Le infezioni ospedaliere



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INFEZIONI NOSOCOMIALI: APPROCCIO MULTIPROFESSIONALE

E GESTIONE INTEGRATA DEL RISCHIO

Bol: ritratto di quattro reggenti dell’Ospedale dei lebbrosi.


E. SESTI – U.L. APARO



Comitato Controllo Infezioni Ospedaliere

Malattie infettive nosocomiali: epidemiologia, eziopatogenesi ed evoluzione del trend epidemiologico: infezioni nuove ed emergenti

   "La fallibilità è una caratteristica dell’essere umano. Noi non possiamo cambiare l’essere umano, ma possiamo cambiare le condizioni in cui gli esseri umani operano"

(James Reason, 2003)

ANNO 2006



Evoluzione del concetto di infezione ospedaliera e dimensione del fenomeno.

 

Possiamo definire infezione ospedaliera, o nosocomiale, ogni episodio infettivo contratto da un paziente o un dipendente a causa della permanenza o dell'attività lavorativa in ambiente ospedaliero. L'eziologia di tale infezione, sia essa virale, batterica, fungina, non modifica la caratteristica di "nosocomiale" in quanto questa tipologia di infezione è collegata esclusivamente al fatto di non essere presente al momento dei ricovero e di essere stato contratta sicuramente in ambiente ospedaliero. Non esiste un'unica modalità di contagio né un'unica tipologia di ambienti a rischio. Tale problematica è direttamente legata al livello di rischio biologico presente nei singoli ambienti di lavoro o di ricovero, alle singole procedure assistenziali, alle procedure diagnostiche e terapeutiche messe in atto o cui si è sottoposti ed alle patologie concomitanti. Una corretta analisi dei rischio biologico e l'adozione di appropriate procedure permettono di prevenire e controllare tale fenomeno che si evidenzia attraverso un indicatore diretto quale appunto l'infezione ospedaliera.



Le infezioni ospedaliere, “infezioni correlate alle pratiche sanitarie o assistenziali”,

Sicuramente il messaggio più importante è quello di cominciare a pensare alle infezioni non solo come evento legato alla ospedalizzazione, ma come l’effetto diretto di una scorretta o scadente qualità nelle procedure medico-sanitarie. In questo senso l’infezione non legata al luogo ma alla procedura, non è più solo “dell’ospedale” ma di ogni Operatore Sanitario sia esso ospedaliero o di altre strutture sanitarie che territoriale.

Non solo i pazienti sono a rischio: vengono anche coinvolti, pur se in percentuale molto inferiore, il personale ospedaliero o soggetti che vengono per diversa natura a contatto con i malati (personale volontario, religioso, studenti, ecc.).
A causa della durata sempre più breve del ricovero, è in aumento il numero delle infezioni ospedaliere che si manifestano dopo la degenza. Infatti è stato segnalato che una percentuale variabile dal 19 al 66% delle infezioni delle ferite chirurgiche si manifesta dopo la dimissione (2).
In Italia in molte strutture ospedalie-re la sorveglianza delle infezioni ospedalie-re non viene praticata, nemmeno per gli eventi che accadono durante la degenza. In altre nazioni, dove tali complicanze sono sotto stretto controllo, è stato osservato che si hanno notevoli ripercussioni economiche (3). Queste non riguardano solo l'ospedale, ma il SSN (l'assistenza extraospedaliera, la riabilitazione), la società (perdita di produttività) e per la famiglia (perdita di reddito e costi legati all'assistenza del soggetto).
La sorveglianza post-dimissione potrebbe essere praticata mediante interviste telefoniche, questionari rilasciati alla dimissione, follow-up clinici (4). In Italia il medico di famiglia è il primo filtro dell'assistenza sanitaria.
E' quindi importante coinvolgere nel follow-up clinico tale figura professionale.

infezione in pazienti ospedalizzati è ancora un evento frequente e per certe localizzazioni molto grave. Ciò è stato favorito dall'evoluzione delle tecnologie biomediche, dalla maggior percentuale di pazienti altamente suscettibili alle infezioni, dalle procedure invasive più diffuse e dal modificarsi delle terapie ospedaliere.


Inoltre il largo uso di antibiotici ad ampio spettro a scopo profilattico e terapeutico ha anche selezionato l'emergenza di ceppi antibiotico-resistenti.
L'infezione ospedaliera è una infezione che insorge durante il ricovero in una struttura ospedaliera o in alcuni casi dopo che il paziente è stato dimesso e che non era manifesta clinicamente, né in incubazione al momento dell'ammissione (1).
L'incidenza delle infezioni ospedaliere varia dal 5 al 10%.
Sono segnalate soprattutto infezioni delle vie urinarie, delle ferite chirurgiche e polmoniti.
Non solo i pazienti sono a rischio: vengono anche coinvolti, pur se in percentuale molto inferiore, il personale ospedaliero o soggetti che vengono per diversa natura a contatto con i malati (personale volontario, religioso, studenti, ecc.).
A causa della durata sempre più breve del ricovero, è in aumento il numero delle infezioni ospedaliere che si manifestano dopo la degenza. Infatti è stato segnalato che una percentuale variabile dal 19 al 66% delle infezioni delle ferite chirurgiche si manifesta dopo la dimissione (2).
In Italia in molte strutture ospedalie-re la sorveglianza delle infezioni ospedalie-re non viene praticata, nemmeno per gli eventi che accadono durante la degenza. In altre nazioni, dove tali complicanze sono sotto stretto controllo, è stato osservato che si hanno notevoli ripercussioni economiche (3). Queste non riguardano solo l'ospedale, ma il SSN (l'assistenza extraospedaliera, la riabilitazione), la società (perdita di produttività) e per la famiglia (perdita di reddito e costi legati all'assistenza del soggetto).
La sorveglianza post-dimissione potrebbe essere praticata mediante interviste telefoniche, questionari rilasciati alla dimissione, follow-up clinici (4). In Italia il medico di famiglia è il primo filtro dell'assistenza sanitaria.
E' quindi importante coinvolgere nel follow-up clinico tale figura professionale.

 

Paziente chirurgico

Nel paziente sottoposto ad intervento chirurgico o a procedure diagnosti-che invasive, la complicanza più spesso osservata è l'infezione della ferita (5). L'aumento delle procedure chirurgiche eseguite ambulatoriamente o in ricovero giornaliero o con degenze sempre più breve rendono necessaria un'attenta sorveglianza a domicilio.
Il trattamento di tali infezioni può andare dal drenaggio e disinfezione della ferita, all'utilizzo di una terapia antibiotica sistemica, fino al rinvio del paziente in ospedale per un reintervento.

 

Il paziente compromesso

Il paziente compromesso è un soggetto in sui si hanno deficit congeniti o acquisiti dei meccanismi di difesa immunitaria specifici o aspecifici. La risposta immunitaria umorale o cellulo-mediata, la risposta infiammatoria (fagocitosi, complemento) possono essere alterate per malattie congenite, infezioni virali (HIV/AIDS), splenectomia, terapie antitumorali, neoplasie, traumi, interventi chirurgici.
Vanno considerati anche alcune malattie sistemiche, come il diabete mellito, la cirrosi epatica, l'insufficienza renale cronica, le malattie autoimmunitarie.
In tali soggetti compromessi, causa di infezioni sono solitamente agenti infettivi commensali o scarsamente patogeni. Sono frequenti le polmoniti, ma sovente la febbre è l'unico sintomo. In tali condizioni risulta essenziale una diagnosi tempestiva con relativa precoce terapia mirata. E quindi spesso c'è il ricorso alle strutture ospedaliere specialistiche.

 

Paziente istituzionalizzato

A rischio di acquisire infezioni caratterizzate dalle stesse modalità di presentazione e dagli stessi agenti eziologici delle infezioni ospedaliere, sono i soggetti istituzionalizzati: anziani, spesso non autosufficienti con demenza, portatori di handicap fisici o psichici gravi, soggetti con patologie croniche.
Il fattore di rischio nelle strutture per lungodegenti è rappresentato sia dalle condizioni di base dei pazienti (malattie croniche, incontinenza fecale ed urinaria, uso di farmaci immunosoppressori, demenza) che dalle condizioni assistenziali ed ambientali che favoriscono la trasmissione di germi.
Tra le infezioni più frequenti, abbiamo l'influenza, con la relativa complicanza polmonare. Necessaria è quindi la vaccinazione antiinfluenzale da praticare ogni anno prima dell'inverno.
Altre infezioni gravi sono la tubercolosi, le gastroenteriti da virus (rotavirus), batteri (E. Coli), protozoi o elminti (6), le polmoniti da S.aureus, K. Pneumoniae o P. aeruginosa.
Spesso i batteri sono multiresistenti: le cause vanno ascritte all'uso inappropriato delle terapie antibiotiche e alla mancanza di programmi di sorveglianza e controllo delle infezioni.

 

Personale di assistenza e volontariato

L'assistenza domiciliare (che ormai si va sempre più diffondendo) di pazienti che necessitano di terapie complesse e di moderata invasività, coinvolge oltre al personale medico ed infermieristi-co, anche altre figure quali parenti, conviventi e volontari. Ad essi bisogna impartire le norme di prevenzione da qualsivoglia tipo di contagio, con attenzione e competenza.
Vanno raccomandati l'accurata igiene delle mani, l'uso di dispositivi di barriera (mascherine, occhiali, guanti) e di appropriati contenitori rigidi per la raccolta e lo smaltimento di aghi e materiale tagliente. Utile la vaccinazione contro l'epatite B.
Particolare cura deve essere riposta nell'istruire coloro che assistono i malati di AIDS: i pazienti con AIDS e certa o ipotetica tubercolosi polmonare devono essere informati sulle precauzioni da prendere per prevenire la trasmissione dell'infezione batterica ai conviventi e contatti. D'altra parte coloro che assistono soggetti con AIDS devono essere consci sul rischio di esposizione all'infezione tubercolare.

Le infezioni ospedaliere (IO) costituiscono una grande sfida ai sistemi di salute pubblica, perché sono un insieme piuttosto eterogeneo di condizioni diverse sotto il profilo microbiologico, fisiologico ed epidemiologico che hanno un elevato impatto sui costi sanitari e sono indicatori della qualità del servizio offerto ai pazienti ricoverati.

La prevenzione, il controllo e la corretta gestione delle infezioni ospedaliere si posizionano sempre di più come obiettivi di grande rilievo in ogni fase di progettazione sanitaria.
Gli investimenti in questo settore, se ben gestiti, possono dare buoni frutti. Il 30% delle infezioni sono prevedibili: ogni anno si potrebbero evitare tra le 
130.000 e le 200.000 infezioni con il relativo 1% di decessi.

Il peso economico di questa “epidemia” è valutabile intorno a 100 milioni di euro l’anno, calcolando i costi diretti per le cure e quelli indiretti comunemente valorizzati in giornate di lavoro perse.

La comparsa del CIO nello scenario sanitario nazionale è databile all’anno 1985, quando con la Circolare Ministeriale n. 52/85 si delibera che la definizione delle strategie di contrasto alle infezioni nosocomiali è funzione del CIO “organismo multidisciplinare responsabile dei programmi e delle strategie di lotta e di contrasto contro le infezioni ospedaliere”. Con la sua istituzione si identifica “chi” in ambito ospedaliero deve gestire il problema infettivo nosocomiale e “come”. 

Dal 1985 ad oggi, si sono fatti notevoli progressi, le infezioni nosocomiali non sono più un fenomeno di nicchia, bensì sono ritenute indicatori di qualità in sanità e classificate “eventi avversi” nelle quali, frequentemente, incorrono i pazienti ospedalizzati e sottoposti ad interventi diagnostico-terapeutici invasivi e/o cruenti. 

A conferma di ciò, il Piano Sanitario Nazionale 2002-2004 identifica le infezioni nosocomiali quali "errori in medicina", complicanze che comportano un grave problema per la sanità pubblica con costi sociali, economici e sanitari rilevanti. 
L'Azienda Sanitaria Roma B, da sempre sensibile in materia di prevenzione delle infezioni nosocomiali, ha attivato negli anni novanta il CIO con l’obiettivo di: contrastare il fenomeno infettivo nel paziente/utente e nell'operatore sanitario, garantire prestazioni sanitarie qualitativamente elevate, rispondenti ai requisiti ed agli indicatori utili per l'accreditamento delle strutture sanitarie. Tali obiettivi sono stati posti anche nel documento aziendale 2006 di Risk Management.

IL COMITATO PER IL CONTROLLO DELLE INFEZIONI OSPEDALIERE
Il Consiglio d'Europa che sin dal 1971 ha emanato numerose raccomandazioni ai singoli Governi in merito al problema delle IO, ha riaffermato nel 1984 con la Raccomandazione n.5 1984/20, che la soluzione, o per lo meno il contenimento di tale complesso fenomeno, dipende dalla messa in opera di una "strategia globale" che interessi tutti i settori dell'ospedale e che necessita, per realizzarsi, della collaborazione di tutti coloro che vivono (degenti), frequentano (pazienti ambulatoriali, visitatori) o intervengono nell'ospedale (personale Sanitario e non, altri soggetti facenti parte dell'istituzione).

L'Organizzazione Mondiale della Sanità, sempre nel 1984, indicava a sua volta la lotta alle IO come prioritaria nell'ambito del progetto "Salute per tutti nell'anno 2.000" (sottoprogetto: "malattie da infezione").

Nella raccomandazione n.5 del Consiglio d'Europa per attuare la strategia globale predetta, era proposta l'istituzione, all'interno di ogni presidio ospedaliero, di un Comitato per la lotta alle IO che è definito come "..l'organo centrale che sceglie ed elabora la strategia, la impone a tutte le persone in ospedale, ne controlla e ne valuta l'attuazione".

Tale proposta é stata resa concreto in alcuni ospedali italiani ricorrendo all'istituzione formale di un Comitato o Gruppo operativo, responsabile del controllo delle IO, ricalcando altre esperienze internazionali ma in gran parte riferendosi a quelle anglosassoni e statunitensi.

Il Ministero della Sanità, al fine di uniformare l'Italia alla maggior parte dei paesi europei ed agli Stati Uniti, con circolare n. 52 del 20/12/85 e successivamente con circolare n.8 del 30.1.88 aventi come oggetto la "lotta alle IO", recepisce in pieno le raccomandazioni europee ufficializzando il problema e indicando la composizione di massima del Comitato per le IO nonché alcuni provvedimenti organizzativi da attuare in ciascun presidio ospedaliero.

Il Comitato predetto, é stato anche previsto dal Decreto del Ministero della Sanità 13 settembre 1988 sulla determinazione degli standards del personale ospedaliero e dall’ art. 135 del DPR 28.11.90, n.384 che disciplina le "commissioni per la verifica e la revisione della qualità dei servizi e delle prestazioni sanitarie, al comma 6 lettera m) indica, in particolare, gli obiettivi relativi alla valutazione di progetti di metodologie per la prevenzione delle IO; confermato dal recente D.L. 30.12.92, n° 502, art. 10, riguardante il controllo di qualità dell’assistenza nei confronti della generalità dei cittadini.

L’ottimale composizione del CIO e l’esame dell’attività svolta dallo stesso, sono divenuti elementi conoscitivi indispensabili per l’espressione di un documentato giudizio sull’efficienza delle aziende sanitarie ed, in ultima analisi, sull’incisività degli stessi atti di riordino del SSN.

L’attività di prevenzione e controllo delle IO deve essere intesa come un intervento multidisciplinare in cui più professionisti (direttore medico, medici, infermiere, microbiologo, infettivologo, farmacista ecc.) con le proprie specifiche competenze e responsabilità concorrono per un obiettivo comune: "promuovere la qualità dell’assistenza prevenendo le IO".

I Comitati, vecchi e nuovi, devono quindi implementare processi di reingenerizzazione delle loro attività. e il personale impegnato in questa attività dovrà svolgere tali compiti non come un semplice adempimento di atti ordinari, bensì come un perseguimento di obiettivi e un raggiungimento di risultati.

Il comitato deve essere in grado di gestire soprattutto realtà più dinamiche, apparentemente caotiche, ma foriere d’innovazioni, invenzioni e cambiamento.

Le circolari ministeriali su citate, circa la composizione del Comitato, indicano testualmente: "... il Comitato coadiuvato dal Direttore Sanitario deve comprendere almeno un rappresentante delle altre aree funzionali, ma gli esperti in igiene, in malattie in­fettive ed in microbiologia debbono costituire le figure essenziali, così come é fondamentale la presenza del dirigente del personale infermieristico".

Il Direttore medico di presidio gioca, in questo contesto, un ruolo determinante per il cambiamento organizzativo e la crescita culturale e scientifica dei professionisti della sanità, attraverso “revisioni sistematiche” dell’informazione e della formazione.

La nascita disordinata antecedente all'emanazione delle Circolari del Ministero della Sanità del 1985 ha determinato in diverse realtà ospedaliere il ritenere sinonimi il Comitato per le IO e il Gruppo Operativo e a favorire comunque la creazione di gruppi operativi eterogenei miranti a tipi di intervento settoriali nell'ambito ospedaliero, ad indirizzo prevalentemente microbiologico o farmacologico a seconda del "peso" che l'operatore più sensibile al problema sia riuscito a determinare.

É ovvio che l'assetto organizzativo del Comitato possa variare in relazione alla struttura dell'ospedale, nonché al livello di qualificazione e complessità dello stesso ed al livello di partecipazione e responsabilizzazione dei componenti del Comitato..

Uno dei problemi più comuni nell'attivazione dei programmi di controllo delle IO é la definizione delle diverse e successive fasi d’attuazione. Si ritiene utile riportare una sintesi delle raccomandazioni fatte a questo proposito dalla Joint Commission for the Accreditation of Hospitals.
I Fase

1. - nominare il Comitato

- definire le responsabilità e le autorità

- definire i compiti e le autorità della ICN (capo sala addetta al controllo delle IO)


2. - sviluppare le definizioni di i.o.

- organizzare un Sistema di Sorveglianza

- esaminare, sviluppare e rivedere le pratiche correnti relative a:

- sterilizzazione/disinfezione/asepsi

- igiene ospedaliera/smaltimento rifiuti

- assicurarsi un adeguato supporto del Laboratorio

- esaminare, sviluppare o rivedere il programma per la tutela della salute dei dipendenti.
II Fase

1. - attivare programmi d’educazione ed orientamento del personale

- stabilire un coordinamento formale e regolare con il personale medico per le azioni da prendersi per il monitoraggio dell'uso degli antibiotici
2. - Esaminare, sviluppare o rivedere le pratiche correnti, relative a:

- tutti i reparti

- procedure ad alto rischio d’infezione

- materiale a perdere



Organizzazione


1. Organizzazione generale e direzione
Realizzazione di una Unità Organizzativa centrale nell’azienda - Comitato alla lotta delle Infezioni Ospedaliere

la sua realizzazione è prevista entro ……. mesi: ……………………

con delibera già approvata/ n corso di formalizzazione/ordine di servizio

Il Comitato CIO è in staff a: Direttore Generale/Direttore Sanitario Aziendale


Il Comitato alla lotta delle Infezioni Ospedaliere è un organismo tecnico-scientifica dell’Azienda. E’ identificata la sua funzione generale (mission), la visione strategica, leaders ben individuati, ed esiste un documento programmatico in cui sono specificati: la missione, la visione strategica e gli obiettivi a lungo, medio e breve termine, congruenti a quelli dell’Azienda che costituiscono il riferimento per la programmazione, la messa in atto e la valutazione delle attività.
Missione = la ragione di essere della organizzazione e i valori a cui si ispira;

visione strategica = l’indirizzo dato al Comitato dalla Direzione Generale: consiste nel definire i settori prioritari di azione (che cosa fare ed i metodi da adottare per raggiungere gli obiettivi);

obiettivi: di breve periodo (entro un anno; medio periodo (entro due-tre anni); di lungo periodo (entro cinque anni).
1.2 Gli obiettivi corrispondono alle seguenti caratteristiche:

  • sono basati sui bisogni e/o sulla domanda espressi dalla popolazione e sul mandato legislativo/normativo e/o autodeterminati.

  • Sono congruenti con gli obiettivi dei livelli organizzativi sovraordinati (per il Comitato CIO, l’Azienda, per il Dipartimento, il Comitato CIO; per le Unità Operative, il Dipartimento).

  • Sono misurabili mediante indicatori.

  • Contengono l’indicazione del tempo necessario al loro conseguimento.

  • Sono congruenti con le risorse presenti/da acquisire.


1.3 Gli obiettivi sono orientati a garantire:

  • la qualità tecnico-professionale delle prestazioni

  • la qualità organizzativa del servizio

  • la sicurezza e la soddisfazione degli operatori

  • i diritti e la soddisfazione del paziente

  • il buon uso delle risorse


Qualità tecnica: appropriatezza d’uso di tecnologie efficaci.

Qualità organizzativa: ottimizzazione delle relazioni tra gli elementi dell’organizzazione.

Qualità percepita: scarto tra osservato ed atteso:

  • dal paziente nel ricevere la prestazione

  • dall’operatore nel vissuto dell’organizzazione

  • corrispondenza ad indicatori prestabiliti


1.4 Gli obiettivi sono misurabili mediante “indicatori” riconducibili alle seguenti tipologie:

risorse - attività - efficienza - efficacia.
Indicatori di risorse: misurano i fattori operativi utilizzati (personale, attrezzature e tecnologie, risorse materiali);

indicatori di attività: misurano le attività/prestazioni/servizi erogati, per tipologia di utente e case-mix;

indicatori di efficienza: rapportano attività svolte e fattori operativi impiegati (output/input) considerando risorse ed attività in termini sia fisici che monetari;

indicatori di efficacia: rapportano esiti sanitari e prestazioni effettuate (outcome/output) e cercano di valutare l’appropriatezza e la qualità delle cure.
1.5. L’organizzazione progetta ed implementa un programma per ridurre le IO nei pazienti ed operatori sanitari, identifica le procedure ed i processi associati con il rischio delle IO ed implementa le strategie.

Il programma di controllo è basato sulle evidenze scientifiche aggiornate, linee guida approvate e leggi e regolamenti applicabili.

Il programma andrà sostenuto dai sistemi di informazione manageriali dell’organizzazione.

Gli obiettivi ed i relativi indicatori sono formulati dalla Cattedra di Igiene, dal Comitato CIO, dalla Direzione Sanitaria, dal Direttore del Dipartimento, dal Dirigente medico di II livello responsabile dell'Unità Operativa.

Tutte le aree dell’organizzazione relative ai pazienti, dipendenti e visitatori sono incluse nel programma di controllo delle infezioni.
1.6. Gli obiettivi sono riesaminati periodicamente a scadenze prefissate (gli obiettivi a lungo periodo almeno una volta ogni tre anni, gli obiettivi a breve periodo annualmente) e comunque quando necessario.

Il riesame si rende necessario in caso di :

* modifiche dell'articolazione organizzativa per aggiornamenti legislativi o normativi nazionali e/regionali.

* cambiamento del ruolo dell'Azienda.

* sostanziali aggiornamenti delle conoscenze professionali e/o procedure e/o delle tecnologie

* estensione o riduzione delle unità operative o delle aree dipartimentali

* cambiamento dell'organizzazione del personale
1.6. Esiste documentazione che gli obiettivi sono conosciuti dal personale delle Unità Operative, del Dipartimento, dalla Direzione Sanitaria (mediante comunicazione scritta) e sono resi sinteticamente accessibili ai pazienti (mediante opportuna documentazione scritta).

È prevista un'attività di valutazione degli obiettivi con la partecipazione degli operatori del'area interessata.

Il fiorente dibattito intorno all’organizzazione ed ai volumi di attività delle strutture ospedaliere del SSN ed il crescente interesse al problema delle IO ha spinto, ai giorni nostri, numerose istituzioni, gruppi di ricercatori e operatori a studiare e, successivamente, ad attivare tra le modalità efficaci di prevenzione e controllo, l’esame degli assetti organizzativi.

Il CIO é considerato una “struttura organizzativa” tecnico-consultivo rappresentativo delle diverse aree funzionali ospedaliere, con proprie responsabilità, procedure e risorse messe in atto per il controllo e la sorveglianza delle IO a livello aziendale.

L’apposito Comitato costituito, in staff alla Direzione Sanitaria Aziendale, all’interno delle aziende sanitarie ed ospedaliere, é il propulsore delle politiche di sorveglianza e controllo delle IO, promosse dall’azienda stessa. Opera in accordo con il nucleo di valutazione aziendale, il nucleo di valutazione della Qualità ed il Risk Manager.

Il Comitato, in questa nuova rivisitazione organizzativa, dovrà, oltre agli altri compiti di istituto, sviluppare interventi di MCQ e di risk management nei settori sanitari dell’Azienda USL ed ospedaliera, sotto la responsabilità del Presidente del CIO (generalmente un Direttore Sanitario di presidio ospedaliero con comprovata esperienza e formazione nel settore).

Di seguito é rappresentato un organigramma che illustra i “nuovi” rapporti.


Il CIO è l’organo multidisciplinare di coordinamento per la pianificazione di efficaci strategie di lotta contro le I.O., con la responsabilità di:

  • definire le linee di intervento per contrastare le infezioni ospedaliere;

  • predisporre i piani annuali di intervento a livello aziendale; 

  • verificare l'attuazione dei programmi di sorveglianza e controllo e la loro efficacia;

  • valutare i metodi e l'operatività in atto per il controllo delle infezioni professionali del personale dell'Azienda Ospedaliera;

  • redigere relazione annuale da trasmettere al Direttore Generale nella quale si riporta la sintesi delle attività svolte, i risultati raggiunti e le risorse impegnate.

Il Direttore Sanitario di azienda designa quali membri del comitato, professionisti del settore medico ed infermieristico, con comprovata esperienza nell’ambito delle IO, ed esperti dell'area tecnico-patrimoniale e logistica-alberghiera.

Composizione del Comitato

Tutti i paesi che hanno avviato programmi di controllo delle IO, hanno individuato come soluzione organizzativa capace di assicurare omogeneità e qualità d’interventi, la creazione di un Comitato multidisciplinare a livello ospedaliero.

Il CIO é, di fatto, un organo di consulenza del direttore medico di presidio che conserva funzioni di coordinamento e controllo del Comitato medesimo, essendo responsabile dello sviluppo di aree progettuali aziendali come “ il programma di prevenzione e controllo delle infezione ospedaliere”. L’attività del CIO inoltre, nel suo complesso, é parte integrante dell’igiene ospedaliera stessa, per il suo interesse nella patogenesi delle IO, e la sua conoscenza degli interventi e dei settori a rischio.

La Circolare ministeriale relativamente alla composizione del Comitato:

non precisa le funzioni del gruppo operativo ma indica solo quelle dell’infermiere addetto al controllo;

L’ esperienza fatta già sul campo dai CIO nazionali e di altri paesi, ha fornito chiare indicazioni per un’efficace applicazione della circolare ministeriale, in particolare:

includere nel Comitato un rappresentante dell’amministrazione;

includere sempre un rappresentante del Servizio di farmacia, anche in presenza di un farmacologo clinico, per l’importanza di questo servizio nella pianificazione di un programma di controllo;

prevedere la presenza di membri occasionali, per la discussione di temi specifici;

limitare il numero dei componenti del gruppo operativo ed affidare ad un medico, di area igienistica, oltre che ad un’infermiera, la responsabilità di gestire il programma di controllo delle infezioni;

separare le funzioni del Comitato da quelle del gruppo operativo. Il Comitato ha solo compiti d’ indirizzo e sorveglianza, non deve ad es. occuparsi della definizione di protocolli assistenziali o della messa a punto di protocolli operativi. Questi compiti competono al gruppo operativo che li deve assolvere su mandato e rispondendone al Comitato;

gli interventi operativi vanno portati avanti da un medico igienista e da uno o più infermieri addetti.






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