"lectio divina"



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01.06.2018
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La "LECTIO DIVINA"

nell’esperienza e nella vita del Prete

(di d.Piero Rattin)

Lectio divina” è espressione di cui non si può dare una traduzione semplicemente letterale (lettura divina), infatti non è semplicemente lettura di libri divini. "Divina" ha un senso soggettivo, cioè sta a dire che qui c'è anzitutto Dio in azione: è una lettura "a due", cuore a cuore con Dio.

Ora, perché questo avvenga, ci sono alcuni presupposti fondamentali che non si possono assolutamente ignorare e che vengono prima dei metodi, delle tecniche e di tutto quanto:


  • la Fede,

  • la comunione con la Chiesa,

  • la certezza che Cristo è la chiave di volta di tutta la Scrittura (quindi la profonda unità che esiste tra l’Antico e il Nuovo Testamento),

  • la purezza di cuore

  • l’azione dello Spirito Santo.

Non c’è lectio divina senza questi presupposti. Vediamoli brevemente.



La Fede
E’ la convinzione che la Bibbia è ispirata, ma tale “ispirazione” non è solo finalizzata all’inerranza, cioè al fatto che quello che dice è vero… Che la Bibbia sia ispirata fa sì che essa sia a sua volta fonte d’ispirazione per la nostra vita, per la nostra attività, per il nostro servizio…. Siamo noi che abbiamo bisogno di essere ispirati, ed è l’ascolto della Parola che risponde a questo nostro bisogno. Perché le Scritture contengono davvero lo Spirito Santo.

La Fede qui ci porta ad accostarci alle Scritture con lo stesso atteggiamento con cui Mosè si accostava al roveto ardente. Una coscienza analoga a quella che si risveglia in noi quando siamo davanti al SS.mo per fare adorazione. Ecco in cosa consiste il presupposto della Fede. In antico, nei monasteri, la prima lampada accesa era quella davanti al libro delle Scritture.



La Comunione con la Chiesa.
La Parola è sempre risuonata in un contesto di Comunità, di popolo radunato… Quella è la cassa di risonanza adeguata perché la Parola possa essere ascoltata.

Ovvio che ogni discepolo del Signore può e deve aprire abitualmente anche da solo il libro delle Sacre Scritture e porsi in ascolto, ma lo può fare a buon diritto solo se è una persona di comunione…

E questa comunione dev’essere esperienza. Se uno, prete o laico che sia, conducesse un’esistenza individualistica o serbasse astio o rancore verso qualcuno, non si illuda di poter fare lectio divina.

Il riferimento a Cristo, chiave di volta di tutta la Scrittura

Questo presupposto fa sì che nessuna lettura della Scrittura possa risultare completa, nessuna comprensione soddisfacente, se non viene riferita a Gesù Cristo, al suo vangelo e al suo mistero di morte e risurrezione.

Il poema della creazione, contenuto nella Genesi, non è completo se si prescinde da Cristo, perché è il lui che la creazione è avvenuta, ed è in lui che è stata riscattata dal caos per tornare ad essere cosmo.

La lettura dell’Esodo non è completa se si dimentica che seguire Gesù (già gli evangelisti l’avevano intuito) è fare Esodo nel vero senso della parola. “Nell’Antico le cose sono accadute storicamente – diceva Gregorio Magno – ma ora devono accadere nella nostra esperienza: misticamente”.

La sapienza dei Proverbi ha in Cristo la sua sorgente, perché egli è divenuto per noi incarnazione della “sapienza”, dice Paolo.

La purezza di cuore
I Padri parlano spesso di "puritas cordis", o di "puritas mentis": dal punto di vista biblico, purezza ha a che vedere con trasparenza, schiettezza, semplicità; impuro è il cuore della persona ambigua, doppia, divisa in se stessa. Impuro è il cuore di chi cerca di servire due padroni; il cuore lacerato da opposti interessi, o conteso dal risentimento, o anche solo da una preoccupazione smodata. Occorre purificare il cuore, fare uno sforzo perché tutto il cuore sia rivolto al Signore ("Amerai il Signore con tutto il tuo cuore...").

Gli antichi dicevano che è impossibile capire all’uomo che non è disposto a rinunciare alla propria ottica, alla propria pretesa di autosufficienza, alle proprie ricchezze (le quali non sono sempre e solo materiali; ricchezze a volte diventano anche le proprie idee, i propri pregiudizi, certi attaccamenti morbosi... che lì per lì possono perfino dare un senso di sicurezza, come pareti che ci circondano, ma che in realtà ci tagliano fuori dagli altri. E da Dio.). Si può anche leggere la Bibbia, ma se non si è disposti a mettere in discussione se stessi, le proprie certezze, le proprie sufficienze, il libro resta chiuso, anche se ci appare materialmente aperto davanti agli occhi: occorre svuotare il cuore perché la parola di Dio possa riempirlo con la sua ricchezza. Purezza di cuore, insomma.

Occorre provare la sensazione di trovarsi a mani vuote, in attesa fiduciosa che Dio ce le riempia; è la coscienza di non sapere nulla (anche se quella pagina che hai davanti l'hai letta e sentita un'infinità di volte); umiltà in una parola. Non dico che quando noi ci accostiamo alla Bibbia lo facciamo con superbia, ma certa fretta, certa presunzione di trovare subito ciò che serve per dirlo agli altri, assomiglia di più alla superbia, o all'arroganza, che all'umiltà.

Umiltà qui è disponibilità a lasciare che sia Dio a dirci la Parola, come e quando vuole, non noi a costruirla con i nostri ragionamenti; nella certezza che la Parola che Dio ha dirci non è affatto quella minestra riscaldata che noi presumiamo di conoscere già.

La tradizione spirituale antica afferma che nella misura in cui un cristiano si converte a Cristo, in quella stessa misura Cristo si rivela a lui. Anzi, parla di condiscendenza: se voi vi piegherete (umiltà, quindi) verso la Parola di Dio, la Parola di Dio si piegherà verso di voi. Essa si fa bambina con i bambini, giovane con i giovani, adulta con gli adulti, donando a ciascuno quel tanto di luce e di forza che è necessario, che corrisponde al suo ritmo di cammino, allo stadio in cui si trova. Via via che si avrà il coraggio di andare oltre, anche la Parola andrà sempre oltre nella generosità con cui si rivela a noi.
Ultimo presupposto (ma ultimo come nelle processioni dove il più importante viene per ultimo), è lo Spirito Santo.

L’azione dello Spirito Santo.
E’ solo Lui competente e specialista nelle cose di Dio. Le cose di Dio contenute nella Scrittura sono “spirituali” non nel senso di evanescenti, astratte, anzi sono realissime, più reali di quelle tangibili; “spirituali” lo sono perché è lo Spirito che le ha ispirate. “Non si può leggere con frutto la Scrittura – insistono i Padri – se non con l’aiuto di quello stesso Spirito nel quale è stata scritta”.

Ma per invocarlo con buon risultato occorre essere in grado di attrarlo su di noi (eloquente l’immagine biblica della colomba a questo riguardo!): occorre che Lui possa posarsi e riposarsi su di noi, come su Gesù al Giordano. Occorre chiedersi, insomma – nell’atto di aprire la Bibbia per ascoltare la Parola – se in quel momento preciso della nostra vita Dio può davvero compiacersi di noi (ricordate le parole del Padre al Battesimo di Gesù: Questi è il Figlio in cui mi compiaccio…). Allora possiamo chiedere e attrarre in noi lo Spirito Santo.


Alla fin fine, questi presupposti – anche se presentati separatamente uno dall’altro – si legano tutti.

Nella Bibbia, Dio il Padre ci rivolge la sua Parola. Ma è nel Figlio, in Gesù Cristo, che quella Parola si chiarisce e si rende accessibile a noi.

Sì, ma Gesù ha condotto la sua avventura su questa terra 2000 anni fa’: come possiamo noi entrare in relazione vitale con Lui? Nello Spirito Santo, che è protagonista di concordia e di comunione ecclesiale.

Questo è il quadro, il retroterra necessario per fare una lettura che sia davvero “lectio divina”.



Quantità o qualità?
Vorrei, a questo punto, premettere un'indicazione che credo di buon senso. La riforma liturgica ci ha imbandito una mensa abbondante, dove c'è solo l'imbarazzo della scelta: la Parola di Dio risuona nelle letture di ogni messa e in tutta la liturgia delle ore, quante sono le ore che la caratterizzano. Ovvio che quando si dice "incontro con la Parola" non ci si riferisce a ognuna di queste occasioni prese singolarmente: noi non siamo monaci; è un'altra la nostra vocazione. Qui ognuno deve allora operare una saggia semplificazione e fare delle scelte; decidere, cioè, a quale momento, a quale lettura riservare quello spazio adeguato perché ne risulti un vero incontro con la Parola. Per un anno potrà essere il vangelo della messa quotidiana; un altro anno potrà essere la prima lettura; un altro ancora, il brano biblico dell'ora di Lettura... Non sto dicendo che tutto il resto si può omettere; sto invitando a qualificare l'incontro con la Parola, nel contesto di un ministero qual è appunto quello dei preti.

Come procedere?
Entrando nel vivo dell'esperienza di questo cuore a cuore con Dio che è la Lectio Divina, come si procede? I Padri non hanno mai fatto un trattato per dire come si medita la Parola di Dio; probabilmente non ce n'era bisogno. Anche perché il trattato dà l'idea di una sistematicità rigorosa cui non si può sfuggire. Qui ci sono indicazioni, gradini, strade... ma si offrono con una certa libertà: la libertà dello Spirito santo.

Il primo a parlare di Lectio Divina con una certa metodicità fu un monaco medievale francese, discepolo di S.Bruno: Guido il certosino. Ma chiamare "trattato" la sua opera è eccessivo: sono due o tre pagine in tutto, scritte con il linguaggio di chi propone un'esperienza più che di colui che insegna. Non inventò niente di nuovo tra il resto; riassunse semplicemente i dati, le indicazioni fondamentali di tutta la tradizione ecclesiale precedente. Un librettino che intitolò con un'espressione significativa: "Scala Paradisi" (in questi ultimi anni ha conosciuto diverse traduzioni e edizioni).


Il primo gradino della Lectio Divina è appunto la
LECTIO: la Lettura
In che senso "lettura"? A leggere si fa presto. Oggi poi siamo esperti a divorare pagine su pagine (pensiamo alla velocità con cui sfogliamo un giornale), dimenticando che "leggere" non è necessariamente sinonimo di "comprendere", specie quando si tratta di testi molto lontani da noi per tempo e per cultura. E' facile correre sulle parole; succede perfino che mentre leggiamo, il pensiero va per conto suo in tutt'altra direzione. Allora sarà bene specificare che questa dovrà essere una lettura attenta, fatta con calma, in cui le parole non solo si afferrano con lo sguardo ma si sentono - quasi - perfino nella loro sonorità: una volta la lettura personale della Scrittura ciascuno la faceva a voce alta, cioè pronunciando a viva voce le parole che leggeva, (tanto che S.Benedetto nella sua regola deve raccomandare ai monaci di abbassare il volume della voce per non disturbarsi a vicenda).

Non si abbia riguardo di leggere a voce alta il brano biblico, quando si è da soli; né di rileggerlo di nuovo, magari più adagio, più di una volta. Qualcuno trova utile riscriverlo a penna su di un foglio, su di un quaderno: è un buon metodo per obbligare l’attenzione a concentrarsi sulle parole, senza sorvolare su nessuna di esse.


Questo modo di fare la lettura deve portare alla comprensione del testo nel suo significato più immediato e più letterale, cioè il senso che l'autore umano della Scrittura ha inteso trasmettere. Certo, non si riduce a questo la lectio, ma questo passo è fondamentale: "historia est fundamentum", dicevano i Padri: la realtà storica fa da fondamento alla costruzione della Fede. Mi permetto di insistere su questo perché so quanto sia facile nella cultura di oggi (che poco o tanto contagia anche la spiritualità) sorvolare su tutto ciò che è obiettivo per passare in fretta al soggettivo: "A me il senso letterale non interessa... Quello che intendeva dire Isaia con queste parole non mi riguarda... Io ho bisogno di qualcosa che vada bene per me!". E' errato un tale ragionamento. Costruire l'esperienza di fede su intuizioni solo soggettive è rischioso; è come costruire su un masso erratico invece che su una roccia solida. No, il testo letterale va accostato con venerazione, e venerazione significa attenzione paziente a comprendere il senso delle parole senza lasciarne via nessuna. La lettera del testo è come la carne di Cristo nel mistero dell’Incarnazione. Quindi, rispetto e considerazione per il significato della pagina che sto leggendo.

E' ovvio che questo comporti la pazienza di guardare alle note, alle spiegazioni; l'accortezza di predisporsi alla comprensione della Parola pre-leggendo ogni tanto qualche pagina di introduzione, soprattutto quando si comincia la lettura di un intero libro biblico: se decido di soffermarmi nella meditazione del vangelo di Luca, con i brani che la Liturgia propone ogni giorno, una volta tanto è doveroso che mi prelegga qualche pagine di introduzione al vangelo di Luca. E così per tutti i libri della Scrittura.

Certo, questo insieme di condizioni che permettono di comprendere ciò che lo scrittore sacro dice, al momento della lectio divina devono essere già presupposte; non si può perdere tutto quel tempo per scartabellare introduzioni o commentari.

Al momento della Lectio, cioè a questo primo gradino di accostamento serio alla Parola, occorre riservare al brano che si ha davanti una buona misura di tempo e, soprattutto, di attenzione proprio nel senso di ricerca paziente.

Questa ricerca può tener presente alcuni accorgimenti che non sono affatto da scartare. Per esempio:


  • l’osservazione del contesto da cui quel brano è preso. Sapere che nel vangelo di Marco la lezione sul servizio (servire mettendosi all’ultimo posto), Gesù l’impartisce durante il suo ultimo viaggio a Gerusalemme (quello della Pasqua), non è di poco conto per capire più in profondità il senso di quella stessa lezione… Il contesto, insomma: cercar sempre di individuare il contesto.

  • poi, individuare il clou, cioè il punto chiave del brano che si ha davanti: è di somma importanza. Pensate ad esempio alla parabola del seminatore: perché soffermarsi sulle varie forme di fallimento di quella semina, se il clou della parabola è tutto sull’eccezionale sovrabbondanza del raccolto in terra buona?

  • l’attenzione alle parole, o ai verbi, ricorrenti all’interno di quel brano: ecco un altro accorgimento che consente di cercare il senso con la massima attenzione. Pensate, ad esempio, a quel ritornello che risuona nel discorso della Montagna fuori e fuori: ”E’ stato detto agli antichi… ma io vi dico”. Oppure all’insistenza con cui Giovanni utilizza il verbo “rimanere” nel suo vangelo e soprattutto nei discorsi dell’ultima Cena (e alla pregnanza di quel verbo nel linguaggio di Giovanni!). Attenzione alle parole è anche attenzione al modo con cui le parole sono adoperate, al modo con cui certe cose, certi particolari, sono descritti: che nel corso di quella tempesta sul lago si dica che Gesù è sulla barca e dorme, è già un’indicazione che sorprende; ma che si aggiunga che è a poppa e su di un cuscino, è un’aggiunta che, se si fa attenzione, sorprende ancora di più…

  • altro elemento che deve attrarre l’attenzione è il succedersi delle azioni, dei gesti (se si tratta di un racconto di azione): non è male, ancora una volta, sottolinearle o trascriverle, evidenziando soprattutto quella, o quelle, più decisive. Insomma, se in un primo tempo questo modo di fare ci può sembrare un po’ pedante, vi accorgerete ben presto che già a questo semplice livello cominciamo a capire cose e particolari che a prima vista non avremmo nemmeno pensato di trovare. Già a questo livello la lectio comincia a rivelarsi feconda.

Pertanto, rifuggite dalla tentazione di sorvolare sul testo alla ricerca di ciò che sollecita la vostra sensibilità immediata: è la strada sbagliata, oppure, se preferite, è la strada giusta per sconfinare nei soggettivismi e fondamentalismi che oggi sono alquanto diffusi.


Fatto questo, però, non è che il primo gradino della lectio sia concluso. Supponiamo di aver evidenziato il punto chiave, il momento culminante del racconto o della pagina che abbiamo davanti. La tradizione patristica e monastica afferma che a questo punto occorre “compulsare”, cioè battere con assiduità su quell’affermazione, quella parola, quel verbo, quella frase…come se si trattasse di un ferro arroventato e si avesse in mano un martello da fabbro. Battendo, promanano scintille che si posano qua e là: se attorno a noi c’è del materiale infiammabile, può darsi che si accenda, che si illumini, che prenda fuoco.

Per dirla fuori metafora: la parola, la frase, l’immagine individuata come la più importante in quel brano, può ricevere luce da altre pagine, da altre affermazioni che trovate qua e là nella Bibbia. Può darsi che un versetto, un'immagine, un'idea, di quel brano che avete letto, ve ne richiami altre che si trovano sparse qua è là nella Scrittura: val la pena prendersi il disturbo di andare a vedere. A che scopo? per avere una comprensione più ampia, più profonda, di quel senso che magari si pensa di aver già capito abbastanza. A volte sarà sufficiente chiedersi: dov'è che la Bibbia riprende questa stessa espressione? dov'è che parla di questo stesso argomento? Questo nome, questa immagine, cos’altro mi richiamano?

E' il modo di fare più affidabile per capire la Bibbia, perché illumina la Bibbia con la Bibbia stessa; cerca di arrivare alla comprensione - o a una comprensione più approfondita - muovendosi liberamente tra i tanti libri della Sacra Scrittura. Certo, non si possono sfogliare quei libri a casaccio: si perderebbe tempo e basta. Anche qui vale lo stesso principio già affermato in precedenza: questo tipo di lettura viene spontaneo via via che cresce la nostra dimestichezza con la Bibbia, via via che il suo mondo ci diventa familiare. Avete mai osservato con quanta disinvoltura i Padri passavano da una citazione all'altra quando predicavano o commentavano un brano del vangelo? Bastava una parola di quel brano per richiamare tutta una litania di altri passi: era semplicemente quella parola a richiamarglieli, faceva venir loro alla mente quei passi o quei libri in cui ricorre.

Certe volte questo modo di procedere può essere abbastanza facile; di certe immagini, di certe tematiche, abbiamo tutti una buona familiarità. Se sto leggendo Matteo, là dove Gesù dice - nel discorso della Montagna - : "Voi siete la luce del mondo...", questa immagine della luce mi richiama senz'altro altre affermazioni dei vangeli, per esempio là dove lo stesso Gesù afferma: "Sono io la Luce del mondo...": ah, ecco! E’ importante sapere che è lui la Luce, prima di me e di tutti gli altri discepoli messi assieme; è importante sapere che, se noi possiamo dare agli altri un po' di luce, è solo grazie a Lui...

No, non è affatto superfluo leggere la Scrittura così. In questo modo si comprende la Parola con l'aiuto della Parola stessa.

Lo si può fare, dicevo, via via che cresce la nostra familiarità con la Bibbia (e questa si acquisisce solo con l'assiduità nel frequentarla).

Occorre anche aggiungere che un po' siamo aiutati in questo tipo di lettura "allargata" da quelle citazioni che - in certe edizioni della Bibbia, come quella di Gerusalemme - sono poste a fianco dei testi: non sono superflue; nei vangeli di solito indicano i passi paralleli, oppure i brani dell'AT che aveva in mente l'evangelista quando scriveva quelle cose. Sì, scorrerle tutte può essere una cosa un po' pedante, ma se si vuol fare una lettura come Dio comanda, alcune sono molto utili. Alla fine costituiscono lo sfondo appropriato sul quale collocare quell'affermazione, quel brano, quel messaggio che si vuol meditare: esso è come un bell'oggetto artistico, un'opera d'arte: si, sarà già bello e prezioso in se stesso, ma su quello sfondo acquista un significato certamente più rilevante, più completo.

MEDITATIO: la Meditazione
La lettura, attenta e fatta con calma, conduce ovviamente all'altro gradino della Lectio Divina: la MEDITAZIONE vera e propria.

Cosa vuol dire meditare?

Guido, il certosino, definisce così il meditare: occorre estrarre il succo da ciò che abbiamo scoperto con la lettura, e poi masticarlo e assimilarlo

Quest’idea si chiarisce se la esprimiamo con un’immagine biblica cara ai Padri e alla tradizione monastica: quella della formica (“Va dalla formica o pigro, guarda le sue abitudini e diventa saggio. Essa si provvede il vitto, al tempo della mietitura fa la raccolta del cibo…” – Pr 6,6-11).

Infatti, la meditazione è anzitutto una raccolta. Cosa c’è da raccogliere? Quello che al momento della Lectio è stato trovato: il senso del brano, le parole ricorrenti, il suo momento culminante, … e poi quei riferimenti aldilà del brano, in altri luoghi della Scrittura (quelli che erano stati illuminati dalle scintille scaturite da quel battere, da quel compulsare). Si tratta dei primi frutti: se ne fa la raccolta. Ognuno ne raccoglierà secondo la sua capacità di immagazzinare, secondo la sua necessità di nutrirsi: come gli ebrei del deserto con la manna. ..
Fatta la raccolta, Guido dice che occorre spremere il succo e assimilarlo. In questo sono specialiste le api. Infatti, subito dopo aver parlato della formica, il testo biblico greco porta l’esempio dell’ape: “va’ verso l’ape e osserva quanto è laboriosa, e quanto nobile è l’opera che essa compie”. La formica e l’ape, per la tradizione patristica e monastica, sono il simbolo della meditazione della Scrittura. Tant’è vero che nel greco dei Padri “meditare” si diceva “meletào”, che etimologicamente vuol dire “fare il miele”. I Padri latini parlavano invece di “ruminatio”, ma intendevano la stessa cosa.

Come per l’ape, qui occorre anzitutto tornare all’alveare, cioè entrare in quel segreto della propria camera di cui parla Gesù nel vangelo di Matteo. Per far che? Per custodire il raccolto, anzitutto, cioè circondarlo con tutto quel calore (di attenzione, di amore) che consente alla Parola di attecchire nel nostro terreno.

Non è che il nostro ruolo sia totalmente passivo, perché se no ci addormentiamo, ma quello che noi possiamo fare a questo punto è un esercizio di confronto. In che senso?

A diversi livelli: con libertà.

Può essere un confronto tra le cose che abbiamo raccolto nella Lectio, tra il senso del brano e le affermazioni che abbiamo trovato qua e là altrove; ma tutto ciò serenamente, con pacatezza, senza la preoccupazione di tirare conclusioni affrettate.
Può essere un confronto (e questo è proprio indispensabile) tra i dati che abbiamo raccolto e il mistero di Gesù Cristo. Meditare, allora, vuol dire prendere coscienza, accorgersi, che quello che si coglie in quella pagina che si ha davanti, si è realizzato anzitutto nella vicenda storica di Gesù, nella sua persona: si tratti di brani dell'AT o del Nuovo, il loro senso è diventato evidente e tangibile in lui.

Allora il materiale che hai raccolto, che hai davanti e stai meditando, confrontalo con Gesù, con la sua storia, con le sue parole. Stai meditando le Beatitudini? "Beati voi poveri... Beati voi che avete fame...". Confronta le parole con la persona di Gesù: prendi atto che è lui il primo ad attuare queste beatitudini, il primo dei poveri ("Gli uccelli del cielo hanno i loro nidi...), è lui il primo degli affamati (affamato, ma libero di fronte a Satana nel deserto!).

Questo confronto, questo riferimento a Gesù è indispensabile nella meditazione della Parola anche per non cadere nel moralismo, soprattutto quando si ha a che fare con certi discorsi di esortazione e di condotta: a volte, se si confrontano subito quelle esortazioni con la propria esperienza, c'è da rimanere delusi perché non si può far a meno di concludere: "Quanto sono lontano da ciò che domanda il Signore!". Se invece si parte dalla constatazione che quella Parola, per quanto ardua ed esigente, in Cristo ha già trovato attuazione, allora si può concludere: beh, almeno Lui c'è riuscito; chissà che con il suo aiuto non possa riuscirci anch'io...

"Oggi per voi si compie questa Parola che avete udito con i vostri orecchi": ricordiamo la celebre affermazione di Gesù nella sinagoga del suo paese. Quando meditiamo la Parola e c'è Gesù (e Gesù c'è nella nostra vita e nel nostro ministero), è lui la garanzia del compimento, è lui che fonda la possibilità che quella Parola si compia anche nella nostra vita. Quindi, se nella nostra meditazione Gesù Cristo è il nostro primo criterio di confronto, vale anche per noi la regola annunciata da Gesù: "Oggi per voi si compie questa Parola che avete udito con i vostri orecchi".
Questo confronto, ovviamente, non si ferma a Gesù Cristo: il mistero della Salvezza ha ricevuto in Lui un impulso di attuazione che è ormai inarrestabile, ma ora si va attuando nella Chiesa: la Chiesa che è anche la mia Comunità, che è ogni Comunità… La Chiesa che poi è fatta di singoli credenti – me compreso - ognuno con la sua storia e il suo progetto di vita. A questo punto posso dire: è in me che si va compiendo la Parola che sto meditando. La mia vita, e la vita dei miei fratelli, qui ha diritto di entrare con tutto il suo peso. E deve entrare, perché la Parola possa sprigionare la sua efficacia. Ecco allora un altro momento del confronto: è necessario che io ponga la mia vita, la mia realtà – ma anche quella della mia Comunità - a confronto con la Parola che sto meditando.

Ed è sommamente importante quest’altro tipo di confronto perché la realtà é la cassa di risonanza indispensabile alla Parola: senza di essa la Parola rimane generica e perde la sua incisività. E se rimane generica, allora è facile cadere nello spiritualismo; e la frattura tra fede e vita continua a permanere indisturbata. La realtà di ogni giorno deve entrare a pieno titolo nella comprensione della Parola.

Si badi bene, però: non solo come una tabula rasa o un campo vuoto che attende di essere seminato dalla Parola: certo, nella realtà della vita la Parola ci sollecita a rivedere atteggiamenti, a modificare certi comportamenti (conversione quindi). Ma il confronto non si limita a questo piano “morale”: la realtà, la storia, la vita, è anche terreno già seminato, parte dalla zizzania del peccato, ma parte dal grano buono del Regno. Proprio per questo è complessa la realtà; e proprio per questo l'atteggiamento credente di fronte ad essa sarà fatto di attenzione: sì, perché lì c'è anche Dio con il suo Regno, c'è “Cristo che si è legato in un certo qual modo alla vicenda di ogni uomo” (Gaudium et spes): lì c’è già Parola di Dio presente, che attende di essere colta, ascoltata… Perché la Parola non viene a noi solo attraverso la Bibbia, ma anche attraverso la vita, per i canali della realtà d’ogni giorno…

Tra Parola di Dio dalla Bibbia e Parola di Dio dalla vita c’è un dinamismo di rapporto che assomiglia al gioco che si fa nella caccia al tesoro, quando si dà ai concorrenti una frase incompleta e devono cercare di qua e di là per trovare il pezzo che manca e dare senso alla frase tutt'intera. La Parola che meditiamo nella Scrittura ha bisogno di essere completata, ed è sempre lo stesso Dio a completarla: ma dalla vita, dalla storia. Ecco perché è importante far entrare la vita nella meditazione della Scrittura: Scrittura e vita vanno insieme, sono abitate dallo stesso unico Dio.

Ed è certo che da un meditare come questo, nasce un modo diverso di atteggiarsi, sia di fronte alla Scrittura, sia di fronte alla vita di ogni giorno. Ne traggo riflessioni, revisione, conseguenze operative... Questo è meditare la Parola di Dio.
E tutto questo ovviamente ha un'incidenza sul comportamento: oltre che edificare la Fede - affermano i Padri - tutto ciò educa la condotta, il comportamento. Pur sapendo che non basterà quello spazio episodico che è la mia vita per realizzare tutta la Parola di Dio, perché il compimento in pienezza si avrà solo nel giorno di Cristo, al traguardo dei cieli nuovi e della Terra nuova: ecco l'ultimo orizzonte, lo sfondo definitivo, alla meditazione della Parola.

Si capisce allora quanto è ampia, quanto è profonda questa visione in prospettiva, questo modo di accostare la Parola di Dio! E' proprio la visuale ampia, spaziosa, cioè il grande respiro di cui abbiamo bisogno, proprio nel nostro ministero pastorale. Aldilà dell'apparente pedanteria o artificiosità di questo modo di procedere, l'effetto che se ne trae vale bene il suo prezzo.



ORATIO: la Preghiera

Guido, il certosino, afferma: "Che giova all'uomo aver capito grazie alla meditazione quel che deve fare, se con l'aiuto dell'orazione e con la grazia di Dio non prende forza per conquistarlo? Perchè la meditazione sia fruttuosa, bisogna che segua ad essa un'orazione fervente...".

Non che ciò che si è fatto fino a questo momento non c'entri con l'orazione. Però è naturale che, se "lectio divina" è anzitutto il parlare di Dio all’uomo, a questo punto subentri la risposta esplicita da parte dell'uomo. Ed è qui allora che si capisce la tipicità della preghiera biblica e cristiana: essa è essenzialmente dialogo, conversazione ("il Padre viene incontro ai suoi figli e fa conversazione con loro" afferma la Dei Verbum).

In realtà, vi sarete accorti che questi gradini o passaggi della Lectio Divina sono sì un'indicazione di metodo (si potrebbe anche dire, con linguaggio un po' dispregiativo, una "tecnica"), ma sono anche molto di più: si tratta di indicazioni che ad un certo punto oltrepassano lo stretto ambito di accostamento alla Bibbia per invadere la vita, la nostra esperienza di vita e di fede.

La persona religiosa che prega, potrà partire di sua iniziativa e fare tutto lei, cioè un monologo alla fin fine. Ma un cristiano prega da cristiano se, oltre e prima che parlare lui, sa ascoltare.
Non è questo il luogo per trattare sistematicamente della preghiera cristiana, ma una constatazione è comunque doverosa: se l'orazione per molti - preti e religiosi compresi - è diventata qualcosa di abitudinario, monotono, ripetitivo, forse è perché l'orazione stessa è più monologo che dialogo, e nel monologo è inevitabile essere monotoni e ripetitivi.

Per Gesù la preghiera è questione di qualità; la quantità non è mai stata nelle preoccupazioni di Gesù, anzi, l'ha messa decisamente in discussione ("non moltiplicate le parole come i pagani che credono di essere esauditi a forza di parole..."): Gesù ha sempre curato e raccomandato la qualità: se pregate..."quando pregate”...fate in modo che la vostra preghiera abbia questa caratteristica. E la qualità che rende cristiana la preghiera è proprio questa: prima che un prendere la parola essa è ascolto della Parola. E quindi risposta: perciò "dialogo".

Ecco perché quella della Lectio Divina è ben più che una tecnica o un metodo. I suoi passaggi costituiscono, alla fin fine, le grandi linee direzionali di tutta l'esperienza cristiana.
Ciò che la meditazione della Parola ha fatto scaturire, è una serie di constatazioni. Ho constatato la grandezza dell'opera di Dio, la sua concretezza nell'attuarla in Cristo e in tanti uomini e donne che a lui si sono legati per la vita; ho constatato - sempre nella meditazione - la sua disponibilità a fare grandi cose nella storia degli uomini, nell'esperienza della mia Comunità e nella mia stessa storia personale. Ma constatare è troppo poco; occorre (ma è sbagliato dire occorre o si deve, perché qui si tratta di un'esigenza naturale) passare dal discorso indiretto delle constatazioni al TU, al dialogo con quel TU: dialogo in cui trovano posto la meraviglia, la lode, il desiderio, la speranza e l'attesa, la supplica e l'invocazione...

Ma ho anche constatato che la realtà che ho davanti è ancora abbastanza lontana dalla pienezza del Regno: è complessa, è problematica la realtà, soprattutto se si considerano i volti e le storie delle persone (compresa la mia, ovviamente); a volte è così distante dalla volontà di Dio che la sua lontananza - considerata in se stessa - appare irreversibile, e il suo ricupero entro il piano di Dio impossibile, o utopico quanto meno. Sì ma, portare tutto ciò entro il raggio di luce della Parola, ha l'effetto di togliere a tutto ciò che è problematico il carattere dell'irreversibile, dell'irrecuperabile: davanti a Dio non lo è affatto. E la preghiera - a questo terzo gradino dell'incontro con la Parola - è richiesta appassionata a Dio perché mi dia i suoi occhi, la sua visuale sulla realtà, sugli uomini miei fratelli, sulla Chiesa, sulle situazioni del mondo e il suo futuro: i suoi occhi, la sua visuale al posto della mia... perché anche nell'attività che poi mi aspetta, nelle scelte che dovrò fare e nei comportamenti che dovrò assumere, io sappia valutare e scegliere e agire come piace a Dio, non come piacerebbe a me. Il momento della preghiera lo devo vedere come l'opportunità che mi abilita ad agire così, anzi, come l'occasione in cui mi esercito a ragionare e ad agire in questo modo.


Tutto questo, però, se pure è vero e determinante per il servizio pastorale, sarebbe comunque insufficiente per dare la tipicità della nostra preghiera. Noi, oltre che inviati, ci troviamo ad essere ancor prima "discepoli" del Regno; a noi, come a tutti i discepoli, è partecipata la qualità stessa della preghiera di Gesù, la sua specificità: noi possiamo rivolgerci a Dio chiamandolo "Abbà", Padre! La familiarità e la confidenza possono caratterizzare davvero il nostro dialogo di Preghiera dargli i toni di una incessante gratuità. Ecco la nota determinante: la gratuità, che è figlia dell'amore.

Se non sapessimo spendere gratuitamente tempo nell'incontro con la Parola e nel dialogo con il Padre, se la nostra preghiera fosse solo funzionale al ministero che dobbiamo svolgere, sarebbe un po' povera e anche un po' fredda. E' la gratuità, lo star lì solo per amore e per null'altro, a scaldare la nostra preghiera.


Con tutta la vasta gamma di tonalità di cui è fatta: adorazione, lode, ringraziamento, supplica, pentimento, intercessione: a seconda di ciò che si è meditato, in stretta sintonia con la Parola ascoltata.

CONTEMPLATIO: la Contemplazione
La lectio divina, l'accostamento alla Parola, arriva alla sua fase culminante con quella che la tradizione cristiana chiama "CONTEMPLATIO": contemplazione. Qui cerchiamo di capirci. Se contemplazione significa starsene là seduti con la Bibbia sulle ginocchia in attesa di sintonizzarsi con Dio per via estasi...beh, allora no: questa contemplazione non è fatta per noi. Questa potrà essere l'ambizione di qualche recluso in un monastero di clausura, più che dei preti del 21° secolo. Contemplazione per chi vive nel mondo e opera nel mondo è qualcos'altro. Che cosa esattamente?

I Padri raccomandavano di portare con sè nella vita, nell'arco della giornata, o almeno della settimana, un po' di quella Parola meditata che potesse servire da viatico (il viatico è l'alimento che ci si porta appresso quando si cammina): può essere una frase del brano biblico, quella più significativa, può essere anche una parola sola, o un'idea: quella sulla quale ci si è soffermati di più nella meditazione. Da ritenere, comunque, da richiamare alla mente, da ripetere dentro di sè, come il motivo di una canzone... che quando ci viene in mente al mattino poi torna ogni tanto per tutta la giornata. L'espressione che usavano i Padri è un po' rudimentale ma senz'altro efficace: "ruminatio", ruminare... Il significato è familiare a tutti, è esperienza di tutti, nel senso che tutti sanno cosa vuol dire ruminare… dispiaceri, o preoccupazioni... rodersi in continuazione senza riuscire a pensare ad altro... e magari anche inacidirsi il fegato. E' esperienza di tutti. E allora è senz'altro preferibile sostituire l'alimento da ruminare e, anzichè dispiaceri e preoccupazion,i prendere la Parola di Dio: del resto, che essa sia cibo da masticare e da digerire con pazienza, lo sappiamo, lo conferma la Bibbia stessa: "quando le tue parole mi vennero incontro - afferma Geremia - io le divorai; le tue parole furono la gioia e la delizia del mio cuore".

Con questo "viatico" nel cuore, si riprende il cammino, si ritorna alla vita.

E che cos'è la vita? La vita è insieme di eventi, fatti, incontri, relazioni, impegni cui assolvere, contraddizioni da accettare, momenti di soddisfazione e momenti di fiasco, di ebbrezza e di sofferenza: tutto questo è la vita. Storia è in definitiva; sia che a questa parola diamo un significato ampio, universale, sia che le attribuiamo un senso più ridotto e limitato: la storia della mia comunità, la mia storia personale.

Ebbene, qui vale - per analogia – quello che si afferma della Bibbia: anche qui c'è un rapporto di superficie e di profondità, di corteccia e di midollo, di storia degli uomini e di storia di Dio (la storia degli uomini la fanno gli uomini, la storia che fa Dio, non è in contrapposizione ma in concomitanza con la storia degli uomini, ed è di salvezza).
Camminare nella vita allora per noi credenti è come calpestare il suolo del Sinai, là dove Mosè si è sentito dire: "Lèvati i calzari perché questo suolo è santo!". La realtà che fa la nostra vita è pregna della presenza di Dio perché Dio è entrato nella storia degli uomini, su questo non ci piove; e - come ci garantisce la Bibbia - è una presenza dinamica la sua, è un Dio che opera negli eventi il nostro Dio. Che cosa sarà allora contemplazione per noi?

L’attenzione e cogliere questa presenza di Dio dentro la vita: ecco la nostra contemplazione.


Qui capita qualcosa di analogo a quello che dice la Dei Verbum a proposito della rivelazione biblica: "Questa rivelazione avviene con eventi e con parole intimamente connessi tra loro, in modo che le opere manifestano la realtà significata dalle parole, e le parole chiariscono le opere... (DV 2)". Ebbene, tra Bibbia (letta, meditata, pregata) e storia (cioè vita: vissuta, sperimentata, sofferta) c'è un identico rapporto: anche gli eventi e i fatti sono da cogliere nell'ottica dei segni, o dei segnali: segnali di Dio che è in azione e attende collaborazione e risposta dai credenti. Solo che questi segni, o segnali, bisogna capirli, decifrarli, illuminarli: in che modo? Con la parola che traiamo dalla Bibbia. Ecco perché è importante portarsi dietro quella Parola della meditazione a mo' di viatico nella vita di tutti i giorni: tocca ad essa illuminare la vita e renderci attenti al passaggio di Dio, alle provocazioni che Lui ci indirizza dalla vita, dalla realtà nella quale siamo immersi; anche qui "la Parola chiarisce il mistero contenuto nelle opere", cioè nei fatti, negli eventi, nelle situazioni di cui la vita è fatta.
Equivale a ribadire, alla fin fine, quello che già si diceva in precedenza a proposito del confronto tra la Parola che sto meditando e la vita: anche la vita e la storia degli uomini sono portatrici della Parola di Dio: anche là Dio parla e rivela la sua volontà.

Ma… questo è vero? È teologicamente fondato, o piacerebbe a noi che fosse così?

Sì, è teologicamente fondato, non è nostra suggestione. La categoria evangelica decisiva per questo rapporto tra Parola biblica e vita/realtà dei nostri giorni è quella del Regno: il Regno che in Gesù si è fatto vicino, non solo, ma è addirittura in mezzo a noi. E qui non c'è dubbio: l'ambito di tale vicinanza, di tale presenza, è proprio la storia degli uomini, la loro vita reale, sia nei suoi aspetti positivi, sia nelle sue contraddizioni. Al punto tale che tutto ormai può essere interpretato e valutato in riferimento al Regno: ciò che vi è di positivo nel mondo è segno, manifestazione, spessore del Regno; ciò che è problematico, o negativo, è gemito, parto faticoso del Regno (vedi al riguardo le espressioni di Paolo in Romani 8,19ss).

Alla convinzione biblica del Dio tre volte santo (cioè totalmente trascendente e diverso da tutto ciò che è mondano) si combina ormai la convinzione, altrettanto decisa, del Dio che è "totalmente addentro" (l'espressione è di Bruno Forte): totalmente dentro la storia e le vicende degli uomini.


Allora la nostra contemplazione è fatta di pazienza, di sguardo che sa "scrutare" e che confronta ciò che vede e sente con quel "viatico" di Parola di Dio che portiamo nel cuore. Quando l'evangelista Luca parla di Maria e del suo atteggiamento contemplativo dinanzi al Mistero dell'Incarnazione, adopera un verbo particolare che in greco suona "synbàllousa": implica l'idea del soppesare, del confrontare tra loro elementi diversi: da un lato la Parola che illumina e dall'altro gli eventi che attendono di essere illuminati dalla Parola.
Renè Guerre (prete francese che lavora in Brasile alla formazione spirituale dei preti) scrive in un libro: "Non intendete l'evangelizzazione come un andare a portare Dio agli altri, perché Dio non è un oggetto che l'evangelizzatore possieda; non è qualcosa di cui egli dispone e di cui è pieno per andare a darlo agli altri. Dio è una Presenza nella vita, nella realtà, negli avvenimenti degli uomini e in essi sta agendo. L'evangelizzatore deve essere un contemplativo, per scoprire la presenza di Dio nella vita dell'uomo e saperla rivelare”.
Insomma, penso che a questo punto sia sufficientemente chiaro il senso di quel 4° gradino della Lectio Divina che è la contemplazione: quella dei certosini lasciamola ai certosini; la nostra contemplazione può essere intsa così.
In precedenza avevo fatto quest’affermazione: "può darsi - dicevo - che il momento in cui tu incontri la Parola al suo massimo grado d'incandescenza non sia affatto quello della meditazione, ma un altro". E quale esattamente? Adesso è chiaro quale possa essere quest'altro momento: nella vita, qualsiasi momento della vita, della giornata o della settimana.
"La mia parola non è forse come il fuoco?" domanda Dio al profeta Geremia. Sì, il fuoco è tra le immagini più azzeccate per definire la Parola di Dio; ma non necessariamente un fuoco che divampa con potenza: a volte quel viatico che traggo dalla meditazione assomiglia a un fuoco sotto la cenere, una brace che ha bisogno di combustibile per ardere e diventare fuoco nel vero senso della parola: la vita con le sue situazioni e il suo realismo è molto spesso il combustibile che fa diventare fuoco la brace della Parola; ed è lì che la Parola si fa incandescente, al suo massimo grado di intensità e di attualità. Molte volte - e lo potete verificare - le conclusioni di certe nostre meditazioni sono più generiche che concrete e personali, ma basta un incontro con certe situazioni di vita reale per riempirle di attualità e di concretezza. Certo, è necessario avere uno sguardo attento, capace di "scrutare"…
Consentitemi il riferimento a un’esperienza personale. Quando i bambini della mia Comunità si preparano alla prima Confessione, io raccomando e insegno a fare - ogni sera - l'esame di coscienza. Come si fa a fare l'esame di coscienza? E' come proiettare un film (oggi, con l’invenzione dei DWD… forse dovrei riaggiornare l’esempio, ma penso sia comprensibile lo stesso): occorre (oltre al proiettore) una lampada che fa luce e una pellicola che le scorre davanti. La lampada che fa luce è la Parola di Dio, la pellicola che le scorre davanti è la giornata che ho trascorso.

Ebbene, ammesso che preti e religiosi abbiano ancora la bella abitudine di fare l'esame di coscienza - mi pare che può valere lo stesso procedimento: si passa in rassegna un po' tutto e lo si confronta con quel Viatico della Parola con cui si era partiti al mattino... Si rivedono incontri avuti durante la giornata, situazioni constatate, parole dette o ascoltate, volti, nomi, fatti: può darsi che solo a questo punto si percepisca il legame tra quella Parola meditata e qualcuna di queste esperienze vissute: quello è il momento in cui il movimento, il dinamismo della Parola raggiunge il suo traguardo, perché ha trovato finalmente lo spazio in cui collocarsi. La comprensione della Parola può avvenire sia nel corso della giornata sia alla fine, quando si tirano le conclusioni in un clima che è di ascolto e di contemplazione. La Lectio Divina ha come traguardo proprio questo ed è a questo che deve approdare.



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