Lettera aperta agli universitari toscani



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31.10.2019
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Lettera aperta agli universitari toscani
Cari amici – compagni di corso o comunque di studi - probabilmente più giovani, sicuramente più liberi di noi. Sarà un atto di superbia ma soprattutto d’orgoglio che ci sta spingendo da qualche mese a questa parte, verso un progetto ambizioso e impegnativi: far rivivere questa rivista e renderla voce qualificata e qualificante degli studenti universitari elle carceri toscane.

Il numero zero di Spiragli, che qualcuno di voi ha avuto tra le mani, rappresenta una sorta di carotaggio effettuato in un terreno forse ancora un po' impreparato. Probabilmente si è trattato di un “carotaggio nel muro” - metafora maggiormente pertinente- perché rappresenta un primo tentativo di evasione, la rottura di uno schema, per creare un pertugio, un passaggio, un’osmosi tra dentro e fuori.

Com’è andato? C’è qualcosa da correggere, qualcosa da rivedere e qualcos’altro da aggiungere ma comunque la sostanza sembra esserci, la basi per continuare pure, la volontà di andare avanti anche.

In cosa consisterebbe l’atto di superbia o orgoglio? Nel pensare una vera rivista con contenuti di qualità, non un giornalino. Per dimostrare a noi stessi per primi, d’essere in grado di realizzare qualcosa di interessante e culturalmente valido.

Qual è il motivo di un simile raptus? Normalmente veniamo dipinti come inaffidabili, infidi, crudeli; pronti a rapinare il frutto di lavori altrui, dotati di poca intelligenza, minore voglia di fare e zero moralità. Qualità che spesso finiamo per accettare anche noi pensandoci così, riducendoci in tal modo a causa di una delega che ci hanno costretto a firmare all’atto d’ingresso. Delega con la quale e per la quale, ogni istante, necessità, fantasia o desiderio, vengono rigidamente e minuziosamente regolati, controllati e condizionati da un potere occhiuto e burocratizzato. Un percorso che può durare una vita, che elimina autonomia e immaginazione minando spesso irrimediabilmente le capacità relazionali e progettuali.

Senza troppi giri di parole si tratta, né più ne meno, di un processo di regressione infantile socialmente invalidante.

L’ambizione si riduce, allora, nel semplice desiderio di riuscire a progettare, organizzare e materialmente realizzare qualcosa che esca da simili clichè.

Abbiamo perciò scelto, come filo conduttore di questo numero: il tempo, una dimensione piuttosto pertinente con il nostro status a tema impegnativo del quale tentiamo di fornire letture diverse a seconda dei vari ambiti di studio.

Partiamo lanciando uno sguardo al mito greco, continuiamo con i metodi di misurazione del tempo ed i concetti antichi e moderni di precisione. Tentiamo di capire l’evoluzione della fisica classica fino a quella quantistica per domandarci inseguito se l’atto volitivo sia da collocare prima o dopo l’azione e quale sia il nostro reale grado di libertà e di scelta. Argomenti tutti utilizzati per indirizzare il flusso del discorso al momento in cui il carcere diventa istituzione moderna dove si esegue l’unica pena modulata nel tempo.

A questo punto proveremo a capire la dimensione del tempo recluso: quali sono le caratteristiche del nostro tempo ed in cosa si distingue dal vostro.

Vi proponiamo poi un po' di leggerezza: un diario quotidiano sulla scansione del tempo in carcere ed un angolino dedicato alla “gastronomia coatta”. Nella rubrica delle recensioni infine, potrete trovare un libro fa poco uscito che ripropone (da un angolo in aspettato), il problema dell’ergastolo e della fine tragica del tempo.

Bene, allora non rimane che augurarvi una buona lettura invitandovi a prendere parte a questo nostro progetto. Leggete, sì, ma scrivete e pensate collaborando con noi, anche se non siete d’accordo.



Accettiamo volentieri critiche e siamo disposti a metterci in discussione ma noi allo stesso modo, pretendiamo che lo facciate anche voi. Un abbraccio.

La Redazione

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