L'esperienza estetica cap



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26.11.2017
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15. Dove ricompare Shakespeare con una storia macabra che riguarda un certo Macbeth e i boschi che si muovono.


Restiamo al binomio “astratto” e “concreto” e finiamo il ragionamento. Per Aristotele, e per gran parte della filosofia, siamo in presenza di una “realtà” data, concreta, da cui noi - con una misteriosa facoltà – cerchiamo di astrarre i “concetti”, le “idee” senza renderci conto che attribuiamo alla “realtà” quelle categorie che abbiamo elaborato con la nostra mente. La conoscenza, che non è altro che “dare un significato alle cose”, diviene invece il modo in cui il pensiero (astratto) si adegua alla realtà (concreta).

Il metodo operativo che stiamo seguendo, rifiuta questo modo di pensare che si contraddice presupponendo qualcosa di “esistente” - una realtà data tutta da “conoscere” - che nello stesso tempo però deve essere “conosciuta” - astraendola come “essenza” dalla realtà stessa.

Ceccato, a proposito di questo errore, praticato da quasi tutti i filosofi del passato, parla di “raddoppio conoscitivo”. Infatti la contraddizione è palese: il contenuto del “conoscere” precede il “conoscere” stesso da cui invece proviene.

In altre parole, c’è un originale fuori di noi (la realtà) e una copia dentro noi (il pensiero che la conosce), ma nulla ci garantisce che la copia corrisponda all’originale perché il confronto è impossibile; che la copia, come vogliono i filosofi, sia quella “vera” che corrisponde (si adegua direbbe san Tommaso seguendo Aristotele) alla “realtà”. È palese l’uso distorto che costoro fanno di tre magiche parole: “reale”, “vero” e “conoscere”.

Sgombrato il campo da questi errori filosofici è evidente che il “fisico” e lo “psichico” di cui noi parliamo sono una combinazione di operazioni mentali “pure” (le categorie atomiche, del sistema minimo, ecc.), in questo caso “applicate” all’operare dei sensi - che le “categorie pure”, appunto, rendono “presente”.

Chi si occupa di estetica, e non distingue il “fisico” dallo “psichico” in base alle operazioni mentali compiute, parla di concetti astratti trasformati in “immagini” o in un “linguaggio figurato” e «ciò che viene trasformato è generalmente uno stato soggettivo, un atteggiamento di vita, un comportamento generale o particolare, uno stato d’animo, e così via».

Con la differenza rispetto allo schizofrenico, che nell’esperienza «estetica la rappresentazione concreta - cioè la fisicizzazione delle emozioni diremmo noi - non solo non è in contrasto con il concetto astratto originale, ma, al contrario, lo rinforza. (…) La concretizzazione del concetto è straordinariamente evidente nel teatro. Le tragedie classiche, per esempio, riproducono certe situazioni umane (come la passione, l’ignoranza, il destino immutabile, il conflitto tra la legge morale e la legge del paese ecc.) che portano il protagonista alla catastrofe .

In tal modo il drammaturgo “concretizza” una situazione di importanza più vasta, talvolta una premessa tragica dell’esistenza umana. Lo svolgimento del dramma rappresenta spesso lo sviluppo di una situazione inevitabile. I concetti non vengono espressi in modi filosofici e discorsivi, ma vengono concretizzati nell’azione. Le azioni parlano da sole; i personaggi rappresentano delle categorie di uomini.» (S. Arieti, op. cit., pag. 391 e 395).

Un esempio di separazione cosciente dell’idea dall’astratto, che si accompagna ad una concretizzazione del concetto, lo troviamo, a mio giudizio, in ciò che accade nel Macbeth di Shakespeare. È una storia nota. Macbeth vuole diventare re ed è disposto a tutto anche ad uccidere, anche persone inermi. È inoltre sicuro che nessuno potrà togliergli il trono perché una strega gli ha predetto che sarà re fino a quando il bosco di Birnam non marcerà contro di lui, cosa che ritiene impossibile.


Théodore Chassériau
Macbeth e Banquo incontrano le streghe

La profezia invece si avvera. La foresta che avanza, come predetto dalle streghe, diventa un fatto concreto quando i soldati nemici vengono avanti nascosti dai rami degli alberi, così da sembrare che il bosco si muova. E qui abbiamo una concretizzazione del concetto. La scena però ha un significato ben più profondo. I delitti di Macbeth sono orrendi a “prescindere” dal caso particolare, sono orrendi in “astratto”: ecco come l’idea di male si “separa” consapevolmente dalla “malvagità”. Cosa che lo schizofrenico non riesce a fare, facendoci dire che le emozioni sono separate (schizo-) dal resto della personalità (-frenia).






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