfondai il muro dei sacrestani in parata e in un secondo afferrai con virulenza la mia donna. La presi e la portai con me, lontano dalla madre e dalle sue imposizioni.

"Lasciami! Che cosa stai facendo?", e ancora, "sei impazzito?", mi urlò nelle orecchie la sua rabbia.

L’abbracciai senza dire una parola. Eravamo ancora nel mezzo del corteo. La baciai. Lei spostò bruscamente la bocca.

"Ti devo parlare. Vieni con me, fuori da questa bolgia", dissi.

Mi prese la mano e senza degnarmi di uno sguardo mi strattonò per farmi uscire da quella situazione imbarazzante. Scendemmo sotto la piazza seguendo una ripida via formata da lunghi e quasi impercettibili gradini e ci appoggiammo vicino ad un muretto. Le voci si stavano pian piano attenuando. La gente si apprestava a lasciare il sagrato e ad entrare in chiesa per la messa, in ricordo dei martiri.

I martiri del mare, disse Antonio.

Accennai un sorriso riconciliatore e lei, senza pensarci troppo, mi diede uno schiaffo sulla guancia. Rimasi con il sorriso stampato sulla faccia. Non reagii. Mi guardava con cattiveria e mi avrebbe dato un altro schiaffo se non avesse capito subito che cosa mi stesse accadendo. Abbassò lo sguardo, in segno di vergogna.

"Scusa, Jouet, non volevo. Scusa!", disse e si tolse il velo nero dalla testa.

"Non devi giustificarti, hai fatto bene, me lo sono meritato" e dopo un sospiro, "è meglio se torni da tua madre, sarà già preoccupata". Le sfiorai la mano e pensai "questa è l’ultima volta che la vedo, stavolta l’ho fatta proprio grossa".

Non cessava per un istante di fissarmi e di contro anch’io facevo lo stesso. Lei penetrava e capiva i miei occhi, io resistevo a mala pena.

"Vieni qua!", mi disse, come la prima volta.

Il cuore mi batteva fortissimo, le gambe erano molli, la pelle scossa da fremiti.

Salì sul muro e si sedette. Lo stesso feci io. Incastrai le mie gambe tra le sue e ci abbracciammo con passione.

"Che disastro che sei", disse a bassa voce.

"Mi sei mancata troppo, non ho resistito."

"Se solo avessi aspettato la fine della festa."

"Ti amo", le dichiarai.

Mi baciò e mi strinse con amore sincero. Scese dal muro e riprese la direzione della chiesa, intenzionata a tornare dalla madre.

Stavolta non dissi niente, né cercai di trattenerla. Camminava in direzione opposta alla mia e si girava un pò per vedere se stavo ancora lì. Ricontinuava e si rigirava con un dolce sorriso. Il mio sedere era incollato a quel muro. Volevo alzarmi per raggiungerla, ma una forza dall’Ade mi tratteneva là sopra. Si voltò per l’ultima volta e sparì.

Spazi dilatati, forme squadrate e orizzonti chiusi dai tetti delle case attorno, tonalità tendenti al grigio, al bianco, al bruno.

Tutto mi appariva improbabile. Nella mia testa era assolutamente assurdo scontrarsi con il pregiudizio e la chiusura mentale della madre e ancor più difficile sarebbe stato farmi accettare. Era impossibile che entrassi in quella chiesa, ascoltassi la messa in assoluta tranquillità ed uscissi a fianco della mia donna amata, stretta a braccetto d’Antonio.

Testimone…o testamento? Testamento di Michel, mai letto e rimasto nelle mani d’Emile a Caebourg.

Chissà cosa vi avrei letto sul quel foglio. Ho bisogno di una musica sublime per rilassarmi e reagire alle mie paranoiche fantasie…un introduzione di tamburi lontani sarebbe perfetto per rischiarare la mente, flauti leggeri e delicati come l’aria, viole romantiche di sottofondo. Michel, amico mio, perché mi hai abbandonato? Mi sento solo, più che mai adesso…perché non sei qui a darmi una pacca sulla spalla o a semplificare i miei pensieri nodosi e complicati?

Tutto finisce, tutto cambia e scorre sotto i piedi, come l’acqua di un torrente in corsa.

Guarda Piffa! Le gonne iniziano a muoversi al passo del valzer, abbracciala, baciala, che occhi! Non pensare a me, che ho la luce nelle pupille. Alza la testa, togli dal viso quell’espressione malinconica da arlecchino triste, ahahaha, componiti e chiuditi il cappotto fin su al collo sembrerai più gentile ed interessante…aspetta che sia lei ad appoggiarsi alla tua spalla e non farti impressionare dallo sguardo severo della madre, anzi ignorala e che sia tu ad abbracciare la donna che ami…con grazia toccale il braccio e veglia su di lei, adorala ma non dirglielo mai, caro mio, emozionati delle sue emozioni e gioisci delle sue stupide pazzie…vivi le tue nozze come se fossi l’attore protagonista di una divertente commedia francese di inizio secolo…lei arriverà con un cappello appoggiato sulla testa ed un velo bianco a coprire le spalle, godi e circondati di fiori gialli e rossi e verdi e spogliati di tutto…trasforma tutto quello che pensavi di sapere sulla vita e su te stesso perché lei è lì che ti aspetta. Ora vai e addio, amico mio. Michel richiuse gli occhi e si addormentò per sempre.

Mi avvicinai alla chiesa.

La distanza fra di noi sembrava si fosse duplicata, triplicata, centuplicata e stesse annullando gli sforzi e i sogni fatti per accorciare gli intervalli.

Non ci crederai ma lo sono, la persona forte e decisa che solo così si può amare, per farti vivere e non solo sorridere tutti i giorni.

E’ inutile…ormai sono deciso…sarò ironico e brutale!

Non più camicie strette, modelle ispiratrici, tratto penetrante e forme impudiche nella mia mente.

Una mattina mi alzerò dal letto e senza farmi notare da lei uscirò di casa e non tornerò più. Non tornerò ad essere la persona di tutti i giorni…quella legata ai discorsi degli altri, ai volti sconosciuti incontrati per le strade di Caebourg, agli umori influenzati dal passaggio di un individuo più prestante ed influente di me.

Non tornerò!

Era una notte umida e offuscata da una pesante nebbia.

I lumi stesi sugli stretti viottoli erano magicamente circondati da densi aloni d’aria fredda. Per istinto mi venne di arrampicarmi su di un cornicione per prenderne uno. Lumi ad olio. Lo impugnai con la destra e lo portai con me lungo la sfilata delle case. Balconi vuoti sopra la mia testa e finestre serrate. La musica fece un ultimo giro di note e s’interruppe di colpo. Poggiai la fiaccola su di un sostegno in ferro e la spensi. Entrai in chiesa.

Uno contro mille. Un uomo in piedi che predica rispetto, amore, gioia contro mille occhi illuminati dalle sue parole. I gesti predefiniti, le parole ad effetto, i profumi esotici, gli oggetti luccicanti e puliti mi confondono l’anima. Il prete alzò il calice al cielo e il mio respiro rimase, per una manciata di secondi, fermo ed immobile.

Una dolce serenità m’invase. La navata centrale del tempio si trasformò in un accecante passaggio di luce. Le stelline si fecero luccicanti, l’organo sparò su di me l’oro delle canne, sull’altare Cristo si alzò al firmamento e illuminò l’inimmaginabile.

Entrai per un palpito in quel segreto….

"Vieni!", mi sentii pronunciare alle mie spalle. Girai lo sguardo, era Antonio che m’invitava ad avvicinarmi a lui e alla sua compagnia. Tutti lì erano.

Rimasi immobile. Fu lui a prendermi la mano e a condurmi con amichevole grazia al suo fianco, quasi avesse intuito il mio stato d’animo. Il locandiere mi lanciò un sorriso, decisamente appena accennato, che significava all’incirca "resta qua e non muoverti, cretino!".

Acconsentii in silenzio come fa un figlio al sincero consiglio di un padre. La moglie di Antonio e la donna del Nord restarono immobili, inginocchiate una accanto all’altra ed in estasi. Non si accorse di me la prima, mentre ignorò la mia fisicità la seconda e disprezzò con un profondo espiro la nuova presenza.

La collocazione che tenevo sulla panca e la situazione imbarazzante non mi permettevano di capire dove fosse la mia donna. Non avevo il coraggio di alzare gli occhi da terra perché conscio di trovare prima quelli della madre e poi forse i suoi.

Gli ecclesiastici in divisa e, appena dietro, gli anziani pescatori si posizionarono attorno alla grande statua del santo. Anche Antonio si tolse dal suo posto per portarsi vicino al simulacro. Di seminaristi e chierichetti neanche l’ombra.

"La messa è finita, andate in pace", mosse, tra le fila del popolo, un leggero brusio. Il prete chiuse la preziosa Bibbia ed indossò un alto copricapo color oro, simile nella forma a quello utilizzato dai pastori dell’Alto Ticino in occasione della transumanza. Scese dall’altare realizzato in marmo e si mise alla testa della compagine.

Ognuno sentiva di avere dentro di se la propria missione.

Fu così che il sacerdote diede l’ordine di sollevare la statua.

"Che la discesa all’acqua abbia inizio", dichiarò. I portantini posero ognuno la spalla, in base alla propria posizione sotto il sostegno ligneo della statua e, dopo l’urlo del capofila, l’alzarono di scatto.

Tutti insieme, nel medesimo momento, all’identica velocità d’ascesa. Lo spettacolo del santo in posa dominante sulle teste dei fedeli strappò ad alcuni un’espressione di stupore ad altri un nodo in gola, che gli rese impossibile esprimere qualsivoglia emozione.

Il nuovo corteo prese a muoversi percorrendo lentamente la navata centrale e giungendo fin sotto il portale della chiesa. Il sagrato, ora deserto e silenzioso, sembrava godere di una soprannaturale sovranità e sono sicuro che così apparve a coloro che erano alla testa della processione.

Aspettai che tutti lasciassero lo spazio antistante la chiesa e mi collocai al centro della piazza ad ammirare la facciata del tempio. Solo in quel momento mi resi conto di quanto fosse semplice, ma bella. La pressante nebbia oscurava la mia mente e pian piano mi avvolse interamente. Presi a volteggiare in aria e a perdere il controllo del mio corpo. Un lampo, intravisto in lontananza nonostante la foschia, mi permise di accorgermi di quello che stava accadendo.

Voltai le spalle al tempio, non prima di aver imitato il gesto, visto fare da tutti gli altri prima d’allontanarsi…nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo…e scesi verso il mare per riallacciarmi al gruppo.

Stavolta le gambe sembrava non avessero nessun’intenzione di muoversi come io desiderassi. Dentro di me c’era una sensazione di spossatezza, dovuta di certo alle corse e alle rincorse delle ore precedenti. In tutti quei mesi passati lì, Carl, percorsi mille volte il percorso che portava all’oceano ed ogni volta lo feci in modo completamente diverso dall’altro. Volavo, pazzo di gioia, mano nella mano della mia amata oppure correvo rincorrendo un’ansimante capra selvatica oppure strascicavo le ciabatte quando ero solo e malinconico.

Dall’alto del tavolato intravidi la spiaggia illuminata dalla luce delle fiaccole, il cui fuoco pareva volesse spingere la statua del santo in direzione dell’orizzonte, tanto il vento spirasse. Alle mie spalle i fulmini tendevano sempre più ad avvicinarsi e quella che pochi minuti fa era una moderata brezza di terra, stava per tramutarsi in un forte vento di levante.

Mi fermai per osservare la scena da sopra il capo, proteso al mare. Notai, fra la gente, una certa fretta di disormeggiare la barca per il viaggio, in previsione di un violento temporale. La statua, ornata di ghirlande di fiori intrecciate con vecchie reti da pesca, fu sistemata al centro dell’imbarcazione e legata con cime robuste per evitare, presumo, che si ribaltasse durante la lunga navigazione. Per il momento l’oceano non sembrava ancora cogliere l’influenza del vento, la risacca era, dall’alto, apparente.

I pescatori, finalmente, tolsero gli ormeggi e con estrema lentezza il simulacro si allontanò dalla costa. Le torce furono spente e le persone si sparpagliarono, prendendo posto sull’arenile in attesa del ritorno dalla "grande pesca".

Ricominciai a camminare, pigramente, e raggiunsi la spiaggia, non senza esitazione.

Era buio, la luna, appena percettibile su nel cielo, mostrava meno di mezza faccia mentre le fiaccole emettevano un denso fumo. Mi accomodai sulla sabbia.

Vidi muoversi in mia direzione una sagoma nera. Un uomo, vestito da pescatore. Era Antonio. Si mise davanti a me, in piedi e subito dopo si sedette al mio fianco. Restammo, per qualche secondo, taciturni. Poi Antonio iniziò a parlare sentendosi per primo le parole in bocca.

"Ha già doppiato il faro, guarda, ormai va dritto verso occidente!", mi disse. Proprio oltre il promontorio, che chiudeva ad ovest la spiaggia, c’era una struttura in muratura bianca, con al centro un vecchio faro dalla cupola rossa. La luce ad intermittenza, che annunciava ai naviganti il punto in cui il mare terminava e la terra cominciava, s’intravedeva appena dalla nostra posizione. "Pensi che sarà un lungo viaggio?", chiesi ad Antonio senza guardarlo in faccia.

"Sei solo all’inizio, amico mio", rispose lui.

Rimasi in silenzio, con un nodo alla gola e la voce strozzata.

"Ricordo ancora il giorno in cui hai messo piede nella locanda", e poi, "mi chiedevi se ci fosse una stanza libera per dormire e non riuscivi ad alzare lo sguardo da terra, quasi ti avessero incollato il mento al petto".

"Fu un duro istante della mia vita, Antonio. Mi fa piacere che notasti la condizione del mio animo. Ora continua. Te ne prego", dissi sussurrando.

"Penso che tu scappassi da qualcosa o da qualcuno, sai, ma non me ne stupii. Chi è che non si è mai nascosto, almeno una volta, nella propria vita?", continuò Antonio senza pause.

"Fu la morte suicida del mio migliore amico a farmi fuggire da una situazione difficile, nella quale mi sono per molto tempo sentito colpevole ", affermai sincero e sicuro di quello che stavo dicendo.

"Poi è arrivata quella ragazza. Ricordi? Forse tu non l’hai notato, forse eri troppo concentrato sui lineamenti del suo candido viso", si fermò un istante per fissarmi con un sorriso appena delineato, poi continuò,

"sono sicuro, come lo sono di chiamarmi Antonio, che quell’espressione un pò sognatrice un pò malinconica fosse identica alla tua."

"Oh Antonio, che gioia fu il suo arrivo qui! Che momenti sublimi ho passato, durante questi due mesi, con lei. Nel momento esatto in cui l’abbracciavo, speravo che il tempo si fermasse e che una forza divina ci costringesse per un infinito istante in quella posizione. Non immaginavo che la mia vita potesse prendere una direzione sbagliata e che i miei pensieri potessero essere influenzati da situazioni infelici.", conclusi sospirando un poco.

"Amico mio, perché non vai da lei? Perché sei qui a parlare con me, quando potresti costringere le ore e i minuti a fermarsi sul vostro agognato abbraccio?"

Antonio parlava come un delicato poeta. Usava toni romantici e ragionava senza malizia alcuna. Avrei voluto essere come lui. Avrei voluto che tutto il mondo fosse come lui.

Lo abbracciai fortemente, gli diedi un intenso bacio sulla guancia e lo salutai con un definitivo addio.

Le fiaccole si spensero del tutto ai primi cenni di pioggia. Il temporale, fenomeno per unico spettatore, gettò su di me tutta la sua rabbia. Arrancai verso la riva cercando di intravedere una luce dal mare. Mi tolsi le scarpe ed entrai in acqua, bagnandomi fino alle ginocchia. La spiaggia era ormai deserta e le persone se n’erano tornate nelle rispettive case.

Mi voltai verso l’arenile e finalmente mi resi conto che la barca non sarebbe più tornata dal suo estremo ed ultimo viaggio.

 

 



 

 



1   2   3   4   5   6


©astratto.info 2017
invia messaggio

    Pagina principale