L’età del Decadentismo IL quadro storico IL Decadentismo, nato in Francia intorno al 1880



Scaricare 95.5 Kb.
02.02.2018
Dimensione del file95.5 Kb.

L’età del Decadentismo

Il quadro storico

Il Decadentismo, nato in Francia intorno al 1880, si diffuse negli anni successivi in tutti i principali paesi europei. Fu, questo, un periodo di profondo rivolgimento economico e sociale, caratterizzato da una nuova fase della rivoluzione industriale.

Accanto alle risorse energetiche e alle industrie acquistarono peso sempre maggiore nuove fonti di energia, nuovi materiali e nuove industrie. Una vera e propria rivoluzione tecnologica fu introdotta dal diffondersi del motore a scoppio e dall'impiego dell'energia elettrica. La dinamite, inventata nel 1887 da Alfred Nobel, il telefono e il telegrafo, la costruzione nel 1895 del primo apparecchio cinematografico ad opera dei fratelli Lumière, per citare solo alcune invenzioni, erano destinate a trasformare il mondo. Nonostante una fase di depressione economica (1873-1896), dovuta a crisi di sovrapproduzione ed eccesso di credito, la produzione mondiale, sulla base delle nuove tecniche, ebbe un' enorme impennata.

La formazione di trust e cartelli, cioè il processo di concentrazione capitalistica, favorito dalla necessità di introdurre nuove tecniche e nuove macchine, determinò a sua volta l'avvento del capitalismo finanziario.

I grandi gruppi monopolistici, che avevano crescente influenza sulla politica dei governi, chiedevano che gli Stati garantissero l'espansione economica e la conquista di nuovi mercati. Ebbe inizio un nuovo tipo di rapporto fra paesi sviluppati e paesi a diverso grado di sviluppo. Il rapido incremento dell'industrializzazione, i processi economico-sociali che ne derivarono, gli interessi finanziari e la crescente concentrazione delle imprese spinsero i governi a politiche imperialistiche e colonialistiche.

Nell'arco di tempo che corre dalla guerra franco-prussiana (1870-1871) agli inizi del XX secolo, la storia d'Europa fu pertanto caratterizzata da crescenti e logoranti tensioni internazionali.

Il contrasto franco-tedesco, le crisi nel settore balcanico, la spinta imperialistica della Gran Bretagna che entrava in pericolosa competizione con gli interessi francesi, russi, e soprattutto della Germania del secondo Reich, erano tutti elementi di grande minaccia per la pace in Europa e nel mondo. In tale quadro di rapporti internazionali, la borghesia, dopo più di un secolo di continua ascesa, cominciò a perdere slancio e fiducia nei propri miti.

La borghesia dovette anche fronteggiare i violenti conflitti sociali generati dalle contraddizioni del sistema capitalistico e un movimento operaio sempre più forte, quel "quarto stato" raffigurato nel celebre dipinto di Giuseppe Pellizza da Volpedo che avanza organizzato sotto la guida dei nascenti partiti socialisti.

Nel 1889 a Parigi viene costituita la Seconda Internazionale socialista con l'obiettivo dichiarato della conquista del potere politico.
Le origini del Decadentismo

Il Decadentismo si sviluppò, dopo la guerra franco-prussiana e la tragica esperienza della Comune, nella Parigi degli anni Ottanta, che in quel periodo aveva un'intensa vita culturale e artistica; al Quartiere Latino, a Montmartre, sulla Rive gauche, un numeroso gruppo di scrittori, artisti, intellettuali assunse un atteggiamento di ribellione nei confronti della società borghese, dei suoi valori e della filosofia che li ispirava: il positivismo e lo scientismo. Essi contestavano in modo radicale la poesia accademica tradizionale, cioè il Parnassianesimo, una poesia nitida, razionale, classicheggiante, ispirata a quell' esprit de clarté tipico della cultura francese. Questi bohémiens vivevano una vita sregolata, assumevano atteggiamenti anticonformisti e dissacratori, avvertivano un senso di stanchezza, di abbandono, di angoscia. Sembrava loro di essere testimoni del tramonto della civiltà occidentale, della disgregazione della società. Tale sensibilità si tradusse non nell'impegno militante di una lotta politica tesa alla trasformazione della società, ma in un desiderio di dissolvimento, di perdizione, quasi in un' «ebbrezza di rovina». Paul Verlaine, in un sonetto della raccolta Un tempo e poco fa (1885) si autoidentificava con l'impero romano alla fine della decadenza (<


Il nome Decadentismo deriva dal sostantivo francese décadent, che inizialmente indicava più un atteggiamento di vita che artistico. Anatole Baju, uno degli autori più in vista negli ambienti letterari di Parigi, cominciò a chiamare décadents i giovani anticonformisti del tempo (corrispondenti ai nostri Scapigliati). L’appellativo di decadenti attribuito a questi artisti per scherno dai borghesi benpensanti divenne un vanto ed una bandiera. Nel 1886, quando uscì la rivista simbolista “Le décadent”, Baju chiamò i suoi seguaci décadistes. Il termine, le tematiche e gli atteggiamenti ad esso legati si estesero poi a poco a poco a tutta Europa.
La diffusione del Decadentismo

La Francia fu la culla del Decadentismo: francesi furono i primi intellettuali che percepirono il significato della crisi di valori che investì la cultura occidentale alla fine dell’ 800. Ben presto, tuttavia, il fenomeno assunse dimensioni europee.


Nel campo della poesia anticipatore e padre spirituale fu Charles Baudelaire, autore della celebre raccolta “I fiori del male” (1857), mentre i principali rappresentanti furono i tre “poeti maledetti” Paul Verlaine, Arthur Rimbaud, e Stephane Mallarmé, ispiratori della corrente del Simbolismo.
L’anticipatore: Charles Baudelaire (1821-1867)

Nato a Parigi da una famiglia benestante, ebbe un’infanzia difficile per la morte precoce del padre e il rapporto conflittuale con la madre dopo che questa aveva contratto un nuovo matrimonio. Condusse un’esistenza sregolata, dissipando il patrimonio paterno e minando il suo fisico con l’abuso di alcol e droga, che lo portarono alla morte. La vita di B. fu un perenne alternarsi di disordini e aspirazioni ideali: “Sin da bambino, ho avvertito nel mio cuore due sentimenti contraddittori: l’orrore della vita e l’estasi della vita”). Nel suo mondo interiore il contrasto fra Spleen (“noia, depressione”) e Idéal (“ideale”) non sarà mai risolto. Ogni fuga sarà una caduta, ogni viaggio si risolverà in un naufragio.

Il capolavoro di B., la raccolta di poesie I fiori del mare (1857)1, per il suo contenuto anticonformistico suscitò subito un grande scandalo, procurandogli un’incriminazione per oltraggio alla morale pubblica.

La poetica di B. fu l’espressione della sua condizione esistenziale, in bilico fra Spleen e Idéal. Essa non poteva essere rappresentata attraverso le forme nitide e razionali della poesia parnassiana2, ma attraverso una nuova suggestione della parola, la sua potenzialità musicale, la sua capacità evocativa. Il poeta diventa il mago del suono, degli accordi, delle corrispondenze.

Con B. ha inizio la poesia moderna. Il poeta vive in una condizione di esclusione sociale e di estraneità, simile a quella dei narratori del Realismo. La poesia si trova di fronte a un bivio: o proietta il proprio bisogno di significato nella ricerca di corrispondenze con il tutto naturale, o rappresenta la realtà della scissione, della fine di accordo e di armonia con il mondo, della trasformazione stessa della natura in una “seconda natura" artificiale. La prima strada è quella del simbolismo, la seconda è quella dell’allegorismo moderno.

Le due strade sono entrambe presenti in Baudelaire. Da un lato, infatti, egli teorizza le correspondances ("corrispondenze", titolo di una poesia di Baudelaire, che riassume la poetica del Simbolismo) fra i sensi umani e i vari aspetti della natura, e dunque propone una scrittura alogica che pone in risalto le analogie fra le cose e fra l'uomo e la natura o che intreccia fra loro i diversi stimoli sensoriali attraverso la figura retorica della sinestesia; dall'altro invece pratica l'allegoria come forma espressiva della scissione e dell'alienazione della vita nella realtà artificiale della moderna metropoli e quindi propone figure e apologhi narrativi che rispondono a intenti concettuali e a ipotesi interpretative di tipo razionale. La compresenza dì queste tendenze opposte ha una sua profonda ragione. Il simbolismo si pone per Baudelaire come eco di una «vita anteriore», di una civiltà passata in cui era ancora possibile un rapporto di partecipazione simpatetica fra l'io e la natura, e nel medesimo tempo, come aspirazione futura a un rapporto più organico fra l'individuo e il mondo. L’allegorismo nasce invece come presa d'atto realistica della situazione attuale del poeta nel contesto o di una realtà devastata e alienante. Le due linee indicate da Baudelaire e compresenti nella sua poesia (seppure sotto il segno dominante dell'allegorismo) si scinderanno successivamente. Con il movimento del Simbolismo nato negli anni Settanta, il metodo dell'analogia, l’uso della sinestesia, la tendenza all'oscurità e all’allusività, la consunzione in musicalità dell'elemento semantico prevarranno nettamente, unendosi a ideologie esaltanti l’estetismo, la superiorità della poesia e la funzione sacerdotale del poeta. Solo con l’Espressionismo l'allegorismo promosso da Baudelaire tornerà attuale.


La condizione del poeta nella società ed il suo difficile rapporto con il pubblico sono il tema centrale di una delle sue più note liriche: L’albatro

Spesso, per dilettarsi, gli uomini della ciurma
catturano gli albatros, grandi uccelli marini
che seguono, indolenti compagni di viaggio,
la nave che scivola sugli amari flutti .

Appena deposti sulle assi della tolda
questi re dell'azzurro, maldestri e vergognosi
lasciano pietosamente le .grandi ali bianche
trascinarsi come remi accanto a sè.

Quant'è'è goffo e fiacco questo viaggiatore alato!
Lui, prima così bello, quant'è comico e brutto!
Uno tormenta il suo becco con un mozzicone acceso,
l'altro mima, zoppicando, l'infermo che volava.

Il Poeta assomiglia al principe delle nubi
che sfida la tempesta e sbeffeggia l'arciere;
esiliato al suolo in mezzo al baccano
le sue ali di gigante gli impediscono il cammino.
L’albatro, grande uccello marino, è qui impacciato e ridotto ad una goffa incapacità di ribellione nelle mani dei marinai che si divertono a tormentarlo. L’albatro è il simbolo del poeta, che in passato la letteratura ha paragonato ad altri uccelli, come il cigno o l’aquila. Qui B. sceglie non il momento del volo, ma quello della difficoltà e della goffaggine per esprimere la crisi del poeta nei rapporti con la società contemporanea, rappresentata dalla ciurma zotica ed insensibile. La società è una realtà in cui il poeta non riesce ad identificarsi, da cui si sente escluso. Egli non è cittadino di quella terra, dove vive da “esiliato”: la sua dimensione è il libero spazio della creazione poetica. Le sue stesse doti di grande volatore diventano di impaccio nella dimensione banale del quotidiano e nella società che lo circonda. Questa poesia bene esprime la concezione elitaria e raffinata, ma pervasa da sintomi di sgretolamento, divenendo una sorta di manifesto del poeta decadente, essere solitario e

indifeso, nemico della folla che non lo può capire, che nulla ha da spartire con lui. La composizione probabilmente composta tra il 1843 e il 1846 forse come ricordo di un viaggio all'isola Bourbon ha un chiaro significato simbolico. Essa evidenzia la contraddizione tra il volo alto e spiegato degli albatri ( la cui apertura alare arriva fino ai quattro metri ed i cui spostamenti avvengono solo ad alta quota ) e l'impaccio evidente di questi uccelli a muoversi sulla tolda della nave, che pure seguono pazientemente con i loro spostamenti aerei.

Il poeta appare - come l'albatro - goffo, lento, impacciato a muoversi tra la folla, incompreso, sbeffeggiato e deriso per la sua incapacità a condividere i valori di una società che lo condiziona e nega nello stesso tempo l'alto ideale della bellezza poetica. Il poeta appare debole e indifeso quando calla tra la gente comune; immerso nella quotidiana comunicazione è incompreso, tremendamente solo e melanconico ( spleen ).


Tuttavia per il poeta è possibile anche la rigenerazione artistica; egli sa elevarsi al di sopra della realtà, sa vedere le cose con altri occhi, sa volare in alto per trascendere il male umano; sa trasformare in bellezza poetica ( i fiori ) anche le bassezze più atroci della società ( del male ). Il volo è metafora di elevazione, di distacco, di superiorità estetica e morale, orgoglio temerario di saper volgere lo sguardo verso il sole accecante o di saper attraversare immune le tempeste del dolore.

Accanto a questa fiducia se c'è sempre tuttavia la consapevolezza della caduta possibile e quasi immancabile, che riporta il poeta a fare i conti con la sua società, in un rapporto disarmonico che lo riconduce alla solitudine tra una folla nemica.



L’artista, ed in particolare il poeta, è il solo, pur nell’epoca della scienza, che sa decifrare il linguaggio misterioso e simbolico della natura, che sa cogliere l’intima essenza delle cose e le loro reciproche corrispondenze. Tale concetto emerge in un’altra delle sue più famose poesie: Corrispondenze

E' un tempio la Natura ove viventi

pilastri a volte confuse parole

mandano fuori; la attraversa l'uomo

tra foreste di simboli dagli occhi

familiari. I profumi e i colori

e i suoni si rispondono come echi

lunghi che di lontano si confondono

in unità profonda e tenebrosa,

vasta come la notte ed il chiarore.

Esistono profumi freschi come

carni di bimbo,dolci come gli oboi,

e verdi come praterie; e degli altri

corrotti, ricchi e trionfanti, che hanno

l'espansione propria alle infinite

cose, come l'incenso, l'ambra, il muschio,

il benzoino, e cantano dei sensi

e dell'anima i lunghi rapimenti.

La poesia è importante perché definisce alcuni canoni espressivi della poetica simbolista - la sinestesia soprattutto, che prevede l'utilizzo dell'immagine poetica per arricchire di sensazioni plurime l'iniziale percezione della realtà, sfruttando analogie che provengono da altri contesti percettivi, da altri ambiti sensoriali e da altri campi semantici (anche molto lontani da quello iniziale ). Il grafo esplicativo della composizione aiuta - anche visivamente - a cogliere il meccanismo espressivo della sinestesia.

------


SFERA DELLA MEMORIA INVOLONTARIA

Le sensazioni attivano frammenti di ricordi intensi e significativi. Si formano catene analogiche di ricordi prodotti per associazione

RECUPERO DEL LINGUAGGIO MUSICALE

Evocazione di melodie, ritmi, cadenze, echi diffusi….

RECUPERO DEL LINGUAGGIO FIGURATIVO

Suggestioni di forme, colori, luce.. suggerita dalla cultura artistico- figurativa ( impressionismo - espressionismo…)







SFERA DEL LINGUAGGIO SIMBOLICO

SENSAZIONI MULTIPLE: SINESTESIE

E’ un tempio la Natura ove viventi

pilastri a volte confuse parole

mandano fuori;


CONDENSAZIONE ANALOGICA
Idee accessorie ma compresenti nel simbolo: purezza, sacralità, misteriosa epifania, vitalità, fecondità

Confuse parole

Sensazioni uditive (echi, mormorii, sussurri, fruscii...)

i profumi

Sensazioni olfattive

e i colori

Sensazioni visive

suoni che si rispondono come Echi lunghi

Indistinte sensazioni uditive

che di lontano si confondono in unità profonda e tenebrosa vasta come la notte e il chiarore

Indistinta sensazione multipla visiva e uditiva

Profumi freschi

Come carni di bimbo



Sinestesia olfattiva e tattile

Dolci come gli oboi

Sinestesia olfattiva e uditiva

Il poeta, essere eccezionale e isolato, diverso dagli altri anche se debole e indifeso, (l’albatro), qui dimostra la sua capacità di scoprire le “corrispondenze”, i significati profondi nascosti nella natura, i legami che esistono tra le cose e le sensazioni: cose che solo lui sa vedere e decifrare. La natura non è oggetto da descrivere o da imitare, né spettacolo da contemplare; è un “tempio” con “viventi pilastri” che talvolta parlano. E’ cioè un luogo sacro, che può rivelare segreti insospettati, dove tutto ha un significato (“le foreste di simboli”). Le sensazioni visive, olfattive, foniche non sono separate, ma hanno una reciproca rispondenza; non esiste quindi una separazione fra le diverse arti (poesia, pittura, musica); esse non solo rivelano tutto il mistero delle cose, ma per di più usano strumenti simili. La poesia ha una sostanza musicale, dovuta alla perfezione del verso.



La poesia simbolista

Il Simbolismo, affermatosi principalmente in Francia nella seconda metà dell'ottocento, è una corrente poetica specifica nel più vasto ambito del Decadentismo europeo. Sul modello di Baudelaire, i simbolisti intendono la poesia come rivelazione dell'essenza più profonda e misteriosa delle cose, non conoscibile né comunicabile attraverso gli strumenti della logica. Essi rinunciano a raffigurare realtà ben precise e a costruire il discorso in modo razionale, preferendo un linguaggio indefinito, evocativo e allusivo, basato su procedimenti espressivi di tipo analogico e fonosimbolico. I principati esponenti di tale poetica sono Paul Verlaine, Arthur Rimbaud e Stéphane Mallarmé.


Paul Verlaine {1844-1896}, nato a Metz in una famiglia della piccola borghesia, trascorre una vita disordinata, segnata dall'abuso di alcol e da atti di violenza, come l'aggressione nei confronti della madre e il ferimento del giovane amico Rimbaud. I caratteri della sua poesia sono sintetizzati nel componimento programmatico l'Arte poetica {1882}: egli esalta la musicalità della parola e punta sull'indefinitezza suggestiva, sull'«lndeciso» e sulla «Sfumatura», mentre rifugge da qualsiasi costruzione formale troppo rigida che limiti la libertà espressiva, come la «Rima» {la metrica tradizionale, che tuttavia non è del tutto abolita} e l'«Eloquenza» {l'apparato retorico proprio della poesia sostenuta e declamatoria}. Sul piano tematico, le raccolte di Verlaine sviluppano alcuni dei motivi tipici del Decadentismo, quali la «noia» esistenziale, la percezione del presente come decadenza, il senso di impotenza nei confronti della storia, la concezione della poesia come esercizio formale raffinato e prezioso ma inutile.


Languore

Io sono l'Impero alla fine della decadenza,
che guarda passare i grandi Barbari bianchi
componendo acrostici indolenti in aureo stile
in cui danza il languore del sole.

L'anima solitaria soffre di un denso tedio.


Laggiù, si dice, lunghe battaglie cruente.
Oh, non potervi, così debole nei miei lenti desideri,
oh, non volervi fiorire un po' quest'esistenza!

Oh, non volervi, non potervi un po' morire!


Ah, tutto è bevuto! Batillo, hai finito di ridere?
Ah, tutto bevuto, tutto mangiato! Più nulla da dire!

Solo, una poesia un po' sciocca da gettare nel fuoco,


solo, uno schiavo un po' frivolo che vi trascura, solo,
una noia di chissà cosa che vi affligge!




Il testo è uno dei più famosi del Decadentismo e rappresentò uno dei punti di riferimento fondamentale per più di una generazione. In esso trovano originale espressione alcuni atteggiamenti di fondo della sensibilità e dell'arte decadente: l'abbandonano ad un tedioso languore, il fascino del finire delle cose, la contemplazione della morte.

Non sfugga l'originalità di impostazione del sonetto: anziché esprimere il suo stato d'animo in forma soggettiva, come confessione lirica, Verlaine oggettivizza tutto in un quadro storico e rappresenta la decadenza dell'impero romano: ci sono invasioni e battaglie ma manca ormai la voglia di vivere e di fare storia, tutto è sentito come in una remota lontananza, nemmeno i mimi hanno ormai la forza di ridere e persino la poesia non può ridursi ad altro che ad uno sterile virtuosismo che non riesce ad esorcizzare il vuoto interiore.



Arthur Rimbaud come la vita di Verlaine, anche quella del "discepolo" e intimo amico Rimbaud (185441891) è caratterizzata dalla trasgressione e dall'irrequietudine. Dopo una breve e intensa stagione creativa (1870-1875) egli abbandona la letteratura e si trasferisce in Africa, spinto da un radicale rifiuto del mondo borghese: farà ritorno in Francia, già gravemente ammalato, poco prima di morire. Da Baudelaire Rimbaud trae la concezione del poeta come «veggente» che si immerge nell'ignoto e nell'irrazionale rifiutando gli schemi mentali e conoscitivi della tradizione. Da questo atteggiamento deriva il carattere visionario della sua poesia, che, basandosi sul «déréglement de tous les sens» (sregolatezza di tutti i sensi) presenta immagini puramente fantastiche, sciolte da ogni rapporto di verosimiglianza con la realtà, come nel celebre poemetto Il battello ebbro. Rimbaud porta inoltre alle estreme conseguenze le analogie simboliche della poetica baudelairiana, giungendo a individuare il carattere fonosimbolico delle parole, ossia la loro capacità di suggerire col suono effetti di sinestesia e significati estranei alla parola stessa.

La Lettera del Veggente porta la data del 15 maggio 1871, era indirizzata al poeta Paul Demeny, amico di Georges Izambard, una figura importante nella vita e nella formazione di Arthur Rimbaud: giovane professore del Ginnasio, intellettuale repubblicano e laico (e per questo particolarmente odiato dalla madre, una donna dura, bigotta, dalla quale Rimbaud non riuscì mai a separarsi veramente) lo iniziò alle letture dei romantici e dei parnassiani.

Rimbaud aveva 16 anni e sette mesi, l’età, come aveva scritto un anno prima a Théodore de Banville, “delle speranze e delle chimere”. In realtà era un’età virtuale, perché nella lettera a Banville mentiva, si presentava come diciassettenne, in realtà non aveva ancora compiuto i 16. Ma Rimbaud era avanti, sempre avanti, bruciava in fretta la vita e il tempo.

Era reduce dalla sua terza fuga a Parigi, in cerca di fortuna, di un rifugio dall’inferno-delizia di Charleville, la cittadina delle Ardenne dove, come scriveva a Izambard un anno prima, “muoio, mi decompongo nella scipitaggine, nella meschinità, nel grigiore” (ma, scriverà due anni dopo a Delahaye, “rimpiango l’atroce Charlestown”).

Il 18 marzo a Parigi aveva preso il potere La Comune, alla quale Rimbaud si sentiva di aderire totalmente (aveva anche scritto un abbozzo di Costituzione Comunista), quella società rivoluzionaria e democratica che finalmente potesse spazzare via tutti i bigotti, i tronfi borghesi, i falsi poeti, oggetti del dileggio, del sarcasmo feroce e aggressivo di tante poesie. Quindi il sedicenne Rimbaud, all’apice della sua rabbia di adolescente ribelle, sta vergando velocemente, nervosamente, come suo solito, un documento che sarà considerato il primo, vero manifesto di una nuova letteratura d’avanguardia. In questo testo il nuovo viene contrapposto al vecchio, attraverso un processo di ricerca, oscuro, devastante, che farà del Poeta un “veggente”, un “orribile lavoratore” che punta all’ignoto, verso orizzonti sconosciuti, dove la poesia non ritmerà più l’azione, ma la supererà.

“Io dico che bisogna essere veggente (…), mediante un lungo, immenso e ragionato sregolamento di tutti i sensi.”

Sono state fatte innumerevoli letture di questo passo. Per alcuni è una proiezione biografica di Rimbaud, della sua continua ricerca per liberare la mente; ed è stato letto in chiave autodistruttiva, come in parte autodistruttivo sarà il percorso del suo autore, che culminerà a Londra con l’amico e compagno Verlaine a sperimentare droghe, alcol, vita miserabile, e che fu oggetto di identificazione per esempio da Jim Morison, durante la sua breve vita. Sono state individuate componenti mistiche, di occultismo, demoniache, di derivazione romantica e baudelairiana. Eppure sono altre le letture possibili. Nella Lettera del Veggente Rimbaud insegue soprattutto una nuova poetica, e un nuovo stile.

……..Io dico che bisogna esser veggente, farsi veggente.



Il Poeta si fa veggente mediante un lungo, immenso e ragionato sregolamento di tutti i sensi. Tutte le forme d’amore, di sofferenza, di pazzia; cerca egli stesso, esaurisce in sé tutti i veleni, per non conservarne che la quintessenza. Ineffabile tortura nella quale ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovrumana, nella quale diventa fra tutti il grande infermo, il grande criminale, il grande maledetto, – e il sommo Sapiente! – Egli giunge infatti all’ignoto! Poiché ha coltivato la sua anima, già ricca, più di qualsiasi altro! Egli giunge all’ignoto, e quand’anche, sbigottito, finisse col perdere l’intelligenza delle proprie visioni, le avrebbe pur viste! Che crepi nel suo balzo attraverso le cose inaudite e innominabili: verranno altri orribili lavoratori; cominceranno dagli orizzonti sui quali l’altro si è abbattuto!........
Stéphane Mallarmé La ricerca del Simbolismo decadente trova la sua espressione più compiuta nell'opera di Mallarmé (1842-1899), in particolare nel poema della maturità Un colpo di dadi non abolirà mai il caso {1897}. Nell'opera la poesia si configura come manifestazione di un bisogno di assoluto e di verità destinato a rimanere inappagato per la presenza del “caso”, ossia per l'irrazionalità del reale. Dal crollo di ogni sistema conoscitivo scaturisce il rifiuto della versificazione tradizionale e del suo ordine sintattico e grafico (il testo si legge ad esempio su due pagine contemporaneamente): le parole e i versi, isolati nello spazio bianco della pagina in cui sono immersi, sembrano rappresentare lo sforzo del poeta di appropriarsi della verità dell'essere che lo circonda. Riconosciuto dai contemporanei come caposcuola e principale teorico del Simbolismo, Mallarmé apre la via, con la sua sperimentazione grafica e con la sua concezione della poesia, a molte esperienze letterarie del Novecento, tra cui il Futurismo e l'Ermetismo.


DECADENTISMO (SINTESI ESTREMA!!!!)

a. Definizione

Il Decadentismo può essere definito come un movimento culturale piuttosto vario che trova nella critica al Positivismo e alla morale borghese un punto di coesione, esso caratterizzerà il gusto estetico, la produzione artistica, in parte anche il costume, di alcuni paesi europei tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.



b. Origine del nome

Il termine “decadente”, coniato a Parigi verso il 1880, ha, originariamente, una valenza negativa. La critica letteraria di fine Ottocento, ispirandosi alla morale borghese allora dominante, definì “decadenti” quei poeti che esprimevano lo smarrimento della coscienza di fronte ad una civiltà considerata in declino, una civiltà che dimostrava, nonostante l’ottimismo ipocrita, l’illusorietà dell’idea positivista di progresso continuo. Scrittori e pittori che si riconoscevano nelle nuove idee si riunirono attorno ad una rivista letteraria “Le Décadent” fondata nel 1886. Il termine fu poi assunto da quegli stessi poeti per indicare la propria diversità nei riguardi del presente e la propria estraneità nei riguardi della società.

I decadenti non si riconoscevano nelle tendenze positivistiche, materialistiche della società borghese. Essi vi si contrappongono attraverso atteggiamenti anticonformisti e anticonvenzionali; e pur consapevoli di essere rifiutati dalla società borghese ne fanno motivo di orgoglio e distinzione rivendicando la loro superiorità.

Il decadentismo è considerato un proseguimento in forma più estrema di alcuni temi trattati dal romanticismo come: il sogno, l’immaginazione e la fantasia. Con i romantici, inoltre, i decadenti condividevano tutto ciò legato alla dimensione irrazionale. Il decadente come il romantico vive il contrasto tra ciò che è reale (tangibile), e l’irreale (ciò che è astratto). Questa continua tensione si traduce poi in stati d’animo malinconici, tendenti al vittimismo e quindi all’autodistruzione.

Tra gli eroi decadenti troviamo la figura dell’inetto, uomo senza volontà afflitto da una malattia interiore che lo rende incapace di vivere. Davanti a lui si aprono quindi due strade: il suicidio e il sogno.

Alla tendenza a considerare la malattia, la corruzione e la morte come condizioni di privilegio e di distinzione dalla massa, si contrappone spesso uno sfrenato vitalismo; qui emerge la figura del superuomo, l’individuo votato a imprese eccezionali che s’impegna a realizzare se stesso.

Un’altra figura molto importante tra gli eroi decadenti è la figura del dandy, individuo vestito in modo stravagante. I dandies erano gli esponenti della cultura dell’apparenza, dell’estetismo decadente. Precursore del dandismo fu Huysmans, il cui romanzo A ritroso delineava la figura dell’eroe decadente ed era considerato la Bibbia del decadentismo.
c. Movimenti letterari e autori legati al Decadentismo

Il Decadentismo è un fenomeno complesso, non esiste, come per il Naturalismo o per il Romanticismo, una poetica a cui far riferimento. Abbiamo piuttosto una proliferazione di poetiche che possiamo raccogliere in due distinti movimenti: il Simbolismo e l’Estetismo.

Il Simbolismo fu una vera e propria corrente letteraria che ebbe la sua massima espressione in Francia negli ultimi anni dell’Ottocento. Include poeti quali Baudelaire (considerato il precursore del movimento; i suoi Fiori del male sono del 1857), Rimbaud, Verlaine, Mallarmé.

L’Estetismo ha trai suoi maggiori rappresentanti Huysmans in Francia, Oscar Wilde in Inghilterra e Gabriele D’Annunzio in Italia.

Esistono due romanzi che vengono considerati il manifesto del decadentismo: A Rebours (Controcorrente, 1884) di Joris-Karl Huysmans e The Picture of Dorian Gray (Il ritratto di Dorian Gray, 1891) di Oscar Wilde. Nel primo romanzo il giovane protagonista, Jean Des Esseintes, nobile francese disgustato e quasi estenuato dalla mediocre vita borghese, decide di chiudersi in una splendida solitudine, circondandosi di cose raffinate e uniche. Nella sua sontuosa ed eccentrica dimora, egli comincia ad accumulare freneticamente libri e oggetti rari, mobili dalle più preziose forme delle varie epoche e incroci di fiori e piante sempre più stravaganti, talvolta mostruosi, sintomi di una sensibilità distorta e depravata, che ha bisogno di procedere “controcorrente” e non può trovare né appagamento né freno. Infatti, il tentativo di Des Esseintes di provare nuove attrattive nella vita fallisce: colpito da turbamenti mentali sempre più gravi, egli potrebbe trovare la salvezza solo ritornando tra quelle persone, la gente comune, che aveva abbandonato con disprezzo.

Nel romanzo di Oscar Wilde il protagonista è un giovane di eccezionale bellezza, che un amico pittore ritrae in un quadro. Pur ossessionato dall’idea di perdere la sua avvenenza, Dorian, avido di piaceri e del tutto privo di inibizioni morali, non rinuncia a nessuna nefandezza. Per una sorta di magia, il passare del tempo e le abiette esperienze della vita non degradano la sua perfetta bellezza, bensì il ritratto, che si deturpa sempre più. Quando Dorian, colto da rimorsi e incapace di sopportare oltre l’immagine di depravazione che il quadro gli riflette, colpisce il ritratto con una pugnalata, cade morto come se avesse colpito se stesso; così, egli assume l’orrida fisionomia che il tempo e la sua vita sciagurata gli hanno procurato, mentre il quadro torna allo splendore originario.


Sono riconducibili al Decadentismo anche il nascere di quelle che verranno definite “avanguardie”, ossia di quei movimenti artistici che, pur nella profonda diversità di poetiche, mirarono alla sperimentazione di nuove tecniche espressive, caratterizzate dalla rottura radicale con il passato. Sono le cosiddette “avanguardie storiche” che si svilupperanno, nelle diverse forme d’arte fino agli anni ’30: il Futurismo, l’Espressionismo, il Dadaismo, il Surrealismo.
d. Gli elementi principali che caratterizzano il pensiero decadente

Il nucleo principale del pensiero decadente può sinteticamente essere individuato nei seguenti elementi:

1. sfiducia nell’agire degli uomini

2. rifiuto e disgusto per i valori borghesi

3. consapevolezza dell’isolamento dell’artista rispetto alla società

4. nessuna fiducia nelle possibilità conoscitive della ragione e della scienza, solo la poesia può aiutarci a cogliere il senso del reale

5. negazione degli ideali egualitari e democratici, considerati come espressione di un mondo che livella e annulla la personalità, sostituiti da un prepotente individualismo

6. interesse per lo studio dell’animo umano:

1. Sfiducia nell’agire degli uomini

In contrapposizione all’ideale positivista, la vita non è più sentita come una creazione progressiva di civiltà, ma come una successione di attimi e di rivelazioni improvvise in cui il poeta sa realizzare la fusione con l’ignoto, il resto è grigiore senza senso.

2. Rifiuto e disgusto per i valori borghesi

Il rifiuto dei valori borghesi deriva dalla constatazione che questi, sotto la spinta legata alla necessità dello sviluppo industriale, avevano portato i maggiori stati europei a condurre una politica imperialista di prepotenza e sopraffazione, alimentando pericolose tendenze nazionalistiche (in questo il pensiero decadente aveva ragione, si pensi alla prima guerra mondiale, con i suoi milioni di morti, e ai successivi regimi dittatoriali).

3. Consapevolezza dell’isolamento dell’artista rispetto alla società

Mentre l’individualismo romantico si giustificava nella realizzazione di valori personali e sociali, l’io decadente non ha nobili mete da raggiungere e da far raggiungere; l’individualismo diventa solitudine, smarrimento, il poeta si rifugia in un colloquio esclusivo con se stesso.

4. Nessuna fiducia nelle possibilità conoscitive della ragione e della scienza, solo la poesia può aiutarci a cogliere il senso del reale

Negata alle scienze e alla ragione la possibilità di farci conoscere la realtà, il decadente ritiene che solo la poesia, per il suo procedere grazie all’intuizione, possa avvicinarsi all’essenza della realtà, essa diventa la forma più alta di conoscenza. Il poeta, grazie alla sua sensibilità, è in grado di arrivare in quelle zone, al di là della realtà apparente, dove non possono giungere le categorie razionali. Egli, tuttavia, non rappresenta più immagini concrete, non descrive, non racconta, non propone ideali, la sua parola sarà solo illuminazione momentanea del mistero, rivelazione attraverso la sua capacità evocativa e suggestiva. La parola è come una musica che suggerisce, evoca, senza far ragionare, suscitando indefinite vibrazioni nell’animo. Si rompe in tal modo ogni struttura sintattica, la poesia diventa frammento carico di significati simbolici, il poeta non è più il vate romantico, coscienza e guida dei popoli, ma il veggente.

5. Negazione degli ideali egualitari e democratici, considerati come espressione di un mondo che livella e annulla la personalità, sostituiti da un prepotente individualismo

In netto contrasto con i processi di democratizzazione che andavano allora diffondendosi (si pensi al socialismo), l’artista decadente ha aspirazioni aristocratiche che si esprimono nel gusto per il bello (estetismo). Sul piano artistico ciò si traduce nella ricerca esasperata ed estenuante della raffinatezza, su un piano biografico, invece, l’artista tenta di trasformare la propria vita in un’ opera d’arte, dedicandosi al culto della bellezza, in polemica contrapposizione con la volgarità del mondo borghese.

L’individualismo diventa in alcuni casi, anche grazie ad alcune teorie fraintese e distorte del filosofo Friedrich Wilhelm Nietzsche, superomismo ossia convinzione della necessità di tralasciare i princìpi morali, e di basare la propria “azione virile” sulla violenza e su uno sfrenato edonismo (si pensi alla morale di D’Annunzio).

6. Interesse per lo studio dell’animo umano

Agli inizi del ventesimo secolo l’ideale conoscitivo proposto dalla filosofia positivista viene messo in discussione, Henry Bergson, con il riconoscimento del primato conoscitivo dell’intuizione e Sigmund Freud, con le sue analisi della psiche umana e la scoperta dell’inconscio, mettono in crisi un sistema conoscitivo centrato sul mondo da studiare più che sul soggetto conoscente. L’attenzione si sposta ora sul soggetto che conosce, tale nuova prospettiva influenzerà notevolmente il pensiero decadente. L’artista decadente esalta l’io e l’abbandono alla suggestione dei sensi che ci pongono in comunione diretta con l’essenza del reale, egli è affascinato dalla nuova dimensione dello spirito nella quale troviamo l’inconscio e l’istinto.

e. Il Decadentismo in Italia

Il Decadentismo si diffuse in Italia con un certo ritardo rispetto al resto d’Europa. Esso si espresse in particolare nell’opera di Giovanni Pascoli (la poetica del “fanciullino”) e in quella di Gabriele D’Annunzio (che probabilmente rappresenta il maggior esponente della cultura decadente italiana, se non altro per il suo voler far coincidere arte e vita e per la sua completa adesione ai motivi dell’estetismo e del superomismo).

Il Decadentismo italiano presenterà spesso fenomeni di decisa reazione e di rifiuto dei modelli europei. Tuttavia gli ambienti in cui tale rifiuto nasce hanno in comune con il Decadentismo la cornice generale, vale a dire la sfiducia in qualunque certezza, l’individualismo, l’isolamento dell’artista rispetto alla società. Per questo motivo, le correnti e gli scrittori che si pongono in antitesi alla cultura decadente finiscono, paradossalmente, per assorbire da essa alcune ipotesi culturali e numerose soluzioni espressive. Significativi esempi di ciò sono il Crepuscolarismo, il Futurismo, l’Ermetismo.

Non vanno quindi dimenticate neppure le opere di autori, che non riusciamo a classificare in particolari movimenti artistici, queste, sebbene organizzate secondo principi e meccanismi eterogenei, hanno in comune la stessa dimensione di incertezza e difficoltà nel vivere. Nelle opere di questi scrittori appaiono alcuni elementi che sono caratteristici del pensiero decadente:

• consapevolezza di quanto sia fragile la condizione umana

• il senso di solitudine e di alienazione che opprimono l’uomo moderno

• l’impossibilità di entrare in reale contatto con gli altri

• denuncia della disperazione, dell’inettitudine e dell’impotenza dell’individuo di fronte alle scelte imposte dalla realtà

L’incertezza e la precarietà vengono allora riconosciute come base della vita, e la “malattia” è accettata come condizione normale, alla quale è possibile contrapporre solo una lucida, virile rassegnazione ad un destino di sconfitta.

Questa “coscienza della crisi”, che rifiuta ogni facile rifugio nei miti velleitari e consolatori del superomismo, ha in Italia i suoi massimi esponenti in Italo Svevo e in Luigi Pirandello, due scrittori la cui penetrante sensibilità umana e culturale precorreva i tempi, e la cui grandezza, non a caso, ebbe proprio per questo un tardivo riconoscimento.

f. Uno stile poetico e narrativo del tutto nuovo

I contenuti della nuova proposta poetica e narrativa si esprimono secondo regole e secondo uno stile completamente nuovo, i diverse elementi del testo assumono funzioni prima sconosciute, nel testo poetico si ricorre all’uso di particolari figure, nel testo narrativo la sintassi della frase e del periodo si adeguano alle esigenze espressive (si pensi all’opera La coscienza di Zeno di Italo Svevo), e in alcuni casi diventano quasi incomprensibili (l’Ulisse di James Joyce).

La parola perde la sua funzione logica, strettamente denotativa, viene invece impiegata più per le sue valenze connotative. Essa è usata per la sua capacità di penetrare nelle zone misteriose dell’inconscio, fino a cogliere le sfumature della realtà e delle emozioni (per Giovanni Pascoli la parola deve essere usata per consentire l’espressione di tutti i tumulti dell’anima).

La sintassi della frase e del periodo deve essere liberata da quelle rigide intelaiature che la condizionano, solo allora potrà liberare tutte le proprie potenzialità.

Spesso si usa la sinestesia (associazione di due parole appartenenti a campi sensoriali diversi) accostando sensazioni completamente diverse (Baudelaire: profumi verdi come praterie; Pascoli: un pigolio di stelle); si ricorre anche all’analogia accostando immagini non tanto per la loro somiglianza manifesta, quanto per la loro comune appartenenza a nascoste significanze simboliche (nella poesia l’Albatro, di Baudelaire, il poeta viene accostato, per analogia simbolica, al grande uccello marino). Per cogliere il senso profondo è necessario ricorrere al simbolo, gli oggetti, le parole, le immagini diventano simboli che richiamano sentimenti, stati d’animo, idee, attraverso un misterioso legame di analogia.

La poesia diventa illuminazione, formata da immagini intense e brevi senza il supporto di una adeguata trama narrativa (per questo aspetto l’Ermetismo deve molto alla poesia decadente).


1 Nel 1857 usciva anche Madame Bovary di Flaubert, a indicare come dalla crisi del Romanticismo nascessero contemporaneamente la linea realistica destinata a dominare per 20 anni e gli atteggiamenti decadenti, affermatisi tra la fine del XIX sec. ei primi decenni del XX.

2 Il Parnassianesimo è un movimento poetico apparso in Francia nella seconda metà dell'XIX secolo. Il suo scopo era riportare la poesia al Parnaso, il monte sacro al dio Apollo, dal quale Lamartine l'aveva fatta cadere giù. Il nome apparve per la prima volta in una antologia pubblicata dall'editore Alphonse Lemerre nel 1866, intitolata Il Parnaso contemporaneo (Le Parnasse contemporain). Tra le altre, quest'ultima raccoglie delle poesie di Paul Verlaine che vennero raccolte successivamente nei Poèmes saturniens.

Questo movimento è una reazione all'eccesso sentimentale del romanticismo. esalta il riserbo e l'impersonalità; rigetta assolutamente l'impegno sociale e politico dell'artista. Per i Parnassiani l'arte non deve essere utile o virtuosa e il suo solo scopo è la bellezza. È la rinomata teoria de « l'art pour l'art » (L'arte per l'arte) di Théophile Gautier.

Lo scrittore si pone dinnanzi all'opera come il cesellatore, cura i minimi dettagli, non importa l'argomento che si sta trattando, deve semplicemente essere perfetto dal punto di vista stilistico.

Questo movimento riabilita anche il lavoro spietato e minuzioso dell'artista - in contrasto con l'ispirazione immediata del romanticismo - e utilizza spesso la metafora della scultura per indicare la resistenza della « matière poétique » (materia poetica). Nel 1863, Émile Littré aveva definito la poesia come l'arte di fare delle opere in versi.

Dal 1865 al 1895, il movimento fu appannaggio di storici animatori, maghi delle lettere e poeti impeccabili, delle effusioni romantiche, di amanti del rigore tecnico, di parole rare e di perfezione formale.

Promotore del Parnassianesimo fu il poeta Catulle Mendès, mentre il capofila fu considerato Charles Marie René Leconte de Lisle. Il programma del movimento dei parnassiani tendeva al recupero di alcuni aspetti del classicismo rinascimentale e settecentesco, e a un'arte impeccabile e impassibile, che escludesse l'emotività e il sentimentalismo, e insieme si astenesse da ogni forma di impegno sociale e politico: l'autonomia dell'arte è ribadita con forza. Il maggior teorico del movimento fu Théodore de Banville: nel Traité de poèsie française (Piccolo trattato di poesia francese), uscito nel 1872, sostenne l'autonomia dell'arte e una sua concezione raffinata che la riserva a pochi eletti. Alcuni aspetti del Parnassianesimo influenzarono in Italia Carducci, Pascoli e D'Annunzio.





Condividi con i tuoi amici:


©astratto.info 2019
invia messaggio

    Pagina principale