Letteratura italiana contemporanea – 04



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Letteratura italiana contemporanea – 04.12.13

CONTINUAZIONE BERTOLUCCI:

Analisi poesia “Viaggio d'inverno”:

Il viaggio è legato ad una stagione, dunque il tempo che ritroviamo è un tempo stagionale che condiziona la poesia. Come detto in precedenza, in inverno Bertolucci era solito risiedere a Roma, il testo narra invece il viaggio del figlio Giuseppe verso Cuma. È un racconto che si snoda lineare con dei nuclei lirici che sono in qualche modo isolati uno dall'altro.

Incontriamo subito due imperativi: imbocca e distaccati, quest’ultima è una parola sdrucciola in catena allitterante con la parola precedente, “dolore”.

Il battito del cuore (il tuo cuore giovane batta), è un tema che ritorna spesso nella poesia di Bertolucci, si ricordi anche “l'extrasistole”. Nella prima strofe la sintassi è lineare, a partire dalla seconda inizia a complicarsi.

Pur non essendo in una stagione calda ma in inverno, è un luogo dove comunque c'è tanto calore e tanto sole che potranno accogliere il figlio. Lo scenario di natura mediterranea si realizza con pochi tocchi, le viti e la luce che creano invidia d'estate.

Si passa da una dimensione esterna a quella interna, seppur onirica (io sogno...), l'interno della stanza d'albergo, i cuscini che testimoniano il vizio in contrasto con la purezza della fronte del figlio. Ciascuna di queste quartine si concludono con una pausa sintattica forte.

“Pellegrino, mio pellegrino” ruolo del figlio che è attraversato dall'inquietudine espressa ritmicamente dall'enjambement. Il dolore ha sempre un risvolto di salvezza e quindi di rigenerazione, ecco perché l'io lirico può salvarsi dall'ignominia di una vita che è comunque senza gloria. Si giustappongono da una parte il verbo salvare e dall'altra il verbo nutrire.

Lo stato perenne di pellegrinaggio porta insonnia al poeta, il padre perde il dominio e il possesso dei figli.

Il verso isolato finale è in contrasto con le quartine precedenti.

Ci sono queste sospensioni date dalla mancanza di punteggiatura all'interno della strofe, tutto è dato dagli stati d'animo, dalle sensazioni, il magma ritmico vuole dare il senso di una serie di nuclei lirici riuniti che costruiscono uno stato d'animo ed una situazione attraverso i personaggi.

Questa Campania soleggiata e felice è in qualche modo antropomorfizzata, diventa virile.

Il lettore deve, al di là della struttura sintattica trasgressiva, ritrovare il significato profondo del testo. I versi hanno un ritmo e un tempo dato dagli ictus, dalle scansioni dei piedi metrici e delle cellule ritmiche in cui si sente la musica antica e fresca.


SANDRO PENNA:

Nasce a Perugia nel 1906 e muore a Roma nel 1977. Poeta umbro che vive però il suo tempo a Roma. Dirà di sé “Io vivere vorrei addormentato entro il dolce rumore della vita” cerca quindi una dimensione onirica, sonnambula, al di là del sonno, una dimensione in cui si vorrebbe negare la vita.

Penna vive una fanciullezza e giovinezza molto triste, la madre lo abbandona nel 1920 e il padre muore molto presto. Il critico Garboli ci dice che riesce a vivere felicemente solo, fuggendo i rapporti sociali. È molto vicino sia a Saba che a Eugenio Montale. Per molti anni non viene conosciuto da nessuno, svolge lavori precari e vive sempre in stato d'indigenza.

La sua prima raccolta viene pubblicata nel 1939 dalla Parenti di Firenze, s'intitola semplicemente Poesie.

Una raccolta di prosa 1950 “Un po' di febbre”

nel '56 una strana gioia di vivere

nel '57 raccolta che vince ex aequo con Pasolini il premio Viareggio.

Penna vive la sua omosessualità considerandosi persona scomoda, vivendo ambivalentemente la sua situazione: da una parte fatica e dall'altra gioia.

Nel 1974 Saba, Ginzburg, Morante pubblicano un appello affinché il poeta Penna possa essere aiutato in quanto si trova in una situazione di estrema indigenza. Morirà quattro anni dopo.

I suoi critici più attendi sono Garboli e Mengaldo. Garboli arriverà a dire che Montale quasi copia le poesie di Penna.

L'ispirazione per Penna è un fatto quasi biologico, il momento creativo prevale sul logos e sulla razionalità. Le sue poesie ostentano questa sua omosessualità. Sono piene di animali, vede l'uomo dalla parte dell'animale come se il punto di vista fosse quello dell'animale.

Sono poesie brevi e di una classicità intrinseca, potrebbero sembrare epigrammi dell'antologia palatina, senza ridondanza, cercano una musicalità ma asciutta e sobria, vanno all'essenziale per arrivare ad un salto analogico. C'è una naturalezza che è la stessa con la quale va letta la sua poesia.


M'hanno chiamato poeta d'amore... (da “Le stranezze”)

L'intonazione è in salire, data dalle interrogative che hanno valore tonale, riesce a rendere la tonalità nella lingua italiana che non ha tonalità.

Condivisione nella percezione di sensazioni uditive. Vuole coinvolgere il lettore e condividere qualcosa con lui. Ritorna sui suoni di un amore che arde e brucia, non si allontana da lui, un amore in cui non c'è il pericolo della lontananza. La città invece è lontana con i suoi rumori, e forse la percezione è quella che esista un amore in quei rumori.

Ci sono endecasillabi faticosi, i settenari sono invece di classica compostezza e la combinazione è classica ovvero quella dell'endecasillabo insieme al settenario.

La facilità delle rime vuole dare il senso della facilità dell'amore tra vicini, l'equilibrio è raggiunto in questa semplicità e nella trama timbrica delle rime.

Letteratura italiana contemporanea – 05.12.13

continuazione Penna:

è un poeta decisamente anti ermetico, la sua è poesia relazionale, un canzoniere d'amore che non è difficile ed apparentemente molto facile. Tuttavia il lettore deve assecondare il movimento del ritmo nella sua sintassi lineare. Sono poesie brevi ma di una classicità adombrata da una sospensione, da qualcosa che si pensa debba succedere.

Il poeta ci vuole dimostrare che l'amore è sentimento naturale, quindi ci ritroviamo nella sua poesia in una condizione tra poetico e metapoetico.

Il movimento ritmico è ascensionale dato dalle interrogative che il lettore deve seguire, anche questa poesia ha una struttura quasi a fisarmonica, partendo da versi lunghi e restringendosi in settenari.


Analisi secondo epigramma

Giocata nel rapporto tra interno ed esterno.

È una quartina formata da endecasillabi che non hanno tutti la stessa struttura accentuativi. I primi due sono “A Maiore” iniziano con un settenario, mentre i due finali sono “A minore” iniziano con un quinario.

Le rime sono molto facili dove il gioco chiaroscurale è fortissimo, gioco che è anche quello dei sentimenti. Si parte da un locale piano di gente. Ci sono due aggettivi in fondo al primo endecasillabo che caratterizzano il locale: greve (dunque pesante, sia perché nero sia perché la confusione rende l'aria pesante). C'è un “ma” avversativo che serve per indicare la sua assenza, l'io lirico si estranea dalla folla con la quale lui non si identifica. Da sono a sogno si passa dalla realtà alla dimensione onirica, sogna il cimitero (qui c'è Pascoli con i suoi cimiteri e i suoi villaggi). Questo cimitero è però sotto il sole. Si passa dal buio dell'interno alla luce dell'esterno, ma una luce oscurata dalla realtà di morte del cimitero, però non è il cimitero di una grande città, ma di un villaggio.

Dopo il “ma” c'è un salto analogico che coinvolge il lettore, il quale deve assecondarlo.
“una folla gridava a noi...”

Connotazione di tipo politico, velata.

Il “A noi a noi” rima con orinatoi, creando quasi uno choc. L'orinatoio è una luogo spesso presente nelle poesie di Penna, luogo dove avvenivano incontri con i ragazzi che Penna amava. C'è irrequietezza perché sono ovviamente incontri irrequieti. Nel finale appare il punto di vista degli animali, la calma paura dei gatti, non hanno paura del buio ma degli uomini. C'è il gioco chiaroscurale che è gioco di paura e di calma tra il nero e il sole.

Primi due endecasillabi e il terzo è un endecasillabo ipometro e l'ultimo un endecasillabo ipermetro.


“il nero che correva in mezzo...”

Verso chiave della poesia viene ripetuto all'interno della strofe e poi isolato a fine verso

variazione nell'esclamativa. La punteggiatura viene usata anche in funzione ritmica. In poesia comunque un verso non è mai uguale a se stesso perché si aspetta una sua oralità. Il ritmo prevale.

Si inizia con una lacerazione e una inarcatura tra il metro e la sintassi. La natura qui è una natura morta come in un quadro perché dal finestrino del treno si può vedere solo così, però è viva di sole perché da questo è colpita. Pur guardando dal finestrino, il fiore che vede è vivo, uno sprazzo rosso.

C'è un giovane che giace lungo il ruscello, immagina un giovane greco che colpisce la mente e l'ardore di un discepolo di Platone. Non sa se preso dal sonno che lo fa sembrare morto oppure se è sveglio.

Siamo tra un effetto visivo e uno uditivo: c'è uno sprazzo che può essere di luce, dunque epifanico, e l'altro è invece uno sprazzo di acqua quindi un effetto uditivo, ma questi due si mescolano formando una sinestesia che mescola udito e vista. Dal punto di vista fonico le due Z fanno l'effetto del salto analogico, di qualcosa che sta cambiando ma non cambia perché è sempre il giovane che sta andando al suo mestiere. È l'ascensione verso questa immagine predominante. È anche un'ossessione di luce e di colori, il giovane e in una sua gestualità di un gesto ripetuto perché forse compiuto tutti i giorni. L'io lirico è dietro le quinte, si ciba di questa energia vitale tutta concentrata nel giovane.

Riesce a dire ciò che è complesso attraverso una sintassi semplice e lineare.
AMELIA ROSSELLI:

Amelia Rosselli ha una vita molto travagliata. Nasce nel 1930 a Parigi, figlia di Carlo Rosselli esule antifascista che nel '37 viene ucciso col fratello per ordine di Mussolini.

Lei in quel momento ha 7 anni e vive questo episodio con una violenza terribile che condizionerà tutta la sua vita. Vive a Parigi fino ai 10 anni e poi andrà negli stati uniti, poi nel regno unito. È una donna trilingue. Dal regno unito, con la morte della madre, si trasferisce a 18 anni in Italia, prima a Firenze e poi a Roma. A Roma comincia il suo lavoro nelle case editrici come traduttrice e conosce i più importanti poeti di allora, primo Pasolini, poi Dario Bellezza amico di Alberto Moravia e diventa molto amica di Sandro Penna. Conosce Attilio Bertolucci e il critico militante Cesare Garboli.

Negli anni '60 conosce anche i poeti della NeoAvanguardia con i quali non si identifica perché lo considera un ambiente tremendamente maschilista. La sua vita è segnata dalla malattia mentale che la porta a sottoporsi per sua scelta a degli elettroshock con momenti di amnesia e spaesamento, vita che si conclude con il suicidio l'11 febbraio 1996, stesso giorno di Silvia Plath. Il suicidio è un po' la fine annunciata della sua vita, aveva tanto bramato questa morte fine di una vita travagliata.

“La poesia non si addice alla normalità” lei si considera una non normale.

“Scrivere è chiedersi com'è fatto il mondo, quando sai com'è fatto forse non hai più bisogno di scrivere per questo molti poeti muoiono giovani o suicidi”

La scelta della poesia è una scelta sofferta e faticosa, anche se lei è molto ironica nelle sue poesie.

Scriverà in tutte e tre le lingue, ma dolorosamente perché non considerava nessuna delle tre la sua lingua madre, come a ricercare un'altra lingua ancora che ne stava sotto. Questa aveva intuito Pasolini quando pubblica le sue poesie.

Pubblica anche uno scritto teorico sugli spazi metrici di cui Pasolini dirà: “Non ci ho capito niente, ma so che è una cosa importante”

Pasolini parla di poetica del lapsus per indicare che nella poesia della Rosselli ci sono delle mancanze dovute alla coesistenza delle tre lingue, ma lei si ribella non condividendo questa poetica del lapsus. Lei ci dice che la poesia è un fatto razionalissimo in cui tutto deve tornare, ci può essere una irrazionalità di superficie e questa irrazionalità di superficie deve però portare ad un mito, ad una struttura portante esatta e razionale e questo mito della razionalità avviene attraverso l'incontro di competenze musicali, pittoriche e matematiche. Lei era infatti molto competente sia in pittura che in musica e se ne intendeva di matematica, infatti le sue raccolte ne sono condizionate.

La sua prima raccolta s'intitola “variazioni belliche” che esce nel 1964, il termine variazione è un termine tecnico per indicare una variazione di tono, variazione di un disegno armonico. Il tutto si ricollega ad uno scenario di tipo storico.

È molto vicina alla musica dodecafonica, la musica gli da delle spinte forti. Gli spazi metrici è un testo teorico in cui parla della sua metrica, che non è libera, ma piena di regole non basate sul numero delle sillabe e sugli accenti, ma sulla parola ed è basata sulla tridimensionalità. I suoi versi non erano lineari, ma avevano uno spessore, una prospettiva. In questo è molto sperimentale. La parola si prende il suo spazio che è ritmico ed anche modulare nonché visivo, collegata ad un progetto di armonia che però in genere non si raggiunge mai.

La seconda raccolta di intitola “Serie ospedaliera” ed esce nel 1969. Serie come successione che può essere anche successione di ritmi, note e colori. È una poesia di ricerca, ricerca di una lingua e di una parola che spesso è inventata, risultato di funzioni associative, di input associativi. È sempre in rapporto tra numeri ed effetti visivi, che si ritrova anche nei quadri perché il quadro nelle sue proporzioni è il risultato di una equilibrio di numeri e misure.

La raccolta del 1976 “Documento” è una raccolta fortemente politica, legata agli anni di piombo, agli attentati mai risolti. È la poetessa che si rapporta con la storia e con la cronaca che le provocherà molti squilibri, che sono anche di tipo ritmico.

L'ultima raccolta “Impromctu” del 1989.

Letteratura italiana contemporanea – 10.12.13

Lezione su Giorgio Caproni.

La precedente lezione su Caproni s'interruppe alla raccolta “Cronistoria” dopo aver affrontato le prime raccolte di Caproni.

Le due grandi città di Caproni sono Livorno e Genova. Dirà di Genova che è una città dell'anima, ed è un teatro di un viaggio di esplorazione di una sorta di oltretomba. Caproni amava tantissimo Dante, indispensabile per comprendere molti dei temi caproniani. Proprio a Genova il poeta Caproni ambienta la sua discesa agli inferi che diventa inevitabilmente qualcosa di particolare e fuori dall'ordinario.

Il primo grande punto di svolta nella poesia di Caproni è la guerra, guerra che visse nei monti della val trebbia. Questo fu l'evento capitale nella vita del poeta, è come se il mondo intero, non solo quello privato, fosse andato del tutto in frantumi. Il poeta reagisce a questa frantumazione con il recupero della metrica chiusa scrivendo sonetti. È come se di fronte allo sfacelo ed alla frantumazione del soggetto si reagisce cercando un argine e un punto fermo, ovvero la forma metrica. Al cedere del significato si reagisce con una forma metrica forte, in questo caso del sonetto, con un anacronismo giustificato da questo clima storico.
Analisi “Ahi i nomi per l'eterno abbandonati”

Appartiene alla raccolta “Il passaggio di Enea”. Si ispira ad un episodio veramente accaduto, per la prima volta Caproni vede esposti in obitorio i corpi dei primi partigiani morti. Di questa drammatica veglia funebre parla anche nei Racconti scritti per forza. I nomi a cui Caproni fa riferimento nel sonetto sono proprio quelli dei partigiani. Sono nomi morti due volte, sia perché morti sia perché nomi fittizi che i partigiani si davano in guerra.

Un primo elemento ricorrente è il ripetersi delle interiezioni, simbolo di una vita difficile e intensa.

Questi nomi abbandonati sui sassi, come detto, sono quelli dei partigiani uccisi in combattimento. Gli elementi che compongono il paesaggio sono vari, ci sono i cani, che sono ricorrenti nelle poesie di guerra di Caproni. Ai versi 4 e 9 appaiono le gole .

I nomi morti sono il segno del dramma terribile attraversato negli anni di guerra, il primo grande incontro del poeta con il male dell'esistenza e dunque con la perdita della fiducia nel potere della parola. Già in “come un'allegoria” Caproni ha voluto suggerire che la realtà che noi vediamo è come l'allegoria di qualcos'altro che noi non vediamo. Talvolta la parola indica l'oggetto ma al tempo stesso lo tradisce ecco perché realtà e parola stanno su piani diversi.

Caproni dice che i suoi sonetti sono monoblocco, dove il legame tra i versi è così stretto che non si riesce a mantenere la distinzione tra quartine e terzine. Spesso parlando della sua poesia utilizzava metafore musicali, il ricorso alla musica come mezzo per parlare della poesia è frequentissimo. Ci dice che a partire da un certo punto in avanti diventano finali in settima diminuita, ovvero un accordo che non chiude la melodia ma la lascia in sospeso, quindi parlando della poesia ci dice che i suoi finali sono finali irrisolti.

In “Cadenza irrisolta” Caproni stesso paragona la sua vita ad una settima diminuita.
Si è persa la speranza nel progresso, il soggetto è sempre più smarrito e fatica a parlare di sé in prima persona. Caproni percorre una nuova strada, il soggetto poetico perde a tal punto la fiducia in sé da non riuscire a dire “io” ecco perché affida il discorso a delle prosopopee, degli alter ego, per poter mandare avanti il discorso.

La prima e forse la più importante di queste prosopopee è Enea, il passaggio di Enea vero e proprio è una macro raccolta che esce nel 1956 ed è veramente un punto di svolta. È una macro raccolta perché il questo libro pubblica anche le primissime raccolte, ripubblica quelli che lui ha chiamato il primo e il secondo libro. La parte nuova comprende poesie scritte dal il 43 e il 55 e testimonia delle importanti modificazioni della metrica.

In questo terzo libro sono tantissimi i poemetti narrativi, testimoniano il bisogno di raccontare della poesia e di aprirsi verso la prosa, è l'esigenza che Caproni ha in comune con molti altri poeti del secondo novecento. C'è una sorta di nostalgia per la narrazione. Un altro grandissimo poeta, ovvero Vittorio Sereni, parla di tentazione della prosa. Nel concreto, apertura verso la prosa significa anche apertura verso la realtà, vuol dire che la poesia si avvicina al quotidiano ed al parlato diventando più comunicativa.

Enea è una figura mitica conosciuta, eroe troiano che scappa dalla sua patria per trovarne una nuova, ed è un personaggio che Caproni incontra in una circostanza particolare, la scelta di fare ci Enea il centro della sua raccolta si deve al fatto che in Piazza Bandiera a Genova Caproni vide una statua di Enea, rimasta in piedi dopo la guerra. Viene quindi ispirato dalla visione di questo simbolo e capisce che Enea non è solo l'eroe troiano, ma una sorta di allegoria dell'uomo contemporaneo, dell'uomo che è uscito dalle macerie della guerra che porta sulle spalle il passato e per mano il futuro. Già in questo primo approccio si capisce che una delle grandi novità sia proprio la discesa del mito nel quotidiano, questa discesa del mito nella realtà di ogni giorno è un dato fondamentale di questa raccolta.

Il passaggio di Enea una sorta di narrazione del viaggio che l'uomo uscito dalla guerra compie nel contesto cittadino. Arriva a tal punto che il viaggiatore smarrito, al bar incontra Proserpina che lava le tazze.
Analisi della Didascalia, l'esposizione introduttiva.

L'elemento ricorrente è la rima, rime semplici che diventano il perno della musicalità della poesia. L'Io poetico si trova in una casa cantoniera, uno dei tanti luoghi di soglia e transito che ricorrono in questa raccolta, in cui il tema del viaggio si intreccia al tema del limite e del confine.

Il transito continuo di automobili e motociclette ricorda al poeta l'idea del viaggio di Enea, il viaggio che ogni uomo compie , l'esplorazione dei limiti della conoscenza. Quindi questa esplorazione delle tenebre ha alle spalle il viaggio dantesco. La differenza sta che nel fatto che Caproni non può approdare al purgatorio ed al paradiso, rimane fermo all'inferno. Caproni dice di se stesso: per quanto mi riguarda sono e rimarrò nella selva oscura. Eppure non c'è nessun Virgilio che andrà in soccorso del poeta.

Raccolta “Il seme del piangere”:

Pubblicata nel 1959, il titolo è una ripresa di un elemento presente nel canto XXXI del purgatorio dove Beatrice esorta Dante a riporre il seme del piangere.

Lo sfondo cambia ancora, la città di questa raccolta è Livorno. I versi livornesi sono un romanzo in versi che ha al suo centro la figura della madre. Coglie la madre nella sua giovinezza, riporta la vita di una città del passato nell'inizio novecento. L'atmosfera è sospesa tra la realtà e il sogno, inizia con modi cavalcantiani, c'è infatti la ripresa di alcuni temi della poesia di Cavalcanti. Eppure questa atmosfera c'è una minaccia incombente, una guerra che minaccia il presente.

Nella poesia “Urlo”, che racconta il fidanzamento di Annina, si vede molto bene e si sente la minaccia del male nel mondo.

La leggerezza straordinaria è chiaramente minacciata dalla guerra (che qui fa rima con terra, rima ripresa da Dante). Le rime elementari sono una scelta precisa di Caproni, le rime sono importanti perché diventano qualcosa di più rispetto un semplice istituto metrico, non abbelliscono la poesia ma è parte stessa di essa, quasi fosse il suo scheletro. Grazie alle rime nascono nuove idee, nuove associazioni di pensiero. Caproni dice: per me la rima ha una funzione importante, come quella delle assonanze e dissonanze in polifonia, la rima è un'idea che chiama un'altra idea che magari richiama una terza idea taciuta. Per questo la rima è dato essenziale.


“Ad portam inferi”:

è una delle ultime poesie della sezione Versi Livornesi. Qui Annina viene rappresentata vecchia, e si ritrova in una stazione ferroviaria. Il luogo viene trasfigurato quasi a diventare davvero una selva oscura. Straordinaria della vecchiaia e del viaggio umano verso la morte.

Per Caproni il treno era sempre stato simbolo del tempo, tempo che va verso una meta predestinata, ed il bagaglio come metafora di ciò che l'uomo vorrebbe portarsi con sé ma non riesce.

Letteratura italiana contemporanea – 11.12.13

SERENI:


Sereni nasce a Luino nel 1913. Frequenta all'università le lezioni di Banfi, si laurea in lettere con un tesi su Gozzano. Verrà poi richiamato alle armi per il secondo conflitto mondiale. Prima sul fronte francese poi Iugoslavia, Grecia, Sicilia e deportato in un campo di lavoro.

Morirà a Milano nel 1983.

La prima raccolta poetica è del 41, Frontiera. Nel 44 poesie. Nel 47 diario d'Algeria. Nel 71 esce Un posto di vacanza. Nel 65 gli strumenti umani. Nel 81 stella variabile.

Sereni è anche prosatore, scrive gli immediati dintorni, una sorta di diario.

Frontiera indica già dal titolo uno spunto di riflessione, sia quella dove si ritrova a vivere, sia la frontiera storica tra fascismo e democrazia. In questa raccolta Sereni parte da presupposti ermetici, soprattutto per la vaghezza del linguaggio sia per il registro monolinguistico, quello che incrina questo ermetismo è la presenza di un soggetto più concreto e reale, una maggiore aderenza la concreto.

Il modello di riferimento è per questa ricerca del dato concreto, Montale.

In diario di Algeria la dimensione è più autobiografica, diario testimonianza della sua prigionia in nord Africa. In questo diario ciò che importa è il suo diario testimoniale. Il sentimento più diffuso è quello di estraneità, di immobilismo dato dall'esperienza di prigionia e dalla lontananza fisica dagli eventi europei. Il registro è di solito aulico, petrarchesco quasi, con incursioni in termini diversi rispetto alla classicità. Ciò che rende classici i componimenti di Sereni è proprio la sintassi.

Gli strumenti umani è una messa in potenza del diario di Algeria, una sorta di diario di ciò che avviene in Italia dopo il dopoguerra. Sempre nel segno della estraneità rispetto a questo mondo, il sentimento più diffuso è anche quello del senso di colpa, tratto molto ricorrente in autori di questa generazione.

Rispetto alle raccolte precedenti, la lingua si apre alla polifonia ed al plurilinguismo, cambia nell'effetto suscitato che è quello di un abbassamento colloquiale.

Ci sono momenti in cui questo sentimento di negatività totale viene riscattato, spesso momenti di vitalità, ci sono momenti in cui la parola poetica ha senso nel descrivere questa vitalità.

Nell'ultima raccolta, Stella Variabile, s'intensificano le tematiche della presenza della morte, con una chiave di lettura diversa rispetto alle raccolte precedenti, e si riduce lo spazio della gioia facendo prevalere un sentimento di fine.
Analisi “Città di notte”:

fa parte della raccolta Diario di Algeria ed è stata scritta del '42, inizialmente inclusa in Frontiera.

Il metro è libero, vi è prevalenza di ottonari, settenari e due decasillabi, vi è un settenario sdrucciolo che è il quarto (nel sospiro degli alberi).

Il contesto è quello dell'io lirico che passa in treno da una città, Milano, sta tornando dal fronte francese. Apparentemente sembra il dialogo con una figura femminile, ma in realtà si sta rivolgendo alla città in una prosopopea dove la città dialoga con l'io lirico.

Il primo termine è un aggettivo, inquieta, che è in posizione positiva rispetto alla prima persona singolare ed indica di per sé uno stato d'angoscia. In questa prima strofe si incontra un tono agitato, sofferente che richiama il malessere generale.

La seconda strofe irrompe un elemento di morte, non in discontinuità con la prima strofe. Un'altro tratto ricorrente è la ripetizione di termini, qui in particolare il “volto”. La prima strofe è preparatoria alla seconda.

In questa poesia vi è già la tragicità della guerra, pur non avendola vista perché sul fronte francese non aveva praticamente mai combattuto davvero.
Analisi “Italiano in Grecia”:

Fa parte della raccolta di Diario di Algeria.

Il contesto è quello di Atene, la strofe è una sola e la versificazione è libera anche se i primi tre sono endecasillabi.

La città viene raffigurata nei primi tre versi con quasi dei tratti, appare segnata dalla brutalità della guerra. Questo lessico angoscioso è quello che costruisce lo scenario bellico.

Si passa poi ad una dimensione più personale, l'estate, che il poeta lascia, è il simbolo di passionalità e di privazione dall'angoscia della guerra. Il mare ed il deserto sono simboli della solitudine, di un totale cambiamento rispetto al passato e del prosciugamento a causa dello stato bellico. L'estate è alle spalle, il domani è mare e deserto ed è senza stagioni, non vi è più un tempo lineare, ma un tempo immobile. Sono solo avvertimenti di un tempo che è percepito come insabbiato.

L'invocazione Europa Europa è un'epizeusi, ed è una invocazione come alla madre, una madre che lascia il proprio figlio scendere verso la guerra, più che una madre dunque appare come una matrigna. Una discesa agli inferi che in termini tecnici si chiama catabasi. L'io lirico, disarmato, sta andando alla guerra.

L'esile mito significa il bagaglio culturale che il poeta si porta dietro, esile perché non è bastato per evitare questa situazione bellica. È il confinamento della poesia in un angolo, di gozzaniana memoria, perché tutto ciò non non è servito per evitare lo scoppio della guerra.

“Sono un tuo figlio in fuga che non sa” è un endecasillabo tronco, detto così perché finisce con una parola tronca.

“perduti” ha una valenza simbolica fortissima, qualcosa che stava nel passato e poi è stato perduto.

Polvere e sole, dannarmi e sabbiarmi sono dittologie.

L'ultimo verso è prorompente, l'insabbiamento e la dannazione, il tempo senza stagioni di una

dimensione immobile che non conosce la linearità, è soltanto un insabbiamento.

Analisi “solo vera è l'estate”

Anche qui siamo nella raccolta Diario di Algeria. Qui l'io lirico è in prigionia.

C'è una metrica irregolare, dove versi tradizionali si alternano a versi liberi in un linguaggio aulico e non colloquiale. I tre deittici che scandiscono i versi di questa poesia sono questa, laggiù ed ora.

Sta dicendo ai suoi compagni di prigionia che l'unico dato certo di questa prigionia è che è estate, che qui non prende un significato positivo, ma è effettivamente estate, è un dato fenomenologico.

Vi sono parecchi simboli rigogliosi che stonano con la condizione del poeta e dei suoi compagni. Subito dopo vi sono elementi negativi, la ragnatela tessuta di noia, il sudario (elemento funebre) e gli stagni malvagi.

“Laggiù la siepe è labile” elemento leopardiano, ma qui la siepe divide lui dagli altri prigionieri tedeschi. Questa siepe è elemento fondamentale.

La seconda strofe è composta da due versi: ritorna anche qui l'elemento della fronda, ogni fronda però è muta, quindi non vi è vitalità ma mutismo e immobilità. Il guscio d'oblio è la dimenticanza, l'io lirico sente che di lui non resterà neanche il ricordo.
Analisi “Il male d'Africa”

Tratta dall'ultima sezione della raccolta Diario di Algeria chiamata “Il male d'Africa” prendendo così il nome della poesia, aggiunta nel 1965.

Sostanzialmente si tratta del viaggio di ritorno dall'Algeria, la poesia è originata dall'occasione del viaggio di un amico di Sereni proprio in Nord Africa, ciò da modo al poeta di ricordare ciò che passò in Algeria.

Il treno riappare di nuovo, un simbolo molto ricorrente quindi nella poesia di Sereni. Il treno qui lo riporta indietro, al finire della guerra. Soprattutto in questo caso è l'itteratività che si vede con grande chiarezza, che crea quasi l'effetto di una cantilena, di una filastrocca tragica.

Immagina Gibilterra nei panni di una cagna che latra, questa prosopopea è un simbolo dell'inconscio del poeta che genera il senso di colpa per non essere stato presente.

Con questo viaggio che ripercorre l'esperienza d'Algeria chiude la gioventù.

Queste caratteristiche lessicali saranno presenti da qui in poi, non verranno abbandonati fino alla fine della produzione poetica di Sereni. Oltre al lessico, in linea rimane la sintassi.

Letteratura Italiana contemporanea – 13.12.13

Analisi “Il vero anno zero”

Il metro è tendenzialmente lungo ed irregolare, il verso della narratività e qui è quanto mai più narrativo.

L'io lirico sta parlando con un astante ad una festa a Francoforte, a questo proposito va detto in anticipo che Sachsenhausen è il nome di un quartiere di Francoforte e il nome del primo campo di concentramento nazista, questa omonimia crea un contesto tragico tra la divisione tra un presente in cui si festeggia e un passato orribile.

In termini tecnici ci ritroviamo davanti ad un epifora (mai stato, mai stato).

Sono presenti parecchie anadiplosi. Il sistema di iterazioni e molto forte e genera un effetto di cantilena.

Sono capaci di ingoiare, si mangiano cuore e memoria.

Questa società del capitalismo è una società capace di mangiare tutto, di relegare ai margini il poeta e la cultura in generale. Capace anche di mangiare la memoria.
Analisi “La Spiaggia”

Ultima poesia della raccolta “Gli strumenti umani”. All'inizio si chiamava “I morti”, cambiato probabilmente per non essere troppo programmatico già dal titolo. Nasce dall'occasione di una visita degli amici a bocca di Magra dove Sereni passava l'estate. In questo caso gli amici sono andati via.

La poesia è composta da tre strofe, il metro è libero con alcuni endecassillabi.

Gli amici prendono valenza diversa rispetto a quella comune, si caricano della valenza dei morti. In forma gnomica viene esplicitato il significato inizialmente solo intuito. I morti non sono quello che si spreca, ma le toppe di inesistenza, pronte a farsi movimento e luce. Gli ultimi due versi sembrano aprire uno spiraglio nuovo, danno una chiave di lettura diversa da quella che potremmo aspettarci: la presenza dei morti non è inquietante ma è una presenza che arricchisce, una presenza paradossalmente vitale perché hanno qualcosa da dire, aprendo una fase nuova.

Sul lessico abbiamo qualcosa di più colloquiale, elementi non aulici né appartenenti ad uno stile alto, piuttosto vi è l'utilizzo di elementi prosaici.

GIOVANNI GIUDICI

Nasce a Le Grazie nel 1924, vivendo poi a Torino e Milano, l'esperienza del provinciale trapiantato in città sarà molto importante.

Ha lavorato come pubblicitario per la Olivetti, poi saggista.

Morto a La Spezia nel 2011.

Il tema dell'autobiografia è quello da tenere in considerazione.

Vi è una differenza sostanziale tra le prime e le ultime raccolte.

Il primo giudici è distante dall'ermetismo, distante da autori come Ungaretti. Fa parte piuttosto di quella detta Linea sabiana, e in parte riprende i crepuscolari, è stato definito addirittura neocrepuscolare ma ci sono dei dubbi riguardo questa definizione.

La lingua è molto quotidiana e prosastica, molto più rispetto al Sereni più prosastico. Giudici ostenta questa quotidianità e la metrica è volutamente incerta.

La poesia è ovviamente antitetica rispetto al classico stile alto e sublime. Giudici cerca di trasmettere una realtà umile che non merita il registro elevato, non è più tempo di stili alti. Al centro della sua poesia c'è lui stesso con le sue nevrosi.

La seconda fase viene definita quasi manieristica, vengono prese forme più chiude e si nota chiaramente l'innalzamento del tono.
Analisi “sul trespolo”:

Il ritmo è generato da moltissime figure retoriche di suono all'interno del testo.

Dall'uccello che mima l'uomo si passa ad un'immedesimazione tra uccello e uomo. Stiamo assistendo ad una sorta di gioco della parti quasi pirandelliano. L'elemento funebre è presente anche se il tono inizialmente sembrava veloce, quasi una filastrocca, cosicché la morte diventi grottesca.

L'essere umano in generale non soltanto è volatile, per quanto possa essere deriso il pappagallo, nessuno può essere più deriso dell'essere umano.

Dentro ad un contesto di diffusa ed apparente gaiezza, si nasconde il tema della comunanza dell'animale in gabbia e dell'animale essere umano, una comunanza negativa.

Il metro sembra sempre tendente ad una forma chiusa, sono difatti tutte quartine, ma in realtà la contestano dall'interno. Anche questo è da tener presente, è un metro che quasi contraddice se stesso, è il Giudici poeta che si guarda attraverso una poesia che a sua volta si guarda.

Il lessico è molto basso ed è forse questa la cosa che distanzia Giudici da un crepuscolare, per questa la categoria di neocrepuscolare potrebbe essere sbagliata, un Gozzano non avrebbe mai scritto una cosa di questo tipo, pur essendovi elementi bassi vi è sempre una sintassi elevata e un registro aulico. La sintassi qui è molto prosastica e mima volutamente il ritmo della prosa perché Giudici porta il messaggio di un mondo che non può essere preso sul serio.

La poesia di Giudici si mantiene per un lungo periodo su questo stile.

Letteratura italiana contemporanea – 17.12.13

CONTINUAZIONE AMELIA ROSSELLI

Ricerca continua di linguaggio, lei aveva questo patrimonio linguistico tripartito, perché divisa tra inglese, francese ed italiano, ma tutto sommato quello che lei usa non fa parte di nessuno dei tre. È un linguaggio che nasce dal profondo ed esprime l'estraneità da ognuna di queste tre lingue e cultura. È una continua variazione sulla parola, si raggiunge attraverso una seria di groppi associativi..

Variazione serie, termini uno musicale e l'altro matematico, ma il suo modo di servirsi di musica, matematica ed arte non è totale, sono degli strumenti di cui la poetessa si serve per poter raggiungere questo linguaggio, la metrica che servono ad esprimere la sua poesia. Sono strumenti intanto perché la sua poesia si fonda non sulle sillabe né sui versi ma sulla parola, sul lavoro della parola. Vengono allora fuori parole strane che si combinano e deformano, espressione della sua deformazione psichica e della sua patologia che nasce dal trauma e dalla violenza, violenza che esprime nella poesia in un linguaggio del profondo. Ci sono delle alterazioni di idea, simbolo ed immagine, è la parola che cerca uno spazio nella pagina, uno spazio tridimensionale, e quando non riesce a trovarlo la poesia è fallita.

Per questo musica, matematica, che sono entrambe collegate all'idea di armonia ed equilibrio, ed arte con lo spazio, servono a creare questo nuovo linguaggio. È sempre uno scarto dalla norma, una disarmonia raggiunta attraverso una perfetta razionalità. Se può esserci una irrazionalità di superficie, tutto nasce da una razionalità di fondo. L'attentato alla norma linguistica è dato da questa idea di razionalità che la poetessa cerca di raggiungere in tutti i modi.
Ci sono degli indici di violenza e lacerazione nel linguaggio attraverso questo parlare di vuoti e pieni, che poi sono quelli della psiche. C'è la luce che cerca di dimensionare il tutto, nella realtà che è quella della pineta e del sole. Sole grazioso che diventa poi grinzoso. L'elemento è quello dell'iterazione, dove avviene proprio quell'approfondimento. Grazioso e grinzoso sono simili dal punto di vista fonico ma non dal punto di vista del significato, paronomastico. L'ironia nella sue poesie è finissima, da il tono a tutta la poesia.

Leggendo passeggiatina uno pensa ai diminutivi alla Palazzeschi, ma appare subito la violenza in questi alberi appuntiti, trasferisce la violenza nella natura nonché sul linguaggio ma è infine una violenza di tipo psichico che viene dal profondo, quella che ha subito nella sua infanzia.

La luce del sole mischia le carte, crea una sorta di confusione che è la confusione della propria psiche. L'ultimo distico è legato alla propria anima, c'è il sole ma è un sole che versa lacrime costruite dalle stazioni della propria esistenza. Vuoti e pieni semantici, vuoti e pieni del significante, vuoti e pieni ritmici. Tutto questo si trasferisce in una sensazione visiva tra buio e sole.

Il linguaggio ha una sua caratterizzazione complessa, sembra una combinazione di neologismi e calchi da una lingua all'altra, attraverso il gioco sull'etimologia ad esempio, tutto questo crea linguaggio complesso che caratteristica la comunicazione poetica. Solo attraverso la dimensione della norma linguistica trova la sua quarta lingua, una estraneità esistenziale e psichica nel non riconoscere le sue lingue e le sue radici.


Nella poesia dopo esprime la sua patologia, patologia linguistica ma anche psichica, che si esprime attraverso la deformazione delle parole. Qui il processo è ancora più complesso, non ci sono soltanto le tre lingue ma anche i dialetti della lingua italiana. È un linguaggio costruito “in laboratorio” attraverso cui vuole arrivare ad una compresa favella, ad una lingua che potrà essere comprensibile attraverso un'impresa di scavo ed interpretazione comune. L'idea del battere del cuore diventa l'idea del battere gli accenti nelle parole.

C'è disagio esistenziale, disarmonia e disvalenza tra l'io nella sua vita psichica e vita esterna, attraverso la deformazione del linguaggio vorrebbe definire la deformazione della propria psiche. Il tu a cui si rivolge spera possa tornare al linguaggio a cui tutti possano capire, che porta ad una sorta di condivisione.

Quindi c'è questa fatica della creativa che diventa fatica linguistica che diventa trasgressione della norma che poi è trasgressione della normalità che è tipica del suo stato psichico. Attraverso questa continua variazione dell'apparato linguistico, una patologia linguistica che esprime la patologia psichica.
La terza poesia è molto autobiografica, si esprime la violenza della guerra e la danza che appare è una danza di morte come la tresca dantesca. La morte e lo scoppio.

La violenza è dentro di lei, ha creato queste esplosioni interiori. Lei è sempre in ritardo rispetto alla vita, è sempre in una dimensione disarmonica, non riesce ad adattarsi. Tutti noi abbiamo spesso la sensazione di arrivare o capire in ritardo. C'è questa coscienza del suo ritardo, lei non potè capire la violenza dell'assassinio del padre. È un travaglio di cristo e del padre. Nell'epopea della generazione fallace, ripercorre la sua vita. Percepisce l'idea di speranza e sente l'idea del bene che è congenita a lei ma vuole dare attraverso l'associazione del termine italiano a quello inglese un'accezione diversa.

L'aspirazione alla pace è anche pace linguistica, ritrovamento della propria identità, ma è impossibile perché non riesce a trovare pace a causa della sua malattia mentale e della sua ospedalizzazione.

Qui passa in rassegna tutta la sua vita, dalla violenza vissuta nell'infanzia fino ai suoi spostamenti, si sente straniera nel proprio corpo, straniera nella lingua e straniera nei luoghi dove ha vissuto, tutti elementi che la porteranno al suicidio.

La dissonanza diventa dissidenza, il dissidente è colui che si discosta da una ideologia corrente.
GIOVANNI RABONI

Nasce a Milano nel 1932 e muore a Parma nel 2004

Laureato in legge, per un certo periodo farà l'avvocato, ma lascerà presto. Lavorerà come traduttore, tradurrà dal francese Proust e Baudelaire. Sarà poeta e critico militante. La summa delle sue recensioni “poesia negli anni sessanta”.

Scriverà un poemetto “L'insalubrità dell'aria” che riprende “La salubrità dell'aria” del Parini.

Avrà un rapporto importantissimo con Manzoni, la raccolta “Le case della Vetra” riprende infatti la manzoniana Piazza Della Vetra, piazza dove venivano condannati a morte gli untori.

Versi guerrieri ed amorosi è una raccolta con versi totalmente tradizionali. Sentirà il disagio di parlare della guerra, dice di essersi ispirato alla frase di Goethe “bisogna confessare che ogni poesia converte i soggetti che tratta in anacronismi”. In realtà noi non possiamo mai concepire qualcosa fuori dal tempo, se non in modo analogico, una funzione della poesia è quella di spogliare dal tempo i soggetti poetici, allontanarli dalle situazioni contingenti e renderli eterni, per cui il rapporto con la storia diventa in poesia puro ed eterno. Per cui lui dice, io poeta potrò parlare della guerra nel momento in cui ho spogliato i soggetti della mia poesia dalla guerra, spogliati dal contingente e resi puri. Il soggetto poetico diventa eterno allontanandola dal contingente, ma bisogna partire da lì per arrivare alla purezza. Parlare del dolore che lui aveva sperimentato nella contingenza è possibile solo liberandosi dalla contingenza. Si misura con la storia ma allontanandola dal tempo. Per cui la storia si può studiare attraverso uno scavo, che è anche scavo delle parole, di stati sempre più profondi che rappresentano i tasselli della storia.

Milano è vista come città storica ma anche come città nuova, qui sta la sua poesia civile, la Milano di Raboni è la Milano bombardata dalla guerra, ma anche industriale, quella della memoria e quella presente dove lui fa incontri culturali notevoli.

Nella raccolta del 98 i sonetti vengono legati insieme fino a creare un racconto.



Nell'ultima raccolta del 2004 raggiunge quasi la prosa, versi lunghi che vogliono raccontare la storia attraverso la poesia, da cui viene fuori questa Milano che è l'epicentro della cultura italiana e della rivoluzione industriale.

La poesia “Risanamento” diventa percorso della memoria, scavo in se stesso, nell'io lirico, dal quale viene fuori il male come identità astratta, male che si esprime attraverso gli angoli di questa città. Il male che si trova anche nella storia personale, perché non è solo nelle cose il male, ma anche negli uomini. Il linguaggio è colloquiale, con nomi di piazze e cari.



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