Le immagini senza pietà nel giornalismo



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5.1 La solidarietà umana


È il 5 Dicembre 2012 e a New York si assiste al solito tran-tran di persone in attesa della metropolitana, quando un uomo, Ki-Suck Han, viene spinto sui bi­nari da un venditore ambulante. Un fotografo decide di immortalarlo mentre, aggrappato al marciapiede, cerca malamente di risollevarsi. I suoi tentativi di salvarsi la vita saranno però resi vani dal treno che lo investe in pieno. Il foto­grafo, Umar Abbassi, si giustificherà dicendo che non avrebbe potuto fare nulla per salvargli la vita, ma ha fatto in tempo a scattare 59 fotogrammi, compreso quello dell’uomo morente, per poi venderli al suo giornale: il New York Post. Il quotidiano ha poi utilizzato le foto per costruirci una copertina agghiacciante dal titolo «Doomed», spacciato.

I molti lettori che hanno reagito con sconcerto a questa cinica scelta, hanno la­sciato al quotidiano critiche talmente numerose da spingerlo ad aprire un dibat­tito sull’accaduto.

Nonostante il fotoreporter sostenesse che «il suo modo di aiutare è stato quello di segnalare coi suoi flash il pericolo al conducente della metropolitana», molti si sono chiesti come mai non abbia scelto di aiutarlo in modo più concreto, cioè dandogli una mano a risalire il marciapiede.
La scelta compiuta dal fotoreporter in questo triste episodio di cronaca, è utile per capire meglio il costante problema etico derivante dalla professione giorna­listica.

In questo caso ci troviamo di fronte «a un conflitto fra principi etici, quello di testimoniare la verità, di raccontare al mondo cosa accade, e valori estranei ai contenuti specifici della professione giornalistica, in particolare quello della soli­darietà umana»9.

In molti casi, il dovere di informare entra in conflitto con valori umani, come il rispetto della dignità delle persone o la tolleranza e la comprensione per gli er­rori altrui. Abbassi, ha scelto di dare ascolto al fine di informare, che per quanto possa apparire un principio morale inferiore a quello universale della solidarietà, rimane etico al fine della professionalità che ha scelto di svolgere.

Occorre comunque guardare al di là di cosa possa essere considerato eti­camente giusto o sbagliato. «L’elemento da prendere in considerazione nel giu­dicare la condotta morale dei giornalisti non dipende tanto dagli atteggiamenti e dalle motivazioni di carattere individuale per cui agiscono, quanto dal signifi­cato dell’informazione che producono»10.


La domanda ora è: «comportamenti che sono normalmente oggetto di sanzione dal punto di vista della morale ordinaria, non dovrebbero essere accettati in una dimensione etica connessa specificamente al giornalismo, nel momento in cui servono a scoprire notizie di interesse pubblico che altrimenti rimarrebbero na­scoste, mettendo a disposizione della pubblica opinione elementi per poter in­terpretare vicende economiche, politiche o sociali?»11.



5.2 I Conflitti Morali


Interrogarsi sull’etica giornalistica, scrive Papuzzi, significa verificare come questa realtà complessa possa essere inquadrata in una struttura coerente di principi che abbia il carattere di un sistema morale, rispecchiando le finalità peculiari del giornalismo e traducendole in criteri di condotta.

Sulla questione dell’etica e dei conflitti morali si è aperto un interessante dibattito ad opera del quotidiano inglese “The Guardian” dal titolo: The Bystanders: photoghers who dind’t step in to help

Con la serie di immagini presentate, il giornale ha voluto indagare la questione dell’etica dal punto di vista di fotoreporter che, a causa della crudezza delle immagini scattate o delle scelte compiute per farle, a volte sono apparsi come esseri poco umani pregni di cinismo e insensibilità, ma che portavano invece dentro di sé, profonde ferite o rimorsi per aver continuato a fare il proprio lavoro nonostante qualcuno stesse morendo o rischiasse di morire davanti ai loro occhi.

Le testimonianze e le foto inserite di seguito sono corredate da un titolo di apertura scelto dai fotografi stessi. Trattandosi di un reportage in lingua inglese, ho provveduto io stessa alla traduzione, cercando sempre di mantenere intatto il senso delle parole intese dall’autore.


Donna Ferrato: Violenza Domestica

Io cerco di entrare nella vita reale delle persone e di raccontare le loro storie. Ho fotografato questa coppia per un po’. Ero a casa loro, dormivo nel corridoio con la mia bambina quando ho sentito la donna urlare. Erano circa le 2 del mattino e potevo sentire oggetti cadere e rompersi nella camera da letto principale. Ho messo la mia bimba nella sua culla e l’ho infilata nell’amardio perché sapevo che l’uomo era in possesso di una pistola. Poi ho afferrato la mia di pistola – che è una piccola Leica M4 – e sono corsa giù dal corridoio. Come sono entrata nel bagno, ho visto che lui si stava preparando a colpirla e ho fatto una foto. Ho pensato, se non faccio questa foto, nessuno crederà mai a ciò che è successo. La sua mano era sospesa nell’aria ed io ero bloccata dalla paura. Non l’avevo mai visto fare così. Lo avevo visto essere molto rude con lei, magari scuoterla un po’ la mattina presto, ma picchiarla mai. Quella era la prima volta che lo vedevo commettere un atto di violenza, e il mio instinto fu quello di scattare una foto.

Ma dopo che feci quella foto –perché sapevo di averla fatta- non mi misi a fotografare e basta. Non ero come quei fotografi di guerra che se ne stanno semplicemente lì: bang bang bang. Quando vidi la sua mano ritrarsi per colpirla una seconda volta, afferrai la sua mano e dissi: “che cavolo stai facendo? Le fai male!”

Lui mi spinse via dicendo: “Lei è mia moglie e conosco la mia forza, ma devo insegnarle che non mi può mentire”. Da quel momento però non cercò più di colpirla.

Quando lavoravo per raccogliere altre fotografie per “I am Unbeatable”, il mio libro sulla violenza domestica, ero lì prima di tutto come fotografa, non come un’assistente sociale. Sì, sarò sempre divisa tra la scelta di fare una foto e difendere la vittima, ma se avessi deciso di posare la mia macchina fotografica per fermare un singolo uomo dal picchiare una singola donna, avrei aiutato solo una donna. Al contrario, catturandone l’immagine, avrei potuto aiutarne innumerevoli di più.
Graeme Robertson: Proteste a favore della caccia

La foto fu scattata in una giornata un po’ violenta. La polizia era veramente agitata per questo, e altrettanto lo erano i manifestanti. Tutti si aggredivano pesantemente. Fui scagliato a terra da un poliziotto. Giacevo a terra così, impolverandomi, pronto a dare al poliziotto un po’ della mia violenza scozzese, quando vidi un uomo essere scaraventato a terra per non aver fatto ciò che gli era stato chiesto di fare. Non aveva fatto nulla di male, ma mentre se ne stava lì a terra il poliziotto lo maltrattava scagliandosi su di lui con molta aggressività, le mani attorno al suo collo.. quel genere di cose. Agguantai la mia fotocamera e l’uomo mi disse: “Aiutami, aiutami. Ti prego aiutami”. E io non feci nulla. Scattai una foto e lui fu trascinato via. Quando tornai a casa quella sera mi sentivo inquieto. Ho pensato, “Non ho realmente fatto nulla lì. Non ho realmente aiutato”. Ma è il lavoro del fotografo a coinvolgermi in questo tipo di cose? Per cinque anni avevo partecipato a numerosi disgustosi conflitti – Baghdad, Afghanistan, l’Africa e il Medio Oriente. Le cose che vidi li.. Al mio primo incarico in Iraq combattei molto con questo. Mi causò talmente tanto stress che mi venne l’alopecia e persi tutti i peli e i capelli. Solamente pensando a tutte queste cose. La prima volta che lo sperimentai, mi bloccò dallo scattare fotografie che avrei voluto e dovuto fare perché ero confuso e pensavo “Dovrei farlo oppure no?”. Lo trovai molto difficile. Ma attraverso l’esperienza, è triste da dire, diventi immune a tutto ciò. E poi puoi concentrarti sulla tua fotografia e senti che è il tuo potere. Se riesci a catturare una foto che mostri lo scenario, questo sei tu che li stai aiutando. Non sono in questa situazione per aiutarli fisicamente, ma questo è il motivo per cui sono su questo pianeta. So di fotografi che hanno pensato, “Non posso non aiutare questo bambino” e l’hanno portato via. E facendo ciò si sono messi in molti guai. Perché non conoscono la situazione o non sanno come vanno le cose. Hanno una cultura diversa, visioni diverse, medicazioni diverse, e spesso in situazioni del genere finisci con l’essere più un intralcio che un aiuto.



Hampus Lundgren: Dopo-bomba

Sono un fotografo freelance ed ebbi il mio primo incarico estivo lavorando in un giornale ad un isolato di distanza dagli uffici governativi di Oslo. Quando la bomba scattò, vidi una palla di fuoco nell’aria, poi un’onda d’urto si propagò verso il nostro ufficio e scaraventò i presenti sul pavimento facendo a pezzi tutte le finestre. Fummo costretti ad evacuare, perciò afferrai la macchina fotografica sulla mia scrivania e cominciai a correre tra le macerie della bomba. Sapevo che c’era la possibilità che vi fosse una seconda esplosione ed ero spaventato che gli edifici potessero collassare, così mi concessi 10-15 minuti per fare qualche fotografia e poi uscii. Questa fu una delle prime cose che vidi. Il mio cervello dev’essersi disattivato per un po’, credo, perché non ricordo di aver fatto questa fotografia. Riuscivo solamente a sentire l’adrenalina. Divenni un fotografo e non una persona. Non mi passò per la mente di parlargli. L’uomo era gravemente ferito ed era sorretto dalla moglie, mentre le persone nei dintorni prestavano il loro aiuto, tra i quali anche un poliziotto fuori servizio. Le altre persone che potevo scorgere erano già morte. Non conosco le procedure di primo soccorso, perciò ho pensato che ciò che potevo fare, e ciò che sapevo fare meglio, era documentare e mostrare alla gente cos’era successo.

Incontrai la coppia qualche mese dopo per sapere come stessero. Lui era rimasto seriamente ferito da un frammento della bomba che gli aveva causato l’amputazione della gamba destra. Mi dissero che erano veramente irritati con me al tempo, pechè la prima cosa che notarono quando lui giaceva a terra ferito, fu un fotografo che gli scattava una foto. Questo mi fece sentire colpevole, ma successivamente, quando mostrai loro la fotografia, mi dissero che erano lieti che fosse stata scattata perché li aiutava a ricordare, e ciò aiutò moltissimo me a non sentirmi come se li avessi usati12.
Queste testimonianze aiutano a comprendere come il fotoreporter sia soggetto, come chiunque altro, a delle reazioni istintive che si risolvono molto spesso nel non intervento. Ricorrere all’uso della macchina fotografica è stato per molti un modo, non solo di testimoniare eventi altrimenti cancellabili, ma anche di poter frapporre tra sé e la realtà una specie di filtro dietro il quale rifugiarsi per nascondere lo shock o la consapevolezza di sentirsi impotenti.

Tuttavia il compito di un buon fotoreporter include, tra i tanti, anche quello di imparare a denunciare tramite le immagini anche le situazioni più drammatiche difendendo, allo stesso tempo, il diritto all dignità degli uomini.






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