Le famiglie ritrovate …e altri eventi



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03.06.2018
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“adacquatorj”, cioè irrigati tramite chiuse d’acqua proveniente dalla Mologna e dal fiume.

Negli archivi si trovano anche documenti relativi alle convenzioni tra i singoli proprietari sull’utilizzo di quelle acque, in cui vengono stabilite le ore a disposizione di ogni singolo proprietario per l’irrigazione.



da vesper della domenica sino al martedì al vesper per uso delli prati de Carolo Placito et Jacomino Penno, dal martedì, a vesper sino al giobbia seguente, a simile hora per uso delli prati di Bartolomeo de Ferro et di Bartolomeo de Furgoto. Dalli vesper di venerdì al vesper della domenica per uso delli prati di messer Gioanne Aglieto et di Giò Antonio Titone poi sucessivamente per uso del prato di Antonino et fratelli de Sesono a la volontà dell’altri. Cun patto che trovandosi alcuno di essi a rubar l’aqua li detti giorni assignati ad altri per uso de soj prati o sia consentirla per uso suo incorra in la pena de uno scuto per caduna volta robbata detta aqua.

Questa convenzione è del 1571.

I terreni prativi di quella zona avevano alti valori commerciali rispetto anche a tanti terreni aratori.

I prati della zona verso Baragiotta, o meglio nella zona chiamata Carogna erano di più basso valore a causa della qualità del terreno compatto che tendeva a ristagnare.

Ricordo che nell’Ottocento furono impiantate delle risaie in quella zona, e smesse in seguito a forti proteste perché il ristagno portava malattie.

Non è escluso che tale coltivazione sia stata provata anche nel Sei/Settecento perchè si sono trovati documenti con il toponimo alla risara.

Nel 1713 – solo per fare un esempio – le migliori vigne ed i prati adacquatori si vendevano a 160 lire il moggio, l’aratorio a 120 lire il moggio, ed il prato normale in Carogna a 30 lire il moggio.

Un moggio equivaleva a 3066 metri quadrati.

Ma è giusto ricordare ancora che il prato era importante perché in esso trovava posto la coltivazione del gelso e quella dell’avitato. Mentre le piante di noci si trovavano indistintamente nei prati come negli aratori.

Rispetto a tutti i paesi del circondario – secondo le statistiche produttive pervenute – Prato era il luogo di maggior produzione di noci, e non a caso sul finire dell’Ottocento era chiamato anche “il paese delle noci”.

Infine i boschi.

Già si è detto a proposito del Vaglio e Traversagna, posso solo aggiungere che dal 1770 al 1815 solo in quella zona vennero impiantati 100 nuovi appezzamenti di vigneto

Sempre a titolo di curiosità posso dire che a prima vista, ai fini della coltura della vite, non ci sarebbero dovuto essere dei problemi con i boschi viste le grandi estensioni di selve a disposizione sul territorio. Non è del tutto vero.

Nelle documentazioni sembrano esserci preoccupazioni di non poco conto sulla riserva di legname, perché le continue estensioni dei vigneti presupponevano enormi quantità di pali di sostegno della vite.

Infatti era opinione corrente che la vigna veniva bene se era sorretta da pali giovani, in genere di tre anni, e comunque non oltre i sette anni d’età.

Una relazione precisa che “le viti si coltivano, ossia sostengono quivi, con paletti d’anni tre, e non più, mentre l’esperienza insegnò che il paletto deve per la prosperità della vite, essere pieghevole e cedere al naturale incremento di quella”.

Come si può notare non tutto ciò che è vecchio e antico, è giusto. Guai se le persone di quel tempo vedessero i paletti di cemento che ci sono ora!

In ogni caso con questo sistema che durò fino all’Ottocento inoltrato si può immaginare com’erano ridotti quei boschi.

Non solo, ma la preoccupazione nella nostra zona era anche determinata dalle fornaci. Non solo quelle di Prato ma anche di Maggiora che consumavano “30.000 some di legna, portando la penuria nei vicini comuni e nei territori di Prato, Romagnano e Borgomanero”.

Dopo quest’esposizione sulle colture presenti sul territorio, è doveroso fare una considerazione.

Analizzando tutti i dati a disposizione relativi all’inizio dell’Ottocento, (ma comparativamente vale anche per il periodo precedente), si comprende che i proprietari di terra a Prato erano circa 300.

Le famiglie pratesi erano 250, di cui 50 di esse nullatenenti. Alcune di queste famiglie facevano parte del nucleo patriarcale, altre invece erano i probabili affittuari di beni d’altri.

I capi di bestiame erano circa 290.

Si presume pertanto, che al di fuori dei grandi proprietari che possedevano più capi di bestiame, la maggioranza delle famiglie pratesi possedeva un solo capo di bestiame, e tre o quattro appezzamenti di terra di non grandi dimensioni.

Una simile situazione, se da un lato poteva considerarsi positiva in quanto il frazionamento del territorio permetteva a tutti di avere una proprietà, seppur piccola; dall’altro impediva uno sfruttamento razionale della terra basato sopratutto sulla rotazione delle colture.

In questa situazione la razionalità del contadino di quell’epoca, era già la migliore che potesse avere perché egli doveva essere in grado con pochissima terra a disposizione di sfamare tutta la sua numerosa famiglia per l’intero anno.

E doveva pensare di tenere in vita anche la sua vacca perché gli era indispensabile.

Un ultimo aspetto, e finisco, relativo al territorio, al bosco e alla brughiera in particolare.

E relativo anche all’aspetto umano di quel tempo lontano, perché vedete, quando si parla o si racconta di storia lontana, il linguaggio e l’esposizione dei fatti è necessariamente freddo e burocratico, dimenticandosi troppe volte che dietro a quei fatti ed eventi c’erano delle persone.

Persone comuni che avevano le loro convinzioni, le loro debolezze, le loro preoccupazioni.

Vorrei ricordare che in quelle epoche così lontane il sistema di vita era così diverso che è altrettanto difficile per noi comprenderlo appieno.

Per loro era naturale confrontarsi e convivere ogni giorno con la vita e la morte, e la morte avveniva molto più frequentemente che non adesso.

Loro soffrivano e convivevano quasi giornalmente con le invasioni di eserciti che uccidevano, violentavano e depredavano.

Loro convivevano giornalmente con malattie inimmaginabili per noi, quali la peste, il tifo, la febbre gialla e altre.

Convivevano giornalmente con la fame determinata dalle sciagure del tempo inclemente, e dove d’inverno se non intervenivano le Congregazioni caritative, erano costretti a mangiare radici e ghiande.

Loro convivevano giornalmente con il timore di morti traumatiche causate anche da animali ora scomparsi nelle nostre zone, perché per tutto il Settecento nei boschi del Vaglio e della Baraggia vi erano ancora non pochi lupi che si aggiravano e che attaccavano, quando erano affamati, naturalmente.

Ancora nel 1812 si svolsero battute di caccia contro i lupi sui territori di Prato, Romagnano Ghemme.

Ebbene condividevano con la morte ogni istante della loro vita, ma ciò che li sorreggeva in ogni momento contro queste avversità, era la profonda convinzione che le loro sofferenze sarebbero state certamente ripagate oltre la vita terrena.

La loro vita, se vista con gli occhi di adesso, era una continua tragedia, ma sono altrettanto convinto che sapevano anche morire, perché, pur nella loro ignoranza, a differenza di ora, avevano capito che era nell’ordine naturale delle cose.

Non c’è come leggere i loro testamenti per comprendere che era così.



Strutture pubbliche e vita comune a Prato dal sec. XVI° al sec. XIX°

Nell’incontro che abbiamo avuto nel mese di aprile mi sono soffermato sull’ambiente esteriore di Prato nell’ottica di una visione diretta del luogo e di quella del suo territorio in funzione anche del suo sfruttamento.

Ora con quest'incontro vediamo d’approfondire invece – sempre riferendoci al periodo che va dal 1500 al 1800 – il funzionamento di questa comunità.

Il funzionamento della comunità di Prata!

E’ questo il nome che si usava scrivere spesse volte nei documenti Cinquecenteschi e precedenti, e che stava a significare tutto il territorio unito senza alcuna distinzione.

Prato Vecchio, Prato Nuovo e le Cascine.



Prata è un nome che può intendersi come il plurale di Pratum.

Nel Seicento il nome di Prata quasi scompare e i documenti riportano Terre Prate.

Ma se Prata nel Cinquecento sta a significare tutto l’insieme del territorio, vi sono anche le dizioni dei singoli luoghi quali le Capsine o Cassine, Prata Inferioris (Prato Nuovo), e Prata Veteris, o Prataveggia o Praveggia (Prato Vecchio).

Nel Cinquecento i toponimi paesani erano essenzialmente questi.



Prata Veteris c’era, ma non Prato Nuovo che a quel tempo era chiamato Prata Inferioris.

Mi sono sempre chiesto come mai ad un certo punto della storia si decise di cambiare Prata Inferioris in Prato Nuovo, e per quale motivo.

Avanzo un’ipotesi che grazie alle recenti ricerche può essere considerata altamente probabile.

Il 9 febbraio 1570 si verificò il più grave incendio documentato che la terra di Prato ricordi.

In quell’occasione prese fuoco il camino di un’abitazione intorno a mezzogiorno.

Il destino volle che proprio quel giorno vi fosse un incredibile vento e in un attimo l’incendio si propagò ovunque distruggendo in poche ore ben 31 case sia esternamente che internamente, con tutti li mobili dice il documento, nonostante che la maggior parte delle case fossero coperte di coppi.

Nel colossale incendio morirono anche due donne.

Conosciamo questi dettagli perché vi fu una supplica della comunità al Senato di Milano per essere agevolati nel pagamento dei carichi fiscali.

Non conosciamo ancora la vera entità delle 31 case in rapporto alle case totali di Prato. Il documento precisa

però che l’incendio l’abruggiò quasi tutta.

Lo stesso documento non precisa se l’incendio interessò la zona di Prata Veteris o quella di Prata Inferioris verso Romagnano.

L’ipotesi è quindi verso quest’ultima, ed il nome Prato Nuovo starebbe a significare la ricostruzione ex.novo di una parte del paese.

Non è che il giorno dopo l’incendio venne immediatamente coniato questo nuovo nome. Ci volle del tempo, come ci volle qualcuno che con un po’ di fantasia inventasse l’alternativa per Prata Inferioris.

Il primo documento trovato risale al 17 marzo 1591 rogato dal notaio milanese Carlo Besustius in occasione dell’accordo per il pagamento della tassa dell’imbottato dovuta al nuovo feudatario Serbelloni.

In quell’occasione il notaio elencando i nominativi dei presenti precisa che sono homnes habitantes in terra Prate veteris, et nove et capsina.

Prato vecchio quindi, Prato Nuovo e cascine.

La conferma viene da un altro documento del 14 febbraio 1613 quando il notaio Giuseppe Mantillari identifica la casa di Francesco De Placito in terra Prati Nove.

Lo stesso notaio il mese successivo in un altro documento precisa che la casa in questione è posta nella terra di Prata giovine.

Non più quindi Prata Inferioris ma Prata nova o giovine.

Va da se che l’ipotesi suggerita può essere considerata a questo punto altamente realistica.

Ma com’era regolato questo territorio e questa comunità di Prata anche in rapporto a quella di Romagnano così vicina in tutto?

Innanzitutto va detto con chiarezza che fino a questo momento non si conosce esattamente quali fossero i rapporti e gli eventuali vincoli tra le comunità di Prato, Romagnano e Sopramonte durante l’età medievale, perché a quanto sembra questi luoghi dovevano essere uniti secondo alcune testimonianze.

Il Dionisotti nei suoi scritti racconta che ancora nel 1492 sebbene unito a Romagnano, aveva consoli distinti per la sua amministrazione.

Ho l’impressione che anche il Dionisotti sia stato tratto in inganno perché basa la sua affermazione sulla Sentenza arbitramentale del 5 dicembre 1492 sulle ragioni delle acque.

La sentenza era stata emessa in seguito alle discussioni sui confini determinati dal fiume Sesia, tra Gattinara, facente parte della Savoia, e Romagnano Prato e Sopramonte, facenti parte dello Stato di Milano.

Tali discussioni non entravano nel dettaglio sui confini dei singoli paesi, ma di paesi facenti parte di uno stato, ed altri di altro stato, con il fiume Sesia ed il suo alveo in linea di confine e continuamente contestato.

In quell’occasione oltre all’esservi i rappresentanti di Prato nelle persone di Milanum de Rubeus, Stephnanum de Ferrarys e Guidetu de Vyoca, c’era anche Giovanni Pietro de Cestono che era Sindacos et Procuratores di Sopramonte.

Il Dionisotti non è però il solo che parla dell’unione tra i due comuni.

Un documento del 1723 ritrovato a Milano riferisce testualmente: Si è che questo comune anticamente fosse unito a Romagnano.

Non solo, ma molti altri documenti della seconda metà del Cinquecento relativi ai confini tra Prato e Grignasco parlano espressamente delle comunità di Romagnano et Prato contro Grignasco.

Tutto questo potrebbe far supporre di una unione tra le due comunità.

In realtà questa unione tra i due paesi era solo determinata dal fatto che Romagnano era in quel tempo cointeressata a Prato perché molti dei terreni di questo territorio erano di proprietà di romagnanesi, enti religiosi, nobili e facoltosi.

Voglio ricordare che a fine Cinquecento solo l’hospitale di Romagnano era proprietario di oltre cento appezzamenti in territorio pratese.

Vi sono però molte ragioni che vanno contro quelle ipotesi di unione, almeno in quei secoli.

Nel 1562 in una relazione sui mulini di Romagnano vi è un passo che dice: e da laltra banda gli è il confine de Prato.

Quando a metà del Cinquecento venne formulato il primo catasto dello Stato di Milano, chiamato Bergamino, Prato aveva i suoi confini distinti da quelli di Romagnano.

Ritornando indietro nel tempo, quando il 20 marzo 1470 gli Sforza investirono il feudo alla famiglia Romagnano si fa esplicito riferimento alle terras et loco Romagnani Supramontis, et Prate ma non Grignasco con le sue pertinenze di Ara e Colma.

Anche questo passo è importante perché si parla chiaramente di Grignasco con le sue pertinenze di Ara e Colma.

Se Prato fosse stato unito in quell’epoca a Romagnano si sarebbe parlato quantomeno di pertinenze. Invece sono descritte le terre e i luoghi di Romagnano, Sopramonte, e Prato.

Non solo, ma è lo stesso Dionisotti a descrivere l’infeudazione ai Romagnano da parte di Filippo Maria Visconti in data 20 giugno 1441 dove si descrivono le stesse terre con però in questo caso anche Grignasco con le sue pertinenze di Colma e Ara.

Quindi Prato con i suoi confini certi almeno a partire dal 1441, e consoli distinti per la sua comunità e per la comunità di Sopramonte.

E questi consoli distinti l’amministrazione li ha sempre avuti fin dal tempo del primo documento conosciuto de villa de Supramonte et de Prada, come ci ha fatto conoscere l’ing. Ferretti precisando che a quel tempo – si era nell’anno 1198 – un certo Jacobo Levo era console di Sopramonte.

Quindi in quell’anno 1198 esistevano già i villaggi o ville de Supramonte et de Prada.

A mio avviso in quell’epoca molto lontana la Villa de Prada significava un luogo unico e non l’insieme del territorio come nel Cinquecento.

Per quanto riguarda invece la Villa de Supramonte sarebbe interessante compiere un rilevamento lassù, nei pressi del castello, alla ricerca di qualche avanzo costruttivo.

In circa tre secoli di vita documentata della villa di Supramonte – dal 1198 al 1492 - non potevano essere solo casupole in legno con tetto di paglia, e qualche avanzo costruttivo si sarebbe dovuto vedere anche senza la necessità di scavi archeologici.

In ogni caso la ricerca continua e sono certo che si arriverà a comprendere maggiormente l’evoluzione di quei primi secoli di vita della nostra comunità.

Fu comunque dopo la metà del Cinquecento che incominciarono a delinearsi – per la nostra conoscenza – con maggiore chiarezza i confini di questa comunità.

Questa, come tutte le comunità, aveva bisogno di regole del vivere civile. Regole che in linea di massima ci sono sempre state e derivanti dagli antichi Statuti di Novara del XIII° secolo rinnovati poi nel 1460, ma che con il passare del tempo dovevano essere aggiornate in funzione dei cambiamenti che seppur in modo lento avvenivano sul territorio.

Le prime regole, o Ordini, finora trovati e riferiti al territorio di Prato risalgono al 1571. Queste stesse regole precisano proprio al primo capitolo che esse vanno ad integrare li altri Ordini di detta Comunità di Prato.

Tali Ordini inoltre precisano che sono da osservarsi in detta terra et sopra il suo teritorio.

Quindi esistevano altri Ordini precedenti che seppur non attualmente conosciuti ci permettono tuttavia di avere una visione d’insieme della vita di quell’epoca.

Leggendo queste nuove regole del 1571 possiamo avanzare alcune considerazioni.

Incominciamo col dire che questi Ordini sono composti da 24 articoli.

Essenzialmente sono norme che regolano l’attività agricola nei suoi vari aspetti per la salvaguardia della proprietà privata ed in parte della proprietà pubblica:

Che nessuno ardisca mandare a pascolare bestie nella zona di Prato chiamata Convento e campagna circoscritta.

Che nessuno ardisca mandare bestie nelle vigne altrui.

Che nessuno ardisca farsi vedere nelle vigne d’altri in tempo di ughe mature. O sotto le noci, o tagliare erba, strame e bosco nelle altrui possessioni ecc.

Le norme prevedevano multe salate per i contravventori, una parte delle quali andava al denunciatore di tali misfatti.

Poche regole quindi che non andavano oltre alla pratica gestione del territorio, simili quasi a dei semplici bandi campestri, ma che nel contempo sono significative di un altro fatto importante: l’autonomia gestionale.

Certo c’era un indirizzo generale sul tipo di regole da mettere, però poi ogni comunità aveva modo di spaziare inserendo norme più confacenti al proprio territorio e ai suoi abitanti.

E così se mentre da un lato – non solo Prato – ma quasi tutte le comunità vicine, in quegli anni ’70 del Cinquecento, inseriscono nuove norme alle loro vecchie regole, dall’altro si può notare che ogni comunità spazia all’interno di quelle regole a seconda dei vari interessi.

Grignasco ad esempio tale integrazione degli Ordini la compie un anno prima di noi con ben 49 articoli rispetto ai nostri 24, ed entrando in modo più dettagliato sulle norme delle singole proibizioni.

Stranamente – o almeno così sembrerebbe a prima vista – 30/40 anni dopo vi è la necessità per i comuni di avere nuove regole e fare nuovi Ordini, e quasi tutte le comunità nel giro di pochi anni li emettono.

Dico stranamente perché vista la staticità del tempo, le regole normalmente potevano durare dei secoli.

Non a caso dopo questi nuovi Ordini d’inizio Seicento, non cambiarono più fino alla seconda metà del Settecento nella sua struttura portante. Vi furono soltanto alcune brevi aggiunte a seconda delle condizioni che si stava vivendo.

Perché dunque dei cambiamenti in così poco tempo?

Per capire questo dobbiamo fare un piccolo salto indietro.

Una valida ragione – ed a mio avviso una delle più importanti – era determinata dal fatto che Carlo V° di Spagna nel 1543 aveva ordinato per fini puramente fiscali l’estimo generale di tutto lo Stato.

Ricordo che dal 1529 – finita la dinastia degli Sforza – era iniziata la dominazione spagnola che continuò ininterrottamente fino al 1706 quando subentrarono gli austriaci.

Questo estimo generale dello stato non era altro quindi che il controllo di tutto il suo territorio e di tutti i suoi proprietari ai fini puramente fiscali.

Conseguenza di questo fu una serie d’interventi negli anni successivi che portarono alla formazione, prima nel 1551, del primo catasto conosciuto, e chiamato Bergamino dal nome di Ludovico Bergamino che era il responsabile del progetto.

Poi, nel 1556, alla definitiva riforma fiscale fatta da Alessandro Grasso.

Di fronte a tutto questo, e di fronte quindi a queste nuove tasse basate essenzialmente sulla proprietà individuale, si è ritenuto perlomeno indispensabile salvaguardare maggiormente questa proprietà individuale.

In sostanza io pago la tassa su questo mio fondo, però lo stato in cambio deve garantire questa mia proprietà. E questa dev’essere garantita punendo coloro che in qualche modo vogliono intromettersi in ciò che è mio.

E’ il concetto della sacralità e della salvaguardia della proprietà. Un concetto abbastanza nuovo per quell’epoca, salvo che per i pochi eletti.

Un concetto ovvio per noi adesso, ma teniamo presente che quella era l’epoca finale del passaggio dal mondo medievale, a ciò che viene intesa ora, come età moderna.

L’epoca finale, perché questo passaggio dal mondo medievale all’età moderna fu un processo lento e molto lungo.

Quindi il passaggio dal mondo medievale in cui il feudatario era il proprietario diretto ed indiscusso del suolo, al mondo moderno in cui si assiste - tra le altre cose – anche all’allargamento della proprietà privata.

Il feudatario rimarrà ancora per molto tempo, ma con un ruolo completamente diverso rispetto al medioevo.

Da quest’esigenza nascono quindi gli Ordini del 1570.

Ma come si è visto, essi non regolavano completamente la vita comunitaria ma solo la proprietà.

Le regole della vita comunitaria, o almeno alcune di esse, erano già scritte in alcuni documenti precedenti e negli Statuti novaresi, ma s’imponeva la necessità di riscriverle in modo più chiaro.

Inoltre, non essendo chiare le norme del 1570 sulla proprietà pubblica, tanti si erano sentiti in diritto di usurpare parte del territorio comunale appropriandosene.

Ecco quindi nascere nei primi anni del 1600 i successivi e definitivi Ordini delle comunità.

Quelli di Romagnano saranno approvati nell’anno 1600, quelli di Prato nel 1604, quelli di Grignasco nel 1608, quelli di Ghemme nel 1614.

Questi nuovi Ordini comprendevano quindi: le regole per il funzionamento dell’attività pubblica, quelle per la salvaguardia della proprietà comunitaria, e quelle ovviamente a tutela della proprietà privata.

Era un modo per tamponare anche le usurpazioni che si allargavano a macchia d’olio perché tutti questi ordini contengono norme ben precise su quest’argomento, ma che infine non tamponarono nulla. Anzi le usurpazioni aumentarono a dismisura vista anche l’esperienza passata che tutti l’avevano fatta franca limitandosi a pagare le multe e tenendosi le proprietà.

Queste nuove regole sono chiamate:



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