Le immagini senza pietà nel giornalismo



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Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata (FISPPA)


Università degli studi di Padova

Corso di Laurea Triennale in Comunicazione

Elaborato Finale


Le immagini senza pietà nel giornalismo

Relatore: Raffaele Fiengo


Laureanda: Barbara Garbuio

Matricola: 610628

Anno Accademico 2013/2014


1. Introduzione 4

2.1 La rivista “Life” e la foto come spettacolarizzazione 8



3. L’inviato di guerra 9

4. La Deontologia e le Regole di Comportamento 11

5.1 La solidarietà umana 15

5.2 I Conflitti Morali 17

5.3 La sofferenza degli infanti 22



5.3.1 Kevin Carter & Radhika Chalasani 24

5.4 Il caso dei “suicidi” dalle torri: 11 Settembre 2001 27

5.5 La foto vincitrice del World Press Photo 2013 e il problema del fotoritocco 29

5.6 Siria: le piccole vittime delle bombe e dei gas tossici 32



7. L’avvento televisivo e la società spettacolarizzata 40

7.1 La morte in diretta: Sarah Scazzi 41

7.2 La morte di Gheddafi e lo scempio del traditore di Hamas 43

7.3 L’esecuzione dei militari da parte dei Ribelli 44

7.4 Il terrore di Younma, la bimba sopravvissuta 46

10. Bibliografia, Sitografia e Iconografia 53



­



"I have been a witness, and these pictures are

my testimony. The events I have recorded should

not be forgotten and must not be repeated."

-James Nachtwey-


1. Introduzione


Questo progetto è nato col desiderio di indagare sull’etica giornalistica legata alle immagini, un aspetto importante della vita di tutti i giorni di un professionista o di un dilettante del settore.

Ho scelto di articolare il lavoro in una raccolta dei casi più emblematici che hanno attraversato la cronaca mondiale per immagini e video, mantenendo un necessario distacco dalle vicende analizzate.

La mia tesi non ha lo scopo di indagare le cause politiche o sociali che hanno generato i casi in esame, bensì di offrire spunti di riflessione utili a chi è capitato di chiedersi fin dove può spingersi l’etica dell’informazione. A chi invece non si fosse mai interrogato su un tale argomento, lascio il piacere di arricchire il proprio bagaglio culturale con nuove domande.

Questo lavoro non condanna e non abbraccia l’uso di immagini cruente per scopo giornalistico. L’etica e la morale, sono fatte di valori che ogni essere umano abbraccia in modo differente, pertanto non è possibile stabilire un confine marcato tra ciò che è bene e ciò che non lo è. Lascio al lettore la scelta di schierarsi dall’una o dall’altra parte, o di non schierarsi affatto, con la speranza di aver fornito almeno un punto di vista più chiaro sull’argomento.

2. La nascita del fotogiornalismo
Il fotogiornalismo nacque verso la fine dell’Ottocento, in contemporanea con la figura del reporter e l’invenzione delle prime macchine fotografiche ragione­volmente economiche e più facilmente trasportabili.

Con la diffusione dei primi modelli di apparecchi portatili, la fotografia approdò stabilmente nelle prime pagine dei quotidiani, principalmente americani.

Dopo un periodo di sperimentazione e innovazione in ambito tecnico, la figura del fotogiornalista trovò la propria vocazione nel raccontare la guerra, e seb­bene il lavoro dei fotografi al fronte fosse rigidamente controllato e censurato, la grande Guerra rappresentò l’evento in cui mettere alla prova le esperienze, sia giornalistiche che tecniche, maturate nel testimoniare i precedenti conflitti.

L’innovazione tecnologica in primo luogo (ossia l’invenzione della pellicola da 35 mm), e la scoperta della fotografia come mezzo di denuncia sociale in se­condo luogo, permisero che il giornalismo fotografico vedesse tra gli anni ’20 e ’30, il periodo di maggior sviluppo. I nuovi apparecchi, le pellicole più sensibili, e gli obiettivi più luminosi, consentirono di scattare fotografie istantanee, senza posa, imponendo una nuova estetica che valorizzasse «il realismo del quoti­diano e la qualità semicasuale di composizioni istantanee1».

Da quel momento il termine fotogiornalismo si designò come un genere a sé, caratterizzato e fortemente distinto nell'ambito della storia della fotografia.

Grazie al miglioramento della qualità delle foto e al successo che esse riscuote­vano nei giornali, molti editori diedero vita ad una serie di riviste che potessero sfruttare maggiormente il linguaggio fotografico. Così , in quel momento come mai prima, la figura del fotoreporter iniziò ad avere un ruolo sempre più affer­mato e riconosciuto.

«Egli assume una doppia identità nei confronti del pubblico: prima di tutto rap­presenta una proiezione dello sguardo del lettore, e poi si rende complice della realizzazione di un bisogno di partecipazione»2.

2.1 La rivista “Life” e la foto come spettacolarizzazione


La più emblematica testata del grande fotogiornalismo fu “Life”, una rivista che condensava e documentava i caratteri peculiari del giornalismo fotografico. Le fotografie non erano più intese come illustrazioni ma acquisivano la funzione di dire qualcosa. Il verbo del giornalismo non era più raccontare, bensì vedere.

La parola d'ordine diventò ben presto spettacolarizzazione; il lettore doveva es­sere coinvolto dalle immagini, doveva sentirsi spettatore. Dalle anonime carto­line che numerose sono circolate per raccontare la prima guerra mondiale, si passava a foto cariche d'azione e di morte.

Da questo momento – scrive Furio Colombo – la parola pubblico

indica un cupo e affascinante diritto a vedere tutto per quanto

spaventoso (“bello!” grida inconsciamente l'operatore davanti

all'edificio che salta in aria ripreso al momento esatto, con la luce

giusta e il fuoco perfetto dell'obiettivo), a una partecipazione

immaginaria, per cui non è necessario scegliere e militare, basta

guardare3.




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