Lavoro e vita sociale: le ambivalenze della società flessibile



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30.12.2017
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Lavoro e vita sociale: le dense ambivalenze della società flessibile

di Federico Chicchi




1. Crisi della società industriale e genealogia sociale della flessibilità

Il lavoro è stato per molti anni l’architrave della vita sociale. Il rapporto tra questo specifico istituto sociale e le modalità di organizzazione della vita individuale e collettiva, per lo meno nelle industrializzate società occidentali, si è caratterizzato, infatti, per una relazione di forte e reciproco condizionamento. Si potrebbe affermare, senza eccessivi timori di smentita, che il lavoro e le particolari forme normative all’interno delle quali quest’ultimo si è inscritto e operativizzato (prime fra tutte le grandi imprese industriali), hanno accompagnato e determinato, nel bene e nel male, i destini delle moderne soggettività sociali. Ora questo rapporto stringente parrebbe messo in discussione, almeno in parte.

Il novecento è stato un periodo storico all’interno del quale la definizione sociale del tempo e dello spazio, e quindi della soggettività, si è organizzata attorno alle esigenze “contabili” del lavoro e alle sue peculiari proprietà organizzative e produttive. La società del lavoro, così come spesso si definisce tale arco temporale al fine di sottolineare il ruolo giocato dal lavoro nella vita sociale, è stata, in altre parole, la società dove il valore e il grado di riconoscimento (Honneth, 2002)1 di una persona diveniva ponderabile e misurabile attraverso la qualità e la quantità della sua partecipazione all’attività di produzione. Come ha molto efficacemente mostrato Robert Castel (1995) il lavoro in tal senso si connotava anche come ambito di valutazione morale della persona: escluso e biasimato (in quanto non attivo) era colui che non partecipava all’agire produttivo, incluso era colui che poneva la sua forza-lavoro al servizio della crescita della ricchezza nazionale.

La società del lavoro è dunque quell’arco temporale all’interno del quale la cittadinanza, come portato di diritti e titolarità sociali, si è costruita e organizzata attraverso la disposizione, più o meno docilmente convogliata, delle energie sociali nella “forma” del lavoro salariato. Il lavoro ha assunto in questo modo una straordinaria rilevanza nella costruzione dei processi di progettazione e formazione delle identità sociali (identizzazione)2, istituendo lo spazio privilegiato del loro “governo” e della loro disciplina, ma al contempo, del loro potenziale di emancipazione sociale3.



E’ però proprio quest’ambivalenza4 mai del tutto risolta, - invisibile e non percepibile solo fino al momento in cui non s’inizi opportunamente a guardare al rapporto di lavoro salariato anche come un rapporto di sussunzione e quindi di sfruttamento - che ha portato progressivamente alla maturazione di un orizzonte di crisi strutturale all’interno di questo specifico e privilegiato istituto e delle sue grammatiche di potere.

Il lavoro nella società della produzione industriale ha assunto alcune caratteristiche distintive che è bene ricordare per poter iniziare in modo consapevole l’analisi della sua condizione contemporanea. Il lavoro in tale contesto aveva, in primo luogo, la forma di un contratto, un contratto apparentemente5 stipulato tra un datore di lavoro e un prestatore d’opera che in cambio di una serie di garanzie accettava la sua piena subordinazione alla macchina di produzione. Si tratta di un contratto che veniva stipulato in un regime di libertà formale tra i contraenti (altrimenti non potrebbe chiamarsi tale) che in virtù delle procedure stabilite doveva, per essere ritenuto valido, da un lato fare riferimento ad una serie di norme esplicite (il diritto del lavoro) e, dall’altro, essere modificato e articolato in ambito organizzativo, sempre secondo il quadro normativo vigente in merito, alla luce dei rapporti di forza che si stabilivano socialmente tra le classi sociali. In questo senso il contratto di lavoro non era solo il risultato di uno spazio più o meno elastico di contrattazione inter-individuale: al fine di garantire una minore disuguaglianza dei rapporti di forza tra i contraenti, nella società del lavoro il contratto era infatti la risultante di una contrattazione sociale tra classi (proprietari e non proprietari dei mezzi di produzione) e stabiliva a partire da qui le forme e i modi particolari di ogni singola partecipazione al lavoro. Tutto questo, dunque, alla luce e in coerenza delle norme generali che a monte dello specifico negozio erano state collettivamente validate. Il lavoro, inteso come istituto di regolazione dei rapporti produttivi tra classi e come spazio di articolazione del legame sociale, era quindi formalmente il risultato della mediazione collettiva che attraverso il diritto avveniva tra le diverse (e conflittuali) forze sociali in gioco. Sottolineiamo qui la questione della mediazione collettiva perché nell’economia contemporanea quest’ultima viene sempre più rimossa in favore di una modalità di gestione del potere negoziale che tende ad individuare i suoi attori, non più per riferimento a collettivi professionali piuttosto omogenei al loro interno (classe), ma a singoli soggetti che hanno ciascuno l’obiettivo di massimizzare il loro tornaconto personale (ottenere un giusto e meritorio compenso e sviluppare un incremento curriculare di esperienza professionale)6. Alla luce di ciò, le modalità con cui i soggetti “entrano” nel lavoro non corrisponde più a criteri uniformi e codificati, così come erano quelli tipici nell’economia fordista, ma si differenzia e articola a seconda e delle qualità professionali personali di ciascuno e, ciò che più conta nella nostra proposta interpretativa, secondo le disponibilità e capacità generiche della persona a corrispondere efficacemente e pro-attivamente alle necessità funzionali del complesso e globalizzato sistema di produzione. Soprattutto, però, è il crescente e strategico ingresso, e la conseguente loro captazione informale, nelle filiere di produzione attuali di abilità e capacità sociali (affettive, relazionali, simbolico-comunicative e cognitive) non tradizionalmente facenti parte delle competenze professionali formalizzabili a rendere, come dire, inadeguata e insufficiente la figura del contratto di lavoro per definire e quindi interpretare (ma su questo fondamentale aspetto torneremo in seguito) il rapporto salariale attuale tra capitale e lavoro7. Come ha ben sottolineato in proposito Christian Marazzi in un suo ormai classico e fondamentale lavoro (1994) nel post-fordismo riemergerebbe una evidente e diffusa connotazione “servile” e pre-contrattuale del lavoro:
i salari vengono fortemente individualizzati: la qualifica acquisita dall’operaio (età, competenze e livello di formazione iniziale), determina solo una parte del reddito salariale, mentre una parte crescente si determina sul posto di lavoro sulla base del grado di implicazione, di “zelo” e di interessamento dimostrati durante il processo lavorativo, ossia dopo il momento della contrattazione. In questo modo il salario si dissocia dal posto di lavoro occupato, perde le sue connotazioni di settore o di industria per trasformarsi sempre più in remunerazione individuale. [...] La connotazione servile del lavoro post-fordista si inserisce perfettamente in questa forma del rapporto salariale, proprio in quella parte variabile e reversibile del salario che dipende dall’implicazione e dall’interessamento personali dell’operaio alle sorti dell’impresa (Marazzi, 1994, pp. 41-42).
La svolta è di grande rilevanza perché spinge il lavoro a ridefinirsi soggettivamente come una sorta d’impresa individuale, come un progetto, “egoistico” e soggettivamente governato di accumulazione di capitale umano8, rimuovendo (ma si potrebbe anche dire: occultando), nei fatti, la invece genetica disuguaglianza di posizioni sociali di classe della società capitalistica9. La differenza sociale tra lavoro e capitale verrebbe, in tal senso, a perdere di rilevanza, assorbita e manipolata in virtù dell’imporsi incontrastato di un nuovo “regime di verità”, in gran parte fondato sui supposti virtuosi principi del mercato come unico “indice” di riferimento dell’azione economica pubblica e/o privata e del tutto rivolto a proteggere la funzionalità della “repubblica fenomenica degli interessi”10. Ribaltando, di fatto, il rapporto tra società ed economia in favore di quest’ultima: nelle società neoliberali si governa per il mercato e non il mercato.

Tale radicale svolta interna al discorso del lavoro si è articolata all’interno della prima richiamata ambivalenza dell’occupazione salariata ad essere al contempo, spazio privilegiato di soggettivazione sociale (ad esempio: in quanto strettamente collegato all’acquisizione di nuove titolarità e proprietà sociali) e di assoggettamento alla logica della mercificazione e dello sfruttamento capitalistico. Il governo capitalistico di tale ambivalenza ha permesso, per circa trent’anni (i francesi definiscono non a caso gli anni che vanno dal dopoguerra all’inizio degli anni settanta i trenta gloriosi) la definizione e l’incontrastato successo economico e sociale di quel regime di crescita denominato fordista maturo, che verso la metà degli anni settanta del secolo scorso, ha incominciato però, a causa di una serie complessa e concomitante di fattori di crisi11, a non essere più sostenibile. Cerchiamo di chiarire meglio tale questione.

L’ambiguità interna all’istituto moderno e industriale del lavoro, poc’anzi evocata, è resa più evidente facendo riferimento, al fatto per cui, se da un lato, l’istituzione della società salariale (Castel, 1995) ha permesso la progressiva (seppur conflittuale e non sempre lineare nel suo sviluppo) emancipazione sociale di intere fasce di popolazione “non proprietaria”, attraverso: i. la stabilizzazione e finalizzazione delle loro carriere di vita dentro un modello dispositivo lineare e stadiale, scandito dalle fasi di formazione - occupazione full time e a tempo indeterminato - pensione; ii. l’istituzionalizzazione della proprietà sociale (allargamento dei diritti sociali e in generale creazione dei servizi di Welfare) realizzata attraverso la redistribuzione pubblica di una parte del reddito complessivo prodotto; iii. l’accesso dei lavoratori al consumo dei beni di massa prodotti; al contempo ha però imposto un’organizzazione sociale operante secondo una logica di rigida subordinazione e una forma di inclusione che potremmo definire differenziale (Mezzadra, 2008), prevalentemente articolata sulla distinzione dei ruoli sociali per classe, genere e generazione, ed ha quindi determinato la formazione di una gerarchia sociale (stratificazione), in taluni casi anche fortemente discriminatoria. Nel nostro Paese, poi, al di là di alcuni effetti reali di redistribuzione del reddito, tale dispositivo di regolazione, accompagnato ad un modello di Welfare con bassa vocazione universalistica (Rizza, 2002), ha prodotto una sostanziale condizione di immobilità sociale che dura e resiste fino ai nostri giorni (le statistiche più recenti sono impietose a riguardo) e che mostra come la società del lavoro (e soprattutto la sua successiva evoluzione in senso neoliberale) in fin dei conti abbia solo apparentemente scalfito o perlomeno solamente edulcorato i privilegi e le posizioni di forza dominanti nel sistema capitalistico nazionale.

Riteniamo quindi che la comprensione dell’ambivalenza interna all’istituto del lavoro come medium privilegiato della cittadinanza e strumento principe (e quasi esclusivo) dell’inclusione sociale (in proposito l’appellativo francese coniato da Barel (1990) di le grand intégrateur ci pare molto efficace) debba essere la base di partenza di ogni tentativo di comprensione della origine della crisi attuale delle istituzioni sociali della società contemporanea, e in primo luogo del lavoro stesso. Più specificatamente il modello della cittadinanza industriale, fondato su quello che con i teorici della scuola della regolazione (Aglietta e Boyer su tutti) possiamo nominare compromesso fordista tra capitale e lavoro, ha imposto come centro nevralgico del suo generale funzionamento un rapporto sociale di delega della decisione e della discrezionalità soggettiva (articolato dentro una precisa catena di comando) consustanziale allo stesso dispositivo di cittadinanza sociale e alle forme democratiche della rappresentanza, che mostrano oggi, nel bel mezzo della crisi economica globale in atto nel sistema capitalistico, tutta la loro problematica eredità.

Il definirsi della tayloriana organizzazione scientifica del lavoro come unica matrice di riferimento per l’organizzazione dell’attività produttiva (one best way), seppur nelle sue variate e specifiche modalità nazionali, ha determinato infatti la generalizzazione di una pratica di socializzazione dominante (una “sintesi sociale” per dirla con Sohn-Rethel) riconducibile da un lato alla mercificazione della vita dentro la logica del mercato e dall’altro alla sua perversa gerarchica specializzazione funzionale. Questo paradigma sociale basato, dunque, sulla delega e sulla subordinazione in cambio di stabilità e protezione sociale (garantite dal diritto pubblico) si è radicato come forma generale del rapporto sociale, ovverosia del rapporto tra istituzioni e soggettività sociali, rapporto quindi incentrato sulla passiva aderenza di queste ultime alle esigenze funzionali (ed eufemisticamente definite esperte) e, non di rado, corporative delle prime.

I movimenti di contestazione degli anni settanta, coevi alla crisi sistemica del fordismo e che hanno espresso nei loro slogan tutta l’insofferenza sociale per tale organizzazione sociale, hanno quindi mobilitato una reazione collettiva al disagio sociale che risultava dall’esperienza sociale di tale configurazione di sapere/potere. Tale reazione era ci pare, dunque, peculiarmente “culturale” (e politica) e si saldava con le frustrazioni sociali crescenti legate alla emergente problematicità della struttura socio-economica capitalistica di continuare a garantire piena occupazione e forti tassi di sviluppo e di redistribuzione del reddito. Lo slogan rimasto famoso del maggio francese: “la fantasia al potere” esprimeva quindi a nostro avviso l’esigenza di rompere tale rapporto di comando e governo “verticale” sulle forze produttive sociali, comando istituzionalizzato all’interno di gerarchie di potere che oltre ad avvilire le soggettività nella scansione monotona e ripetitiva del lavoro macchinico-industriale, le “differenziava” per titolarità e validazione sociale, ad esempio, a seconda della provenienza territoriale e del genere. Prima di poter “osservare” e comprendere come è cambiato il lavoro oggi e se e come è possibile, attraverso di esso, rilanciare e promuovere efficaci processi di emancipazione sociale, è bene allora aver ben presente che il tema oggi dominante della flessibilità, prima di essere metabolizzato e implementato come strumento di ottimizzazione delle pratiche produttive e imposto nel mondo del lavoro sottoforma di precarietà occupazionale, si è generato in seno ai corpi sociali come esigenza di libertà, in reazione al costringente spazio disciplinante del lavoro salariato, così come era stato generalizzato nella società industriale e welferistica12. Dunque se fare genealogia significa “dar conto della costituzione dei saperi, dei discorsi, degli ambiti di oggetti”, individuare una insorgenza costituente, una eterogeneità storica, è in tale contesto che a nostro avviso è doveroso collocare la genesi della retorica della flessibilità13.




2. Il lavoro nell’epoca della flessibilità

Il tema sociale del lavoro, e la sua tipica struttura di organizzazione produttiva, ha attraversato dunque, a partire dalle critiche ad esso socialmente rivolte negli anni settanta, un momento di profonda ridefinizione della sua sintassi e dei suoi significati. Anche a seguito di tutta una serie di trasformazioni strutturali della società e dell’economia mondiale (globalizzazione e innovazioni tecnologiche in primis)14 il modello di produzione fordista e i suoi istituti di regolazione hanno, infatti, iniziato un declino inesorabile producendo sul modo di lavorare tutta una serie di trasformazioni (economiche, organizzative, culturali e giuridiche), che metabolizzando a fini produttivi e manageriali, l’imperativo della flessibilità hanno profondamente modificato il suo statuto sociale.

In estrema sintesi per quanto riguarda i “contenuti” del lavoro, nel nuovo modello di capitalismo che viene emergendo lungo la progressiva crisi della società salariale e che è stato definito come post-fordista, l’attività di lavoro di una parte sempre più estesa di persone non ha più a che fare con l’esecuzione passiva ed etero-diretta di operazioni ma con il trattamento di informazioni e conoscenze, con l’investimento della propria soggettività in relazioni di servizio e/o con lo sviluppare, dal basso delle filiere reticolari, innovazione di prodotto e di processo. In altre parole “l’importanza dell’attività produttiva “routinaria” e del lavoro materiale che consiste nel trasformare la materia prima attraverso l’aiuto di strumenti e di macchine, anch’essi materiali, diminuisce a vantaggio di un nuovo paradigma del lavoro contemporaneamente più intellettuale, immateriale e relazionale” (Vercellone, 2009). Per essere efficiente ed appetibile il lavoro oggi deve dunque farsi intraprendente, capace di contribuire alla risoluzione (a seconda delle competenze, su livelli differenti di responsabilità) dei problemi che un’attività di impresa incontra sul suo accidentato cammino competitivo. Naturalmente questa trasformazione è legata ad una causa “strutturale” che va tenuta in grande considerazione: essa ha a che fare con la trasformazione del sapere/potere capitalistico, che ha come obbiettivo irrinunciabile e trasversale in ogni fase della sua evoluzione storica, pena la sua crisi irreversibile, la produzione di una eccedenza, di un sovrappiù da incorporare all’interno della sua “ossessiva” dinamica economica di valorizzazione. Infatti, “solo l’innovazione, la creatività, l’opera originale dell’ingegno, non deducibili dall’esistente possono salvare il sistema dalla stagnazione, dalla sovrapproduzione: una iniezione di volontà creativa che Schumpeter attribuiva all’imprenditore/innovatore, ma che, di fatto, si riverbera sull’intero sistema produttivo stimolato a cercare organizzazioni del lavoro che aumentino la produttività riducendo i costi e sollecitano a inventare nuovi prodotti che accendano la domanda” (Bazzicalupo, 2006, p. 128). A questo fine è la struttura stessa del comando del capitale sul lavoro che viene a modificarsi complessificandosi e mutando i suoi principi di funzionamento: ciò che viene richiesto è oggi “un tipo di cooperazione da parte di chi lavora, che non sta nell’ordine della repressione e della passività, ma mobilita il sé desiderante e quei caratteri personali che, nello schema tradizionale, non erano presenti. (...) Oggi è l’intera produttività dell’uomo, la sua fantasia, la sua immaginazione, il suo ruolo innovativo e adattivo alle circostanze, flessibile nelle esigenze relazionali a essere necessari. Tramontano i contratti collettivi, che pure hanno fatto la forza dei sindacati; la relazione con l’azienda si personalizza attraverso incentivi speciali, benefit, vacanze premio” (Ivi, p. 129).

La perdita di centralità del lavoro salariato, il progressivo farsi autonomo (auto-organizzato), de-centralizzato e reticolare della cooperazione sociale, e l’instaurarsi nel rapporto tra capitale e lavoro di una norma sempre più individualizzata, porta con sé un’altra fondamentale trasformazione economica e sociale che è centrale e imprescindibile per ricostruire il senso del nostro presente percorso interpretativo: il lavoro oggi si presenta, nello stesso tempo, all’interno dell’impresa, ma contemporaneamente si organizza sempre di più al di fuori di essa (Cfr. Vercellone, 2009 e Marazzi, 2009). Questo significa però anche che i confini tradizionali del lavoro (quelli del mansionario e della competenza professionale) tendono a farsi sempre più porosi per finire ad invadere - con le logiche strumentali che gli sono consustanziali - quegli spazi di vita (prima detti riproduttivi) che ne erano in un certo senso impermeabili, perché considerati improduttivi e non sfruttabili direttamente a fini economici. In altre parole “il modo in cui il capitale è riuscito ad aumentare la produttività a partire da un lavoro necessario ridotto al minimo dall’automazione e dall’informatizzazione è stato quello di uscire dal rapporto salariale, appropriandosi di una serie di attività il cui contributo alla valorizzazione del capitale permette di liberarsi dei limiti che il rapporto salariale pone agli aumenti di produttività. È con l’aumento del volume di lavoro extra-salariale, o extra contrattuale, che si possono oggi ottenere continui aumenti di produttività comprimendo il lavoro vivo sociale” (Marazzi, 1998, p. 108, corsivo nostro).

Non è un caso allora che tutte (o quasi) le recenti ricerche sul campo sul lavoro giovanile sottolineino l’emergere dirompente sulle biografie sociali del problema della gestione dei rapporti tra tempi di vita e tempi di lavoro (è quello che nella letteratura di genere viene definito come il problema della conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro): i dati mostrano come le frontiere tra lavoro e non lavoro si stiano progressivamente sgretolando e come diventi sempre più difficile gestire soggettivamente la crescente dinamica di confusione delle loro diverse temporalità sociali. Ciò che va ancor di più sottolineato in proposito è però che tale dinamica si presenta come fondamentalmente contraddittoria. Da un lato, infatti, il tempo “libero” non è più riducibile alla sola funzione riproduttiva e rigenerante dell’energia lavorativa. Esso si articola in svariate e differenziate attività: quali quella di formazione e autoformazione, di volontariato, di cooperazione (non sempre consapevole) nella generazione dei saperi, nel “consumo produttivo” (Codeluppi, 2008), ecc.. In tutte queste attività ciascun individuo coniuga e trasporta il suo sapere da un tempo sociale all’altro valorizzando il valore d’uso, della sua e di altri, forza-lavoro. Allo stesso modo però, la “ricchezza” crescente di tali esperienze genera una tensione progressiva tra la tendenza all’autonomia e all’auto-organizzazione del lavoro e il tentativo del capitalismo di catturare, mettere a valore e quindi fare sintesi economica dell’insieme virtuoso di tali differenti tempi sociali (Vercellone, 2009). E in tal senso:
La prescrizione della soggettività al fine di ottenere l’interiorizzazione degli obiettivi dell’impresa, l’obbligo al risultato, il management per progetti, la pressione del cliente cosi come la costrizione pura e semplice legata alla precarietà sono le principali vie esplorate dal capitale per tentare di rispondere a questo problema inedito. Le diverse forme di precarizzazione del rapporto salariale costituiscono anche e soprattutto uno strumento attraverso di cui il capitale tenta di imporre e di beneficiare gratuitamente della implicazione/subordinazione totale dei salariati, senza riconoscere e senza pagare il salario corrispondente a questo tempo di lavoro non integrato e non misurabile dal contratto ufficiale di lavoro. Queste evoluzioni si traducono in una crescita del lavoro non misurato e difficilmente quantificabile secondo i criteri tradizionali della sua misura. Si tratta di uno degli elementi che devono condurre a ripensare globalmente la nozione di tempo di lavoro e dunque di salario rispetto all’epoca fordista (Ibidem).

3. I processi di soggettivazione nel lavoro e la nuova pratica governamentale

Lo scenario che delimita e al contempo caratterizza la prassi lavorativa contemporanea è, dunque, connesso all’imporsi di una nuova fattispecie normativa che si esercita al di là della sua tradizionale astratta generalità. La sua rinnovata efficacia si misura cioè sulla capacità della norma di individualizzare l’oggetto del suo esercizio. Essa si applica in tal senso su ogni singolo corpo al lavoro, in modo da stabilire una “reazione” conformistica e soggettivamente consensuale alle mutevoli esigenze organizzative della produzione post-fordista. Si tratta in tal senso dell’istituirsi di un nuovo modello di potere che si pone come coerente e consustanziale alla crescente complessità e variabilità del capitalismo flessibile. Non si tratta più, quindi, di predisporre e disciplinare (subordinare) i soggetti produttivi all’interno di rigidi ruoli operativi, secondo un preciso e sostanzialmente stabile piano organizzativo cui corrisponde una ferrea disciplina operativa (in questo caso non ci sarebbe la possibilità di sfruttare le sempre più rilevanti competenze cognitive ed emotive dei lavoratori), ma piuttosto di formare e quindi controllare15 degli spazi di “libertà” di azione produttiva all’interno dei quali le condotte soggettive possano plasmarsi in conformità con le esigenze di continua e imperante innovazione dei processi e dei prodotti. Sul piano dell’analisi del potere, si tratta di riconoscere quella che possiamo definire come la svolta biopolitica della società contemporanea, dove le relazioni di potere non sono più intese nel senso della semplificante forma dicotomica sovrano-sudditi, o dentro-fuori della legge; la norma biopolitica si presenta invece come “extragiuridica, eccezionale, flessibile, poiché la flessibilità e l’imprevedibilità sono i caratteri dell’oggetto-vita cui si riferisce” (Bazzicalupo 2006, p. 39). Tale potere non si esercita attraverso l’esercizio di un comando “minaccioso” e “sovrano”, ma attraverso la proposizione “suadente” e maternale di percorsi aperti di soggettivazione e potenziamento delle proprie qualità personali al fine di sostenere la costruzione “orientata al regime di verità” delle singole biografie professionali (empowerment). Il potere biopolitico è in tal senso un potere “che produce un più di vita” e non è costrittivo/disciplinare nel senso tradizionale del termine, è un potere che governa la vita attraverso l’assoggettamento al sapere/potere economico (bioeconomia) e attraverso la produzione di spazi di libertà, all’interno dei quali stimolare la soggettività creativa e la cooperazione sociale, spazi che però sono già piegati in una unica direzione prestabilita, quella indicata dal mercato e dai suoi autoreferenziali criteri di efficienza16.


Serve la libertà del mercato del lavoro, ma occorre anche che vi siano dei lavoratori: che siano abbastanza numerosi, sufficientemente competenti e qualificati, ma anche politicamente disarmati, in modo che il mercato del lavoro non sia sottoposto a pressioni. Si creano così le condizioni per dar vita ad una legislazione formidabile, per una formidabile quantità di interventi di governo, a garanzia di quella produzione di libertà di cui si ha appunto bisogno per governare (Foucault, 2005, p. 66-67).
Per osservare la stessa questione da una diversa prospettiva interpretativa, ciò che appare divenire rilevante, con l’affermarsi del cosiddetto capitalismo biopolitico, riguarda, in primo luogo, l’indebolimento delle mediazioni (sociali e giuridiche) tra vita ed economia, e di conseguenza, l’accentuarsi della prossimità dei dispositivi di governo sulle condotte; dispositivi17 che possono essere facilmente riscontrati anche all’interno dei nuovi rapporti organizzativi post-tayloristici. Con il concetto di prossimità intendiamo quindi sottolineare la “cattura”18 all’interno della pianificazione razionale e strategica della produzione flessibile, degli aspetti intimi, privati, relazionali e comunicativi che prima non partecipavano alla vita produttiva.

L’immediata “messa a valore” del bios (mente e corpo, vita e saperi personali) pone quindi le basi di una nuova struttura di definizione della forma del lavoro nella società capitalistica attuale.



Questo processo di “approfondimento” della relazione produttiva volto a comprendere al suo interno gli aspetti più intimi e privati della persona, come detto, prefigura anche una nuova modalità di gestione del potere organizzativo (che è rintracciabile ad esempio nella diffusione organizzativa di pratiche normative informali e non scritte facenti riferimento alle cosiddette convenzioni ‘domestiche’ a scapito di quelle invece esplicite dette ‘civiche e/o industriali’)19. È il tema che in filosofia politica è stato definito, tramite il ricorso al lessico foucaultiano, come il passaggio dal governo alla governamentalità20, intesa quest’ultima come una nuova e pervasiva tecnica di controllo delle condotte sociali che si differenzia dalle tradizionali azioni di disciplina gerarchica dell’agire sociale e che si caratterizza, tra l’altro, (repetita iuvant) per il mettere a valore non solo gli aspetti meramente operativi e professionali del fare sociale, ma ogni aspetto della vita umana (Cfr. Amendola, Bazzicalupo, Chicchi, Tucci, 2008 e Marzocca, 2007). Sul piano istituzionale le diffuse retoriche manageriali e sociali (che sono anche alla base degli indirizzi generali delle cosiddette politiche dell’attivazione) sulla importanza dell’autonomia, sulla responsabilizzazione e attivazione del capitale umano, sulla personalizzazione degli interventi di riqualificazione delle risorse umane, ecc.. sono la conferma empirica dell’ipotesi del costituirsi di quello che qui definiamo come capitalismo di prossimità.

3.1. la torsione del contratto di lavoro e la evaporazione sostanziale della norma collettiva
La pratica governamentale di stampo neoliberale può essere dunque rintracciata all’interno di svariate modalità attuali di organizzazione del lavoro. Per quanto ci riguarda, ci preme sottolineare, in coerenza con quanto affermato fino ad ora, che questa modalità di esercizio del potere si palesa, in particolare per quanto riguarda i rapporti tra impresa e lavoro, nella progressiva perdita di rilevanza del diritto del lavoro come istanza di mediazione sociale privilegiata, a scapito di una crescente attribuzione di un dovere o responsabilità personale nella gestione del proprio percorso professionale21. Con lo sviluppo dello Stato Sociale si era infatti sedimentata la convinzione che il lavoro e le condizioni per la garanzia di un suo “dignitoso” svolgimento fossero un diritto fondamentale garantito socialmente. Questa convinzione si è fortemente indebolita a partire dagli anni settanta, quando con la crisi del fordismo è iniziata la formazione del nuovo modello di produzione flessibile basato sulla generalizzazione sociale della cultura del rischio (Chicchi, 2003; Sennett, 2006). Il nuovo modello normativo che lo supporta suggerisce, infatti, che la possibilità di trovare stabilità lavorativa e successo professionale sia per lo più collegabile alla “correttezza” del proprio comportamento individuale sul mercato del lavoro e nelle pratiche personali di relazione con l’impresa. Si fa dunque largo l’idea che la responsabilità e l’impegno individuale siano la chiave di volta per il buon inserimento nel mercato del lavoro (e nella società) e in virtù di ciò tutte le politiche del lavoro più recenti dei paesi occidentali hanno fatto proprio tale indirizzo guida sviluppando le cosiddette politiche di workfare. Tale appello alla responsabilità individuale fa, inoltre, perno sulla convinzione che le azioni di compensazione e presa in carico dello Stato Sociale siano inutili (perché ingenererebbero passività e dipendenza) se non dannose, per il corretto e positivo sviluppo delle soggettività sociali e produttive. In sostanza, al di là dell’aspetto ideologico, si è trattato di trasferire parte del rischio d’impresa sul lavoratore, trasformandolo, come prima anticipato, in una sorta di impresa individuale22 che ha l’onere di rischiare (investire) in prima persona le proprie risorse e che deve essere capace di accogliere e quindi gestire, con oculatezza e strategia, le crescenti incertezze presenti nel mercato del lavoro. Questo comporta, tra l’altro, che “Il diritto del lavoro, dice Supiot (2005), tende ad essere riassorbito nel diritto dei contratti che regola il libero scambio tra domanda ed offerta, anche le protezioni (si pensi alla pensione) sempre di più si acquistano in base a contratti regolati dal diritto delle assicurazioni” (De Leonardis, 2009).

È in ogni caso bene precisare che sa da un lato l’indebolimento delle norme collettive apre uno scenario di grave incertezza e precarietà per i soggetti sociali, esposti ora ad una modalità di contrattazione senza un forte e terzo (supposto imparziale) centro regolatore capace di limitare e mediare la crescente ingerenza nei sistemi di Welfare di forti interessi particolari (lobbistici) per lo più privatistici e auto-interessati, dall’altro lato l’indebolimento del monopolio normativo di stampo pubblico-statuale apre uno scenario negoziale di tipo nuovo che vede, a fianco del rischio dell’arbitrio e della contingenza, il prodursi di forme di autoregolazione che, sviluppandosi in forma orizzontale e reticolare, mostrano anche la possibilità di istituire inediti processi di soggettivazione che possono (potenzialmente) presentarsi come un inedito e maggiormente democratico spazio policentrico di “amministrazione condivisa” della produzione di ricchezza e delle pratiche sociali in generale (De Leonardis, 2009).

Ci troviamo quindi, ancora una volta, di fronte ad una irriducibile ambivalenza: da un lato abbiamo un potere meno visibile, ma più subdolo e insinuante, che cerca di controllare gli attori sociali secondo le nuove strategie governamentali, organizzate in coerenza con misure di governo sicuritario volte a proteggere il corretto funzionamento del mercato23, dall’altra la possibilità di sfruttare la inedita complessità produttiva e normativa per istituire nuovi scenari di auto-produzione democratica dei saperi e delle norme che regolano la produzione della ricchezza sociale. Tale ambivalenza, vera posta in gioco del contemporaneo, si risolverà crediamo soltanto in virtù del modello di Welfare (e di lavoro) che verrà precisandosi nei prossimi anni, cioè, a seconda della “forza sociale” che le soggettività sociali saranno in grado di mobilitare dentro l’attuale crisi economica in favore (speriamo) di una sua forte rivisitazione in senso democratico.


4. Conclusioni: lavoro e inclusione sociale un rapporto tutto da reinventare

Le profonde trasformazioni che hanno coinvolto il lavoro negli ultimi anni hanno evidentemente indebolito le sue moderne proprietà di coniugazione e protezione del legame sociale. Nel contesto attuale del capitalismo cognitivo e finanziario, la condizione di occupazione, l’essere occupato, non è di fatto, una risorsa sufficiente per poter adeguatamente supportare un’autonoma progettazione della propria vita sociale; e questo, si badi bene, anche al di là e a prescindere dalla specifica forma giuridica che può assumere oggi il lavoro (oramai senza più una tipica fattispecie giuridica di riferimento). La precarietà è diventata infatti una condizione soggettiva strutturale, e trasversale alle diverse forme d’impiego, del vigente (morente?) modello socio-economico capitalistico.

La situazione attuale richiede in primo luogo di prendere atto che la produzione del valore (e la sua organizzazione sociale) assume oggi inedite caratteristiche, riconducibili, da un lato, alla crescente centralità delle risorse intangibili (che hanno una natura economica differente da quelle tradizionalmente impiegate nella trasformazione industriale)24 e dall’altro al fatto che le distinzioni moderne tra sfera produttiva e sfera riproduttiva tendono progressivamente a saltare e a confondersi. In virtù di ciò il lavoro non si definisce più, nei suoi contenuti e nella sue qualità sociali, necessariamente in stretto rapporto con una struttura tecnica e produttiva a lui estranea e contrapposta (la fabbrica)25. Il lavoro-vivo, alla luce della potenza produttiva generata e generabile negli organized network, dove la condivisione dei saperi diviene una “naturale” condizione procedurale, acquista quindi una inedita, seppur ancora in parte potenziale, autonomia che deve poter essere promossa e declinata all’interno di un nuovo regime istituzionale in grado di riconoscere e quindi valorizzare soprattutto le sue intrinseche proprietà di produzione di ricchezza comune e di legame sociale. L‘attuale configurazione di Welfare, a causa della sua “origine” fordista e della sua più recente evoluzione neoliberale, non riesce a regolare efficacemente tali insorgenze e al contrario rischia sovente di produrre effetti opposti (nuove diseguaglianze, nuove povertà, inasprimento artificiale dei confini proprietari della ricchezza e frammentazione del legame sociale) e non virtuosi nei confronti del lavoro (precarietà, sfruttamento e nuove dipendenze organizzative). Purtroppo accade spesso, inoltre, soprattutto per quanto riguarda i soggetti più svantaggiati, che “il lavoro, quando non è semplicemente un traguardo irraggiungibile, acquisti viceversa tratti performativi, di obbligo e di criterio morale di meritevolezza, come nelle misure di Welfare-to-work” (De Leonardis, 2009b, p. 141) che come abbiamo visto sono espressione di un potere governamentale che insiste sulla riproposizione, in veste radicalmente nuova, di un rapporto sociale fondato sulla delega e la incorporazione del making sociale nella misura proprietaria e mercificata del sistema capitalistico. Si tratta invece di reinventare il lavoro e la sua cornice di riconoscimento collettivo puntando “alla riconquista democratica delle istituzioni di Welfare, fondandole sulla dinamica associativa e d’auto-organizzazione del lavoro che attraversa oggi la società” (Vercellone, 2009).

In tale contesto i servizi collettivi del “nuovo” Welfare, ancora tutto da progettare, invece di essere considerati come un costo sociale, potrebbero essere invece riconosciuti come i nodi strategici di una tanto inedita quanto importante dinamica di sviluppo, fondata sul primato del non mercantile e delle produzioni dell’uomo per l’uomo (modello antropogenetico26) e sulle autonome produzioni intensive di conoscenza. È infatti da questi settori di produzione, dove il tema del cognitivo e del relazionale del lavoro è più forte che probabilmente possono svilupparsi forme inedite di autogestione del lavoro, fondate sulla coproduzione di servizi che coinvolga strettamente gli utenti e li inserisca all’interno di una nuova relazione riflessiva e autenticamente competente in entrambi i lati del rapporto sociale (Vercellone, 2009).

La strada da percorrere in tal senso è molto lunga e in gran parte ancora da esplorare, ma ci pare ad oggi, anche la sola per cui valga la pena lavorare e mobilitare le nostre energie sociali.


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1 Sull’argomento ci permettiamo di rimandare al nostro “Lavoro e riconoscimento: teoria di un rapporto in rapida trasformazione” in Di Nallo E., Guidicini P., la Rosa M. (a cura di), Identità e appartenenza nella società della globalizzazione, Franco Angeli, Milano, 2003; pp. 33-52.

2 Sul concetto di identizzazione si veda Melucci (1991).

3 «Nella “società salariale”, che si realizza in Europa occidentale dopo la Seconda guerra mondiale, quasi tutti gli individui sono coperti da sistemi di protezione la cui storia sociale mostra che nella maggior parte dei casi sono stati costruiti a partire dal lavoro» (Castel R., L’insicurezza sociale, Einaudi, Torino, 2004; p. 29).

4 Sulla questione si veda anche lo stimolante lavoro di P. Zarifian, à quoi sert le travail?, La Dispute, Paris, 2003.

5 Karl Marx, come è noto, ha messo in luce come nel capitalismo la libertà dei contraenti sul mercato del lavoro sia fittizia e illusoria, e come in realtà il valore che qui viene scambiato sia tutt’altro che equamente determinato.

6 In tal senso potrebbe sembrare che il dispositivo contrattuale assuma oggi le sue individualistiche (spenceriane) caratteristiche costitutive e cioè che i contraenti siano ora dotati nella loro individualità di eguali condizioni di forza contrattuale e in virtù di ciò siano posti in condizione di esprimere liberamente la loro “autonomia della volontà”. Niente di più lontano dalla realtà. Ci troveremmo piuttosto di fronte ad una torsione completa del rapporto tra legge e contratto dove quest’ultimo nella sua applicazione locale vincola la norma generale ad una sua rincorsa e incorporazione ex post, dando vita ad una sorta di “costituzionalismo policontesturale” (Teubner, 1999). Tale situazione di pluralizzazione e de-verticalizzazione delle fonti normative evidenzierebbe anche la reazione sistemica del diritto posto di fronte alla dissoluzione dell’ordine normativo tradizionale (Cfr. De Leonardis, 2009).

7 Per approfondire la questione è assolutamente imprescindibile la lettura del già citato saggio di Ota De Leonardis (2009): “Ma oggi, con l’indebolimento di questi sistemi [sistemi pubblici di protezione sociale n.d.r.] e con le nuove formule contrattuali cui mi sto riferendo, non è l’emancipazione da quest’ultima che sembra affermarsi bensì, come abbiamo visto, qualcosa di simile alla dipendenza ‘personale’ ”.

8 “è in questo quadro che, oggi, si dà un nome nuovo al lavoro, che nella sua radice etimologica portava dentro la fatica, il dolore, il travaglio: oggi si dice capitale umano” (Bazzicalupo, 2006, p. 126).

9 Non è un caso vorremmo aggiungere che il conflitto è diventato il vero protagonista assente, per non dire lo spauracchio, della società post-fordista.

10 L’espressione è di M. Foucault (2005, p. 53).

11 Non abbiamo qui la possibilità di entrare nel merito di tali questioni. Si veda in proposito Chicchi (2003).

12 Su questo tema sono fondamentali le riflessioni attorno alla “critica d’artista” di Luc Boltanski e Eve Chiapello (1999) e solo Chiapello (1998). Si veda anche Perniola (2002).

13 In virtù di ciò si può prendere atto che la oggi prevalente traduzione della flessibilità in forme di precarietà occupazionale è potenzialmente solo una delle sue possibili articolazioni. Su questo si veda anche: Paci, (2005).

14 Per motivi di economia e finalità del presente lavoro non ci è concesso entrare nel merito specifico di tali questioni, rimandiamo in proposito, tra gli innumerevoli possibili a: Harvey (1993); Kumar, (2000); Castells, (2002).

15 Il concetto di controllo si definisce in filosofia politica in contrasto con quello di disciplina e rimanda implicitamente al lavoro (sulla “società del controllo”) di Gillez Deleuze. Ma sono stimolanti in proposito anche alcune riflessioni dello psicoanalista lacaniano francese J.-A. Miller (2006, p. 82 ): “Non si tratta dell’esercizio diretto ingiuntivo del padrone, quanto piuttosto di indurre nei soggetti un’autocoercizione mentale”. Egli definisce tale fenomeno come l’alleggerimento della padronanza.

16 E’ comunque bene specificare che la diffusione dei dispositivi biopolitici/governamentali non eliminano le tradizionali e coercitive (quando non violente) forme di esercizio del potere (basti pensare in proposito alla attuale condizione sociale e giuridica dei migranti), ma in un certo senso le integrano e affiancano in modo complementare. Sul tema specifico della bioeconomia ci permettiamo invece di rimandare ad un nostro precedente lavoro intitolato: “Bioeconomia: ambienti e forme della mercificazione del vivente” in (Amendola, Bazzicalupo, Chicchi, Tucci, 2008).

17 L’analisi foucaultiana sulla biopolitica fa riferimento, in proposito, al cosiddetto “potere pastorale”, inteso come modello di riferimento nella combinazione dei nuovi poteri dispositivi. L’efficienza di questi ultimi starebbe proprio nella efficace connessione di potestas e benevolentia tipica di tale istituto.

18 Il termine cattura viene qui utilizzato per sottolineare la incorporazione ex post delle qualità valorizzanti i processi di produzione; queste ultime infatti tendono a formarsi e a precisarsi in un rapporto di (naturalmente non assoluta ma relativa) esternalità rispetto alle tipiche organizzazioni produttive capitalistiche.

19 Per un approfondimento di tale questione e di quello che in tale sede ho definito sulla scorta delle analisi di L. Thévenot, capitalismo di prossimità, si veda La Rosa M., Borghi V., Chicchi F., Le grammatiche sociali della mobilità, Franco Angeli, Milano, 2008. In particolare si vedano le conclusioni.

20 Un’efficace e sintetica definizione di governamentalità si trova in Chignola (2006, p. 58): “Governamentalità è l’insieme delle istanze analitiche che adeguano l’esercizio del potere sulla centralità dell’economia e non del diritto”. E ancora (Ivi, p. 61): “L’ambiente sociale delle relazioni di mercato […] L’homo oeconomicus, che lo abita, è un “elemento intangibile” per il potere; deve, letteralmente, essere lasciato fare. La sua, è un’azione libera che consuma libertà e che libertà pertanto richiede gli venga continuamente assegnata e garantita. Questa libertà è l’ “oggetto” della cura governamentale”.

21 Facciamo qui di seguito indirettamente riferimento alle riflessioni di Lemke (2008) sulla trasformazione in senso “governamentale” del diritto alla salute. La trasformazione del diritto al lavoro ci pare, infatti, seguire più o meno lo stesso andamento.

22 Questo però non significa automaticamente, sul piano giuridico, il definitivo superamento del contratto di lavoro dipendente. Il fenomeno ci pare, infatti, attraversare e coinvolgere trasversalmente seppur con effetti differenti da caso a caso, tutte le forme occupazionali vigenti.

23 “I dispositivi di sicurezza […] hanno la costante tendenza a dilatare il raggio d’azione e sono perciò centrifughi. Essi integrano di continuo i nuovi elementi: la produzione, la psicologia, i comportamenti, i modi di fare di produttori, acquirenti, consumatori, importatori, esportatori, insomma il mercato mondiale” (Foucault, 2004, p. 45).

24 Si veda in proposito Rullani, (2004 e 2004b); Vercellone, a cura di (2006); Roggero, (2009).

25 Il tradizionale rapporto tra capitale fisso e capitale variabile viene in questo senso a prendere oggi inedite configurazioni. Contrariamente a quello che accadeva nel capitalismo industriale dove i saperi produttivi del lavoro venivano progressivamente introiettati e quindi implementati nelle macchine di produzione, oggi nel cosiddetto capitalismo cognitivo, i saperi, divenuti risorsa fondamentale della produzione di valore, non possono essere completamente ceduti all’impresa e quindi separati dal corpo del suo detentore, pena il drastico rallentamento dello stesso processo di creazione del valore e dell’applicazione tecnologica.

26 Si veda Marazzi, (2005).




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