Le origini dei gesuiti



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LE ORIGINI DEI GESUITI

Di James Brodrick S.I.



Un buon soldato di Gesù Cristo

La storia delle origini della Compagnia di Gesù è in gran parte la storia di due gentiluomini baschi, Ignazio di Loyola e Francesco Saverio. Saverio ha avuto la grande fortuna di lavorare lontanissimo dalle contese d'Europa, e quella di morir giovane, per cui il mondo, sia cattolico che protestante, gli ha perdonato facilmente d'essere stato un Gesuita e lo ha amato semplicemente come uomo. Loyola, invece, il cui stesso nome suona quasi come una sfida, ha vissuto i suoi giorni e buona parte delle sue notti al quartier generale della crociata cattolica per la difesa spirituale dell'Europa. In un certo senso, egli impersonava la crociata stessa, e gli avversari non gli hanno mai perdonato di aver in gran parte fatto fallire i loro tentativi di espansione. Anche oggi, il massimo che egli può chiedere ai libri di storia è che lo trattino con una misura di freddo riguardo temperato da un garbato sospetto. Certa gente che non crede molto in Dio ha trovato per lui una nuova formula: lo paragonano a Lenin, e basta. Ma bisogna studiare la copiosa corrispondenza esistente tra Ignazio e Francesco per comprendere che, nelle linee essenziali del loro carattere, erano straordinariamente simili fra loro: baschi fino all'osso, pratici, tenaci, senza effusioni esterne, completamente dimentichi di se stessi. La loro passionale ortodossia e la loro chiara visione della vita umana come un campo di battaglia fra Dio e il demonio era un'eredità della secolare all’età della Spagna contro i Mori.


Le origini dei Gesuiti
Come Ignazio, anche Francesco reca impresso il marchio della sua superba nazione e dell'era tumultuosa in cui visse. Come Francesco, anche Ignazio è simile a una stella che brilla nell'eterno dove non esistono né nazioni, né ere. Vedere nell'uno soltanto la poesia della santità, e nell'altro soltanto la fredda prosa, vuoi dire non saper leggere nell'evidenza. Sfondo della vita di entrambi era la Spagna delle ultime guerre contro i Mussulmani e delle prime grandi scoperte, la Spagna di Isabella, di Colombo e di Cortez. Questo, lo sfondo. Ma in primo piano cavalcava una versione basca del dinoccolato cavaliere della Mancha.
Il nonno d'Ignazio avrebbe potuto servire da modello per l'immortale Don Chisciotte, tanto aveva l'abitudine di andare alla carica contro i mulini a vento e di sfidare i suoi pacifici vicini. Per spegnere questi ardori feudali, il re di Castiglia demolì la roccaforte di Onaz di questo vecchio rodomonte e smilitarizzò il castello di Loyola. A Loyola presso Azpeitia nella provincia di Guipùzcoa, nacque Ignazio, ultimo di tredici figli di cui tre caddero nelle guerre spagnole in terra straniera.
L'anno era molto probabilmente il 1491. Della sua giovinezza si conosce ben poco, e cioè che apprese gli " Esercizi di un gentiluomo " e non molto di più nella dimora del tesoriere capo della regina Isabella. A giudicare da un documento del tribunale correzionale di Guipùzcoa di fronte al quale fu citato in giudizio l'anno 1515 per alterco, egli era nipote autentico del Quixote di Onaz. Egli si appellò all'immunità del clero per il fatto che aveva ricevuto la tonsura, ma la corte laica si contro-appellò a due bolle di Alessandro VI, de gloriosa recordagion, per rispondere che il suo diritto doveva essere dichiarato e considerato nullum, cassum, irritum, subrecticium et obrecticium. Le due bolle dicevano infatti che il chierico, il quale non avesse girato in abito e con tonsura confacente al suo stato, nei quattro mesi che precedevano il momento in cui il crimine era stato commesso, perdeva per tal fatto ogni suo privilegio. Ora, questo Enecus de Layolla aveva contravvenuto non per quattro mesi ma per molti anni a tutti i regolamenti girando con " lunghi riccioli cadenti sulle spalle, calzoni in parte colorati, e berretto colorato ". Come non bastasse, non Egurava nemmeno come chierico nei registri del Vicario generale di Pamplona e " abitualmente compariva in pubblico con corazza e pettorale di cuoio, recando spada, pugnale, archibugio ed armi d'ogni tipo e d'ogni descrizione "
Questo è, in breve, il ritratto di un gentiluomo che cercava guai, e li ha trovati presto. Quattr'anni dopo la sua morte uno dei suoi figli spirituali pronunciava i voti perpetui a Salamanca. D'improvviso, nel mezzo di quella semplice cerimonia, il vescovo di Salamanca che era ospite d'onore scoppiò in lacrime, con grande sorpresa di tutti i presenti. Più tardi, al pranzo d'onore, il buon vecchio spiegò ai Padri che non poteva trattenere le lacrime al veder il loro rettore pronunciare i voti solenni in un ordine religioso fondato da un uomo che egli aveva visto con i propri occhi assalire con la spada sguainata una squadra di manigoldi armati a Pamplona. Questi lo avevano urtato passando, ed egli estrasse fulmineamente la spada: se qualcuno non lo avesse afferrato alle spalle e tenuto saldamente, concludeva il vescovo " o lui avrebbe ucciso qualcuno di loro, o essi avrebbero ucciso lui "
Raccontando a voce la sua vita dal giorno della conversione sino a quando, tredici anni dopo, fondò la Compagnia, Ignazio confessò che all'età di trent'anni3 " era stato un uomo dedito alle vanità del mondo, e il cui piacere maggiore era quello di esercizi marziali, con un grande e vano desiderio di acquistarsi celebrità "
Il Polanco, che più tardi fu per molti anni suo segretario e suo amico intimo, aggiunge alcuni oscuri particolari a quel laconico bollettino, e cioè che nella sua giovinola era stato " satis Uber in mulierum amore ". Erano queste le cattive abitudini del suo mondo, e ad ogni modo egli s'era acquistato fama di uomo cavalieresco e di combattente assai generoso che non nutriva malanimo contro i suoi nemici e che combatteva sempre da gentiluomo. Intanto, in un tetro castello ai confini della Navarra, era venuto al mondo Francesco Saverio mentre i preti mantenuti dai suoi genitori, cantavano i Vespri del Venerdì santo nella cappella di famiglia. Qualcuno disse, sia di lui che di Ignazio, che, al momento della loro nascita, le rispettive madri s'erano ritirate in una stalla per devozione verso il mistero di Betlemme. Ma, per riportare il secco commento di uno scrittore moderno, nessuno di loro cominciò ad imitare Cristo tanto presto, e queste storie sono pure leggende.
Gli Xavier erano nobili di scarsa importanza politica, ma di tremenda influenza personale. Come spirito, essi assomigliavano esattamente ai Loyola. Juan Xavier, fratello prediletto di Francesco, non voleva mai assistere ad una corrida, perché, come diceva lui stesso, " in esse l'uomo apprende l'abitudine non di attaccare il nemico ne di aspettarlo, ma semplicemente di eluderlo sempre "
Era un grande spirito, benché abbia avuto poche possibilità di coltivarlo. In nessuna parte più che in Navarra si sente tanto e si trova così spesso quella " splendida piccola grandezza che è anima del patriottismo locale ". Nel 1478 il rè, volendo ricompensare il padre di Francesco per i servizi resi, concesse con decreto reale " a lui e ai suoi eredi e per sempre la giurisdizione civile di Ydocin, che è sito nella valle di Ybargoiti, con tutti gli omicidi, semi-omicidi, sixantenas, calonyas, e diritti civili che si ottengono nel detto distretto di Ydocin... in una con il diritto di nominare maggiorenti, giudici, baiivi ed altri ufficiali della detta giurisdizione "
Ciò sembra cosa di grande importanza, ma il fatto è che Ydocin era semplicemente insignificante. Per qualunque altra cosa un uomo possa aver passione in Navarra, coltiverà sempre l'albero genealogico. Orgoglio di famiglia e orgoglio religioso per l'ortodossia si tenevano per mano. Un giorno che qualche genealogista locale avanzò un piccolo dubbio, parlando con uno zio di Francesco, a proposito delle sue affermazioni di nobiltà familiare, questi rispose con prontezza che proveniva da due castelli i quali esistevano prima dell'epoca di Carlomagno, e che apparteneva a due casate che " grazie a Dio, in tutta la loro esistenza, non s'erano mai macchiate d'eresia "
Con grande scontento del contado, ma con grande gioia del Padre Cros. gli Xavier insisterono molto fermamente e con nerezza sui loro " semi-omicidi " e sugli altri loro diritti nobiliari. Una semplice controversia riguardante una tassa sulle pecore al pascolo provocò la seguente dichiarazione in tribunale da parte di Juan de Jaso y Atondo, padre di Francesco, che era dottore in legge dell'Università di Bologna : " La casa degli Xavier è una delle più antiche e privilegiate del Regno di Navarra. Il suo signore gode diritti sovrani senza essere tenuto ad alcun controllo ne ad omaggio feudale verso il Rè o verso la corona di Navarra, salvo l'obbligo di far guerra o pace su ordine di lui. La casa dei Xavier ha dato molti signori di grande distinzione, parecchi dei quali furono governatori del regno o ricoprirono altri posti importanti alla Corte del Rè "
Lo stesso Francesco entra nella storia per la prima volta con un balzo, come un ragazzo focoso e sdegnoso che caccia ed aiuta a catturare un gregge che l'astuto padrone aveva cercato di far passare nascostamente per i campi senza pagare il pedaggio. Un giorno sarebbe venuto in cui non avrebbe più smesso di affaticarsi a inseguire per il mondo un altro genere di gregge fino a che non si sarebbe spento con lo guardo fisso alla Cina. La Navarra si estendeva sui Pirenei ed aveva un piede in Francia, donde aveva preso la maggior parte dei suoi prìncipi. Dal 1234 al 1512 il paese, di qua e di là dai Pirenei, era stato o unito alla Corona di Francia, o governato in forma indipendente da sovrani di origine francese, se si eccettua un solo rè spagnolo. Ciò non piaceva, naturalmente, ne a Ferdinando ne a Isabella, i quali sognavano una Spagna unita e cercavano soltanto l'occasione per annettersi la Navarra. Questa giunse nel 1512, quando il papa Giulio II, l'imperatore, la repubblica di Venezia ed Enrico Vili d'Inghilterra si unirono contro la Francia in quella che a loro piacque chiamare Lega Santa.
Immediatamente, Ferdinando inviò le sue truppe in Navarra e tré anni dopo annetteva formalmente la regione alla Spagna nominandovi primo viceré il duca di Najera. Questo nobile, uno dei più ricchi e dei più potenti grandi di Spagna, era amico della casata dei Loyola, ed ecco quindi Ignazio recarsi personalmente alla corte di lui in Pamplona, cavalcando uno stallone e in pieno assetto guerriero. Era, quello, il suo giorno di gloria, ma era anche il giorno di lutto per gli Xavier che, inflessibilmente leali alla perduta causa di Navarra, videro distrutto il loro castello ed aboliti tutti i loro diritti feudali tanto gelosamente custoditi. Il padre di Francesco andò in esilio col suo rè, ma non sopravvisse molto alla rovina del suo paese.
Ma anche Ferdinando morì, e fu l'occasione buona per la Navarra. Mentre il nuovo rè, Carlo, indugiava nella nativa Fiandra, e mentre gli altèri comuni di Castiglia organizzavano la rivolta, un esercito francese si insinuava nel passo dei Pirenei dove il prode Orlando aveva dato fiato al suo corno cavandone le ultime note immortali. Fra coloro che marciavano e cantavano quel giorno v'erano Juan e Miguel Xavier, i due fratelli di Francesco. Ben presto essi giunsero in Pamplona e debellarono la debole guarnigione di spagnoli nella cittadella. Fra i difensori, un soldato fremeva di indignazione, ricordando- come poco tempo prima proprio, lui, Ignazio, era l'invincibile che aveva aperto la breccia di Najera, e aveva disprezzato i premi della vittoria, perché ai suoi occhi il miglior premio era quello d'esser vincitore.
Ora, a Pamplona, mentre il comandante ed i capi più anziani discutevano la resa, egli gridò loro di ricordarsi del proprio onore, parola che aveva un potere magico sulla cavalleria spagnola. Non ci volle altro, per rianimarli. Poiché non si trovava un prete, Ignazio confessò i suoi peccati ad uno dei suoi compagni d'arme, in segno di vero pentimento, e si preparò a morire sull'ultimo spalto, con l'onore non macchiato.
Il 20 maggio 1521, nel punto culminante di quella battaglia in miniatura che pure sarebbe stata una delle più decisive per le sorti del cristianesimo, una palla di cannone, sparata forse da Juan o da Miguel Xavier, spezzò la sua gamba destra, abituata a portare con tanta vanità i calzoni colorati; fu pure ferito seriamente alla gamba sinistra. Con la caduta di questo valoroso animatore venne a mancare il coraggio all'intera cittadella che ancora resisteva. Quando i francesi entrarono trionfalmente, lo trovarono in una pozza di sangue, e io onorarono come un nemico degno d'ogni rispetto. Dopo un trattamento chirurgico che non era pari alla cortesia usatagli dai vincitori, questi lo rispedirono a casa su una lettiga, per la lunga via dolorosa che conduceva al castello dei suoi avi.
I dottori, chiamati in tutta fretta dai suoi fratelli, scossero il capo ed emisero certamente dei giudizi abbastanza acidi nei confronti del lavoro medico compiuto su quella gamba dai loro colleghi francesi. La gamba doveva essere tagliata di nuovo, dichiararono, altrimenti le ossa non si sarebbero saldate come dovevano. E ricominciarono quindi quella che Ignazio, l'uomo certamente meno esagerato di tutti nel modo di parlare, chiamò " operazione da macellaio ".
Ma la sua forza non bastò a salvarlo dal collasso fisico. O si riprendeva, dissero i medici, prima della mezzanotte del 28 giugno, quando iniziava la festa di San Pietro, oppure sarebbe sicuramente morto. Ignazio aveva sempre avuto una speciale devozione per San Pietro, forse perché riconosceva in lui un'anima gemella, un uomo impetuoso e svelto a sguainare la spada; " così piacque a Dio che a mezzanotte si riprendesse". Fu presto fuori pericolo, ma per entrare in un periodo di atroci sofferenze. Quando finalmente la gamba si ristabilì, fu evidente che i chirurghi spagnoli l'avevano sistemata non certo meglio dei loro colleghi francesi, perché al disotto del ginocchio spuntava un pezzo di osso, e la gamba minacciava di risultare più corta dell'altra che aveva riportato una ferita puramente superficiale. Per un uomo nero del proprio aspetto e portato alle glorie militari, questa informazione era più atroce di qualsiasi altra sofferenza. I medici gli dissero subito che l'operazione necessaria per rimediare i precedenti errori avrebbe causato nuovi dolori fisici, lunghissimi e terribili, ma egli ordinò loro di procedere e sopportò questa nuova " operazione da macellai " con lo stesso silenzio, con lo stesso coraggio stoico di prima.
I grossi pesi attaccati alla gamba operata per stirarla fino giusta misura lo costrinsero a rimanere a letto, il che lo addolorava terribilmente. Per uccidere la noia e per aiutarsi a non sentire il dolore, chiese alcuni libri di cavalleria, che parlavano di infelici e graziose dame salvate da galanti gentiluomini par loro, con infinite audacie. Cosa incredibile, il Ilo di Quixotes era privo completamente di tali libri, e il nostro doveva contentarsi di leggere alcune vite di Nostro Signore o vite di santi, lettura da donnette. Mentre egli voltava pigramente le pagine dei grandi volumi polverosi, la sua mente vagava per ore ed ore costruendo dei castelli, più belli di quello nel quale giaceva sofferente. Si immaginava d'essere il cavaliere di una grande dama e progettava i discorsi spiritosi e galanti che le avrebbe fatto, e le azioni ancor più galanti che avrebbe compiuto al servizio di lei. Era sentimentale come qualsiasi Orlando. Tuttavia, cominciò presto a sentire un certo interesse puramente speculativo per quelle storie di santi. Parlando fra sé, pensava : " Che succederebbe se compissi io le azioni che hanno compiuto San Francesco o San Domenico? ". Già l'ambizione del suo cuore generoso, il gusto per le imprese difficili ed eroiche lo stava trasportando su un piano più alto, anche se per lungo tempo ancora la sua Dulcinea non avrebbe certamente capitolato davanti a San Francesco o a San Domenico.
I ricordi di lei e le dolci fantasticherie per il favore dei suoi occhi si alternavano nella mente di lui a progetti di severi digiuni e di pellegrinaggi a piedi nudi fino a Gerusalemme. Soltanto cominciava ad osservare una strana differenza nel modo in cui i suoi sogni contrastanti lavoravano nell'animo suo.
Infatti, mentre l'immagine della sua Dulcinea era presente,, egli ne gioiva ma appena questa veniva meno, cacciata dal dolore fisico o dalla stanchezza, si sentiva arido e insoddisfatto, come chi dopo un meraviglioso tramonto trova il cielo grigio e si sente il freddo nelle ossa. Al contrario, le riflessioni sui santi e i progetti di emularli nelle loro austerità lo rendevano soddisfatto e pieno di letizia non soltanto nei momenti in cui si intratteneva in tali pensieri, ma anche in seguito, quando la stanchezza li aveva cacciati.
Il costante ripetersi di una simile esperienza fermò a poco a poco la sua attenzione sul fatto stesso e lo indusse a ricercarne la causa che a poco a poco, anche se in modo non molto chiaro almeno fino ad uno stadio del suo itinerario di pellegrino spirituale, nel suo " pilgrim's progress ": riconobbe essere determinata da Dio o dal demonio sull'anima sua. " Questo " egli disse più tardi " era il primo ragionamento sulle cose di Dio ". I fatti semplici, come la calura di una mela dall'albero, lo condussero alla fine a formulare una teoria della storia che, nel suo campo, non era cerco meno profonda e ricca di conseguenze della legge di pravità. Due bandiere si dispiegavano davanti ai suoi occhi : la bandiera di Dio e quella del nemico di Dio, piantate in ogni anima, sventolanti sopra tutte le nazioni, contendendosi e decidendo di tutti gli umani destini. Qualunque cosa abbiano potuto pensare di questa concezione i popoli di altre epoche, mai sarebbero stati tanto portati a comprendere il forte simbolismo di tale immagine quanto coloro che vivevano nel 1940.
La sua lettura delle vite dei santi e la visione che ebbe una notte, della Vergine col Bambino, riempirono Ignazio di ripugnanza per la sua vita passata e per i passati trascorsi carnali.
Ben presto i suoi pensieri di penitenza divennero ferme risoluzioni, ed egli decise nell'animo suo di recarsi a Gerusalemme con vero spirito di pellegrino come si ritenne da un notevole parallelismo tra il processo intcriore di trasformazione religiosa di Ignazio e quello di John Bunyan benché, com'è stato precisato, questi due uomini si sarebbero guardati con orrore l'un l'altro, inconsapevoli della loro profonda somiglianza. (N.d.T.). John Bunyan, certamente più noto al comune lettore inglese che non a quello italiano, è uno scrittore inglese del 1600, la cui opera più famosa è appunto Thè pilgrim's progress, assurta alla fama di una specie di " divina commedia " protestante e democratica, per l'allegorismo di stile medievale, unito all'emblematismo di stile secentesco, con cui descrive le vicende interne dell'anima cristiana.
" Scrivendo il libro nel 1940, l'A. coglieva la drammaticità dell'idea di " due bandiere " (o più comunemente, nel linguaggio degli Esercizi Spirituali chiamate " due stendardi " ) che dividevano in quell'anno il mondo in guerra: la bandiera nazi - fascista e la bandiera degli alleati. A distanza di vent'anni possiamo cogliere la drammaticità ancor maggiore di altre due bandiere che si contendono il mondo. (N.d.T.).
Da allora in poi, non appena fu in grado di muoversi per la casa, cominciò a copiare con gran diligenza lunghi brani dalle vite di Nostro Signore e dei santi, in un grande quaderno a righe, segnando i fatti che avevano recato tanto bene alla sua anima, e scrivendo in inchiostro rosso le parole di Cristo, ed in inchiostro blu le parole della Vergine. Era orgoglioso della sua bella opera manuale, e portava con sé, ogni volta che partiva, quel prezioso manoscritto di trecento pagine in quarto. Gran parte del suo tempo lo passava in preghiera, e la più grande consolazione che aveva avuto era stata quella di guardare il cielo e le stelle, cosa che faceva molto spesso ed a lungo, perché ciò gli dava un grande sentimento di forza nel servire Nostro Signore. L'intima persuasione della chiamata di Dio lo mostra pieno di buona volontà ma ancor lontanissimo da qualsiasi comprensione genuina della santità cristiana. Prima di arrivare a questo grado, doveva compiere un pellegrinaggio ben più lungo e doloroso che se si fosse recato alla Gerusalemme terrena. In quell'epoca egli riteneva dirà ai Padri di Roma l'anno che precedette la sua morte che la santità si misurasse unicamente dall'austerità esteriore e che chi esercitasse le più rigorose penitenze fosse tenuto nella considerazione divina come il più santo, e quest'idea lo determinò a condurre una vita austerissima. Di qualunque virtù inferiore, diceva egli stesso, cioè di umiltà, di carità, di pazienza, di discrezione, non sapeva nulla, ma tutto il suo intento era di compiere quelle grandi imprese che i santi avevano compiuto per la gloria di Dio. Era pur sempre Ignazio buon soldato di Gesù Cristo.
Suo fratello, che aveva molto desiderato di vederlo di rendere la sua promettente carriera militare non appena finita la convalescenza, e di vederlo compiere qualche impresa che recasse gloria alla casa dei Loyola, era assai turbato al notare il cambiamento nella condotta di lui. Non era nel suo carattere stare tanto a lungo inginocchiato, ne parlare tanto di Dio; una violenta rottura col passato sembra ormai imminente. Ignazio stesso pensava di rinchiudersi tra i certosini di Siviglia come fratello laico dopo il suo ritorno da Gerusalemme, attirato da quella vita, sembra, dalla strana aspettativa di poter " vivere là dentro di sole erbe e di null'altro".
Respingeva con molta gentilezza ogni insistenza del fratello, e cercando di non offendere mai la verità, che “anche allora era uno dei suoi principi più forti", dicendo che sarebbe andato a Najera di nuovo presso il Viceré di Navarra. Così fece e, poiché a ricordo dell'impresa di Pamplona non zoppicava più che molto leggermente, in breve tempo avrebbe potuto ridiventare certamente un brillante cavaliere, poiché il Duca gli offriva un bell'incarico. Ma il suo volto era sempre orientato verso Gerusalemme.
Con gli arretrati della sua paga di soldato, che riscosse allora, sistemò alcuni debiti che gli rimanevano, fece ricostruire ed abbellire una dimenticata edicola alla Vergine, quindi si avviò a dorso di mulo al celebre santuario di Montserrat in Catalogna, "sempre cieco, ma tutto infiammato di desiderio di servire Dio nel miglior modo che sapesse".
Quanto modesto fosse questo "miglior modo", lo si vide subito non appena incontrò un Moro, uomo cortese e socievole il quale, portato dal discorso sull'argomento, espresse con semplicità la sua opinione che la Madonna fosse stata, la vergine prima di partorire Nostro Signore, ma non dopo.
Per un musulmano non era poco ammettere metà di una verità cattolica, ma Ignazio preferì pensare che la Vergine fosse stata insultata e forse desiderò anche vendicare il proprio onore per non essere riuscito a convincere nemmeno un Moro sull'argomento. Restò a lungo e gravemente combattuto inferiormente al pensiero se dovesse uccidere quell'infedele che intanto aveva imboccato un'altra strada, ad un bivio, per recarsi in una certa città. Stanco di riflettere, incapace di giungere ad una conclusione, decise di lasciare al mulo la scelta e se, quando fossero giunti al bivio, il mulo avesse imboccato la strada per cui s'era avviato il Moro, lo avrebbe raggiunto e pugnalato; se avesse invece tenuto la strada maestra lo avrebbe lasciato in pace. Il mulo, parente prossimo dell'asino di Balaam, preferì la strada maestra.
Al primo grande villaggio sul suo cammino, Ignazio, sempre sognando "le grandi cose che intendeva fare per amore di Dio", comprò un pezzo di stoffa quale s'usava per fare sacchi che era molto ruvida, e si fece tagliare per sé una tunica che lo copriva sino ai piedi. Si comprò pure un bastone da pellegrino, o bordone, una borraccia per acqua e sandali di corda dei quali usò solo quello per il piede sinistro dato che la gamba era ancora fasciata e gonfia.
Giunto a Montserrat, fece una confessione generale dei suoi peccati in maniera così particolareggiata che gli occorsero tre giorni per scriverli tutti.
Poi, appese la sua spada ed il suo pugnale, emblemi dei sogni abbandonati, vicino alla statua della Vergine nella chiesa di Montserrat, e certamente Maria, Madre di misericordia e di comprensione, sorrise mentre il suo Quixote depositava le armi che poco prima voleva conficcare nel petto di un innocente musulmano. In gran segreto, si svestì dei suoi fini abiti, del mantello blu, dei calzoni gialli, e del berretto a vivaci colori, regalandoli ad un mendicante sbalordito e, rivestitesi di sacco, andò a passare l'intera notte del 24 marzo 1522 vegliando davanti all'altare della Madonna.



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