Le principali società europee temono IL crimine in Rete



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31 ottobre 2002: il Ministro per l’innovazione e le tecnologie, Lucio Stanca firma il Decreto che istituisce la “Commissione per il software a codice sorgente aperto nella Pubblica Amministrazione”, incaricata di studiare e valutare le nuove tecnologie dell’informazione, con un occhio di riguardo all’open source. Il 14 marzo 2003 a Pisa si è tenuto un convegno, “Pubblica Amministrazione e open source” per discutere dei pro e contro dell’open source in uffici, scuole e Università. Siamo appena all’inizio.88

CAPITOLO SECONDO


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2. Un po’ di Storia
La legge non può restare sempre la stessa:

la locanda dove si passa la notte non è la fine del viaggio […]

la legge, come il viaggiatore, deve essere pronta per il domani.
(avv. Stanley Rubinstein, durante una riunione della “commission de legislation” della Confederazione Internazionale delle Società di Autori e Compositori)
Prendo l’abbrivio per trattare del copyright sulle opere digitali dalla sua storia lungo i secoli. Storia pristina, di molto precedente, alla multimedialità. Nell’antica Grecia, dove leggi sui diritti d’autore non ve n’erano ma, poeti, filosofi e scrittori potevano puntare sul rispetto della paternità dell’opera, giacché il plagio era condannato dal sentimento comune come gesto abominioso. Anche nell’antica Roma i diritti economici degli autori di opere d’intelletto non esistevano, ma era riconosciuto all’autore il diritto di non rendere pubblica l’opera e il diritto di tutelare la personalità dell’autore, l’actio iniuriarum aestimatoria ovvero quello che oggi si chiama il diritto morale d’autore. Una volta pubblicata l’opera, e per quei tempi voleva dire, dopo la prima lettura in pubblico o dopo la diffusione o consegna del manoscritto ad un libraio, i diritti, compresi quelli di riproduzione e cessione spettavano a chi avesse legittimamente acquistato il manoscritto. Nel medioevo la cultura abita nei chiostri dei monasteri. La riproduzione delle opere è arte laboriosa e costosa. Ogni manoscritto ha colori, ghirigori, e tutta una particolare creatività artistica. Grazie all’estro e alla fantasia del monaco ogni libro diventa un’opera unica. Il mercato poi, è molto limitato. Per queste ragioni le questioni relative ad eventuali copie abusive non si pongono. Pirati sono considerati solo quelli che solcano i mari, e non, per esempio, quelli che ricopiano le opere del Filosofo: Aristotele. Con la nascita delle università e la diffusione della cultura laica, aumenta la richiesta di amanuensi e spuntano vere e proprie officine scrittorie.
L’anno spartiacque nella storia del copyright è il 1450, quando Gütenberg, un oscuro orafo di Magonza, inventa la stampa a caratteri mobili. I caratteri mobili e il torchio di stampa eliminarono una folta schiera di amanuensi che non servivano più data la possibilità di produrre molte copie in pochissimo tempo. Il nitore dei caratteri e le copie che non si distinguevano più le une dalle altre portavano con sé nuovi problemi. L’invenzione della stampa fu subito accolta come una nuova possibilità per l’economia e per la cultura. Su ogni copia veniva riportato il nome dell’autore, dell’editore, della sua città e dell’anno di stampa. Era difficile plagiare l’opera di un altro, in compenso gli uzzoli corsari potevano averceli degli editori stampando senza farsi tanti scrupoli l’opera di un autore – mettendogli sì, il suo nome in copertina, ma anche quello della nuova edizione, cosicché l’editore originale non ne ricavava alcunché. In primis, quindi, si tutelano gli editori, esposti alla concorrenza, potendo altri editori dare alle stampe la medesima opera già pubblicata. Si affermò così il sistema dell’attività editoriale. La concessione di privilegi agli stampatori ha inizio. Il più famoso di questi privilegi e uno fra i primi sembra essere stato quello affidato dalla Repubblica Veneta nel 1469 in favore di Giovanni de Spira. A lui fu concesso di essere il solo ad esercitare l’arte della stampa a Venezia per cinque anni. Tale forma di privilegio ebbe vita breve. In seguito si divisero i privilegi in tre categorie: i privilegi librari di carattere commerciale che venivano accordati in modo che una stessa opera venisse pubblicata sempre dal medesimo stampatore; i privilegi librari di carattere industriale con i quali era possibile proteggere vere e proprie invenzioni industriali utili per la stampa; i privilegi letterari. Fra i privilegi librari di carattere industriale, ad esempio, ci sono quelli che Venezia concesse nel 1500 ad Aldo Manuzio per il “formato in ottavo del suo Virgilio… nonché per il carattere corsivo o cancelleresco dei suoi caratteri”. Aldo Manuzio fu, infatti, l’ideatore del carattere corsivo, detto aldino (italico, all’estero), tuttora usato. I privilegi letterari, invece, erano quelli concessi agli autori per riservare loro il diritto di far stampare o ristampare una propria opera. E’ appunto dai privilegi letterari che derivò il moderno diritto d’autore. Stringendo di molto e tralasciando di tanto dalla storia del copyright, si può affermare che da un generico principio monopolistico a tutela dello stampatore e cioè dell’attività industriale, si passò al riconoscimento di un diritto d’autore, il quale poteva soltanto autorizzare o meno l’attività editoriale.
Approvando il cosiddetto Queen Anne’s Act, il parlamento inglese nel 1709 tutelò i diritti d’autore mettendo fuori legge le copie “pirata”. Questo naturalmente solo sul suolo inglese. Questo naturalmente solo sul suolo inglese. Lo Statuto della regina Anna fissava la durata di quattordici anni per i diritti degli autori a partire dalla prima pubblicazione a cui si dovevano aggiungere altri quattordici anni qualora l’autore fosse ancora in vita, per le opere inedite, e di ventuno per le opere che erano già state pubblicate. Venne riconosciuto agli autori il diritto di stampare le proprie opere e di agire nei confronti dei contraffattori puniti con la confisca dell’opera contraffatta e con la multa di un penny per ogni foglio stampato, a condizione che l’azione fosse esercitata entro tre mesi dall’avvenuta pubblicazione dei libri contraffatti. Il diritto riconosciuto agli autori venne denominato copyright, ovvero diritto di riprodurre l’opera. Nel 1775, si concesse alle Università inglesi e scozzesi e ad alcuni collegi la facoltà di godere in perpetuo dei diritti d’autore relativi ai manoscritti avuti in donazione purché tali opere fossero state stampate negli stabilimenti universitari, e nel 1776 venne aumentato il termine di tutela del diritto d’autore a vent’otto anni. In Francia la prima vera legge sul diritto d’autore fu emanata nel 1793. Grazie ad essa agli autori venne riconosciuto per tutta la vita il diritto di riproduzione e distribuzione delle proprie opere, furono concesse le azioni nei confronti dei contraffattori e vennero riconosciuti i medesimi diritti agli eredi e ai cessionari fino a dieci anni dopo la morte dell’autore.

La primogenitura del diritto d’autore in Italia, nello Stato Sabaudo, spetta a Carlo Felice, che nel 1826 emanò le patenti regie. Con esse veniva riservato agli autori il diritto esclusivo della stampa e della vendita delle loro opere per quindici anni. L’esclusiva sorgeva per effetto della creazione stessa dell’opera e con il compimento di alcune formalità amministrative (depositare una copia dell’opera presso la Segreteria di Stato). Anche dallo Stato Pontificio, nello stesso anno, venne emanato un editto con cui si dichiaravano di assoluta proprietà degli autori le relative opere scientifiche e letterarie e quelle inedite. Tale diritto spettava agli autori per tutta la loro vita e, a morte avvenuta, per altri dodici anni agli eredi. Del 1840 è l’accordo austro-sardo in cui si invitavano gli altri stati a aderire ad un ampliamento delle patenti feliciane, per tutelare “le opere e produzioni dell’ingegno e dell’arte pubblicate nei rispettivi Stati” giacché le opere appartenevano “a quelli che ne sono gli autori per godere e disporne durante la loro vita”. Si fece chiarezza sul diritto esclusivo di traduzione spettante all’autore; si attribuì la titolarità dei diritti relativi alle opere anonime agli editori fino a quando gli autori o i loro aventi causa non avessero “fatto constatare” i loro diritti. A questa convenzione entrarono nello stesso 1840, gli Stati di Parma, Modena e Toscana, lo Stato Pontificio e il Canton Ticino. Non aderì il Regno delle due Sicilie a cui venne estesa la tutela del diritto d’autore solo a partire dal 1860, e per il Napoletano nel 1861. Le leggi del 1865, del 1875 e del 1882 vennero riorganizzate in un unico corpus legislativo unitario con il testo unico approvato nel 1882. La legge ricondusse la nozione di proprietà intellettuale, perpetua e trasmissibile agli eredi, ai caratteri di assolutezza riconosciuti e propri del diritto di proprietà su cose materiali. Il diritto d’autore fu considerato come un bene oggetto di proprietà: l’opera poteva essere trasferita con tutto il contenuto del diritto ad essa afferente. La tutela, in favore degli autori, riguardava le facoltà di pubblicare, di riprodurre, di tradurre le opere e di spaccio, mentre nulla si diceva sui cosiddetti diritti morali. Dette facoltà erano sottoposte ad alcune formalità (il deposito di un esemplare dell’opera e di una dichiarazione di riserva). Tale legge fu uniformata alle disposizioni contenute nella Convenzione internazionale dell’unione di Berna.


Il fine che si propose la prima stesura della Convenzione di Berna, anno 1886, fu di assicurare una almeno minima protezione legale del diritto d’autore, a tutti i Paesi aderenti all’Unione di Berna, uniformando il loro diritto interno alle norme della Convenzione. L’Italia, con comodo, si adeguò alle disposizioni della Convenzione di Berna solo con la legge del 1925, abbandonando ogni formalità burocratica per l’esercizio del diritto d’autore. Ossia, il deposito di un esemplare dell’opera presso l’ufficio della proprietà intellettuale era un pro forma richiesto soltanto a fini amministrativi e il dimenticarsene prevedeva soltanto un piccolo indulto riparatore sotto forma di sanzione pecuniaria. In altre parole veniva riconosciuto il diritto d’autore in virtù dell’atto materiale della creazione e non per il conferimento da parte dello Stato a seguito dell’osservanza di alcune pignole formalità. Qui, per la prima volta, si tutelò il diritto morale d’autore e si introdusse una disciplina per le nuove tecniche creative (ad esempio, per quei tempi, le opere cinematografiche). La durata della tutela venne fissata in cinquant’anni dalla morte dell’autore.1
Il 22 aprile 1941, sempre in Italia, entrò in vigore la legge 633 (legge 633/1941, protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio) che, pur con le dovute modifiche, regola tutt’oggi il diritto d’autore2(unitamente alle disposizioni – articoli 2575 e seguenti – del codice civile). Le caratteristiche riassunte di questa legge sono: affermazione del diritto d’autore in base alla creazione dell’opera, quale particolare creazione dell’attività intellettuale; maggiore tutela delle varie categorie delle opere dell’ingegno; disciplina degli enti quali la SIAE (Società Italiana Autori ed Editori). Risale al 1971 l’ultima revisione della Convenzione di Berna,3 ed è stata fatta a Parigi. L’atto di Parigi è stato ratificato dal Parlamento italiano nel 1978. Del 1996 è un atto internazionale autonomo, il Trattato OMPI sul diritto d’autore. OMPI è l’Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale, che ha tenuto conto dell’evoluzione tecnologica che ha modificato e potenziato i mezzi che consentono la fruizione delle opere, ed ha anche favorito la creazione di nuovi generi di opere4. Nuove invenzioni provocano sempre nuovi interessi giuridici. La legge del1941 permetteva la libera riproduzione per uso personale. Nel momento storico in cui fare copie non era né facile né economico. Di fatto, quindi, la riproduzione (di scritti, in quegli anni) aveva limitatissime possibilità e scarsa convenienza. Oggi la situazione si è rovesciata: le moderne apparecchiature elettroniche, di costo accessibile ad ogni privato cittadino, hanno trasformato tutti noi in possibili pirati, che possono copiare tutto praticamente, dai libri, alle musiche, ai film, ai software. Con risultati che raggiungono la perfezione dei prodotti industriali ed a costi inferiori.
L’Unione Europea (U.E.) assicura la creazione di un mercato unico in Europa attraverso norme legislative regolamenti e direttive, o altre misure quali decisioni e raccomandazioni. Le Istituzioni della Comunità europea sono la Commissione Europea, il Consiglio dei Ministri, il Parlamento Europeo, il Consiglio Europeo. La Commissione Europea è composta dai commissari appartenenti agli Stati Membri. Uno dei compiti della Commissione è costituito dall’elaborazione di proposte legislative. Il Parlamento Europeo è composto di 626 membri che sono eletti, a suffragio universale diretto in ciascuno degli Stati Membri. Al Parlamento è affidata la funzione di modificare, approvare o respingere le proposte legislative elaborate dalla Commissione. Il Consiglio dei Ministri è composto di quindici Ministri, cui sono attribuite competenze per le materie trattate (industria, finanza, ecc.). Al Consiglio compete l’adozione della legislazione comunitaria, proposta dalla commissione ed approvata dal Parlamento. Il Consiglio europeo ha come membri, i Capi di Stato e di Governo e il Presidente della Commissione europea. Il Consiglio elabora le politiche di cooperazione intergovernativa e di promozione dell’azione comunitaria. A dicembre 2000 è stata sottoscritta la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea; all’articolo 17 della Carta, fra i diritti fondamentali riconosciuti, è stato inserito anche il Diritto d’autore, insieme al Diritto industriale.

E per l’Italia in particolare, il 2000 è l’anno dell’introduzione del bollino SIAE. Il bollino, appiccicato a libri, CD-ROM, programmi per computer oltre che sui già “bollati” video, cassette e dischi, indica titolo, autore dell’opera, produttore, numero progressivo e destinazione d’uso (vendita, noleggio o altro)5. L’obiettivo è di combattere la contraffazione e il suo giro d’affari. Vendere CD-ROM copiati abusivamente o noleggiare videocassette falsificate provoca una serie di sanzioni che sono, rispetto a quelle previste dalla legge 633, molto più severe. Detenzione da sei mesi a tre anni, multe da cinque a trenta milioni di vecchie lire6. Punito anche chi acquista un libro o un cd senza bollino, e quindi falso. Gli interventi di questa nuova legge riguardano tutto il campo della produzione e della diffusione delle opere dell’ingegno, partendo dal libro per arrivare alle cassette musicali, ai CD, ai supporti informatici che possono essere utilizzati nel computer di casa e a quelli che consentono la comunicazione via Internet, oltre alle carte che permettono l’accesso alle televisioni criptate.



I diritti d’autore si pagano anche per le fotocopie, e dei libri si può fotocopiare solo il 15 per cento. Le biblioteche hanno il piccolo privilegio di pagare i diritti d’autore in modo forfetario. I “copy center” pagano i diritti con un esborso che non può essere inferiore per ciascuna pagina copiata al prezzo medio per pagina. Niente royalties invece per le rassegne stampa.

2.1 Software, giornali on line e copie private
Il Computer software Amendment Act degli U.S.A., del 1980 apre la strada alla tutela dei programmi per computer nell’ambito del diritto d’autore. Nel 1984, è l’Australia a tutelare i programmi, seguita a ruota nel 1985 da Francia, Germania, Gran Bretagna e Giappone e nel 1987 dalla Spagna. Grazie alla CEE (Comunità Economica Europea) nel 1992 fu, dai Paesi della Comunità, assicurata la tutele del diritto d’autore dei programmi per elaboratore.
Nel Decreto Legislativo 29 Dicembre 1992, n.518, che è l’ammodernamento, con aggiunta di commi, della legge italiana del 1941, si legge all’articolo 2: “ i programmi per l’elaboratore in qualsiasi forma espressi purché originali quali risultato di creazione intellettuale dell’autore. Restano inclusi dalla tutela accordata dalla presente legge le idee e i principi che stanno alla base di qualsiasi elemento di un programma, compresi quelli alla base delle sue interfacce. Il termine programma comprende anche il materiale preparatorio per la progettazione del programma stesso". La tutela del diritto d’autore spesso contrasta con gli interessi delle industrie che vorrebbero l’acquisto del complesso dei diritti a titolo originario senza tener conto degli autori persone fisiche che hanno creato i programmi. Non tutti i sistemi legislativi si sono preoccupati di mantenere il principio ispiratore del diritto d’autore in base al quale l’autore, persona fisica, per il solo fatto della creazione, diviene titolare dei diritti morali ed economici: sibbene, alcune legislazioni più attente all’aspetto commerciale non hanno comunque esitato a consentire la nascita del complesso dei diritti a favore di persone giuridiche. A proposito della legge sul software, nell’ordinamento italiano, il titolare dei diritti è il creatore del software stesso, persona fisica. E sono protetti ed oggetto di diritto d’autore tutti i software che abbiano un carattere creativo. I programmi possono essere creati da un solo autore o anche da una pluralità di autori che sono coautori di un software realizzato in comunione. Invece si parla di opera collettiva software solo quando c’è la riunione di più software o parti di software, che hanno carattere di creazione autonoma. I creatori del software sono quindi i titolari di diritti d’autore. I software però sono opera d’ingegno ma immateriale. Nel senso che c’è la necessità di un supporto fisico per poter utilizzare l’opera. Nel caso specifico del software, serve un floppy disk o un CD Rom, cioè un qualcosa di autonomo e distinto dall’opera. C’è differenza di tutela giuridica, fra il corpus mechanicum (il supporto) e il corpus mysticum (l’opera). Ovverosia, mentre sul supporto, corpus mechanicum, ho un diritto pieno e se voglio e se è tecnicamente possibile posso registrarci sopra qualunque altra cosa, invece sull’opera, corpus mysticum, non ho diritto pieno perché posso utilizzare il software comperato ma non duplicarlo per rivenderlo. L’oggetto della tutela è la forma in cui il software è espresso, mentre esclusi sono le idee e i principi base di qualsiasi elemento del programma per elaboratore, compresi quelle delle sue interfacce. Si fa ciò per cercare di evitare la nascita di monopoli contrari alla libertà di creazione e di favorire l’interoperatività dei sistemi. Detto in soldoni, il diritto d’autore tutela l’espressione delle idee ma non le idee stesse.

Naturalmente i diritti sul software possono essere sia di natura morale (ad esempio la paternità), che di natura economica. I diritti morali sono inalienabili, non si possono acquistare. Padre di un programma è solo il creatore e non è prevista nessuna paternità “adottiva” se non nell’eccezione delle amministrazioni statali. Però, se lo vuole, al “babbo” del programma è consentito di restare anonimo o di nascondersi dietro a qualche pseudonimo.

Senza essere azzardati si può dire che però, in realtà, pochissimi software sono prodotti con l’indicazione del nome degli autori. Molto spesso gioca il motivo dell’impossibilità di individuare con completezza tutti gli apporti creativi che hanno contribuito alla realizzazione del programma, e per non scontentare qualcuno non si cita nessuno. Di fatto, però, questa è un’operazione illecita ogni qual volta gli autori non abbiano volontariamente rinunciato al diritto di essere menzionati.

I diritti patrimoniali, e per ciò si intende qualsiasi forma di utilizzazione economica del software, sono invece trasferibili da soggetto a soggetto. Come esempio cito il leasing finanziario, in altre parole il contratto attraverso il quale un istituto finanziatore si impegna a mettere a disposizione del cliente per un certo periodo, un bene. Il diritto principe fra quelli economici è quello di riproduzione in copie (su supporti magnetici od ottici), e in questo caso si tratta di riproduzione permanente (riproduzione temporanea è la fissazione del programma soltanto sulla memoria fissa dell’hardware, per esempio).

La comunicazione telematica è particolarmente congeniale a dare notizie aggiornate in tempo reale, accessibili con estrema facilità ed a costi accettabili. La principale e tradizionale forma di utilizzazione di un articolo rimane la sua pubblicazione su di un giornale, settimanale o periodico cartaceo, ma con l’evoluzione della tecnologia della comunicazione modi nuovi di utilizzare gli articoli nascono nel web.

Oggi esiste la possibilità di fare in modo facile ed economico fotocopie di articoli di giornale per produrre rassegne stampa cartacee, di scannerizzare i testi per formare banche dati, rassegne stampa da distribuire on line, di fare dei download da Internet degli articoli che interessano di più, eccetera.



Moltissime sono le testate giornalistiche italiane presenti nella rete. Di alcuni giornali è possibile reperire l’intero “palinsesto” per leggerlo, scaricarlo sul proprio PC o stamparlo, di altri è messa a disposizione solo una selezione degli articoli pubblicati. Di norma la pubblicazione on-line di articoli viene fatta in tempo reale. I ritorni economici di questa forma di diffusione, per lo più gratuita, degli articoli di giornale sono sicuramente da individuare nella promozione della testata giornalistica e negli introiti dati dalla presenza dei banner. Repubblica e il Corriere della Sera, per esempio, dispongono on line di due versioni. La prima gratuita e aggiornata più volte in modo solerte nel corso della giornata; la seconda a pagamento, scaricabile, che riproduce papale papale la versione cartacea del quotidiano di quella data e che offre l’accesso all’archivio per poter trovare articoli anche di anni addietro.

Velocemente e un poco approssimativamente si possono riconoscere quattro tipologie di giornali telematici. La prima è la testata giornalistica telematica con contenuti originali, gratuita o a pagamento, abbastanza simile ad un giornale cartaceo come architettura dei compiti lavorativi. C’è un direttore, una redazione di web-giornalisti, un “editore” e i contenuti posseggono i requisiti minimi di creatività necessari per poter classificare il web-giornale come opera dell’ingegno. Altra tipologia è quella del giornale telematico che appartiene ad una testata giornalistica, cartacea. E i contenuti che appaiono nel web sono quelli creati appositamente ed essenzialmente per l’edizione carta. Per la pubblicazione degli articoli nell’edizione on line è necessario però l’assenso degli autori di tali articoli.

I giornali telematici gratuiti che nascono con un’organizzazione “alla mano” ed essenziale (uno o pochissimi addetti stabili e contributi esterni gratuiti e spontanei), rientrano nella terza tipologia. Nella quarta e per il momento ultima tipologia rientrano quei giornali telematici che hanno una modanatura tipica delle agenzie stampa con accesso gratuito. Forniscono, organizzate o per argomento o per cronologia degli eventi, informazioni, o dispacci, la cui forma di redazione difficilmente assume quei caratteri minimi di creatività che consentono la collocazione del loro insieme nell’ambito delle opere collettive giornale. Possono, invece, essere assimilati meglio alla categoria delle banche di dati. Comunque, per i giornali che nascono direttamente come telematici, è a volte difficile capire quale disciplina sia a loro da applicare, scegliendo fra banche dati ed opere collettive.

Più in generale, un prodotto editoriale nel terzo millennio è: “il prodotto realizzato su supporto cartaceo, ivi compreso il libro, o su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico, o attraverso la radiodiffusione sonora o televisiva, con esclusione dei prodotti discografici o cinematografici” (legge 7 marzo 2001, n. 62, Nuove norme sull’editoria e sui prodotti editoriali e modifiche alla legge 5 agosto 1981, n. 416)7. Se poi il giornale on line ha lo stesso nome ed appartiene ad una testata cartacea e in più viene diffuso con periodicità, va registrato e segue tutti gli obblighi della legge sulla stampa cartacea.

Prima della legge 62/2001 la registrazione dei giornali telematici dipendeva semplicemente dal nebuloso e mutabile punto di vista dei giudici. Con la 62 invece, si è approdati ad una nuova definizione di prodotto editoriale che assembla le componenti tradizionali cartacee (quotidiani, periodici, libri) a quelle multimediali su CD Room o in Rete.

Ciò che ci domanda è se e quando, la trasmissione on-line, il download, la scannerizzazione, la riproduzione reprografica ecc siano consentite. Subito introduco il concetto di copia privata. La massiccia diffusione dei più diversi mezzi di riproduzione è fuori d’ogni dubbio, la causa principale del consolidato vizietto di molti di duplicare opere di vario genere (molto spesso composizioni musicali ed opere filmiche). Forse non tutti sono a conoscenza che, la copia privata, è consentita. Ma deve trattarsi di riproduzione fatta fra le quattro mura di casa propria, e l’uso che se ne farà non deve essere a scopo di lucro. Senza tanti infingimenti aggiungo che in realtà l’elemento essenziale alla liceità della riproduzione è la corresponsione del compenso previsto, pari ad una quota del prezzo di vendita, al rivenditore di nastri o videocassette o degli altri supporti o degli apparecchi di registrazione audio (per i video registratori invece, stranamente no, non è dovuto nessun compenso). La misura del compenso è fissata nel dieci per cento del prezzo di vendita delle musicassette, nel cinque per le videocassette, mentre per gli apparecchi di registrazione audio è dovuto un tre per cento. Disdicevole sapere che si è considerati “pirati”, e puniti a pagare le colpe in anticipo, con le royalties anche se, poi si volesse restare ligi a ciò che consiglia la legge.


La Direttiva 2001/29/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio; del 22 maggio 2001, è stata pubblicata nella Gazzetta ufficiale delle Comunità europee 22 giugno 2001 LL 167/10. In essa sono trattati alcuni aspetti del diritto d’autore nella società dell’informazione. Principalmente si occupa dell’utilizzazione delle opere in ambiente digitale, sono solo escluse però le utilizzazioni analogiche di tipo tradizionale. I diritti d’autore presi in esame nella direttiva sono tre: il diritto di riproduzione, il diritto di comunicazione al pubblico, intendendosi per tale la comunicazione diretta ad un pubblico potenziale, non presente nel luogo di “intenzione” ed infine il diritto di distribuzione.


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