Legami di terra e di sangue Introduzione



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Legami di terra e di sangue

Introduzione:

A lungo mi sono chiesta se esistessero davvero legami talmente profondi da essere incatenati alla sfera della vita: sbocciamo tra zolle di terra morbida, come fiori dalle corolle troppo fragili, e i nostri deboli steli sono sorretti dal sangue che vi scorre senza posa, in un complicato circolo vitale.

Ma questo pomeriggio i miei occhi hanno incontrato lo sguardo serio di un mio antenato, il nonno di mia nonna, imprigionata in una divisa verde, l'emblema di una guerra dalla quale non avrebbe fatto ritorno. Al suo fianco, confinati nella stessa fotografia sbiadita e rudimentale, sono schierati i figli, i volti privi di colore, immortalati con distacco sulla carta ingiallita. In un attimo la disperazione controllata della moglie, le braccia forti avvolte attorno al corpo gracile di un neonato, mi ha travolto, confusa alla cupa ignoranza della mia bisnonna e di sua sorella, acuita dalla malinconica rassegnazione del soldato in partenza, che sembrava voler raccogliere i suoi ultimi attimi di vita e nasconderli sotto la casacca pesante. Così ho sentito l'eco flebile delle loro voci sospirarmi nel petto.

I legami di terra e di sangue si manifestano in questo modo, attraverso una fotografia scolorita, fissata su un muro spoglio, la bozza di un paesaggio scarabocchiato a matita, su un foglio strappato da un blocco rilegato, oppure una poesia, nascosta in una raccolta dal titolo interessante, particolare. Noi ci siamo immersi in un'avventura significativa, spesso insidiosa ed ingannevole, ma permeata di una bellezza quasi sacrale: abbiamo tentato di scrutare il significato intrinseco di ogni poesia, scostando le rime e le diverse figure retoriche. Abbiamo riportato in vita amori antichi, disperati, come quello di Ugo Foscolo per la madrepatria, venati di una dolce sofferenza, come il sentimento nostalgico con cui Giuseppe Ungaretti passa in rassegna la sua vita, leggeri e spensierati, come l'affetto ammirato che Giorgio Caproni dimostra per la madre, torbidi e peccaminosi, come il demone che si agita nel cuore di Pier Paolo Pasolini.

Spero che questo nostro lavoro riporti alla mente del lettore le luci sfocate della città in cui é nato, una persona scomparsa, un amico perduto, un'emozione dimenticata.

A Zacinto

Scritto tra il 1802 e il 1803, il sonetto è dedicato alla madrepatria Zacinto (nome greco dell’isola di Zante, parte delle isole Ionie al largo del Peloponneso).



Né più mai toccherò le sacre sponde

ove il mio corpo fanciulletto giacque,

Zacinto mia, che te specchi nell'onde

del greco mar da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde

col suo primo sorriso, onde non tacque

le tue limpide nubi e le tue fronde

l'inclito verso di colui che l'acque

cantò fatali, ed il diverso esiglio

per cui bello di fama e di sventura

baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,

o materna mia terra; a noi prescrisse

il fato illacrimata sepoltura

Ugo Foscolo
Parafrasi

Io non toccherò mai più le sacre rive del mare, dove trascorsi la mia fanciullezza, o mia Zacinto,che ti specchi nelle onde del mare greco, da cui, fanciulla, nacque Venere,

che rese fertili quelle isole col suo primo sorriso; per questo motivo non si astenne dal descrivere

le tue limpide nubi e la tua vegetazione, la poesia di Omero che cantò i viaggi per mare voluti

dal destino e l’esilio in terre lontane, per cui Ulisse, celebre per la fama e le sventure sopportate,

infine baciò la pietrosa isola di Itaca, sua terra natia.

O Zacinto, mia terra materna, tu invece non avrai altro che questo canto scritto da tuo figlio,

perché il destino ha stabilito per me una sepoltura senza il compianto delle persone care.



Metrica

Questo componimento è un sonetto e presenta uno schema metrico con rime alternate (ABAB ABAB CDE CED)



Figure retoriche

Allitterazioni:“sacre sponde” (v. 1); “fea… feconde” (v. 5); “vergine…/Venere” (vv. 4-5); “Ulisse…diverso…esiglio” (vv. 9-11); L’inclito verso di colui che L’acque/ cantò fatali (vv. 8-9);

Apostrofi: “Zacinto mia” (v. 3); “o materna mia terra” (v. 13);

Perifrasi: “colui che l’acque / cantò fatali” (vv. 8-9);

Sineddochi:“sponde” (v. 1); “greco mar” (v. 4); “limpide nubi” (v. 7); “fronde” (v. 7); “inclito verso” (v. 8);

Anastrofi: “vergine nacque / Venere” (vv. 4-5); “l’acque / cantò fatali” (vv. 8-9); “il canto avrai del figlio” (v. 12);

Litote: “non tacque” (v. 6)

Iperbato: “ a noi prescrisse il fato illacrimata sepoltura” (v. 13-14)

Inversione sintattica: “onde non taque...l'inclito verso” (vv. 6-8), “per cui bello di fama e di sventura baciò la sua petrosa Itaca Ulisse” (v. 9)

Lessico

Il sonetto presenta un lessico letterario, con molti latinismi



- Né più mai: la triplice negazione rafforza l’idea dell’impossibilità del ritorno e suggerisce una presunta omissione di un discorso precedente che il poeta fa tra sé e sé.

- Sacre: le rive di Zacinto sono sacre in quanto hanno assistito alla nascita di Venere, ma anche, più genericamente, perché Zacinto si colloca in Grecia, patria di miti e della bellezza, e perché il poeta ebbe modo di trascorrervi la fanciullezza. C’è infine una sacralità che le deriva dal suo stesso essere oggetto poetico; Zacinto viene cantata da Omero nell'Odissea.

- col suo primo sorriso: allusione all’epiteto greco della dea, philommeidés, “amante del sorriso”, cui si aggiunge la prerogativa della dea ad essere fonte di vita.

- onde non tacque: poiché nel mare di Zacinto nacque Venere, l’isola fu celebrata da Omero, considerato come il padre della creazione poetica. “Non tacque” è litote, a sottolineare l’impossibilità di tacere l’irresistibile bellezza e rigogliosità di quelle isole, feconde proprio grazie al “primo sorriso” di Venere.
- inclito: dal latino inclitus, a, um, “mai sconfitto, immortale”.
- fatali:dal latino fatalis “voluto dal fato”, i mari verso i quali Odisseo fu sospinto per volere del fato.
- diverso esiglio: letteralmente “vario esilio”. “Diverso” è infatti latinismo da divertus (dal verbo diverto, “volto in varie direzioni”).
- illacrimata: in quanto nessuno vi spargerà mai sopra le sue lacrime.

Andamento ritmico-sintattico

Il sonetto è caratterizzato da un andamento classicheggiante suggerito dalle frequenti inversioni sintattiche, dagli iperbati e dalle anastrofi. Molto significativi gli enjambement che superano le misure metriche del sonetto ricordando il dolce dondolio delle onde.



Significato
Celebrata non soltanto come patria natale ma anche come patria ideale, eternata dagli antichi miti greci e dalla poesia omerica, il poeta ne piange la lontananza e profetizza per sé la sventura di un esilio perpetuo (l’”illacrimata sepoltura”, appunto). Dopo l'appassionata evocazione dell'isola, chi scrive si identifica con Ulisse, l’esule per eccellenza, e Zacinto diventa così l’Itaca di Foscolo, patria agognata ed idealizzata al tempo stesso ma, a differenza di Ulisse, mai riconquistata. La poesia, che si fa strumento della memoria e della celebrazione letteraria delle proprie origini, si conclude però con un secco pensiero di morte, espressione del pessimismo foscoliano: il poeta ricorda come ognuno di noi si avvia verso una sepoltura annunciata e "illacrimata", ricollegandosi così al tema principale dei Sepolcri.

Trieste

Ho attraversato tutta la città.
Poi ho salita un'erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.

 


Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,


è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da quest'erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all'ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l'ultima, s'aggrappa.
Intorno
circola ad ogni cosa
un'aria strana, un'aria tormentosa,
l'aria natia.

La mia città che in ogni parte è viva,


ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.

Umberto Saba


Parafrasi:

Ho attraversato tutta la città poi ho percorso una strada in salita dapprima affollata, più in là deserta, che termina con un piccolo muro: un angolino dove mi siedo, solo; e mi sembra che nel punto in cui esso finisce, finisca anche la città. Trieste ha una sua grazia scontrosa. Se piace, è come un ragazzaccio rozzo e vorace, con gli occhi azzurri e mani troppo grandi per regalare un fiore; come un amore venato di gelosia. Da questa salita scopro ogni sua chiesa, ogni sua strada, se conduce alla spiaggia affollata o alla collina sulla cui cima rocciosa si accampa una casa, l’ultima. Ogni cosa è circondata da un’aria strana. Tormentosa, l’aria del paese natio. La mia città, che è viva in ogni parte, mi riserva un cantuccio, fatto per me, per la mia vita meditativa e solitaria.
Commento:

La poesia è una passeggiata cittadina attraverso la città di Trieste in cui il poeta rilascia una dichiarazione d’amore per questa città. Saba parla di Trieste come se avesse vita propria, infatti Trieste diventa un ragazzaccio aspro e vorace. Trieste prende la parte di una musa ispiratrice, in cui il poeta arriva ad identificarsi. Saba si spinge ai margini di una città marginale per cercare la solitudine. Anche se il poeta sente sua la città e prova amore per essa, non riesce ad immergersi nella realtà cittadina, infatti preferisce ammirare da solo e da lontano le case e le strade. Si accontenta di sentirsi vicino alla città e alla sua gente guardandole da lontano.
Metrica:

Canzone libera in strofe di endecasillabi, settenari e versi più brevi, con frequenti rime alternate e baciate.
Figure Retoriche:


Scontrosa grazia = ossimoro, come un ragazzaccio = similitudine, come un amore = similitudine, alla mia vita pensosa e schiva = Ipallage, intorno / circola ad ogni cosa = Anastrofe.
I fiumi

Questa lirica, scritta in trincea il 16 agosto 1916, é compresa nella raccolta Il porto sepolto, pubblicata l'anno successivo.



Mi tengo a quest’albero mutilato
Abbandonato in questa dolina
Che ha il languore
Di un circo
Prima o dopo lo spettacolo
E guardo
Il passaggio quieto
Delle nuvole sulla luna


Stamani mi sono disteso
In un’urna d’acqua
E come una reliquia
Ho riposato


L’Isonzo scorrendo
Mi levigava
Come un suo sasso
Ho tirato su
Le mie quattro ossa
E me ne sono andato
Come un acrobata
Sull’acqua


Mi sono accoccolato
Vicino ai miei panni
Sudici di guerra
E come un beduino
Mi sono chinato a ricevere
Il sole


Questo è l’Isonzo
E qui meglio
Mi sono riconosciuto
Una docile fibra
Dell’universo


Il mio supplizio
È quando
Non mi credo
In armonia


Ma quelle occulte
Mani
Che m’intridono
Mi regalano
La rara
Felicità


Ho ripassato
Le epoche
Della mia vita


Questi sono
I miei fiumi


Questo è il Serchio
Al quale hanno attinto
Duemil’anni forse
Di gente mia campagnola
E mio padre e mia madre.


Questo è il Nilo
Che mi ha visto
Nascere e crescere
E ardere d’inconsapevolezza
Nelle distese pianure


Questa è la Senna
E in quel suo torbido
Mi sono rimescolato
E mi sono conosciuto


Questi sono i miei fiumi
Contati nell’Isonzo


Questa è la mia nostalgia
Che in ognuno
Mi traspare
Ora ch’è notte
Che la mia vita mi pare
Una corolla
Di tenebre


Giuseppe Ungaretti

Parafrasi:

Mi appoggio a quest’albero tranciato dalla guerra, abbandonato in quest’avvallamento che ha la malinconia di un circo vuoto e guardo il passaggio lento delle nuvole sulla luna. Stamattina mi sono disteso nell’acqua come in una tomba e ho riposato come una reliquia. L’Isonzo mentre scorreva mi levigava come un suo sasso. Mi sono rialzato e me ne sono andato in bilico sull’acqua. Mi sono coricato per riposarmi vicino alla mia divisa sporca di guerra e come un beduino mi sono chinato ad asciugarmi al sole. Questo è l’Isonzo e qui meglio che in ogni altro luogo ho capito di essere parte integrante dell’universo. Il mio tormento è quando non mi sento in armonia. Ma quelle mani nascoste che mi penetrano bagnandomi mi regalano una rara felicità. Ho ripercorso i momenti principali della mia vita. Questi sono i miei fiumi. Questo è il Serchio a cui hanno attinto i miei avi contadini per duemila anni e mio padre e mia madre. Questo è il Nilo che mi ha visto nascere e crescere e affezionarmi, ancora inconsapevole nelle pianure. Questa è la Senna e nelle sue acque torbide mi sono immerso. Questi sono i miei fiumi che ho ricordato immerso nell’Isonzo. Questa è la nostalgia che da ognuno di essi mi giunge nel cuore ora che è notte e la mia vita mi sembra avvolta dalle tenebre.
Metrica:

Sembra che questa poesia sia stata scritta nel fango gelido di una trincea, in un attimo di quiete. Forse per questo Ungaretti ignora i segni di punteggiatura e rifiuta la rigidità degli schemi metrici sfoggiati dalla tradizione, che gli ricordano le dure costrizioni a cui la guerra lo sottopone. Così è impossibile per lui abbracciare costruzioni come il sonetto, che impone l’utilizzo di versi della stessa lunghezza e un preciso schema di rime.
Lessico:

Il lessico usato da Ungaretti rimanda molto alla guerra e alle sue origini; infatti utilizza termini come “beduino” o “dolina” che rimandano alle sue origini egiziane e alla guerra. Inoltre è presente il campo semantico dell’acqua che si ricollega alle sue origini.
Figure Retoriche:

Similitudini: V.11, 19, 24, Metafore: V.4, 10, 30-31, Anafore: V.45, 47, 52, 57, 61, Personificazioni: V. 2-3, 52-55
Commento:

La guerra è stata per Ungaretti un periodo di grande importanza e ispirazione infatti “racchiude” tutti i suoi fiumi nell’Isonzo, il fiume dove ha combattuto durante la prima guerra mondiale. I quattro fiumi citati hanno tutti una grande importanza per il poeta: Il Serchio è il fiume della terra da cui sono originari i suoi genitori e parenti, la Garfagnana. Il Nilo è il fiume che scorre in Egitto, dove Ungaretti è nato e cresciuto perché i suoi genitori sono emigrati lì per la costruzione del canale di Suez. La Senna è il fiume che bagna Parigi, dove Ungaretti ha vissuto e si è formato come un letterato. L’importanza della guerra nella vita di Ungaretti si nota anche dallo sfondo che infatti è un paesaggio segnato da un duro conflitto.

Mio padre è stato per me l'assassino
Questo sonetto è compreso in una raccolta di quindici poesie nate con il titolo di "Autobiografia" e confluite poi ne "Il canzoniere" a partire dalla seconda edizione (1945). Questo componimento è stato pubblicato per la prima volta nel 1924.
Mio padre è stato per me “l’assassino”;

fino ai vent’anni che l’ho conosciuto.

Allora ho visto ch’egli era un bambino,

e che il dono ch’io ho da lui l’ho avuto.
Aveva in volto il mio sguardo azzurrino,

un sorriso, in miseria, dolce e astuto.

Andò sempre pel mondo pellegrino;

più d’una donna l’ha amato e pasciuto.
Egli era gaio e leggero; mia madre

tutti sentiva della vita i pesi.

Di mano ei gli sfuggì come un pallone.
Non somigliare – ammoniva – a tuo padre”:

ed io più tardi in me stesso lo intesi:

Eran due razze in antica tenzone.

Umberto Saba


Parafrasi:
Mio padre è stato per me "l'assassino", fino a quando, all'età di vent'anni, non l'ebbi conosciuto. In quel momento ho visto che lui era come un bambino, e ho visto anche il dono che ho ereditato da lui.

Aveva sul volto i miei stessi occhi azzurri, e anche nella povertà sfoggiava un sorriso dolce e furbo. Ha sempre viaggiato per il mondo come pellegrino, ed è stato amato e nutrito da più di una donna.

Lui era allegro e senza pensieri; mentre mia madre portava su di sè tutti i pesi (problemi) della vita. Le volò via dalle mani come un pallone.

Mi diceva "non somigliare a tuo padre": ed io con il tempo capii cosa voleva dire: erano due personalità con un'antica rivalità.



Analisi metrica e ritmica:
Questo componimento è un sonetto: nella sintassi si riflette l'andamento strofico dal momento che ogni strofa si conclude con un punto. Ma pause forti come punto o due punti si trovano anche all'interno delle strofe, cosicché l'andamento ritmico ricorda molto una filastrocca, nella parte dedicata al padre, e si rompe nella terzina dedicata alla madre, dove infatti è presente l'unico enjambement del testo. Presenta rime alternate (ABAB ABAB CDE CDE), con un lessico privo di termini arcaici e dialettali; i termini utilizzati per descrivere il padre appartengono tutti al campo semantico della spensieratezza e della leggerezza, contrapposte a quelle riferite alla madre, le quali riconducono alla pesantezza ed alla severità dell'ammonizione. Il conflitto tra le due figure si risolve in maniera definitiva con l'immagine del pallone che sfugge di mano alla donna.

Analisi retorica:
Nei primi versi appaiono immagini che tratteggiano in modo delicato la figura del padre, in forte contrasto con la crudeltà del termine assassino, posto tra virgolette perché riporta alla voce della madre. Il poeta si accorge che in realtà quell'uomo gli somiglia ed esprime questo legame attraverso alcune metafore (v. 4-5): il "dono" rappresenta l'animo poetico la capacità di accostarsi con curiosità al mondo e appassionarsi alle cose della vita.

Analisi del Significato:
Questa poesia utilizza tutti i tempi verbali al passato (alternando tra passato prossimo, passato remoto e imperfetto), cosa che indica il fatto che Saba ha scritto questa poesia tempo dopo aver incontrato il padre. Sono utilizzati il passato prossimo e l'imperfetto per illustrare la visione che Saba ha del padre dopo averlo incontrato, in contrasto con quella della madre, mentre viene usato il passato remoto per parlare delle vecchie abitudini del padre. Il titolo della poesia "Mio padre fu per me l'assassino" porta fuori strada il lettore dal reale significato che la poesia ha, poiché sembra che per l'autore il padre sia veramente "l'assassino" della famiglia, e che quindi lo detesti; in realtà il titolo richiama solo il giudizio che ha la madre nei confronti del padre, che ha sempre cercato di trasmettere al figlio fin dalla sua nascita, il quale, però, dopo aver incontrato il padre, si ravvede sul suo parere nei suoi riguardi.

La gente se l'additava

Giorgio Caproni, nato a Livorno il 7 gennaio 1912, è stato un poeta, critico letterario e traduttore italiano. Il vero cuore della poesia di Giorgio Caproni, è il libro Il seme del piangere uscito nel 1959 da Garzanti. Il seme del piangere, dedicato alla madre Anna Picchi, l’indimenticabile Annina protagonista del libro, in particolare della sua prima parte, gli amatissimi “Versi livornesi”, in cui è presente appunto la poesia "La gente se l'additava", è uno dei punti più alti in assoluto che la poesia italiana del Novecento abbia toccato, o diciamo almeno che è il più bel libro di poesia della seconda metà del Novecento.


Non c'era in tutta Livorno

un'altra di lei più brava

in bianco, o in orlo a giorno.

La gente se l'additava

vedendola, e se si voltava

anche lei a salutare,

il petto le si gonfiava

timido, e le si riabbassava,

quieto nel suo tumultuare

come il sospiro del mare.
Era una personcina schietta

e un poco fiera (un poco

magra), ma dolce e viva

nei suoi slanci; e priva

com'era di vanagloria

ma non di puntiglio, andava

per la maggiore a Livorno

come vorrei che intorno

andassi tu, canzonetta:

che sembri scritta per gioco

e lo sei piangendo: e con fuoco.

Giorgio Caproni

Parafrasi:
Non c'era una sarta più abile di lei, nei ricami e nelle rifiniture, in tutta Livorno. Vedendola, la gente la indicava con meraviglia, e se anche lei ricambiava il saluto il petto le si gonfiava timidamente e le si riabbassava quieto in un sospiro, come il movimento leggero del mare.

Era una personcina semplice e un po' orgogliosa (anche un po' magra), ma dolce e piena di vita nelle cose che la appassionavano; essendo priva di presunzione, ma non di pignoleria, era molto ammirata a Livorno, come vorrei che fossi tu, canzonetta: che sembri scritta per gioco, ma lo sei con dolore e passione.



Analisi del significante:
E' una canzone che riprende la canzone libera leopardiana con alternanze di endecasillabi e settenari in modo non programmato, formata da tre stanze, una di dieci e la seconda di nove e un distico, con rime baciate (ABABBCBBCC DEEFFGBAADEE), e versi liberi. L'andamento sintattico è caratterizzato da numerosi enjambement che conferiscono alla poesia un andamento piano e discorsivo. La presenza della similitudine come il sospiro del mare, richiama al pensiero del lettore la figura di una donna che, camminando, respira quieta ricordando l'onda del mare, la quale si alza e si riabbassa.

Il lessico di Caproni è molto informale, quasi stesse parlando della madre a degli amici, o come se pensasse che la sua canzonetta verrà letta da persone del suo paese.



Analisi del Significato:
In questa poesia Caproni fa riferimento al Dolce Stilnovo di Dante, in particolare alla poesia Tanto gentile e tanto onesta pare, con la quale viene per l'appunto confrontata la nostra poesia. Anna, per suo figlio, è come la donna angelo degli stilnovisti, "va per la maggiore": la donna non è solo un punto di riferimento per lui, ma apprezzata da tutti, e per questo elogiata. Come la donna stilnovista anche la madre giovinetta passa per strada, incantando tutti ("la gente se l'additava") con il suo saluto ("se si voltava anche lei a salutare"). Non meno stilnovista è la conclusione del componimento: quella di rivolgersi alla propria poesia chiamandola canzonetta, che serve a comunicare al lettore il desiderio che quanto scritto sia il più possibile divulgato, in questo caso per diffondere la lode di una donna che vi è celebrata quasi in modo giocoso, ma in realtà con un profondo affetto da parte del figlio. Il titolo della canzone "La gente se l'additava" indica le numerose lodi che tutta Livorno faceva alla madre, appunto indicandola con meraviglia al suo passaggio.

Supplica a mia madre

Questo componimento é tratto dalla raccolta Poesia in forma di rosa, pubblicata tra il 1961 e il 1964.


E' difficile dire con parole di figlio A
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio. A

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore, B


ciò che è stato sempre, prima d'ogni altro amore. B

Per questo devo dirti ciò ch'è orrendo conoscere: C (ripetizione del suono sc)


è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia. D

Sei insostituibile. Per questo è dannata E


alla solitudine la vita che mi hai data. E

E non voglio esser solo. Ho un'infinita fame F


d'amore, dell'amore di corpi senza anima. G (consonanza)

Perché l'anima è in te, sei tu, ma tu H


sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù: H

ho passato l'infanzia schiavo di questo senso I


alto, irrimediabile, di un impegno immenso. I

Era l'unico modo per sentire la vita, L


l'unica tinta, l'unica forma: ora è finita. L

Sopravviviamo: ed è la confusione M


di una vita rinata fuori dalla ragione. M

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire. N


Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile … O (assonanza)


Pier Paolo Pasolini

Parafrasi:
E' difficile esprimere attraverso le parole di un figlio, ciò a cui, nel cuore, assomiglio ben poco. (Tu) Sei la sola al mondo che conosce da sempre, prima di ogni altro amore, la natura del mio cuore. Per questo devo dirti ciò che è terribile riconoscere: la mia inquietudine nasce dalla tua armonia. Sei insostituibile. Per questo la vita che mi hai donato é condannata alla solitudine. Ma non voglio essere solo. Ho una fame insaziabile d'amore, di quell'amore che provano i corpi senz'anima. Perché l'anima é in te, sei tu, ma sei mia madre e il tuo amore rappresenta la mia schiavitù: ho trascorso l'infanzia schiavo di questo sentimento elevato, inesorabile, di un vincolo insolubile. Era l'unico modo per assaporare la vita, l'unico colore, l'unica forma: ora é finita. Sopravviviamo: ed é il turbamento di un'esistenza sbocciata oltre la ragione. Ti supplico, ah, ti supplico: non desiderare morire. Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile.


Significante:
La poesia è suddivisa in dieci distici, formati generalmente da doppi settenari e qualche endecasillabo, come ai versi 11 e 17. Ogni distico é caratterizzato dalla rima baciata ad eccezione del terzo (-oscare, -oscia), del quinto (consonanza) e dell'ultimo (assonanza). Sono presenti molti enjambement interni alle strofe (v. 1-2, 7-8, 9-10, 11-12, 13-14, 17-18), le quali si concludono tutte con un punto. Si ha quindi la coincidenza tra strofe e periodo. Il risultato é un ritmo singhiozzante e categorico, a cui si adegua una scelta lessicale schietta ed incisiva. Il rapporto del poeta con la madre é efficacemente sintetizzato dai termini sola/solo, utilizzati con significato opposto e complementare, che rimandano sia al campo semantico dell'unicità, sia a quello della solitudine. E' rilevante la presenza di una ricca aggettivazione (dannata, senso alto, irrimediabile, immenso). E' degna di nota anche la prevalenza di termini appartenenti a campi semantici astratti (grazia, angoscia, solitudine, fame, schiavitù, infanzia, vita, confusione, ragione).

La figura retorica più significativa é l'inversione sintattica, che sottolinea alcuni passaggi nodali.



Significato:
La poesia si fonda sull'antitesi tra grazia e condanna. Dalla beatitudine della madre nasce il tormento del figlio: ma luce ed ombra, in quest'opera, si combattono solo in apparenza; in realtà le due forze sono sigillate da uno stretto rapporto logico. Infatti è proprio l'armonia della donna a determinare nel poeta quella diversità che lo costringe alla solitudine.

Dall'amore onnivoro ed esclusivo per la madre, derivato probabilmente da un irrisolto complesso edipico e fuso in un tutt'uno con quello narcisistico per se stesso, fiorisce un amaro senso di colpa di fronte al tabù dell'incesto, dell'omosessualità e dunque, nuovamente, del peccato. Sembra che la rigida formazione cattolica, provinciale e piccolo borghese, emerga dalla coscienza inquieta di Pasolini, come un ricordo sfumato, confuso, ma non per questo meno temibile. Ne consegue che l'amore, nella sua poetica, è sempre autodistruttivo, poiché si presenta come il riflesso distorto dell'impossibile desiderio incestuoso.


Atque in perpetuum, frater...
Questo componimento, pubblicato per la prima volta nel 1978, è compreso nella raccolta Il Franco Cacciatore (Ponte Nero).


Quanto inverno, quanta
neve ho attraversato, Piero,
per venirti a trovare.

Cosa mi ha accolto?

Il gelo
della tua morte, e tutta
tutta quella neve bianca
di febbraio - il nero
della tua fossa.

Ho anch'io


detto le mie preghiere
di rito.

Ma solo,
Piero, per dirti addio


e addio per sempre, io
che in te avevo il solo e vero
amico, fratello mio.


Giorgio Caproni

 Parafrasi


Oh Piero, quanto inverno e quanta neve sono stato costretto ad affrontare per venirti a trovare. Cosa mi ha accolto? Il gelo della tua morte, e tutta quell'enorme quantità di neve bianca di febbraio, in contrasto con l'oscurità della tua fossa. Anch'io ho detto le mie preghiere di rito. Ma solo, Piero, per dirti addio, addio per sempre; io che in te, fratello mio, avevo l'unico vero amico.

Analisi del significante:
La poesia é scritta in versi sciolti, organizzati in cinque strofe di lunghezza differente (una terzina, un verso isolato, una quinta rima , una terzina e una quinta rima) e disposti sulla pagina in maniera irregolare. Grazie a questa tecnica vengono messe in luce parole dal significato intenso, come gelo, al quinto verso, che sintetizza il tragico dolore del poeta. Sono presenti molti enjambement (vv. 1-2; 5-6; 6-7; 8-9; 10-11; 11-12; 14-15; 15-16; 16-17) ma il ritmo é frammentato, sembra infatti ricordare un pianto soffocato e singhiozzante, perché i versi sono interrotti al centro da segni di punteggiatura (di febbraio -il nero). Le rime, irregolari, mettono in risalto parole significative (Piero, nero, gelo, vero; anch'io addio, io, mio); sono quindi presenti fenomeni di assonanza e consonanza. Inoltre possiamo incontrare anche figure retoriche di ripetizione come il poliptoto (tutta-tutta, gemente-gemente, addio addio), che intensificano il significato.

Le parole chiave (inverno, gelo, morte, fossa, bianca, nero, preghiere, addio) appartengono al campo semantico della morte. Apparentemente i due colori bianco e nero sono posti in antitesi tra loro, ma ad uno sguardo più profondo, appaiono legati dal rapporto logico del gelo, quindi della mancanza di vita..




Analisi del significato
Il titolo di questa poesia raccoglie dal passato un verso del carme 101, che il poeta latino Catullo dedica alla morte prematura dell'amato fratello: Il dolore per la morte di un fratello amato risulta in questo modo universale, ugualmente profondo e straziante in qualunque dimensione temporale.

La vita, in questa poesia, viene dipinta come un travagliato errare che ha come meta la propria morte o quella delle persone amate; una dolorosa ed inevitabile esperienza che sottolinea la vanità dell'esistenza umana. Caproni, in questa lirica, mostra che proprio per la sua oscura inesorabilità, non resta che accettarla con dignità. Il poeta infatti, nell'assistere alla sepoltura del fratello, lascia che la morte s'insinui in un angolo della sua anima, stretto nella morsa gelida di un febbraio nevoso, eppure non esprime meraviglia di fronte allo schietto dolore: sembra riconoscerlo in un potente eco di voci perdute nel tempo, come conferma il richiamo ad un poeta vissuto quasi duemila anni prima.

La scena presenta una realtà rarefatta, quasi astratta e sfumata: il poeta è solo, avvolto dal bianco della neve fredda, e proteso verso l'antro nero della fossa, come gelato e annichilito nel proprio dolore. La solitudine é totale, neanche la sfera religiosa riesce a penetrare il turbine polare che avvolge l'uomo: egli ripete meccanicamente le preghiere di rito, ben conscio che per lui non hanno alcun significato ma sono solo un banale veicolo per dire addio ad una persona amata.

Gli autori
Ugo Foscolo:

Ugo Foscolo nacque nel 1778 a Zante (o Zacinto) una delle isole Ionie, possedimento della repubblica di Venezia, da madre greca e padre veneziano. Successivamente, dopo la morte del padre, si trasferì con la famiglia a Venezia. Nel 1797 fu firmato il trattato di Campoformio, con cui Napoleone cedeva Venezia (e con questa Zacinto) all'Austria, Foscolo perciò deluso diede inizio al suo volontario esilio. La sua vita fu caratterizzata da viaggi e fughe, a causa di motivi politici (militò nelle forze armate degli stati napoleonici, ma in maniera molto critica, e fu un oppositore degli austriaci, a causa del suo carattere fiero e dei suoi sentimenti repubblicani). Morì a Londra nel 1827 in povertà.



Umberto Saba:
Nacque a Trieste nel 1883 e morì a Gorizia nel 1957. Di origine ebrea per parte di madre, prima di dedicarsi alla letteratura, portò avanti studi commerciali e fu praticante di commercio presso una famigli triestina; per molti anni fu proprietario di una libreria antiquaria nella sua città natale. Il Canzoniere, pubblicato per la prima volta nel 1921, costituisce l'esempio eccezionale di un'autobiografia poetica, svolta con un impegno ed una passione che sono sempre dell'anima prima che della letteratura.

Giuseppe Ungaretti:
Nacque ad Alessandria d'Egitto nel 1888 e morì a Milano nel 1970. Di famiglia toscana, dopo aver trascorso l'infanzia e l'adolescenza in Egitto, passò molti anni a Parigi, a contatto con le prime avanguardie novecentesche e con i grandi temi del simbolismo e della poesia pura. Partecipò alla prima guerra mondiale, combattendo in Italia ed in Francia.
Giorgio Caproni:
Nacque a Livorno nel 1912 e morì a Roma nel 1990. Compì i primi studi, anche musicali, e qui scrisse i suoi primi versi. Dal 1945 visse a Roma, dove collaborò a giornali e riviste con poesie, saggi critici, racconti e traduzioni. Tutta la sua poesia è attraversata da una forma metrica rotta, spezzata, esclamativa che rispecchia l'animo del poeta, sconvolto dall'assurdità dell'esistenza.

Pier Paolo Pasolini:
Scrittore e regista (Bologna 1922- Ostia, Roma, 1975) fu una personalità chiave nella cultura italiana della seconda metà del Novecento. Pur avendo compiuto gli studi di lettere a Bologna, visse a lungo nel paese della madre, Casarsa, in Friuli, dove contribuì alla vita e allo studio della letteratura dialettale.

Bibliografia
Leggere senza fine, Poesia e teatro (B), V. Jacomuzzi- M.E. Dulbecco

L'Enciclopedia, Volume 4 (la biblioteca della Repubblica)

L'Enciclopedia. Volume 17 (la biblioteca della Repubblica)

L'Enciclopedia. Volume 20 (la biblioteca della Repubblica)



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