Legislazione scolastica -1



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28.03.2019
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LEGISLAZIONE SCOLASTICA -4

Riforma della scuola

Dopo cinque anni di infuocato dibattito, il recente avvicendamento governativo ha imposto la sospensione della sperimentazione dei nuovi percorsi liceali tracciati dalla riforma dell’ex Ministro Moratti. Lungi da noi l’idea che le riflessioni, i dibattiti, gli incontri sin qui articolati si siano rivelati inutili, riteniamo di dover interpretare il blocco delle sperimentazioni come un’occasione imperdibile per rilanciare il confronto tra le realtà studentesche e scolastiche, all’obiettivo di perseguire il bene dell’istruzione italiana. Questa pausa di riflessione ci invita con urgenza a riannodare i fili del dialogo e dell’approfondimento, al fine di giungere preparati e proficuamente presenti alle occasioni in cui saremo chiamati a fornire il nostro contributo al nuovo corso della scuola italiana. I progetti delle scuole di partecipazione non possono certo mancare di un esaustivo richiamo alla “cartella clinica” della riforma, dal cui contenuto dipenderanno in gran parte il futuro degli studenti e l’apertura di nuovi spazi di presenza democratica, di cittadinanza attiva giovanile. Ora o mai più, dunque. Non possiamo tirarci indietro, a meno di voler osservare da semplici spettatori i futuri sviluppi!




  • BREVE CRONOLOGIA.

Il presente può essere pienamente compreso solo avendo ben chiaro in testa ciò che è accaduto nell’immediato passato. Prima di approfondire, nei successivi paragrafi, alcune delle ultime vicende, abbozziamo un breve riassunto delle puntate precedenti!

  • 1996-2001: il centro-sinistra, al governo dopo la inaspettata caduta del primo esecutivo Berlusconi, durato appena due anni, dà avvio ad un primo percorso di riflessione. Il lavoro trova compimento in una serie molto significativa di innovazioni: la legge sulla parità scolastica n. 62 del 2000 (sistema formativo integrato scuole pubbliche + scuole private parificate), la disciplina dell’autonomia scolastica, lo Statuto delle studentesse e degli studenti. In particolare, il Ministro Berlinguer promuove una proposta di riordino dei cicli di istruzione, esposta nella legge n. 30 del 2000. Scuola elementare e media unite in un percorso settennale, passaggio dai programmi didattici a curricoli personalizzati e progressivi, tra le innovazioni di maggior spessore. La riforma però è molto avversata, sia dall’opposizione che negli ambienti scolastici, tanto che viene caducata non appena il centro-sinistra cede il testimone del governo ad una nuova stagione Berlusconi.

  • 2001: tra i propri cardini, il programma del nuovo esecutivo prevede la complessiva riforma del sistema di istruzione e formazione professionale, pertanto il neo-Ministro Letizia Moratti riunisce subito una commissione di saggi (pedagogisti, educatori, operatori della scuola, psicologi, tecnici…). Il “gruppo ristretto di lavoro”, così definito dal decreto ministeriale n. 672 del 2001, che lo istituisce, ha in Giuseppe Bertagna, docente di chiara fama dell’Università di Bergamo, il proprio carismatico presidente.

  • 14 dicembre 2001: il Gruppo ristretto di lavoro giunge alle sue conclusioni, pubblicando un documento contenente “raccomandazioni per l’attuazione della riforma”, fitto di variegate proposte: innalzamento dell’obbligo scolastico a 18 anni o comunque al conseguimento di una qualifica; evitare la precoce scolarizzazione, con incanalamento anticipato degli studenti verso un tipo di studi; organizzazione biennale del percorso di studi, con valutazione al termine di ogni periodo; creazione di 8 percorsi liceali di durata quadriennale; ideazione della formazione in alternanza scuola-lavoro. Il documento fa subito scoppiare le polemiche, anche per la lettura che ne è data dalla maggioranza di governo, che paventa, ad esempio, la possibilità di introdurre quote orarie opzionali con materie a pagamento. Inizia il dibattito, che si snoda tra miriadi di assemblee studentesche, proteste di piazza, trasmissioni televisive, eventi mediatici e un po’ propagandistici come “gli stati generali dell’istruzione italiana”.

  • 28 marzo 2003: il Parlamento approva la ormai celeberrima legge n. 53 del 2003, con la quale delega al governo la definizione delle norme generali sull’istruzione. Il governo, cioè, ottiene dal Parlamento il mandato a concretizzare in decreti legislativi attuativi le linee guida di riforma fissate nella suddetta legge. L’espediente della legge delega permette maggiore rapidità di lavoro e di produzione normativa, ma incontra molte critiche, a motivo del fatto che una materia fondamentale come la “rivoluzione della scuola” viene sottratta al più approfondito dibattito parlamentare. Il Ministro Moratti fissa un calendario che, nel giro di 24 mesi, deve condurre alla progressiva approvazione in sede governativa e parlamentare dei vari decreti attuativi (es: sul diritto-dovere allo studio, sulla formazione degli insegnanti, sull’alternanza scuola-lavoro, sul riordino della scuola primaria, sulla ridefinizione dei cicli della scuola secondaria). Il lavoro procede serrato, per arrivare al completamento del programma di riforma entro il termine del quinquennio di governo.

  • 14 luglio 2005: in occasione di una riunione della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, le Regioni manifestano parere contrario all’attuazione in tempi brevi della riforma, chiedendo la sua dilazione all’anno scolastico 2007/2008, sia per questioni di merito sull’impianto della nuova scuola che per ottenere maggiori delucidazioni e risorse rispetto alle loro nuove competenze in tema di formazione professionale.

  • Marzo 2006: la sfida è vinta, almeno formalmente. Tutti i decreti sono stati approvati e c’è anche il tempo per proporre alcuni progetti di innovazione: un decreto (n. 775 del 2006) del Ministro stabilisce infatti che le scuole che lo desiderano, rispettando determinati parametri di serietà e adeguatezza del percorso educativo, possono elaborare esperienze di attuazione della riforma, in esclusivo riferimento agli studenti del primo anno.

  • Giugno 2006: nuovo passaggio di consegne al governo, l’On.le Fioroni diviene titolare del Ministero dell’Istruzione. Il Ministro sospende con proprio decreto l’attuazione della riforma, animato dalla volontà di ristabilire il dialogo tra le parti sociali coinvolte e dall’intento di fare chiarezza, senza tuttavia dare avvio ad abrogazioni e cancellazioni aprioristiche dell’esecutivo precedente.




  • LA SOSPENSIONE DELLA SPERIMENTAZIONE.

Come già accennato, il decreto ministeriale 775 del 2006 ha offerto la possibilità alle scuole secondarie di attivare, nell’anno scolastico 2006-2007, i cosiddetti “progetti nazionali di innovazione”, ossia piani di introduzione delle innovazioni apportate dalla riforma. Questi, ad una sommaria lettura, i tratti salienti del decreto:

  • possibilità di usufruire del decreto ministeriale in questione subordinata alla scelta del singolo istituto e, aspetto di essenziale importanza, al rispetto di parametri relativi alla presenza di adeguate risorse umane, finanziarie e strumentali;

  • sperimentazione stessa caratterizzata per una duplice parzialità: introdotta solo per il primo anno di scuola superiore secondaria ed applicata esclusivamente ai percorsi di istruzione che non prevedano la formazione di personale ad hoc, che non necessitino cioè di figure professionali del tutto nuove (si pensi, ad esempio, al liceo musicale e coreutico, che richiederebbe specifica formazione degli insegnanti, nonché apporti finanziari e strumentali adeguati);

  • necessario consenso degli studenti e delle famiglie alla proposta avanzata dalla scuola;

  • predisposizione di materie obbligatorie a scelta opzionale dello studente, con organizzazione di un adeguato “orientamento interno” proprio ai fini della scelta tra le varie discipline opzionali; definizione di unità di apprendimento, volte alla personalizzazione del percorso formativo del singolo alunno (prima bozza del famoso portfolio personale di competenze);

  • attivazione di percorsi di aggiornamento dei docenti.

Con questo decreto, in sostanza, si è voluto “aggirare” il parere contrario delle Regioni all’avvio della sperimentazione, optando per una scelta di maggiore libertà per le scuole che sentissero di avere le carte in regola per tentare il grande salto verso l’innovazione. Soluzione in sé e per sé interessante (quasi ragionevole, verrebbe da dire, dopo tanto parlare astratto delle conseguenze della riforma), ma non priva di disguidi, che l’hanno resa concretamente impraticabile, tanto da determinare il Ministro alla decisione di porre un blocco alla sperimentazione. Che mai sarà successo? Vediamo, punto per punto, le motivazioni di un provvedimento sulle cui ragioni pochi hanno realmente indagato:



  • il decreto sulle sperimentazioni è stato emanato in contrasto con la volontà manifesta delle Regioni, con l’esito prevedibile di accentuare tensioni politiche tutt’altro che benefiche per il mondo della scuola;

  • il decreto ministeriale, inoltre, è in sostanziale conflitto con il decreto legislativo 226/2005 (quello che attua la legge delega di riforma della scuola con riferimento agli istituti secondari), che prevede l’avvio della sperimentazione a prendere le mosse dall’anno 2007-2008: ne deriva un corto circuito interno, con due disposizioni reciprocamente incompatibili a livello sostanziale, al di là della differenza lessicale tra sperimentazione vera e propria (dicitura usata nel decreto 226/2005) e progetti nazionali di innovazione (dicitura utilizzata nel decreto ministeriale 775/2006);

  • le disposizioni sui progetti di innovazione sono state approvate il 31 gennaio, ossia dopo il termine ultimo per le iscrizioni degli alunni di terza media alle scuole superiori (scaduto il 25 gennaio). Il decreto richiede l’assenso delle famiglie all’attivazione dei progetti, ma è facile immaginare il disorientamento di chi si sente dire che le condizioni sussistenti al momento dell’iscrizione del figlio sono variate in un momento successivo. Per non parlare dei prevedibili contrasti nelle scuole con poche sezioni o con sezioni didatticamente molto variegate, qualora gli istituti avessero elaborato il progetto di innovazione su una classe in cui non tutti i genitori fossero concordi;

  • concretamente il Ministero ha ricevuto, su un totale di più di 1800 scuole potenzialmente interessate, solo 54 proposte di progetti, peraltro caratterizzate da profili di innovazione esigui rispetto ai livelli richiesti da una vera sperimentazione della riforma. Progetti che, dunque, sono stati agevolmente e più correttamente incanalati nell’alveo della disciplina sull’autonomia scolastica, che già conferisce alle scuole la possibilità di usufruire di significativi spazi di autodeterminazione didattica;

  • le scuole stesse hanno presentato le scuole oltre il brevissimo termine fissato dal precedente Ministro (marzo 2006), rendendo così impossibili la programmazione di un’adeguata formazione degli insegnanti ed un compiuto coinvolgimento delle famiglie;

  • infine, 15 Regioni, appena visionato il decreto 775/2006, hanno subito presentato al Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio una istanza per ottenerne la sospensione. Sul punto è intervenuto il Ministro, che ha raggiunto un accordo con l’On.le Silvia Costa per il ritiro dei ricorsi da parte delle Regioni, con la promessa di ristabilire “un rapporto di reale collaborazione”.

Per il Ministro Fioroni, dunque, “la sospensione del decreto è un provvedimento di doverosa autotutela del Ministero”.




  • IL MSAC E LA RIFORMA.

Come già chiarito nell’introduzione, la motivata sospensione della sperimentazione ci deve chiamare ad un ulteriore sforzo propositivo. Nei prossimi mesi si giocheranno i minuti decisivi della partita che vede in ballo l’avvenire della scuola, capiremo come ed in che parti la riforma Moratti sarà ripresa dall’attuale esecutivo, quali ulteriori innovazioni o eventuali migliorie verranno proposte; capiremo anche se la voce degli studenti davvero sta a cuore a chi, negli ambienti della politica, il futuro dei giovani ce l’ha in mano. Nel dubbio, invitandovi a vigilare, a tenervi informati e a cooperare attivamente nel rendere significativo e proficuo il contributo della nostra associazione tutta, riprendiamo brevemente alcune delle considerazioni avanzate dalla scorsa equipe nazionale nel documento “Qualcosa da dichiarare”, pubblicato pochi giorni dopo la pubblicazione della legge delega sulla riforma Moratti. Quelle pagine, con le correzioni imposte dal mutare delle circostanze contingenti, rappresentano ancora oggi una ottima base di partenza, capace di provocare e di indurre ad approfondite riflessioni sulla necessità di creare una scuola che abbia sempre al centro la persona. Ecco gli spunti essenziali:

  • contestiamo alcune scelte di metodo fin qui adottate, come quella di ricorrere allo strumento della legge-delega, che comporta per la sua stessa natura la riduzione ai minimi termini del dialogo parlamentare e con le parti sociali coinvolte;

  • il cuore della riforma deve essere l’ammodernamento dei saperi, ossia dei contenuti dei percorsi formativi e delle esperienze didattiche che la scuole offre agli studenti. In questa prospettiva, vorremmo una scuola che sappia educare alla democrazia ed alla partecipazione, che si apra ad una lettura critica dei linguaggi e dei processi di comunicazione del nuovo millennio, che non perda l’occasione di formare alla giustizia ed alla solidarietà nelle città e nel mondo globalizzato, che rivaluti l’insegnamento della religione Cattolica, che punti su uno studio esperienziale delle scienze, al di là dei libri di testo;

  • la riforma deve valorizzare l’autonomia scolastica, attraverso una maggiore flessibilità organizzativa e l’arricchimento in loco del Piano dell’Offerta Formativa, soluzione ben più virtuosa di un raffazzonato abbandono a processi di regionalizzazione della scuola, determinando conseguenze deleterie sotto il profilo dell’uguaglianza e dell’unità del paese;

  • la scuola deve riconoscere pari dignità, pur nelle reciproche differenze, tra il sistema di istruzione liceale e tecnico ed il canale della formazione professionale. Ciò anche al fine di combattere il fenomeno della precoce canalizzazione degli studenti nell’uno o nell’altro ramo, scelta spesso obbligata dalle personali condizioni economiche, familiari, sociali;

  • vogliamo un esame di maturità serio e giusto, auspicando pertanto una parziale modifica dell’attuale composizione delle commissioni d’esame, che permetta di fare dell’esame qualcosa di diverso rispetto ad uno scrutinio-bis;

  • la scuola è la questione centrale di qualsiasi paese: un paese che non investe adeguatamente nella scuola non investe sul proprio futuro. Per una scuola che sappia far fronte alla disoccupazione, all’illegalità, alle diseguaglianze tra Nord e Sud, occorrono investimenti di qualità.



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