Le principali società europee temono IL crimine in Rete



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22.05.2018
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Diritto di riproduzione. Come si intuisce, il diritto d’autore (possibilità di autorizzare o meno l’utilizzazione, di ottenerne il guadagno desiderato) fa a pugni con la libera utilizzazione. Più ampio è lo spazio concesso alle utilizzazioni libere o soggette solo al pagamento del compenso (in genere di finalità culturali), tanto più è compresso il diritto d’autore. Le nuove tecnologie che hanno reso facile e conveniente le riproduzioni private hanno fatto decidere chi di dovere che le innumerevoli piccole violazioni non erano materialmente perseguibile, per mancanza di convenienza economica e per la difficoltà di provarle visto che avvenivano in ambienti privati. Quindi le strade seguite sono state sostanzialmente due: quella di concedere libere utilizzazioni, purché non abbiano rilevanza economica, e quella di esigere compensi fissi (tipo royalties).

Il concetto di riproduzione, prima era inteso come la moltiplicazione di un’opera, in copie materiali, fatta con la stampa, i dischi, le musicassette, le videocassette, i CD. La nuova normativa ora, codifica, invece, come riproduzione anche quella forma di duplicazione dell’opera immateriale che si mantiene in forma immateriale: il che avviene attraverso le memorie digitali che ne consentono certamente la percezione ma non il materiale possesso, se non nel successivo passo di un procedimento di riversamento e fissazione su un supporto direttamente (per esempio su carta) o indirettamente (per esempio floppy, CD rom, DVD) leggibile.

Un’opera immateriale se si trova nella RAM del computer, ovvero nella sua memoria elettronica volatile, pare priva di calore e colore ma soprattutto di supporto materiale e si dissolverà nell’etere non appena si spegnerà il PC. Trattare tale argomento sarà un po’ come maneggiare la famosa patata bollente, e la questione sarà risolta probabilmente con artefici tecnologici che impediranno il download dai siti, per esempio, o si terrà conto dei possibili o meno cespiti di reddito. Si può dire che, in gergo, la riproduzione temporanea dei file sul computer eseguita mentre si naviga in Internet, si chiama copia tecnica e, non è considerata violazione del copyright.

Di argomenti scottanti al riguardo, in verità ce n’è più d’uno sull’immagazzimento e la trasmissione on line di opere. Non solo i servizi di connettività ma anche tutti i possibili punti di scambio in rete fanno capo a soggetti singoli, ma anche ad enti no-profit e anche a veri e propri imprenditori. Quindi bisogna far chiarezza sul transito dell’opera, che magari potrebbe pure venire suddivisa in segmenti e prendere percorsi diversi per poi magari ricomporsi in un’unica destinazione. La rete è globale, e quindi globali dovrebbero altrettanto essere i diritti d’autore.

Per quanto riguarda l’argomento giornali on line, quelli accessibili e quindi di tipo gratuito, gli articoli che interessano si possono prelevare e salvare con i semplici comandi copia e incolla. Buona norma sarebbe fare attenzione ai simboli del sito; © sta per copyright, ® significa un marchio depositato, mentre il simbolo ™ è quello del marchio registrato.

A proposito delle utilizzazioni libere dei giornali in genere, la legge dice che sono liberi “gli articoli di attualità, di carattere economico, politico, religioso, pubblicati nelle riviste o giornali (…) se la riproduzione non è stata espressamente riservata, purché si indichino la rivista o il giornale da cui sono tratti, la data e il numero di detta rivista o giornale e il nome dell’autore, se l’articolo è firmato”8.


Non solo gli utenti ma anche i web-giornalisti, i giornalisti che lavorano in Rete, devono fare attenzione alle informazioni che prelevano. C’è poi l’argomento link. Se nel proprio giornale on line si inseriscono link che portano su altri siti, si potrebbe infrangere la legge sul copyright.9 In ogni caso, l’editore deve sempre chiedere l’autorizzazione prima di inserire link esterni al proprio sito. Se poi il discorso si allarga ai siti commerciali, allora le cose si complicano perché si potrebbero usare link per fare della concorrenza sleale. Ecco che qui l’attenzione della giurisprudenza è senza dubbio maggiore.

Lo spauracchio nella rete, l’International Federation of Phonografic Industry (IFPI) lo vede nelle enormi potenzialità di utilizzo e scambio delle opere musicali. Lo scambio della musica on line, i download sui computer sono in grado di squilibrare il mercato. Lo scopo precipuo è, allora, di evitare la pirateria del diritto d’autore, proteggendo gli interessi delle etichette discografiche e degli editori musicali. In realtà problemi analoghi accomunano tutte le industrie la cui attività ruota intorno al diritto d’autore. La distribuzione digitale on line può riguardare infatti oltre alla musica anche film, giornali, libri e tanto altro.

In particolare in Italia per la riproduzione digitale sono già protette, senza possibilità di applicare eccezioni, le fotografie, la corrispondenza epistolare, titoli di opere, le rubriche, le informazioni o notizie pubblicate o radiodiffuse e talvolta i titoli di giornali e riviste e di altre pubblicazioni periodiche se si ritiene che possano considerarsi opere della stessa specie o carattere i giornali telematici, le riviste e le altre pubblicazioni periodiche telematiche. Invece, sono esentati dal diritto di riproduzione “gli atti di riproduzione temporanea”, perché privi di rilievo economico e transitori. Ma con ciò si dà la possibilità ai soggetti che gestiscono i cosiddetti motori di ricerca, programmi che aiutano la ricerca di informazioni nelle rete, di effettuare quelle copie temporanee delle opere presenti sui siti e portali per poterne poi estrarre gli elementi necessari per indicizzare i siti. E’ bensì vero che le copie fatte dai motori di ricerca hanno il carattere della temporaneità e sono gratuite, ma così si glissa sul fatto che si possono o si potranno in futuro ottenere dei profitti economici grazie alla messa a disposizioni delle enormi banche dati create grazie a queste procedure.

In vieppiù le direttive per le banche dati europee non valgono per i motori di ricerca gestiti da soggetti extracomunitari che possono estrapolare e reimpiegare contenuti di data base di proprietà europea a loro gradimento; mentre gli operatori Internet europei non possono operare con altrettanta libertà.

Altro problema di non poco conto, le regole della comunicazione dell’opera al pubblico. Proprio perché anche la definizione di pubblico si modifica a seconda delle tecnologie. Oggi per esempio si parla di pubblico virtuale accessibile a distanza all’opera dell’ingegno. E la comunicazione al pubblico dell’opera arriva via filo, cavo, etere e persino dallo spazio. Il Trattato OMPI a questo proposito, è il più chiaro ed adeguato di tutti i trattati internazionali che assicurano solo una tutela minimale equivalente nelle nazioni che li ratificano, perché esso invece, cerca di armonizzare le legislazioni degli Stati per creare un mercato unico che favorisca la libera circolazione delle opere. Perché tutto non resti un’utopia bisognerà arrivare ad un’univoca definizione di cosa debba intendersi per diritto esclusivo di comunicazione al pubblico. Purtroppo la definizione non c’è ancora.

La questione più scottante su questo argomento vede fronteggiarsi coloro che vogliono escludere la responsabilità del service provider, per le trasmissioni on line e coloro che quantomeno vorrebbero fare dei distinguo. Riassunta e stringata, la direttiva 2000/31/CE dell’8 giugno 2000 del Parlamento europeo e del Consiglio, in proposito alle responsabilità per violazioni del diritto d’autore del provider Internet, dice: non è responsabile chi si limita a fornire il servizio tecnico per l’accesso alla rete a condizione che non sia a conoscenza che sta trasmettendo opere protette e nel caso si accorga di attività illecite sulla rete da lui gestita, tolga o renda inaccessibili tali opere. Questo perché, all’incontrario, invece, diventa responsabile se la sua intenzione è quella di commettere la violazione del diritto d’autore. Insomma, è l’intenzione che fa l’innocente o il colpevole, e questo lo diceva già nel medioevo la filosofia di Abelardo. E siccome tutti i gestori di provider si dichiarano sempre di buone intenzioni, la tesi diffusa è che il provider è innocente e deve soltanto attivarsi per rimuovere le opere illecite che potrebbe scoprire. La legge, allora, toglie ogni responsabilità al provider per il semplice trasporto, la memorizzazione temporanea e per l’hosting, cioè lo spazio web su cui pubblicano i clienti. Ciò salvo nel caso in cui questi non fosse effettivamente al corrente dell’illiceità dei contenuti diffusi.

Secondo convinzioni diffuse fra molti navigatori del cyberspazio, le opere dell’ingegno, quelle stesse che su supporto hanno copyright e prezzo, in Internet dovrebbero circolare gratis. Si dovrebbe, in rete, gettare la tonaca dei diritti d’autori alle ortiche. Se agli intermediari della comunicazione, i provider, fosse rimesso il compito di controllare il materiale in rete, essi potrebbero accoglierlo con l’ottusa spietatezza dei censori e togliere la libertà di manifestazione del pensiero. Infatti, se facessero da filtro alle opere, oltre ai diritti d’autori si troverebbero a decidere ciò che è lecito far vedere on line e ciò che non lo è; ciò che è libera manifestazione del pensiero e ciò che è o a loro sembra, diffamazione. E questo importante compito potrebbe essere deleterio nelle mani di un provider privato.
Il diritto di distribuzione è limitato dalle copie private, dagli atti di riproduzione effettuati da biblioteche accessibili al pubblico, istituti di istruzione, musei o archivi che esulino da vantaggi economici o commerciali, dalle registrazioni effimere fatte per le successive emissioni e, se hanno un carattere documentario, dalla loro conservazione in archivi ufficiali, dalle emissioni radiotelevisive duplicate per ospedali e prigioni e simili.
2.2 Digital Millennium Copyright Act
Il Digital Millennium Copyright Act è una legge emanata il 28 ottobre 1998 negli Stati Uniti. Voluta più di tutti dall’industria discografica per tutelare il diritto d’autore e il diritto connesso in ambiente digitale (soprattutto sulla musica compressa in formato MP 3). Contiene norme sulla salvaguardia delle protezioni tecnologiche e sulle informazioni relative ai diritti (nome dell’autore, titolo dell’opera, identificazione del titolare dei diritti di utilizzazione economica). Violare il Digital Millennium Copyright Act significa incorrere in punizioni civili e, c’è dolo e fine di lucro, anche penali. Le sanzioni sono più severe di quelle applicate in Italia ed è prevista anche la reclusione10.

Il caso Napster da questo punto di vista ha fatto scuola. I tribunali americani a cui si è rivolta la RIAA (Recording Industry Association of America) hanno respinto tutte le argomentazioni del sito per lo scambio di MP 3 musicali, confermando che con il suo operato Napster viola la normativa sul copyright. Il sito si era difeso principalmente richiamandosi a una sentenza americana del 1984, nota come "Sony contro Universal city studios", con la quale era stato respinto il ricorso presentato nei confronti di produttori di videocassette, accusati di vendere oggetti predisposti per la violazione del copyright. Sotto accusa era il Betamax della Sony, che consentiva di copiare i film passati in TV su un videoregistratore casalingo. In quell’occasione si era riusciti ad affermare che gli utenti, registrando opere protette su cassetta non facevano altro che spostare il tempo in cui potevano godere del diritto di vedere il film senza violare i diritti degli autori. Detto anche in altre parole, Sony vinse perché si provò che, seppur quel suo nuovo aggeggio tecnologico consentisse la violazione del copyright a livello casalingo e quindi di massa, avrebbe benissimo potuto servire per tanti altri scopi non condannabili. Morale finale: la società non poteva privarsi di un’invenzione tecnologica nuova, solo perché poteva anche essere utilizzata in modo illegale.

Per Napster invece i giudici hanno nello scambio di brani in formato MP3 c’era l’intenzione di diffondere illegalmente musica con diritti d’autore.
In realtà questa è l’epoca del dopo Napster, e i nuovi siti fax-simili si difendono ricordando che il cyberspazio è come un gran salotto dove gli utenti scambiano e condividono musica proprio come fossero nel loro salotto reale di casa e, sottolineando, certo non a fini di lucro. Sicuramente quest’inedita convivialità del salotto globale peer-to-peer non verrà vista di buon occhio dalle potenti associazioni delle industrie discografiche.

In Europa invece si parte dal principio fondamentale che vede gli autori, gli interpreti e i produttori come i possessori delle loro opere e in diritto di utilizzarle e di ricevere da questo un compenso. In realtà il diritto di copyright, come già menzionato, ci sono un sacco di eccezioni facoltative, questo perché lo spazio lasciato dalle direttive agli Stati membri è piuttosto ampio proprio per evitare tensioni e situazioni discordanti.



2.3 La SIAE
La SIAE, Società Italiana degli Autori ed Editore, è una società di gestione collettiva a tutela del diritto d’autore. L’autore, avrebbe davvero un gran daffare nel cercare di controllare l’utilizzazione, al giorno d’oggi anche in digitale e on line, delle sue opere. Sarebbe esposto a saccheggi indiscriminati del suo repertorio. Gli organismi di gestione collettiva salvano il suo diritto di autorizzare l’utilizzazione delle opere e di fissare le condizioni economiche. Si sottrae l’autore alla contrattazione e, quindi, alla discrezionalità del singolo titolare dei diritti la facoltà di gestirne la cessione poiché l’organismo di gestione collettiva negozia al meglio per suo conto. L’utilizzatore, parimenti, potrà acquisire le licenze che gli occorrono senza distinzione fra materiale di maggior o minor valore: non esistono infatti, salvo particolari eccezioni, discriminazioni qualitative fra opere. Inoltre, acquistando dei diritti si avrà la certezza della loro legittimità, perché è la società di gestione collettiva ad assumersene la responsabilità.

In tutte le nazioni vi sono società ed enti che tutelano gli autori, e svolgono la loro attività concedendo licenze di utilizzazioni. Sono legate da Convenzioni internazionali e l’autore iscritto gode quindi di una tutela molto ampia. Le loro forme giuridiche possono essere diverse: Enti pubblici, Enti pubblici economici, Enti e/o organismi privati. In Italia l’autore conserva la libertà di tutelarsi in proprio (anche se non i tutti i casi), ma se vuole essere rappresentato fa altri deve necessariamente rivolgersi all’unica società degli autori cui è riservata l’attività di intermediazione, la SIAE per l’appunto.


La SIAE nasce nel 1882 a Milano, come sodalizio privato, proponendosi di diffondere l’idea, ma ancor più, il principio giuridico della protezione delle creazioni letterarie e artistiche e, qualche anno più tardi anche di opere teatrali e musicali. Nel 1891 fu eretta a ente morale. Nel 1920 si aggiunse la Sezione Libro. Nel 1921 fu stipulata la prima Convenzione con lo Stato per la riscossione e l’accertamento delle imposte sugli spettacoli. Nel 1927 diventa Società Italiana Autori e Editori. Nel 1941 diventa Ente Italiano per i diritti d’Autore. Nel 1945 si chiama Società Italiana Autori e Editori. Dopo modifiche dello Statuto, dal 1999 la SIAE è definita Ente pubblico a base associativa.

Il compito primario della SIAE è quindi l’intermediazione per l’esercizio dei diritti d’autore, su mandato dei suoi aderenti. Questa attività è esercitata in via esclusiva dalla SIAE, ma non si può sostenere che sia un monopolio perché gli autori non sono obbligati ad iscriversi ed è stata riconosciuta legittima dalla Corte Costituzionale. Di fatto però rappresenta uno sportello unico per opere dell’ingegno con il precipuo scopo di assicurare il pagamento dei diritto d’autore al creatore dell’opera.

La SIAE pubblica inoltre la rivista “Il diritto d’autore”, “l’Annuario Statistico”, “Lo spettacolo italiano” e altre riviste.

Come già scritto in precedenza, nell’art. 181-bis della legge del 18 agosto 2000, numero 248, “Nuove norme di tutela del diritto d’autore”, si parla del nuovo servizio di contrassegno, cioè il bollino anti pirateria, per tutti i supporti contenenti opere dell’ingegno destinati al commercio o ceduti in uso a qualunque titolo a fine di lucro. Attualmente la SIAE contrassegna ogni anno oltre dodici miliardi di supporti contenenti opere dell’ingegno. In verità, già nell’originaria stesura della legge sul diritto d’autore del 1941, si prevedeva l’obbligo di una contrassegnatura delle opere pubblicate per le stampe. Ma il bollino, cioè una vidimazione di un supporto, porta alla conoscenza di tutta una serie di dati. Innanzi tutto, sul bollino e sulla scheda di lavorazione che rimane negli archivi SIAE, viene identificato l’autore, il titolo dell’opera, il produttore e anche l’importatore che ne ha fatto la riproduzione, il tipo di supporto (VHS, MC, CD, LP, software ecc), il numero progressivo di lavorazione (dal quale si desume il quantitativo prodotto), il tipo di utilizzazione consentita (vendita, noleggio…) e chi più ne ha di dati, più ne metta. Il bollino diviene così elemento per distinguere il prodotto lecito da quello contraffatto perché non vidimato. Non solo per la Guardia di Finanza ma soprattutto per il consumatore se “contraffatto” vuol dire anche più scadente. Altra novità della legge 248/2000 fa sì che la contraffazione del contrassegno preveda l’applicazione della legge penale. Naturalmente, a tutela dei diritti esclusivi di natura patrimoniale viene anche penalmente sanzionata la vendita o la messa in circolazione di opere dell’ingegno con segni distintivi “atti ad indurre in inganno il compratore”.

Per l’ultimo Statuto SIAE basta risalire al decreto 4 giugno 2001 del Ministero per i beni e le attività culturali che reca l’”Approvazione dello statuto della Società italiana degli autori ed editori” e nell’allegato contiene il testo dello Statuto. Il Decreto è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 166 del 19 luglio 2001. L’Allegato, cioè lo Statuto della SIAE è stato ripubblicato il 14 agosto 2001 nella Gazzetta Ufficiale – serie generale n. 188 per rimediare ad errori verificatisi nella stampa del provvedimento sulla Gazzetta Ufficiale. Lo statuto è composto di 23 articoli. Chiaramente l’aggiornamento è stato fatto pensando soprattutto alle nuove tecnologie dell’era digitale11.

L’approvazione, in ambito comunitario, della Direttiva sul Diritto d’Autore e diritti connessi nella Società dell’Informazione, 29/2001 è un atto legislativo a cui i vari Governi nazionali devono adeguarsi per riaffermare il principio del diritto d’autore anche nell’ambito delle nuove realtà tecnologiche. Più che fare del proibizionismo si cerca una soluzione che nonostante l’inevitabile diffusione delle tecnologie, non rechi danno ai diritti d’autore. . L’opera dell’ingegno che nasce con un impegno creativo, ha un costo e produce un bene dotato di un valore morale, giuridico ed economico degno di tutela.

Un occhio di riguardo si ha verso la diffusione della musica in Internet. L’affermarsi delle nuove tecnologie digitali ha, infatti, aumentato a dismisura la pirateria. A tale proposito la SIAE ha realizzato e sta sviluppando un sistema di licenze per l’utilizzazione di opere musicali ma non solo, sulle reti telematiche, esteso anche alle forme di diffusione attraverso la telefonia mobile (ringtones, dediche, utilizzazioni multimediali, ecc.).

La SIAE ha realizzato, tra le prime Società d’Autori nel mondo, e sta sviluppando un sistema di licenze per l’utilizzazione di opere tutelate dalla SIAE sulle reti telematiche, esteso anche alle forme di diffusione attraverso la telefonia mobile, con l’intenzione di offrire al mercato delle reti (Internet e wireless) uno strumento di espansione legale nel rispetto di tutti i diritti utilizzati12.


2.4 Filosofie sul copyright nel Web
"Penso che sia impossibile filosoficamente,

ma è possibile tecnologicamente creare piccoli spazi riservati,

in cui si potrà custodire con precauzione il diritto di proprietà, in cui ci si potrà chiudere nel proprio "copyright".
Ma c'è un altro concetto che mi sembra più interessante, quello di "copyleft". Alle zone privilegiate, private, dei "copyright" bisognerà opporre delle zone generose,

di distribuzione dell'informazione,

che serviranno la distribuzione gratuita delle idee,

indirizzata soprattutto verso le scuole, verso l'educazione in senso lato,

verso i paesi in via di sviluppo, mediante le azioni necessarie a ridurre le distanze tra gli "have" e gli "have not", tra chi ha e chi non ha, tra gli info-ricchi e gli info-poveri.
Queste azioni potrebbero appoggiarsi su un aspetto del diritto d'autore e del diritto morale di proprietà, concetto molto interessante della giurisprudenza anglosassone,

che è il diritto di "fair use": un diritto che non è dell'autore, ma del lettore,

non del proprietario dell'opera, ma dell'utente, perché bisogna pensare anche al bene comune e il bene comune esige che si protegga non soltanto il diritto degli autori,

ma anche quello degli utenti”.

Philippe Queau, "Copyright e copyleft" (Parigi - European IT Forum, 04/09/95)
Ci sono tutta una serie di interrogativi, per quanto riguarda la trasmissione in forma telematica di opere letterarie, artistiche, musicali ed altro. E’ il carattere globale di questa nuova forma di comunicazione che lascia sbigottiti. Il rischio è di affondare nel paradosso; ovvero in Internet, sebbene la legislazione (italiana sì, europea anche ma non proprio in tutti gli Stati) riconosca all’autori di diritti necessari per controllare l’utilizzo delle opere su Internet, manca poi la capacità, non solo tecnologica per controllare e far valere questi diritti.

Oggi il diritto d’autore è divenuto un fattore della produzione. Fino a qualche anno fa le spese per il supporto materiale, la stampa, la registrazione, la spedizione, la distribuzione avevano un’incidenza di gran lunga maggiore di quella dei meri diritti d’autore. Nell’era del digitale, invece, i costi materiali si sono drasticamente ridotti e la corresponsione dei diritti d’autore diventa una voce di costo più visibile, perché più pesante e quindi anche più antipatica. La difesa del diritto d’autore, in questa prospettiva, non deve cercare di resistere irrigidendosi ma cercare di rinnovarsi.

Definire che cosa sia un diritto d’autore, quando , come e soprattutto dove lo si paghi significa anche considerarlo attraverso punti di vista di diversa natura come quelli economici, di investimenti industriali, quelli sociali e culturali di un’utenza planetaria. La paura che il Grande Ragno si pappi i diritti d’autore nella Grande Ragnatela Web è palpabile, e a questo proposito vi sono più prese di posizione: quella filosofica, quella tecnologica, quella politica e quella legale. L’intento di tutte è ripensare all’idea del copyright e modificarla.

La posizione filosofica, è tipica di coloro che lavoravano per la rete ai suoi albori, ma anche di coloro che sono stati educati con quello spirito. Spirito hacker tanto per chiarire. Le idee hanno origine accademica, dove appunto si sognava una condivisione del sapere scientifico senza limiti e confini, tutto messo a disposizione dell’intera umanità. Il cuore di questa ideologia batte ancora nel movimento detto Open Source Software13. Negli ambienti scientifici, il concetto di software libero è tenuto in alta considerazione per la fecondità di idee ed invenzioni e l’enorme crescita del sapere che potrebbe arrecare.

Lo scambio di idee alla base del concetto di libertà di pensiero e di espressione. Il concetto di software libero fu formalizzato nei primi anni Ottanta da Richard M. Stallman, che nel 1984 diede vita al progetto GNU, con lo scopo di tradurre in pratica il concetto di software libero e creò la Free Software Foundation per dare supporto logistico, legale ed economico al progetto GNU14. Le libertà fondamentali sui software che il progetto GNU proclama sono quattro. Prima: la libertà di eseguire il programma per qualunque scopo, senza vincoli sul suo utilizzo. Seconda: la libertà di studiare il funzionamento del programma e di adattarlo alle proprie esigenze. Terza: la libertà di ridistribuire copie del programma; e quarta, la libertà di migliorare il programma e di distribuirne i miglioramenti.

Vi sono alcuni miti da sfatare a proposito. Il primo fra tutti è la credenza che il software libero sia sempre e totalmente gratuito, mentre in realtà i programmatori vivono della vendita e della manutenzione dei loro programmi. Nemmeno è vero che sia totalmente privo di copyright. Certo, si può rinunciare in maniera totale ai propri diritti in modo da rendere il software di pubblico dominio, ma sarebbe una rinuncia in stile francescano e non una regola del movimento di software libero che distribuisce i programmi con licenze, anche se per qualificare queste ultime non si parla di copyright, diritto d’autore ma di copyleft, permesso d’autore.

Il software libero, è già stato detto, è apprezzato in ambito accademico e i sistemi più usati sono appunto GNU e Linux. Liberi e disponibili a costi molto bassi. Gli inciampi di questa filosofia sono numerosi ma qui ne sottolineo solo due. Grazie al copyleft, chi modifichi e migliori un programma può distribuirlo con le modifiche apportate. Però concedendo le medesime libertà sulle ultime loro migliorie, con la stessa licenza del programma originale. Chiunque potrebbe così, una volta modificato il programma, appropriarsene e distribuirlo in forma chiusa con copyright. Inoltre, spesso l’artista è attirato al lavoro più che per ragioni umanitaristiche per l’alta remunerazione. E con il copyright il guadagno è più alto e sicuro.

La posizione tecnologica, invece, è basata sulla convinzione che nessuna protezione tecnologica a protezione del copyright è sicura. Qualsiasi criptazione, qualunque algoritmo prima o poi verrà svelato. Inoltre le tecnologie rendono sempre più facile e meno costoso riprodurre illegalmente un’opera dell’ingegno. Di conseguenza la legge sul copyright pare inapplicabile, a meno di non incriminare milioni di persone per pratiche illegali verso il diritto d’autore. Le copie poi sono della stessa qualità degli originali perché i bit riprodotti non si deteriorano e la distribuzione telematica fa circolare in fretta la merce illegale. La repressione dell’illecito in rete, insomma, appare inapplicabile. Si dibatte sulla possibilità di micropagamenti nel momento in cui si accede al documento on line protetto da copyright, ma il discorso non si è ancora concretizzato.

Si prende in considerazione anche qualche tipo di protezione tecnologica che riguardi i supporti materiali. Lettori DVD che non consentano di leggere dischi contraffatti, per esempio; e tante altre sicurezze tecnologiche agganciate a qualche forma di hardware. La posizione tecnologica, ovviamente è seguita con particolare attenzione, poiché attorno ad essa ruotano interessi commerciali di non poco conto. La posizione tecnologica che parte dall’impossibilità di proteggere seriamente il contenuto delle opere d’ingegno in realtà inciampa proprio sulle capacità di cui volendo sarebbe capace l’odierna tecnologia di utilizzare sicurezze sofisticate negli hardware, difficili da “far saltare” con gli strumenti che si aspetta siano a disposizione del consumatore normale. Qui però nasce un altro dubbio. Un soggetto potrà essere perseguito per il solo fatto di aver usato un dispositivo atto a scavalcare la protezione, per aver manomesso fra le sue mura di casa un qualche apparecchio regolarmente acquistato, indipendentemente dal tipo di utilizzazione che poi potrà fare dell’opera “craccata”, e quindi, anche nel caso in cui, per ipotesi la sua utilizzazione fosse totalmente legale.

La posizione politica è ispirata dall’idea che se a tutti i cittadini si potessero permettere forme di accesso gratuito alle opere, sarebbe poi dovere dello Stato remunerare gli sforzi intellettuali degli autori. Il mancato reddito per i detentori dei diritti poteva essere considerato incluso nel costo dell’autorizzazione data dallo Stato allo sfruttamento monopolistico della proprietà intellettuale dell’opera.

Questa è la visione tipica del fair use della legislazione statunitense, che permette l’uso di un’opera senza remunerazione ai detentori di diritto quando sono soddisfatte alcune condizioni (primariamente quando l’uso è per scopi educativi o senza fine di lucro). Molto delicati sono i bilanciamenti di interessi contrapposti per cui gli incentivi concessi agli autori hanno come contropartita la previsione di un limitato diritto di libera riproduzione delle opere a favore di utenti privati.

Ci si chiede come verrà garantito il fair use se la legge permetterà protezioni tecnologiche sui supporti hardware. Difatti la posizione politica viene appoggiata anche da i sostenitori della posizione tecnologica quando sono a corto di argomenti. Le protezioni tecnologiche potrebbero essere dichiarate illecite quando hanno lo scopo di precludere all’accesso dell’opera, mentre sarebbero considerate lecite quando servirebbero ad impedire la riproduzione dell’opera tutelata. Sarebbe questo un modo perché le misure tecnologiche di protezione non finiscano poi per ridurre l’accesso degli utenti Internet all’opera.

Questa idea di fair use, tradotta con “utilizzazione libera” è, soprattutto negli Stati Uniti presa in considerazione e studiata per come potrebbe essere in futuro applicata su Internet. In fondo sarebbe l’equivalente della consultazione gratuita di un libro nelle biblioteche e darebbe agli utenti diritti più ampi piuttosto che ai produttori.

In realtà impostare un dialogo equilibrato ed aperto attorno alla dottrina del fair use è ben difficile. Sulla scia del Digital Millennium Copyright Act, in Europa, la direttiva 2001/29/CE, “sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione”, ha dichiarato illegali tutti i possibili dispositivi per la decriptazione, e quelli atti a scavalcare le sicurezze tecnologiche utilizzate per impedire l’accesso e la copia non autorizzata di opere protette distribuite in rete. Nella direttiva europea non si fa distinzione tra misure di controllo dell’accesso e misure di controllo della riproduzione. Eppure, questo quando le copie private sono ammesse, a volte “a condizione che i titolari dei diritti ricevano un equo compenso (royalties) che tenga conto dell’applicazione o meno delle misure tecnologiche di protezione”.E’ prevedibile il dibattito sulle questioni del fair use, sarà ancora lungo e di non facile soluzione. Il nocciolo del problema è il punto d’incontro in cui sia bilanciato il dovere degli autori di dare accesso alle opere come parte del costo dell’autorizzazione che lo Stato dà loro di sfruttare monopolisticamente le loro opere e, il dovere da parte dei cittadini-utenti che accedono alle opere di rispettare in modo sostanziale i beni degli aventi diritto. Pensando all’impossibilità di usufruire di lecite copie private, la posizione politica parla di attacco alle libertà individuali, che starebbero proprio nei dispositivi di sicurezza atti ad impedire ogni equo comportamento di fair use.


La posizione legale è quella che prendono alcuni detentori dei diritti d’autore. Essi rispondono intentando cause e trascinando in processi quelli che credono possano cospirare alle loro proprietà. Per chiunque sorprendano, ciò che chiedono è la condanna a “morte ignominiosa”, cioè per fucilazione alle spalle, riservata ai farabutti di prim’ordine, i pirati. Tale atteggiamento dogmaticamente intransigente non può che portare all’indisponibilità al dialogo e ad una guerra acerrima alle frange estreme dei sostenitori a oltranza della dottrina del fair use. L’impressione che se ne ricava è che alcuni autori e le loro associazioni preferiscano sempre lo scontro legale in tribunale piuttosto che cercare un punto d’incontro e discussione. In modo che si possano trattare apertamente e cercando di risolverli, i problemi creati dal progresso inarrestabile della tecnologia studiando un’evoluzione naturale della legislazione in proposito.

Con questa posizione simpatizzano i colossi editoriali, dell’industria dello spettacolo, un enorme numero di autori, affiancati dalla maggior parte delle aziende tecnologiche. Secondo questo loro punto di vista, il diritto di autore è funzionalmente indipendente dalla tecnologia di riproduzione e diffusione dei contenuti, e la sua legittimità resta valida, anche nel cyberspazio. Si ipotizzano sistemi basati sulle tecniche di cifratura asimmetrica o a doppia chiave15, come quelli dei pagamenti on line. Cioè si vorrebbe fornire ogni utente di una chiave privata con cui può crittografare il file e quindi guardare l’opera protetta. Poi bisognerebbe evitare che il contenuto digitale, una volta inviato, possa essere dall’utente duplicato gratuitamente o letto su più postazioni. E qui sta l’inciampo, perché se si compera un libro cartaceo nessuno ora ci proibisce di leggerlo dove vogliamo o di prestarlo ad un amico. Mentre con un file protetto, queste sarebbero cose vietate.


2.5 La Nuova Dura Legge sul Diritto d’Autore
Il decreto legislativo 9 aprile 2003, n.68 (emanato in attuazione della direttiva 2001/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 22 maggio 2001, “sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione”), introduce modificazioni alla legge 22 aprile 1941, n.633, per quanto riguarda la protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Il decreto legislativo 9 aprile 2003, n.68 si sofferma soprattutto sulle misure tecnologiche destinate ad impedire atti non autorizzati su materiali protetti seppur questo contraddica il diritto di avere una copia privata dell’originale per uso personale. Altri articoli di questo decreto hanno sollevato un gran polverone perché se il legislatore li ha pensati per proteggere l’industria della musica e del cinema soprattutto, lanciando nuove e più severe disposizioni contro la pirateria, ha scontentato gli utenti che non capiscono né l’enorme divario tra il prezzo che devono sborsare per acquisire legalmente i contenuti e il costo della copia registrata illegalmente che si avvicina allo zero, né le tasse su i supporti di registrazione che paiono multe pagate in anticipo, senza aver commesso il reato. Cd scrivibili e masterizzatori, per esempio, vengono considerati prodotti illeciti ex se, senza tener conto che di essi si possono fare usi perfettamente leciti e non sanzionabili.

Ciò che indispone gli utenti è il fatto che la tutela giuridica protegga sempre le case discografiche, le major… insomma, i più forti e le leggi sui diritti d’autore non diano mai un’occhiata dall’altra parte della medaglia, ossia dove stanno i consumatori. Sia l’industria musicale, che quella relativa ai film su DVD o ai produttori di software, seguono una linea terroristica che alla fin fine ammanetta i diritti degli acquirenti onesti invece che reprimere le illegalità sistematiche. “Se è vero che si devono tutelare i diritti degli autori e gli interessi dell’industria, è vero anche che si devono proteggere gli utenti e assecondare le loro tendenze verso nuove forme di acquisto. Il problema non è colpire gli eredi di Napster, ma trasformarli in canali legittimi e redditizi. Occorre pensare a nuove forme di distribuzione legale dei contenuti, come ha fatto Steve Jobs16 (Apple), forse il più grane innovatore del mondo delle tecnologie: patti chiare, limitazioni ragionevoli, eccoti il contenuto che cerchi al modestissimo prezzo di un dollaro. Forse meno di quello che ti costerebbe il download illegale, a pensarci bene17.”


Dal 29 aprile 2003 con il supporto di un decreto legge approvato un mese prima, gli aumenti sia sui supporti registrabili che su apparecchi per la registrazione, hanno debordato. Gli aumenti non ogni caso non allontaneranno l’ombra della pirateria perché la differenza fra originali e supporti vergini resta comunque abnorme18. Questa “gabella” che raccoglie la S.I.A.E. è stata richiamata, senza successo, da due sentenze sfavorevoli da parte del TAR, in quanto non è possibile sapere a priori quali opere saranno riprodotte sui supporti o mediante quali degli apparecchi venduti; anzi, non è nemmeno accertabile se quei supporti e apparecchi saranno effettivamente utilizzati per duplicare opere tutelate. Viene quindi tassata la semplice possibilità di effettuare copie. I compratori vengono multati perché sarebbe anche possibile che registrino opere protette. “L’assurdo è che: a) il diritto d’autore già da me pagato all’origine io lo paghi una seconda volta se voglio duplicare una cassetta per averne una copia anche nella casa di campagna o se voglio prestare un CD a mia zia evitando il rischio che me lo perda; b) che io non possa senza questo sovrapprezzo farmi registrare ongi sera il Tg principale o, ammesso mi piacesse, il programma di Pippo Baudo dato che io la sera torno a casa troppo tardi; c) che tutto ciò che metto in floppy o su CD dal mio computer per uso personale o di lavoro deva essere pagato in più; d)che tutto questo non serva minimamente a diminuire il fenomeno delle riproduzioni pirata (su cassette audio/video e CD, perché sui floppies chi vuoi che pirateggi?), una volta che, pur pagando adesso pure lui un pedaggio superiore, all’abusivo la riproduzione “in nero” converrà sempre, sia perché la farà sempre rientrare nel più conveniente prezzo di vendita che praticherà a chi compra, sia perché lui lo fa in scala19.”
2.6 E-book
Sebbene l’età dello stupore per gli strumenti scientifici e tecnologici sia finita da un pezzo, ora da dieci anni a questa parte stiamo cavalcando una vera ondata tecnologica che sta modificando i ritmi di produzione e distribuzione del sapere divulgativo.

Il libro è stato per un mezzo millennio e passa il simbolo indiscusso della cultura. Al trionfo della carta stampata si associavano sapere e potere. La conoscenza, il sapere, la storia erano in fondo conoscenza di carta, sapere di carta, storia di carta. Prima c’erano le pergamene, che erano un bene troppo prezioso per potersi permettere di sprecare (occorrevano ben otto pecore per fare una pagina), poi i manoscritti, su carta fatta con gli stracci, poi i libri stampati e ora vagiscono i libri elettronici.



La parola libro ha avuto sempre una doppia valenza, cioè ha indicato sia il contenitore (“quel libro è caduto per terra”), sia il contenuto (“il libro di Nathaniel Hawthorne mi è piaciuto”). Anche per l’e-book succede lo stesso, e con esso si indica sia il testo elettronico sia il dispositivo informatico grazie al quale è adoperabile.

Queste le profetiche parole di uno dei protagonisti della rivoluzione informatica degli anni Ottanta, Alan C. Kay, inventore del sistema a finestre della Apple, poi divulgato da Windows: “In un futuro non lontano tutte le rappresentazioni che gli esseri umani abbiano mai escogitato saranno accessibili all’istante in qualche punto del mondo su calcolatori “personalissimi” non più grandi di un quadernetto.”



La scrittura, la stampa, i computer sono tutti mezzi per tecnologizzare la parola. Il libro appartiene alla serie di oggetti di cui fanno parte anche la ruota, il cucchiaio, il martello, la pentola. La loro esistenza è intrinsecamente legata alla loro funzione. Difficile pensare di mangiare la minestra con qualche attrezzo migliore del cucchiaio o di battere un chiodo senza martello. Per quanto la moda e la tecnica abbiano fatto loro cambiar forma, l’essenza del cucchiaio e del martello è sempre rimasta la stessa. Così per il libro, che negli anni si è andato perfezionando. Scrivere e leggere su tavolette di argilla o cera o su rotoli in pelle o di papiro era faticoso, finché si capì che comodità fosse utilizzare dei singoli fogli rilegati fra loro. Così, la forma odierna dei libri standard, è quella ritenuta più agevole e dipende dalle dimensioni della nostra mano.

Un allarme a proposito del libro elettronico potrebbe arrivare da McLuhan che insegnava come la forma del supporto di informazione determini le caratteristiche dell’informazione trasmessa e strutturi i tipi di pensiero perché noi siamo quello che vediamo. Detto in poche parole, il mezzo è il messaggio. Ma questa assomiglia troppo alla tipica diffidenza verso i fenomeni nuovi, ed è fin troppo facile cadere nella tentazione di vedere nei nuovi mezzi di comunicazione, e-book compresi, le cause di prossimi e repentini cambiamenti nella società e nel modo stesso di ragionare.



Gli e-book si trovano in rete. Ovvero il loro contenuto lo si scarica da Internet, pagando o gratuitamente a seconda dei casi. La distribuzione rende i libri elettronici, disponibili ad un pubblico sempre più vasto. A questo proposito va citato l’intento di Gutenberg Project, nato già nel 1971. Questo progetto si propone di diffondere gratuitamente la cultura on line mettendo a disposizione di chiunque i principali testi della letteratura mondiale ormai esenti da diritti d’autore. Invece per le prime pubblicazioni su supporto elettronico (floppy disk o CD-Rom) bisogna sorpassare gli anni Ottanta.

Infatti, il problema principale della diffusione degli e-book è proprio il diritto d’autore. Per garantire la tutela del diritto d’autore si vuole quindi ancorare il libro elettronico ad un supporto fisico tecnologicamente a prova di illecite duplicazioni. Non sarà facile.

L’editoria in rete si trova a fronteggiare nuovi problemi di non facile soluzione. Già molti testi, per esempio, appaiono soltanto in rete, senza essere stampati su carta e senza essere messi in circolazione da case editrici e da agenzie di distribuzione (che non lavorando ci rimettono!). Notevoli saranno, quindi, le conseguenze sul piano organizzativo ed economico quando i testi elettronici – e lo si prevede senza ombra di dubbio – aumenteranno esponenzialmente di anno in anno. La produzione intellettuale, l’opera dell’ingegno rimarrà, ma non avrà più bisogno del potere d’intermediazione né del controllo delle case editrici. Dovrà nascere allora un nuovo modo di intendere la circolazione dei prodotti intellettuali e bisognerà rivedere i vincoli del copyright e di proprietà in questa nuova luce.

Gli e-book hanno come caratteristica quella di apparire diversi a seconda dei dispositivi di ricezioni adoperati, ad esempio per quanto riguarda le dimensioni del carattere o la visualizzazione delle immagini. Infatti l’e-book presenta essenzialmente due possibilità di lettura. Lo schermo di un normale personal computer oppure un dispositivo portatile, a sua volta denominato pure e-book. In generale questi nuovi dispositivi hardware di e-book riproducono le fattezze esteriori dei libri, anzi, come rileva Roger Fidler, professionista dell’editoria elettronica, l’aspetto ricorda piuttosto quello delle tavolette d’argilla di memoria sumera o quelle ricoperte di cera dei Greci.

Un ulteriore passo nel futuro viene dalle ricerche in corso allo Xerox PARC di Palo Alto e al Media Lab del MIT. Si parla già di inchiostro elettronico, e-ink e di carta elettronica, e-paper. Il tutto pensato sulla possibilità di caricare elettricamente le microcapsule che costituiscono l’inchiostro di ottenendo così un cambiamento di colore a seconda della carica elettrica cui sono sottoposte. L’idea base di questi progetti è la creazione di un qualcosa che possa assomigliare al vecchio caro foglio di carta, ma in grado di svolgere tutte le funzioni di output visivo attualmente effettuate dagli schermi del computer.

Novità è il print on demand (stampa su richiesta), cioè il libro che grazie a server di stampa e a stampanti ad alta velocità viene prima trovato nei database on line e poi stampato al momento direttamente nella libreria dove lo si richiede. Questo perché sebbene i libri leggibili dai computer siano ormai una moltitudine, il numero di persone che preferisce la lettura di un saggio o di un romanzo dal video è veramente ancora esiguo. Perché, usando una famosa conclusione pro prodotto cartaceo di Umberto Eco, i libri possono “essere presi in mano, anche a letto, anche in barca, anche là dove non ci sono spine elettriche, anche dove e quando qualsiasi batteria si è scaricata, possono essere sottolineati, sopportano orecchie e segnalibri, possono essere lasciati cadere per terra o abbandonati aperti sul petto o sulle ginocchia quando ci prende il sonno, stanno in tasca, si sciupano, assumono una fionomia individuale a seconda dell’intensità e regolarità delle nostre letture, ci ricordano (se ci appaiono troppo freschi e intonsi) che non li abbiamo ancora letti, si leggono tenendo la testa come vogliamo nei, senza imporci la lettura fissa e tesa dello schermo di un computer, amichevolissimo in tutto salvo che per la cervicale”20.

In realtà il nodo critico degli e-book che frena il commercio degli e-book, più che il rapporto affettivo che da sempre lega il lettore ai suoi libri è la difficile gestione del diritto d’autore per i contenuti digitali. Nel copyright di un e-book confluiscono questioni tecnologiche, economiche, giuridiche, sociali oltre al solito e non sempre facile rapporto fra autore, editori e utenti. Alla sua base c’è l’idea che il prodotto dell’attività intellettuale sia appunto un prodotto di cui si può rivendicare la proprietà, e il cui sfruttamento si può cedere o dare in concessione a terzi. L’autore è il titolare naturale del diritto di proprietà sulla sua opera. Egli la cede ad un editore che può produrne delle copie da vendere agli utenti. Gli utenti pagando una certa cifra, possono acquistare una di tali copie e usarla, ma non diventano proprietari del prodotto intellettuale né ereditano il diritto di copia.

Il problema sta nel fatto che la protezione giuridica del diritto d’autore e di copia ha finora fatto leva su un dato di fatto molto materiale: la produzione e riproduzione fisica (di un libro a stampa o disco in vinile). Ma poi arrivò l’epoca della smaterializzazione, con l’invenzione della radio e della Tv. Grazie alla radio le persone potevano finalmente togliersi lo sfizio di ascoltare una canzone, quando andava in onda e poi, andare a colpo sicuro a comperare il disco. Con la Tv si poteva lasciar perdere l’uscita per andare al cinema e vedersi il film al tepore delle proprie quattro mura di casa. La possibilità di registrare su supporti magnetici complicò ancora di più le cose. Prima si poteva mandare in onda una canzone sperando entrasse nelle orecchie e nel cuore degli utenti e che da ciò ne potesse derivare un incremento delle vendite. Ma se chi ascoltava una canzone dalla radio, poi poteva farsene una copia per risentirla a suo gradimento, la motivazione a comperare il disco o la cassetta crollava.

Per i film le cose vanno in modo diverso, visto che se si può desiderare di ascoltare in continuazione una canzone, normalmente il film viene visto una volta sola. E inoltre la distribuzione dei film è diversa. Prima avviene la proiezione solo nelle sale cinematografiche, poi viene rilasciato in video cassetta con tanto di divieto – destinato alle anime pie – a non farne copie personali, e solo dopo un po’ lo si vede in televisione. Così quando con il videoregistratore lo si registra, ormai non saranno più possibili grossi effetti negativi sul cinema. Non manca però lo strumento legislativo antipirateria. Infatti, acquistando una cassetta audio o video, si paga una royalty che viene distribuita a coloro che sono potenzialmente la parte lesa del fenomeno di copia di musiche e film. Sempre si paga la tassa, anche se sulla cassetta verranno poi registrate cose che, con le opere coperte dal diritto d’autore non hanno nulla a che fare. Si fa così poiché la trasgressione è così diffusa che la sua sanzione diviene praticamente inapplicabile.

Un oggetto digitale, può poi essere riprodotto in un numero infinito di copie identiche a costi effettivi quasi nulli, senza alcuna difficoltà e senza alcun degrado qualitativo rispetto all’originale. La produzione di prodotti pirata, quindi si diffonde a macchia d’olio. C’è una vera incongruenza, un’antinomia vera e propria, tra la possibilità tecnica e la forma giuridica della distribuzione di prodotti intellettuali.

Le posizioni eccessivamente rigide assunte dall’industria editoriale e informatica sulla spinosa e ancora piuttosto oscura questione del copyright stanno frenando la diffusione dei prodotti intellettuali in formato digitale, compresi gli e-book. Altro freno è la politica dei prezzi, ovvero gli editori preferiscono camminare sul terreno solido e sicuro del mercato dei libri cartacei, piuttosto che su quello sconosciuto dei libri elettronici. Detto senza discettazione alcuna e in modo molto spiccio, il motivo per il quale gli e-book non decollano è il timore che non siano una buona fonte di guadagno. E poi, aggiungendo il punto di vista dell’utente, i libri elettronici sono eccessivamente costosi in confronto ai reali costi di produzione quasi nulli. Se al costo elevato si aggiungono i laccioli della protezione esasperata dei contenuti, si capisce perché non è facile si crei un mercato per questi prodotti.

Nonostante tutto, le opportunità aperte dal mercato e-book, magari dai settori editoriali considerati di nicchia, come la letteratura scientifica e accademica non stanno passando inosservate. La rete è un laboratorio in ebollizione, in tutti i campi, anche nell’area del diritto d’autore e quindi tutto quanto è stato scritto finora in questo capitolo, probabilmente, non rimarrà valido ancora per molto.



CAPITOLO TERZO



Richard stallman63
Szafranski pone l’accento sulla fragilità del conoscere e del credere
La pornografia on line


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