Letteratura italiana



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LETTERATURA ITALIANA


La poesia di Clemente Rebora:

il superamento del tema novecentesco dell’”assenza”

UNITA’ DI APPRENDIMENTO



per la Scuola secondaria di secondo grado

Rosa Castellaro, UCIIM Sezione di Torino



Materiali di lavoro




Poesie scelte di Clemente Rebora




Obiettivi del lavoro

Riflessione sui seguenti temi:




  • Le direzioni del discorso poetico di Clemente Rebora


  • Dalla negazione alla ricerca: l’itinerario verso Dio




  • La poesia come colloquio con l’Eterno



I

Clemente REBORA

Nota biografica
Clemente Rebora nacque a Milano nel 1885; laureatosi in Lettere si dedicò all’insegnamento e si applicò attivamente a studi filosofici e alla poesia. Collaborò alla rivista “La Voce”, nelle cui edizioni apparve la sua prima raccolta poetica, Frammenti lirici (1913).

Combattente nella prima guerra mondiale, rimase profondamente scosso dalla atrocità di cui fu testimone, fino a precipitare in una grave crisi esistenziale.

Al 1922 risale la seconda raccolta poetica, i Canti anonimi.

Abbandonato l’insegnamento, dopo un lungo periodo di meditazione trovò nella fede la giustificazione del male del mondo. Nel 1931 entrò come novizio presso i Padri Rosminiani di Stresa e nel 1936 venne ordinato sacerdote. Da quel momento la sua opera poetica trasse ispirazione unicamente da temi religiosi (Curriculum vitae, 1955; Canti dell’infermità, 1955- 1956).

Morì a Stresa nel 1957.
Tutti i testi sono tratti dal volume:

Clemente Rebora, Le poesie (1913 – 1957), a cura di Gianni Mussini e Vanni Scheiwiller, Milano, Garzanti, 1988


Vorrei palesasse il mio cuore

Nel suo ritmo l’umano destino…

Qui nasce, qui muore il mio canto:

E parrà forse vano

Accordo solitario;

Ma tu che ascolti, recalo

Al tuo bene e al tuo male:

E non ti sarà oscuro.

(Frammenti lirici, I, vv. 23/24 – 30/35)


Le domande

Ohimè, luce, ove sei?

[ …………………………….. ]


38 Ohimè, luce, ove sei?

S’avvien che forma in noi rimanga al corpo

40 Mentre lo tesse e muta il sangue nuovo,

Dove sarà nel tramutar crudele

L’interno paragon della certezza?

Dove la sana limpida dolcezza

Che accomuni a un suo fedele

45 Senso l’anima infranta

Degli uomini accigliati?

Dove la fraterna visione

Che il palpito sorprende

Delle fuggevoli cose,

50 E fa divina l’ora che si vive?

Da Frammenti lirici, 1913



Frammento X - Chiedono i tempi agir forte nel mondo

Comprensione del testo



Dove sei, o luce che cerco?

Mentre il nostro corpo, pur assoggettato a continui mutamenti determinati dal suo accrescersi e trasformarsi, mantiene tuttavia una sua forma certa, perché non è possibile trovare nel nostro animo, anch’esso in perenne inquietudine, una medesima garanzia di stabilità, di certezza?

Dove trovare la dolce e quieta serenità che attribuisca un condiviso senso della vita alle anime disperate degli uomini che non conoscono pace?

Dove è possibile costruire un rapporto fraterno con le cose che sempre ci sfuggono, in modo da collocare il breve momento che viviamo in una prospettiva di eternità?

Le forme del discorso



I versi riportati sono la parte finale (vv.38 - 50) del Frammento X.

Hanno varia misura, con prevalenza di endecasillabi e settenari.

Sono presenti alcune rime ( tra i vv. 41/44 e tra i vv. 42/43) e assonanze (tra i vv.39/40;47/49) .

Fondamentale è la figura dell’enjambement (la si noti, in particolare, tra i vv.43/44/45/46).

L’allitterazione è rilevabile nel vv.41/42: “Dove sarà nel tramutar crudele / L’interno paragon della certezza?”, nell’emistichio “l’anima infranta” (v. 45) e nel v. 46 ”Degli uomini accigliati”

L’anafora (ripetizione di una parola o di un’espressione all’inizio di verso) è data dalla riproposta della parola “Dove”.

Nella costruzione sintattica si rileva che la forma interrogativa è comune a tutte le quattro frasi che costituiscono il discorso.

Verso l’interpretazione



Dai versi si propaga l’eco dei temi intorno ai quali si costruirà l’intero senso del percorso poetico di Rebora: l’angoscia per il “tramutar crudele” delle “fuggevoli cose”; l’”anima infranta”; il bisogno di rendere “divina l’ora che si vive”, l’esigenza di una “certezza”.

Solo molti anni più tardi il poeta potrà dire, con serenità: … “varco d’aria al respiro a me fu il canto: / a verità condusse poesia”.(Lo sposo ancor non viene, in Curriculum vitae, 1955)


Mentre l’anima giace pietra al fondo



D’una gora, e si contrae…

(Frammenti lirici, XXI, vv. 11/12)

Il nulla

Tempo (1917)
Apro finestre e porte –

Ma nulla non esce,

Non entra nessuno:

Inerte dentro,

Fuori l’aria è la pioggia.

Gocciole da un filo teso

Cadono tutte, a una scossa.
Apro l’anima e gli occhi –

Ma sguardo non esce,

Non entra pensiero:

Inerte dentro,

Fuori la vita è la morte.

Lacrime da un nervo teso

Cadono tutte, a una scossa.
Quello che fu non è più,

Ciò che verrà se n’andrà,

Ma non esce non entra

Sempre teso il presente –

Gocciole lacrime

A una scossa del tempo.



Da Poesie sparse e prose liriche, 1913 – 1927

Comprensione del testo




Il mondo appare al poeta in una totale assenza di significato: nella sua solitudine, egli cerca di aprire un varco per comunicare con qualcuno o con qualcosa, ma invano. Solo il nulla rimane accanto a lui, e nessuno viene a consolare le sue pene. All’inerzia del suo cuore corrisponde, fuori, lo squallore della pioggia; alcune gocce, appese a una corda cadono tutte insieme, a una scossa.

L’anima vorrebbe aprirsi, gli occhi vorrebbero percepire il mondo, ma né pensieri né sguardi riescono a valicare il muro di isolamento da cui il poeta è imprigionato. Il suo spirito è ormai incapace di qualsiasi attività; tutto ciò che è vita, gli appare morte. Le lacrime accumulate nei suoi occhi cadono tutte insieme, a una scossa.

La vita gli appare una cosa vana: il passato non esiste più, e anche il futuro è destinato a perdersi nel nulla. Il presente, l’unico tempo che potrebbe avere un significato, non riesce a farsi realtà, rimane una tensione inespressa, sfuggente. Lacrime e gocce di pioggia si fondono, in un unico desolante pianto sull’incapacità di afferrare il tempo.


Le forme del discorso



Tre strofe di complessivi 20 versi di varia misura: quinari, senari, settenari, ottonari. Le prime due strofe sono composte di sette versi; la terza di sei.

Le rime sono date per lo più dalla ripetizione della stessa parola (esce, v. 2/9; dentro, v. 4/11; teso, v. 6/13; scossa, v. 7/14; significativa è invece la rima porte/morte tra i vv. 1/12).

Oltre all’anafora, (ripetizione delle stesse parole a inizio verso), la figura retorica dominante nel componimento è il parallelismo. Le prime due strofe, infatti, hanno una costruzione fortemente simmetrica: iniziano entrambe con la voce verbale “Apro” seguita da due complementi oggetto (v. 1 “finestre e porte”; v. 8 ”l’anima e gli occhi”). Il secondo verso è introdotto in entrambe le strofe dall’avversativa “ma”; il terzo verso presenta le stesse parole iniziali “Non entra”. Il quarto verso è uguale: “Inerte dentro”.

La prima strofa si conclude con l’immagine delle gocce di pioggia che “cadono tutte” da un “filo teso”, ripresa dai versi conclusivi della seconda strofa, nella quale soggetto diventano le “lacrime”.

La terza strofa, che pure introduce il tema centrale della poesia – l’inafferrabilità del presente – utilizza in larga parte le stesse parole delle prime due strofe (.. non esce … non entra… teso … gocciole … lacrime).

Questa ripetizione quasi ossessiva di parole e immagini è funzionale a rendere l’idea dell’incombere sul poeta di un destino ineludibile di chiusura e prigionia in una dimensione che conosce solo la morte.

L’elemento grammaticale su cui si fonda il discorso è la negazione: la parola più ripetuta (per ben sei volte) è infatti l’avverbio “non”, rafforzato dai pronomi “nulla” e “nessuno”.


Verso l’interpretazione




La poesia è una meditazione sul tempo concesso all’uomo per la sua breve vita, tempo disperatamente “teso” al bisogno di conoscere se stesso e il mondo. E a questa ricerca si volge il poeta (“Apro finestre e porte… Apro l’anima e gli occhi”), per scoprire che l’unica risposta possibile è la condanna all’assenza di una qualsiasi risposta: è il “nulla” a circondare la sua vita e “nessuno” è la risposta alla domanda su chi verrà a confortarlo.

La natura sembra esprimere la desolazione di questa scoperta con le gocce di una pioggia che si sostituisce all’elemento vitale dell’aria; per il poeta la dolorosa rinuncia al dialogo con qualcuno che possegga le risposte alle sue domande si esprime nelle silenziose “lacrime” che “cadono tutte” al passare di ogni istante.

Come afferma Carlo Carena (ne “I dolori del giovane Rebora”, in “Poesia e spiritualità in Clemente Rebora”, Interlinea Edizioni, Novara - Stresa 1993),per Clemente Rebora è questo “il periodo del continuo e inconcludente rigirarsi su di sé, di un’introspezione molecolare che procede e si gonfia all’infinito, inchiodando lo spirito col divenire fine a se stessa: “E’ sì accorata di profondo dolore l’anima mia – scrive Rebora a Monteverdi nel marzo del ’10, con un attacco di sapore biblico, - che nulla fuor di sé e per se stessa la può muovere, e non chiede perché: è un vastissimo intrico di circostanze antiche e nuove che mi stringe..” e ancora, qualche giorno dopo “ … mentre nullissimo concludo e mi scuoio e mi sbrano…”

Rebora avverte allora il momento centrale di crisi della sua vita… Da un lato si nota lo sfiduciato, atroce senso di sconfitta… D’altro canto egli sente dentro di sé formidabili risorse spirituali, una rude forza interiore che lo anima … “Quantunque senta di non essere necessario a nessuno, pensiero di nessuno, meta di nessuno, tuttavia – la mia enorme sete di affetto e consenso – mi spinge sulle vie di tutti, per donare agli altri ciò ch’io non riceverò mai…” (lettera a Daria Malaguzzi del 2 marzo 1910, in “C .Rebora, Lettere”, a cura di M. Marchione, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1976)


Labile cosa del tempo



Fra labili cose, io sia:

Ma nell’urto del piccolo piede

Il passo divino ascoltare,

Tacita guida a chi crede.

(Frammenti lirici, XXV, vv. 52/59)

L’attesa

Dall’imagine tesa (1920)

Dall’imagine tesa

Vigilo l’istante

Con imminenza di attesa –

E non aspetto nessuno:

Nell’ombra accesa

Spio il campanello

Che impercettibile spande

Un polline di suono –

E non aspetto nessuno:

Fra quattro mura

Stupefatte di spazio

Più che un deserto

Non aspetto nessuno:

Ma deve venire,

Verrà, se resisto

A sbocciare non visto,

Verrà d’improvviso,

Quando meno l’avverto:

Verrà quasi perdono

Di quanto fa morire,

Verrà a farmi certo

Del suo e mio tesoro

Delle mie e sue pene,

Verrà, forse già viene

Il suo bisbiglio.



Da Canti anonimi, 1922


Comprensione del testo



Assorto in un’immagine che mi si propone con impetuosa forza, presto attenzione al trascorrere di ogni istante, in attesa di qualcuno che credo debba arrivare da un momento all’altro, anche se so di non aspettare nessuno. Nascosto nell’ombra appena trapassata da una debole luce, cerco di indovinare se il campanello suonerà, e mi pare di percepire la scia del suono che altre volte ha prodotto. Eppure non aspetto nessuno. Sono solo, tra le pareti della mia stanza, che in una folle illusione sembrano allargarsi a dismisura in uno spazio più vasto di un deserto.

So di non aspettare nessuno, ma sono anche certo che la mia attesa ha un senso: qualcuno verrà, se avrò la forza di non lasciare sfiorire la mia speranza. Il suo arrivo sarà improvviso; arriverà quando meno ne avverto la presenza. Allora sarò compensato delle sofferenze mortali che la sua assenza mi ha causato: allora sarò certo dell’immensa felicità rappresentata dal nostro essere insieme. La sua venuta cancellerà ogni pena. Sono certo che verrà: forse è già qui, impercettibile come un sussurro.


Le forme del discorso



Strofa di 26 versi di varia misura: quinari, senari, settenari, ottonari.

Sono presenti numerose rime (tra i vv. 1/3/5; 14/20; 15/16; 18/21; 22/23; 24/25).

Dal v. 1 al v. 13 per tre volte è ripetuto il verso “Non aspetto nessuno”.

A partire dal v. 14, dopo l’avversativa “Ma” scompaiono le negazioni e alla voce verbale “aspetto” si sostituiscono varie voci del verbo “venire”. La voce “Verrà” è ripetuta a inizio verso per sei volte (anafora).

La condizione di “sospensione” del poeta determina un linguaggio di estrema tensione espressiva (“Fra quattro mura / Stupefatte di spazio”); i significati delle parole sono forzati oltre ogni limite consueto: si notino l’ossimoro “ombra accesa” e la sinestesia “polline di suono”.

L’intero componimento è costruito sulle figure di”ripetizione”: anafore, riprese, parallelismi, che collaborano a creare, insieme al tessuto fonico delle parole, una misteriosa melodia che costituisce gran parte del fascino di questa poesia.

Il discorso è costruito sintatticamente in un unico periodo, articolato da diversi segni di punteggiatura e grafici (virgola, due punti, trattino).

La poesia chiude il volume “Canti anonimi”, l’ultima raccolta di poesie non di carattere religioso d Clemente Rebora: seguirà un lungo periodo di silenzio, rotto solo nel 1955 dalla raccolta “Curriculum vitae”.


Verso l’interpretazione



La maggior parte delle interpretazioni critiche più recenti di questa poesia ne mettono in rilievo il carattere decisamente religioso, al di là della sua motivazione contingente di lirica amorosa. Sono ancora molte tuttavia le interpretazioni che insistono sull’aspetto tutto terreno di quest’”attesa”: il poeta attende la sua donna, ne sembra avvertire la presenza, nella speranza che la sua persona si concretizzi davanti a lui.

D‘altra parte le stesse testimonianze dell’autore sull’ospite atteso sono contraddittorie; in un colloquio con un amico, risalente alla vecchiaia, Rebora così si esprime: “… domandai a Clemente Rebora se la sua poesia “Dall’imagine tesa” andava letta in chiave anagogica, cioè come attesa della fede, di Dio… Rispose quasi divertito:”Ma no, la scrissi mentre aspettavo una ragazza!” (E. Fabiani, in E. Viola, Mania dell’eterno, La locusta, Vicenza, 1980).

In un appunto conservato tra le carte del poeta si legge invece: “”Dall’imagine tesa: la mia persona stessa assunta nell’espressione del mio viso proteso verso un annunzio a lungo sospirato, ma forse (confusamente) verso il Dulcis Hospes animae [il dolce ospite dell’anima, cioè Gesù.] (in R. Lollo, La scelta tremenda, IPL, Milano, 1967).

Come afferma uno studioso di Rebora, “… resta intatto (forse, doverosamente intatto) l’enigma custodito in questo testo… Dedicarsi, come è di frequente avvenuto, alla possibile identificazione (naturale o sovrannaturale) dell’atteso, rischia perciò di avallare una prospettiva ermeneutica parziale e alla fine fuorviante … “ (F. Seccieri, L’ascolto dell’imagine, in Microprovincia, n. 45, gennaio-dicembre 2007, Invorio (Novara). Lo stesso critico conclude che è impossibile razionalizzare la “polisemia poetica”attraverso l’individuazione di un unico senso.

Posta a conclusione della sua seconda raccolta, “Dall’imagine tesa”, annuncerebbe la rinuncia di Rebora alla poesia, e insieme l’avvio a un itinerario spirituale verso la silenziosa ricerca di Dio. Il componimento “tutto contesto di allusioni bibliche, come la venuta di Dio non nel turbine, ma in un “bisbiglio”, oppure l’arrivo imprevedibile, come un ladro di notte … è una dichiarazione di certezza assoluta che l’attesa sarà riempita. Tanta poesia del Novecento nasce, in fondo, su questo senso di attesa della rivelazione e della presenza di Dio, di un Dio neppure pronunciato e pronunciabile, è discorso sull’alternativa al mondo e alla storia, che non esiste se non come aspettazione, come futuro, quasi come utopia” (G. Barberi Squarotti, “Poesia e spiritualità in Clemente Rebora”, Interlinea Edizioni, Novara-Stresa, 1993)

Il poeta non possiede ancora la certezza di un Dio raggiungibile e capace di dare consolazione: dentro di sé ne percepisce solo un’immagine “in tensione verso il Dio che l’ha infusa…. Solo, in uno spazio deserto inizia la chiamata nel nuovo punto d’incontro tra colui che chiama e il chiamato fino al limite di speranza: “forse già viene” (O. Macrì, “Microprovincia”, n.30, 1992).

A quell’immagine forte ma ancora indistinta in poeta affida la sua speranza anche se non sa che cosa rappresenti, e perché gli si annunci; immerso nell’insoddisfazione per una vita sospesa nel vuoto dell’insignificanza non si illude che qualcuno venga a salvarlo: pensa di non attendere nessuno.

Ma l’ospite inatteso si annuncia con prepotenza: se il poeta saprà “vigilare l’istante”, gli si presenterà, e lo farà certo del suo “tesoro”.

Far poesia è divenuto per me, più che mai,

modo concreto di amar Dio e i fratelli.

Pensieri, in Poesie sparse, 1930 - 1957

L’incontro con Dio

La speranza

Speravo in me stesso: ma il nulla mi afferra.

Speravo nel tempo, ma passa, trapassa;

In cosa creata: non basta, e ci lascia.

Speravo nel ben che verrà, sulla terra:

Ma tutto finisce, travolto, in ambascia.
Ho peccato, ho sofferto, cercato, ascoltato

La Voce d’Amore che chiama e non langue:

Ed ecco la certa speranza: la Croce.

Ho trovato Chi prima mi ha amato

E mi ama e mi lava, nel Sangue che è fuoco,

Gesù, l’Ognibene, l’Amore infinito,

L’Amore che dona l’Amore,

L’Amore che vive ben dentro nel cuore.


Amore di Cristo che già qui nel mondo

Comincia ed insegna il viver più buono:

Felice amore di Spirito Santo

Che trasfigura in grazia e morte e pianto,

D’anima e corpo la miseria buia:

Eterna Trinità, dove alfin belli

- Finendo il mondo – saran corpi e cuori

In seno al Padre con la dolce Madre

Per sempre in Cristo amandosi fratelli,

Alleluia.


Da Poesie religiose, 1936 - 1947

Comprensione del testo



Negli anni passati il poeta aveva posto la speranza ora in se stesso, ora nel tempo assegnato alla sua vita, per accorgersi però che dietro questa scelta c’era solo il nulla e lo svanire delle ore. Aveva sperato anche in un bene futuro per l’umanità, ma ancora una volta questa speranza si era risolta in angoscia.

Nella sua vita aveva conosciuto il peccato, la sofferenza, la ricerca del senso del proprio esistere; si era messo allora in ascolto della Voce dell’unico Amore capace di chiamare a sé e di non deludere, e finalmente aveva trovato il luogo solido su cui poggiare la speranza: la Croce di Gesù Cristo.

Aveva incontrato Colui che da sempre lo chiamava e lo amava e che poteva purificargli l’anima dal male col suo Sangue, che è spirito di vita: Gesù, Colui che ha in sé ogni bene, che è Amore infinito, Amore che dona Amore, Amore che vive per sempre nel cuore di chi lo ama.

Questo amore, mentre siamo ancora nel mondo, già ci insegna a vivere nella bontà; questo amore fecondo di Spirito Santo trasforma in grazia il pianto, la morte, la miseria oscura della vita.

Quando poi il mondo per noi finirà, la felicità per l’uomo sarà completa, in corpo e spirito, resi belli dalla luce della Trinità Eterna; allora finalmente tutti si ameranno come fratelli, godendo dell’abbraccio del Padre, di Cristo e della dolce Madre Maria.


Le forme del discorso



Tre strofe di complessivi 23 versi di varia misura; la prima è composta di cinque versi; la seconda di otto; la terza di dieci.

Nella prima strofa i vv. 1-3, dodecasillabi, presentano una struttura metrica formata da due senari distanziati sintatticamente dai due punti; i rimanenti due versi (anch’essi dodecasillabi) presentano una forte cesura rispettivamente dopo l’ottava e la nona sillaba.

Anche nella seconda strofa prevalgono i versi dodecasillabi; il v. 12 è un novenario.

Nella terza strofa solo il primo verso è un dodecasillabo, i vv. dal .15 al 22 sono endecasillabi; il v. 23 è un quinario.

La lingua, aspra e contorta nelle prime due raccolte, qui si placa in un discorso piano e armonicamente suddiviso dalla punteggiatura.


Verso l’interpretazione



La poesia sintetizza il faticoso cammino percorso da Rebora verso la conquista della “certa speranza” capace di placare la sua inquietudine. Ormai la speranza si è fatta sicuro possesso; nel suo cuore “la Voce d’Amore”, “Gesù, l’Ognibene” gli dà la certezza di essere amato: il suo pianto per lo svanire delle cose e del tempo si è trasfigurato “in grazia”, in attesa di una gioia che non conoscerà più limiti.

Valutazioni critiche sull’opera di Clemente Rebora


… Per Rebora “frammento” significa un limite di poesia conquistato contro le difficoltà della vita, una parte di verità ancora impura contro un ripetersi di movimenti esteriori, incerti e infine sordi. Nessuno meno di lui ha scommesso sulla parte del meraviglioso, nessuno meno di lui ha creduto a un miracolo di metamorfosi della realtà: anzi la realtà qui è subita fino in fondo, dalla sua dolorosa esasperazione nasce per Rebora una condizione di voce e da ultimo una regola che si confonde in un’intera norma di vita …

Carlo Bo, Clemente Rebora, in Letteratura Italiana Contemporanea, diretta da G. Mariani e M. Petrucciani, Lucarini Editore, Roma, 1979



*
… Le poesie di Rebora sono strutturate, in genere, su di una opposizione interna, spesso su di un “ma” avversativo che segna il passaggio da una positività a una negatività o inversamente… Ma più importante ancora è, soprattutto nella seconda parte dei Frammenti, la comparsa di tensioni dissocianti, come se una violenza interna spezzasse di continuo la macchina dimostrativo-razionale …

Franco Fortini, I poeti del Novecento, Laterza, Bari, 1981



*

… Potrà emergere tutta la novità stilistica dell’opera reboriana, i cui risultati spesso non hanno l’eguale tra i poeti del nostro secolo: non a caso la critica più attenta ha visto in Rebora “una tra le personalità più importanti dell’espressionismo europeo”, rilevandone il “vocabolario […] pungente, il […] registro d’immagini e metafore arditissimo” (Contini). Ma potrà anche emergere quel singolare ‘colore’ umano che ha tanto commosso i lettori più fraterni: Rebora possiede infatti “quella particolare rozzezza e timidità che è propria degli spirituali; uomini dall’inconfondibile accento, dal passo impreciso che non si dimentica “ (Betocchi)...

Gianni Mussini e Vanni Scheiwiller, Clemente Rebora, Le poesie, Garzanti, Milano, 1988


*

… Tensione morale e ricerca di verità caratterizzano tutta la vita e l’opera di Clemente Rebora, legato all’inquieto moralismo e all’esigenza di rapportarsi alla realtà propri della tradizione lombarda. Nella sua poesia l’io si impegna in un confronto acceso con la totalità, in una ricerca ostinata e sofferta che approda alla verità “totale” della religione… La sua poesia ha una forte capacità di creare azioni e reazioni tra cose, immagini, parole, entità astratte; sottopone ogni senso e ogni segno a una martellante e ostinata spoliazione; scava intorno alle cose e alle parole con evidenti modi espressionistici…

Giulio Ferroni, Storia della Letteratura Italiana, Vol.14, Mondatori, Milano, 2006


*
La poesia di Rebora è sempre fortemente metaforica, perché in questo modo meglio è rilevata fino all’esasperazione la perdita, nella realtà di significato e di durata. Siamo sempre negli anni della guerra: di fronte all’orrore delle stragi, nulla ha più senso e presenza e valore. Rebora, insomma, usa i materiali e i procedimenti del simbolismo, ma capovolgendone termini e forme: pioggia e bufera tutto quello che comporta sono, sì, rappresentati, ma trasformandoli nel messaggio costante e accanito di dissoluzione, di tragicità, di degradazione della Natura, e della vita e della storia e dell’anima, così come del pensiero. La conseguenza è anche il fatto che il ritmo, il verso e le immagini sono tanto spesso portati all’estrema tensione della rottura sintattica, della perdita di continuità e di logicità del discorso, di enigmaticità del messaggio per calcolato eccesso fino alla scandalo di violenza, di esasperazione, di scelta del grottesco, del “comico” che si congiunge con il tragico.

La poesia di Rebora sceglie le forme “base” , che sono spesso le stesse del simbolismo lirico e visionario del Pascoli, tanto per un suasivo confronto (e, a mio parere, molto meno citabili sono Parini e Porta), ma portate a significare la degradazione del mondo contemporaneo, prima e durante la guerra, nella celebrazione del guadagno e del denaro e nella manifestazione suprema del fallimento della vita nella putrefazione infinita delle salme subito oltre l’orlo delle trincee, come di alberi, usignoli, foglie e fiori.

Giorgio Barberi Squarotti, Le poesie del tempo di guerra, in Microprovincia, n. 45, gennaio- dicembre 2007

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Riflessioni sulla lingua e sui temi della poesia



di Clemente Rebora


1. Nel lessico poetico di Clemente Rebora alcuni termini acquistano un particolare rilievo: sono usati più volte e si caricano di significati inusuali. Per ognuno dei termini sotto elencati indica in quale delle poesie qui riportate si trova e spiegane il significato all’interno del testo di appartenenza.
anima ……………………………………………………………………………………………………………..
cosa/cose …………………………………………………………………………………………………………
nessuno ……………………………………………………………………………………………………………..
nulla ………………………………………………………………………………………………………………...
tempo ……………………………………………………………………………………………………………..
tesa/teso …………………………………………………………………………………………………………

2. Individua nelle poesie qui riportate cinque termini che ti sembrano indicativi della sensibilità poetica di Rebora. Trascrivili e attribuisci ad essi il significato che ti sembra pertinente.
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3. Alla luce delle poesie lette e analizzate, da’ la tua interpretazione dei seguenti versi di Clemente Rebora:
Vorrei palesasse il mio cuore

Nel suo ritmo l’umano destino…

Qui nasce, qui muore il mio canto:

E parrà forse vano

Accordo solitario;

Ma tu che ascolti, recalo

Al tuo bene e al tuo male:

E non ti sarà oscuro.

(Frammenti lirici, I, vv. 23/24 – 30/35)
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4. Spiega il significato che assume il concetto di “speranza” nella poesia La speranza.
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5. Analizzando le poesie qui riportate, ripercorri l’itinerario spirituale compiuto da Rebora attraverso le sezioni da noi intitolate “Le domande”; “Il nulla”; “L’attesa”; La speranza”.
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