Le principali società europee temono IL crimine in Rete


Szafranski pone l’accento sulla fragilità del conoscere e del credere



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22.05.2018
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Szafranski pone l’accento sulla fragilità del conoscere e del credere spiegando che non si decide e agisce solo sulla base della propria esperienza e conoscenza del momento ma anche grazie ad altri fattori che possono essere i più diversi e perfino irrazionali. Simpatia, credenze, impulsi, superstizioni, cultura, tradizioni, abitudini e persino eredità genetica influiscono sul titolare del processo decisionale. Un leader americano avrà condizionamenti diversi da quelli che può avere un suo omologo giapponese o cinese e così a seguire.

Tenendo conto dei condizionamenti e del carattere personale, ecco che colpire l’avversario e ottenere precisamente il risultato che si è prefissati può risultare non così semplice. L’attacco su grandi gruppi con lo scopo di sottomettere la volontà ostile del leader è la tattica preferita nella cyberwar. Non di meno si può andare ad influenzare o manipolare conoscenze, opinioni e convinzioni dei soggetti da cui il leader dipende per la concreta realizzazione dei suoi programmi. Questo nuovo tipo di guerra si poggia su attività di intelligence (o servizio segreto di informazioni), di security, di guerra elettronica, di operazioni psicologiche (destinate a colpire il cuore e la mente dell’opinione pubblica propria e avversaria), di sistemi informativi di comando e controllo.



L’obiettivo dell’Information Warfare sono le opinioni e i pensieri della gente, che da quando mondo è mondo, nei confronti dei loro leader passa facilmente dall’osanna al crucifige e, i mezzi di attuazione di tali imprese sono le reti di comunicazione in quanto struttura vascolare di tutta la società. Il bersaglio è la mente umana, il fine quei soggetti in cui, in tempo di pace e di guerra sono affidate le decisioni e la scelta di come, se e quando impiegare le risorse strategiche.Lo spettatore reagisce alla presentazione degli avvenimenti, fidando nella veridicità di quanto riportato e senza preoccuparsi, per poca disponibilità di tempo e possibilità, della completezza dell’informazione che gli viene presentata. E, alle emozioni date dalla notizia che riceve, seguono le azioni.Parliamo chiaro: la totale libera circolazione delle informazioni, nessuna società sa neanche dove stia di casa, e neanche se la può permettere. Le informazioni stanno bene circoscritte nei limiti della prudenza, oltre potrebbero risultare un pericolo per il sistema.

Attraverso l’informazione e la comunicazione, la massa cerca di capire qualcosa della realtà. Ma le parole, possono giocare brutti scherzi. “Comunicare deriva dal latino dotto ‘commune’, etimo composto da ‘munus’ e ‘cum’, vale a dire ‘che compie il suo incarico insieme ad altri’. Da qui qualcosa che appartiene a più persone o che si trasmette ad altre. […] Informare, modellare secondo una forma chiusa, deriva anch’esso dal latino: ‘in-formare’ cioè ‘dare forma’. Di qui dare notizia, cioè informazione, rappresentazione, idea, forma-formula."22



Uccidere un uomo può essere cosa da poco, ma uccidere un’opinione, tramite informazioni date in modo inadeguato, cioè tramite la disinformazione, ha effetti più forti e duraturi. Anche riuscire a formare un’opinione è un’arma potente, tanto più se si tratta di opinione che condivide tutta una massa. Le opinioni sono le nostre mappe mentali con le quali osserviamo il mondo. Consideriamo le mappe, e crediamo di osservare il mondo. Basta che qualcuno ci faccia passare per buona una mappa falsa e la realtà risulterà estremamente diversa da come noi la crediamo.Naturalmente, il nemico non dovrà venire a conoscenza delle intenzioni dell’avversario. Lo scopo è il controllo delle conoscenze (sapere di più, sapere giusto, sapere prima) e la modifica delle sensazioni, l’inquinamento delle percezioni dell’avversario. Confusione e disorientamento: l’idea è quella di annebbiare il processo decisionale, di mettere in scacco la reattività emotiva del soggetto.
Tra i due termini, cyberwar e netwar, c’è una lieve sempre più lieve ma non ancora indifferente diversità. Tutte e due distorcono la percezione della realtà. La realtà è quella, ma cyberwar e netwar si danno da fare per modificarne la percezione. Ambedue agiscono, spesso contemporaneamente, creando confusione militare e problematiche sociali nelle forze del nemico, ma nella cyberwar rientrano ruoli militari a tutti gli effetti, mentre nella netwar sono principalmente usate figure paramilitari e forze irregolari. La cyberwar può usare armi tecnologicamente avanzate, persino virus sublimali23 (programmi software che nascondono messaggi sublimali visivi o sonori, non rilevabili dalla parte cosciente della mente e indirizzati ad influenzare il comportamento). La netwar è invece in un certo modo ancora più subdola e predisposta per creare conflitti sociali. Cerca di distruggere le opinioni della popolazione, per poi crearne altre, con propaganda e compagne psicologiche, politiche e sovversione culturale, ingannando i media locali, promuovendo dissidenti e movimenti d’opposizione che comunichino le loro idee tramite la Rete.

Lo sforzarsi ad essere obiettivi, a vedere le cose come stanno, comprende due azioni: prima, quella di tenere in debito conto le opinioni altrui e magari cercare di rispettarle; seconda, cercare di considerare i fatti con il massimo distacco. L’obiettività è quindi una sorta di ricerca della verità. Ricordando che la mappa non è la realtà e che seppur vicina, né da sempre un’idea un poco deformata. Classico l’esempio di due persone che vedono lo stesso bicchiere, una mezzo pieno e l’altra mezzo vuoto.Le rappresentazioni interne della realtà, se irrigidite, portano ai pregiudizi che se cristallizzati diventano fisse regole mentali, che non permettono una reale comunicazione con l’altro che si preferisce incastrare in un ruolo, vederlo attraverso uno stereotipo (i tedeschi? Tutti biondi e attaccati al boccale di birra. Le segretarie? Tutte eleganti e un po’ oche. I professori? Lagne! Gli studenti? Fannulloni!). Dal ruolo e dallo stereotipo non c’è via d’uscita. Niente dialogo.

La realtà, poi, è ampissima e quel che ognuno ne coglie è quel tanto che interessa, che è poi ciò che ci emoziona. Pertanto è con le emozioni che viene percepita la realtà. Sono le emozioni che mettono in moto i pensieri e, i nostri pensieri diventano poi, le nostre mappe del mondo. Ovvero i filtri su cui viene costruita la visione del mondo. Ma la mappa non è il territorio; i pensieri non sono la realtà. Un essere umano agisce, sente e si comporta in conformità di ciò che egli immagina essere vero riguardo a se stesso e al suo ambiente. Questa è una legge mentale fondamentale.

La dis-informazione, come arma di guerra, non fa nulla per eliminare le mappe mentali distorte, anzi se ne serve. Non è la realtà a decidere ciò che si comprenderà o vedrà ma le proprie interne mappe mentali. Questo per un istintivo atteggiamento psicologico che rende prevenuti. Ossia dopo aver investito tempo ed energia nelle proprie convinzioni, piuttosto che modificare le opinioni, si preferisce deformare la realtà a misura della propria mappa mentale. Rimettere in gioco i nostri punti di vista non è uno scherzo; ci si può trovare a fronteggiare dolori non superati, ricordi e disagi che si vorrebbero evitati.

Per cambiare un punto di vista ci vuole qualcosa di straordinario e forte che scardini gli schemi di percezioni abituali. Quello che è successo l’undici settembre 2001, è un esempio di fatto che scuote gli schemi mentali.

Queste cose chi si occupa di notizie da dare al pubblico, le conosce molto bene. Sa di avere a che fare un gruppo sociale determinato e determinabile, che vuole sapere ciò che si aspetta già secondo i suoi propri schemi mentali. Che non ha il tempo, la voglia o la possibilità di andare a controllare se poi davvero le cose sono andate come sono state raccontate. Si dà quindi, per scontato la veridicità dei fatti soltanto perché ci provengono da fonti che noi consideriamo affidabili.

Cautela. L’informazione non è mai lo specchio della realtà. Ma è in grado di produrre anche forti effetti sociali. Ancor di più se il recettore ha piena fiducia nella fonte, sia essa una persona fisica, un giornale o un computer, a maggior ragione se quello che vedrà avrà le caratteristiche delle realtà. Se usata acutamente l’informazione può far crescere ideologie, ossia pregiudizi a priori, causa di notizie bevute e non indagata. E “un’ideologia è una rappresentazione del mondo impermeabile al confronto con il mondo. Una specie di avarizia del pensiero24.

Le ideologie implicano pregiudizi e questi impediscono di ragionare autonomamente e in modo obiettivo. A questo punto è sufficiente far crollare l’ideologia per spaesare e creare insicurezza. Lo scopo è di propinarne subito un’altra, più conveniente.Altra “fissazione” comune è avere un punto di vista e non ammetterne altri alternativi. Si cerca così di cancellare l’avversario, di diminuirlo con giudizi severi, drastici, taglienti. Questa mentalità così rigida non lascia scampo a chi vede le cose da un altro punto di vista. L’altro è la contraddizione e perciò giudicarlo incapace, inferiore ed in torto, pare l’unico modo per rimettere ordine nel mondo. Le altrui opinioni diventano un “crimine di pensiero”. Su questo marasma di visioni del mondo, specula il sabotaggio mediatico.
Nessuno, creda a me,

è mai correttamente informato di qualcosa,

nemmeno l’informatore che, sotto l’impatto dell’avvenimento,

ne racconta ciò che, sul tamburo, riesce a saperne,

e che non è mai tutto ciò che è realmente accaduto.

(Indro Montanelli)


Il sabotaggio mediatico. L’informazione, se non si è più in grado di controllarla, può poggiarsi sull’inganno. E chi vuole forgiare opinioni pubbliche, pregiudizi ed ideologie usa quello che ho scritto sulla psiche umana nei paragrafi precedenti e tanto altro. La guerriglia mediatica sa bene come agire dentro il sistema di comunicazione mass-mediatica.

Ogni notizia ha un margine di verificabilità. Cioè ogni notizia ha un nucleo verificabile e controllabile e un alone di non totale verificabilità, di penombra. Ed è in questa penombra che si gioca ad interpretare la notizia, a modificarla ad in-formarla. In-formare la notizia senza che nessuno se ne avveda. Nemmeno il giornalista, anzi proprio a lui (l’allocco), bisogna far credere di avere il controllo assoluto sul materiale a disposizione. Deve poter convincersi di essere arrivato da solo alle notizie, magari casualmente. Questa, - spiega Rametto, comandante del Gruppo Anticrimine Tecnologico GdF, e dirigente l’area sicurezza all’Authority per l’Informatica – è la stessa tecnica usata nel controspionaggio verso le talpe identificate: non si eliminano, ma si passano informazioni distorte. I giornalisti quindi, possono venir trattati da alcune importanti fonti, come vere e proprie talpe, convinte di vedere e ripetere realmente come stanno le cose ma in realtà cieche. Nella guerra informatica, questa è l’arma potente della disinformazione.

E’ un astuto gioco di ruolo. Si cerca di conoscere il clima del posto nel quale si vogliono far fiorire certe opinioni. Si tasta l’ambiente, comprese le leggende metropolitane, le storielle, le barzellette, le dicerie e i “per sentito dire”. Le possibilità di intervento sono infinite, poiché le reti formali ed informali si influenzano reciprocamente, dalla stampa locale, ai circoli, dall’ambiente politico a quello underguround e dei centri sociali, a quello delle Forze di Polizia e ai vari ambienti religiosi ed esoterici, a quelli criminali e ovviamente, Internet con le sue chat e i newsgroup.

La strategia è integrale: guerra psicologica, disinformazione, guerra elettronica. Una guerra basata sul predominio dell’intelligence, della tecnologia e della simulazione, che potrà essere completamente invisibile e gli attacchi si manifesteranno soltanto a danno avvenuto.

L’obiettivo della disinformazione è di “avvelenare l’acqua del mare in cui nuota il pesce”. Durante l’approssimarsi della guerra, come durante il suo svolgimento, cresce inevitabilmente la domanda e l’offerta di informazioni allo scopo di dare senso a cosa sta succedendo. Da una parte c’è la popolazione che chiede informazioni, dall’altra le esigenze del Governo e dei comandi militari di nascondere le verità o le informazioni ritenute non opportune, e di passare solo le informazioni ritenute opportune. Perché come disse Eisenhower, “è l’opinione pubblica che vince la guerra”.



3.2 L’isola che non c’è: T. A. Z.
Il territorio della Rete è detto cyberspazio. Cyberspazio è come dire Internet. La parola ha origine letteraria in quanto fu coniata da William Gibson che, nel suo romanzo “Nueromante”, ne fornì la prima definizione: “Un’allucinazione vissuta consensualmente ogni giorno da miliardi di operatori legali, in ogni nazione, da bambini a cui vengono insegnati i concetti matematici… Una rappresentazione grafica di dati ricavati dai banchi di ogni computer del sistema umano. Impensabile complessità. Linee di luce allineate nel non spazio della mente, ammassi e costellazioni di dati. Come luci di una città, che si allontanano”.

Il cyberspazio può essere anche un territorio anarchico. E ciò che può preoccupare chi si occupa di cybercrime, cyberwar, netwar e quant’altro. Quello che più “scotta”, in Internet, da questo punto di vista, sono le TAZ25, zone temporaneamente autonome, in italiano più gergale, interzone. Le comunità di queste interzone, in genere cyberpunk, non avendo luogo fisico sono comunità nomadi e possono apparire e sparire in un batter d’occhio. Poco controllabili dal potere sono classificate quindi come pericolose. Una TAZ può apparire e rapidamente dissolversi in Internet. E’ temporanea per non essere distrutta o controllata o normalizzata. Queste comunità virtuali mettono a disposizione il loro sapere in un territorio immateriale permettendo a chi naviga di partecipare a quello che è una sorta di agorà virtuale.



Hakim Bey26 è un cyber-filosofo costantemente arrabbiato, sempre in bilico tra avanguardia e opposizione. Definito di volta in volta un filosofo d’opposizione o un poeta-terrorista (il terrorismo poetico inteso come azione non violenta, ma che cambia le coscienze), sempre e comunque un teorico della Rete. E’ autore di TAZ, un testo base sulle interzone, che spiega il concetto di nomadismo psichico, inteso come abbandono delle appartenenze familiari, nazionali, geografiche di gruppo politico, alla ricerca di nuove possibilità nella costruzione dei rapporti umani e nei confronti del potere. Una possibile strada di ribellione. Il libro, in sé molto vivace, è preso come manifesto di molti gruppi cyberpunk. Si parla di cibernetica, di scienza dell’informatica, capace di creare un mondo in cui il computer assume una tale rilevanza da poter creare universi paralleli rispetto al nostro e quasi altrettanto reali.

Una TAZ serve per spiazzare, depistare, confondere i media, il potere che cerca di omologare, far “rientrare nelle righe”, per rendere innocue le idee. La TAZ assomiglia alla Tortuga, l’isola dei pirati: un territorio liberato dalle logiche di dominio economico e mentale dell’epoca imposti dall’Impero delle Merci. I pirati, i contrabbandieri, avevano creato una rete informativa, losca ma funzionante. Disseminate per i mari c’erano moltissime minuscole isolette usate per nascondiglio e rifornimenti. Queste isole ospitavano comunità di persone che avevano deciso di vivere al di fuori di tutte le leggi del mondo. Spazi virtuali, nei quali si può fuggire dai condizionamenti, spiazzando così il nemico e scomparendo dalla sua vista.

E’ lo stesso Hakim Bey a chiamare questi villaggi virtuali dal sapore anarchico “Utopie Pirata”. Le TAZ sono le porte d’ingresso ad un universo di contro-informazione. Sono l’alternativa. La versione moderna delle reti dei bucanieri. “Le TAZ rievocano l’esperienza delle libere enclavi pirata in un’epoca in cui la tecnologia moderna le ha rese geograficamente impossibili. In un mondo cioè in cui tutte le isole sono note, tutti gli anfratti osservati. Dalla consapevolezza del fatto che non esiste più un rifugio permanente nasce l’idea di una zona che sia liberata solo temporaneamente che Bey chiama le “gerarchie oppressive”, una zona la cui forza è l’invisibilità e che nel momento in cui nominata e rappresentata svanisce”27.

Il pensiero di Hakim Bey prende forma a metà degli anni Ottanta con l’espandersi della telematica. E’ influenzato dagli scrittori cyberpunk. Bruce Sterling, scrittore di fantascienza, nel suo “Isole nella Rete”,28 scrive appunto, di quando, nel medioevo, alcuni assassini fondarono uno “stato”, che consisteva di una rete di valli, montagne e castelli, separate da migliaia di miglia ma rese invulnerabili dalle invasioni poiché collegata dal flusso informatico di agenti segreti, in guerra con tutti i governi. I satelliti spia e gli occhi elettronici oggigiorno renderebbero questo tipo di autonomia un sogno romantico. Ma ora è possibile creare nel cyberspazio, un mondo di zone temporaneamente autonome, di interzone. Ciò sconfina con la fantascienza o le teorie filosofiche dei mondi possibili? Hakim Bey in tanti modi ne parla ma certo mai come di una fantasia poetica.

Secondo Bey, in un mondo interamente occupato dai confini degli stati-nazione, il potere ha bisogno di cartografare il territorio, di tracciare delle mappe per esercitare il suo dominio. Ora le mappe, per quanto esatte possano essere, non sono mai perfette: non c’è mai segnato tutto. Tra queste e la realtà si aprono dei buchi, delle falle, dei quid spazio temporali incontrollati in cui le Taz possono fiorire. Per la loro incontrollabilità e quindi presunta anarchia, non saranno mai viste di buon occhio dagli apparati polizieschi che tenteranno di monitorarle. Ma le TAZ hanno scelto come politica il nomadismo, sono sempre in movimento e scompaiono con la stessa velocità con cui appaiono. La TAZ, promette questo strano personaggio che è Hakim Bey, è uno strumento, a volte un’arma per raggiungere la libertà29.

CAPITOLO QUARTO


Web-giornalismo
Bisogna seguire i grandi eventi,

specialmente quando sono luttuosi”

Tim Stehle1
4 Dal giornale all’e-giornale
Medium” è latino e significa “ciò che sta nel mezzo, ciò che costituisce un tramite”. Non per questo tutti i media sono “mass” media. Lo sono, per esempio, i giornali, la radio, la Tv e, invece no, il telefono o il fax. La qualifica di mass media, infatti, si connette con l’idea di un ipotetico “centro” che produce e distribuisce conoscenza, informazioni, idee. Si tratta della capacità di comunicare “da uno a molti” (one to many), quindi moltiplicandolo, il medesimo messaggio.

Entro questa prospettiva, i giornali possono essere considerati come le prime forme di mass media, giacché i mass media vengono intesi come media per la massa. Dove per massa s’intende ampio pubblico, piuttosto eterogeneo, attento (ma anche manipolabile) alla fonte mediale percepita come più esperta, più autorevole e più prestigiosa.I primi giornali quotidiani, grazie a telegrafo e telefono potevano acquisire velocemente le informazioni e le notizie rendendo i lettori partecipi a fatti accaduti anche in luoghi lontani. Lo spazio di riferimento e di conoscenza veniva così dilatato in modo impensabile prima dell’avvento del telegrafo e le notizie, rese accessibili a larghi strati della popolazione.



Lo scopo precipuo dei giornali è sempre stato quello di assicurare alla società una sufficiente base informativa; di formare un’opinione pubblica grazie ad informazioni attendibili; di togliere le ubbie con onesti resoconti dei fatti; di fornire notizie interessanti, approfondimenti culturali e banalità ma utili, come l’elenco delle farmacie di turno. Più di ogni altra cosa, hanno tenuto a diffondere le notizie nel minor tempo possibile. Ciò che risultava soddisfacente ai tempi dei soli telefono e telescrivente, però, diventò praticamente partita persa, quando in campo a giocare entrarono radio e televisione.

I giornali affiancati da radio e televisione preferirono, invece di gareggiare a chi comunica prima la notizia, puntare su approfondimenti più dotti e ragionati, puntare sull’intelligenza e la selettività del lettore. Approfondimenti dei fatti, riflessioni sulle notizie, dando per scontato che il lettore li abbia già appresi almeno superficialmente dalla Tv. La televisione, infatti, è un medium che informa ma non richiede grande sforzo di attenzione e, il linguaggio usato è piuttosto frusto, cioè non necessita di cultura particolare per essere compreso. Offre frammenti molto ridotti e semplificati di notizie. Ma un poco di concorrenza alla Tv comunque il giornale ha cercato di farla. Ed ecco apparire accanto agli editoriali e agli articoli “pesanti”, interviste e chiacchiere (quasi da comare) su personaggi più o meno noti e stelline dello spettacolo per divertire e alleggerire l’attenzione del lettore. Inoltre le pagine del giornale hanno vivacizzato l’impatto visivo con foto, anche a colori e titoli a caratteri particolari. E se questo non è stato fatto sulle pagine del quotidiano, allora nei magazines allegati ad esso. Si è cercato, in altre parole, di riprodurre quegli spazi di spettacolo e comunicazione visiva per riattirare a sé i telespettatori. Si è cercata un’imitazione degli stili comunicativi, dei formati e dei codici espressivi dell’audiovisivo. L’obiettivo era la riconquista del mercato. La televisione, pure lei, ad onor del vero, non si limita a fornire informazione e divertimento, l’infotainment,2come si dice usando una sola parola. Spesso dopo i telegiornali apre spazi culturali per approfondimenti e riflessioni.



Oggi fra quotidiani, radio giornali e televisioni, il flusso comunicativo è pressoché continuo. Essere informati è un diritto e dovere, un requisito minimo per potersi considerare individuo sociale. Un flusso così continuo di informazioni, richiede notizie freschissime e aggiornamenti solerti, in una sorta di dipendenza dai mezzi di comunicazione di massa. La dipendenza deriva dalla consapevolezza dell’effimero. Nuovi fatti e nuove notizie arrivano nell’arco di periodi sempre più brevi. La caducità delle notizie ridefiniscono il rapporto con il tempo.

La guerra dell’informazione fra giornali e Tv si combatteva oramai a sassate, cioè a colpi di gadget e supplementi colorati da aggiungere ai quotidiani, quando è spuntata (con il dilagare del personal computer quasi in ogni casa) la possibilità del giornale telematico.


Il giornale on line apre una nuova epoca di cambiamento. Al giornale cartaceo a stampa, dal quotidiano al periodico, si affianca l’edizione on line, non solo aggiuntiva ma integrativa e complementare, capace di aggiornare le notizie e le informazioni (ad esempio i listini di borsa) pressoché continuamente.

Cambia così il lavoro nelle redazioni e il rapporto tra il giornalista e il suo pubblico. Ma ancora di più cambia lo stile comunicativo grazie alla possibilità di interazione fra produttore e fruitore. L’ipertesto e la connessione ad Internet costituiscono i due principali nuovi fattori.



Per Giuseppe Mazzei,3Internet è paragonabile a quel famoso meteorite che, abbattendosi sulla Terra sconvolse il clima, causò cataclismi e portò all’estinzione dei dinosauri. Per dinosauri intende i giornalisti “vecchia maniera”. La Rete ha sconvolto il clima intellettuale, causato cambiamenti sociali e tecnologici e porterà tra non molto all’estinzione i giornalisti tradizionali. Il giornalista tradizionale è il giornalista con una formazione unidirezionale o meglio con il sapere a compartimenti stagni. Quello che si specializza in un solo tipo di linguaggio, ad esempio la scrittura per il quotidiano, e poi di altri moduli linguistici non se ne interessa affatto. Per non parlare delle conoscenze tecniche e tecnologiche.Il giornalista dinosauro è portato a soccombere. La rete mescola e contamina i linguaggi dei diversi media: il linguaggio del cinema, del teatro e della fotografia. Non potrà, quindi, più esistere un giornalista che non conosca tutti i trucchi della comunicazione a 360 gradi; che non sia in grado di far tesoro delle potenzialità dell’informatica; che non senta il bisogno di aggiornamenti e apprendimenti continui. E, continuo con le parole di Mazzei, 4poiché “l’informazione è tutto, e tutto è informazione”, il giornalista deve saperla padroneggiare, selezionare, confezionare e sbriciolare, per adattarla ai vari mezzi e ai vari linguaggi in modo che risulti sempre efficace. Le nuove leve di questo mestiere, saranno i cybergiornalisti.

La lettura di un quotidiano è diversa da quella di un libro ed ha molto più in comune con la navigazione in Internet di quanto si è normalmente disposti a pensare. Innanzi tutto, se non nel caso in cui si trovino lettori particolarmente pazienti, nessuno si aspetta che un giornale venga letto tutto quanto ogni giorno. Non è un percorso di lettura dall’inizio alla fine, quindi, c’è una ricerca attiva dell’informazione che potrebbe interessare. Si sbirciano le foto, si leggono titoli ed occhielli. Ognuno sfoglia rapidamente le pagine del giornale, con le notizie proposte e va a cercare l’informazione che gli interessa. Una certa analogia con la lettura on line, da questo punto di vista, esiste.

All’inizio dei quotidiani on line, gli editori misero in Rete papale papale la versione cartacea del loro giornali, giustamente chiedendosi se non si stessero dando la zappa sui piedi, proponendo la possibilità ai lettori di usare gratis lo stesso prodotto che nelle edicole si doveva pagare. Questo era uno dei giudizi, o pregiudizi di più largo corso sulle edizioni sul Web. Poi si resero conto che la versione on line permetteva di adoperare e integrare codici comunicativi diversi, testo, suoni, immagini e filmati. La versione on line sfruttava potenzialità prima impensabili, compresa la possibilità di collegarsi a catena con link esterni e i banner della pubblicità, e perfino fidealizzava il navigatore al nome della testata che poi avrebbe preferito fra le altre (non piaciute o non trovate sul Web) comprando in edicola.

Il risultato finale all’attuale è un processo di simbiosi. Un’integrazione tra versione su carta e on line, che assicura l’aggiornamento continuo delle notizie. I giornali on line quindi non sono più sostituti ma aggiuntivi alle versioni a stampa. Dire di più: in Internet, un semplice articolo può diventare una base di partenza per una ricerca seria sull’argomento, sfruttando l’archivio e i link di siti segnalati. Internet, infatti, è un medium capace di memoria storica, ovvero dà la possibilità in qualsiasi momento di rileggere ciò che interessa ed approfondirlo, a differenza della radio o della televisione dove l’informazione passa e non può essere recuperata. E la versione on line del giornale offre molto di più in servizi ed approfondimenti di quanto non riesca a fare la copia stampata.

Internet permette persino la scelta dei contenuti informativi da parte dell’utente. Il Daily Me è il giornale personale, con contenuti composti sulla base delle preferenze dichiarate dall’utente o generati automaticamente da “agenti intelligenti”, ricavati da preferenze implicitamente manifestate durante la navigazione.
4.1 Spazio infinito e Tempo accelerato
Il tempo reale ora prevale sia sullo spazio reale che sulla geosfera.

Il primato del tempo reale, dell’immediatezza,

sullo spazio e sulla superficie è un fait accompli

e ha un valore inaugurale. Annuncia una nuova era”.



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