Le principali differenze tra I Paesi latinoamericani, oltre quelle già menzionate, riguardano la loro storia



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14.11.2018
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Esiste una tendenza dell'opinione pubblica europea a vedere l'America Latina come uno spazio unico ed omogeneo. In questo immaginario non si riscontrano grandi differenze tra Rio de Janeiro e Buenos Aires, o tra Tegucigalpa e Montevideo. Nonostante questa visione non sia del tutto scorretta, è assolutamente incompleta e insoddisfacente.

Per un'adeguata analisi della realtà latinoamericana, è necessario considerare questo spazio (geografico, culturale, sociale, economico e politico) come uno e multiplo.

Risulta evidente che questo continente, paragonato ad altri, ha delle caratteristiche comuni. Dal punto di vista culturale esistono, dal Río Grande alla Terra del Fuoco, due lingue egemoniche (ma anche centinaia di lingue indigene) e una religione predominante. Politicamente gli Stati latinoamericani sono repubbliche giovani con una tendenza generale all'instabilità. A livello economico si caratterizzano per una situazione di dipendenza e sfruttamento da parte delle potenze imperialiste e per il dualismo urbano-rurale. Tuttavia le differenze regionali nelle relazioni di produzione, così come nello sviluppo produttivo, generano una moltiplicità di formazioni sociali differenti tra loro.

Le principali differenze tra i Paesi latinoamericani, oltre quelle già menzionate, riguardano la loro storia.

Nonostante vari tentativi (Bólivar, Artigas...), i paesi che nascono dal processo di indipendenza agli inizi del XIX secolo non hanno potuto realizzare il progetto utopico dell'unificazione. Quindi negli ultimi duecento anni le relazioni politiche, sociali, economiche e culturali si sono formate e trasformate all'interno delle frontiere nazionali dei singoli Stati più che nel contesto regionale.

In definitiva nessuna analisi riguardante l'America Latina, men che meno un'analisi politica, può essere fatta senza prendere in considerazione questa condizione di unità e, soprattutto, di diversità.

Analogo problema lo troviamo anche al momento di analizzare la sinistra latinoamericana. Quale sinistra? Esistono una, due o più sinistre latinoamericane? E che sinistra ha vinto in Uruguay?

“...Mujica non può permettersi di trasmettere un'immagine di leader di sinistra radicale, e scommette su una formula di moderazione ben più vicina a quella di Lula (suo buon amico) in Brasile e a Michelle Bachelet in Cile che al Venezuela di Chávez...” (La Repubblica, 30 novembre 2009)

Un luogo comune abbastanza diffuso in Europa ritiene che esistono due sinistre in America Latina. Da un lato quella moderata, civilizzata e democratica rappresentata dal Brasile di Lula e dal Cile di Bachelet. Dall'altro quella radicale, populista e di tendenza autoritaria rappresentata principalmente dal Venezuela di Chávez e dalla Bolivia di Morales. Ci troviamo di fronte, quindi, a due possibili dicotomie: una che contrappone una sinistra “buona” e una “cattiva”, un'altra che contrappone una sinistra “rivoluzionaria” e una “riformista”.

In questo senso, in quale contesto geopolitico si potrebbe posizionare l'Uruguay di Mujica?

Rispondere a questa domanda implicherebbe avallare l'esistenza delle suddette dicotomie. In realtà consideriamo quest'analisi falsa e dal punto di vista politico intenzionalmente fuorviante.

Probabilmente chi vuole dividere la sinistra di questo continente è lo stesso che vuole ostacolare il progetto-utopia dell'unità latinoamericana. Non dobbiamo però cadere in questa trappola. Il Foro de São Paulo è un esempio del fatto che il processo comunque avanza.

Nato nel 1990 su iniziativa del PT brasiliano, questo spazio di discussione permanente unifica le posizioni di organizzazioni così diverse come il PS del Cile (il partito di Bachelet) e le FARC colombiane. La ricerca di nuove risposte in seguito alla caduta del “socialismo reale” e all'offensiva neoliberale nel continente hanno spinto le forze della sinistra latinoamericana a cercare percorsi comuni e, con il tempo, una dopo l'altra, queste forze si sono prese la responsabilità dei governi nazionali convinte del fatto che un'altra America Latina, più giusta ed unita, sia possibile.

Non esistono due sinistre in America Latina. Questa divisione frutto di criteri europei risulta fuorviante. Se la prima caratteristica della sinistra latinoamericana è una certa unità, non meno certa è la seconda: la diversità. In ogni paese le organizzazioni di sinistra hanno dato risposte differenti a problemi differenti di società differenti.

Capire l'idea dell'unità nella diversità risulta fondamentale per l'analisi.

In questo contesto che intende e pensa la politica in termini latinoamericani (una e multiplo) è probabile che la sinistra uruguayana sia pioniera ed esemplare. Per capirne, però, la particolarità è necessario conoscere alcune caratteristiche specifiche dell'Uruguay, almeno dal punto di vista politico.

Innanzitutto in questo paese, chiamato negli anni '50 la “Svizzera d'America”, esiste una delle democrazie più consolidate dell'America Latina. Allo stesso tempo gli indicatori dimostrano uno dei minori indici di disuguaglianza socio-economica del continente. Questo è riconducibile alla sua storia, specialmente ai primi vent'anni del XX secolo.

Tra il 1904 e il 1930 inizia a svilupparsi un'esperienza politica conosciuta come “batllismo”. Il principale personaggio di questo periodo è stato il presidente (per due volte: dal 1904 al 1908 e dal 1912 al 1916) José Batlle y Ordóñez, leader del Partido Colorado.

Il riformismo radicale del batllismo rappresenta un'esperienza unica per la sua epoca: le politiche anticlericali, di statalizzazione e nazionalizzazione, e di protezione dei settori sociali più deboli.

Con la Costituzione del 1917 avviene la totale separazione tra Stato e chiesa cattolica, questo significa piena laicità (è impossibile trovare crocifissi nelle scuole o negli uffici pubblici).

Il “vuoto lasciato da dio” viene occupato dallo Stato: iniziano le statalizzazioni e nazionalizzazioni di molte imprese d'interesse pubblico (elettricità, telefono, banche, assicurazioni ecc.).

Questo genera, allo stesso tempo, uno Stato grande e protettore che viene ulteriormente sviluppato dalla legislazione sociale di quel periodo. Secondo l'idea batllista lo Stato non deve essere neutrale di fronte al conflitto sociale, bensì schierarsi con i settori più deboli (donne e operai). Per esempio è del 1907 la prima legge di divorzio per giusta causa e del 1912 la legge di divorzio per volontà della sola donna. Tra il 1914 e il 1915 si sviluppa una legislazione che garantisce la giornata lavorativa di 8 ore, la pensione minima di anzianità, l'indennizzo per incidenti sul lavoro ecc.

D'altra parte, a partire dal momento (1902 – 1910) in cui l'Argentina emana una serie di leggi per arrestare o espellere gli stranieri indesiderati (specialmente anarchici e socialisti rivoluzionari), in Uruguay questi vengono accolti. Gli anarchici, insieme ai socialisti e, in seguito, ai comunisti formano un primo movimento sindacale che sarà la base e la prima espressione di una società civile forte e organizzata, che tuttora rappresenta un attore sociale protagonista.

L'ultima caratteristica importante di questo periodo, la democratizzazione della politica e la formazione di un sistema di partiti stabile, non dipende solo da Batlle e dal Partido Colorado, ma anche dal parito di opposizione, Blanco o Nacional. Il suffragio universale maschile del 1917 (per il femminile è necessario arrivare al 1932) è una delle rivendicazioni più importanti del Partido Nacional. La stabilità dei partiti è conseguenza diretta dei fatti storici e dell'impossibilità per qualsiasi settore di egemonizzare il voto popolare.

Il sistema partitico si dimostra molto stabile nei decenni successivi (non così le idee del batllismo che sono contrassegnate da alti e bassi). I partiti tradizionali (Colorado e Nacional) sono più federazioni elettorali che partiti propriamente detti, all'interno dei quali esistono diverse correnti di opinione (conservatrici e riformiste) e sono partiti policlassisti. Tra gli anni '20 e la fine degli anni '60 questi due partiti raccolgono tra l'85 e il 95% dei voti. Il resto si divide tra il Partido Comunista del Uruguay (PCU), il Partido Socialista (PS) e i cattolici della Unión Cívica (UC) - in seguito Partido Demócrata Cristiano (PDC).

Negli anni '60 la profonda crisi economica mette in dubbio le idee del riformismo batllista e porta al potere i settori conservatori ma, allo stesso tempo, i lavoratori organizzati lottano per non perdere i risultati raggiunti attraverso il “Congresso del Popolo” nel 1964 e l'unificazione di tutte le correnti sindacali (comunista, socialista, anarchica e social-cristiana) in una sola centrale, il CNT nel 1965. Si tratta di un precedente diretto del Frente Amplio (FA). Negli ultimi anni di questo decennio si intensifica il conflitto sociale e il governo prende posizioni sempre più autoritarie. I primi studenti muoiono nelle strade di Montevideo nel 1968. Questa deriva autoritaria indebolisce l'unità dei partiti tradizionali e, al contrario, agevola l'unità dei settori “democratico-progressisti” in vista delle elezioni del 1971. Il PDC, il PS e segmenti importanti dei partiti tradizionali iniziano il processo. Il dibattito è tra un “fronte piccolo” (senza il Partito Comunista) o un “fronte ampio”. Il 5 febbraio 1971 viene fondato il Frente Amplio.

Fin dalle sue origini il FA cerca di creare una propria identità (attraverso richiami simbolici radicati a livello nazionale) rispettando, allo stesso tempo, le diverse identità particolari (comunista, cattolica ecc). Il doppio carattere di coalizione-movimento è una delle originalità del FA (unità nella diversità).

Il FA è un movimento, ha una struttura e un programma comuni e, allo stesso tempo, genera una forte identificazione simbolica. Un'altra caratteristica è il fatto di essere un movimento di base. Ciò permette, per esempio, che il PCU, che ha una forte militanza a livello della società civile e della base frenteamplista, abbia una maggiore influenza che il PS, che si dedica soprattutto ad occupare seggi parlamentari. Per questa ragione si possono comprendere le parole di Mujica di fronte alle decine di migliaia di frenteamplisti nel suo primo discorso dopo essere stato eletto presidente: “...il potere non sta nei vertici, ma nel cuore delle grandi masse”.

Tuttavia il FA è anche una coalizione, in quanto mantiene e rafforza le identità dei singoli partiti. Quindi un affiliato al PCU si sente tanto frenteamplista quanto comunista, di fatto non può immaginare una cosa senza l'altra.

L'esperienza dell'unità nella diversità ha quasi 40 anni in Uruguay e non si è fossilizzata ma è vissuta in modo dinamico perchè le differenze tra i vari settori del FA si risolvono dialetticamente nella riformulazione costante del programma di unità. L'esperienza del FA, che dà la priorità alla politica di base e alle organizzazioni sociali e in cui le leaderships esistono come conseguenza di una forte struttura di partito, è affine ad altre esperienze del continente latinoamericano, come il MAS boliviano. Sempre più unità in una maggior diversità.



Forse è questo il punto. In Uruguay lo abbiamo capito già da 40 anni e nel resto di America Latina sempre di più: l'unità nella diversità è pensata come strategia per il futuro, a lungo termine, non come tattica elettorale.

La lezione che questa esperienza porge al mondo, oltre alle nostre risorse naturali ed umane (queste ultime viste come immigrati-mano d'opera a basso costo) è questo regalo che si chiama futuro. Qui continuiamo a sognarlo e invitiamo coloro che lo desiderano a sognare il nostro sogno.



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