Le principali società europee temono IL crimine in Rete



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22.05.2018
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Richard Stallman63

Le tecnologie digitali, è indubbio, modificano il modo d’intendere il diritto d’autore o copyright. Le opere protette diventano facilmente riproducibili, a costo zero e difficilmente controllabili. Oltretutto le opere digitali originali sono, per qualità praticamente indistinguibili dalle copie. Ma il falso che è identico all’originale, quanto falso è? Altro punto scabroso è il fatto che le nuove opere sovente non sono realizzate da un singolo autore ma da tutto un team di figure professionali dai ruoli tuttavia ancora troppo confusi per saper calcolare il loro relativo peso rispetto al diritto d’autore. Senza voler inficiare il valore del copyright ci si chiede insomma se in Internet esista una dinamica di commercializzazione dei nuovi prodotti più adeguata. Forse il draconiano controllo sulla riproducibilità dei beni e il riconoscimento della loro proprietà privata non è l’unica via possibile. In Internet i mercati per lo più reagiscono sostituendo il concetto di ‘proprietà’ a quello di ‘accesso’. Si pensa non tanto allo scambio di beni intellettuali e quindi sul passaggio di proprietà, ma sull’accesso temporaneo di cui vengono negoziate le relazioni economiche. Alcuni però si chiedono se le opere di ingegno non siano un bene pubblico. Il passaggio dal controllo della riproduzione delle copie al controllo all’accesso pone la domanda: “Chi può definirsi proprietario dell’esperienza culturale?”. Gli hackers rispondono a ciò proponendo il modello dell’open source. Il software esiste in due formati particolari: un formato “sorgente” e uno “eseguibile”. La parte sorgente è il codice del programma, modificabile da chiunque abbia le competenze per farlo. La parte eseguibile è la traduzione di quel codice in un linguaggio comprensibile solo al computer. Il formato eseguibile non è comprensibile dal programmatore e quindi non è modificabile. Dei programmi viene distribuita solo la parte eseguibile. Su ogni copia del programma la casa produttrice detiene i diritti di copyright e può imporre limitazioni nell’uso. Non capita così per il free software64 e per l’open source65. Nei software non proprietari, infatti, esiste la libertà di migliorare il programma accedendo al codice sorgente e di distribuirne pubblicamente i miglioramenti.66

Richard Stallman, laurea in Fisica a Harward nel 1974, hacker integerrimo al laboratorio per l’intelligenza artificiale del MIT fino al 1984, ora è presidente della Free Software Foundation67 e fondatore del sistema operativo GNU68(pronuncia con ‘gh’ dura). Il Leit motiv più famoso di Stallman è la domanda: “La pratica di questa società di limitare le informazioni è eticamente sostenibile?”.69I proprietari di software difendono e diffondono la convinzione che il software non possa essere condiviso o modificato sennò trattasi di pirateria. Il paradosso che Stallman illustra, dimostrando quanto stretta sia la dipendenza delle aziende tecnologiche dalla ricerca, è il seguente, ossia come il successo delle grandi aziende, e qui sta lo zoccolo duro, sia fattibile solo se la comunità scientifica degli alacri ricercatori resti aperta. Nutrirsi dell’infomazione prodotta da tutti gli altri e negare tutta l’informazione prodotta da sé è ciò che fanno le grandi aziende coprendosi le spalle col copyright. Stallman chiede: può esistere una libera economia di mercato in cui la competizione non sia basata sul controllo delle informazioni ma su altri fattori? Riassunte le idee di Stallman sono queste: copiare o modificare le informazioni diventa un’operazione di una schiacciante facilità, grazie alla raggiunta tecnologia digitale. Qualcuno per questo trema. I proprietari dei programmi software che come principale cespite di ricchezza usano il sistema del diritto d’autore vorrebbero essere i soli a poter copiare e modificare il software che gli utenti usano. Il sistema del diritto d’autore è nato e cresciuto con la stampa, mentre la tecnologia digitale è più flessibile della stampa tipografica. Quando l’informazione è digitale niente ci vuole a salvarla sul proprio computer e a condividerla con altri; questa grande flessibilità male si adatta ad un sistema come quello del copyright. Per portare avanti il suo discorso in modo concreto Stallman ha creato la General Public License (GPL), una licenza open source.70Come licenza open source permette di: installare il software su quante macchine si vuole e farlo utilizzare ad una o più persone contemporaneamente; avere accesso al codice sorgente e modificare il software (proteggendo comunque i diritti dell’autore originario) che dovrà essere rilasciato sotto la stessa licenza del software di partenza (questa che pare una limitazione è stata prevista per impedire che i software derivati siano venduti come programmi proprietari; copiare il software e distribuirlo (anche la vendita è permessa) da solo o aggregandolo all’interno di una distribuzione contenente altro software (anche se prima questi veniva distribuito con licenza diversa) o altro materiale (manuali, ecc.) o servizi (contratti di assistenza, ecc.); utilizzare il software in ogni campo (la licenza non può discriminare alcun gruppo o persona o alcun campo di attività). La licenza GPL riflette l’idea della cooperazione: se si concede ad altri la possibilità di modificare il proprio programma e poi di distribuirlo, questi altri sono tenuti a concedere le stesse libertà sulle loro modifiche.

Stallman ha coniato il termine copyleft71, per i diritti capovolti della licenza GNU, al posto del copyright. Copyleft, sta per permesso d’autore; invece di essere un metodo per privatizzare il software, consiste nel dare a chiunque il permesso di eseguire il programma, copiarlo, distribuirlo, leggerne il codice sorgente e modificarlo ma senza aggiungere altre restrizioni. Perché un permesso d’autore sia efficace, anche le versioni modificate devono essere libere. E’ il permesso d’autore che impedisce ai datori di lavoro di dire: “Non puoi distribuire quei cambiamenti, perché abbiamo intenzione di usarli per creare la nostra versione proprietaria del programma”. I diritti d’autore restano tali e quali come sono nel copyright, e quindi sono pienamente riconosciuti. Soltanto viene riconosciuto il diritto di modificare il software tramite il codice sorgente e di ridistribuire anche a pagamento il software modificato. E nel copyleft la copia è permessa. La filosofia del software libero rigetta un sistema economico esistente, sì, ma non è contraria al commercio. Il fatto che un prodotto dell’intelletto sia libero non significa che debba essere gratuito.72 Se Richard Stallman73 è il guru del software libero, il paladino dell’open source è Linus Torvalds.



1.5 Linux

La cosa che stupisce un sacco di gente è che il modello open source funziona per davvero (…)



Gli hacker dell’open source non sono i corrispettivi hi-tech di Madre Teresa di Calcutta. I loro nomi vengono associati ai contributi che forniscono, nelle credit list o negli history file allegati a ciascun progetto.

Gli sviluppatori più prolifici attraggono l’attenzione delle aziende che analizzano il codice sperando di trovare – e in seguito assumere – i migliori programmatori. Gli hacker sono motivati in larga parte anche dalla stima che possono guadagnare agli occhi dei loro colleghi grazie ai propri contributi. E’ un fattore motivazionale importante.

Tutti vogliono fare bella figura con i propri colleghi, migliorare la propria reputazione, elevare il proprio status sociale. Lo sviluppo open source dà ai programmatori questa possibilità.”

Linus Torvalds74

Linus Torvalds (il cognome va pronunciato con la ‘u’), il 25 agosto 1991 “posta” (gergo dei newsgroup per “invia”) al newsgroup comp.os.minix il messaggio che stava sviluppando un sistema operativo gratuito basato su Unix75 in modo che potesse girare sui più normali ed economici computer. Il suo programma Linux76 (Linus più Unix) oggigiorno è considerato il più serio concorrente di Window, il sistema operativo di Microsoft. A Linux hanno contribuito un po’ tutti i programmatori sparsi per il mondo, fino a farlo diventare il prodotto meglio riuscito dell’open source77e ancora cresce secondo la legge dell’accelerazione continua. Chiunque può partecipare al suo sviluppo nonché usarlo liberamente. Questa è la filosofia di Linux. Grazie all’open source non ci sono limitazioni d’uso e all’utente è sempre possibile accedere al codice sorgente del software e quindi a suo gradimento modificarlo. Un gruppo composto da Torvalds e altri sviluppatori di volta in volta decidono cosa incorporare per migliorare la versione di Linux. Non si tratta di decisioni sesquipedali d’un gruppo di luminari del campo, infatti, se la scelta non dovesse risultare gradita agli hackers, potrebbero comunque procedere a sviluppare il progetto nella propria direzione. Certo vi sono dei criteri burocratici e alcune clausole come il dover essere preservata l’integrità del codice sorgente dell’autore del programma. La gratuità di Linux, tra le altre cose, è servita a mantenere la Microsoft più onesta, impedendole di impennare ancora di più i prezzi. L’open source è strettamente imparentato alle norme degli scienziati del MIT e degli accademici in generale. Si è scelto questo modello, oltre alle ragioni etiche, perché è quello che nel tempo si è dimostrato più efficace a creare un sapere scientifico. Pochi ma doverosi gli obblighi del sistema: il citare le fonti per evitare il plagio e rendere pubblica a beneficio di tutta la comunità, la soluzione. Nuove aggiunte, versioni di sviluppo, dopo essere state testate vengono accettate nel corpus di conoscenze della comunità scientifica. Grazie a ciò, se è il caso si può verificare un “mutamento di paradigma”, e le teorie scientifiche prendere altre strade. L’open source è basato sull’idea di permettere a chiunque di entrare in gioco. Di contro c’è il modello autoritario e chiuso. Qui i capi scelgono per il lavoro un ristretto gruppo di persone. Una volta ottenuti dei risultati qualsiasi uso del lavoro diventa “non autorizzato”. “In effetti un modo per comprendere il fenomeno open source consiste nel pensare a come la scienza veniva percepita dalla religione parecchi secoli fa. La scienza era vista in origine come qualcosa di sovversivo e pericoloso per l’establishment: fondamentalmente la stessa cosa che a volte le software house pensano dell’open source. E proprio come la scienza non era nata da un tentativo di minare l’establishment religioso, l’open source non è stato concepito per far esplodere quello informatico. E’ nato per produrre la migliore tecnologia e per vedere dove va a finire. La scienza in sé non permette di fare soldi. Sono stati gli effetti secondari della scienza a creare tutta quella ricchezza. Lo stesso vale per l’open source78. Le aziende che decidono di adottare un sistema open source possono prendere da loro le decisioni di ciò che vogliono fare sui software. E così che con l’open source si riesce a guadagnare.

1.6 L’Etica Hacker

e la Filosofia delle Rivoluzioni Tecnologiche
Il summum bonum di questa etica,

è guadagnare denaro, sempre più denaro”

Max Weber – L’etica protestante e lo spirito del capitalismo

Pekka Himanen è un filosofo finlandese, che però insegna in California, all’Università di Berkeley. Filosofia delle rivoluzioni tecnologiche! Nel suo libro “L’etica hacker e lo spirito dell’era dell’informazione”, introduce gli hackers come coloro che programmano con entusiasmo, passione e ritengono che la condivisione delle informazioni sia un bene positivo. La domanda di fondo del libro è: “Che significato ha la loro sfida?”. E la risposta che Himanen propone è che il significato sia principalmente spirituale, o se si vuole addirittura religioso. Max Weber79 definì l’etica del denaro come la componente fondamentale dell’etica protestante. Il fare soldi era visto come segno della benedizione divina, per questo si lavorava alacremente e con sacrificio; da ciò l’etica del lavoro protestante. Al giorno d’oggi, il denaro viene accumulato soprattutto tramite il possesso delle informazioni con un modo di produrre ricchezza che mantiene molte delle caratteristiche del passato. Il lavoro cioè viene considerato il fattore più importante nella vita di una persona e deve portare sempre con sé l’idea del sacrificio. Il culto del lavoro. La motivazione unica del lavoro è il salario. L’etica hacker, invece, potrebbe rappresentare una nuova visione del lavoro dove si intrecciano gioco, creatività, divertimento e cooperazione sociale. L’hacker ha un rapporto entusiastico con il proprio lavoro, prova piacere nel farlo. “Alla prima Hacker Conference di San Francisco nel 1984 Burrell Smith, l’hacker che stava dietro il computer Apple della Macintosh, definì il termine nel modo seguente: - Gli hacker possono fare qualsiasi cosa e restare sempre hacker. Per essere un hacker, l’alta tecnologia non è assolutamente necessaria. Penso piuttosto che l’essere hacker abbia a che fare con l’abilità e con la dedizione per ciò che si fa -.”80 Senza l’affermazione dell’era dell’informazione l’etica hacker non si sarebbe forse manifestata. Nella società industriale, spiega Himanen, c’erano lavori pesanti, svilenti, duri e non amati. Gli individui lavoravano stringendo i denti. Si necessitava, quindi, di un’etica del lavoro che rimuovesse domande imbarazzanti del tipo: “sto usando il mio tempo per qualcosa che ha un reale significato per me e che mi dà una reale opportunità per la mia realizzazione?”. Nell’era dell’informazione, la nuova risorsa per la crescita economica è la creatività. E creativi lo si è quando il lavoro appassiona e diverte come fosse un gioco. L’etica hacker del lavoro propone una sfida sociale. Lo spirito protestante del capitalismo ha fatto ruotare la vita sociale attorno al lavoro per il denaro. La gratificazione del lavoro è il denaro. In realtà c’è un antesignano, un precursore storico dell’etica del lavoro protestante che Max Weber rintraccia nella regola monastica. Nel Sesto secolo, per esempio, i monaci benedettini consideravano il lavoro assegnato come un dovere da non mettere in discussione. Il fine ultimo della regola benedettina non era quello di fare qualcosa, ma di sottomettere l’anima del lavoratore facendogli fare qualsiasi cosa gli venisse detta. Questa visione però, in epoca medievale non influenzò né la chiesa e men che meno la società. Il giro di boa si ebbe con la Riforma protestante, e questo punto di vista prettamente monastico diventò quello proprio dell’etica protestante. Cioè la base della mentalità capitalistica. Prima della Riforma, il lavoro non era tra i più alti ideali della chiesa. San Francesco era il giullare di Dio che mendicava vestito a stracci per le strade. Si insegnava che Dio aveva sì lavorato per sei giorni ma al settimo aveva riposato. Questo era il principale obiettivo umano, “in Paradiso, come di domenica, la gente non avrebbe dovuto lavorare. Il Paradiso era IN, l’ufficio era OUT81. Lo scopo della vita era la domenica. Con la Riforma protestante l’atteggiamento nei confronti del lavoro si capovolse, lo scopo della vita, dalla domenica si spostò al venerdì. Persino in Paradiso si credeva non si potesse essere beati senza avere occupazioni da svolgere.

Nel nostro mondo globalizzato, dovremmo pensare al termine etica protestante nello stesso modo in cui consideriamo un’espressione come amore platonico. Quando diciamo che qualcuno ama platonicamente un’altra persona, non intendiamo dire che è un platonico – vale a dire che aderisce alla filosofia di Platone, la metafisica ecc. (…) Allo stesso modo, possiamo parlare dell’etica protestante di qualcuno indipendentemente dalla sua fede o dalla sua cultura”.82



L’etica hacker propone un modello di vita più simile alla domenica che al venerdì. Il duro lavoro e la costanza, anziché essere una triste sfacchinata per guadagnare lo stipendio, possono essere accompagnati dalla passione per quello che si fa. Se il denaro è una spinta, anche l’autorealizzazione e il riconoscimento sociale sono forze capaci di motivare le persone. In realtà questa dinamica vale già nel campo della ricerca scientifica, gli scienziati e i ricercatori considerano le loro scoperte “libere” di essere usate, studiate e criticate; gli hacker applicano questo modello di diffusione del sapere al software. Se ci si guadagna bene, ma non è la massimizzazione del profitto che è alla base dell’etica hacker. “Il tempo è denaro”: il messaggio che se ne ricava è che bisogna avere fretta, arrivare prima della concorrenza. “In questo mondo della velocità, un rapido cambiamento nell’ambiente (per esempio un mutamento tecnologico o un’imprevista fluttuazione nel mercato finanziario) può causare problemi perfino a imprese eccellenti, costringendole anche a licenziare persone che hanno svolto magnificamente il loro lavoro”83. L’attività legata all’orologio, ha ancora una volta il suo precedente storico nel monastero; secondo la regola di Benedetto, ogni scostamento dagli orari quotidiani doveva essere punito. Il protestantesimo portò l’orologio nella vita quotidiana dando origine al concetto di “orario di lavoro”. In una cultura del genere la maggioranza degli esseri umani si trova condannata alla obbedienza. Si verifica in nome del lavoro la riduzione del valore individuale e della libertà. L’ottimizzazione del tempo è così pressante che persino quando si stacca dal lavoro si deve realizzare il proprio tempo libero nel migliore dei modi pianificando e programmando. Un diverso punto di vista è la libertà di autorganizzazione del tempo che l’era dell’informazione lascia intravedere la possibilità di una nuova forma di lavoro; ma sarà difficile le cose cambino automaticamente. Per gli hacker, continua Pekka Himanen nel suo libro, innovare le forme di lavoro è una questione di rispetto non soltanto nei confronti dei lavoratori ma anche per gli esseri umani in quanto tali. Il modello dominante che la globalizzazione propone è quello di un piccolo gruppo di persone ricchissime a spese del resto del genere umano. La proprietà intellettuale può diventare uno strumento di mantenimento delle disuguaglianze sociali nel pianeta. Invece, sempre secondo Pekka, la diffusione di Linux e le potenzialità di Internet potrebbero essere in grado di produrre mutamenti sociali in cui l’etica hacker della libertà svolgerebbe ruolo da protagonista. Se nell’etica di Max Weber il lavoro veniva comunque considerato più importante del denaro, nella new economy l’equilibrio tra lavoro e denaro sta lentamente pendendo a favore di quest’ultimo. Nell’economia dell’informazione, le aziende realizzano i loro profitti cercando di possedere le informazioni tramite brevetti, marchi di fabbrica, accordi di non divulgazione. Il nuovo tipo di economia, basata sulla impresa open source (Linux è l’esempio) lascia chiunque libero di imparare studiando il codice sorgente di questi programmi e svilupparli e crearne dei nuovi proposti sempre come prodotti aperti. L’hacker non è contrario a fare soldi, ma soltanto a fare soldi chiudendo le informazioni agli altri. In tal senso, viene proposto un nuovo tipo di economia di libero mercato, di cultura alternativa dove al centro brilla la creatività come motivazione principale. E’ paradossale la dipendenza dell’informazione chiusa dall’informazione aperta. “E’ soltanto quando la ricerca scientifica resta aperta che aggiunte marginali e segrete alle informazioni collettive conducono a guadagni individuali sensazionali. Nella nuova network society “ricevere l’informazione prodotta da tutti gli altri e negare tutta l’informazione prodotta da sé implica un dilemma etico che si aggrava con il progredire dell’età dell’informazione, dal momento che una parte sempre più ampia del valore dei prodotti deriva dalla ricerca che ne sta alla base”.84

Anche se non posso negare che il nostro tempo sia ancora caratterizzato dall'etica protestante e dallo spirito del capitalismo,



e che la sfida lanciata dalla cultura open source appaia ancora minoritaria,

io penso che questa cultura sta crescendo rapidamente:

c'è sempre più gente convinta che il denaro non sia la cosa più importante nel lavoro e nella vita, che crede nella possibilità di fare le cose in un modo più aperto, solidale ed etico (...) prima della crisi e delle Twin Towers tutti erano troppo impegnati a fare soldi e a giocare con le nuove tecnologie per interrogarsi sul senso del proprio agire.

Oggi le domande sul valore di ciò che facciamo diventano urgenti.

E' chiaro, per esempio, che non si può combattere il terrorismo rinnegando valori fondamentali della nostra cultura quali la privacy e la libertà di parola:

i terroristi non ce li possono togliere, solo noi li possiamo tradire.

Perciò l'etica hacker , che è sempre stata in prima linea nel difenderli, svolge oggi il ruolo di indurci a riflettere meglio su quanto facciamo.

Per esempio: ci fa capire l'urgenza di condividere le conoscenze tecnologiche e scientifiche: la tutela dei brevetti sul software fa danni limitati, ma quella dei brevetti sui farmaci può avere un impatto devastante: si è visto in Africa con i farmaci anti Aids e ora gli americani lo stanno verificando con in farmaci contro l'antrace.

Diventa sempre più difficile difendere il punto di vista di chi fa soldi sfruttando conoscenze collettive che appartengono all'intera umanità".

Pekka Himanen

1.7 Open Source e Pubblica Amministrazione
L’open source potrebbe essere la chiave di volta nello sviluppo della società dell’informazione. La visione dell’open source come la più grande minaccia per la tenuta del sistema produttivo basato sul copyright si sta dimostrando alquanto riduttiva. Infatti, se la pubblica amministrazione mette a disposizione software e codici sorgente, non è perché tutti possano prenderli ed applicarli tout court come pare e piace, bensì affinché la loro usabilità possa migliorare la cooperazione e il proprio lavoro85. Attorno all’open source ruota un noto pregiudizio, e cioè che il dibattito non si svolga sui pro e contro del software libero ma che ci sia in sottofondo una critica ad oltranza su un particolare caso di software proprietario: Microsoft. Non ci sono due fronti di guerra, Linux versus Windows; o per lo meno non dovrebbero esserci. L’open source dovrebbe essere un alettante modello alternativo di gestione del patrimonio informativo da parte della pubblica amministrazione, e questo non in quanto meno costoso o più democratico ma perché rispondente in modo migliore alla modernizzazione e responsabilizzazione della pubblica amministrazione. L’informatica nello Stato e nella pubblica amministrazione locale è ancora oggi fortemente vincolata a massicce dosi di manutenzione e di assistenza affidata a terzi, l’open source, invece, contribuirebbe ad un processo di maturazione della pubblica amministrazione a favore di tutta la società dell’informazione.
Riassumiamo: l’open source, anche quello per la Pubblica Amministrazione, ha sempre gli stessi quattro diritti: libertà di utilizzare il software; libertà di studiare le sorgenti del software e di adattarlo ai propri bisogni; libertà di distribuire delle copie; libertà di distribuire le sorgenti (eventualmente modificate). In più ci sono gli obblighi che dipendono dalla licenza. Il software libero, quindi, rispetta il diritto d’autore, soltanto usando una licenza libera. L’uso dell’open source, nella diffusione di hardware e software anche nei paesi più poveri potrebbe inoltre contribuire a diminuire il digital divide. Grazie all’open source ci sarebbero più fonti di informazioni e servizi accessibili a costo zero o quasi, disponibili per chiunque e non soltanto all’elite ricca che controlla la scienza, la tecnologie, la comunicazione e le risorse del pianeta. La scelta dell’open source e dei free software rappresenta una scelta di autonomia dal monopolio, scelta che può rimettere in circolo importanti risorse oggi drenate in gran parte dalle multinazionali extraeuropee. Possedere, modificare e trasmettere informazioni è una scelta di democrazia. E’ una scelta di giustizia garantire a tutti l’accesso alle informazioni e alla cultura. Il monopolio o l’oligopolio frenano l’innovazione impedendo il pieno dispiegarsi delle risorse disponibili. Non può esistere autonomia se non si ha il pieno controllo sui mezzi con i quali si opera, a partire dal possesso del codice sorgente. Il software proprietario propone un dominio tecnologico culturale al posto dello scambio interculturale, e dell’ecumenismo tecnologico. Per ecumenismo tecnologico intendo anche la compatibilità dei formati per lo scambio di informazioni. In Internet vige la knowledge economy, dove il capitale è il sapere, meglio ancora se tecnologico. Per far girare l’economia occorre mettere in circolo il sapere. In Rete non c’è lavoro senza sapere. Il sapere, d’altronde, per aumentare ha bisogno della libertà di espressione… sempre, anche a proposito dei codici informatici. La libertà di espressione (e quindi di investigazione della verità, di pensiero e di manifestazione e di diffusione delle proprie opinioni) è la pietra d’angolo della democrazia. L’open source potrebbe dare maggior valore di mercato ai programmatori e ai loro prodotti. Nascondere un codice informatico è come nascondere una formula matematica. La libertà di diffondere nuovi saperi, la condivisione della conoscenza, dovrebbe essere un diritto ben bilanciato con quello degli autori e dei produttori. Il digital divide non è solo la differenza di dotazioni tecnologiche ma anche le opportunità di utilizzarle nei diversi paesi del mondo e la diversa alfabetizzazione informatica, un software a codice libero al posto di un software proprietario potrebbe fare la differenza.
Un software open source italiano è Mosaico, nato il 26 marzo 2002, progettato da Computer Inside, e scaricabile liberamente da chiunque.86Ormai siamo alla seconda versione Mosaico 6.1.0, arricchita di molte funzionalità. Mosaico è’ pensato per la gestione operativa della Piccola e Media Impresa ed è completamente gratuito senza costi di gestione e personalizzabile. E’ il primo gestionale italiano a sorgente aperta, formula di distribuzione del software tra le più innovative grazie alla quale chiunque può utilizzare il programma copiarlo, distribuirlo e modificarlo gratuitamente, eliminarlo completamente i costi di licenza d'uso. Come tutti i software open source. Mosaico è un open source scritto87 per lavorare in ambiente Windows.

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