Laurea specialistica in giornalismo notizie alla luce l'attualita' per immagini



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ANNO ACCADEMICO 2007-2008
PROF. PAOLO MOZZO
TEORIA E TECNICA DELLA COMUNICAZIONE PER IMMAGINI

(LAUREA SPECIALISTICA IN GIORNALISMO)
NOTIZIE ALLA LUCE

L'ATTUALITA' PER IMMAGINI

DALL'ARGENTO AI SENSORI DIGITALI

"You press the button, we do the rest..."



  1. CENNI DI STORIA DELLA FOTOGRAFIA

La fotografia è giovane e vecchia nello stesso tempo. La stessa etimologia greca(fotos – luce – graphein – scrivere) lo testimonia.

Di fatto, già Aristotele aveva compreso come la luce, attraversando un piccolo foro, proiettasse un’immagine circolare. Lo studioso arabo Alhazen Ibn Al-Haitham giunse alle stesse conclusioni, definendo una scatola sul cui fondo le immagini si riproducessero, come “camera oscura”. Nulla a che vedere con quelle attuali, poiché c’era, sì, la luce ma mancava il “graphein”, la sua scrittura effettiva.

Nel 1515 Leonardo da Vinci utilizzò comunque la camera oscura, riuscendo a dimostrare come le immagini abbiano natura puntiforme, si propaghino in modo rettilineo e risultino invertite all'ingresso della “scatola” attraverso il foto stenopeico.

Nel 1553 Giovanni Battista Della Porta nell'opera "Magiae naturalis Libri Quatuor" consigliò l'uso della camera oscura con foro stenopeico nel disegno e nella pittura. Gerolamo Cardano,nel 1550, utilizzò una lente convessa per aumentare la luminosità dell'immagine, mentre il veneziano Daniele Barbaro, nel 1568, utilizzò una sorta di diaframma di diametro inferiore a quello della lente, per ridurre le aberrazioni. Tutto ok per la luce, ancora buio per la scrittura.


Maa a dispetto di ciò, i materiali fotosensibili erano conosciuti fin dal Medieoevo, anche se erano rimasti una realtà piuttosto poco indagata; solo nel 1727, infatti, uno scienziato tedesco di nome Johann Heinrich Schulze, mentre portava avanti una serie di esperimenti con carbonato di calcio, acqua regia, acido nitrico e argento, scoprì come tale composto reagisse alla luce solare, assumendo una colorazione rosso-marrone; nulla accadeva, al contrario, se la miscela veniva esposta alla luminosità di un fuoco. Una bottiglia piena di quel “cocktail”, al contrario, se lasciata al sole, si scuriva solo nel lato illuminato. Egli chiamo la sostanza “scotophoros”, ovvero portatore di tenebre. La scoperta ebbe un discreto impatto sulla comunità scientifica dell’epoca, ma rimase, al momento, nulla di più di un’interessante annotazione scientifica.
Verso la fine del 1700 l'inglese Thomas Wedgwood, sperimentò l'utilizzo del nitrato d'argento immergendovi dei fogli di carta che espose alla luce, dopo avervi deposto degli oggetti. In quel caso, si accorse, che dove la luce colpiva il foglio, la sostanza si anneriva, mentre rimaneva chiara nelle zone coperte dagli oggetti. Il pronlema comunque non era ancora al punto di svolta: le immagini non si stabilizzavano e perdevano rapidamente contrasto se mantenute alla luce. A causa della sua salute piuttosto malferma, WEDGWOOD non poté proseguire negli studi che nel 1802 l'amico Sir Humphry Davy descrisse sul "Journal of the Royal Institution of Great Britain", annotando però, correttamente, come non fosse stato compreso il meccanismo per interrompere il processo di sensibilizzazione. E stabilizzare il tutto in un’immagine definitiva.
Nicephore Niepce si interessò della recente scoperta della litografia (ovvero: un procedimento di stampa in cui le immagini sono disegnate direttamente con inchiostro grasso o trasportate chimicamente su una particolare pietra calcarea, che viene poi trattata in modo che l’inchiostro da stampa possa aderire solamente sul disegno ma non sulle parti bianche) e approfondì gli studi alla ricerca di una sostanza che potesse impressionarsi alla luce in maniera esatta mantenendo, poi, il risultato nel tempo.

Il 5 maggio del 1816, Joseph Niepce scrisse al fratello Claude del suo ultimo esperimento; aveva usato un foglio bagnato di cloruro d'argento, poi esposto all’interno di una piccola camera oscura: l'immagine che ne era risultata appariva invertita, con gli oggetti bianchi su fondo nero. Niepce proseguì la ricerca di un procedimento per ottenere direttamente il positivo. Scoprì, a quel punto, come il bitume di Giudea (un tipo di asfalto normalmente solubile in olio di lavanda, che una volta esposto alla luce indurisce) fosse sensibile alla luce e lo utilizzò nel 1822 per produrre delle copie di una incisione del cardinale di Reims, Georges d'Amboise. Il procedimento: cosparse una lastra di peltro con questa sostanza e vi sovrappose l'incisione del cardinale. Dove la luce fu in grado di raggiungere la lastra attraverso le zone chiare dell'incisione, sensibilizzò il bitume, che indurendosi non poté essere eliminato dal lavaggio che seguì con olio di lavanda. La superficie rimasta scoperta venne scavata con dell'acquaforte e la lastra finale poté essere utilizzata per la stampa.

Niepce denominò questo procedimento come “eliografia” e lo utilizzò anche in camera oscura per produrre dei positivi su lastre di stagno. Dopo l'esposizione alla luce e il successivo lavaggio per eliminare il bitume non sensibilizzato, utilizzò i vapori di iodio per annerire le zone lavate dal bitume. Ma le esposizioni necessarie, fino a otto ore, rendevano improponibile l’uso in luce solare esterna: anche semplicemente perché, in tale arco di tempo, l’orientamento della luce solare sarebbe comunque mutato, rendendo irreale l’effetto. Andava tuttavia un po’ meglio in interni, usando una luce definita e costante, utilizzando però lastre in vestro.
Nel 1827, durante il viaggio verso Londra per una visita al fratello Claude, Niepce si fermò a Parigi e fu lì che incontrò Louis Jacques Mandé Daguerre: quest'ultimo era già stato informato del lavoro di Niepce dall'ottico Charles Chevalier: quest’ultimo era il fornitore per entrambi di lenti per la camera oscura. Daguerre era a quel tempo, prima di diventare il padre della fotografia, un pittore parigino di discreto successo, soprattutto noto per avere realizzato il diorama, un teatro che presentava grandi quadri e giochi di luce, un’esperienza per cui già Daguerre utilizzava la camera oscura allo scopo di assicurarsi una prospettiva corretta.

Le cose stavano facendo il loro corso: a Londra Niepce presentò l'eliografia alla Royal Society, che però non accettò la comunicazione, dal momento che egli non aveva voluto rivelare nei dettagli tutto il procedimento. Tornò a Parigi e si mise in contatto con Daguerre; la trattativa si concluse con un patto, nel dicembre 1829, un contratto che sarebbe stato valido dieci anni e che prevedeva di continuare le ricerche in comune. Dopo quattro anni però, nel 1833, Niepce morì senza aver potuto pubblicare il suo procedimento. Il figlio Isidore prese il suo posto ma non aveva la stessa caratura di ricercatore del padre e a conti fatti non fornì alcun contributo, tanto che Daguerre modificò il contratto associativo, cosa che Isodore non apprezzò più di tanto ma fu costretto ad accettare dall’oggettività della propria pochezza; il nome dell’invenzione, dunque, fu fissato e “battezzato” in “dagherrotipia”, anche se mantenne il contributo di Joseph Niepce. Il nuovo procedimento era comunque assai differente da quello originario messo a punto da Niepce: non era dunque per niente pretestuosa, anzi decisamente fondata,la rivendicazione di Daguerre.

Nel 1837, quindi, la tecnica di Daguerre era sufficientemente matura da produrre una natura morta di qualche pregio. Daguerre impiegò a quello scopo una lastra di rame su cui era stata applicata una sottile foglia di argento lucidato; quella sorta di progenitrice della pellicola, posta a contatto con vapori di iodio, reagiva formando ioduro d'argento. Seguiva nel procedimento l'esposizione alla camera oscura dove la luce rendeva lo ioduro d'argento nuovamente argento in un modo proporzionale alla quantità di luce ricevuta. L'immagine non risultava visibile fino all'esposizione ai vapori di mercurio. Un bagno in una forte soluzione di sale comune fissava, seppure non del tutto in modo stabile, l'immagine.

In cerca di fondi per continuare le proprie ricerche, Daguerre fu allora contattato da François Arago, il quale gli propose l'acquisto del procedimento da parte dello Stato. Fu così che il 6 gennaio 1839 la scoperta di una tecnica per “dipingere con la luce” fu resa nota con toni decisamente entusiastici sul quotidiano Gazette de France e il 19 gennaio sulle pagine del Literary Gazette.



Il procedimento venne infine portato alla conoscenza pubblica, anche se in ambito quasi esclusivamente specialistico, il 19 agosto 1839, quando, in una sessione dell'Accademia delle Scienze e dell'Accademia delle Belle arti, venne presentato in tutti i suoi particolari tecnici all'assemblea; ma anche, vista l’eccezionalità dell’annuncio, anche una discreta folla di “non addetti ai lavori” che si era radunata all'esterno. Arago descrisse puntigliosamente la storia e la tecnica che avevano portato al dagherrotipo, inoltre presentò una relazione del pittore Paul Delaroche, in cui furono esaltati i minuziosi dettagli dell'immagine e dove si affermò che gli artisti e gli incisori non sarebbero stati minacciati dalla fotografia, anzi avrebbero potuto impiegare il nuovo mezzo (“medium” ante-litteram, nell’accezione in cui ora ci si riferisce ai “media”) per lo studio e l'analisi delle loro “vedute”. La relazione era conclusa da questo inciso di Delaroche: « Per concludere, la mirabile scoperta di monsieur Daguerre ha reso un servizio immenso alle arti». In realtà, gli anni e i decenni seguenti, avrebbero solo in parte validato le sue parole. L’arte pittorica e ciò che ancora non si chiamava ma era già “in nuce” la fotografia, avrebbero cominciata una gara, o meglio, un duello che solo in tempi assai più lontani sarebbe finito con una reciproca accettezione. Una armistizio, una reciproca tolleranza, in qualche caso una convivenza forse anche amichevole.
Daguerre pubblicò un manuale, l’antesignano forse di tutti i manuali di fotografia a venire (Historique et description des procédés du dagguerréotype et du diorama), un testo che fu tradotto ed esportato in tutto il mondo, e che conteneva la descrizione dell'eliografia così com’era stata elaborata da Niepce insieme con tutti i dettagli di quella che era stata messa a punto come “dagherrotipia”. Insieme con il cognato Alphonse Giroux, Daguerre si accordò quindi per la fabbricazione delle camere oscure necessarie. Le progenitrici delle moderne fotocamere ipertecnologiche furono costruite in legno, dotate di lenti acromatiche progettate da Chevalier nel 1829. Questi obiettivi avevano una lunghezza focale di 40,6 cm, una luminosità di f/16 (valore talmente ridotto da essere impensabile come “massimo” ai giorni nostri) e un costo che si aggirava intorno ai 400 franchi; non esattamente alla portata di tutte le tasche. Anche se il procedimento fu reso pubblico in Francia, Daguerre acquisì comunque un brevetto specifico in Inghilterra, con cui venivano imposte una serie di licenze per l'utilizzo pratico della sua scoperta.
La notizia apparsa sul Gazette de France e sul Literary Gazette destò l'interesse di alcuni ricercatori che stavano lavorando nella stessa direzione. Tra questi William Fox Talbot, che si affrettò a rendere pubbliche la sue scoperte, documentando esperimenti risalenti al 1835. Si trattava di un foglio di carta immerso in sale da cucina e nitrato d'argento, asciugato e coperto con piccoli oggetti come foglie, piume o pizzo, quindi esposto alla luce. Sul foglio di carta compariva il negativo dell'oggetto che il 28 febbraio 1835 Talbot intuì come trasformare in positivo utilizzando un secondo foglio in trasparenza. Utilizzò una forte soluzione di sale o di ioduro di potassio che rendeva meno sensibili gli elementi d'argento per rallentare il processo di dissoluzione dell'immagine. Chiamò questo procedimento “sciadografia”, che utilizzò già nell'agosto del 1835 per produrre delle piccole immagini di 6,50 cm² della sua tenuta di Lacock Abbey mediante camera oscura.

Il 25 gennaio 1839 Talbot presentò le sue opere alla Royal Society, seguite da una lettera ad Arago in cui rivendicava la priorità su Daguerre. Il 20 febbraio fu letta una relazione che rese chiari alcuni aspetti tecnici, al punto da rendere replicabile la procedura.

Insieme a Talbot, anche Sir John Herschel, all'oscuro delle sperimentazioni dei colleghi, utilizzò i sali d'argento ma, grazie alle precedenti esperienze con l'iposolfito di sodio che si accorse sciogliere l'argento, ottenne un fissaggio migliore proprio utilizzando questa sostanza. Ne parlò a Talbot e insieme pubblicarono la scoperta che venne subito adottata anche da Daguerre. La sostanza cambiò in seguito nome in tiosolfato di sodio, anche se rimase conosciuta come iposolfito. Ad Herschel venne attribuita anche l'introduzione dei termini fotografia, negativo e positivo.

Tra i procedimenti e varianti minori: quello dello scozzese Mungo Ponton, che utilizzò il più economico bicromato di potassio come sostanza fotosensibile, e di Hercules Florence e Hans Thøger Winther che rivendicarono rispettivamente negli anni 1833 e 1826 esperimenti fotografici con esito positivo.


Le prime fotografie destarono subito l'interesse e la meraviglia dei curiosi che affollarono le sempre più frequenti dimostrazioni del procedimento. Rimasero sbalorditi dalla fedeltà dell'immagine e di come si potesse distinguere ogni minimo particolare, altri paventarono un abbandono della pittura o una drastica riduzione della sua pratica. Questo non avvenne, ma la nascita della fotografia favorì e influenzò la nascita di importanti movimenti pittorici, tra cui l'impressionismo, il cubismo e il dadaismo.

La fotografia si affiancò e in alcuni casi sostituì gli strumenti di molti specialisti. La possibilità di catturare un paesaggio in pochi minuti e con una elevata quantità di particolari fece della fotografia l'ideale strumento per i ricercatori e i viaggiatori. Particolarmente attivo fu l'editore Lerebours che ricevette grandi quantità di dagherrotipi dalla Grecia, da Medio Oriente, Europa e America che furono trasformati in acquatinte per la pubblicazione nella serie Excursion daguerriennes.

Nonostante questi successi incoraggianti, la fotografia incontrò inizialmente dei problemi nel ritrarre figure umane a causa delle lunghe esposizioni necessarie. Anche se illuminato da specchi che concentravano la luce del sole, immobilizzato con supporti di legno per impedire i movimenti, il soggetto doveva comunque sopportare una esposizione di almeno otto minuti per ricevere una fotografia in cui appariva con occhi chiusi e un atteggiamento innaturale.

Solo nel 1840 l'introduzione da parte di Joseph Petzval per conto della Voigtländer di un obiettivo di luminosità f/3.6 e dell'aumentata sensibilità della lastra dagherrotipa mediante l'utilizzo di vapori di bromo (John Frederick Goddard) e cloro (Francois Antoine Claudet) permisero esposizioni di soli trenta secondi. La fragilità della lamina argentata fu rafforzata dall'utilizzo di cloruro d'oro per opera di Hippolyte Fizeau, che incrementò anche il contrasto generale.

Il 1841 fu l'anno dell'evoluzione della sciadografia in calotipia ad opera di Talbot, che intuì la possibilità di terminare la trasformazione dei sali d'argento non solo mediante l'azione della luce, ma con l'utilizzo di un nuovo passaggio chiamato sviluppo fotografico. Mentre nella sciadografia l'esposizione continuava fino alla comparsa dell'immagine, nella calotipia l'esposizione venne ridotta a pochi secondi, ed era compito dello sviluppo far apparire l'immagine negativa finale. La carta veniva immersa in una soluzione di nitrato d'argento e acido gallico, esposta e immersa nella stessa soluzione che agisce da rilevatore permettendo la comparsa dell'immagine finale. La stampa necessaria per ottenere il positivo utilizzava il solito cloruro d'argento. Per questo nuovo procedimento Talbot richiese e ottenne un brevetto in Inghilterra, per monetizzare la sua scoperta e seguire l'esempio di Daguerre. Tra il 1844 e il 1846 Talbot produsse in migliaia di copie quello che può essere definito il primo libro fotografico, il Pencil of Nature, contenente 24 calotipi.

Grazie a questi progressi tecnologici, nuovi laboratori aprirono in tutto il mondo. In America, che ottenne il primato della quantità di dagherrotipi prodotti, la fotografia fu importata da Samuel Morse e dal francese François Gourard. Ottenne un grande successo e nel 1850 si contavano più di 80 laboratori nella sola New York, vennero catturati paesaggi del Canada e della frontiera occidentale. Le lastre argentate furono qui prodotte utilizzando macchine a vapore e con il trattamento elettrolitico, che aumentava la quantità di argento sulla lastra. Questo procedimento fu poi importato in Francia e chiamato il ”metodo americano”. Qualcosa di molto americano sarebbe arrivato ancora, più tardi, e avrebbe avuto il nome Kodak:il metodo americano, visto con gli occhi di oggi, appare premonitore.

La moda dei ritratti si sviluppò rapidamente e ne usufruirono tutti i ceti sociali, grazie all'economicità del procedimento. Il dagherrotipo era di solito più apprezzato, perché produceva una sola copia, rendendola quindi più preziosa, e perché di qualità superiore al calotipo, che subiva i difetti dell'utilizzo della carta come supporto per la stampa. I soggetti erano ripresi solitamente in studio, su di uno sfondo bianco, anche se numerosi furono i fotografi itineranti, che si muovevano con le fiere e nei piccoli villaggi. A causa della mortalità ancora elevata, specialmente quella infantile, vennero prodotte anche immagini che ritraevano neonati o bambini deceduti, immortalati su piccole fotografie racchiuse all'interno di ciondoli come ultimo ricordo.

Lo studio di nuovi metodi e la ricerca di materiali per migliorare il processo fotografico non si arrestò. Nel 1851 Frederick Scott Archer introdusse un nuovo procedimento a base di collodio che affiancò e infine sostituì tutte le altre tecniche fotografiche. L'utilizzo del collodio e di lastre in vetro o metallo resero dei negativi di qualità eccezionale, stampati sulle recenti carte albuminate o al carbone. Le lastre al collodio necessitavano di essere esposte ancora umide e sviluppate subito dopo; questa caratteristica, se da un lato permise la consegna immediata del lavoro al cliente, richiese il trasporto del materiale e dei chimici per la preparazione delle lastre nelle attività all'esterno. Il procedimento fu denominato a lastra umida o collodio umido. Dall'intuizione che da un negativo al collodio sottoesposto era possibile ottenere un immediato positivo grazie all'applicazione di una superficie scura sul retro nacquero due tecniche fotografiche, l'ambrotipia brevettata nel 1854 che utilizzò una lastra di vetro, e la ferrotipia, su superficie di metallo.

Una particolare applicazione della lastra umida nacque per soddisfare l'enorme richiesta di ritratti. Brevettata nel 1854 da André Adolphe Eugène Disderi, si componeva di una fotocamera a quattro obiettivi che impressionava una lastra con due esposizioni, per un totale di otto immagini da 10x6 cm, stampati a contatto su carta che, a causa delle piccole dimensioni, vennero chiamati carte de visite.
La richiesta sempre pressante di materiali, strumenti e fotografie produsse un nuovo mercato di fabbriche e laboratori specializzati. La produzione di carta albuminata richiese l'impiego, nella sola fabbrica di Dresda, di circa 60.000 uova al giorno. I laboratori fotografici divennero delle catene di montaggio dove ogni compito era demandato ad un singolo individuo. Una persona si occupava della preparazione delle lastre, che venivano portate al fotografo per l'esposizione e in seguito assegnate ad un altro collaboratore per lo sviluppo. Infine, le lastre erano pronte per il fissaggio conclusivo in un'altra stanza. Erano inoltre presenti delle assistenti per accogliere i clienti e indicar loro la posa più opportuna.

Il popolare formato a “carte de visite” fece nascere la moda dell'album fotografico, dove presero posto i ritratti di famiglia e spesso anche di famosi personaggi dell'epoca. In America si vendettero oltre mille fotografie dell'eroe di Fort Sumter, il maggiore Robert Anderson e in Inghilterra vennero prodotte un gran numero di immagini raffiguranti i reali.

Anche la fotografia paesaggistica fornì elevate quantità di cartoline raffiguranti vedute, monumenti, quartieri o edifici storici da consegnare al turista in visita. Nel 1860 in Scozia, il laboratorio di George Washington Wilson produsse più di tremila fotografie al giorno, utilizzando dei negativi di vetro posti a contatto su carta albuminata, trasportata su nastri all'aperto per l'esposizione alla luce solare.

La necessità di produrre lenti e apparecchiature fotografiche vide la nascita e lo sviluppo di importanti aziende fotografiche, che grazie al loro impegno e sviluppo portarono numerose innovazioni anche nel campo dell'ottica e della fisica. Già nella seconda metà del 1800 furono fondate, sia pure non con gli stessi nomi commerciali con cui le conosciamo ora, né con le medesime produzioni aziende importanti come Carl Zeiss, Agfa, Leica, Ilford, Kodak e Nikon.


Le “carte de visite” e tutte le immagini prodotte in tirature elevate risultavano di bassa qualità a causa della meccanizzazione dell'inquadratura e dello sviluppo. Alcuni laboratori imposero però uno stile estetico più ricercato, producendo ritratti più attenti al carattere del soggetto, utilizzando pose audaci, inquadrature più ravvicinate e illuminazioni studiate. A capo di questi laboratori troviamo solitamente dei pittori, scultori o artisti riconvertiti alla fotografia, che adottarono le tecniche delle arti maggiori anche nel nuovo procedimento. Si fecero portatori di questo nuovo corso gli studi di Nadar, un parigino dalla forte personalità che si rese noto anche per la prima fotografia aerea della storia nel 1858 a bordo di un pallone aerostatico corredato da camera oscura, e il laboratorio di Etienne Carjat. Davanti ai loro obiettivi si trovarono molti dei più importanti personaggi del periodo, come Charles Baudelaire, Gustave Courbet e Victor Hugo.

Ambientazioni particolari, drappeggi di velluto e luci soffuse esaltarono il soggetto, e dove non arrivava la scenografia si utilizzò il ritocco della fotografia, ammorbidendo i segni dell'età o cancellando imperfezioni. La tecnica del ritocco è stata sempre un'attività discussa tra chi intende la fotografica come un documento della realtà e chi vuole uno strumento flessibile per migliorare o realizzare la visione artistica del fotografo.



L'approccio estetico alla fotografia richiese l'adozione di alcune tecniche per introdurre degli effetti pittorici e rendere l'immagine comparabile al dipinto, per questo furono utilizzate la doppia esposizione e il fotomontaggio. L'artista svedese Oscar Rejlander utilizzò trenta negativi diversi nella famosa immagine Le due strade della vita del 1857, mentre il fotografo Gustave Le Gray, per eliminare l'effetto della solarizzazione a cui erano soggette le emulsioni di quel periodo, espose due negativi con tempi diversi, uno per il cielo e uno per il paesaggio, stampandoli poi insieme. Questa tecnica è tuttora utilizzata per estendere la latitudine di posa, anche applicata alla tecnologia digitale: porta il di HDR (High Dynamic Range) e prevede esposizioni diverse in situazioni di contrasti di luce al limite, che verranno poi fuse e unite con un programma di fotoritocco.
Nel 1858 l'immagine Fading away di Henry Peach Robinson, raffigurante una giovane ragazza sul letto di morte circondata dai suoi parenti, venne criticata a causa del soggetto drammatico, ritenuto non opportuno per un'immagine fotografica, considerata ancora solo uno strumento per documentare la realtà e non per interpretarla artisticamente.

Se da un lato la fotografia si adoperò per imitare la pittura, quest'ultima utilizzò sempre più frequentemente il dettaglio prodotto dalle fotografie come studio per la realizzazione dei quadri. Ne fecero uso William Powell Frith per Derby day e anche Eugène Delacroix per la gestualità dei personaggi, nonché altri pittori del periodo.

Nel 1866 Peter Henry Emerson dichiarò la fotografia arte pittorica, elogiando l'utilizzo della neonata tecnica di stampa al platino, della fotoincisione e della sfocatura controllata per sfumare il soggetto, anche se in seguito ritrattò dichiarando che la fotografia era inferiore alla pittura. Nonostante questo, la fotografia pittorica o pittorialismo conquistò diversi circoli fotografici, come il Klub der Amateur-Photographen che nel 1891 organizzò una mostra con immagini scelte secondo il gusto estetico di una giuria di scultori e pittori, a cui seguì una serie di esposizioni annuali intitolate The Photographic Salon organizzate dal circolo Linked Ring.

Nel 1894 fecero la comparsa al Photographic Salon delle immagini prodotte da Robert Demachy con il procedimento alla gomma bicromatata, che rendeva l'immagine molto simile a un dipinto o un disegno. Protagonista delle mostre europee, direttore della rivista fotografica Camera Work, Alfred Stieglitz fondò il 17 febbraio 1902 il circolo fotografico Photo-Secession insieme a importanti fotografi affermati come Eduard Steichen, Clarence White, Edmund Stirling. Fotografo brillante e acuto innovatore, Stieglitz utilizzò diversi procedimenti fotografici e fu tra i primi a utilizzare un apparecchio portatile per foto artistiche, lasciando ai posteri splendide immagini in ogni genere fotografico.

L'inizio del nuovo secolo vide la negazione della fotografia come imitazione della pittura, a cui seguì quindi l'abbandono di tutte quelle tecniche che trasformavano l'immagine simulando i tratti del pennello. Il nuovo corso propendeva verso la fotografia pura, diretta, come strumento estetico fine a sé stesso. Nacque quindi nella prima metà del '900 negli Stati Uniti il movimento della Straight photography, che invitò i fotografi a scendere nelle strade della gente comune e della classe operaia, ritraendo cantieri, metropoli, cieli drammatici, alla ricerca della forma pura o ripetuta, astratta, estetica comune al cubismo e ai nuovi movimenti artistici derivati. A questo nuovo movimento contribuirono autori come Paul Strand, Charles Sheeler, Edward Steichen, Edward Weston. L'opera di quest'ultimo, alla ricerca della tecnica perfetta e della nitidezza assoluta, diede spirito ad una associazione di fotografi in cui figuravano Ansel Adams, Imogen Cunningham, John Paul Edwards, Sonya Noskowiak, Henry Swift, Willard Van Dyke e lo stesso Weston per la formazione del Gruppo f/64, dal valore in cui il diaframma fornisce la profondità di campo maggiore.

La ricerca di nuove forme e di punti di vista eccentrici incontrarono i movimenti d'avanguardia del XX secolo. Vennero reinterpretate tecniche desuete come la stenoscopia e la sciadografia, reinventata da Christian Schad nella schadografia. L'indagine astratta portò alla messa a punto di nuovi procedimenti, quali la rayografia, la vortografia, il fotomontaggio o collage, utilizzato dai dadaisti. Esponenti delle nuove forme artistiche furono Man Ray, El Lissitzky, Aleksandr Rodchenko, Paul Citroen.

Nel 1871 Richard Leach Maddox mise a punto una nuova emulsione, preparata con bromuro di cadmio, nitrato d'argento e gelatina. Questo nuovo materiale venne adottato solo sette anni dopo, a seguito dei miglioramenti introdotti da Richard Kennet e Charles Harper Bennet. Le lastre così prodotte permisero un trasporto più agevole perché non necessitavano più della preparazione prima dell'esposizione. Questo supporto molto più pratico fu adottato da una nuova categoria di strumenti fotografici, gli apparecchi portatili. Il 1888 vide la nascita della Kodak N.1, una fotocamera portatile con 100 pose già precaricate al prezzo di 25 dollari, introdotta da George Eastman con lo slogan "Voi premete il bottone, noi faremo il resto". Inizialmente il materiale fotosensibile era cosparso su carta che, nel 1891, venne sostituita con una pellicola di celluloide avvolta in rulli, la moderna pellicola fotografica.

Inizialmente senza mirino, l'evoluzione della fotocamera portò all'introduzione di un secondo obiettivo per l'inquadratura e successivamente un sistema a pentaprisma e specchio nella Graflex del 1903, la prima single lens reflex. Antesignana dell Contax, Canon e Nikon in arrivo qualche decennio più tardi.

Nel 1869 Ernst Leitz fondò la Leitz, inizialmente la produzione fu di strumenti ottici e di precisione. Alla sua morte il figlio decise di entrare nel mondo della fotografia. Nel 1911 Oskar Barnack, ingegnere proveniente dalla Zeiss, cercò di utilizzare la pellicola per riprese cinematografiche con apposite modifiche inserendola in un caricatore, per creare un nuovo tipo di macchina fotografica. Naque così la fotocamera a pellicola 24X36 noto anche come "formato Leica" che troviamo sulle fotocamere ancora oggi. Il frutto degli studi di Oskar Barnack fu la creazione del prototipo UR, nel 1914, fotocamera 35 mm con sul piano focale, obiettivo di 50 millimetri di lunghezza focale, slitta porta accessori e peso di 350 grammi, questa fu la capostipite di tutte le fotocamere Leica e questa architettura venne adottata in tutte le fotocamere 35 mm fino ai nostri giorni. Era il passaggio che mancava per la definitiva consacrazione della fotografia come strumento principe del racconto giornalistico: la portabilità, la leggerezza e la precisione.

Con la crisi economica tedesca, Leitz si convinse a giocare la carta della produzione fotografica, fu coniato il nome che ancora oggi ha la casa tedesca Leica e nel Error: Reference source not found, alla fiera di Error: Reference source not found, fu presentata la Error: Reference source not found, prima Leica di serie; i concetti costruttivi erano quelli che ancora oggi sono alla base delle moderne fotocamere 35 mm.



La divisione fotografica dell'Error: Reference source not found nella Error: Reference source not found venne dotata esclusivamente di fotocamere Leica, infatti esistono delle Leica a Error: Reference source not found con ottica a vite E39 che riportano come marchio l'aquila nazista. La qualità assoluta, la rapidità di scatto, le dimensioni ridotte e la bellezza estetica delle Leica furono tali che i Sovietici copiarono palesemente, con scarso successo, svariati modelli Leica, sia prima che durante che dopo l'ultimo conflitto mondiale


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