L’atelier



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Terminata la lunga e difficile narrazione, il Piffa si avvicinò al suo interlocutore intuendo volesse porgli delle domande. Carl, che per tutto il tempo trascorso nell’atelier mai distolse lo sguardo verso colui che lo accolse, si avvicinò al corno e lo sfiorò appena con le dita. Ascoltò ogni parola del Piffa con estrema concentrazione, senza mai interromperlo per non rischiare di spezzare il senso della storia. Solo ora percepì che poteva permettersi di penetrare nel racconto, ponendo una domanda.

"E’ quindi lei la modella del dipinto?", chiese Carl.

I due si girarono per guardarla e si accorsero che il colore, prima vivace e carico di potenza vitale, era colato in terra, lasciando una tela completamente bianca.

Venne istintivo ad entrambi avvicinarsi alla tela. Solo dopo un attento esame si accorsero che la vernice non era scomparsa del tutto dal quadro, ma aveva lasciato intatta la silouette della donna.

Carl prese, finalmente, la mano del Piffa. La strinse con sincera emozione come per salutarlo. Dal suo volto trasparì il desiderio di rincontrare colui che gli diede ospitalità. Il Piffa, per non smentirsi, capì tutto ciò e contraccambiò la stretta con una presa altrettanto tenera e spontanea. Intuì, pure, l’imbarazzo del suo ospite nel sentirsi obbligato a tenere un legame con lui.

Confuse rispetto con cortesia, forse, ma non poté immaginare le parole con cui Carl si defilò la quella situazione.

"Un lungo viaggio mi ha portato fin qui. Ho percorso forse seicento, forse ottocento chilometri e alla fine vi ho trovato. Ho chiesto alle persone che vivono qui intorno dove potessi rintracciare colui che vive nella vecchia villa sulla vallata. Nessuno mi ha saputo indicare con precisione dove fosse il posto, nonostante tutti conoscessero la persona che vi abita. Ho percorso a piedi la distanza fra il paese e un immaginabile e presunto luogo in cui pensai lei potesse vivere. Ho scrutato con perizia le facciate delle ville che mi lasciavo sulla destra. Ho incrociato dei passanti e ho chiesto invano anche a loro di aiutarmi. Tutto mi appariva sempre più vacuo ed incerto. Allora ho pensato a come potesse essere la casa di un artista, ho immaginato dove potesse vivere un uomo solo e depresso, dove si fosse rifugiata la persona che ho sempre desiderato incontrare. Una villa a due piani attirò la mia attenzione. Mi avvicinai e notai un rilievo sulla facciata. Capre. Nel giardino viveva un gatto e zampillava una fontana. Sono arrivato, pensai."

Carl s’interruppe un istante per l’emozione e poi terminò dicendo,

"Qui vive l’uomo che ha reso possibile il susseguirsi delle stagioni, colui che mi ha dato la possibilità di rinascere e ricrescere dopo essere già nato e cresciuto".

Carl scese le scale

Ormai mangiate dai tarli,

Unici padroni del suo mondo…

Uscì dall’atelier e senza guardarsi attorno sparì per sempre…

La villa tornò quella di tutti i giorni…carica di significati e ricordi…

Così come lei la lasciò quando partì…per rifugiarsi in sé stessa…nella sua patologica indecisione…

Mani lunghe contro occhi profondi…dita affilate contro sguardi fissi…spalle strette…braccia magre…

Pose…eleganti ed immobili…un solo attimo di felicità…

 

Dipinse e poi voltò la tela alla parete!



 

 

 



La lettera di lei

 

Carissimo,



t’invio mie notizie da questa che è la tana dove il sole viene a riposarsi, sperando ti siano gradite.

Qui le giornate trascorrono lente…scommetto ti sarebbe piaciuto scoprire cosa si nasconde tra il rintocco delle 12.45 e suo fratello delle 12.46.

Non il tempo dei grandi orologi vittoriani, delle lancette come lame che sezionano con matematica certezza sorrisi, sbadigli, baci, languide occhiate e che fieri troneggiano in vetuste stazioni europee colpiti da lampi di occhi frettolosi.

Non il tempo delle mamme che richiamano i loro figli da lontane finestre assolate, distogliendoli dai propri giochi.

Non il tempo di ombre, di bastoncini infilati nella sabbia.

Non il tempo di mille congetture inventate al rientro a casa da una notte da nascondere.

Nemmeno il tempo che la tua mano impiegava a decifrare in uno schizzo il riflesso delle mie forme sulla retina dei tuoi occhi.

Non il tempo di un ultimo assonnato bacio, mentre le prime luci della città si risvegliavano.

Non il ritmo assordante della musica nelle nostre surreali serate.

Ma le onde del mare!

Hai idea di quante riescano a spiaggiare in quel minuto?

Cerco il tuo viso nella memoria per rendere più reali le parole. Scavo nell’oblio. Provo a liberare il tuo volto, nascosto da metri di silenzi e d’indifferenza, lo spolvero da quegli ultimi granelli di rancore e mi appare, labbra sottili, sorriso, occhi verdi e sguardo fisso; la stessa fissità delle rocce che si scontrano con il perenne, impetuoso infrangersi.

Finalmente ti ho ritrovato.

Rivedo la notte esausta dell’arrivo alla locanda con mia madre e nient’altro che il desiderio di lasciarmi scorrere da un docile vento purificatore, di abbandonare alla deriva il mio passato per vederlo sbiadire in lontananza, senza rimpianti, come ci si lascia sfuggire il sogno della notte prima.

Tu,

il tuo nudo corpo in piedi, fisso contro la luce delle lanterne, come se nessuno avesse potuto smuoverti dalle tue verità, da ciò che stavi cercando con la naturalezza e la forza della tua innocenza. Ricordo che i tuoi occhi non si soffermarono curiosi su di me, né mi cercarono… e come un’ombra mi abbandonai al mio docile vento.



"Non ti cercai", furono le tue parole, poi, quello che non mi dicesti, quello che mi lasciasti immaginare.

Silenzio.

Quella notte, un’intera notte passata su quelle scale tra mura di pietra strette, fresche di colore e di ombre di lampade a petrolio, tra vasi profumati di primavera che facevano da culla ai nostri pensieri, tra i passi stanchi di quella gente, che trascinava la propria vita su scarpette di corda, tenute insieme da un pensiero, tra i loro volti, che il tempo aveva inciso con la precisione di un maestro artigiano. Mi persi in quelle crepe, profonde quanto la storia che raccontavano.

Quelle ore le passammo in silenzio, una nell’altro a guardare lo spettacolo della vita compiersi davanti a noi.

La gatta nera, Pepe si chiamava mi pare, ti ricordi, aveva scelto proprio quella notte per svelarci il suo mistero. Le rimanemmo accanto, incantati da quei piccoli mostri che uscivano ad inspirare la loro prima aria, trasformandola in dolci mugolii.

Occhietti pieni di sonno, pelo bagnato…

Luci, colori, forme, che si creavano…

Un nuovo inizio

E il silenzio

Il tempo, poi, per noi passò veloce, ci lasciammo sommergere dall’immagine riflessa negli occhi dell’altro, dalle fantasie, dalle follie, e come due bambini non ci rendemmo conto che era arrivata l’ora di cena e che avremmo dovuto interrompere quel gioco.

Forse è stato meglio così.

Una fanciullesca inconsapevolezza ci condusse al nostro ultimo istante e nemmeno allora volemmo credere a quello che stava accadendo.

E il sogno esplose come una bolla di sapone all’apparire della luce.

Non saremmo riusciti a stancarci di quel gioco e io non potevo più restare immobile ad osservare quello che stavamo diventando, a lasciarmi trascinare da quelle mareggiate sterili.

Non potevo.

E come un Ulisse mai stanco di scoprire, dimenticai di salutare Penelope ma non quell’Itaca che aveva l’odore delle mille case che ho sentito mie, di mattini caffè bollente, incenso e risate cristalline, di sigarette come montagne da scalare in una notte noiosa, di notti sudate d’amore, del manto bagnato di Click dopo corse pazze sotto la pioggia di cieli grigi.

Una nuova scoperta, un nuovo sogno da inseguire, volti che illuminano la fantasia e per questi decidersi a lanciare un’ancora in se stessi per rimanere ormeggiati solo a quel mondo, mentre tutto il resto scorre accanto, come un film la cui trama non è certo un segreto.

Hai ragione…

Nemmeno due righe….

Nemmeno il tempo di lasciarmi persuadere a rimanere….

Nemmeno l’ultima foto di spalle…

Nemmeno un…



Addio

Per sempre tua.



Arduino Rossi


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