Le famiglie ritrovate …e altri eventi



Scaricare 1.35 Mb.
Pagina8/17
03.06.2018
Dimensione del file1.35 Mb.
1   ...   4   5   6   7   8   9   10   11   ...   17
Strada detta della Morca
La strada parte all’uscita dell’abitato di Prato Vecchio nel bivio verso il Vaglio in direzione di Cavallirio.

Porta nelle regioni di: Prata Vecchia, alla Morca, Morata, Baraggia.


Lunghezza metri 1221

Larghezza metri 5


Strada detta della Rudera o Carada del Castello
La strada parte dall’uscita del nucleo di caseggiati di Prato Nuovo e dopo aver attraversato la zona della Rocchetta sale verso il Castello di Sopramonte dalla parte verso Prato Vecchio. Sulla sommità – aggirando la cascina – continua unendosi alla strada di San Rocco fino alla strada posta sul confine di Romagnano che da quel luogo porta a Cavallirio.

Porta nelle regioni di: Gabbio (zona ora chiamata Rocchetta), alla Costa (così era chiamata tutta la riva sottostante il castello e chiesetta che era coltivata a vigneto), riva di Prata Vecchia, San Rocco, Rimonda, Fusaro, Bollina, alla Caccia, Panagallo, al Motto, al Sasso, Cantonetto, alla Bisciona, Baraggia.


Lunghezza metri 1476

Larghezza metri 2,50

Da questa si diramano le seguenti traverse:

a metri 105 attraversa il torrente Roccia

a metri 228 strada sotto Sopramonte verso Prato Nuovo – lunga metri 180

a metri 228 strada sotto Sopramonte verso Prato Vecchio – lunga metri 133


Strada detta di San Rocco del Castello
La strada parte dall’abitato di Prato Nuovo e percorrendo l’attuale Vicolo al Castello sale sulla collina di Sopramonte fino ad incontrarsi con la strada precedentemente spiegata.

Porta nelle stesse regioni descritte per la strada precedente.

Lunghezza metri 994

Larghezza metri 2,50.


Strada detta della Guercietta
La strada inizia a destra ai piedi della salita verso Cavallirio, e salendo la collina giunge nella zona della Baraggia.

Porta nelle regioni di: Prata Vecchia, alla Rosa, Morata, Baraggia.


Lunghezza metri 321

Larghezza metri 2,50.


Strada detta di Baragiotta
La strada ha inizio lungo la già spiegata Mercanda ed è la stessa strada che porta verso la cascina del Colmetto Superiore, chiamata un tempo anche Maschiotta. Passando a poca distanza dalla cascina si dirige verso la frazione di Baragiotta continuando poi verso i boschi del Vaglio.
Lunghezza metri 2640

Larghezza metri 2

Da questa si diramano le seguenti traverse tutte comunali:

a metri 425 cascine di Baragiotta

a metri 618 strada del Motto della Madonna – lunga metri 488

a metri 901 strada del Motto dei Ronchi – lunga metri 1725 che termina sulla Traversagna

a metri 1221 strada della Valle del Frè – lunga metri 525

a metri 2640 termina con l’incontro della strada chiamata della Traversagna.


Strada detta dei Ciriagli
Parte dal Casotto della Roggia Mora, e dopo aver attraversato il Ponte della Brida va verso Romagnano.

La zona è chiamata dei Cirialli o Ciriagli.


Lunghezza metri 489

Larghezza metri 1,50

Da questa si dirama la seguente traversa:

a metri 70 strada della Bonda – lunga metri 151


Strada detta della Polera
Parte appena superata la 1° roccia del Vaglio salendo a destra verso la collina sotto la Polera. Continuando poi sul confine termina con le strade di Cavallirio e Boca.

La zona iniziale è chiamata Polera, ed in seguito porta nella Val Cavallirio ed alli Brusty.

Lunghezza metri 3123

Larghezza metri 2


Strada detta della Traversagna
Parte dal confine di Grignasco e attraversando i boschi giunge al confine con Boca.

Tutta la parte superiore alla strada è chiamata Ai Valloni, mentre inferiormente si diramano le varie strade che portano al Vaglio.

La prima strada che s’incontra partendo dal confine di Grignasco porta nelle zone di Carnalenga,Val Verta, Motto Mazzero, Motto del Gallo, Rosnaccio, Motto della Madonna (chiamato anche di San Nazaro).

La seconda porta nelle zone di Traversagna, Mottajoli, Motto dei Ronchi, Motto della Fraschetta, Valle del Frè o del Feraro.

La terza porta al Motto Squilera, ed in fondo alla Valle del Frè.

La quarta porta al Motto dei Motti, Motto Ornovo, Motto della Montagna, Motto Cichignola, Motto Biotto. Da una parte si scende verso la Valle del Frè, mentre dall’altra nella Valle Bazzona.

La quinta porta al Motto Franchino, alla Val Bazzona da una parte, mentre dall’altra nella zona chiamata Alla Caldaja, ed in seguito alla Valle Sanbughei o Sanbughetti.
Lunghezza metri 1627

Larghezza metri 1,50


Strada Postale
La strada Postale in direzione di Grignasco porta nelle seguenti regioni: Braia, Sotto Ripa, Gabbio, Romanenga, Oro, Lantignano, San Vitto, al Pero Pitto, Mazero, Camerone, Bondaccia, Cese, Piova, Cà Bianca.

Questa strada non è inserita nelle strade comunali ufficiali del 1808. Il motivo dell’aggiunta è solo per far conoscere i toponimi del luogo.


Vie, strade e personaggi (conferenza)
Via Fasola
Per ricordare Alessandro Fasola bisogna necessariamente partire da alcuni suoi avi di fine Settecento per spiegare come giunse a Prato la famiglia Fasola.

L’origine fu quella di don Stefano Genesi, figlio dell’ingegnere camerale Carlo e compadrone insieme ai suoi cugini Genesi dell’oratorio di San Carlo di Prato Nuovo.

Stefano, canonico della cattedrale di Novara, era in assoluto la persona più ricca di Prato negli anni precedenti il 1800, fino al 17 aprile 1805 quando morì.

Tre anni prima aveva scritto le sue ultime volontà: Intendo e voglio essere tumulato nel recinto di questa chiesa parrocchiale ed avanti all’ossario, ossia cimiterio, che resta attiguo e confinante a detta chiesa. Inoltre l’erede avrebbe dovuto far celebrare 250 messe in suo suffragio dai frati cappuccini di Romagnano.

Il canonico Stefano non andava assolutamente d’accordo con i suoi cugini sacerdoti, e quando stilò il documento il rettore di Prato era ancora Giovanni Giacomo Genesi.

Oltre al grano e sale fatto distribuire alla popolazione povera, elargì molti altri soldi, oltre che ai parenti, anche al suo fattore, ai figli di esso, al domestico, e alla domestica.

Fu una donazione di enormi proporzioni per quei tempi, basti pensare che solo a sua sorella, moglie del dottor Piantanida di Novara, lasciò la somma di 22.000 lire di Milano.

A tutte le parecchie nipoti 4.000 lire a testa.

Questa comunque era solo una piccola parte dell’eredità. Tutto il resto venne ereditato da Gaudenzio Fasola, unico nipote maschio e figlio di un’altra sorella sposata con il dottor Giovanni Battista Fasola.

Gaudenzio Fasola - medico in quel momento a Pieve di Cairo - giunse quindi a Prato come erede universale di Stefano Genesi.

Egli faceva parte di una antichissima famiglia originaria di Maggiora, ed aveva già di sua proprietà una grande casa nel centro di Novara dove normalmente viveva, e diversi appezzamenti di terra a Novara, Cavallirio e Maggiora.

Appena giunto in paese cominciò una intensa attività finalizzata al migliore sfruttamento dei terreni avuti in eredità, e nel giro di un anno e mezzo il suo patrimonio crebbe sensibilmente, sia come quantità che come valore effettivo.

Delegò il nipote don Pietro Fasola quale suo rappresentante in caso di sua assenza, e fu in realtà proprio il sacerdote a condurre a termine decine di acquisti, permute, cambi di ogni tipo di terreno con lo scopo di razionalizzare al meglio la sua nuova attività di impresario agricolo.

Nel 1807 acquistò in un solo colpo tutte le proprietà esistenti a Prato del nobile Vincenzo Rossi/Orelli in cui vi erano anche gli ex beni dei marchesi D’Adda, per il prezzo totale di 34.500 lire di Milano.

Erano 642 pertiche di terra a cui andavano aggiunte 4 case a Prato Vecchio e tutta la cascina Cà Bianca.

Nel giugno del 1807 venne eletto sindaco di Prato, ma meno di due mesi dopo, durante una trasferta a Novara venne colto da malore e vista la gravità della situazione firmò con mano tremante il suo testamento.

Al suo capezzale c’erano i tre migliori medici del tempo: il dottor Biroli, il dottor De Agostini, ed il dottor Pietro Omodei.

Il 10 settembre il dottor Fasola morì.

Lasciava la moglie Francesca Rovida, quattro figli maschi: Giovanni, Pietro, Alessandro e Paolo. Quattro figlie femmine: Luigia, Fedele, Carolina e Camilla.

Ma lasciava anche un immenso patrimonio con tanti gravi problemi irrisolti.

L’inventario completo dei suoi beni sta scritto in un volume di oltre 200 pagine in cui tutto viene descritto minuziosamente.

Solo per riprendere alcune cose importanti posso dire che solo a Prato aveva 73 boschi, 161 prati e pascoli, 45 vigne, 10 orti, e 23 case, per un totale di 2589 pertiche pari a 1.984.000 metri quadrati di terra.

Sorsero poi infiniti problemi di carattere giudiziario che per la verità non ho studiato a fondo anche perché la documentazione è composta da migliaia di pagine.

In ogni caso si giunge infine ad uno dei figli del dottor Gaudenzio ed è quello che ha permesso alla comunità pratese l’intitolazione di via Fasola per i suoi meriti di patriota risorgimentale.



Alessandro Fasola.

Nato il 28 febbraio 1799 a Novara, la prima notizia che si trova della sua giovinezza viene proprio da un testamento da lui fatto poco dopo il compimento del 18° anno di vita.

Non si sa che cosa gli accadde tuttavia guardando la sua firma tremolante alla fine del documento, si presume che sia stato in grave pericolo di vita.

Il documento è molto breve: Lego alla mia signora madre Francesca Rovida l’usufrutto della mia eredità. Lego pure alla mia sorella Carolina zecchini cento da darsegli all’atto del di lei matrimonio; ed istituisco in mio erede generale il mio fratello germano Paolo: tale essendo la mia mente mi sottoscrivo.

Superò quel momento di crisi e venne avviato alla carriera della armi.

Nel 1821 quando scoppiarono i moti rivoluzionari piemontesi faceva parte del reggimento dei Dragoni del Re di stanza ad Alessandria. E fu proprio in quella città che venne proclamata dagli insorti la Costituzione convinti di avere dalla loro parte anche il giovane Carlo Alberto.

Purtroppo non fu così e la battaglia di Novara dell’8 aprile 1821 pose fine a quell’esperienza rivoluzionaria.

La repressione dei Savoia contro i patrioti fu spietata anche se va detto che la maggior parte degli insorti era riuscita a fuggire imbarcandosi a Genova.

Alessandro è con molti di loro diretto in Spagna. Tra i suoi compagni di sventura figurano futuri personaggi importanti del Risorgimento italiano, quali Carlo Bianco, Giacinto Collegno, Carlo Beolchi di Arona e Santorre di Santarosa che poi trovò la morte in Grecia combattendo contro i turchi.

Fu la prima grande emigrazione di patrioti italiani che si portarono in altri luoghi a combattere per la libertà di altri popoli.

Rimase in Spagna a combattere per due anni poi sconfitto il moto liberale spagnolo dovette fuggire di nuovo e si portò in Francia, dove si iscrisse alla Società dei patrioti italiani diretta dal novarese dottor Fossati.

Rimase in Francia fino al 1826 e secondo i rapporti della polizia sabauda rientrò in patria impiegandosi come agente presso l’amministrazione dei battelli a vapore prima sul lago Maggiore, poi sul Po, ma fu licenziato per la sua poco buona condotta.

Ritornò a Parigi con passaporto rilasciato il 25 aprile 1830 e tre mesi dopo scoppiò l’insurrezione di Parigi dopo il colpo di stato reazionario di Carlo X°.

Il Fasola vi prese parte rimanendo anche ferito.

Sempre un rapporto di polizia precisa che corre voce di aver egli presa attivissima parte in Parigi nelle tre giornate di Luglio 1830. Ed ancora: Volendo giudicare dal suo carattere audace ed intraprendente, non farebbe meraviglia avesse fatto parte della turba collettizia ragunatasi testè verso la Savoja per tentare un colpo di mano a danno del Regio Governo.

Si dedicò poi in Francia ad attività commerciali e industriali non meglio precisate partecipando anche alle esposizioni parigine del 1839 e 1845 ottenendo premi.

In quel tempo si sposò anche con una giovane francese di nome Silvia. Non risulta però che vi siano stati dei figli.

Durante il periodo rimpatriò una volta sola nel 1842 per la morte della madre e lo sappiamo dai diversi dispacci della polizia sia sabauda che austriaca che lo teneva sotto sorveglianza.

Il rimpatrio definitivo avvenne nel 1847 stabilendosi a Prato ed impegnandosi fin da subito nell’amministrazione comunale, ma durò poco perché agli inizi del 1848 scoppiò la 1° guerra d’Indipendenza.

Subito sentì il richiamo della battaglia ed abbandonato il comune si precipitò volontario nella compagnia dei Cacciatori comandata dal conte Francesco Arese. Acclamato dai volontari comandante di colonna ebbe modo di distinguersi nelle battaglie di Caprino, Villafranca e Sommacampagna.

Terminata infelicemente la 1° guerra d’Indipendenza ritornò a Prato dedicandosi all’amministrazione delle sue proprietà.

Nel 1849 assunse la carica di sindaco, e tra le altre cose inaugurò la prima scuola per ragazze.

Trascorse serenamente altri 10 anni finchè scoppiata la 2° guerra d’Indipendenza sentì ancora il richiamo nonostante i suoi 60 anni.

Si arruola volontario per un anno nei Cacciatori delle Alpi di Garibaldi ottenendo il posto nelle Guide a cavallo, dove conosce Francesco Nullo. Ottiene la nomina, prima di Brigadiere ed in seguito di Maresciallo d’Alloggio.

Il 28 novembre 1859 viene congedato per lo scioglimento del corpo. Ritorna a Prato ma pochi mesi dopo inizia l’epopea dei Mille di Garibaldi.

Non sono in grado di dire se corrisponde al vero ciò che scrisse di lui l’Abba, in ogni caso qualcosa di pur vero ci dev’essere stato.

Trovandosi ai primi di maggio del 1860 a Borgomanero vide fermarsi il treno e riconobbe l’amico Francesco Nullo al finestrino. Chiestogli cosa facesse sul treno, il Nullo gli rispose che stava cercando persone per una spedizione armata comandata da Garibaldi. Immediatamente pregò il suo fattore di ritornare a Prato spiegando ai famigliari che lui partiva per un nuovo tentativo per l’unità d’Italia, e saltò sul treno con l’amico Nullo.

Assegnato alla sussistenza con il grado di sergente furiere a causa dei suoi 61 anni, salpa da Quarto il 5 maggio 1860 sbarcando a Marsala l’11 maggio.

Nonostante l’assegnazione alla sussistenza rimarrà però sempre con Nullo nelle Guide a Cavallo partecipando a tutti gli scontri con grande coraggio e ottenendo la nomina di tenente prima, e capitano in seguito.

Ma raggiunse la gloria nella battaglia di Calatafimi e del Volturno dove ricevette la medaglia d’argento al valore.

Terminata l’epopea garibaldina al Fasola come tutti i reduci gli fu concesso l’arruolamento nell’armata regolare e venne assegnato con il grado di capitano al 1° Reggimento treni, che sarebbero gli addetti ai trasporti delle artiglierie.

Nel 1864 è nel comando militare di Porto Maurizio e rimarrà ancora nell’esercito regolare per parecchio tempo, finchè viene dimesso nel 1872 a 73 anni di età non prima di aver ricevuto il Cavalierato della Corona d’Italia.

Alessandro Fasola muore a Novara il 19 aprile 1881 alla bella età di 82 anni, nonostante che fosse stato in fin di vita a 18 anni, nonostante la vita spericolata, e nonostante che la media di vita in quell’epoca era di 60 anni.
Ma dopo aver parlato del Fasola non posso fare a meno di ricordare un altro personaggio a lui legato sia da motivi di parentela, che da ideali rivoluzionari e risorgimentali.

Giacomo Radaelli di Milano ma pratese di adozione per molti anni.

Fu nel 1816 quando il Radaelli sposò Luigia Fasola sorella di Alessandro. Probabilmente venne già da subito ad abitare qui a Prato anche se figurava domiciliato ad Arona.

L’anno successivo presentò un progetto di scopatura della strada di Prato Nuovo trovando l’opposizione ferma del sacerdote Angelo Maria Genesi e di altre persone interessate.

Ricordo a questo proposito – per quanto possa non sembrare vero in questi tempi – che la spazzatura della strada era una operazione ambita da molti perché come si può immaginare non c’erano lattine o mozziconi di sigarette, ma solo ed esclusivamente escrementi di animali e fieno perso dai carri di passaggio.

Quindi tutto quello che veniva raccolto era prezioso concime.

Nel frattempo buona parte dei beni dell’eredità Fasola era stata venduta, ed il Radaelli riuscì a ricomprarla nonostante fosse ancora coperta da ipoteca.

Nel 1842 riuscì a riappropriarsi di alcuni importanti beni che in passato erano di suo suocero. L’ex casa Furgotti (quella di Gioria), il caseggiato verso la roggia molinara che divenne poi l’abitazione del Cav. Porinelli, e tutta la collina del Colmetto comprese le due cascine.

Ma la sua principale attività era quella di direttore e proprietario del battello a vapore Il Verbano di Arona,.

Le carte di polizia sul suo conto precisano che fu anche arrestato negli anni ’30 perché ritenuto complice di trame rivoluzionarie contro il Piemonte, ed ancora di essere sospetto di favorire la clandestina introduzione di scritti incendiarj dalla Svizzera.

Il collegamento è quindi naturale ed automatico con il cognato Alessandro Fasola che come abbiamo visto nel 1826 si impiegò come agente sui battelli a vapore del lago Maggiore. Ma il collegamento va ben oltre questo singolo fatto perché ci porta alla 1° guerra d’Indipendenza del 1848 quando Garibaldi il 14 agosto s’impadronì con il consenso del proprietario dei due battelli di proprietà della Società Radaelli: Il Verbano e il San Carlo, con l’intento, poi fallito, di continuare da solo la guerra contro gli austriaci.

Non è quindi da ritenersi un caso fortuito che Alessandro Fasola sia poi entrato volontario nei Cacciatori delle Alpi, e nei Mille di Garibaldi.
Via Cesare Arienta
Pratese da molte generazioni Cesare Arienta nato il 4 novembre 1822, sembra che sia stato condizionato alla scelta religiosa dallo zio sacerdote, forse don Bernardo Arienta parroco di Rima San Giuseppe, convittore del Sacro Monte di Varallo, ed infine Vicario Foraneo di Boccioleto.

Già precedentemente un altro avo di Cesare era stato sacerdote nella seconda metà del Settecento: don Giuseppe Arienta che fu tra l’altro cappellano di casa Furgotti, e maestro di scuola qui in paese.

Cesare Arienta dopo gli studi letterali in seminario venne consacrato sacerdote all’età di 22 anni e fu destinato al seminario “San Carlo” di Arona in qualità di professore di letteratura dove rimase per 16 anni.

Per motivi di salute abbandonò l’insegnamento e venne destinato al Monastero di Grignasco in qualità di direttore spirituale. Carica che resse per 22 anni.

Contemporaneamente però si impegnò da subito nell’amministrazione comunale insieme ad altri personaggi illustri per il nostro borgo quali il conte Gibellini, il dottor Bollati proprietario della manifattura, il fisico Bartolomeo Galletti, il sacerdote Lorenzo Rinolfi, maestro di scuola e fondatore del pensionato per l’istruzione della gioventù, ed il chirurgo dottor Faccio.

Intanto nel 1869 era stata istituita per la prima volta una scuola d’infanzia mista per bambini da 3 a 6 anni affidata alla custodia delle Monache della Carità presenti a Prato e provenienti dal Monastero di Trecate.

In quell’anno gli iscritti all’asilo erano circa 50 di entrambi i sessi.

L’accordo di costituzione della scuola era inizialmente di tre anni e le spese di gestione erano suddivise tra il comune, l’Opera Pia, e la Congregazione di Carità. Oltre a questi tre enti una serie di benefattori contribuiva ad integrare il denaro mancante per una completa gestione.

Finito il primo triennio l’amministrazione comunale decise di sospendere l’iniziativa in quanto l’Opera Pia Genesi e la Congregazione di Carità rifiutarono il loro appoggio finanziario.

Probabilmente vi furono bisticci di non poco conto visto che anche il rettore di Prato di quel tempo, don Paracchini rassegnò le dimissioni da presidente del Comitato scolastico.

Creatasi una nuova Commissione nelle persone di Bartolomeo Galletti, don Cesare Arienta ed il chirurgo Faccio, la scuola riaprì di nuovo.

Nel 1887 vi fu una svolta.

Don Cesare Arienta prese la parola in consiglio comunale e dopo aver analizzato la situazione scolastica in paese propose al consiglio di prendere in considerazione il progressivo aumento dei bambini con la costruzione di un nuovo edificio scolastico.

Contemporaneamente offrì gratuitamente due suoi locali ad uso dell’asilo infantile, più altri locali ad uso del personale, a patto però che la direzione, l’istruzione e la cura dei bambini fossero affidate a maestre religiose.

Accettata la proposta l’anno successivo giunsero 14 suore dal Monastero di Trecate, ed il 17 dicembre 1887 venne aperta ufficialmente la scuola infantile fondata da don Cesare Arienta.

Il 6 ottobre 1899 all’età di 77 anni Don Cesare moriva.

Con l’avanzare degli anni il sacerdote aveva però già programmato il futuro della sua istituzione.

Nel 1894 aveva ceduto alle 5 suore presenti nell’asilo buona parte di tutti gli edifici che gli appartenevano. In sostanza tutti i caseggiati del cortile del Secchia Pier Angelo e del cortile successivo.

Inoltre il 14 gennaio 1897 aveva scritto il suo testamento che venne aperto dopo la sua morte.

Alle suore di San Vincenzo lasciava altri due caseggiati, 10 appezzamenti di terra, tutti i materiali presenti nelle case, e non si sa quanto denaro contante e titoli di stato.

E non doveva essere poco considerato che la proprietà complessiva era di 41 terreni, 8 case, più la torre del castello.

L’impegno per le Sorelle della Carità era di mantenere in attività l’asilo infantile, libere però di disporne diversamente qualora l’amministrazione comunale avesse deciso di nominare maestre secolari al posto di quelle religiose.

Ai bambini frequentanti l’asilo concedeva gratuitamente la minestra per un mese.

Tutta la restante eredità la destinava a sua sorella ed ai suoi nipoti Maralla.

In una successiva postilla testamentaria scritta cinque mesi prima della morte prescriveva l’elargizione della somma di 1000 lire a beneficio dei bambini della scuola, 100 lire alla domestica, ed il condono dell’affitto ad Angelo Manuelli, più una brenta di vino ed un sacco di meliga.

Due mesi prima della morte un’ulteriore aggiunta alla postilla scritta da lui precisava: Desidero, e potendolo, ordino che la mia eredità ed i suoi redditi non vengano distratti da questo luogo; anzi raccomando vivamente alle mie eredi Delfina Sala, e Sabina Brezzi di erogarli nella educazione ed istruzione da impartirsi in questo mio luogo natio.

A distanza di 120 anni l’importante istituzione voluta da don Cesare Arienta è ancora ben presente e funzionante nel nostro paese.
Piazza Placido
La piazza deve il suo nome principalmente a Carlo e Francesco Placito (vero cognome) in qualità di fondatori – come dicono molti documenti dell’Ottocento e del Novecento – della Carità di Santo Spirito.

Questo non può dirsi completamente vero perché tale Carità esisteva già molto tempo prima di quel tempo.

Secondo i più antichi documenti ritrovati finora, ancor prima della metà del Cinquecento esisteva e funzionava tale opera, proprietaria di un certo numero di beni che venivano dati in affitto.

Oltre a questa, sempre in quell’epoca esisteva un’altra associazione chiamata della Beata Vergine Maria o Sacratissime Vergine Maria, con anch’essa un certo numero di beni immobili comprensivi tra l’altro di un corpo di casa con dentro un torchio per uso esclusivo di olio di noci.

Ed infine una terza associazione chiamata Carità o Beni di San Sebastiano.

Carlo e Francesco Placito sulla fine del 1500 e l’inizio del Seicento con i loro rispettivi testamenti lasciarono molti beni a questa Carità di Santo Spirito, e può essere che fu in quel tempo che i consoli di Prato e gli agenti delle tre società pensarono di ristrutturare la Carità unendole insieme.

E’ una ipotesi non ancora provata però in quei primi anni del 1600 si ritrovano già i documenti in cui tutti e tre gli enti sono assorbiti in una unica Carità di Santo Spirito.

Per quanto riguarda i Placito va rilevato che i documenti di metà Cinquecento precisano che erano originari di Vintebbio, e che oltre ai molti terreni posseduti a Prato erano proprietari di case e terreni anche nel borgo di Vintebbio.

La Carità di Santo Spirito dopo molte vicende controverse sulla cattiva gestione sia nel Cinquecento che nel Seicento, subì nel 1797 – durante il periodo napoleonico – una pesante ristrutturazione come tutte le confraternite e Enti religiosi, con l’obbligatorietà della vendita di tutte le proprietà. Rimasero solo i due torchi da vino con i loro rispettivi edifici.

Con il passare degli anni subì altre ristrutturazioni e nel 1890 a tale Carità vennero aggiunti altri enti e legati quali la Fondazione Genesi dell’Opera Pia, il Legato Furgotti per la dote annua alle figlie povere e il concorso nell’istruzione pubblica, Il Monte di Pietà sempre del Furgotti, il Legato Ottini anch’esso per la dote di figlie povere ed il soccorso alle puerpere. Il Legato Negri anch’esso per le doti alle figlie povere. Ed il Legato Bellicardi per il soccorso ai poveri.

Tutti questi Enti riuniti insieme formarono nel 1890 una nuova Congregazione di Carità che durò ancora per i primi decenni del Novecento.

Per ciò che riguarda l’originaria Carità cinquecentesca, lo scopo essenziale era quello di aiutare i poveri con donazioni di vario genere quali: sale, charne, riso, butiro, formagino, lardo, vino, asete, ovi, ed anche legna per l’inverno.

Le feste ufficiali erano le tre domeniche di Pentecoste dove veniva distribuito pane, vino, fagioli e sale ai poveri tramite una lista di nominativi compilata dal parroco, dal sindaco e dal priore della Carità.

La festa ufficiale dei Beni di San Sebastiano era quella ovviamente di San Sebastiano ed anche in quell’occasione si faceva elemosina ai poveri.

La festa ufficiale infine della Sacratissima Vergine Maria, con anch’essa elemosina ai poveri si svolgeva alla festa di San Marco.

Un ultimo accenno infine dei due torchi da vino di proprietà della Carità.

Quello di Prato Nuovo era situato in un edificio non più esistente e che era nell’attuale Piazza Furgotti.

Quello di Prato Vecchio era situato nell’attuale casa ora ristrutturata dove abita la figlia di Zaninetti. Di questo torchio abbiamo anche le dimensioni, che probabilmente erano simili a quello di Prato Nuovo.

Era un torchio a leva composto da una trave di noce lunga mt. 9,80; due travi di rovere ognuna di lunghezza mt. 11,35, ed infine una enorme vite in legno alta ben 5 metri.

Torchi quindi di ragguardevoli misure più o meno come avevano tutti i paesi in quell’epoca, e che ancora adesso si possono ammirare sia a Romagnano nel Museo Storico Etnografico, che a Carpignano, solo per dire i paesi più vicini.


Via Ottini
Di Giovanni Antonio Ottini ho pochissime notizie.

Ricoprì la carica di rettore della parrocchia due anni dopo la morte di Giovanni Battista Bastari avvenuta il 21 aprile 1824 e credo che la mantenne fine al 1882 quando gli subentrò don Paracchini.

Nativo di Invorio, è stato Prefetto nel collegio degli Oblati di San Carlo di Novara, e professore nel seminario dell’Isola di San Giulio.

Credo che l’intitolazione di una via a suo nome sia dovuta al testamento che lasciò:



£. 200 in elemosina al Predicatore di Quaresima, che dovrà anche coadiuvare il parroco nell’istruzione ai ragazzi che si preparano alla 1° Comunione.

Franchi sessanta al predicatore per un triduo di predicazione in preparazione alla festa del S:S: Crocifisso che solennizzerà nella parrocchiale di Prato nella domenica III° d’ottobre, divozione da me introdotta, e che desidero in tal modo perpetuare.

Ed ancora:



Franchi centosessanta saranno destinati per due doti da distribuirsi ogni anno in perpetuo nel seguente modo:

Nel dì della festa della Beata Vergine del Rosario il parroco rettore (:::) esaminerà in pubblico per turno, un anno le figlie povere di Prato Vecchio, un’altr’anno le figlie povere di Prato Nuovo, nel terzo quelle delle Cascine le quali abbiano raggiunto l’età d’anni diciotto e quelle che saranno riconosciute più istruite nella Dottrina Cristiana avranno diritto alla dote data dopo aver celebrato il Matrimonio Ecclesiastico.

Infine: Franchi cinquanta annualmente saranno dal parroco distribuiti alle più povere puerpere della parrocchia di Prato.


Piazza Furogotti
Forse Bartolomeo Furgotti – per Prato – fu colui che più di tutti ha lasciato il segno nella storia per una serie di cose di cui alcune sono ancora tangibilmente presenti quali ad esempio la cappella del Rosario entro la chiesa parrocchiale, i suoi affreschi e la sua tela centrale.

Non si conosce al momento quale fu l’evento che lo fece emigrare a Roma, ed in quale anno. Alcune notizie però emergono di tanto in tanto dagli archivi e si spera che con il tempo si riesca a comprendere di più quali furono i passi salienti della sua vita.

Si sa comunque che a Roma nel 1599 era già presente un reverendo presbitero di nome Giuseppe Antonio Furgoto. E’ molto probabile che fosse uno stretto parente di Bartolomeo, come può essere che sia questo sacerdote che l’abbia convinto a portarsi in quella città.

Il primo documento certo su Bartolomeo a Roma è invece datato 1608. Però in quel momento non è solo ma con lui c’è anche il fratello Giacomo, ed entrambi vengono definiti pizzicaroli in Urbe alla Rotonda (in prossimità del Pantheon)



I pizzicaroli, o pizzicagnoli, o salsamentari, come anche il pratese Giovanni Viocca, fondatore della chiesa di Prato Vecchio, erano commercianti venditori di salumi, formaggi e salse varie.

Nel 1609 Bartolomeo si sposa con Vittoria De Sanctis di Bagnoregio, nei pressi di Viterbo. Vittoria è vedova di Riccardo Appiani anch’egli pizzicarolo a Roma.

Sembra anche che i giovani fratelli pratesi fossero in società per quel mestiere con alcuni altri.

In ogni caso un ulteriore documento del 1611 è il testamento del fratello Giacomo. Il documento è molto interessante perché ci fa conoscere che già a quel tempo la fortuna dei Furgotti è in fase avanzata.

Il testamento di Giacomo non è stato fatto perché in pericolo di vita ma perché in quell’anno decise di prendere i voti ed entrare nell’ordine dei Minori Conventuali di San Francesco con il nome di Frà Filippo.

Il convento era quello di Santa Maria dei Miracoli di Roma.

La scelta spirituale del Furgotti presupponeva di entrare nell’Ordine in completa povertà per cui lasciò ben 800 scudi romani allo stesso convento, ed altri 800 scudi al fratello Ulietto rimasto a Prato.

Tutti i suoi restanti averi, che non dovevano essere pochi, li lasciò al fratello Bartolomeo.

Per dovere di cronaca è giusto segnalare che nello stesso giorno un altro pratese a Roma: Giovanni Del Caro prendeva con lui i voti per lo stesso Ordine con il nome di Frà Giovanni.

Qualche mese dopo Bartolomeo forte dei suoi denari e dell’eredità acquistò una grande casa nel rione di Trevi, e nel giro di cinque anni ne acquistò altre tre.

La fortuna continuò fino al punto di acquistare anche un non meglio precisato Officio Custodia del revisore della Cisterna del Palazzo del Campidoglio, portante l’utile annuo di 24 scudi.

Una cifra irrisoria che probabilmente significava solo il prestigio di quella carica.

Nel 1629 decide di fondare il Monte di Pietà a Prato. Dona due sue case contigue (dove abita Piero Grazioli) nel cui di fora è un immagine di Sant’Antonio ed i soldi per ristrutturarle, e stabilisce le regole per il funzionamento del Monte.

In sostanza la dotazione iniziale di 100 ducatoni serve per acquistare una buona quantità di grano, segale, miglio e meligha.

Colui che in un momento di crisi avesse avuto bisogno di questi grani li poteva prendere dietro consegna di un pegno equivalente almeno di un terzo di più del valore del materiale preso.

L’anno successivo il debitore che aveva portato il pegno poteva riprenderselo pagando in contanti la merce presa in precedenza, oppure il pegno veniva messo all’incanto. Se il prezzo era superiore al valore della merce la differenza veniva data al proprietario del pegno.

Il Monte di Pietà venne in seguito trasformato in prestiti finanziari senza interessi ai più bisognosi.

Ma nell’atto di fondazione c’è anche l’ordine del Furgotti di fare una Pietà de rilievo da mettersi e murarsi sopra la facciata del muro di strada di dette case con porvi sotto una pietra con l’arme e nome dei due fratelli Furgotti: Bartolomeo e Ulietto.

La pietà di rilievo non esiste più ma è rimasta la pietra con il nome dei due fratelli, ed è attualmente murata sulla facciata di casa Grazioli.

Se gli affari del Monte fossero andati bene quello stesso documento prescriveva anche le norme per la costituzione di una dote di 10 ducatoni, et una veste di saia turchina di mosso ad una zitella di bona vita, conditione e fama. Dote che sarebbe stata consegnata nel giorno della Santissima Natività della Gloriosissima Vergine.

Nel 1630 la moglie Vittoria priora dell’Arciconfraternita della chiesa di Santa Maria dell’Orto di Roma chiede la concessione di una cappella che i coniugi faranno affrescare da Giovanni Baglione con le immagini della Madonna circondata da San Giacomo, Santa Vittoria e San Bartolomeo.

Un chiaro riferimento ai due fratelli Furgotti con la moglie.

Bartolomeo Furgotti morì senza eredi nel 1643 e la sua immensa fortuna la si comprende dal suo testamento fatto tre anni prima.

Leggo solo una breve parte introduttiva che possa farvi comprendere ciò che avvenne nei giorni successivi alla sua morte in modo che possiate comprendere chi era Bartolomeo Furgotti.



E perché l’anima si deve stimare più d’ogni altra cosa perciò primieramente la lascio, dono e condono per donazione inter vinos irrevocabile all’Onnipotente Iddio suo creatore e la raccomando alla Gloriosissima sempre Vergine Maria, e mia adorata et a tutti li Santi della Corte Celestiale, e prego tutti, che voglino avere la cura di essa, e nel punto della morte difenderla dal dragone infernale, e condurla a goder la Gloria del Paradiso, che così sia Amen.

Il corpo poi voglio sia portato nella chiesa della Madonna Santissima dell’Orto accompagnato dalli letterati et orfanelli delle infrascritte Compagnie, e Fraterie, e da 12 preti, 6 at megione della parocchia, e 6 at megione della detta chiesa della Madonna Santissima dell’Orto ad onore delli 12 apostoli con 33 torce in memoria delli 33 anni, che nostro Signore Gesù Cristo si è degnato per sua misericordia stare mandato qui con noi per nostra redenzione, e poi stare in chiesa tutta la mattina con dodeci torcie, nelle quali si dica la messa cantata dè morti, e cento messe basse pure dei morti per l’anima mia, e non potendosi dir tutte lì in detta mattina, si distribuischino, e si dichino nelle chiese di San Francesco a Ripa, di San Bartolomeo e di San Gregorio, e poi voglio sia seppellito nella cappella di Santa Vittoria eretta in quella chiesa da me e dalla signora Vittoria mia consorte carissima nella sepoltura in essa di casa Furgotti.

Nei giorni seguenti la sepoltura ordino, voglio e comando che fossero recitate 30 messe Gregoriane sempre nella chiesa della Madonna dell’Orto, cinque nella chiesa di Santa Prassede, altre 5 in Santa Maria Liberatrice, la messa cantata nella chiesa di San Lorenzo fuori le Mura al primo mercoledì dopo la morte, e ben 50 messe a S. Andrea delle Fratte.

Quindi segue l’elenco della distribuzione di denaro in scudi d’oro a varie confraternite, congregazioni, conventi con l’impegno di altre messe in suffragio della sua anima e con l’obbligo a dette confraternite di accompagnare il corpo alla sepoltura.

Inoltre finanziava di nuovo l’istituzione del Monte di Pietà e la dote alle zitelle di bona vita, con la novità di altre istituzioni. La costruzione di una cappella nella chiesa parrocchiale di Prato, e l’istituzione di una cappellania dove il cappellano debba insegnare leggere, scrivere e di grammatica a poveri ragazzi della parocchia, et insegnare la dottrina cristiana.

La cappella chiamata della Madonna del Rosario venne fatta e per l’occasione giunse da Roma il meraviglioso dipinto del Gemignani che si può ancora osservare.

Per quanto riguarda la scuola Bartolomeo nel suo testamento detta anche precise norme di comportamento dei ragazzi per poter partecipare alle lezioni.

Non è in effetti il primo esempio scolastico a Prato perché essa già esisteva almeno da una quarantina d’anni, in ogni caso è probabile che le due istituzioni si siano unite dopo la conoscenza del testamento.

Dopo tutte queste elargizioni lasciò quali eredi universali, non i nipoti, ma i pronipoti figli di suo nipote Giacomo.

Uno di questi ultimi di nome Domenico con il suo testamento del 25 dicembre 1704 continuò l’opera del prozio finanziando di nuovo la dote alle zitelle pratesi. Lasciò anche 500 scudi alla cappella di famiglia per dorarla e dipingerla, e fu poi chiamato il pittore romagnanese Tarquinio Grassi per compiere il meraviglioso affresco della Vergine attorniata dagli angeli musicanti.

In quell’epoca – e siamo ormai nel Settecento - i Furgotti erano tutti trasferiti a Roma, e l’ultimo proprietario dei beni qui a Prato era Vincenzo Furgotti con la qualifica di Capitano del Reggimento di Corazze di Sua Santità.

Nel 1796 vendette tutte le sue proprietà al canonico Stefano Genesi.

Tra queste proprietà c’era il banco privato dei Furgotti dentro la cappella del Rosario, la più prestigiosa casa di famiglia e del paese (quella dove abita Alfredo Gioria), e l’enorme giardino recintato a muro che partiva dal retro della casa Grazioli ed andava fino all’imbocco della roggia molinara.


Via Genesi
Di antica famiglia benestante proveniente da Romagnano, gli ultimi Genesi di Prato a cui si deve l’intitolazione della via erano i discendenti diretti dei fondatori dell’Oratorio di San Carlo di Prato Nuovo. Carlo e Giacomo Genesi. (Carlo aveva sposato Caterina Furgotta pronipote di Bartolomeo fondatore del Monte di Pietà, mentre Giacomo aveva sposato Cecilia Zanetta).

L’oratorio di San Carlo venne fatto costruire dai Genesi per devozione, come anco per maggiore commodità di popolo, stando che la chiesa parrocchiale si trova in campagna dove nelle gran piogge per causa d’un torrente, che è tra mezzo della chiesa, et di detto luogo, ò non si può andare a piedi, ò con molta difficoltà.

Venne costruito e benedetto nell’ottobre dell’anno 1652.

I due fratelli lavorarono in società per molti anni accumulando una grande fortuna. Oltre ad essere esattori a Prato, Romagnano, Fara, Sizzano, e Ghemme, avevano negozi a Borgosesia, Varallo, Romagnano e Ghemme.

A Romagnano possedevano anche l’osteria del Borghetto, mentre a Grignasco, insieme al nobile Luino gestivano il mulino della Giarola. Nei loro negozi vendevano legnami, stoffe, riso e grani di vario genere. E considerato che i soldi fanno altri soldi si impegnarono finanziariamente a concedere prestiti alla gente da cui riscuotevano lauti interessi.

Nel 1660 di comune accordo decisero di separare le loro attività ed il documento di divisione dei beni è di estremo interesse per comprendere ciò che possedevano.

Tutto l’enorme caseggiato dietro alla chiesa di San Carlo venne diviso in due parti per le due famiglie, e una parte dei crediti da riscuotere venne destinata alla costruzione del campanile dell’oratorio che mancava, e comprar una campana, e metterla sopra detto campanile.

Queste ricchezze passarono poi a Carlo Genesio figlio di Carlo (che sposò una Piantanida di Oleggio da cui nacque il canonico Stefano Genesi, e di cui si è già parlato a riguardo dei Fasola), e a Giuseppe Maria figlio di Giacomo, che sposò una Perazzi.

Giuseppe Maria ebbe parecchi figli e quelli maschi erano:

Giuseppe Maria unico dei figli maschi a non prendere i voti. Fu medico e speziale con farmacia qui a Prato, ed ebbe problemi molto seri perché durante una lite nel 1795 uccise Francesco Barberi.

Condannato a soli sette anni di prigione vi rimase ben poco perché la sua pena venne commutata in servizio militare obbligatorio.



Alessandro che si fece frate nei minori osservanti, e di cui non conosco altre notizie.

Giovanni Giacomo che fu rettore di Prato dal 1758 al 1804.

Vincenzo che fu parroco di Agrate.

Angelo Maria che fu colui che morendo nel 1824 fondò l’Opera Pia Genesi.

Il rettore di Prato Giovanni Giacomo quando morì il 5 marzo 1804 era proprietario di 11 case e 90 appezzamenti di terra.

Tre giorni dopo la sua morte vennero distribuiti sei sacchi di meliga ai poveri del paese.

Lasciò alcuni terreni a Giovanni Antonini, ai Maoletti e a Giuseppe Barberi suo fattore.

Tutto il restò passò ai fratelli sacerdoti: Vincenzo e Angelo Maria, incaricando questi ultimi a dar da vivere al fratello medico Giuseppe Maria, l’uccisore del Barberi, e che sembra avesse problemi psicologici molto seri.

Inoltre incarico altresì li miei eredi di disporre di quanto le sopravanzerà delle mie sostanze ad causas pias sempre che le circostanze dei tempi, e di famiglia glelo permettino.

Solo alcuni giorni dopo la sua morte morì anche il fratello medico, e due anni dopo morì l’altro fratello parroco di Agrate: Vincenzo.

Come per il canonico Stefano – ultimo discendente di Carlo – Angelo Maria fu l’ultimo discendente di Giacomo, e con la sua morte avvenuta nel 1824 si giunse al termine della ricca famiglia dei Genesi. Rimasero solo in quel tempo le quattro figlie del medico:



Agostina sposata con Pietro Sodani. Rosa sposata con il notaio Paolo Faccio. Caterina sposata con Giovanni Botta e Francesca sposata con Vittorio Rossi.

Non voglio entrare nel merito dell’Opera Pia Genesi ma voglio solo ricordare che il valore totale dei beni entrati a far parte dell’Opera Pia assommava a ben 82.387 lire.

Nel 1871 gli amministratori dell’Opera Pia deliberarono la vendita all’asta di un buon numero di alberi di quella proprietà per erigere il famoso monumento ai tre fratelli Genesi che ancora si può ammirare nella chiesa parrocchiale, e che venne fatto dall’architetto sacerdote don Angelo Marietti.

Il costo complessivo dell’iniziativa fu di circa 4.000 lire, mentre il solo monumento venne preventivato in 3.335 lire.

La deliberazione adottata precisa che doveva essere collocato nella cappella del crocifisso.

Credo che l’Opera Pia Genesi terminò i suoi compiti verso la metà del secolo scorso


Largo Antonini
Può sembrare strano ma parlare di Giacomo Antonini mi crea difficoltà perché la storia di questo personaggio ha occupato sei anni intensi della mia vita. La biografia che ne è scaturita da questa ricerca occupa oltre 520 pagine.

L’Antonini ha vissuto e partecipato direttamente ai più importanti avvenimenti storici e politici della prima metà dell’Ottocento, non solo in Italia ma anche all’estero. E la mia difficoltà sta proprio nel fatto di essere in grado di riassumere in pochi minuti ciò che lui ha fatto ed è stato.

Gli Antonini erano, soprattutto nell’Ottocento, una delle famiglie più importanti di tutta la Valsesia, e quasi tutti i suoi componenti hanno lasciato un segno importante nella storia della nostra valle: nel campo militare e risorgimentale, nel campo medico, nel campo artistico con grandi scultori, ed anche nel campo ingenieristico.

Giacomo Antonini nacque a Prato nel 1792 perché suo padre qui a Prato svolgeva l’attività di notaio e sua nonna era la pratese Marianna Genesi.

Dopo i primi studi a Varallo e a Novara entrò nell’accademia militare di Pavia uscendone ufficiale napoleonico. Combattè in Germania fino alla disfatta di Napoleone avvenuta nel 1814, venendo anche catturato.

Prima del rientro in Italia ebbe modo di sposarsi con una nobildonna polacca sorella di un generale napoleonico: Susanna Yersmanowsky.

Con la moglie rientrò in Italia e si stabilì temporaneamente a Romagnano nella casa del cognato. Esattamente un mese dopo il suo rientro improvvisamente sua moglie morì. Era il 12 ottobre 1814, e l’atto di morte non ne precisa la causa.

Passarono due mesi e verso la fine dell’anno si risposò di nuovo con la figlia del conte Cattaneo di Novara. Esattamente un anno dopo la morte della 1° moglie – il 12 ottobre 1815 – la contessina Cattaneo partorì un figlio, purtroppo nato morto. Ma la situazione si dimostrò grave anche per la donna.

10 giorni dopo anche Teresa Cattaneo morì.

L’Antonini si diede temporaneamente all’agricoltura ma l’anno successivo decise di abbandonare tutto ed emigrò in Polonia. Dopo essersi sposato per una terza volta con Tecla De Laska, figlia di un importante banchiere polacco, entrò nell’esercito di quel paese con il grado di maggiore.

Nel 1830 scoppiò la rivoluzione di Polonia e l’Antonini fu tra i promotori militari più importanti di tutta quella rivoluzione.

In quell’epoca era comandante a Varsavia di due compagnie di granatieri e fu lui con i suoi uomini ad occupare alcuni centri del potere russo in Polonia.

Durante quelle battaglie ebbe modo di far valere le sue capacità ottenendo avanzamenti di grado, encomi solenni e la più prestigiosa delle onorificenze militari della Polonia: la decorazione dell’Ordine delle Virtuti Militari.

Purtroppo l’insurrezione venne soffocata nel sangue dagli occupanti russi, e l’Antonini con migliaia di profughi fu costretto ad abbandonare quella sua seconda patria con sua moglie Tecla.

Fu uno dei pochi a cui venne inflitta la pena di morte in contumacia. Gli furono requisiti tutti i beni suoi e di sua moglie trovandosi così, oltre che bandito dallo stato, anche in condizioni di estrema povertà.

Si rifugiò in Francia insieme a tanti suoi compagni di fede, poi passò in Svizzera dove svolse parecchi lavori che gli permettevano di sopravvivere.

E fu da quel paese che nel 1833 entrò per la prima volta in contatto con Giuseppe Mazzini.

L’occasione fu il tentativo di Mazzini di occupare la Savoia in quel tempo ancora del Regno di Piemonte. Venne preparato il piano in cui l’Antonini figurava come uno dei comandanti della spedizione.

L’obiettivo di Giuseppe Mazzini con la spedizione era quello di stimolare tutto il resto d’Italia al sollevamento popolare per poter in seguito fondare un movimento repubblicano in grado di contrastare con le armi i regnanti che si dividevano l’Italia.

Il tentativo fallì miseramente e tutti i partecipanti furono costretti a fuggire per non essere incarcerati.

Quel periodo fu certamente utile all’Antonini perché in quella occasione ebbe modo di conoscere personalmente tutti i più importanti personaggi che fecero in seguito la storia del Risorgimento italiano.

Dopo quell’esperienza incominciò il periodo più oscuro della sua carriera, ma a mio avviso anche il più interessante perché si incontrano le sue tracce in varie parti dell’Europa ed in Egitto sempre nel tentativo di dare il suo contributo nelle varie rivoluzioni e sollevazioni popolari. Anzi era lui stesso che sotto falso nome si inseriva nel vari luoghi per stimolare le popolazioni a ribellarsi.

Fu in quel periodo anche uno dei primi fotografi in assoluto con quella strana macchina appena inventata dal francese Daguerre e che si chiamava dagherrotipo. Con quell’arnese e con la scusa di fotografare personaggi importanti riusciva ad insinuarsi nei vari circoli liberali stimolandoli alla ribellione.

Finchè nel 1843 venne arrestato in Sicilia dalla polizia borbonica e trasferito nel carcere di Napoli dove vi rimase per oltre un anno e mezzo.

Liberato si rifugiò di nuovo in Francia costantemente controllato dalla polizia francese perché ritenuto molto pericoloso.

Con il 1848 giunse la 1° guerra d’Indipendenza e Mazzini gli affidò il comando della Legione degli Esuli Italiani.

Gli esuli partirono a piedi da Parigi ed a Marsiglia presero il traghetto che li sbarcò a Genova, poi di nuovo a piedi attraversarono il Piemonte e la Lombardia per portarsi a combattere contro gli austriaci nel Veneto.

Fu nella battaglia di Vicenza che una palla di cannone gli staccò di netto il braccio destro (che poi venne imbalsamato, e si trova ora nel museo Calderini di Varallo) facendolo diventare in un attimo un grande eroe nazionale.

Messo al comando della difesa della città di Venezia su appoggio di Daniele Manin e Niccolò Tommaseo vi rimase poco e venne costretto a lasciare il posto per contrasti politici sorti all’interno della compagine governativa rivoluzionaria.

Ma ormai la 1° guerra d’Indipendenza si stava per concludere con il soffocamento degli ideali rivoluzionari degli italiani.

Gli ultimi giorni di guerra vediamo l’Antonini nella strenua difesa di Milano a capo dei difensori della zona del Castello Sforzesco. E poi la fine delle ostilità

Si rifugiò in Piemonte ma venne invitato ad abbandonare lo stato sabaudo perché su di lui pesava ancora la condanna del 1834 quando con Mazzini aveva cercato di invadere la Savoia.

Lasciò lo stato e si portò in Toscana, e fu da quei luoghi che venne contattato per portarsi in Sicilia per riorganizzare l’esercito di quella regione, unica in quel tempo insieme a Venezia ad essere ancora nelle mani degli insorti italiani.

Ma anche lì vi rimase poco per causa dei contrasti interni tra gli elementi repubblicani siciliani ed i sostenitori di una politica più aperta nei confronti delle case regnanti.

Ritornato disgustato sul continente ricevette almeno la buona notizia che il re di Piemonte, pressato da molti importanti personaggi piemontesi, aveva concesso all’Antonini la possibilità di rimanere nello stato inserendolo nei ranghi dell’esercito piemontese in qualità di generale a riposo. Inoltre nel frattempo si erano svolte le elezioni in Piemonte e l’Antonini era stato eletto al Parlamento Subalpino.

Carica che rinnovò per tre volte negli anni successivi.

In quegli ultimi anni la sua salute subì guai molto seri, un po’ a causa dell’amputazione del braccio con una ferita che non si rimarginava, ma anche a causa di una progressiva follia senile che corrodeva la sua mente con improvvisi scatti d’ira difficili da placare per la moglie Tecla da anni al suo fianco.

Follia che lo portò anche a dividersi da sua moglie durante gli ultimi mesi della sua vita.

Morì a Torino il 3 novembre 1854.

Poco più di tre anni dopo all’inizio dell’anno 1858 anche Tecla De Laska morì.

Non lasciarono figli e vennero sepolti nel cimitero monumentale di Torino.

Attualmente i loro resti appartengono alla comunità di Prato Sesia.


Via Fra Dolcino
Sono poche le notizie storicamente accertate su questo eresiarca medievale.

Non si conosce esattamente il vero nome salvo quello di Dolcino. Non si conosce l’anno di nascita ed il luogo, e nemmeno si conoscono perfettamente alcuni dei suoi passaggi. Nello stesso tempo ciò che si conosce di quell’epoca è dovuto alle cronache di parte avversa e successive al periodo e pertanto alcune da ritenersi poco degne di verità storica, ma comunque significative.

Nato fra il 1260 e il 1270 forse a Novara, forse a Trontano in val d’Ossola, forse in vico qui dicitur Pratum quod subest Castro Romagnano, iuxta flumen Siccidam. Ipotesi questa avvalorata da Benvenuto da Imola nel suo commento alla Divina Commedia.

Potrebbe anche essere vero e ciò spiegherebbe la scelta di Dolcino di ritornare nei luoghi a lui più famigliari. Qualcuno sussurra essere figlio di un Tornielli o forse di un prete di tale nome avuto da un rapporto carnale con una donna del luogo. Anche questo potrebbe essere vero tenendo conto che i Castri di Romagnano erano due: quello di Santa Fede e quello di Sopramonte di Prato la cui proprietà era in quel tempo presumibilmente dei Tornielli che con alterne vicende si insediavano o venivano estromessi nei loro possessi a causa della lotta tra guelfi e ghibellini. Qualcun altro invece interpretando un passo dell’inquisitore Bernardo Guy Dulcinus, filius presbyteri Iulii sostiene invece essere Presbitero un cognome o ancora Presbitero = Prete o Preti, o De Pretis sempre come cognome.

E’ nel 1200 che incominciano ad affermarsi e a proliferare vari movimenti religiosi spesso contrapposti alla Chiesa Cattolica ufficiale. Catari, Valdesi, Spirituali, Fraticelli, Apostolici. Chi più chi meno questi evangelizzatori promuovono il ritorno al Cristianesimo delle origini basato su principi più egualitari, sull’astinenza, sulla povertà e sul non riconoscimento delle gerarchie ecclesiastiche.

La Chiesa reagisce con l’Inquisizione.

Gherardino Segalello fonda a Parma il movimento dei Fratelli Apostolici in cui raccoglie tra le sue fila gente umile e derelitta desiderosa di vivere il proprio futuro nella completa povertà com’erano in origine gli Apostoli. Entrarono nel movimento anche diversi Spirituali francescani disciolti per eresia nel 1257. Gli Apostolici crebbero a dismisura diventando un pericolo per la chiesa ma visto che a nulla era servito l’ordine alla setta di sciogliersi, il Segalelli venne incarcerato e dopo il processo inquisitorio fu arso vivo nella grande piazza di Parma il 18 luglio 1300.

Tra gli spettatori dell’evento era presente Dolcino da anni ormai suo seguace. In poco tempo grazie alla sua viva intelligenza, al suo saper parlare agli umili, al suo carisma, divenne il capo indiscusso della setta apostolica. Dapprima con pochi proseliti peregrina forse fino a Bologna ed in seguito nel Trentino non prima però di aver fatto conoscere e divulgare una sua prima lettera rivolgendosi ad Universos Christi fideles in cui annuncia che egli è il nuovo inviato da Dio e che per tale carica divina, assume la direzione del movimento. Nelle sue profezie in cui egli stesso si autoproclama l’Angelo di Tiatira dell’Apocalisse, suddivide la Storia nelle quattro “età” dei Santi: i Padri e Profeti del Vecchio Testamento della prima Età. L’Età dei Santi nella seconda, dove veniva privilegiata la castità rispetto al matrimonio, e la povertà rispetto alla ricchezza. La terza età incominciò con San Silvestro Papa quando iniziò un raffreddamento nei confronti di Dio e la chiesa incominciò ad accettare beni e ricchezze. E infine la quarta Età iniziata con l’ascesa di Segalello e portata avanti da lui con un ritorno alle vere origini.

Nelle sue predicazioni in quelle terre trentine i suoi adepti si moltiplicano soprattutto nelle campagne. Ad Arco di Trento incontra Margherita ed essa lo seguirà rimanendogli accanto fino alla morte. Anche di lei si conosce poco ma risulta evidente dai fatti storici susseguitisi che doveva essere di ben salda fede e determinazione per mai abiurare il credo dolciniano nemmeno di fronte alle torture e alla morte. Da quelle zone Dolcino scrive al mondo una seconda lettera in cui dichiara esplicitamente la fine dell’autorità ecclesiastica in quanto essa ha sbagliato per mano delle sue potenti gerarchie, e pertanto essa, nel suo complesso, è quella meretrice di cui parla S. Giovanni nell’Apocalisse. In base a questo, tutto il potere spirituale concesso da Cristo passa sotto la direzione degli Apostolici da lui guidati perché Dio, prima per opera di Segalello ed ora di Dolcino stesso, intende ricondurre la chiesa allo stato di povertà originario degli Apostoli. Gli Apostolici pertanto non dovranno ubbidire a nessuno né tantomeno potranno essere scomunicati dal Papa. Determina poi altre regole di morale apostolica tra cui l’affermazione che si può pregare Iddio anche nelle stalle e nei boschi e non necessariamente solo in chiesa. A differenza del suo maestro Segalello esclude la castità del laico e ponendosi a capo indiscusso della setta contravviene alla regola che tutti gli Apostolici dovevano essere in perfetta parità. L’ultima profezia di questa lettera è quella dei quattro papi, due buoni (il primo e l’ultimo) e due cattivi che regneranno prima della fine del mondo ormai imminente. Il primo è Celestino V° l’eremita Pietro da Morrone che lascia il papato e viene incarcerato. Il secondo è Bonifacio VIII° papa cattivo che subirà lo schiaffo di Anagni da parte di Sciarra Colonna nell’ambito della supremazia per il potere temporale tra il papato e Filippo il Bello di Francia. Questo fatto avvenne negli stessi mesi in cui Dolcino scriveva la seconda lettera. Pochi mesi dopo Bonifacio VIII° morì e gli succedette Benedetto XI°, il terzo papa anch’egli cattivo di cui però Dolcino non porta il nome in quanto ancora da eleggere. Questo papa sarà sterminato – sostiene - con tutta la curia romana dal Leone Federico re di Sicilia. Questi fatti accadranno già l’anno successivo 1304. E’ una profezia molto azzardata e a brevissimo termine. Infine il quarto papa di cui ovviamente non fa il nome ma sarà veramente Santo e cita la profezia di Ezechiele quando parla dei pastori che pascolano sé stessi e delle tribolazioni che dovranno patire nel nome di Dio. Ma sui monti i pastori troveranno la salvezza.

Parla di sé stesso Dolcino, e dei suoi Apostolici. Sarà l’Angelo di Filadelfia dell’Apocalisse e non sarà eletto dai cardinali, ma da Dio stesso. (Le notizie delle lettere sono riportate dall’inquisitore Bernardo Guy non essendoci al momento gli originali)

Dopo questa seconda lettera scritta durante il soggiorno in Trentino, Dolcino con tutti i suoi seguaci, pressato anche dagli anatemi della chiesa, si trasferisce verso le zone del novarese e vercellese. Sembra con più di 1.000 sostenitori.

I sommovimenti politici in questa zona sono continui per tutto quel periodo storico. Prima l’insofferenza del potere feudale dei Biandrate, poi le tensioni tra i comuni di Vercelli e Novara e i riflessi tra Guelfi e Ghibellini, ed infine le autonomie Valsesiane conquistate nella seconda metà del Duecento fanno della Valsesia un punto di riferimento importante per Dolcino forse grazie anche alla conoscenza dei luoghi della sua origine. Si ferma al Pian di Cordoba di Gattinara per circa quattro mesi predicando e facendo proseliti in tutta la bassa Valsesia fino a raggiungere i 4.000 adepti compresi anziani e bambini. Sorgono molti dubbi sul numero dei seguaci se si tiene conto che a quei tempi l’Italia non era molto popolata, e meno che mai le campagne e le valli alpine. A titolo di lontano esempio si può dire che nel 1450, 150 anni dopo i fatti di Dolcino, Romagnano, Prato e Sopramonte avevano insieme un totale di 160 fuochi. Circa 1000 abitanti secondo una relazione di Matteo Leone a Francesco Sforza.

Il movimento fino a quel momento di carattere pacifico si trasforma in esercito quando inizia la crociata vescovile per renderlo inoffensivo. Raccolti, pare, 7.000 armigeri agli ordini di Simone da Collobiano iniziano ad avanzare in direzione di Romagnano e Gattinara. Nel castello di Gattinara c’è la compagna Margherita con 200 uomini che difende la posizione, mentre dalla parte opposta un altro nutrito gruppo di Dolciniani comandati da Ambrogio Salomone si sistemano al sommo di uno spuntone di roccia a picco sul fiume e sulla strada, nei pressi di Romagnano (si tratta probabilmente del Castello di Sopramonte di Prato).

1700 soldati vercellesi in avanguardia avanzano in direzione di Grignasco senza accorgersi dei dolciniani presenti e Salomone colto il momento opportuno li assale alle spalle costringendo alla fuga gli armigeri nel quale molti di essi scampati al massacro, annegano nelle acque della Sesia in quel momento in piena. Un’abile vittoria che però fece perdere a Salomone il punto strategico dell’avamposto. Sempre in quei pressi avviene poi la battaglia finale e questa volta gli armigeri vescovili avranno la loro rivincita che sarebbe stata definitiva se non che un violento turbine di grandine fermò la battaglia. Al termine gli Apostolici erano spariti dal campo di battaglia inoltrandosi nella Valsesia. Non furono inseguiti per timori di imboscate improvvise.

Dolcino si ferma per un po’ di tempo a Varallo, poi si inoltra nella valle fino a Campertogno invitato dal notabile Milano Sola quando si è alle soglie dell’inverno, e mentre la neve blocca ogni attività militare per Dolcino diventa problematico il rifornimento del suo esercito che a quanto risulta è pur sempre di 1.000 persone. Incominciano così le scorrerie e le rapine lungo la valle. La situazione non può reggere a lungo anche perché sembrerebbe che si stia preparando un’attiva resistenza dei valligiani. Così il folto gruppo si sposta fino a Vasnera e poi ancora più su fino alla Parete Calva dove rimangono per circa quattro mesi. I vescovi di Novara e Vercelli assoldano un corpo di balestrieri genovesi per contrastare i ribelli abili nel tiro dell’arco. La situazione diventa insostenibile e pertanto Dolcino per sfuggire all’assedio è costretto a lasciare i compagni più deboli spostandosi nel marzo del 1306 nel triverese con poche centinaia di persone. Dopo una faticosissima marcia riescono a raggiungere il monte Rubello. In quel lungo inverno si erano cibati, sembrerebbe, di fieno cotto nel sego, di cavalli, cani e di topi. Dolcino fa fortificare il luogo con due grandi fossati circolari e fa costruire ricoveri per il gruppo. Papa Clemente V° bandisce la crociata contro gli Apostolici facendo aumentare le forze militari vescovili che si radunano a Mosso con il tentativo di bloccare il rifornimento, ma seppur con alterne vicende contrassegnate da violenza da entrambe le parti, i ribelli riescono a resistere per un anno intero. In quell’ultimo inverno, scrive l’Anonimo Sincrono che oltre a foglie, erbe o bestie cosa orribile a dirsi, se qualcuno moriva in battaglia o in altro modo simile, gli altri ne prendevano la carne, la mettevano a cuocere e la mangiavano per indigenza e la grande fame.

Il 23 marzo 1307 avvenne l’assalto decisivo che fu sanguinosissimo. Frà Dolcino, Margherita e Longino Cattaneo il braccio destro e amico dell’eretico, sono catturati vivi insieme a 150 apostolici, secondo Bernardo Guy. Il sabato santo sono trasferiti a Biella in attesa delle decisioni dl pontefice e vi rimangono per circa tre mesi. Nel mese di luglio di quell’anno 1307 si ebbe il primo rogo forse a Biella sulla riva del torrente Cervo, e vi salì Margherita alla presenza di Dolcino. Successivamente fu la volta degli altri due. Longino a Biella nell’isolotto del torrente Cervo e Dolcino a Vercelli. Per entrambi la punizione fu esemplare e doveva servire a monito per le rispettive popolazioni. Legati sopra ad un carro percorsero le vie della città con davanti a loro i bacili accesi con all’interno le tenaglie incandescenti. Di tanto in tanto lungo il tragitto i carnefici affondavano le tenaglie nelle carni strappandone pezzi che gettavano nei bacili. Ancora vivi e dopo molte ore di sofferenza furono poi messi al rogo. Per la sofferenza di Dolcino Benvenuto da Imola scrisse: fu notato dalla moltitudine degli spettatori, che tra così crudeli tormenti non avesse mutato aspetto, se non quando gli amputarono il naso perché si strinse un po’ nelle spalle e quando gli amputarono il membro virile, vicino alla porta della città detta Pictà dove trasse un gran sospiro.

Nulla dicono le fonti storiche degli altri Apostolici catturati in quel momento. Si sa invece che alcuni processi inquisitori contro di loro continuarono fino al 1374.
Le fonti storiche più importanti risultano essere:

Benvenutis de Rambaldis de Imola, Comentum super Dantis Aligherii Comoediam, scritto nel 1376/1377 (70 anni dopo)

Anonimo Sincrono, Historia Fratris Dulcini Heresiarche, scritto da una cronista coevo forse su ordinazione del vescovo di Vercelli per metterne in risalto il suo ruolo. Venne pubblicata per la prima volta nel 1727 da Ludovico Muratori.

Bernardus Guidonis (Guy), De secta illorum qui se dicunt esse de ordine apostolorum. E’ stata scritta dal famoso inquisitore nel 1316

Per quanto riguarda lo Statutum Ligae contra Haereticos la famosa Lega Valsesiana costituitasi nella chiesa di San Bartolomeo di Scopa, sembrerebbe un falso storico.



Sulla vicenda di Frà Dolcino si è occupato tra l’altro Dante Alighieri (Inferno, canto XXVIII), Dario Fo (Mistero Buffo), Umberto Eco (Il nome della rosa).



1   ...   4   5   6   7   8   9   10   11   ...   17


©astratto.info 2017
invia messaggio

    Pagina principale