Le immagini senza pietà nel giornalismo


La sofferenza degli infanti



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5.3 La sofferenza degli infanti


Un’attenzione particolare merita il capitolo relativo alla sofferenza e alla morte dei bambini, universalmente riconosciuti come l’innocente figura da difendere per eccellenza ma che, proprio per questo, finisce per essere al centro di fotografie che ne mettono in mostra la sofferenza e lo stento.

Molti scatti ritraenti dei bambini in situazioni precarie sono stati premiati con la consegna del Pulitzer a chi li ha ritratti, tant’è che si è iniziato a parlare di “pornografia del dolore”, cioè di un bisogno sempre acceso di sfamare la propria sete di curiosità nei confronti delle atrocità e della morte che spesso trascendono dal dovere di essere e sentirsi informati.

Nell’intento di denunciare questo crescente atteggiamento di privazione della dignità, al Salone Internazionale Cine Foto Ottica e Audiovisivi (Sicof) di Milano tenutasi nel 1979, fu diffuso il seguente bollettino:

«Non fotografare gli straccioni, i senza lavoro, gli affamati. Non

fotografare le prostitute, i mendicanti sui gradini delle chiese, i

pensionati sulle panchine solitarie che aspettano la morte come

un treno nella notte. Non fotografare i negri umiliati, i giovani

vittime della droga, gli alcolizzati che dormono i loro orribili sogni.

La società gli ha già preso tutto, non prendergli anche la fotografia.

Non fotografare chi ha le manette ai polsi, quelli messi con le

spalle al muro, quelli con le braccia alzate, perché non possono

respingerti. Non fotografare il suicida, l'omicida e la sua vittima.

Non fotografare l'imputato dietro le sbarre, chi entra o esce di

prigione, il condannato che va verso il patibolo. Hanno già

sopportato la condanna, non aggiungere la tua. Non fotografare il

malato di mente, il paralitico, i gobbi e gli storpi. Lascia in pace chi

arranca con le stampelle e chi si ostina a salutare militarmente con

l'eroico moncherino. Non ritrarre un uomo, solo perché la sua

testa è troppo grossa, o troppo piccola, o in qualche modo

deforme. Non perseguitare con il flash la ragazza sfigurata

dall'incidente, la vecchia mascherata dalle rughe, l'attrice

imbruttita dal tempo. Per loro gli specchi sono un incubo, non

aggiungervi le tue fotografie. Non fotografare gli annegati, i corpi

carbonizzati, gli schiantati dai sismi, i dilaniati dalle esplosioni: non

renderti responsabile della loro ultima immagine che li farebbe

inorridire se ancora potessero vederla. Non fotografare la madre

dell'assassino e nemmeno quella della vittima. Non fotografare i

figli di chi ha ucciso l'amante, e nemmeno gli orfani dell'amante.

Non fotografare chi subì ingiuria: la ragazza violentata, il bambino

percosso. Le peggiori infamie fotografiche si commettono in nome

del “diritto all'informazione”. Se è davvero l'umana solidarietà

quella che ti conduce a visitare l'ospizio dei vecchi, il manicomio, il

carcere, provalo lasciando a casa la macchina fotografica. Come

giudicheremmo un pittore con pennelli, tavolozza e cavalletto che

per fare un bel quadro sta davanti la gabbia del condannato

all'ergastolo, all'impiccato che dondola, alla puttana che trema di

freddo, ad un corpo lacerato che affiora dalle rovine?

Perché presumi che la borsa di accessori, la macchina appesa al

collo e un flash sparato in faccia possano giustificarti?»13
Il terrore, la morte e la sofferenza sono diventati negli ultimi anni il cavallo di battaglia del mercato della notizia. Un mercato dove si cerca sempre più avidamente l’utimo ucciso in guerra o la foto migliore del cadavere straziato da un incidente stradale.

Quando la foto viene tolta dal proprio contesto, rischia di perdere ogni significato informativo e di diventare solamente il cinico desiderio di guadagno di un fotoreporter.

E di peccare di cinismo, sono sempre stati accusati quei fotoreporter che hanno scelto di focalizzare il proprio lavoro sulle condizioni di vita dei paesi sottosviluppati, che altro non potevano riportare che quotidiane scene di stenti, di malattia e di morte.

5.3.1 Kevin Carter & Radhika Chalasani


Sono due esempi di fotoreporter che hanno assistito al traumatico e angosciante scenario di ciò che la natura può fare nei paesi in cui vivere è una lotta quotidiana. I loro reportage sono stati a volte disprezzati dall’osservatore agli occhi del quale certe scene sono state volutamente caricaturizzate.

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Nel marzo del 1993, Kevin Carter un fotografo sudafricano, si trovava in Sudan per immortalare con la propria macchina fotografica le scene di vita quotidiana di persone consumate dalla fame. Nella foto sopra riportata, una bambina sudanese è rannicchiata a terra mentre un avvoltoio alle sue spalle attende pazientemente di consumare il proprio pasto. L’immagine, nonostante le polemiche, valse a Carter un premio Pulitzer. Il fotografo ammetterà di essere rimasto per ben venti minuti in attesa che l’avvoltoio aprisse le ali prima di scattare la foto, ma non lo farà mai e finirà per scattare ugualmente. Poi prenderà a calci l’uccello e si siederà sotto ad un albero a piangere, parlare con Dio e a pensare a sua figlia. A chi, anni dopo, gli chiese che sorte spettò alla bambina, non seppe mai rispondere e in molti lo criticarono per non essere intervenuto. Kevin Carter si suiciderà pochi mesi dopo aver ricevuto il premio, probabilmente schiacciato dal peso dei rimorsi e delle troppe sofferenze a cui una carriera da fotoreporter lo aveva ormai abituato.

Che la sua fosse stata una scelta etica o meno, le sue foto consegnarono al mondo una chiara istantanea della situazione africana: fame, malattie, epidemie.

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Della propria esperienza africana racconta invece la fotografa Chalasani:

“Alcuni fotografi e giornalisti hanno un punto di vista davvero assoluto sul non intervenire, perché il tuo lavoro è come osservatore e puoi dare il tuo meglio rimanendo tale. Avevo deciso, molto tempo fa, che dovevo fare quello che sarebbe stato meglio secondo la mia coscienza, perciò quando mi sembrò appropriato provare a intervenire, lo feci. Ci sono certe situazioni con cui si combatte, in cui si interferisce anche solo essendo presenti, e questo automaticamente cambia la dinamica. Un giorno stavo fotografando una donna mentre trasportava suo figlio in un centro di nutrimento. Il bambino era estremamente malnutrito e io la stavo fotografando proprio al suo passaggio. Tutto ad un tratto, dei sudanesi iniziarono a darle indicazioni per le foto. La fecero sedere e le indicarono come avrebbe dovuto tenere suo figlio. Mi misi a correre per trovare un interprete e dissi: “Dille di portare suo figlio al centro nutrimento. Non dovrebbe fermarsi solo perché sto scattando una fotografia”. Credo che il nostro miglior contributo sia provare a rendere comprensibile la storia. E a volte, quando pensi di aiutare, in realtà stai peggiorando la situazione. Ma per me, devi provare a fare quello con cui puoi convivere meglio”16.





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