Le famiglie ritrovate …e altri eventi



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piena vista.

L’inventario del 13 gennaio 1804 precisava che c’erano 6 servitù di acque di rogetta con 5 porte compresa quella ad uso della pista da canape, con due banchette laterali e due ponti per il comodo passaggio.

Queste servitù di acqua erano chiamate Rodiggi e significavano la quantità di acqua necessaria per smuovere la ruota di un mulino.

In epoca antica questa quantità d'acqua non teneva conto del “salto idraulico” di essa. Solo nell’Ottocento si fissarono dei valori convenzionali ai Rodiggi.

Così ad esempio per la roggia Mora, un Rodiggio piccolo consisteva in 216,72 litri d’acqua per ogni secondo; mentre un Rodiggio grande era di 289 litri al secondo.

All’interno del mulino si trovava tutta l’attrezzatura con i nomi tecnici che erano dati a quel tempo: la cassa tonda di pioppa, il coridone, il rovatto ossia crocino, lo strentore di pioppa, la corbaccia di pioppa, navelle e navigiole, le tre mole con il loro letto in legname, le pedagne ossia asinotti, le marne ossia casse per la farina.

Nel 1813, di fronte alla sempre più grave crisi economica e per far fronte agli eccessivi debiti comunali, furono date disposizioni per la vendita dei beni comunali, ed i rimasti tre mulini di Prato e Romagnano – il mulino di Cavallirio non esisteva più - saranno venduti il 12 febbraio 1814 a Luigi Bogani e Odoardo Donzelli.

Da quel momento furono esclusivamente in mani private.

Fin qui alcune brevi notizie riguardanti la struttura. Altre notizie relative invece alla gestione del mulino come bene comunale, le farò conoscere nella prossima conferenza autunnale.
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11 - Disegno del Mulino Nuovo - 1821


12 - Disegno del Mulino Nuovo – Paolo Valle - 1871


La pista da canapa
Anche qui uno studio approfondito su tale coltura a Prato e nel circondario non è mai stato fatto.

Si sa che la canapa era molto coltivata ovunque, e che a Prato nel 1640 – secondo il libro dell’estimo - figuravano circa 35 appezzamenti a pieno campo. Teniamo però presente che tale libro non comprende tutti i possedimenti religiosi che erano tantissimi.

Una statistica del 1807 riporta la produzione pratese a 500 rubbi, pari ad oltre 40 quintali.

Ma com’era coltivata la canapa?

Si seminava fittamente tra marzo ed aprile per facilitare lo sviluppo di steli lunghi e sottili che potevano raggiungere e superare i tre metri d’altezza.

Intorno alla festa di San Rocco, a metà agosto, s'incominciava a raccogliere i fusti che tendevano ad ingiallire badando bene a lasciare ancora in campo le piante femminili destinate alla produzione dei semi.

La lavorazione della canapa incominciava con l’essiccatura e la sfogliatura degli arbusti che poi raccolti in covoni erano portati nei maceratoi (i buri).

Queste buche potevano essere di varie dimensioni e dovevano contenere acqua semicorrente per permettere un buon ricambio, il che però accadeva raramente.

S'immergevano i covoni nell’acqua usando delle grosse pietre per tenerle completamente immerse, e così si lasciavano macerare. Lo scopo di quest'operazione era quello di sciogliere con la macerazione le sostanze gommose così da permettere un facile distacco della fibra dal fusto legnoso.

Dopo due o tre settimane si toglievano i covoni dalle buche.

Operazione ingrata e faticosa perché il contadino doveva lavorare in condizioni disastrose immerso nell’acqua putrida con esalazioni nauseanti, togliendo prima i grossi sassi ricoperti di fango.

Per quanto riguarda la permanenza dei covoni immersi nei “buri” non vi era una regola precisa, ma si sa che dovevano essere costantemente controllati per evitare che incominciassero a marcire perché “canapa marcita non fa tela”. Purtroppo però accadeva anche questo.

Lasciata poi ad asciugare giungeva il momento della successiva lavorazione che consisteva nella separazione della fibra grezza dallo stelo.

Questa si otteneva spezzando l’estremità dello stelo dalla parte della radice e scorteggiando lo stesso, badando bene finchè le fibre rimanessero più lunghe possibili.

A questo punto la canapa era pronta per essere messa nella “pista” ove subiva una gramolatura tale che permettesse una migliore separazione delle sostanze legnose ancora presenti.

Dopo tale operazione incominciava la lavorazione della fibra con la cardatura operata con appositi pettini a denti metallici.

Si otteneva così la rista che a sua volta era filata e lavorata fino a diventare lenzuolo, o capo di vestiario, o cordame.

Veniamo ora alla pista da canapa.

Come si è già accennato in precedenza era posta davanti al mulino, e in un portico coperto solo dal tetto.

La pista era composta di un grande sasso circolare internamente scanalato dove si metteva la canapa sfilacciata. Superiormente a quella vi era una ruota anch’essa in sasso che girando sopra permetteva lo schiacciamento della canapa.

Il grosso sasso scanalato era bucato al centro in cui trovava posto un lungo palo di legno. Questo lungo palo nella parte superiore era ancorato alla ruota di schiacciamento, mentre nella parte inferiore – dopo aver trapassato il pavimento su cui poggiava la pista – terminava con delle pale di legno.

Il salto dell’acqua contro tali pale permetteva di far girare la ruota in tondo schiacciando così la canapa. In seguito l’albero fu costruito in ferro.

Come per il mulino anche per la pista da canapa erano obbligati servirsi gli abitanti, per cui era proibito per loro recarsi in altro luogo se il comune di residenza possedeva la pista.

E’ stato rintracciato un contratto di costruzione della pista del 23 luglio 1656 tra la comunità di Prato e messer Chiarino di Quarona al costo di 55 lire imperiali, con il patto che le “pietre si debbano dare in Quarona in loco piano acciò si possino caricar su le barozze”

Lo stesso giorno la comunità concluse un secondo accordo con i mastri di legname Giuseppe e Battista Guglielmi per il rifacimento di tutta la struttura in legno e la sua posa in opera.

Il costo del loro lavoro fu di 17 scudi caduno “et doi brente di vino et siano da pagarli di mano in mano un poco per volta sì come anco il vino sì come li consoli promettono”.

Un’ultima considerazione su quest’argomento.

Prato Sesia è l’unico luogo di tutto il circondario e di tutta la valle che possiede ancora la perfetta struttura della pista da canapa, con il suo sottostante originale di secoli fa.

Inoltre sappiamo il luogo d’ubicazione di questo grosso sasso scanalato, e che ora fa da fioriera per tulipani davanti ad una casa.

Possediamo infine i disegni di com’era costruita nel suo meccanismo.

E’ un’occasione unica che ci permette di ricostruire una struttura che è stata importantissima per le comunità nei secoli passati, e che non esiste in alcun luogo vicino.

Con la coltivazione della canapa a cui sto già provvedendo, possiamo essere in grado di far vedere il ciclo completo di lavorazione.

Nel frattempo se volete, potete osservare la vecchia ruota superiore che è visibile murata nelle fondamenta dell’edificio nella parte verso Romagnano.
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13 - Mulino e pista da canapa



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14 - Disegno della Pista da canapa - 1821


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15 - Disegno della Pista da canapa - 1807


Ora continuiamo il viaggio inserendoci nel paese attraverso la strada che fiancheggia il filatoio.

Ricordo che la quasi totalità delle case presenti non sono intonacate ed i sassi di costruzione sono a vista; come va ricordato che sono provviste di ballatoi in legno.

Nel Cinquecento e Seicento quasi tutti gli edifici - al di fuori delle abitazioni - sono ancora coperti di paglia con le conseguenze che ne potevano derivare, e che derivarono specialmente con l’incendio di tutto il paese avvenuto nel 1570 come ci ha fatto conoscere Alfredo Papale con alcuni suoi documenti.

Sono in prevalenza case di contadini con tutto quello che ne consegue entrando nei singoli cortili.

Cortili che a Prato Nuovo – a differenza di Prato Vecchio – sono chiusi da tutti i lati come fossero delle piccole cascine addossate una all’altra.

La caratteristica di Prato Vecchio è invece quella di cortili aperti con vie di fuga che danno ai prati esterni.

Sono cortili sterrati con le conseguenti buche, mucchi di letame, e carri agricoli cigolanti. Ad ogni entrata del cortile c’è il solito paracarro che ha il compito di salvaguardare i già dissestati angoli delle case.

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16 – Entrata a Prato Nuovo


I locali d’abitazione, occorre ricordarlo, sono sempre a piano terra dove c’è la maggiore umidità, perché è più importante, anzi è vitale per il contadino tenere il grano nelle posizioni migliori e soleggiate.

La strada principale è generalmente tenuta anche peggio dei singoli cortili. Durante quel tempo era in terra battuta con le sue innumerevoli buche e le ruote dei carri che provocavano delle profonde carreggiate.

Venne poi il tempo in cui furono fatte delle parziali selciature con sassi di fiume, ma il continuo passaggio dei carri determinava una situazione sempre precaria.

La riparazione della strada principale era di competenza dell’amministrazione, ma attenzione, la sua competenza – vista la cronica mancanza di denaro – si limitava a decidere il momento di attivare la “rojda”.

Cos’era la rojda?

Essa consisteva nell’”obligare per turno un individuo per famiglia a lavorare per detto riattamento senza pagamento di mercede, e sotto la solita penale contro li renitenti del pagamento della mercede dei giornalieri che li rimpiazzano”.

Ci sono anche i documenti che spiegano dettagliatamente il sistema di calcolo in base al reddito e alla proprietà, e trasformato in giornate di lavoro gratuite che ogni famiglia doveva concedere.

Con il passare del tempo, la situazione migliorò grazie soprattutto a opere determinanti per lo scolo delle acque.

Salendo lungo la via s'incontra dapprima il forno di Prato Nuovo che era situato nel locale ora ad uso della società dei pescatori, subito dopo vi è il centro del paese identificabile in questo momento con la piazza Furogotti.

La differenza sostanziale con allora è che non esisteva nessuna piazzetta, o quantomeno ne esisteva solo un minuscolo spazio, perché quel luogo era occupato da uno stabile di proprietà della Carità di Santo Spirito.

Questa era un'associazione confraternale laica, il cui scopo era quello di aiutare la povera gente a sopravvivere.

Il locale a pian terreno conteneva due torchi, uno per olio di noci, e l’altro per vino, ed era di ragguardevole misura. Ai piani superiori vi erano delle sale che in seguito per un certo periodo furono adibite a sale di riunione del consiglio comunale.

A fianco di quest'edificio – nell’attuale casa Grazioli – vi era la sede del Monte di Pietà istituito da Bartolomeo Furogotti con documento del 1629.

Il funzionamento di questa struttura era finalizzato all’acquisto di granaglie per aiutare i poveri. In seguito fu trasformato in prestiti finanziari ai bisognosi senza interessi.

Si sa che alcuni locali di quest'edificio vennero utilizzati ai primi dell’Ottocento quale sede della Guardia Nazionale di Prato.

Altri locali funzionarono da sede scolastica del legato Furogotti.

Nella parte opposta della strada, proprio dinnanzi all’edificio del torchio vi era un’altra delle più importanti abitazioni di Prato, ed era quella della famiglia Furogotti. Attualmente è la casa e il cortile di Alfredo Gioria.

La famiglia Furogotti nel Cinque/Seicento era una delle più importanti del paese, ed avevano già parecchie proprietà prima che Bartolomeo si trasferisse a Roma moltiplicando le sue ricchezze.

Questo grande caseggiato venne poi acquistato nel 1796 – insieme a tutti i beni rimasti della famiglia – dal canonico Stefano Genesi.

La vendita fu fatta da Vincenzo Furogotti di Velletri, a quel tempo Capitano del Reggimento di corazze di Sua Santità.

Con l’aggiunta di questa proprietà, il canonico Stefano Genesi divenne in quel momento il personaggio più ricco di Prato in beni immobili superando anche il conte Gibellini.

Cugino degli altri tre fratelli Genesi fondatori in seguito dell’Opera Pia, fu sempre in guerra con loro. Alla sua morte tutte le sue sostanze passarono al nipote Gaudenzio Fasola, ed infine ai suoi figli tra cui Alessandro: “l’uno dei Mille” di Garibaldi.

Dalla parte opposta della stradina che va verso la casa di Richetti, quasi tutto quel gruppo d’edifici che vanno fino alla chiesetta di San Carlo, ed in profondità fino quasi ai piedi della salita del castello, erano di proprietà dei Genesi.

Dei due rami Genesi, eredi dei fondatori dell’oratorio di San Carlo.

Da una parte i tre fratelli sacerdoti Genesi.

Giacomo fu curato di Prato per quasi cinquant’anni. Vincenzo fu parroco d’Agrate, e Angelo Maria che fu anche rettore del Sacro Monte di Varallo nel 1813.

Fu l’ultimo dei fratelli, Angelo Maria, che per volere testamentario del fratello maggiore, lasciò la complessiva eredità per la costituzione dell’Opera Pia Genesi.

Vi era anche un quarto fratello che fu medico e speziale con negozio, o nel Bertolino, o nell’Angelina. Costui si chiamava Giuseppe ed ebbe poi una triste esistenza legata anche all’omicidio del trentatreenne Francesco Barberi.

Non conosco il motivo di quest’omicidio salvo che il Barberi era padre di 4 bambini in tenera età.

L’altro ramo Genesi era invece rappresentato dal canonico Stefano come abbiamo visto in precedenza.

L’abitazione ufficiale dei due rami Genesi era nel grande caseggiato e cortile posto dietro la chiesa di San Carlo, e si estendeva fino all’attuale casa di proprietà del Pavan e dove abita Paolo Richetti. Metà di una famiglia e metà dell’altra.

Tutto il caseggiato sulla strada principale, dall’angolo fino alla chiesa di San Carlo saranno poi dell’Opera Pia dopo la morte di Angelo Maria Genesi avvenuta nel 1824.

Vorrei anche ricordare che tutte le abitazioni delle persone importanti, contenevano diversi affreschi ora andati completamente perduti.

Ad esempio nell’atto di fondazione del Monte di Pietà del 1629 si precisa che in una facciata della casa, (quella di Grazioli) è già presente un’immagine di Sant’Antonio, e il Furogotti dispose che nell’arco di un anno si faccia una Pietà de rilievo da mettersi, e murarsi sopra la facciata del muro di strada di dette case con porvi sotto una pietra con l’Arme, è nome di esso signor Bartolomeo è del signor Ulietto fratelli de Furgotti fondatori di essa opera.

La pietra con l’arme è rimasta, ed è stata di nuovo murata sulla facciata di casa Grazioli.
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17 - Iscrizione di fondazione del Monte di Pietà


Come avrete notato ho continuato a chiamarli Furogotti perché in linea di massima dal Settecento in avanti così erano chiamati; però va rilevato che nel Cinque/Seicento erano chiamati Furgoti, con una T sola. Quello era il vero cognome originario.

Anche la pietra murata riporta il nome di Furgoti con una T sola, e la data è quella del 1631. Il mio precedente riferimento all’anno 1629 è relativo allo strumento notarile, e in tale documento il notaio trascrive Furgotti con due T.

In ogni caso Furgoti ma non Furogotti.

Un piccolo inciso a riguardo di un altro cognome a cui è intitolata la piazza di Prato Vecchio: Piazza Placido.

Il vero cognome della famiglia è sempre stato Placito e non Placido.

Può tornare utile quando cambieranno le targhette delle due piazze la prossima volta.

Veniamo ora brevemente all’oratorio di San Carlo.
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18 - Oratorio di San Carlo


Esso venne fatto costruire con documento notarile del 1631 dai fratelli Carlo e Giacomo Genesi, anche se va detto che negli atti visionati per la costruzione si parla del solo Carlo.

Ascoltate bene questo passo perché è importante anche per alcune spiegazioni successive:

Carlo Genesio del luogo di Prato, sì per devotione come anco per maggior commodità del popolo del detto luogo, stando che la chiesa parrocchiale si trova in campagna dove nelle gran piogge per causa d’un torrente, che è tra mezzo della chiesa, et detto luogo, ò non si può andare a piedi, ò con molta difficoltà. Pertanto desidererebbe di far fare a sue spese un’oratorio, ò sia capella, nel corso di detto luogo di Prato vicino alla sua casa la quale fosse dedicata in honore al gloriosissimo S. Carlo”.

Il documento è del 12 dicembre 1631 e come avete sentito è fatto in nome di Carlo Genesi; però un documento successivo, e cioè la divisione dei beni dei due fratelli Genesi avvenuta nel 1660 si fa esplicito riferimento all’oratorio già costruito a spese di entrambe i fratelli.

Quello stesso documento riporta anche l’impegno dei fratelli a costruire entro poco tempo il campanile, e dotarlo di campana.

A titolo di curiosità posso dire che anche il potente e ricco Carlo Genesi venne incarcerato a Novara a quanto sembra per debiti non pagati.

Altro luogo da ricordare a Prato Nuovo è l’edificio davanti alla Banca Popolare di Intra che fu nel corso dell’Ottocento sede municipale, rimanendo tale fino alla costruzione della nuova e attuale sede.

Tutto l’edificio vicino – l’attuale trattoria Castello - era nel Sette/Ottocento la casa del curato di Prato prima che costruissero quella che c’è tuttora.

Come aveva detto anche Carlo Genesi nello strumento per la costruzione dell’oratorio di San Carlo, la situazione della strada non era in ottimo stato, anche se si può dire che non fu quella la causa determinante che lo spinse a far costruire l’oratorio.

Quale fu questa causa determinante non l’ho ancora ben capito, però non vorrei che ci fosse una relazione con la costituzione effettiva del Monte di Pietà avvenuto nello stesso anno.

Tuttavia per ciò che concerne la situazione della strada, una parte di ragione c’era.

Vediamo quindi di spiegare quale era la realtà alla nostra vista trovandoci appena fuori dell’abitato di Prato Nuovo, ma partendo con la spiegazione di com’era il torrente Roccia.

Questo, convogliando tutte le acque del Vaglio scendeva come ora nelle vicinanze della cascina Rinolfi, e poi come ora, fino a dietro la chiesa parrocchiale.

Invece di girare come ora verso la statale, con una leggera curva si spostava verso la Rocchetta andando a congiungersi con il rio Roggetta di Prato Vecchio.

Entrambi uniti, poi tutto scendeva tra la casa dello Spirito Fenili e quella del Claudio Brandoni, e passando davanti alla trattoria Castello andava poi ad immergersi nella roggia Mora.

I più anziani ricorderanno certamente che sul confine tra il campo da tennis e la proprietà Massarotti esisteva una parte del vecchio alveo, e noi d’inverno lo usavamo per andare a scivolare sul ghiaccio.

Quello era appunto l’alveo antico che fu poi abbandonato quando nel 1827 venne fatta la modifica che ancora oggi abbiamo, e che vediamo passare vicino alla tabaccheria della Marzia.

Quello era il corso del torrente, ora vediamo com’era la strada in quello stesso luogo.

Uscendo da Prato Nuovo proseguiva come adesso fino a oltre la facciata della parrocchiale poi svoltava a 90 gradi costeggiando il muro di cinta della chiesa dove all’interno vi era la Via Crucis.

Giunti in fondo al muraglione, esattamente dove ora vi è l’edificio dell’antico ossario, la strada proseguiva passando tra la casa della Maddalena e la proprietà del Marco Varalda. Attraversava poi l’attuale statale che allora non c’era, e al confine tra il municipio e le case del Rivetto andava a sbucare proprio nei pressi del ponticello che porta verso l’asilo.

Di lì fiancheggiando la cascina Rinolfi andava poi alla croce.

Se voi osservate bene quella vecchia strada c’è ancora adesso quasi completa.

Non c’era ancora il passaggio attuale che dalla parrocchiale và verso la croce che verrà fatto nel 1797. Non c’era ancora la traversa attuale che dal Rossini porta verso il municipio e che verrà fatta solo nel 1824. Non c’era nessuna casa di via Rivetto.

Però la situazione non era completa perchè c’era una biforcazione stradale situata più o meno davanti alla tabaccheria.

Questa biforcazione si dirigeva esattamente sul retro della chiesa parrocchiale e proseguendo in mezzo all’attuale campo di calcio parrocchiale andava a congiungersi anch’essa nella famosa strada ufficiale che passava come abbiamo visto tra la casa del Varalda e quella della Maddalena.

Questa biforcazione si vede chiaramente in questo disegno, e non era altro che l’antica strada per la Valsesia, e può darsi che fosse in uso prima ancora che costruissero la chiesa. Quello che è certo è che era già antica nel 1576.

A questo punto, visto il tragitto del torrente roccia e visto quello della strada, vediamo perché la situazione era molto critica per il passaggio in quella zona, e che fece dire al Genesi della gran difficoltà di andare alla chiesa parrocchiale.

A quel tempo l’alveo del torrente non era profondo come ora e le rive erano a malapena sostenute con qualche sasso, pertanto con un po’ d’acqua in più, le rive cedevano inondando tutta la zona circostante.

Il punto di rottura documentato e certo, è quello che va dall’attuale casa della Maddalena a dietro alla chiesa parrocchiale. In questo breve tragitto l’acqua usciva dal suo alveo naturale invadendo quall’antica strada per la Valsesia, e tramite essa s’immetteva sulla strada in uso dirigendosi verso Prato Nuovo.

Per dare un’idea più convincente ed anche abbastanza interessante, posso far conoscere lo stralcio di un documento del 12 febbraio 1576 quando la comunità di Prato fece un accordo decennale con Pedro e Bernardo Pantroto per mantenere pulito e sotto controllo il corso del torrente Roccia in quella zona.

Che detto Pedro Pantroto qui presente sia tenuto et obligato, a, sue proprie spese provedere et serrar, o, far abjustar la parte dove disongnerà la aqua della rochia quale dessonde fuori dil letto et cavo proprio et camina apresso lo cavo vicino a la giesa di Santo Bernardo et discende per la strada publica dinanti a la casa deli de Sessono fino alla Bardazza deli Furgoti et di Milano Viocha di modi tale che dette aque vadano et restano nel suo proprio cavo et per esso discendano abassando il cavo et spazandolo dove sarà di bisongno, far che non possiano più decorrere verso detta strada ma per il detto cavo antiquo spazato per dieci anni poximi a venir et bona chiusa la dove salta fuori dil suo cavo detta aqua della detta rochia acciò non discenda in quello già detto cavo fato per la grande forza delle aque di essa rochia che passa come sopra per detta strada publica”.

Ed ancora:




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