Lei ha raccontato che uno dei suoi primi ricordi d’infanzia è quello di lei bambino che disegna su di una terrazza da qualche parte nel sud d’Italia



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29.03.2019
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La morte della coscienza è l’opera che dal punto di vista temporale, chiude la mostra. Come è nata?
La Morte della coscienza è nata da un bizzarro ritrovamento. Per la mia prima comunione mia madre mi regalò un grillo di pannolenci. A distanza di secoli ho ritrovato questo grillo, molto malconcio, e con il mio nipotino Jacopo abbiamo deciso di mettere in scena il suo funerale e seppellirlo in giardino. Ma nel farlo mi sono reso conto di non avere ancora finito con questo grillo. E dato che il grillo in Collodi rappresenta la coscienza mi è venuto in mente di farne la Morte della Coscienza. Nasce così questo morticino estremamente ludico, non drammatico, che ho fatto in bronzo, in terracotta, ho interpretato e sviscerato. A un certo punto gli ho fatto anche una grillina, che pochi hanno visto. E in qualche modo mi sembrava che non fosse poi del tutto morto, ma soltanto assopito. Quindi si può sperare che la coscienza non sia proprio morta del tutto, ma soltanto addormentata. E quando la famosa libreria Seeber di Firenze chiuse il grillo è stato lì ad esprimere il mio disappunto nei confronti della chiusura di un’istituzione gloriosa. Il cadavere del grillo quindi alla fine non è stato più sepolto, è diventato una reliquia che porta bene.

La pittura negli ultimi quaranta anni di storia dell’arte è stata sepolta e riesumata diverse volte. Anche negli ultimi dieci anni si parla insistentemente di un ritorno alla pittura. Cosa ne pensa lei?


A me non pare vero, se devo essere onesto, pur sostenendo uno sviluppo di questo genere non so trovare esempi recenti che mi tranquillizzino, se non forse pochissimi. Fare pittura oggi è molto difficile perché la pittura è demotivata di fronte a sé stessa. Non si trova il coraggio di puntare sull’azione stessa del pittare, bloccandola senza cercare di andare oltre quel momento magico in cui la creazione avviene.


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