L’etico e IL sacro dell’architettura



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28.03.2019
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L’ETICO E IL SACRO DELL’ARCHITETTURA

Alberto Cuomo

L’affidamento della prossima Biennale di architettura alla cura di Rem Koolhaas rivela, se mai ve ne fosse bisogno, come tale manifestazione abbia perduto il suo carattere culturale per essere solo il palcoscenico di avventurieri del progetto. Koolhaas, come è noto, è il teorico della fine definitiva dell’architettura in favore della

bigness, la grande scala progettuale inafferrabile, a suo dire, per gli architetti, nella dichiarazione altresì del concludersi del suo “eroismo”, dell’impegno a rivolgere il mondo verso un abitare condiviso, sì da perorarne il cinico adeguarsi al mercato, attraverso la piacevolezza dei segni costruttivi. Se pertanto non si comprende come, declamando il far termine dell’architettura, egli si appresti a curarne una esposizione, non può non mettersi in luce che la sua concezione del progetto, inteso privo di fini sociali, non ne intenda l’intima essenza, rilevabile in ogni definizione storica. Diversamente da quanto sostiene l’architetto olandese, infatti, l’architettura non è mai senza “eroismo”, se si avverte in tale termine la sua sostanza etica, il voto ad agire il mondo, la vita, rendendoli ad una sempre più ampia coscienza (Manfredo Tafuri, alle cui analisi impropriamente Marco Biraghi accosta il credo di Koolhaas, in realtà rilevava il concludersi delle visioni ideologiche del progetto e non del suo misurarsi con il silenzio, l’infondato, che, come è in Terragni, o nei Five, regge il proprio dire/mostrare l’abitare), sì che il rilevare la necessità di un suo adeguamento al mercato, alla domanda di forme-fashion per un edonistico piacere, simulative dei contenuti del potere, economico o politico, equivale veramente ad affermarne la fine, una mutazione tanto estrema da metterne in gioco il suo più vero senso. Qualche anno fa, Massimiliano Fuksas, come era nel sottotitolo della Biennale del 2000 di cui era curatore (“Città: less aesthetic, more ethics”), esaltò, al contrario di Koolhaas e della scuola anglosassone, la necessità di rivolgere l’architettura maggiormente all’etica che all’estetica. L’esposizione però smentì l’intento e la scelta del tema, “La città”, vale a dire la riaffermazione della continuità tra l’architettura e l’urbano, apparve solo un pretesto per controbattere sul piano dell’offerta commerciale alle opere singolari, eccezionali, eccentriche nel loro superficiale estetismo, messe in campo dalle archistar. Solo cioè per proporre un diverso starsystem del progetto costituito dai vari Foster, Nouvel, Piano, chiamati ad esporre le loro opere, invero pure rivolte al mercato più che portatrici di “etica”. Ed anzi, in quella Biennale, Fuksas sembrò contraddire il suo stesso slogan nel mettere l’architettura, riconoscendone la valenza estetica, in una superficiale relazione con le varie espressioni artistiche – e ciò anche per distanziarsi dai fautori del progetto urbano alla Grassi – sino a chiamare a sostegno critici d’arte propensi alle mode mercantili come Bonito Oliva, quasi a ridurre l’etico in un diverso brand da proporre agli investitori ed ai consumatori.

Secondo quanto ha sottolineato Leonardo Caffo, l’origine stessa dell’architettura si fonda sul terreno etico. L’etico, o l’etica, dal greco ethikè, èthos-sfèthos, implica l’abituale, il consueto, ovvero dal sanscrito, sva-thè, il

porre, fare (thè), proprio, suo (sva). Ethos, in quanto è l’abituale è altresì l’habere, l’habitus, l’abitare, ciò che ci è con/sueto (suus, proprio), ciò di cui abbiamo abitudine, ciò che ci è familiare e con cui abbiamo dimestichezza,

ovvero il domestico, ciò che appartiene alla casa, ovvero, ancora, ciò che ci è proprio, ciò che è il proprio dell’uomo. Riprendendo il frammento 119 di Eraclito, ethos anthropou daimon, l’indole, ciò che è all’uomo più

proprio, è demone, Agamben traduce: “l’ethos, la dimora abituale, è, per l’uomo, ciò che lacera e divide”.

L’essere umano, l’essere proprio dell’uomo, il suo ethos è, secondo Agamben, nel suo generarsi nella relazione

con il mondo. Etica è il suo proprio nel senso che è la maniera, la quale non accade né è fondante, che lo genera

come auto generante, sì da mostrare come lo stesso suo proprio sia nell’improprietà. Pensare tale infondatezza

dell’uomo, ovvero all’uomo come manifestazione di una autofondazione che annulla il senso stesso del fondare e, quindi, come fondamento negativo o negazione del fondamento, implica il pensare l’assoluto – ab-se-luo, dove il -se rinvia al suus ed insieme al solus e luo allo sciogliere – non come una astratta ragione o entità quanto



……..cfr il saggio nel link indicato


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