Le nuvole nella letteratura



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LE NUVOLE NELLA LETTERATURA
Nella Bibbia le nuvole sono il trono di Dio e rendono plasticamente e scenograficamente la maestà divina. Nel mondo greco Aristofane nelle Nuvole deride Socrate come filosofo venditore di fumo e in questa commedia le nuvole sono simbolo della filosofia che, con la propria astrattezza, allontana dalla vita. Intanto, però, ci dà delle nuvole un’immagine grandiosa:
Sorgiam perenni nuvole,

la parvenza svelando agile e rorida,

dall’echeggiante oceano

padre ai sublimi vertici dei monti

incoronati d’alberi;

e contempliamo gli ultimi orizzonti,

la sacra terra che nutrica i frutti,

il fragorio dei santissimi fiumi,

il fremer cupo dei marini flutti1.

Questa maestosità è presente pure in Lucrezio nonostante l’approccio protoscientifico delle nubi quale semplice aggregato di atomi:


Ci sono atomi che nascono in cielo, spontaneamente;

e si radunano: allora molte figure si alzano

e mutano faccia l’una su l’altra adagiandosi.

E’ così che vediamo le nubi ingrandirsi

e oscurare il sereno del mondo

quando sfiorano l’aria; e sembrano

giganti che volano su pesanti ombre

o grandi montagne con le cime divelte che vanno

oltre i raggi del sole o forse altri mostri sospesi

che chiamano nuvolaglia dispersa2.


Nell’Icaromenippo di Luciano le nuvole continuano ad essere simbolo, come già in Aristofane, delle fumoserie filosofiche. Anche nel linguaggio parlato si usa infatti la metafora “avere la testa tra le nuvole” per indicare una preoccupante mancanza di concretezza e di senso pratico, un’incapacità ad aderire alla realtà cioè ad “avere i piedi per terra”. La nuvola del mito di Issione è invece il prototipo della prima bambola erotica gonfiabile. Nel corso della letteratura e dell’arte le nuvole sono per lo più un ingrediente del paesaggio, un elemento decorativo, uno po’ come nel sonetto foscoliano Alla Sera. Di notte schermano la luce della luna alterandone gli effetti luminosi. Si legga a questo proposito il madrigale di Tommaso Stigliani pieno di astruserie barocche, tipico esempio del gusto stravagante, ludico e virtuosistico del seicentismo marinista: le nuvole sono materassi e la luna una gran frittata.
Matarazzi del cielo, oscure nubi

ch’or tenete celata

la celeste frittata:

scopritela vi prego, agli occhi miei:

perch’al lume di lei

io scriver possa alcune rime sdrucciole:

non ho più gatta e non si trovan lucciole3.
Ma è col Romanticismo che la presenza delle nuvole diventa più significativa. Dall’idillio si passa all’orrido. Spesso sono associate al sublime alpino come si può vedere in questo passo di Durand de Breval: «Non è possibile trovare ambienti più selvaggi, più svariati e più romantici di certuni di quelli che il percorso d’oggi ci ha rivelato tra rocce, cascate e pareti a picco. Sono stato colpito meno dalla novità dello spettacolo che da questa specie di splendore brutale che si mostra nelle stupefacenti opere della natura. Le nuvole, che fluttuavano sotto i nostri piedi, mi ricordano il passo in cui il poeta latino4 descrive un personaggio che si drizza più alto delle nubi, sulla sommità di un’alta montagna: auditque ruentes sub pedibus nimbos et rauca tonitrua calcat.»5 o in questo di Goethe: « Le nubi, che in questa sacca si ammassano, e presto ammantano le immense rupi e si accavallano e intrecciano a formare un crepuscolo desolato impenetrabile, e qua e là si fendono lasciando intravedere come da una finestra il monte, infondono uno stato di malinconia profonda. Le nubi, fenomeno per l’uomo fin dalla gioventù impressionante, ci appaiono in una pianura come alcunché di estraneo, di ultraterreno. Ci appaiono come meravigliosi tappeti, con i quali si è da esse stesse circonfusi, nella stessa matrice da cui si formano, e ci sembra che per le nostre fibre corra, piena di percezioni, la potenza eterna intima della natura6». La nuvola è anche riconducibile al sogno hölderliniano di una dorata Ellade celeste cui fa da contrappunto la fantasia di Eichendorff (1788-1857) che invece sulle nuvole ci vede Roma: «Quando nei pomeriggi domenicali sostavo dinanzi al mulino, e intorno tutto taceva, allora immaginavo Roma sulle nubi che andavano, con montagne meravigliose e con abissi sul mare azzurro, e con porte d’oro, ed alte torri splendenti, d’in sulle quali angeli in panneggi d’oro intonavano i loro canti.»7. Arno Holz (1863-1929) nel suo poema Phantasus dedica una lirica, ancora sulla scia Holderlin-Eichendorff, alle nuvole come sito celeste e spazio sospeso:
Delle nuvole bianche

formano un castello.


Laghi trasparenti, prati felici,

fonti canterine dall’intenso verde smeraldo.


Nei suoi saloni pieni di luci

dimorano


antichi dei.
Sempre

di sera


quando il sole purpureo tramonta,

risplendono i suoi giardini,

il mio cuore trema che miracolo

e lungo…mi fermo.8


Shelley (1792-1822) fa parlare in prima persona una nuvola antropomorfizzandola e facendola assurgere a simbolo della trasformazione: «mi trasformo, ma mai potrò morire». In fondo è questa l’essenza della nuvola, la sua vocazione, la sua logica, la sua morale: trasformarsi in continuazione, essere il simbolo vitalistico della metamorfosi cosmica. La nuvola docile s’abbandona ai venti e così facendo si trasforma in un’immagine ora mite, soave, luminosa, ora minacciosa e cupa, foriera di bel tempo o di tempesta. Infatti in una poesia di Victor Hugo (1802-1885) la nuvola somiglia all’ambigua condizione umana in quanto alternanza di bel tempo e tempesta.
Che bella nube, o Vergine! Somiglia a noi mortali;

tu la vedrai fra poco sovra la nostra testa

nei campi della luce accumular tempesta,

volgere in lampi i raggi del sole trionfali.

Oh, la sostenga in volo col suo benigno anelito

ancor a lungo un angelo, quale l’hai vista Tu!

Perché se a noi discende, la nuvola dei cieli

non è che una nebbia quaggiù.

Vedi? Stamane è nata per adornar la sera.

Il grande astro che genera luci meravigliose

muta in corteggio ardente le nuvole gelose:

avvolte dall’invidia, più grande il genio impera.

La tempesta che fugge, da un turbine è seguita;

pochi bei giorni ha l’anima; pur, nel suo cielo oscuro,

l’amor, sole divino, può d’un incendio puro

la nube dorar la vita.

Ah, la tua bella nuvola somiglia a noi mortali:

Tu la vedrai fra poco sovra la nostra testa

nei campi della luce accumular tempesta,

volger in lampi i raggi del sole trionfali9.


Questa idea di capricciosità e volubilità è ripresa con ironia, però, da un lirico minore dell’800 come Olindo Guerrini (1845-1916):
ma nella pace del seren profonda

s’alza una nuvoletta all’orizzonte

e quella nube, piccola e leggera

prima dell’annottar sarà bufera!10


Allo stesso modo, ma con amara e gnomica epigraficità, Pascoli: «La nube nel giorno più nera/fu quella che vedo più rosa/nell'ultima sera». In questo distico c’è il dna della poetica pascoliana del dolore. In Carducci la nuvola acquista un’icasticità paesaggistica che dà profondità e spessore alla scena, ma nulla di più: una nuvola è una nuvola. Bellissimo l’incipit dell’ode barbara “Dinanzi alle terme di Caracalla”: «Corron tra ‘l Celio fosche e l’Aventino/le nubi». Oggetto di pura contemplazione la nuvola è in due poeti ticinesi del Novecento, uno indigeno come Giuseppe Zoppi (1896-1952), uno adottivo come Idillio Dell’Era (1904-1988).
Nuvole

Monti non più, così stabili, fermi,

soltanto nubi

dal profondo rimiro,

tanto simili a noi sebben celesti,

or cupe grotte,

or praterie di fiori,

or come serpi su se stesse involte,

or tutte aperte ai venti erranti, pronte

ad ogni sorte che su loro penda,

o mutar forma ancora,

o trasmigrare,

o, su pei cieli,

svanire11.


Nuvola d’estate
Mi piace il tuo riposo

lanoso e biondo sull’omero

del monte, nuvola d’estate.

Né voce o suono la solitudine

frange e stan le case

nel vello d’oro segnate

dai campanili e le croci

dei morti, rondini sull’erba12.


Don Giacomo Zanella (1820-1888) sciupa la contemplazione fiabesca delle nuvole con una chiusa moralistica più adatta ad un sermone che ad una lirica.
Agili nubi, com’è bello il vostro

vario sembiante, quando innanzi al vento,

a somiglianza di fuggiasco armento,

ite disperse per l’etereo chiostro,

quale cangiante fra topazio ed ostro,

qual di foco listata e qual d’argento;

altra immane centauro al portamento,

altra con zanne di marino mostro.

Come il deserto fan le carovane,

voi l’aria attraversate a torma a torma;

né un color, né una faccia in voi rimane,

sempre nuove ed antiche. In simil forma

passan quaggiuso le prosapie umane

ed alla vostra egual lasciano un’orma13.


Quel senso del meraviglioso che in Zanella è represso si scatena finalmente nel più sensuale e decadente Francesco Pastonchi (1877-1953).
Nuvole
Erano i cieli nitidi cristalli.

Quando al fiato del vespero due cigli

di nube si allungarono vermigli

sulla marina e piovvero coralli.

Tosto dal monte grandi mostri gialli

si slanciarono nell’alto, irti gli artigli

e il mare vi scagliò contro navigli

fumidi e alata furia di cavalli.

Questi anelli dal mar, quelli dal monte

furibondi composero lor forme

in un gigante dal color del piombo.

Scroscio di tuoni gli squarciò la fronte,

donde l’impeto uscì d’immense torme

tra folgori con lungo orrendo rombo14.


Il Novecento sembra amare le nuvole più degli altri secoli. Forse perché nel chiuso delle città le nuvole richiamano e ricordano un contatto ormai perduto con la natura.

Così i poeti proiettano sulle nuvole sussulti psicologici ed emotivi, sogni, tensioni, sete d’evasione, aspirazioni esotiche come in questo epigramma di grazia classica di Olinto Dini (1873-1851):


Nuvola su alpe
Nuvola rosea riposa su quella scheggiata apua cima

come su animo alto da fiere angosce percosso

una tenera lieta dolcezza d’un sogno d’amore15.
Auda Prucher percepisce i pensieri dell’uomo come interferenze alla bellezza. Da qui l’analogia con le nuvole che schermano il cielo ed il sole.
Nubi16
I vostri pensieri son nubi

che vanno;

lasciate che il vento li porti.

Son nubi


leggiere

che il minimo ansar d’aria mossa

dirada

e disperde.


I vostri pensieri son nubi

che macchian di bianco,

di grigio,

di nero


l’azzurro del cielo.
I vostri pensieri, pensati

là dietro la fronte segreta,

son nubi

che al sole

vi macchiano l’anima

d’ombra.
Lasciate che il vento li porti.


Queste effusioni non mancano di un certo misticismo a volte un po’ retorico e falso come in questo passo di Carlo Linati: «Vò come nube sulle braccia di questo dio leggero» o in questa lirica con una chiusa molto foscoliana (cfr. il riferimento al porto) del poeta Carlo Martini:
Nuvole17
Nell’infinito cielo fluttua

un niveo blocco di nubi:

un vascello bianco

verso ignoti oceani.


O candida nave del cielo,

prendi il mio cuore stanco.

So che il tuo porto è Dio.
O in questa seconda lirica, “Sembran navi”, di cui si riporta solo la prima, molto suggestiva, quartina:
Sembran navi, le nubi, a vele rosa

tenui come di fate aerei veli.

Vanno verso una terra misteriosa

sperduta nell’immenso mar dei cieli18.


Pure D’annunzio ha la sua nuvola, delineata rapidamente con magistrale efficacia: «La Poesia stamani abita in un groppo di nuvole temporalesche»19. L’unico a cogliere la natura divina (cioè indifferente) della nuvola è Montale nella sua celebre poesia degli Ossi di Seppia, Spesso il male di vivere ho incontrato. Anche Remarque avverte questa indifferenza, non senza una punta di ostilità da parte della nuvola: «C’era nel cielo, in tutto quel tempo, una nuvola enorme, una nuvola sola, ma come una montagna di bianco e oro, tutta splendore rosato. Irreale e magnifica sorgeva dietro la campagna bruna e crivellata di colpi, ed era silenziosa e fulgente, e il morente era silenzioso e si dissanguava, come fosse un’intesa tra loro, e io non riuscivo a comprendere come quella nuvola potesse stare così bella e indifferente in cielo, mentre un uomo moriva.»20. Singolare il caso del poeta tedesco Eberhard Wolfgang Moller (1906-1972) in una cui lirica un po’ naive, simile ad exvoto mariano, l’anima di un soldato caduto al fronte ritorna dalla sua cara mamma su una nuvoletta lucente21.
O mamma cara, tu avrai quest’ultima

lettera mia quando nella terra,

nella terra che sempre mi chiamò

con gli altri camerati giacerò.

O mamma cara, questa sabbia squallida

che ora mi prende tu la devi amare;

pur che cosa io darei se ancor potessi

la tua mano soltanto accarezzare!

O mamma cara, intendimi tu bene

e non rompere in pianto: ora verrà

una piccola nuvola e al paese

per cui muoio con sé mi porterà.

Mamma cara, vedrai la nuvoletta

tranquilla errare per il firmamento,

fermarsi la vedrai, pia, d’argento.

del nostro casolar sopra la vetta.


Un altro poeta tedesco, Bertolt Brecht, ci dà un esempio convincente: il passaggio di una nuvola rende indimenticabile un incontro amoroso.
Ricordo di Maria A.
Un giorno di settembre, il mese azzurro,

tranquillo sotto un giovane susino

io tenni l’amor mio pallido e quieto

tra le mie braccia come un dolce sogno.

E su di noi nel bel cielo d’estate

c’era una nube ch’io mirai a lungo:

bianchissima nell’alto si perdeva

e quando riguardai era sparita.

E da quel giorno molte lune

trascorsero nuotando per il cielo.

Forse i susini ormai sono abbattuti:

tu chiedi che ne è di quel amore?

Questo ti dico: più non lo ricordo.

E pure certo, so il tuo pensiero.

Pure il suo volto più non lo rammento,

questo rammento: l’ho baciato un giorno.

Ed anche il bacio avrei dimenticato

senza la nube apparsa su nel cielo.

Questo ricordo e non potrò scordare:

era bianca e scendeva giù dall’alto.

Forse i susini fioriscono ancora

e quella donna ha forse sette figli,

la nuvola fiorì solo un istante

e quando riguardai sparì nel vento22.


Ma è soprattutto nella prosa che si trovano le testimonianze più articolate e meno scontate sulla bellezza delle nuvole. Hermann Hesse ci dà una descrizione delle nuvole che è una devota dichiarazione d’amore. Per lui le nuvole sono il massimo della vita e della poesia, sintesi delle forze del pianeta, superamento vitalistico di tutte le contraddizioni: «Ma le cose a me preferite e a me ancor più dilette del lago splendente, degli abeti malinconici e delle rocce solatie, erano le nubi. Mostratemi nel vasto mondo l’uomo che conosca e ami le nuvole più di me. O mostratemi una cosa al mondo che sia più bella delle nuvole! Sono gioco e conforto agli occhi, sono benedizione e dono di Dio, sono collera e potenza mortale. Sono tenere e delicate e pacifiche come le anime dei neonati, belle, ricche e generose come angeli buoni, scure, inesorabili e spietate come gli araldi della morte. Si librano argentee a strati sottili, veleggiano ridendo bianche e orlate d’oro, si soffermano a riposare tinte di giallo, di rosso e d’azzurro. Strisciano sinistre e lente come assassini, passano sibilando a rompicollo come folli cavalieri, pendono tristi e sognanti in pallide altezze come malinconici anacoreti. Assumono la forma di isole beate e di angeli benedicenti, somigliano a mani minacciose, a vele schioccanti, a gru trasmigranti. Si librano fra il cielo di Dio e la povera terra come belle similitudini dell’umana nostalgia, appartenenti all’uno e all’altra, sogni della terra, nei quali la loro anima contaminata si stringe al cielo puro. Sono l’eterno simbolo del viaggiare, della ricerca, del desiderio e della nostalgia. E come pendono pavide, desiderose e caparbie fra cielo e terra, così le anime umane pendono pavide, desiderose e caparbie fra il tempo e l’eternità. Oh, le nuvole belle, sospese, instancabili! Ero fanciullo, ignorante, e le amavo, le guardavo e non sapevo che anch’io sarei passato come una nuvola attraverso alla vita, migrando forestiero dappertutto e sospeso fra il tempo e l’eternità. Fin dall’infanzia mi sono state care amiche e sorelle. Non posso passare per la strada senza che ci scambiamo un cenno, che ci salutiamo e ci soffermiamo un istante a guardarci. Né ho dimenticato ciò che allora da esse imparai: le forme, i colori, i lineamenti, i loro giochi, le danze e i riposi, e le loro strane storie terrene e celesti»23.

Per Pessoa le nuvole sono invece un coagulo di tedio e scatenano nello scrittore un radicale senso di fallimento esistenziale e rammentano solo la monotonia di una vita sterile e depressa: « Nuvole… Oggi sono consapevole del cielo, poiché ci sono giorni in cui non lo guardo ma solo lo sento, vivendo nella città senza vivere nella natura in cui la città è inclusa. Nuvole… Sono loro oggi la principale realtà, e mi preoccupano come se il velarsi del cielo fosse uno dei grandi pericoli del mio destino. Nuvole… Corrono dall'imboccatura del fiume verso il Castello; da Occidente verso Oriente, in un tumultuare sparso e scarno, a volte bianche se vanno stracciate all'avanguardia di chissà che cosa; altre volte mezze nere, se lente, tardano ad essere spazzate via dal vento sibilante; infine nere di un bianco sporco se, quasi volessero restare, oscurano più col movimento che con l'ombra i falsi punti di fuga che le vie aprono fra le linee chiuse dei caseggiati. Nuvole… Esisto senza che io lo sappia e morirò senza che io lo voglia. Sono l'intervallo fra ciò che sono e ciò che non sono, fra quanto sogno di essere e quanto la vita mi ha fatto essere, la media astratta e carnale fra cose che non sono niente più il niente di me stesso. Nuvole… Che inquietudine se sento, che disagio se penso, che inutilità se voglio! Nuvole… Continuano a passare, alcune così enormi (poiché le case non lasciano misurare la loro esatta dimensione) che paiono occupare il cielo intero; altre di incerte dimensioni, come se fossero due che si sono accoppiate o una sola che si sta rompendo in due, a casaccio, nell'aria alta contro il cielo stanco; altre ancora piccole, simili a giocattoli di forme poderose, palle irregolari di un gioco assurdo, da parte, in un grande isolamento fredde. Nuvole… Mi interrogo e mi disconosco. Non ho mai fatto niente di utile né farò niente di giustificabile. Quella parte della mia vita che non ho dissipato a interpretare confusamente nessuna cosa, l'ho spesa a dedicare versi prosastici alle intrasmissibili sensazioni con le quali rendo mio l'universo sconosciuto. Sono stanco di me oggettivamente e soggettivamente. Sono stanco di tutto e del tutto di tutto. Nuvole… Esse sono tutto, crolli dell'altezza, uniche cose oggi reali fra la nulla terra e il cielo inesistente; brandelli indescrivibili del tedio che loro attribuisco: nebbia condensata in minacce incolori; fiocchi di cotone sporco di un ospedale senza pareti. Nuvole… Sono come me un passaggio figurato tra cielo e terra, in balìa di un impulso invisibile, temporalesche o silenziose, che rallegrano per la bianchezza o rattristano per l'oscurità, finzioni dell'intervallo e del discammino, lontane dal rumore della terra, lontane dal silenzio del cielo. Nuvole… Continuano a passare, continuano ancora a passare, passeranno sempre continuamente, in una sfilza discontinua di matasse opache, come il prolungamento diffuso di un falso cielo disfatto.»24. In Papini le nuvole sono invece specchio di stati d’animo e appiglio per reminescenze autobiografiche: «Nonostante l’infelicità della mia vista riesco a intravedere, se alzo gli occhi, alcune nuvole bianche, timide e leggere, che lente procedono in fila sul cilestrino slavato del cielo. Stanotte c’è stata una nera e cattiva burrasca che ha dato il delirio al mare e il tremito alle case, ma queste candide nuvole passeggere non hanno l’aria di essere uno strascico mite della furia notturna. Sono piccole, modeste, tenui, quasi trasparenti e pare che vogliano annunziare una giornata soavemente serena. La loro bianchezza non somiglia a quella della neve, del latte o del marmo, ma è un biancore quasi spirituale quale hanno forse le ali degli angeli. Le loro forme non sono frastagliate e fantastiche come quelle delle nuvole bigie o nere, ma somigliano alle isole dell’arcipelago dei beati, quali le colorivano i miniaturisti. Vanno adagio senza scomporsi né sfilacciarsi, come un pigro branco in fila indiana. Mi sembra di poterle paragonare a certi pensieri che traversano l’anima dopo un tempo di odiosa disperazione e non sono ancora la pace e non sono ancora la gioia, ma rischiano e consolano come il tepore bianco dei malinconici meriggi di marzo.»25. La modernità tecnologica, nella sua diabolica capacità di rovinare e distruggere tutto, conosce per lo più nubi tossiche come quella di Conan Doyle26 che manda in coma l’intera umanità per un paio di giorni o quella di smog di Calvino27 o quella di Ted Thomas e Kate Wilhelm28 che solidifica i liquidi. Ma mi piace chiudere con un inserto lirico tratto dal romanzo in versi di Karen Hesse, Oltre la polvere 29: nella sequenza lirica “Lista per il ringraziamento” c’è questo dettaglio di grande potenza pittorica, fotografica e cinematografica: «ombre di nuvole che strisciano sui campi».
Luigi Picchi

1 La traduzione è di Ettore Romagnoli.

2 De Rerum Natura IV, 129-140, traduzione di Enzio Cetrangolo.

3 In “Otto secoli di poesia italiana da S.Francesco d’Assisi a Pasolini” a cura di Giacinto Spagnoletti, I Mammut Grandi Tascabili Economici Newton, Roma 1993, p.247.

4 Claudiano: In Consulatu Manlii.

5 Da “Parlano i monti” a cura di Antonio Berti, Hoepli, Milano 1948, pp. 330-331.

6 Aus einer Reise in die Schweiz, 1779 in “Parlano i monti” a cura di Antonio Berti Hoepli, Milano 1948, p.331.

7 Da “La vita di un buonannulla” Edizioni Paoline 1962, p. 110.

8 Arno Holz, “Phantasus” a cura di Donatella Casarini e Enzo MInarelli, Campanotto Internazionale, Udine 2008, p.33.

9 In “Capolavori della poesia romantica” a cura di Guido Davico Bonino, Mondadori, Milano 1986, p.282.

10 In “Poesia Italiana – L’Ottocento” a cura di Maurizio Cucchi, Garzanti, Milano 1978, p. 408.

11 Da “Le Alpi” Vallecchi Editore, Firenze 1958, p. 85.

12 Da “Liriche dal Canton Ticino”, Cantagalli Edizioni Giornale del popolo di Lugano, 2011, p. 159.

13 In Giacomo Zanella “Poesie”, La Locusta, Vicenza 1983, p. 64.

14 Da “Belfonte. Sonetti”, Renzo Streglio & C., Torino 1903, p. 132.

15 Da “Tormenti e consolazioni” – Edizioni L’Eroica, Milano 1934, p. 114.

16 Da “Parole” – Edizioni L’Eroica, Milano 1934, pp. 91-92.

17 Da “Preghiera alla Madre Immortale”, Casa Editrice “Quaderni di poesia”, Milano 1937.

18 Sempre in “Preghiera alla Madre Immortale” p. 202.

19 “ Cento e cento e cento e cento pagine del libro segreto di Gabriele d’Annunzio tentato di morire” a cura di Piero Gibellini, Oscar Mondadori, Milano 1977, p. 257.

20 “La via del ritorno”, Mondadori 1967, p. 188.

21 Lettere dei caduti – Quarta lettera. Traduzione di Carlo Picchio in “Poeti tedeschi Contemporanei” Offizin Poeschel & Trepte, Leipzig 1939.

22 In “Poesia Tedesca del Novecento” a cura di Giachino e Rossetto Sertoli, Bur, Milano 1977, pp. 152-155.

23 In “Peter Camenzind”, Traduzione di Ervino Pocar, Mondadori, Milano 1998, p. 13

24 Da “Il Libro dell’inquietudine di Bernardo Soares” a cura di Antonio Tabucchi, Feltrinelli, Mialno 2006, pp. 56-57.

25 Da “Corriere della sera”, 5 settembre 1954 con il titolo “Schegge”.

26 A. Conan Doyle, “La nube avvelenata”, Compagnia del fantastico, Gruppo Newton, Roma 1994.

27 Italo Calvino, “La nuvola di smog” in “Nuovi Argomenti” 1958.

28 Ted Thomas e Kate Wilhelm, “Il giorno della nuvola”, scrittop nel 1970 e apparso sul numero 789di Urania.

29 Traduzione di Roberto Piumini – Salani Editore, Omegna 1999.





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