Le immagini senza pietà nel giornalismo


Siria: le piccole vittime delle bombe e dei gas tossici



Scaricare 159.23 Kb.
Pagina6/7
14.11.2018
Dimensione del file159.23 Kb.
1   2   3   4   5   6   7

5.6 Siria: le piccole vittime delle bombe e dei gas tossici


Il caso più attuale ma non meno emblematico è quello della sanguinolenta guerra in corso in Siria, tra il governo e le milizie ribelli. Ancora una volta, come successe in occasione del conflitto sulla striscia di Gaza, siamo di fronte ad una vera e propria guerra civile in cui a farne le spese sono sempre i soggetti più deboli. I nuovi scatti fotografici arrivati dal Medio Oriente, hanno riacceso un dibattito sul sottile confine tra giusto e sbagliato nella scelta di renderle pubbliche.


Hanno labbra e occhi socchiusi, pantaloncini verdi, azzurri, rosa, bambini addormentati con rettangoli di nastro adesivo sulla fronte, su ogni rettangolo un numero. Alcuni quotidiani internazionali hanno pubblicato in prima pagina le immagini del massacro di Damasco che ha cambiato la percezione di un conflitto in corso da 28 mesi, oltre centomila vittime, un milione di bambini rifugiati. Il mondo dell’informazione si è diviso. Mostrare la morte non ha mai senso ma in questo caso, hanno valutato giornali dalla Gran Bretagna alla Francia, le immagini segnano un punto di non ritorno, sono un documento storico che ci costringe a vedere e che può scuotere la comunità internazionale finora impotente. Perché da certe immagini non c’è difesa, sopratutto quando entrano nelle case e finiscono sotto gli occhi dei più piccoli. T’investono con la violenza della morte inspiegabile e nuda, la loro forza emotiva distorce la comprensione. Mostrare tutto, dire tutto non è mai possibile, crederlo è ingannarsi. Quei bambini così belli da sembrare dipinti sono reali e questa realtà continuerà a sfuggirci. La verità non si mostra per intero, c’è un equivoco nella pretesa di ritrarla. C’è sempre qualcosa che deve restare «fuori dalla scena»? Era uno dei possibili significati dell’«osceno» per gli antichi greci. Che senso ha cercare una mediazione per aiutare la comprensione quando in Rete tutto è immediato e disponibile, anche ai bambini? Quando la morte, rappresentata o reale, è continuamente esibita nel tentativo di esorcizzarla? È un interrogativo cruciale per l’informazione al tempo di Internet, delle fonti non verificabili, della massima penetrazione e trasmissione delle notizie in tempo reale. Il giornalismo ha il dovere civico e la responsabilità della denuncia. Oggi che tutto è disponibile, la domanda che s’impone a chi crede in quel dovere è: cosa «non» pubblicare? L’addio vuole essere accompagnato con pudore, compassione, timore. In senso laico o religioso, interroga il sentimento umano del sacro. Qualcosa stride nel rumore che circonda un bambino in prima pagina. La morte chiede silenzio, intimità, rispetto per il mistero nella bellezza di quei volti.

M. S. Natale, Corriere della Sera (24 Agosto 2013)






«La guerra è morte, sofferenza, perché nasconderla?». Fotografare, raccontare la realtà, anche quando è terribile e può scioccare, questo è quello che, secondo Fabio Bucciarelli, fotoreporter di guerra i cui scatti sono stati pubblicati, tra gli altri, da Time, New York Times e Guardian dovrebbero fare sia i fotogiornalisti che, di conseguenza, i giornali. «Anche se le immagini possono urtare la sensibilità delle persone, spiega Bucciarelli, perché quando a essere raccontata è la guerra, la sensibilità può passare in secondo piano». La fotografia può essere cruda, può impressionare, ma è il mezzo più diretto, più fedele, per raccontare la realtà. Anche quella realtà che si vorrebbe fare a meno di raccontare ma che, per chi di lavoro fa il fotoreporter di guerra, rappresenta la quotidianità. Ci sono fotografie che sono diventate delle icone, che sono riuscite, in uno scatto, a raccontare un conflitto. E questo proprio grazie alla forza dell’immagine. É il caso della foto, datata 1968, che ritrae il generale capo della polizia sudvietnamita, Nguyen Ngoc Loan, mentre spara un colpo in testa a un sospetto vietcong. Un’immagine diventata simbolo della brutalità del conflitto in Indocina, grazie, anche, alla tragicità della scena rappresentata. Il fatto di essere in un teatro di guerra rende quindi lecito scattare a raffica senza farsi alcuno scrupolo? La necessità di raccontare la realtà, senza alcun filtro, fa sì che ogni fotografia possa essere pubblicabile? «Assolutamente no» precisa Bucciarelli. Ci sono, e ci devono essere, dei limiti.

In primis bisognerebbe sempre evitare di oltrepassare la sottile, e a volte impercettibile, linea di confine tra la crudezza e la morbosità di una fotografia». Niente arti penzolanti, eccessi di sangue, quello che conta davvero, e che distingue un bravo fotografo dagli altri, è l’inquadratura, oltre all’empatia con il soggetto fotografico. «É l’essere in grado di raccontare il dolore di un padre attraverso il suo viso, le sue espressioni, tralasciando, come è capitato diverse volte a me, in Siria come in Libia, il corpo del figlio trucidato che tiene in grembo». C’è poi l’accertamento della veridicità dei fatti che, per Bucciarelli, è la seconda regola del fotogiornalismo. Una regola che, quando viene applicata, distingue il mondo dei professionisti da quello del citizen journalism . «E proprio per questa regola non scritta io, immedesimandomi in un direttore di testata, non avrei pubblicato in prima pagina le immagini dei bambini siriani morti dopo il presunto attacco con gas nervino da parte dei lealisti. L’avrei pubblicata, certo, magari in seconda, terza pagina, con una dettagliata spiegazione di quello che quella fotografia dovrebbe rappresentare». Quindi il punto non è tanto, o meglio, non è solo, pubblicare o non pubblicare, ma, soprattutto, come farlo. «Non credo che l’autocensura sia la soluzione, perché è soprattutto grazie alla crudezza delle immagini che si può capire la tragicità della guerra». L’immagine del cadavere di Muhammar Gheddafi, sdraiato su di un materasso sporco in una casa dei ribelli, scattata, per primo, da Bucciarelli a Misurata, ha fatto il giro del mondo. Era una foto dura, forte, che è diventata l’immagine simbolo della guerra libica. «Quando l’ho scattata mi sono reso conto di essere al cospetto della Storia». Il potere della fotografia è anche questo.

T. Clavarino, Corriere della Sera (25 Agosto 2013)
I due articoli di giornale pubblicati dal Corriere della Sera nel bel mezzo della bufera mediatica sulla scoperta dell’utilizzo di armi chimiche nella guerra siriana, sono un esempio di come l’opinione esperta del settore si sia schierata più a favore di una “censura del rispetto” che di un bisogno di sapere e vedere. Gli orrori della guerra, sostengono alcuni illustri personaggi del fotogiornalismo, sono già noti a tutti senza bisogno di pubblicarne i dettagli più feroci e strazianti nelle prime pagine.

6. Immagini strazianti: due opinioni professionali

Conversazione con Vittorio Roidi, docente di Etica e Deontologia professionale presso l’università “La Sapienza” di Roma e presidente dell’FNSI
Ho contattato telefonicamente il Dottor Roidi per avere un parere professionale sulla problematica da me affrontata; il testo da me riportato è una rielabora­zione fedele delle sue affermazioni.
Un tempo, nei primi anni dell’avvento fotografico, le immagini avevano poco si­gnificato ed erano utilizzate, spesso senza autorizzazione, come supporto a notizie di cronaca nei quotidiani o in riviste specializzate. A partire dagli anni ’60 del se­colo scorso invece, la qualità delle immagini è migliorata e con essa anche l’estetica del quotidiano, che ha iniziato a dare maggiore importanza alle fonti fotografiche. Le testate giornalistiche si sono dotate ben presto di persone spe­cializzate, i fotoreporter, da affiancare al cronista durante il recupero di notizie. In questi anni, le fotografie sono diventate pressoché indispensabili all’interno del quotidiano e migliaia di immagini vengono scattate ogni giorno.

Nonostante l’indiscutibile importanza che possono ricoprire determinate imma­gini nell’ambito giornalistico, si è sviluppata la mentalità della “foto a tutti i co­sti”, che rischia di travalicare i limiti dell’interesse pubblico, trasformando il gossip in informazione.

Il modo di fare informazione si è evoluto molto velocemente negli ultimi de­cenni, mentre la faccenda della privacy e della sua tutela rimane ancora poco definita. Decidere quali immagini pubblicare e quali no, resta per ora una scelta del giornalista. Tuttavia, malgrado la maggiore libertà accordata agli addetti all’informazione, i redattori hanno iniziato a focalizzare molta attenzione anche sulla sensibilità di un lettore che “finisce ormai con l’accettare tutto”. Pertanto, se ci si trova di fronte alla possibilità di scegliere la foto da pubblicare tra una serie di scatti, in genere fortunatamente si preferiscono foto che non offen­dano.

Per quanto riguarda il diritto o li divieto di pubblicare foto cruente, sono com­battuto; quando il fotoreporter si trova di fronte a un fatto di cronaca, non può tirarsi indietro. Bisogna però fare le dovute distinzioni: un uomo a terra è solo un cadavere, un uomo che si lancia da un edificio in fiamme ( le vittime degli at­tentati alle torri gemelle di New York, ndr) è cronaca. Il dovere del giornalista in questi casi è documentare fedelmente l’accaduto, evitando ogni tipo di compia­cimento.

Se una foto è utile a rimarcare l’atrocità di una guerra, diventa importante pub­blicare anche le immagini delle vittime del conflitto, cercando di salvaguardare la dignità umana evitando eventualmente di riprendere i particolari dei volti e della loro sofferenza. Il corpo senza vita del bimbo siriano che ha fatto tanto di­scutere, è figlio anch’esso della cronaca quotidiana dello scontro, quindi perché non renderne nota l’immagine? Perchè ignorare che anche l’innocente che cer­chiamo di salvare dalla pubblicazione, in realtà muore in circostanze deplore­voli? E’ proprio su quelle circostanze che un fotoreporter vuole mettere l’accento con i propri scatti, non su un improbabile desiderio di umiliare la vit­tima. L’etica sta in questo: soddisfare il diritto di informare l’opinione pubblica rispettando i soggetti coinvolti ma anche il lettore.

Diversa è invece l’opinione di un altro esperto, il giornalista Philip Kennicott, del “The Washington Post”, che in un’eloquente analisi della storia dell’iconografia di guerra apparsa nel quotidiano il 13 Settembre 2013, spiega “Why Syria’s images of suffering haven’t moved us”. Egli infatti sostiene che «È pericoloso e ipocrita usare fotografie sconvolgenti per pilotare l’opinione pubblica o per giustificare azioni politiche»


Nella scena della scalinata di Odessa in La corazzata Potëmkin, un bambino è colpito dalle truppe zariste e travolto

dalla folla. La madre, straziata, raccoglie il suo corpo, lo mostra alle truppe e alla cinepresa lanciando un triplice appello: abbiate pietà di mio figlio, abbiate pietà del mio popolo, abbiate pietà dell’umanità. Nel 1925 il cinema era un mezzo nuovo dotato di un potere inaudito di suscitare emozioni e l’umanità era ingenuamente convinta che potesse imporre standard morali nel governo dei popoli.

Il gesto del genitore in lutto che espone il corpo del figlio per provocare un moto di coscienza del mondo è apparso di nuovo,

nelle immagini della Siria che mostrano le conseguenze di un attacco del regime di Bashar al Assad in cui, a quanto si dice, sono state usate armi chimiche. […]

Eppure queste immagini hanno suscitato poca indignazione. E non è scontato che la visione di video sgranati e caotici possa incidere più di tanto. Pur convinta che Assad abbia usato le armi chimiche, l’opinione pubblica statunitense rimane contraria all’intervento militare in Siria. […]

Nell’ultimo secolo e mezzo abbiamo attribuito alle immagini di bambini morti o sofferenti un potente significato politico. I bambini sono innocenti, per questo sono soggetti persuasivi in caso di guerre o di complicate situazioni politiche. Non sono neanche considerati membri della società a pieno titolo, aspetto che rende in qualche modo la loro immagine più sfruttabile.

Per qualche ragione non sembra così lesivo della privacy di un bambino ritrarlo coperto di sangue e in lacrime, come ha fatto

nel 2005 in Iraq il fotografo di Getty Images Chris Hondros, fotografando Samar Hassan, 5 anni, subito dopo che l’auto in cui viaggiava la sua famiglia era stata colpita ed entrambi i suoi genitori erano morti. […]

Il potere della foto di Nick Ut del 1972 in cui si vede la piccola vietnamita Kim Phuc che fugge, nuda, da un attacco al napalm, è ancora intatto. Ma l’immagine, diventata talmente famosa da essere etichettata come “icona”, è percepita come un efficace oggetto estetico e disconnessa dalla storia che contiene. A quarant’anni dallo scatto, sembra quasi una scena tratta da una sfilata di generici orrori storici, e non un documento di una situazione particolare. Inoltre le immagini come quella di Ut non sono necessariamente capaci di condizionare l’opinione

pubblica, creando dal nulla un sentimento collettivo. Piuttosto catalizzano un consenso già in formazione.

Le immagini dei bambini morti sono così strazianti che ormai siamo allenati a gestire la nostra risposta emotiva, passando

dall’orrore al sospetto fino all’indifferenza. […]

Siamo tutti obbligati, privatamente, a crearci una personale ecologia delle immagini. Quelle dei bambini sofferenti, in particolare, sono soggette a una sorta di inflazione emotiva e perdono potere se vengono usate troppo spesso o senza riguardo per la possibilità dell’osservatore di incanalare i sentimenti che suscitano. […]

Le immagini di sofferenza estrema si neutralizzano da sole: dopo averne usata una, l’unica opzione è la ripetizione e l’intensificazione. […]

Il fatto interessante in merito alle spaventose fotografie arrivate dalla Siria negli ultimi due anni e mezzo è che in molti casi non sappiamo chi le ha scattate né cosa ritraggono. Vediamo solo una crudeltà e una miseria decontestualizzate. Si insinua allora il cinismo e affiora una tendenza naturale ad allontanare le immagini. […]

È qui che ci troviamo oggi, in un ecosistema di immagini e in un ecosistema di moralità internazionale irrimediabilmente inquinati.19




1   2   3   4   5   6   7


©astratto.info 2017
invia messaggio

    Pagina principale