Le immagini senza pietà nel giornalismo


L’avvento televisivo e la società spettacolarizzata



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7. L’avvento televisivo e la società spettacolarizzata


Con l’invenzione della televisione il lavoro del fotogiornalista subisce una tra­sformazione per adattarsi a nuove esigenze e il terzo millennio porta con sé an­che nuove tecnologie di comunicazione satellitare e telematico. Essere a con­tatto con le notizie 24 ore su 24 diventa ben presto insufficiente e gli spettatori vengono sempre più affascinati dall’infotainment.

La televisione negli anni ha offuscato il confine tra notizia e spettacolo e oggi, la differenza tra show e intrattenimento è quasi invisibile. L’infotainment, parola derivante dalla fusione dei termini information e entertainment, è una forma di comunicazione in cui informazione e intrattenimento si mescolano e la società non diventa altro che spettacolo.

Di questo nuovo tipo di comunicazione sono figli trasmissioni come Porta a Porta o Annozero, dove gli ospiti sono invitati a discutere in diretta sulla tema­tica del giorno.

Ma con la televisione nelle case di tutti gli italiani, anche la notizia si è trasfor­mata. I fatti di cronaca ad esempio, sono fin da subito alla portata di tutti contempo­raneamente e le videocamere che trasmettono l’informazione, si muovono co­stantemente per fornire dirette, retroscena e immagini che fanno a gara per impietosire lo spettatore e coinvolgerlo nella narrazione. «La notizia, l’informazione e la comunicazione in genere, rappresentano la “merce” da ven­dere alla platea di potenziali consumatori».

Siamo di fronte ad una iper-rappresentazione del mondo in cui è importante tutto ciò che rapisce e sconvolge lo spettatore, enfatizzando gli aspetti negativi della società20.


7.1 La morte in diretta: Sarah Scazzi


Morire in diretta televisiva è forse l’esempio più estremo di come la televisione si sia appropriata in modo spregiudicato e quasi violento anche dei momenti più privati e intimi delle persone. Dopo i casi più famosi di Omayra Sanchez, la bambina sepolta da un mare di fango dopo un’eruzione vulcanica, e la tragedia del bimbo che morì in un pozzo a Vermicino, la televisione ancora una volta si è resa protagonista di un evento dissacrante.
Il 6 ottobre 2010, dopo mesi di estenuanti ricerche, il caso della scomparsa della ragazzina di Avetrana, Sarah Scazzi, approda nello studio televisivo di Chi l’ha visto?.

La madre della ragazzina è collegata in diretta dalla casa di un parente e lancia il suo personale appello per essere aiutata a ritrovare la figlia, scomparsa nel mese di agosto. L’attenzione al caso è ovviamente alle stelle: è scomparsa una ragazzina e ci sono ormai da tempo i sospetti che si stia ormai cercando un cadavere. Durante la diretta, i proprietari della casa dalla quale è in collegamento la donna, sono sotto interrogatorio da parte della polizia da diverse ore. Con il proseguimento della puntata, si apprende dai lanci Ansa che arrivano costantemente in studio, che la polizia ha ricevuto informazioni circa il presunto luogo dove si dovrebbe cercare il cadavere della ragazzina.

A questo punto, la conduttrice Francesca Sciarelli, lascia trasparire un visibile e crescente imbarazzo nel tentativo di misurare accuratamente le parole da utilizzare per spiegare alla madre che probabilmente la figlia è morta. La donna, sempre mantenendo un’ammirevole compostezza, attende di capire se dare o meno ascolto alle notizie trapelate alla stampa.

La diretta durerà ancora diverso tempo, finchè, dopo una pioggia incessante di domande da parte della conduttrice alla donna, il collegamento viene interrotto per permettere alla madre di mettersi in contatto con le autorità giudiziare.


Lo spettacolo a cui si è assistito quella sera, è stato l’esempio di come soddisfare il pubblico sia diventato un obiettivo ancor più importante del rispetto del dolore umano. Nonostante le critiche lanciate alla trasmissione, la puntata, postata su Youtube nella sua interezza, è stata visualizzata da migliaia di persone.

La moda di autofilmarsi con l’ausilio di telefonini e fotocamere digitali, fomentata da siti di condivisione come Youtube e Youreporter, è diventata talmente parte integrante della quotidianità mondiale, da essere presente anche nel mezzo di conflitti e guerre.


7.2 La morte di Gheddafi e lo scempio del traditore di Hamas


Il 20 Ottobre 2011 in Libia, viene catturato e ucciso dai ribelli, il colonello Gheddafi. Tutti i telegiornali si affrettano a trasmettere il video integrale del momento della cattura e dell’uccisione del dittatore, in cui un non più temibile e potente Gheddafi viene strattonato e maltrattato dai presenti finchè qualcuno non gli spara in testa. I terribili attimi che compongono il video, mostrano un uomo spogliato della sua identità che spaventato si arrende all’idea di una morte imminente. Ciò che forse sconcerta ancor più della ricostruzione degli ultimi attimi di vita del dittatore, sono gli attimi successivi all’uccisione in cui i ribelli mostrano festanti e sorridenti il cadavere dell’uomo ad una videocamera. Volendo tralasciare il carattere politico della questione, il video ci mette di fronte alla morte con la violenza di uno schiaffo, facendoci quasi sentire partecipi. La serenità sui volti dei festanti, sembra totalmente fuori luogo davanti all’orrore dell’omicidio perpretrato. Eppure ancora una volta, la morte e addirittura l’assassinio, diventano parte di un macabro spettacolo da presentare a un pubblico ormai assuefatto alla brutalità.

Ancora una volta, dal Me­dio Oriente arrivano im­magini raccapriccianti di violenza. Un uomo, ucciso con un colpo alla testa, denudato e poi legato ad una moto con una corda, viene trascinato per le strade di Gaza da due uomini alla guida del veicolo. L’uomo sarebbe stato assassinato dopo essere stato accusato di tradimento di Hamas. Lo scempio del cadavere ricorda l’uccisione di Ettore nella guerra troiana raccontata da Omero, che viene trascinato da Achille nell’intento di umiliare il corpo del vinto. L’immagine testimonia nuovamente come la bru­talità sia ostentata come atto di forza, e come la violenza si trasformi quasi in un “gioco” di cattivo gusto in cui la vittima sacrificale non sembra altro che uno strumento per combattere la noia21.

7.3 L’esecuzione dei militari da parte dei Ribelli


Nei giorni di dibattiti concitati su un possibile intervento Statunitense in aiuto ai Ribelli dei regime di Assad in Siria, un altro video diventa virale per opera del New York Times: si tratta di una ripresa effettuata probabilmente nell’Aprile 2013 da un gruppo di ribelli. Le scene agghiaccianti, mostrano i preparativi di un’esecuzione in cui 7 militari regolari del governo, sono costretti a faccia in giù, distesi a terra e con le braccia incrociate dietro la schiena. I loro corpi sono seminudi e presentano ferite di pesanti torture sulla schiena. Le sequenze del video non sono descrivibili o visualizzabili per intero senza provare un moto di raccapriccio. Il capo dei ribelli introduce l’esecuzione con un lungo discorso in cui promette e rivendica una vendetta nei confronti dei “traditori”, dopodichè in pochi secondi la tragedia è consumata. I cadaveri saranno poi sepolti in una fossa comune, come anonimi figli di nessuno.

22

Il The Daily Beast scrive poi a riguardo:

Il video era così orribile e così barbaro che lo staff del New York Times che ha guardato e modificato il video per pubblicarlo online, si è sentito male”, a detta della portavoce del quotidiano. La scena dei ribelli siriani in piedi dietro ai 7 soldati dell’esercito, con il comandante dei ribelli che recita una sanguinaria poesia – mentre puntano fucili e pistole alle teste dei loro prostrati, mezzi nudi e malamente picchiati prigionieri – è abbastanza scioccante. I video editors del Times hanno censurato con discrezione lo schermo nel momento in cui i ribelli [..] hanno iniziato a giustiziare i soldati; la sola indicazione del massacro in corso, era una rumorosa fucilata di 10 secondi. Poi, un’immagine dei corpi in una fossa comune. […] E come è frequente in questo caso, le immagini pubblicate nella prima pagina del quotidiano, erano molto più potenti della loro descrizione.

Ciò che trovo sorprendente”, ha detto Carroll Bogert, direttrice esecutiva delle relazioni internazionali per l’organizzazione non governativa che investiga sulle violazioni del diritto internazionale e dei diritti individuali, (incluse le atrocità della guerra), al The Daily Beast, “è che gli autori [di vari crimini contro l’umanità] si fanno spesso fotografare nella scena in pose eroiche. Questo è successo nel 1999 con i massacri del Kosovo, le guardie ad Abu Ghraib, e ora con i ribelli in Siria. È lo stesso tipo di bravata e machismo che permette agli assassini e agli esecutori di vantarsi dei loro atti – e il nostro lavoro è fare in modo che quelle fotografie tornino a perseguitarli”.23



7.4 Il terrore di Younma, la bimba sopravvissuta


Younma è una bambina fortunata, sopravvissuta ad un massacro con armi chimiche nei sobborghi di Damasco. Il video pubblicato dai ribelli siriani su Youtube, mostra il momento in cui la bambina riprende conoscenza e viene soccorsa, in stato confusionale, da un operatore sanitario. La piccola non presenta alcun tipo di ferita visibile, tuttavia i medici sostengono che la sua scarsa lucidità sia l’effetto del gas tossico che avrebbe inalato. Younma ripete ossessivamente le parole “Sono viva, sono viva”, chiamando a squarciagola sua madre. Sfortunatamente però, i genitori della piccola sono rimasti uccisi dall’attacco.
Secondo il Washington Post, il video dovrebbe essere visto e condiviso da tutti. "Le immagini di cadaveri e vittime di armi chimiche in preda alle convulsioni rappresentano una parte importante di ciò che sta accadendo in Siria. Per molti osservatori esteri, però, queste immagini possono essere così scioccanti da produrre un effetto di alienazione. Chiunque è in grado di riconoscere e capire un bambino terrorizzato".24

8. La scelta della Cassazione: Stop alle foto cruente

5 Maggio 2011: Stop alle foto cruente. Anche se possono essere suggeriti da una esigenza di cronaca e dalla necessità di comunicare la cruda realtà dei fatti, devono es­sere banditi gli scatti che riproducono sequenze drammatiche, come le immagini di un corpo martoriato. L'altolà arriva dalla Cassazione, che nel sottolineare come questo genere di scatti vada ricompreso nel 'trattamento illecito di dati personali' e dunque sia passibile di condanna penale, ricorda che il danno morale arrecato si ripercuote an­che su terzi e non soltanto sulla persona immortalata.

 

La Terza sezione penale ha posto un limite al diritto di cronaca tramite gli scatti cruenti, occupandosi di un fatto di sangue avvenuto a Lula il 25 novembre del 2003. La giovane figlia di un noto pregiudicato locale, ricostruisce la sentenza 17215, venne fe­rita mortalmente al capo da un colpo di arma da fuoco. Il trasporto in barella della gio­vane con particolari cruenti venne immortalato dagli scatti del fotografo Massimo Locci e pubblicati su un quotidiano sardo con un corsivo in cui si parlava di foto pubbli­cata per la 'muta crudezza e drammatica verità’. Gli scatti sono costati al fotografo Locci una condanna a due mesi e venti giorni di reclusione con i doppi benefici di legge, nonché una condanna al risarcimento dei danni in favore dei familiari della giovane vit­tima, per trattamento illecito dei dati personali.

Inutile il ricorso del fotoreporter in Cassazione volto a dimostrare il legittimo esercizio del diritto di cronaca rispetto al quale la fotografia si porrebbe quale "elemento prima­rio ineliminabile essenziale alla comunicazione del fatto". Piazza Cavour ha respinto il ricorso di Locci e ha evidenziato che "il trattamento dei dati personali sensibili senza il consenso dell'interessato (gia' punito con la legge del '96) è tuttora punibile ai sensi dell'art. 167 del D. Lgs. 196 del 2003 in quanto tra le due fattispecie sussiste un rap­porto di continuità normativa, essendo identici sia l'elemento soggettivo caratterizzato dal dolo specifico, sia gli elementi soggettivi, tenuto conto che le condotte già incrimi­nate di 'comunicazione' e 'diffusione' dei dati sensibili sono ora ricomprese in una con­dotta più ampia di trattamento dei dati personali e il nocumento per la persona offesa rappresenta nelle disposizioni in vigore una condizione obiettiva di punibilità".

Nel caso in questione, annota ancora la Cassazione, "evidente è il nocumento arrecato al diritto della giovane vittima di vivere gli ultimi momenti della propria esistenza al ri­paro dalla morbosa curiosità di terzi, così come non può disconoscersi il danno morale dei familiari, che hanno subito la dolorosa esposizione alla pubblica curiosità del corpo martoriato della propria congiunta". Inoltre la Suprema Corte ricorda che "il sacrificio della riservatezza trova giustificazione soltanto nell'ambito della 'essenzialità' della con­dotta ricollegantesi al diritto-dovere di informazione, secondo una nozione che va in­quadrata nel generale parametro della 'continenza' individuato quale argine del legittimo esercizio del diritto di cronaca".25

9. Considerazione Finale

Questa tesi è nata allo scopo di chiarire al lettore, ma soprat­tutto a me stessa, il sottile confine che separa l’etico da ciò che non lo è. Gli esempi da me riportati sono testimonianze di fotoreporter che durante il loro lavoro hanno sperimentato il conflitto morale a cui è soggetto ogni esercitante la professione giornalistica nel difficile compito di svolgere con serietà la propria professione. I temi da trattare erano va­sti e molteplici, perciò ho dovuto limitare il mio raggio di studio ai punti che centravano maggiormente la questione delle immagini senza pietà nel giornalismo.

A lavoro concluso, ho avuto modo di comprendere a fondo che l’immagine, quando rispetta i canoni del codice deontologico, può avere un peso informativo molto più significativo di una notizia scritta, e che proprio per questa caratteristica, sarebbe ingiusto privarsi di un metodo così prezioso di denuncia sociale, economica e politica.

Non si può infatti ignorare che gli orrori delle ultime guerre siano stati scoperti in tutta la loro atrocità, anche e soprattutto grazie alle testimo­nianze fotografiche pervenuteci all’indomani della fine dei conflitti.



Tutte le immagini che rientrano nella categoria di materiale utile all’informazione pubblica, sono a mio avviso da pubblicare, cercando pur sempre di mantenere alto il rispetto per chi le guarda e per chi viene guardato.


10. Bibliografia, Sitografia e Iconografia


LIBRI:

  • Fiorentini G., L'occhio che uccide. La fotografia e la guerra: immaginario, torture, orrori, Meltemi Editore, 2004

  • Papuzzi A., Professione Giornalista. Le tecniche, i media, le regole, Donzelli Editore, 2010

  • Sontag S., Davanti al dolore degli altri, Milano, Mondatori Editore, 2003

RIVISTE:

  • Internazionale, n° 1019 del 27/09/2013

TESI:

  • Macchia D., “Fotogiornalismo ed etica dell’immagine nella società digitalizzata” , A.A. 2007/2008

QUOTIDIANI ONLINE e ARTICOLI:

  • Adnokronos, Cassazione: Stop alle foto cruente.

  • Clavarino T., Il fotografo italiano di Time: «Ripresi la morte di Gheddafi Non pubblicherei quei bimbi», in “Corriere della Sera”, 25 Agosto 2013

  • Natale M. S., Pubblicare o no l’orrore? Le ragioni di una scelta, in “Corriere della Sera”, 24 Agosto 2013

  • Huffington Post, Siria: gas tossici a Damasco. Il terrore negli occhi di Younma: “Sono viva, sono viva”

  • Smargiassi M., Se persino la fotografia più bella è ritoccata, La Repubblica, 19 Febbraio 2013

  • Grove L., Syria Video turns the Debate on U.S. Intervention, The Daily Beast, 6 Settembre 2013

  • The Guardian, The Bystanders: Photographers who didn’t step in to help, 28 Luglio 2012

  • The New York Post, “Doomed” , 4 Dicembre 2012

IMMAGINI:

  • Ansa: Trascinamento del traditore di Hamas

  • Google Images: Kevin Carter, “Sudan 1993”; Nick Ut, “Vietnam Napalm Girl”; Le vittime dell’11 Settembre

  • Huffington Post: Corpi dei bambini uccisi dai gas tossici

  • The Guardian: Foto del reportage dei “Bystanders”

  • The New York Post: copertina della prima pagina del quotidiano

  • The New York Times: Foto della fucilazione dei ribelli

  • Youtube: Immagine di Younma, Sarah Scazzi e Gheddafi

  • World Press Photo: Paul Hansen “Gaza Burial”




1 Papuzzi: “Professione Giornalista”, Donzelli Editore, 2010

2 Dalla tesi “Fotogiornalismo ed etica dell’immagine nella società digitalizzata” di Davide Macchia, A.A. 2007/2008

3 Citazione tratta dal libro “L'occhio che uccide. La fotografia e la guerra: immaginario, torture, orrori”, di Fiorentino Giovanni.

4 Nick Ut: Vietnam Napalm Girl

5 Papuzzi, Professione Giornalista, pag. 221

6 Art. 27 della legge sull’editoria n.67/1987

7 Fonte: https://nppa.org/code_of_ethics

8 Manuale di Papuzzi

9 Cit. Papuzzi: Cap. 10: “Etica giornalistica”

10 Manuale di Papuzzi “Professione Giornalista”

11 Manuale di Papuzzi “Professione Giornalista”

12 Tutte le foto e le testimonianze sono state tratte dal sito del “Guardian” e ad esso appartengono. Al link “The Guardian - Bystanders”, è rintracciabile l’intero reportage.

13 Bollettino diffuso da Foto/gram al Sicof 1979

14 Kevin Carter: Sudan 1993

15 Radhika Chalasani: Famine

16 Foto e testimonianza dal sito del quotidiano “The Guardian"

17 Descrizione della foto vincitrice tratta da: www.worldpressphoto.org/awards/2013/spot-news/paul-hansen

18 Per la lettura dell’intero articolo: La Repubblica

19 Articolo tratto da ”Internazionale” n° 1019 del 27/09 – 3/10 2013

20 Cit. tratta dalla tesi “Fotogiornalismo ed etica dell’immagine nella società digitalizzata” di Davide Macchia, A.A. 2007/2008


21 Foto tratta dal sito dell’Ansa

22 Foto di proprietà del New York Times

23 Dichiarazioni tratte e tradotte da “The Daily Beast”

24 Per l’articolo completo: Huffington Post

25 Fonte: www.adnkronos.com






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