L’Europa di Napoleone



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23.05.2018
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L’Europa di Napoleone

Da M. Cafiero, Storia Moderna - Donzelli


(…) La vera vittoria di Napoleone e l’affermazione sostanziale del suo ambizioso emerse proprio dalle conclusioni di quel Congresso di Vienna che pure doveva procedere a una «restaurazione» dell’ordine europeo, al principale scopo giurare ogni eventuale ripresa rivoluzionaria. In realtà, una completa, restaurazione non ci fu, nonostante il nuovo assetto geopolitico imposto, incurante di ogni principio o aspirazione di nazionalità — ma che, comunque, servì a razionalizzare e semplificare la geografia politica europea rispetto a quella dell’antico regime — e nonostante la riaffermazione del vecchio assolutismo di diritto del principio di legittimità e della repressione di ogni evoluzione in senso sancita con la Santa Alleanza. Se le costituzioni di Cadice e della Sicilia prontamente ritirate dai sovrani spagnolo e napoletano, altrove — ivi com­presa la Francia e il mondo germanico — furono concesse delle carte costituzionali contenenti elementi liberali. Soprattutto, sul piano della vita civile e degli ordina­menti dell’Europa, alcuni pilastri della costruzione dello Stato napoleonico furono mantenuti e influenzeranno profondamente la società ottocentesca: soprattutto sopravvisse l’idea di un ordinamento amministrativo accentrato e fondato sull’elaborazione di metodi scientifici e statistici, la formazione di una burocrazia professionale e una nuova concezione dei rapporti di proprietà. La conservazione in molti Stati del codice Napoleone, con le sue innovazioni di diritto civile e personale lo dimostra. La Restaurazione non poteva in altri termini bloccare il senso dei mutamenti prodottisi nell’età rivoluzionaria e napoleonica, tanto rispetto allo sviluppo generale dell’economia (con la propagazione della rivoluzione industriale sul continente europeo) e della cultura (con l’affermazione delle idee del romanticismo in, in polemica con il razionalismo illuministico; cfr. la lezione xix). Uno sviluppo Napoleone stesso aveva di fatto preparato e incoraggiato.

A sua volta, del resto, anche il Romanticismo, con le sue implicazioni che valicavano il campo artistico e letterario e coinvolgevano mentalità, comportamenti, e concezioni filosofiche, religiose e politiche, si presenta come bifronte. Da un lato esso si definì in aperta opposizione all’universalismo astratto e livellatore della cultura illuministica e rivoluzionaria, laica, ostile al passato e cosmopolita; dall’altro, raccolse e rivendicò proprio i valori della tradizione, della storia e delle specificità delle nazioni, risvegliati dall’opposizione antinapoleonica, valori che si tradussero ben presto in ostilità all’ideologia e alla politica della Restaurazione e nei fermenti delle battaglie liberali e nazionali.

Le critiche romantiche ai limiti dell’età rivoluzionaria e napoleonica erano state anticipate negli scritti dei democratici e dei liberali moderati, tedeschi ma anche italiani, come Vincenzo Cuoco. Questi, che pur aderì alla monarchia «amministrativa» napoleonica di cui apprezzava l’efficienza, si collegava alla tradizione culturale italiana che va da Machiavelli a Vico e già nel Saggio storico sulla rivoluzione napoletana (1801) aveva criticato la «rivoluzione passiva» i patrioti napoletani del 1799 per l’astrattezza dei principi, l’applicazione pedissequa di modelli culturali stranieri e la conseguente grave scissione con i bisogni popolari. Successivamente, nel romanzo Platone in Italia (1806), aveva esplicitato la sua forte ispirazione nazionalistica esaltando le origini autoctone della civiltà italiana ed esprimendo sul piano politico idee che saranno successivamente riprese dall’orientamento liberale moderato italiano.

L’imperialismo culturale francese e la sua pretesa di civilizzazione e di integrazione dell’Europa erano entrati in collisione con le nuove idee di individualità nazionale, ma proprio questo nuovo antagonismo rifletteva la profondità della penetrazione della dominazione napoleonica.

La contraddizioni e l’ambiguità che segnano l’avventura napoleonica si misurano nello scarto tra realtà del progetto e una serie di conseguenze estranee alle intenzioni del protagonista, e soprattutto nella dialettica tra adesione alla rivoluzione e culto del potere personale. Esse sono in qualche modo sintetizzate dal nuovo rapporto tra dominio e consenso, chiamato «cesarismo», che Napoleone inventa. Questa espressione (così come anche l’analogo termine «bonapartismo»), definisce un nuovo modello di legittimazione in cui il potere, assunto su base autoritaria viene però sostenuto — anche attraverso lo strumento del plebiscito — dal consenso popolare, ricercato da chi lo detiene in un rapporto diretto con le masse.

Ma ambiguità e contraddizioni sono poi palesi nel fatto che proprio in epoca romantica si forgerà la leggenda di Napoleone. Nutrita da scritti e memorialie dapprima suggeriti da Napoleone stesso, da romanzi di grande diffusione ( La Certosa di Parma o Il Rosso e il Nero di Stendhal) ovvero da poemi (coi 5 maggio di Alessandro Manzoni) la leggenda dell’eroe corso si radicherà profondamente nella mentalità collettiva. Nonostante la diffidenza di democratici e progressisti, e l’ostilità piena dei cattolici conservatori per i quali Napoleone rapprese­ntava l’Anticristo e l’annuncio dell’Apocalisse, il mito romantico, alimentato il «martirio» e dalla sconfitta finali, finì per rovesciare la realtà del rigido dispo­tismo napoleonico nell’immagine apologetica dell’eroe liberatore, erede della rivoluzione, e nell’esaltazione che i liberali d’Europa ne fecero come difensore delle nazionalità in opposizione ai re della Santa Alleanza (Lefebvre).

D’altro canto, la contraddizione era reale: l’involuzione, dispotica e tirannica del regime napoleonico, che determinò l’allontanamento degli spiriti autentica­nte liberali come Madame de Staèl, non impedisce di affermare che con Napoleone, mediatore tra assolutismo illuminato e rivoluzione, le più importanti conquiste e le più durature trasformazioni della rivoluzione stessa siano state salvaguardate e consolidate, e niente affatto liquidate. L’eguaglianza giuridica, la sostituzione delle capacità ai privilegi, l’uniformità e la razionalità imposte dalla scienza amministrativa furono le tappe fondamentali che sancirono il pieno avvento politico e sociale della borghesia, sulla quale si fondavano tanto l’assetto economico, centrato sui diritti della proprietà fondiaria, quanto la gestione della pubblica, basata sulla competenza. Ha scritto Georges Lefebvre che «l’azione di Napoleone sulla società non fu veramente efficace che nella misura in cui cosolidò e accrebbe il predominio della borghesia, perché su questo punto essa si armonizzava con l’evoluzione della nazione. Con la parte essenziale che assegnò ai notabili nel funzionamento del regime, egli preparò inconsapevolemente il avvento politico. Nondimeno, più la borghesia divenne potente, più essa si allontanò dal regime»; in tal modo, «la conquista napoleonica dell’Europa agì come forza liberatrice anche se spesso in modi estranei alle intenzioni» (Woolf).
5. Conclusioni.
La conquista napoleonica dell’Europa lasciò un’eredità che attraversò le fron­tiere nazionali e che condizionò la storia degli Stati europei per larga parte dell’Ottocento — fino alle rotture della rivoluzione europea del 1848 e della guerra prussiana del 1870— modellando ideologie e pratiche tanto degli oppositori quantto dei sostenitori dell’esperienza imposta dal Bonaparte. Seguendo l’anali­si di Stuart J. Woolf, che ha discusso in maniera particolare la questione dell’eredità la­sciata da questi decenni, si può asserire che questo retaggio si coagulò tutto attorno agli elementi del nazionalismo*, del liberalismo e della moder­nizzazione amministrativa. Questi elementi vennero recepiti e fatti propri da entrambi gli opposti schieramenti, quello filonapoleonico e quello antinapoleoni­co. Il nazionalismo come ideologia politica sarebbe diventato una potente risorsa nei decenni successivi, quando l’esperienza della lotta condotta contro l’occupa­zione francese venne rinnovata e riutilizzata dai movimenti impegnati ad ottenere l’indipendenza nazionale. La consapevolezza di una identità nazionale da contrapporre ai governanti stranieri imposti dal Congresso di Vienna, si accompagnò ad una concezione del nazionalismo concepito in opposizione alle identità locali e diretto alla creazione di una uniformità e di una integrazione sociale simili a quelle imposte in Europa proprio dal regime napoleonico.

Quanto al liberalismo, esso nelle sue connotazioni politiche — di costituzionali­smo e di libertà — ed economiche — di liberismo-, rappresentava una reazione con­tro il centralismo autoritario e il dirigismo economico dello Stato napoleonico; tut­tavia, come pratica di governo e di amministrazione razionale e scientifica, e come pratica economica, rivelava con esso una continuità sostanziale. Soprattutto, «il liberalismo politico della Restaurazione portò il marchio indelebile degli anni napoleonici nel suo identificarsi con la borghesia possidente e nella sua insensibi­lità verso le classi lavoratrici» (Woolf).



Ma fu in particolare l’esperienza di modernizzazione amministrativa a servire da modello tanto agli oppositori quanto ai sostenitori dell’imperatore e del suo regime. Pochissimi furono i governanti che tentarono di abolire le riforme napo­leoniche e che non mantennero le ristrutturazioni amministrative, fiscali e giuridi­che introdotte nei loro territori: in effetti, il carattere di centralizzazione della modernizzazione amministrativa accelerava la creazione di una nuova identità di Stato nazionale. Conseguenze di grande portata ditale modernizzazione furono il rafforzamento sociale delle classi possidenti e della burocrazia e la loro crescente lontananza dal popolo. La distanza sociale fra le élites proprietarie e i nullatenenti rappresenta così l’ultima, rilevante, eredità dell’esperienza napoleonica e il foco­laio della battaglia democratica dei decenni successivi. Una battaglia sulla pro­prietà che, come previde Alexis de Tocqueville nel 1847, avrebbe presto duramen­te contrapposto «chi possiede e chi non possiede».


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