Le immagini senza pietà nel giornalismo



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3. L’inviato di guerra


Con la guerra in Vietnam degli anni ’60, nonostante l’avvento della televisione, ci pervennero le più numerose testimonianze delle atrocità e del dolore provocate dalla guerra. Centinaia furono i fotoreporter che si portarono a più stretto con­tatto con i sanguinosi teatri di guerra, fotografando e registrando ogni attimo di quei bombardamenti che spesso significavano la morte di civili, tra cui donne e bambini. Ed è proprio sulle vittime infantili che molti fotografi concentrarono buona parte della loro produzione.

Uno dei primi casi fotografici a scatenare polemiche sul ruolo e sull’etica del fo­toreporter fu la testimonianza del giovane inviato di guerra Nick Ut.


4Nella fotografia a lato, un gruppo di bambini fugge ter­rorizzato da un vil­laggio di Saigon ap­pena bombardato da una bomba al napalm. La bambina al centro è nuda e

gravemente ustio­nata, mentre il ra­gazzo poco più avanti di lei, perderà un occhio a causa del bombardamento. La foto è considerata una delle più im­portanti testimonianze della guerra in Viet­nam e valse ad Ut la vittoria del pre­mio Pulitzer. Tuttavia, fece sorgere nume­rose polemiche sul ruolo che il foto­grafo ebbe nella vicenda.

Come mai, quando Ut vide la bambina nuda e ustionata, invece di soccorrerla scelse di fotografarla?

Il fotografo in realtà, ma questo si saprà solo in seguito, dopo aver immortalato l’attimo che diventerà il più famoso del capitolo della guerra in Vietnam, si pre­cipitò a versare acqua sulla sua pelle ferita della bambina e portò lei ed altri bambini in un ospedale vicino.

Nonostante le dure controversie, l’accaduto permise di portare alla luce il problema dell’etica dell’immagine e il ruolo del fotogiornalista. È più impor­tante documentare o prestare soccorso o aiuto? È giusto o sbagliato pubblicare certe immagini?

Secondo il fotoreporter britannico Don McMillian, «è chiaro come il compito del corrispondente dal fronte, sia di raccontare la guerra dalla parte delle vittime ci­vili, o comunque dei deboli. Sarebbe probabilmente sbagliato interpretare que­sta come una scelta etica: di fatto lo è, ma prima di tutto è il suo stile, il suo modo di usare la camera e di catturare le notizie a trasformare un’immagine in notizia»5.



4. La Deontologia e le Regole di Comportamento


La guerra del Vietnam e le testimonianze visive di morte e dolore che i fotogior­nalisti riportarono in patria, contribuì a portare a galla la necessità di un codice che regolamentasse il lavoro giornalistico scritto e visivo.

Purtroppo ad oggi, la legge italiana non ha delineato chiaramente i confini di questa professione continuamente in trasformazione. Il codice deontologico di autoregolamentazione promosso dall’Ordine dei Giornalisti italiano inoltre, non prevede una disciplina specifica per quanto riguarda la professione del fotogior­nalista.

Al riguardo tuttavia, lo Stato italiano precisa che «le disposizioni della legge con­cernenti i giornalisti professionisti, si applicano anche ai telecineoperatori e ai fotocinereporter, che prestano attività giornalistica6».

Al di fuori dei confini italiani invece, e più precisamente negli Stati Uniti, la National Press Photographer Association (Nppa), prevede un codice etico che si dilunga ampiamente sul ruolo del fotogiornalista nei confronti della società ci­vile.

Ecco, tradotti, i 9 punti del codice:


  • È necessario garantire completezza e accuratezza nella rappresentazione dei soggetti;

  • Non lasciarsi manipolare da opportunità fotografiche originate da messe in scena;

  • Essere esaustivi nel fornire un contesto ai soggetti fotografati o regi­strati. Evitare di stereotipare gli individui e i gruppi. Riconoscere i propri pregiudizi e lavorare per evitare di inserirli nel proprio lavoro;

  • Trattare tutti I soggetti con rispetto e dignità. Dare speciale considerazione e compassione ai soggetti vulnerabili e alle vittime di crimini o tragedie. In­trodursi nei momenti di dolore privato solo quando il pubblico avesse una prioritaria e giustificata necessità di vedere;

  • Mentre si esercita il proprio lavoro di fotografo, non contribuire intenzio­nalmente ad alterare o influenzare gli eventi;

  • Il lavoro di modifica deve mantenere l’integrità del contenuto delle imma­gini fotografiche e il loro contesto. Non manipolare le foto né ag­giungere o alterare i suoni in alcun modo che possa fuorviare gli spetta­tori oppure rappresentare scorrettamente i soggetti;

  • Non pagare o ricompensare materialmente le fonti allo scopo di ottenere informazioni o l’eventuale partecipazione di soggetti;

  • Non accettare regali, favori o ricompense da chi potrebbe tentare di in­fluenzare il reportage giornalistico;

  • Non sabotare intenzionalmente l’impegno degli altri giornalisti.7

Da questa lista di regole traspare l’intenzione dei fotogiornalisti di profes­sione, di attenersi ad un alto codice ideale e morale per tutelare e rispettare i soggetti ripresi e il pubblico stesso. Il rispetto dell’etica è il principio basilare a cui chi fa informazione di qualunque genere, sente la necessità di doversi atte­nere.


Ma cos’è l’etica e quali valori potrebbero essere universalmente riconosciuti come etici?

È a questa domanda che si cercherà di dare risposta lungo il corso delle pagine successive, ricordando tuttavia che non si può parlare di etica senza precisare che ciò che potrebbe essere etico per qualcuno, potrebbe non esserlo per qual­cun altro. Verranno quindi riportati i diversi punti di vista che si sono formati dopo la pubblicazione di quelle immagini e quei video che hanno popolato il pa­norama della cronaca italiana e internazionale negli ultimi decenni, nella spe­ranza di poter fornire maggior elementi per la riflessione e la comprensione per­sonale del lettore.

Cominciamo con il chiarire intanto il significato di questo concetto così astratto, dato dal dizionario della lingua italiana:
ETICA: «Dottrina o indagine speculativa intorno al comportamento pratico dell’uomo di fronte ai due concetti del bene e del male»
Di questo dunque si parla; di un comportamento umano di fronte all’inevitabile soggettività della differenza tra bene e male che ognuno di noi ha. Ecco perché nel corso dei decenni, vi sono stati molteplici conflitti di pensiero tra chi difendeva e attaccava la scelta di pubblicare immagini di sofferenza in quotidiani e riviste. E tuttavia oggi, nonostante la modernità sia di macchine da ripresa e fotografiche che dei supporti di informazione, il dibattito è destinato a continuare lasciando spazio a nuovi interrogativi e nuovi scenari.

5. L’etica e la cronaca nera per immagini

La questione di cosa sia giusto e cosa sia sbagliato nel giornalismo è molto com­plessa. L’immagine del giornalista come paladino della verità è sempre stata molto stereotipata da una società che spesso non considera che «i giornalisti svolgono il loro mestiere all’interno di circuiti di potere, politico o economico, sociale o culturale, in virtù dei quali il giornalismo anche quando è portavoce di un dissenso, è esercizio di un potere al servizio di un’idea o, purtroppo, di un in­teresse»8.

Poiché ogni giornalista e fotogiornalista fa appello al proprio senso etico nello svolgere la propria professione, la scelta di agire è dettata da una gerarchia di valori estremamente personale.

Ogni giornalista è costretto a trovarsi prima o poi di fronte al dilemma se restare fedele ai compiti specifici del suo ruolo, o se accettare di abdicare a fa­vore di principi etici universalmente condivisi.






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