Lev N. Tolst�j. Guerra e pace. Libro secondo. Indice. Parte prima: pagina Note: pagina 115. Parte seconda: pagina 118. Note: pagina 282. Parte terza: pagina 289. Note: pagina 449. Parte quarta: pagina 454



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Lev N. Tolst�j. GUERRA E PACE. LIBRO SECONDO. INDICE. Parte prima: pagina 2. - Note: pagina 115. Parte seconda: pagina 118. - Note: pagina 282. Parte terza: pagina 289. - Note: pagina 449. Parte quarta: pagina 454. - Note: pagina 561. Parte quinta: pagina 563. - Note: pagina 712. PARTE PRIMA. CAPITOLO 1. Al principio del 1806 Nikol�j Rost�v ebbe una licenza. Anche Denissov andava a casa in licenza, a Voron�z, e Rost�v riusc� a farsi accompagnare da lui sino a Mosca e a trattenerlo per qualche tempo in casa dei suoi. Alla penultima stazione di posta, Denissov, incontrato un collega, aveva bevuto con lui tre bottiglie di vino e, nonostante gli scossoni dovuti a una strada aspra e difficile, non si svegli� neppure all'avvicinarsi a Mosca: tranquillamente sdraiato in fondo alla slitta, accanto all'amico, la cui impazienza si faceva sempre pi� tesa a mano a mano che la slitta si avvicinava alla citt�, se la dormiva tranquillamente. �Non si arriva mai! Quanto tempo ci vuole ancora? Oh, come sono insopportabili queste vie, queste botteghe, queste ciambelline, questi fanali e questi vetturini!�, pensava Rost�v dopo che aveva gi� esibito alle guardie della barriera il permesso suo e quello del compagno. - Denissov, siamo arrivati! E lui se la dorme! - diceva Rost�v, tendendo in avanti tutto il corpo, come se con quel movimento potesse accelerare la corsa della slitta. Denissov non rispondeva. - Ecco il crocicchio dove sosta il vetturino Zach�r, ed ecco l� Zach�r in persona, sempre con lo stesso cavalluccio. E l�, ecco la bottega dove si comperava il pan pepato... Siamo quasi arrivati! Ah! - A quale casa devo fermare? - domand� il postiglione. - Laggi�, a quell'edificio grande, lo vedi? Quella � la nostra casa, - rispose Rost�v - la nostra casa! Denissov! Denissov! Siamo arrivati! Denissov alz� il capo, toss� e non rispose. - Dmitrij, - disse Rost�v, volgendosi al suo domestico seduto a cassetta - quel lume � in casa nostra? - S�, signore, c'� la luce accesa nella camera del vostro pap�. - Allora non sono ancora andati a letto? Eh? Che ne dici? Non dimenticarti, mi raccomando, di levar subito dalla valigia la mia giubba nuova all'ungherese - aggiunse il giovanotto, lisciandosi i baffetti appena spuntati. - Suvvia, pi� presto!incit� il postiglione. - Ehi, Vaska, svegliati una buona volta! - grid� a Denissov, il quale aveva di nuovo reclinato il capo sul petto. - E tu fa' presto, corri corri... ti dar� tre rubli di mancia, se vai pi� in fretta! - promise al postiglione quando la slitta era ormai a tre case di distanza dal portone. Gli pareva che i cavalli non si movessero. Finalmente la slitta prese a destra e rallent� per fermarsi davanti al portone; sopra la sua testa Rost�v vide il noto cornicione sporgente con l'intonaco sgretolato, vide l'entrata, il paletto sul marciapiedi. Balz� dalla slitta ancora in moto e corse nell'atrio. La casa, immobile e muta, pareva del tutto indifferente al suo arrivo. Nell'atrio non c'era nessuno. �Mio Dio, andr� tutto bene?�, si chiese Rost�v, fermandosi un attimo con il cuore che gli veniva meno; ma subito riprese a correre avanti e a salire i noti gradini consunti. Ancora la stessa maniglia alla porta (quella maniglia la cui poca pulizia faceva andare in collera la contessa) che, come sempre, si apriva facilmente, senza rumore. In anticamera ardeva un'unica candela di sego. Il vecchio Micha�l dormiva sopra una panca; Prokofij, il robusto domestico che era cos� forte da sollevare una carrozza prendendola per l'asse delle ruote posteriori, stava seduto, intento a intrecciare cimose di stoffa per fare dei "lapty" (1). Guard� la porta che si apriva, e l'espressione indifferente e assonnata della sua faccia si mut� a un tratto in un'espressione di entusiasmo e di sgomento insieme. - Santi benedetti! Il giovane conte! - grid� nel riconoscere il padroncino. - Come mai, caro piccioncino mio! E Prokofij, tremando per l'emozione, si precipit� verso la porta del salotto per annunziare l'arrivo inatteso; ma poi riflett� e, voltatosi, si avvicin� al suo giovane padrone e gli baci� la spalla. - Stanno tutti bene? - chiese Rost�v, liberando la sua mano da quella di lui. - Grazie a Dio, s�, tutti bene! Hanno finito poco fa di cenare. Lascia che ti guardi, eccellenza! - Tutti bene, dunque? - Grazie a Dio, s�, grazie a Dio... Rost�v, che aveva completamente dimenticato Denissov e che non voleva essere annunziato, si tolse in fretta la pelliccia e in punta di piedi attravers� di corsa il grande salone buio. Nulla era mutato: gli stessi tavoli da gioco, lo stesso lampadario avvolto nella fodera... Qualcuno, per�, aveva gi� visto il padroncino, e questi non aveva ancora raggiunto il salotto che da un uscio laterale lo invest� una specie di bufera di abbracci e di baci. Da un secondo e da un terzo uscio sbucarono a precipizio una seconda e una terza persona; e ancora baci, ancora abbracci, ancor grida e lacrime di gioia. Non riusciva a distinguere nessuno n� suo padre, n� Natascia, n� P�tja... Tutti parlavano, gridavano e lo baciavano contemporaneamente. Mancava soltanto la madre ed egli se ne avvide subito... - E io che non lo sapevo... Nik�luska... caro! - Eccolo qui il nostro caro K�lja. Come sei cambiato! Ma non ci sono candele qui! E del t�, del t�... - Ma dammi un bacio! - Tesoro, uno anche a me! S�nja, Natascia, Anna Mich�jlovna, Vera, il vecchio conte, tutti lo abbracciavano e lo baciavano. I domestici e le cameriere, che avevano riempito la stanza, parlavano e mandavano esclamazioni di gioia. P�tja gli si era aggrappato alle gambe. - A me, a me! - gridava. Natascia, dopo aver attirato a s� il fratello e avergli coperto il viso di baci, si scost� da lui e, tenendolo per la falda della giubba, si mise a saltellare come un capretto, sempre sullo stesso posto, mandando acutissimi strilli di gioia. Da tutte le parti occhi lucidi di lacrime di felicit�, occhi colmi di affetto; da tutte le parti labbra che cercavano baci. S�nja, rossa come la porpora, stringeva anch'essa una mano di Nikol�j e, raggiante, fissava in quelli di lui i suoi occhi beati, in attesa che i loro sguardi si incontrassero. S�nja aveva gi� compiuto sedici anni ed era molto bella, specialmente in quel momento di gioia entusiastica. Lo contemplava senza distogliere gli occhi, sorridendo e trattenendo il respiro. Egli la guard� con riconoscenza, ma i suoi occhi cercavano e aspettavano qualcuno che non c'era. La vecchia contessa non era ancora apparsa. Ma ecco che si udirono dei passi di l� dall'uscio, passi cos� rapidi che non potevano essere quelli di sua madre... E invece era proprio lei, in un abito nuovo che Nikol�j non aveva mai visto. Tutti lo lasciarono, ed egli corse verso la madre. E, quando furono vicini, ella gli si abbandon� sul petto, singhiozzando. Non poteva rialzare il viso che premeva contro i freddi alamari della giubba. Denissov, entrato senza che nessuno si accorgesse di lui, assisteva immobile a quella scena, stropicciandosi gli occhi. - Vassilij Denissov, amico di vostro figlio! - disse, presentandosi al conte che lo fissava con sguardo interrogativo. - Favorite, prego... Lo so, lo so - disse il conte, abbracciandolo e baciandolo. - Nik�luska ci ha scritto. Natascia, Vera, ecco, questo � Denissov. Tutti quei visi pieni di felicit� e di entusiasmo si volsero verso l'arruffato Denissov e lo circondarono. - Caro Denissov! - strill� Natascia, fuori di s� per la gioia; fece un balzo verso di lui, lo abbracci� e lo baci�. Tutti rimasero confusi da quel gesto. Anche Denissov arross� ma, sorridendo, prese la mano della fanciulla e la baci�. L'ospite fu accompagnato nella camera assegnatagli e poi tutti i Rost�v si riunirono nel salotto, attorno a Nikol�j. La vecchia contessa, senza lasciare la mano del figlio, che di tanto in tanto baciava, gli sedeva accanto; gli altri, standogli vicino quanto pi� potevano, cercavano di cogliere ogni suo gesto, ogni sua parola, ogni suo sguardo e non gli toglievano di dosso gli occhi entusiasti e pieni di amore. Il fratello e le sorelle litigavano e si contendevano il posto pi� vicino a lui e quasi si azzuffavano per dargli il t�, per porgergli il fazzoletto o la pipa. Rost�v era felice per l'affetto che tutti gli dimostravano; ma il primo momento dell'incontro era stato cos� supremamente beato che la felicit� attuale gli pareva poca cosa, ed egli ne aspettava ancora, ancora... La mattina dopo i due giovani, stanchi del viaggio, dormirono sino alle dieci. La stanza che precedeva la loro era disseminata di sciabole, borse, valigie aperte, stivali inzaccherati di fango. Due paia di stivali con gli speroni lucidati di fresco erano stati posti in quel momento contro una delle pareti. I servi stavano portando i catini, l'acqua calda per la barba e gli abiti ripuliti e spazzolati. C'era nell'aria odor di tabacco e di uomini. - Ehi, Griska, la pipa! - rison� la voce rauca di Denissov. Rost�v, alzati! Rost�v, stropicciandosi gli occhi assonnati, sollev� dal tiepido guanciale la testa arruffata. - Perch�, � tardi? - Altro che tardi! Sono le dieci - rispose la voce di Natascia, e nella stanza attigua si ud� un gran frusciare di gonne inamidate, si udirono sussurri e risate di giovani voci femminili mentre attraverso l'uscio appena socchiuso balenarono un abito azzurro, dei nastri, dei capelli neri e dei visi allegri. Natascia, S�nja e P�tja erano venuti a informarsi se Nikol�j fosse alzato. - Alzati, Nik�linka! - risuon� di nuovo la voce di Natascia al di l� dell'uscio. - Subito! Intanto P�tja, avendo trovato nella prima stanza una sciabola, se ne impadron� e, preso dall'entusiasmo che provano i ragazzi alla vista di un fratello maggiore e, per di pi�, militare, si dimentic� che per Natascia e per S�nja era sconveniente vedere degli uomini svestiti e spalanc� la porta. - E' la tua sciabola, Nik�linka? - grid�. Le ragazze, con un balzo, si scostarono. Denissov con aria spaventata nascose con una coperta le gambe villose, guardando l'amico come per chiedergli aiuto. L'uscio lasci� passare P�tja e fu di nuovo chiuso. Nella stanza attigua si sent� ridere. - Nik�linka, vieni pure fuori in veste da camera! - rison� la voce di Natascia. - E' la tua, Nik�linka, questa sciabola? - domand� di nuovo P�tja. - Oppure � la vostra? - soggiunse, rivolgendosi al baffuto Denissov con profondo rispetto. Rost�v si mise in fretta gli stivali, indoss� la veste da camera e usc�, mentre Natascia aveva calzato uno degli stivali con gli speroni e stava infilandosi l'altro e S�nja piroettando faceva gonfiare a pallone il vestito. Indossavano entrambe un nuovo abito azzurro, uguale, ed erano allegre, fresche, accese in viso. S�nja scapp� via e Natascia, preso sottobraccio il fratello, lo condusse nel salotto dei divani e si mise a discorrere con lui. Non facevano in tempo a interrogarsi e a rispondere alle domande su mille cose insignificanti che potevano avere interesse soltanto per loro. Natascia rideva a ogni parola che l'uno o l'altra pronunziavano, non gi� perch� fossero buffe le cose che dicevano, ma perch� lei era allegra e, incapace di contenere la propria gioia, l'esprimeva con scoppiettanti risate. - Ah, che bellezza, che meraviglia! - ripeteva continuamente. Sotto la carezza dei caldi raggi dell'affetto dei suoi cari, Rost�v sentiva per la prima volta, dopo un anno e mezzo, sorgere nella sua anima e apparire sul suo volto quell'infantile sorriso che non l'aveva pi� rallegrato da quando era partito da casa. - Ascolta - diceva Natascia; - adesso tu sei un uomo fatto, non � vero? Sono terribilmente felice che tu sia mio fratello...- e gli sfior� i baffi. - Mi piacerebbe sapere come siete voialtri uomini... Come noi? No? - Perch� S�nja � scappata? - chiese Rost�v. - Gi� � tutta una storia... Come parlerai a S�nja? Le darai del �tu� o del �voi�? - Come capiter�. - Dalle del �voi�, ti prego. Poi ti dir� perch�. - Perch� ? - Be' te lo posso dire anche adesso. Tu sai che S�nja e io siamo amiche, tanto amiche che io mi sono persino bruciata un braccio per lei. Guarda... - Tir� su la manica del leggero vestito di mussola e mostr� sul lungo, magro e morbido braccio, sotto la spalla, molto pi� su del gomito (in un punto che di solito anche i vestiti da ballo coprono) un segno rosso. - Mi sono bruciata io stessa per darle una prova del mio affetto. Ho semplicemente scaldato una riga sopra il fuoco e l'ho premuta con forza qui. Seduto nella sua antica stanza da studio, su un divano dai bracciuoli imbottiti e guardando gli occhi di Natascia accesi da un'animazione febbrile, Rost�v era rientrato in quel suo mondo familiare che non poteva aver alcun senso se non per lui, ma che gli aveva fatto gustare le pi� grandi gioie della sua vita; quella bruciatura sul braccio fatta con la riga, come prova di affetto, non gli pareva inutile; la capiva e non se ne meravigliava. - E allora? Solo questo? - domand�. - S�, siamo veramente amiche! Questa storia della riga non � una sciocchezza: noi due saremo amiche per tutta la vita. Lei, se vuol bene, vuol bene per sempre; io, questo, non lo capisco perch� io, invece, dimentico subito. - Be', e allora? - S�, essa vuol bene a me e a te. - Natascia si fece rossa. Ti ricordi, vero, prima della tua partenza... ora lei afferma che tu devi dimenticare tutto... Mi ha detto: io lo amer� sempre, ma voglio che lui si consideri libero. Non � bello questo? Non � nobile? E' molto nobile, vero? - chiedeva Natascia, cos� seria e commossa da far capire che ci� che stava dicendo se lo era certamente gi� detto prima, piangendo. Rost�v rimase pensieroso. - Io non ritiro mai la parola data - disse. - E poi, S�nja � cos� deliziosa che... Chi pu� essere cos� pazzo da rinunziare alla propria felicit�? - No, no! - esclam� Natascia. - Di questo abbiamo gi� parlato; sapevamo che avresti detto cos�. Ma la cosa non va, perch� se tu parli cos�, se ti consideri come vincolato da una promessa, lei ha l'aria di averlo fatto apposta per ricordartela; ne risulta, insomma, che nonostante tutto tu la sposerai per forza, e questo non deve assolutamente accadere. Rost�v capiva che tutto ci� era stato discusso tra le due ragazze. Sin dalla sera prima, S�nja lo aveva colpito per la sua bellezza; quella mattina, rivedendola di sfuggita, gli era apparsa ancora pi� graziosa: era davvero un'affascinante fanciulla di sedici anni, innamorata appassionatamente di lui (di questo non aveva alcun dubbio). �Perch� dunque non ricambiare il suo amore e non sposarla?�, pensava Rost�v, ma... al momento c'erano ancora tante altre gioie da provare e tante altre occasioni! �S�, hanno detto bene�, pens�, �bisogna che io rimanga libero�. - Benissimo - disse; - ne riparleremo pi� tardi. Ah, come sono contento di vederti! - aggiunse. - E tu, dimmi, non hai tradito il tuo Bor�s? - Che sciocchezze! - grid� Natascia, ridendo. - Io non penso n� a lui n� a nessun altro, e non voglio saper nulla. - Davvero? Ma allora, che farai? - Io? - disse Natascia, mentre un radioso sorriso le illuminava il volto. - Hai visto Duport (2)? - No... - Non hai visto Duport, il famoso ballerino? Be'... allora non puoi capire. Ecco che cosa voglio fare... -. E la fanciulla piegando con leggiadria le braccia, sollev� un pochino la gonna come si fa quando si balla, fece alcuni passi di corsa, si volt�, disegn� una piroetta, batt� un piede contro l'altro e ritta sulla punta dei piedi, avanz� di qualche passo. - Vedi come so stare? - disse, ma non riusc� a mantenersi in equilibrio. - Ecco quello che far�. Non mi sposer� mai e diventer� ballerina. Ma tu non dirlo a nessuno, eh? Rost�v proruppe in una risata tanto sonora che Denissov udendola dalla sua camera, prov� un senso di invidia: e Natascia, incapace a trattenersi, si mise a ridere con il fratello. - Che ne dici? - Bene... Ma, allora, non vuoi sposare Bor�s ? Natascia arross�. - Non voglio sposare nessuno. Glielo dir� io stessa quando lo vedr�. - Ah, � cos�? - esclam� Rost�v. - Ma tutto questo non significa nulla - proseguiva Natascia. Dimmi, � simpatico il tuo Denissov? - Simpaticissimo. - Be', ora ti lascio. Vestiti... Ma non � terribile quel tuo Denissov? - Perch� terribile? - chiese Nikol�j. - Tutt'altro: Vaska � molto buono. - Lo chiami Vaska? Curioso! (3). Dunque � davvero simpatico? - S�, molto. - Allora spicciati e vieni a prendere il t�. Lo prenderemo tutti insieme. Natascia si sollev� ancora una volta sulla punta dei piedi e usc� dalla stanza come le ballerine escono dalla scena, ma sorridendo come sorridono soltanto le fanciulle felici di quindici anni. Incontrando poco dopo S�nja nel salotto, Rost�v arross�. Non sapeva come comportarsi con lei. La sera avanti, nella gioia del primo incontro, si erano baciati, ma ora sentiva di non poter fare nulla di simile; sentiva che sua madre, le sue sorelle e tutti gli altri lo osservavano, lo guardavano con aria interrogativa, in attesa di vedere come si sarebbe comportato con la fanciulla. Le baci� la mano e le disse: �"Voi", S�nja...�. Ma i loro occhi incontrandosi si diedero del �tu� e si baciarono teneramente. Con lo sguardo S�nja gli domandava perdono di aver osato ricordargli, per mezzo di Natascia, la sua promessa, e lo ringraziava del suo amore. Lui, con il proprio, ringraziava lei per l'offerta della libert� e le diceva che, in un modo o nell'altro, non avrebbe cessato di amarla perch� non amarla gli era impossibile. - Come � buffo, per�, che S�nja e Nik�linka si diano del �voi� come due estranei! - osserv� Vera, approfittando di un momento di silenzio. L'osservazione di Vera, giusta come, del resto, erano sempre giuste tutte le sue osservazioni, produsse un imbarazzo generale, non soltanto in S�nja, Nikol�j e Natascia, ma anche nella vecchia contessa che, temendo che l'amore di suo figlio per la fanciulla potesse fargli perdere un brillante partito, arross� come una ragazzina. Denissov, con gran meraviglia di Rost�v, comparve in salotto con una uniforme nuova, impomatato e profumato, elegante come era solito esserlo nei giorni di battaglia, e fu cos� cortese con le signore e con i cavalieri, come Rost�v non si sarebbe mai aspettato. CAPITOLO 2. Al suo rientro dall'esercito a Mosca, Nikol�j Rost�v fu accolto dai suoi di casa come il migliore dei figli, come un eroe e come il tanto amato Nik�luska; dai parenti come un simpatico e rispettoso giovanotto; dai conoscenti come un bel tenente degli ussari, un abile ballerino e uno dei migliori partiti di Mosca. I Rost�v, a Mosca, conoscevano tutti. Quell'anno il vecchio Rost�v disponeva di molto denaro perch� sulle sue propriet� era stata rinnovata l'ipoteca e perci� Nik�linka, che possedeva un cavallo da corsa suo personale, un paio di calzoni all'ultima moda, quali a Mosca nessuno aveva ancora veduto, e di stivali anch'essi modernissimi dalla punta aguzza e ornati di piccoli speroni d'argento, trascorreva allegramente il suo tempo. Rost�v, tornato a casa dopo un certo periodo di assenza, provava un senso piacevolissimo nel riabituarsi alle consuetudini della sua vita di una volta. Gli pareva di essere cresciuto e di essersi fatto pi� uomo. La disperazione per non essere stato promosso all'esame di religione, i denari chiesti in prestito a Gavrilo per una corsa in vettura, i baci furtivi dati a S�nja, gli ritornavano alla mente come ragazzate dalle quali ora si sentiva infinitamente lontano. Adesso egli era un tenente degli ussari che portava un "dolman" ricamato in argento e con la croce militare di San Giorgio, allenava il suo trottatore alle corse insieme con alcuni noti e anziani appassionati di cavalli. Conosceva una signora nella cui casa, sul "Boulevard", trascorreva spesso le serate; aveva diretto la "mazurca" a una festa da ballo degli Archarov, parlava di guerra con il feldmaresciallo Kamenskij, frequentava il circolo inglese e dava del �tu� a un colonnello quarantenne al quale lo aveva presentato Denissov. A Mosca, la sua grande passione per l'imperatore si era alquanto affievolita giacch� non aveva pi� avuto occasione di vederlo, ma parlava spesso di lui e della propria devozione nei suoi riguardi, lasciando capire che non diceva tutto, che nel suo affetto per il sovrano c'era qualcosa che non tutti potevano capire; e con tutta l'anima condivideva l'adorazione generale che in quel periodo Mosca professava per l'imperatore Aleks�ndr P�vlovic', al quale era stato dato il soprannome di �angelo terrestre�. Durante quel suo breve soggiorno a Mosca, in attesa del ritorno al reggimento, Rost�v non si riavvicin� a S�nja, anzi se ne allontan�. Ella era molto bella, affascinante e, lo si capiva, appassionatamente innamorata di lui; ma egli attraversava quel periodo della giovinezza in cui si ha l'impressione di aver molto da fare, che manchi il tempo per occuparsi di queste cose, e un giovane teme di legarsi e ama la libert� che gli � necessaria per dedicarsi a un'infinit� di altre cose. Quando, durante la sua breve permanenza a Mosca, egli pensava a S�nja, diceva a se stesso: �Eh, come lei ce ne saranno moltissime altre, qui o l�, che ancora non conosco. Avr� tempo, quando lo vorr�, di occuparmi anche dell'amore, ma per ora non posso�. Inoltre gli pareva umiliante per lui, ormai uomo, stare in compagnia delle donne. Frequentava i balli, andava in visita, ma sempre fingendo di farlo controvoglia. Le corse, il circolo inglese, le baldorie con Denissov, le visite laggi� erano un'altra faccenda: quelle, secondo lui, erano cose che si addicevano a un giovane ussaro. Nei primi giorni di marzo il vecchio conte Ilj� Andr�evic' Rost�v si diede da fare per organizzare un banchetto al circolo inglese, in onore del principe Bagrati�n. Il conte, in veste da camera, andava su e gi� per la sala impartendo all'economo del circolo e al famoso Feoktisti, capo cuoco del circolo stesso, ordini riguardanti gli asparagi, i cetrioli, le fragole, la carne di vitello e il pesce per il banchetto. Il conte era membro e direttore del circolo sin dal giorno della fondazione e l'incarico di organizzare il gran banchetto per Bagrati�n era stato affidato a lui, giacch� non era facile trovare chi sapesse occuparsene con tanta signorilit� e, soprattutto, giacch� non era facile trovare chi potesse e volesse, in caso di necessit�, metter mano alla propria borsa. Il cuoco e l'economo del circolo ascoltavano con aria allegra le disposizioni del conte perch� sapevano che con nessuno, meglio che con lui, potevano trar profitto da un banchetto che sarebbe costato parecchie migliaia di rubli. - Bada, eh, di mettere delle crestine nella zuppa di tartaruga... delle crestine, hai capito? - Allora, tre portate fredde? - domand� il cuoco. Il conte si fece pensieroso. - Meno di tre � impossibile... La "mayonnaise", uno - cominci�, alzando un dito. - Sicch�, ordinate di prendere sterleti grandi? - chiese l'economo. - Che ci vuoi fare? Prendili lo stesso, anche se il prezzo non cala. Santo Iddio, stavo per dimenticarmene! Ci vuole un'altra "entr�e" in tavola. Oh, padri miei! - E si afferr� il capo con le mani. - E chi mi porter� i fiori? M�tenka! Eh, M�tenka - disse rivolto all'amministratore che entrava alla sua chiamata.Fa' una corsa alla nostra villa fuori Mosca e di' al giardiniere Maks�m di mandarmi qualche pianta della serra e raccomandagli di avvolgerle nel feltro. E che per venerd� siano qui duecento vasi. Dopo aver dato alcune altre disposizioni, stava per andare a riposare un po' con la sua contessuccia, quando si ricord� di dover dire ancora altre cose necessarie e torn� indietro, richiamando il cuoco e l'economo, ai quali ricominci� a impartire ordini. Al di l� dell'uscio si ud� un leggero passo maschile, accompagnato da un tintinnio di speroni, ed entr� il giovane conte, bello, colorito, con i baffetti neri e l'aspetto riposato della tranquilla vita di Mosca. - Ah, mio caro, sei tu? Mi gira la testa - disse il vecchio, quasi vergognandosi e sorridendo al figlio. - Se tu mi dessi un po' di aiuto! Ci vorrebbero anche dei cantori. Quanto all'orchestra, ce l'ho; dovr� far venire anche gli zingari? A voialtri militari queste cose piacciono. - Ah, pap�! Io credo che il principe Bagrati�n, quando si preparava alla battaglia di Sch�ngraben, fosse meno affaccendato di quanto lo siate voi adesso - osserv� il giovane, sorridendo. Il vecchio conte finse di offendersi. - Fai presto tu, a parlare! Vorrei metterti alla prova. E si rivolse al cuoco del circolo che, con un viso intelligente e rispettoso, guardava con affetto padre e figlio. - Come sono i giovani di oggi, eh, Feoktisti! - disse il conte. - Ci prendono allegramente in giro, noi vecchi... - Che volete, eccellenza! Ai giovani piace mangiar bene, ma occuparsi dei preparativi e del servizio non � affar loro... - E' proprio cos�! - esclam� il vecchio. Poi, afferrato per le braccia il figlio, disse allegramente: - Giacch� sei capitato qui, prendi subito la slitta a due cavalli, va' da Bezuchov e digli che il conte Ilj� Andr�evic' ricorre a lui per avere fragole e ananassi freschi. Non � possibile trovarli da altri. Se il conte non fosse in casa, passa a dirlo alle principessine e poi di l� va' a Razguli�j. Ipatka, il cocchiere, sa dov'�. Laggi� troverai lo zingaro Iljuska, quello che ballava in casa del conte Orl�v, in cosacchino bianco: te lo ricordi? Portalo qui da me. - Devo portarlo con le zingare? - chiese Nikol�j ridendo. - Ma va', va'... In quel momento entr� nella stanza, a passo silenzioso e con quell'aria affaccendata e di cristiana rassegnazione di sempre, Anna Mich�jlovna. Sebbene ogni giorno ella trovasse il conte in veste da camera, tuttavia ogni volta il vecchio si confondeva e chiedeva scusa per il suo abbigliamento. - Non importa, caro, figuratevi! - rispose ella, chiudendo modestamente gli occhi. - Andr� io da Bezuchov. Il giovane Bezuchov � appunto tornato e ora troveremo quanto ci occorre nelle sue serre. Inoltre ho bisogno di vederlo. Mi ha mandato una lettera da parte di Bor�s il quale, grazie a Dio, si trova ora nello stato maggiore. Il conte fu felicissimo che Anna Mich�jlovna cooperasse ai suoi preparativi e ordin� di fare attaccare per lei la carrozza piccola. - Direte a Bezuchov che venga al banchetto. Lo iscriver�. C'� anche la moglie? - chiese. Anna Mich�jlovna alz� gli occhi al cielo e il suo viso espresse un profondo dolore. - Ah, amico mio, egli � molto infelice! - rispose. - Se � vero ci� che si sente dire, � orribile! Pensare che ci eravamo tanto rallegrati per la sua fortuna! E ha un'anima cos� nobile, cos� angelica quel giovane Bezuchov! S�, lo compiango con tutto il cuore e far� quanto sta in me per confortarlo. - Ma che cosa gli � successo, insomma? - domandarono il vecchio e il giovane Rost�v. Anna Mich�jlovna trasse un profondo sospiro. - D�lochov, il figlio di M�rija Iv�novna, dicono che l'abbia gravemente compromessa - sussurr� con aria di mistero. - Pierre lo ha protetto, lo ha invitato a casa sua a Pietroburgo ed ecco... Lei � venuta qui e quello scavezzacollo l'ha seguita- prosegu� Anna Mich�jlovna, desiderando esprimere la sua simpatia per Pierre, ma mostrando involontariamente, con l'intonazione della voce e con un mezzo sorriso, la sua indulgenza per lo "scavezzacollo" di D�lochov. - Si dice che Pierre sia molto abbattuto dal dolore! - Ditegli, comunque, che venga al circolo... Si distrarr�. Avremo un banchetto straordinario! Il giorno successivo, 3 marzo, alle due pomeridiane, duecentocinquanta membri del circolo inglese e cinquanta invitati aspettavano a pranzo l'ospite prezioso, l'eroe della campagna austriaca: il principe Bagrati�n. Al primo momento, subito dopo la notizia della battaglia di Austerlitz, tutta Mosca era rimasta perplessa. I Russi erano cos� abituati alle vittorie che, apprendendo la notizia della sconfitta, alcuni semplicemente non ci credettero, altri cercarono la spiegazione di un cos� strano avvenimento in chi sa quali cause straordinarie. Al circolo inglese, dove si riunivano tutte le persone di gran nome che avevano informazioni sicure e posizioni importanti, nel mese di dicembre, quando cominciarono a giungere le prime notizie, non si parlava della guerra n� dell'ultima battaglia, come se tutti si fossero messi d'accordo per tacere. I personaggi che davano il tono alle conversazioni, quali il conte Rastopc�n (4), il conte Jurij Vladim�rovic' Dolgorukov (5), Valuev (6), il conte Mark�v, il principe Vjazemskij (7) non si facevano vedere al circolo, ma si riunivano nelle loro case, nei loro circoli intimi e i moscoviti che dicevano solo quello che avevano sentito da altri (tra cui anche il conte Ilj� Andr�evic' Rost�v) restarono per breve tempo senza guida e quindi senza opinioni sull'andamento della guerra e incapaci di dare apprezzamenti. I moscoviti sentivano che c'era nell'aria qualcosa di spiacevole, che era difficile discutere su quelle cattive notizie e che era preferibile tacere. Ma, dopo un certo tempo, come i giurati che escono dalla camera di consiglio, riapparvero i pezzi grossi, i quali vennero a dire al circolo le loro opinioni e allora tutti cominciarono a parlare forte e chiaro. Si scoprirono le cause di quell'incredibile, inaudito avvenimento: la sconfitta dei Russi. Ogni cosa divenne perfettamente chiara e in tutti gli angoli di Mosca furono ripetute le medesime cose. Ecco quali erano state la cause del disastro: il tradimento degli Austriaci, la cattiva organizzazione del vettovagliamento dell'esercito, il tradimento del polacco Przebyscevskij e del francese Langeron, l'incapacit� di Kutuz�v e (questo lo si diceva a bassa voce) la giovinezza e l'inesperienza dell'imperatore che si era fidato di uomini infidi e assolutamente inetti. Ma le truppe, le truppe russe - lo dicevano tutti - erano state meravigliose e avevano compiuto veri prodigi di valore. I soldati, gli ufficiali, i generali, erano tutti eroi. Ma l'eroe degli eroi era stato il principe Bagrati�n, a gloria del quale si citavano il combattimento di Sch�ngraben e la ritirata di Austerlitz, durante la quale lui solo aveva saputo mantenere in ordine perfetto la sua colonna, respingendo per l'intera giornata un nemico due volte superiore. Al fatto che Mosca considerasse Bagrati�n un eroe aveva contribuito anche un altro motivo: egli a Mosca era un estraneo, senza relazioni n� amici. Nella sua persona si onorava il soldato russo, semplice, coraggioso, il cui nome era ancora legato a quello di Suvorov dai ricordi della campagna d'Italia. Inoltre, nel rendergli simili onori, si esprimevano nel modo migliore il malcontento e il biasimo di cui era oggetto Kutuz�v. - Se Bagrati�n non esistesse, "il faudrait l'inventer" [8. Bisognerebbe inventarlo] - diceva lo spiritoso Scinscin, parodiando le parole di Voltaire (9). Tutti evitavano di parlare di Kutuz�v, alcuni persino lo insultavano sottovoce, chiamandolo banderuola di Corte e vecchio satiro. Tutta Mosca ripeteva le parole del principe Dolgorukov: �Va' al mulino, va' al mulino e ne esci infarinato�, consolandosi della sconfitta con il ricordo delle vittorie riportate nel passato e ripetendo le parole di Rastopc�n, secondo cui per spingere i soldati francesi a combattere bisogna eccitarli con frasi altisonanti; con quelli tedeschi occorreva ragionare a rigor di logica, convincendoli che � pi� pericoloso fuggire che andare avanti; ma che i soldati russi andavano soltanto trattenuti, pregandoli di frenare il loro slancio! Ogni giorno si narravano nuovi episodi di grande valore offerti dai nostri soldati e dai nostri ufficiali ad Austerlitz. Questo aveva salvato una bandiera, quello aveva ucciso cinque francesi, quell'altro ancora aveva caricato, da solo, cinque cannoni. Chi non conosceva Berg diceva che, ferito alla mano destra, aveva impugnato la spada con la sinistra e aveva continuato ad avanzare. Non si diceva nulla di Bolkonskij. Soltanto i suoi amici si dolevano che fosse morto tanto giovane, lasciando una moglie incinta e un padre stravagante e bisbetico. CAPITOLO 3. Il 3 marzo, da tutte le sale del circolo inglese si levava un brusio incessante di voci, come di api che sciamino in primavera; i soci e gli invitati andavano avanti e indietro, si sedevano, si alzavano, si riunivano a gruppi e si disperdevano, chi in uniforme, chi in marsina e chi addirittura in parrucca e giubba lunga. I servitori in livrea, parrucca e scarpini, stavano ritti accanto agli usci e con vigile attenzione cercavano di cogliere ogni movimento dei soci e degli invitati, pronti a offrire i loro servizi. Quasi tutti i presenti erano persone rispettabili, attempate, con le facce larghe e soddisfatte, le mani grassocce, decisi nei gesti e nella voce. Questo tipo di soci e di invitati sedeva nei soliti posti, e si riunivano nei ben noti, consueti gruppetti. La minoranza era costituita dagli invitati per l'occasione, persone generalmente giovani, tra le quali si notavano Denissov, Rost�v e D�lochov, quest'ultimo riammesso tra gli ufficiali del reggimento Sem�novskij. Sui volti dei giovani, specialmente dei giovani militari, si leggeva un'espressione di rispetto un po' disdegnoso verso i vecchi, ai quali essi sembravano dire: �S�, siamo pronti a rispettarvi e a stimarvi, ma non dimenticate che noi rappresentiamo l'avvenire!�. Era presente anche Nesvitzkij, in qualit� di membro anziano del circolo. Pierre che, per obbedire alla volont� della moglie, si era lasciato crescere i capelli, non portava pi� gli occhiali e, vestito all'ultima moda, passeggiava su e gi� per le sale con un'aria annoiata e triste. Come ovunque, anche l� era circondato dalle solite persone che lo riverivano e lo adulavano per la sua ricchezza, verso le quali egli usava il contegno sprezzante e distaccato di chi � abituato a dominare. Per l'et� avrebbe dovuto far parte del gruppo dei giovani, ma la sua ricchezza e la sua posizione lo portavano tra i membri pi� anziani e pi� autorevoli del circolo, e perci� passava da un gruppo all'altro. Alcuni anziani, tra i maggiormente rappresentativi, stavano al centro di parecchi gruppi, ai quali si avvicinavano con deferenza anche gli invitati meno noti, per ascoltare le parole di quei personaggi illustri. I gruppi pi� numerosi si stringevano attorno al conte Rastopc�n, a Valuev e a Naryskin (10). Rastopc�n raccontava come i Russi, travolti dagli Austriaci in fuga, avevano dovuto farsi largo tra i fuggiaschi servendosi delle baionette. Valuev diceva in confidenza che Uvarov era stato mandato da Pietroburgo con l'incarico di raccogliere informazioni circa l'opinione dei moscoviti su Austerlitz. In un terzo gruppo, Naryskin parlava della seduta del Consiglio di guerra austriaco, nella quale Suvorov aveva strillato come un gallo in risposta alle sciocchezze dei generali austriaci. Scinscin, che era tra gli ascoltatori, per fare lo spiritoso disse che Kutuz�v evidentemente non aveva saputo imparare da Suvorov la non difficile arte di cantare come i galli; ma i vecchi lo guardavano severamente, facendogli capire come in quel luogo e in quel giorno fosse sconveniente parlare cos� di Kutuz�v. Il conte Ilj� Andr�evic' Rost�v, tutto affaccendato, si spostava dal salotto alla sala da pranzo, camminando in fretta con i suoi morbidi stivaletti da sera, salutando rapidamente e nello stesso identico modo le persone ragguardevoli e quelle meno note, che egli conosceva tutte, e cercando di tanto in tanto con lo sguardo il suo elegante e valoroso figliuolo, lo fissava a lungo con gioia e gli faceva una strizzatina d'occhi. Il giovane Rost�v stava in piedi nel vano di una finestra con D�lochov che aveva conosciuto da poco e la cui relazione gli stava molto a cuore. Il vecchio conte si avvicin� ai due giovani e strinse la mano a D�lochov. - Ti prego di venirci qualche volta a trovare, ora che conosci mio figlio... So che laggi� vi siete entrambi comportati eroicamente. Ah, Vassilij Ignatyc'... salve, vecchio mio! - disse poi volgendosi a un vecchietto che passava in quel momento; ma non fece in tempo a completare il suo saluto che si not� un'agitazione generale mentre un domestico, entrato di corsa. annunziava con aria spaventata: - E' arrivato! I campanelli trillarono. Gli anziani del circolo si precipitarono verso la prima sala mentre gli ospiti, sparsi nelle varie sale, come grani d'avena ammucchiati dalle pale, si affollarono in un solo gruppo, fermandosi presso la porta del grande salone. Sulla soglia dell'anticamera apparve Bagrati�n, senza cappello e senza sciabola che egli, secondo l'usanza del circolo aveva lasciato all'ingresso, dal portiere. Non portava il berretto di pelo n� lo scudiscio a tracolla, come Rost�v l'aveva veduto nella notte precedente la battaglia di Austerlitz, ma indossava una divisa nuova, attillata, con decorazioni russe e straniere e con la croce di San Giorgio al lato sinistro. Si capiva che prima del pranzo si era fatto tagliare i capelli e le basette, il che gli mutava la fisionomia non certo con vantaggio. Il suo volto aveva una espressione ingenuamente festosa che, dati i suoi lineamenti, molto virili ed energici, gli conferiva un non so che di leggermente comico. Beklesov (11) e F�dor Petrovic' Uvarov, che l'accompagnavano, si fermarono sull'uscio, desiderando che egli, come ospite d'onore, li precedesse. Bagrati�n rimase imbarazzato non volendo cedere alla loro cortesia: si ferm� un momento sulla soglia ma poi fin� con il passar loro avanti. Camminava timido e impacciato sul pavimento di legno, senza sapere che fare delle proprie mani; gli era pi� facile e pi� abituale muoversi sotto i proiettili nemici, per un campo arato, come era stato a Sch�ngraben quando marciava alla testa del reggimento di Kursk. I membri anziani del circolo lo accolsero accanto al primo uscio, esprimendogli brevemente la loro gioia di avere un ospite tanto gradito e, senza attendere la sua risposta e quasi impadronendosi di lui, lo circondarono e lo guidarono nel salone dove era quasi impossibile entrare tanta era la folla di soci e di invitati che si accalcava sugli usci, si piegava, si rizzava sulle punte dei piedi, sporgeva la testa sulle spalle dei vicini per vedere, come se si trattasse di una bestia rara, il famoso Bagrati�n. Il conte Ilj� Andr�evic', pi� energico di tutti, ridendo e ripetendo: �Fa' passare, "mon cher", fa' passare�, e facendosi largo tra la folla, riusc� a condurre gli ospiti nel salone e a farli sedere sul divano centrale. I pezzi grossi, i membri pi� ragguardevoli del circolo attorniarono i nuovi venuti. Il conte Ilj� Andr�evic', facendosi di nuovo largo tra la folla, usc� dal salone e dopo un minuto riapparve in compagnia di un altro importante personaggio il quale portava un gran vassoio d'argento che present� al principe Bagrati�n. Su quel vassoio era posato un foglio con versi composti e stampati in onore dell'eroe. Bagrati�n, alla vista del vassoio, si guard� attorno sgomento, quasi cercando aiuto. Ma negli occhi di tutti egli lesse il desiderio imperioso che egli non si sottraesse a quell'onore. Sentendosi in loro potere, Bagrati�n, con gesto deciso, prese il vassoio con ambo le mani volgendo al conte che glielo porgeva uno sguardo irritato e carico di rimprovero. Qualcuno, sollecito e premuroso, gli tolse il vassoio dalle mani (giacch� pareva disposto a restare cos� sino a sera e a portarselo persino a tavola) e attir� sui versi l'attenzione di lui. �Pazienza, li legger��, parve dire Bagrati�n e, fissando sul foglio gli occhi stanchi, cominci� a leggere con espressione seria e concentrata. Ma l'autore, preso il foglio, continu� a leggerli lui stesso. Il principe Bagrati�n chin� il capo e ascolt� (12): Sii tu gloria al secol d'Alessandro Mantieni sul trono il nostro Tito. Sii duce temuto e uomo buono Sii Rifeo in patria e Cesare in battaglia. E felice chiamiam Napoleone Che, conosciuto all'opra Bagrati�n, Gli Alcidi russi non oser� inquietare. La lettura non era ancora terminata quando il maggiordomo dalla voce tonante annunzi�: - Il pranzo � servito. Le porte della sala del banchetto si aprirono ed echeggiarono le note della polacca (13): �Risuoni il grido di vittoria, si rallegrino i Russi valorosi!�, mentre il conte Ilj� Andr�evic', lanciando un'occhiata irritata al poeta che continuava a leggere i propri versi, s'inchin� davanti a Bagrati�n. Tutti si alzarono, coscienti che il pranzo aveva pi� importanza dei versi e Bagrati�n, precedendo di nuovo la folla, si diresse verso la tavola. Al posto d'onore, tra due Alessandri - Beklesov e Naryskin - cosa che aveva il suo significato in relazione al nome dell'imperatore, fu fatto sedere Bagrati�n: trecento persone presero posto secondo il grado e l'importanza di ciascuna, pi� o meno vicino all'ospite, con la stessa naturalezza con cui l'acqua si riversa pi� fonda l� dove il terreno � pi� basso. Prima che il pranzo avesse inizio, il conte Ilj� Andr�evic' present� suo figlio al principe. Bagrati�n, che lo riconobbe, gli rivolse alcune parole, impacciate e sconnesse come, del resto, lo furono tutte le altre che pronunzi� quel giorno. Il conte Rost�v, felice e orgoglioso, volgeva lo sguardo sui presenti, mentre il principe conversava con suo figlio. Nikol�j Rost�v con Denissov e il suo nuovo conoscente D�lochov prese posto quasi al centro della tavola. Di fronte a loro sedeva Pierre accanto al principe Nesvitzkij. Il conte Ilj� Andr�evic' era di fronte a Bagrati�n insieme con gli altri membri anziani del circolo e, personificando l'ospitalit� moscovita, si occupava di far servire il principe. Il gran da fare che si era dato non era stato inutile. Le vivande, sia quelle di magro sia quelle di grasso, erano squisite: tuttavia egli non pot� sentirsi pienamente tranquillo sino a che il pranzo non ebbe fine. Ammiccava al credenziere, dava ordini sottovoce ai camerieri e, non senza una certa preoccupazione, attendeva l'arrivo di ogni portata. Tutto era perfetto. Alla seconda pietanza, mentre veniva servito un enorme storione (alla cui vista Ilj� Andr�evic' arross� di gioia e di modestia), i domestici cominciarono a far saltare i tappi e a versare lo "champagne". Dopo il pesce, che aveva prodotto una notevole impressione, il conte Ilj� Andr�evic' scambi� un'occhiata con gli altri anziani del circolo e organizzatori del banchetto. �I brindisi saranno molti, � ora di cominciare!�, sussurr� e, presa in mano una coppa, si alz�. Tutti tacquero in attesa di quello che avrebbe detto. - Alla salute dell'imperatore! - grid�, mentre i suoi occhi buoni si empivano di lacrime di gioia e di entusiasmo. In quel momento l'orchestra inton�: �Risuoni il grido di vittoria�. Tutti si alzarono in piedi e gridarono: �Urr�!�. Grid� urr� anche Bagrati�n con la stessa voce con cui aveva incitato i suoi soldati sul campo di Sch�ngraben. Al di sopra di quelle trecento voci si lev� quella entusiasta del giovane Rost�v; poco mancava che piangesse. - Alla salute di sua maest� l'imperatore - gridava. - Urr�!e, dopo aver vuotato d'un fiato la coppa, la scagli� a terra. Il suo esempio fu seguito da molti, mentre continuarono ad echeggiare a lungo grida fragorose. Quando le voci tacquero, i domestici raccolsero i frantumi dei bicchieri e tutti i commensali, rimessisi a sedere, commossi e sorridenti ripresero a conversare. Il conte Ilj� Andr�evic' si alz� di nuovo, diede uno sguardo a un foglietto posato accanto al suo piatto e brind� all'eroe dell'ultima campagna, al principe P�tr Iv�novic' Bagrati�n, e ancora una volta i suoi occhi azzurri si inumidirono di lacrime. �Urr�!�, risposero di nuovo i trecento commensali. Allora, invece della musica, si alzarono le voci del coro che inton� la cantata composta da Pavel Iv�novic' Kutuz�v (14): Per i Russi non esistono ostacoli. Il valore � garanzia di vittoria; Noi che abbiamo i Bagrati�n, Avrem tutti i nemici ai nostri piedi... Quando il coro tacque, vennero fatti molti altri brindisi, durante i quali il conte Ilj� Andr�evic' si commoveva sempre di pi�, sempre pi� andavano in pezzi i bicchieri e sempre pi� forti si alzavano le grida dei commensali. Si bevve alla salute di Beklesov, di Naryskin, di Uvarov, di Dolgorukov, di Apraksin, di Valuev, alla salute dei soci anziani e dei membri del circolo e infine, in modo particolare, alla salute dell'organizzatore del banchetto, il conte Ilj� Andr�evic'. A questo punto il vecchio signore estrasse dalla tasca il fazzoletto e, copertosi il volto, pianse per davvero. CAPITOLO 4. Pierre sedeva di fronte a D�lochov e a Nikol�j Rost�v. Mangiava avidamente e beveva molto, come al solito. Ma chi lo conosceva bene notava quel giorno che in lui era avvenuto un grande mutamento. Per tutta la durata del pranzo non disse una parola e, aggrottando le sopracciglia e socchiudendo gli occhi, si guardava attorno oppure, fissando il vuoto e con un'aria profondamente distratta, si fregava con le dita la radice del naso. Era triste e cupo. Pareva che non vedesse e non udisse nulla di quanto gli avveniva attorno e che pensasse a qualcosa di penoso e di insoluto. La questione insoluta e tormentosa si riferiva alle allusioni sfuggite a Mosca alla principessina sull'intimit� di D�lochov con sua moglie e a una lettera anonima ricevuta quella mattina stessa nella quale, con il vile tono scherzoso di cui si serve chiunque scriva lettere senza firmarle, gli si diceva che, nonostante gli occhiali, ci vedeva molto poco e che la relazione di sua moglie con D�lochov era ormai un segreto solamente per lui. Pierre non aveva assolutamente prestato fede n� alle allusioni della principessina, n� alla lettera ma adesso gli riusciva assai penoso vedere D�lochov seduto davanti a lui. Ogni volta che, per caso, il suo sguardo incontrava gli occhi bellissimi e sfrontati di D�lochov, qualcosa di orribile e mostruoso pareva sollevarglisi nell'anima e si affrettava a voltarsi da un'altra parte. Ricordando involontariamente tutto il passato della moglie e i rapporti che aveva avuto con D�lochov, Pierre si rendeva chiaramente conto che ci� che era scritto nella lettera poteva essere la verit� o, almeno, sembrare la verit�, se non si fosse trattato di "sua moglie". Ricordava, suo malgrado, come D�lochov, rientrato nel suo grado dopo la campagna, fosse tornato a Pietroburgo e venuto da lui. Approfittando dei passati rapporti e delle comuni scapestrataggini di un tempo, D�lochov era sceso direttamente a casa sua, e Pierre lo aveva ospitato e gli aveva dato in prestito del denaro. Pierre ricordava che Elen, sorridendo, aveva espresso la sua contrariet� per il fatto che D�lochov abitasse in casa loro, che D�lochov gli aveva fatto cinicamente un elogio della bellezza della moglie e che sino al giorno della partenza per Mosca non si era pi� allontanato da loro nemmeno per un momento. �S�, � un bellissimo giovane�, pensava Pierre, �e io lo conosco bene. Sarebbe per lui una soddisfazione tutta particolare infangare il mio nome e rendermi ridicolo, proprio perch� io mi sono dato tanto da fare per lui, l'ho protetto e l'ho aiutato. Lo so, capisco quale e quanto sapore aggiungerebbe tutto questo al suo inganno, se la cosa fosse vera. S�, se la cosa fosse vera... ma io non ci credo, non posso e non ho il diritto di crederlo�. Si ricordava dell'espressione che assumeva il viso di D�lochov nei momenti in cui diventava crudele, come quando aveva legato il poliziotto all'orso e lo aveva gettato nell'acqua, o quando, senza alcuna ragione, sfidava a duello qualcuno, o quando uccideva con una pistolettata il cavallo di un postiglione. Quell'espressione ritornava spesso sul viso del giovane ufficiale mentre guardava Pierre. �S�, � uno spadaccino�, pensava Pierre; �per lui uccidere un uomo non significa nulla; deve credere che tutti lo temano, e questo gli procura senza dubbio piacere. Certamente crede che anch'io lo tema. E, in realt�, � proprio cos�: ho paura di lui�, si diceva Pierre e a questi pensieri si sentiva di nuovo quel non so che di terribile e di mostruoso salirgli nell'anima. D�lochov, Denissov e Rost�v, seduti a tavola dirimpetto a Pierre, parevano allegrissimi. Rost�v chiacchierava gaiamente con i suoi due amici, uno dei quali era un valoroso ussaro e l'altro uno spadaccino rinomato e grande scavezzacollo che, di tanto in tanto, lanciava uno sguardo ironico a Pierre il quale l�, a quella tavola, si faceva notare per la sua persona massiccia e per l'espressione assorta e distratta del suo viso. Rost�v considerava Pierre con scarsa simpatia perch�, per un ussaro come lui, egli non era altro che un ricchissimo borghese, marito di una donna bella, s�, ma in complesso una donnetta da poco; in secondo luogo perch� Pierre, nello stato d'animo concentrato e distratto in cui si trovava, non lo aveva riconosciuto e non aveva risposto al suo saluto. Quando si cominciarono i brindisi alla salute dell'imperatore, Bezuchov, assorto nei suoi pensieri, non si era alzato e non aveva preso in mano il bicchiere. - E voi? - gli grid� Rost�v, lanciandogli uno sguardo pieno di entusiasmo e insieme, di collera. - Non udite? Si beve alla salute dell'imperatore! Pierre sospir� e si alz� docilmente; vuot� la sua coppa e, dopo aver atteso che tutti si rimettessero a sedere, si rivolse a Rost�v con il suo buon sorriso: - Non vi avevo nemmeno riconosciuto - disse. Ma Rost�v pensava a ben altro, tutto teso a gridare: �Urr�!�. - Perch� non rinnovi la conoscenza? - chiese D�lochov a Rost�v. - Non mi interessa: � un imbecille! - rispose Rost�v. - Bisogna essere amabili con i mariti delle belle donne... - osserv� D�lochov. Pierre non udiva ci� che i due dicevano, ma capiva che parlavano di lui: arross� e volt� il viso dall'altra parte. - Suvvia, ora beviamo alla salute delle belle donne! - esclam� D�lochov e con aria seria, ma con un sorriso agli angoli della bocca, si volse a Pierre con la coppa in mano. - Alla salute delle belle donne, Petruscia, e dei loro amanti! esclam�. Pierre vuot� la sua coppa senza alzare lo sguardo su D�lochov e senza rispondergli. Il servitore che distribuiva la cantata di Kutuz�v ne pose una copia davanti a Pierre, considerato uno degli ospiti di maggior riguardo. Egli tese la mano per prendere il foglio, ma D�lochov, piegatosi in avanti, lo afferr� e cominci� a leggere. Pierre gett� uno sguardo su D�lochov, poi abbass� gli occhi: quel non so che di terribile e di mostruoso che lo aveva tormentato durante tutto il pranzo si sollevava di nuovo nel suo animo e s'impadroniva di lui. Curv� il corpo massiccio attraverso la tavola e: - Non toccatelo! Ve lo proibisco. Nell'udire quel grido e nel vedere a chi era diretto, Nesvitzkij e il vicino di destra di Pierre sussultarono e si volsero in fretta a Bezuchov. - Basta, basta, che avete? - mormoravano con voce spaurita. D�lochov guardava Pierre con i suoi occhi allegri chiari e crudeli e con un sorriso che pareva voler dire: �Ah, questo s�, che mi piace!�. - Non ve lo dar� - disse con voce calma e chiara. Pallido, con le labbra tremanti per la collera, Pierre gli strapp� il foglio di mano. - Voi... voi siete un mascalzone: io vi sfido! - grid� e, scostando la sedia, si alz� da tavola. Nel momento preciso in cui faceva quel gesto e pronunziava quelle parole, Pierre sent� che la questione sulla colpevolezza di sua moglie, che tanto lo aveva tormentato quel giorno, era definitivamente risolta in senso affermativo, senza ombra di dubbio. Sent� di odiarla e di essersi staccato da lei per sempre. Nonostante la preghiera di Denissov di restare estraneo alla faccenda, Rost�v accett� di essere padrino di D�lochov e, dopo il banchetto, discusse con Nesvitzkij, padrino di Bezuchov, sulle modalit� del duello. Pierre se ne and� a casa e Rost�v con Denissov e D�lochov si trattenne al circolo ad ascoltare i cori degli zingari. - Sicch� a domani, a Sok�lniki (15) - disse poi D�lochov, accomiatandosi da Rost�v sul portone del circolo. - Sei tranquillo? - domand� Rost�v. D�lochov si ferm�. - Ecco, vedi, in due parole ti spiego tutto il segreto del duello. Se prima di andare a batterti fai testamento e scrivi lettere affettuose ai genitori, se pensi, insomma, alla possibilit� di rimanere ucciso, sei un imbecille, ed � certo che ci rimetti la pelle; se invece ci vai con la ferma intenzione di uccidere l'avversario al pi� presto possibile, tutto allora andr� per il meglio. Senti che cosa mi diceva il nostro domatore di orsi di Kostrom�: �Com'� possibile non aver paura dell'orso? Ma, non appena lo vedi, la paura scompare e temi soltanto che esso ti possa sfuggire!�. Cos� � per me, capisci? "A demain, mon cher!" [16. A domani, mio caro]. Il mattino seguente alle otto, Pierre e Nesvitzkij giunsero al bosco di Sok�lniki ove trovarono D�lochov, Denissov e Rost�v. Pierre aveva l'aria di un uomo preoccupato da qualcosa che non aveva nulla a che fare con il duello imminente. Si capiva dal suo viso giallognolo e pesto che aveva trascorso la notte insonne, si guardava attorno distrattamente e socchiudeva gli occhi, come se la luce del sole gli desse fastidio. Due pensieri lo preoccupavano: la colpevolezza della moglie, sulla quale, dopo la notte insonne, non aveva pi� il minimo dubbio, e la non colpevolezza di D�lochov che non aveva alcun motivo per rispettare l'onore di un uomo che per lui era un estraneo. �Forse, al suo posto, avrei agito come lui�, pensava Pierre. �S�, avrei agito senza dubbio come lui; e, allora, perch� questo duello, questo omicidio? O io uccido lui oppure egli mi colpir� alla testa, al gomito, a un ginocchio... Devo andarmene di qui, fuggire, nascondermi da qualche parte...�, pens�. Ma proprio mentre simili idee gli passavano per la mente, egli con un'aria perfettamente calma e indifferente, che ispirava rispetto a chi lo osservava. chiedeva: - Si comincia? Siamo pronti? Quando tutto fu in ordine, quando le sciabole furono piantate nella neve per segnare i limiti del terreno sino ai quali si poteva avanzare, e le pistole furono caricate, Nesvitzkij si avvicin� a Pierre. - Non farei il mio dovere, conte, - disse con voce timida - e non giustificherei la fiducia e l'onore che mi avete fatto scegliendomi per vostro padrino, se in questo grave, gravissimo momento, non vi dicessi tutta la verit�. Io credo che questo duello non abbia motivi abbastanza seri e che, per una questione simile, non sia il caso di versare del sangue... Siete stato eccessivo, vi siete lasciato vincere dalla collera... - Ah s�! Tutto questo � terribilmente stupido - rispose Pierre. - Permettetemi dunque di riferire il vostro rammarico per l'accaduto. Sono certo che il vostro avversario acconsentir� ad accettare le vostre scuse - disse Nesvitzkij, il quale, come gli altri che assistevano al duello e come sempre accade in simili circostanze, non credeva ancora che dovesse veramente aver luogo. - Voi sapete, conte, che � molto pi� nobile riconoscere il proprio errore piuttosto che portare le cose sino all'irreparabile. Non c'� stata vera offesa n� da una parte, n� dall'altra. Permettetemi dunque di parlarne... - No, di che c'� da parlare? - domand� Pierre. - Non importa... Allora, � tutto pronto? - soggiunse. - Ditemi soltanto da che parte devo andare e da che parte devo sparare disse ancora con un sorriso forzato. Prese in mano la pistola e cominci� a informarsi da Nesvitzkij come si doveva premere il grilletto, giacch� sino ad allora non aveva mai tenuto in mano un'arma di quella specie e non voleva confessarlo. - Ah s�! Cos�... lo so, lo so... l'avevo soltanto dimenticato... - Nessuna scusa, assolutamente nessuna - diceva intanto D�lochov a Denissov che, da parte sua, faceva dei tentativi di riconciliazione. E si avvicin� al posto stabilito. Il luogo scelto per il duello si trovava a ottanta passi dalla strada sulla quale aspettavano le slitte, in una piccola radura di un bosco di pini, coperta di neve resa molle dal disgelo che aveva avuto inizio due giorni prima. Gli avversari si posero a quaranta passi l'uno dall'altro, ai margini della radura. I padrini, misurando le distanze, segnarono orme profonde nella neve alta e molle dal punto in cui si trovavano gli avversari sino a dove erano piantate le sciabole di Nesvitzkij e di Denissov, che indicavano i limiti della barriera, a dieci passi l'una dall'altra. Il disgelo e la nebbia persistevano: a quaranta passi di distanza non si vedeva nulla. Da tre minuti ogni cosa era pronta e tuttavia si tardava a cominciare. Tutti tacevano. CAPITOLO 5. - Dunque, cominciamo? - disse D�lochov. - Perch� no? - chiese Pierre, sempre con lo stesso innaturale sorriso. La situazione diventava terribile. Era evidente che la faccenda, iniziatasi con tanta facilit�, non poteva pi� essere evitata, che le cose ormai andavano da sole indipendentemente dalla volont� degli uomini e che doveva compiersi. Denissov per primo avanz� sino al limite della barriera e grid� risolutamente: - Poich� gli avversari non intendono rappacificarsi! bisogna iniziare. Favoriscano prendere le pistole e alla parola tre comincino ad avanzare. - Uno! Due! Tre!... - grid� Denissov con rabbia, fece da parte. I due avversari avanzarono lungo lo stretto sentiero, avvicinandosi sempre di pi�, sino a che si ravvisarono attraverso la nebbia. Avevano diritto di sparare quando l'avessero voluto, andandosi incontro sino alla barriera. D�lochov camminava lentamente, senza alzare la pistola... guardando con i suoi occhi chiari, scintillanti e azzurri la faccia dell'avversario. Come sempre aveva sulle labbra una parvenza di sorriso. Alla parola �tre� Pierre and� avanti a passi rapidi, deviando dal sentiero tracciato e camminando nella neve. Stringeva la pistola a braccio teso, come se temesse di ferirsi con la propria arma. Teneva accuratamente indietro il braccio sinistro, giacch� provava il desiderio di usarlo per sostenere quello destro, e sapeva che ci� non si poteva fare. Quando ebbe percorso sei passi e fu uscito dal tracciato nella neve, guard� a terra, poi alz� di nuovo rapidamente gli occhi su D�lochov e, piegando il dito come gli era stato insegnato, spar�. Pierre, che non si aspettava un colpo cos� forte, ebbe un sussulto, poi sorrise della propria impressionabilit� e si ferm�. Il fumo, particolarmente denso a causa della nebbia, gli imped� al primo momento di vedere, ma l'altro colpo, che egli attendeva, non venne. Si udirono soltanto i passi affrettati di D�lochov; poi dal fumo emerse la sua figura. Con una mano si premeva il fianco sinistro, con l'altra stringeva la pistola abbassata. Era pallidissimo. Rost�v accorse verso di lui e gli disse qualcosa. - No... no! - mormor� tra i denti D�lochov, - no, non � finita! E, fatti ancora alcuni passi vacillanti e incerti sino al limite segnato dalla sciabola, le cadde accanto nella neve. Aveva la mano sinistra coperta di sangue: se l'asciug� con la giubba e l'appoggi� su di essa. Il suo viso era pallido, livido, tremante. - Per favo... - cominci� D�lochov, ma non pot� compiere la frase. - Per favore... - riusc� poi a dire con uno sforzo. Pierre, che tratteneva a stento i singhiozzi, si slanci� verso D�lochov e stava gi� per attraversare lo spazio che separava i limiti segnati dalla sciabola, quando D�lochov gli grid�: - Alla barriera! - Pierre, comprendendo, si ferm� presso la sua sciabola. Dieci passi soltanto li separavano. D�lochov chin� il capo sulla neve, la morse con avidit�, poi rialz� il capo, si sollev� sulle gambe e sedette, cercando un punto stabile di appoggio resistente. Intanto succhiava e inghiottiva la neve gelida; le labbra gli tremavano, ma sorrideva ancora, e gli occhi gli brillavano per lo sforzo, mentre con ira raccoglieva le sue ultime forze. Alz� la pistola e prese la mira. - Di fianco! Copritevi con la pistola! - grid� Nesvitzkij. - Copritevi! - grid� persino Denissov al suo avversario, non riuscendo a trattenersi. Pierre con un mite sorriso di rammarico e di pentimento, con le braccia e le gambe allargate, rimase immobile davanti a D�lochov, presentandogli l'ampio petto e guardandolo con dolorosa tristezza. Denissov, Rost�v e Nesvitzkij chiusero gli occhi. In quello stesso istante udirono lo sparo e il grido selvaggio di D�lochov. - Non l'ho colpito! - grid� e, senza pi� forze, ricadde bocconi sulla neve. Pierre si prese il capo tra le mani, volt� le spalle e s'inoltr� nel bosco, camminando sulla neve alta e pronunziando ad alta voce parole sconnesse e incomprensibili. - Che stupida... stupida cosa! La morte... la menzogna... - ripeteva con il viso contratto. Nesvitzkij lo raggiunse, lo ferm� e lo accompagn� a casa. Rost�v e Denissov portarono via il ferito. D�lochov giaceva nella slitta, muto, con gli occhi chiusi, senza rispondere alle domande che gli venivano rivolte; ma quando la slitta entr� in Mosca, torn� improvvisamente in s� e, alzata faticosamente la testa, prese la mano di Rost�v che gli sedeva accanto. Rost�v fu profondamente colpito dall'espressione totalmente mutata e inattesa, entusiasticamente commossa, apparsa sul viso di D�lochov. - Come va, dunque? Come ti senti? - gli domand�. - Male! Ma non si tratta di questo - mormor� D�lochov con voce spezzata. - Dove siamo? A Mosca, lo so. Per me, non importa, ma lei l'ho uccisa, l'ho uccisa... Essa non sopporter�, non sopporter� un simile dolore... - Chi? - domand� Rost�v. Mia madre, mia madre, il mio angelo, il mio angelo adorato, mia madre... - e scoppi� in lacrime, stringendo la mano di Rost�v. Quando si fu un po' calmato, spieg� a Rost�v che egli abitava con sua madre, che se essa lo avesse veduto ferito gravemente non avrebbe resistito. Preg� Rost�v di andare da lei e di prepararla. Rost�v precedette la slitta per eseguire l'incarico e con sua grande sorpresa venne a sapere che D�lochov, quello scapestrato, quello spadaccino di D�lochov, viveva a Mosca con la vecchia madre e con una sorella gobba e che era il pi� tenero dei figli e dei fratelli. CAPITOLO 6. Negli ultimi tempi Pierre si era trovato di rado a tu per tu con la moglie. A Pietroburgo, come a Mosca, la loro casa era sempre piena di ospiti. Nella notte che segu� il duello egli, come gli accadeva spesso, non and� neppure in camera da letto, ma rimase nel grande studio paterno, quello stesso in cui il vecchio conte Bezuchov era spirato. Si stese sul divano cercando di dormire per dimenticare tutto ci� che gli era accaduto, ma non vi riusc�. Una tale tempesta di sentimenti, di pensieri, di ricordi gli era tutto ad un tratto scoppiata nell'anima che, non solo non poteva dormire, ma neppure gli riusciva di star fermo. Dovette alzarsi dal divano e mettersi a camminare per la stanza a passi concitati; ora gli si affacciava l'immagine della moglie nei primi tempi dopo il matrimonio, con le spalle nude e gli occhi languidi e appassionati; ma subito, accanto a lei, sorgeva il bel viso ardito e beffardo di D�lochov, quale lo aveva veduto al banchetto, e poi ancora quello stesso viso pallido, tremante e sofferente come al momento in cui si era voltato ed era caduto bocconi sulla neve. �Ma che dunque � accaduto?�, si chiedeva con angoscia. �Ho ucciso l'amante, s�, l'amante di mia moglie... e perch�? Come sono giunto a commettere questo?�. �Ci sei giunto perch� l'hai sposata�, gli rispondeva una voce interiore. �Ma di che cosa sono colpevole?�, si domandava. �Di averla sposata senza amarla, di avere ingannato me e lei� e riviveva il momento nel quale, dopo la cena in casa del principe Vassilij, aveva finalmente detto quelle parole che pure non volevano uscirgli dalla bocca: �Je vous aime!� [17. Vi amo]. Da quella dichiarazione era derivato tutto! �Anche allora�, continuava a pensare, �anche allora sentivo di agire male, sentivo che non avevo il diritto di farlo. Ed era proprio cos��. Poi ripens� ai giorni della luna di miele, e questo ricordo lo fece arrossire. Particolarmente vivo, penoso e vergognoso era per lui il ricordo di come una volta, subito dopo le nozze, uscendo verso mezzogiorno in veste da camera di seta dalla sua stanza era andato nello studio, dove aveva trovato il suo capo-amministratore il quale, inchinandosi, gli aveva guardato la faccia e la vestaglia, poi aveva sorriso leggermente per esprimere con quel sorriso la parte che rispettosamente prendeva alla sua felicit�. �E quante volte sono stato orgoglioso di lei, orgoglioso della sua maestosa bellezza, del suo modo di comportarsi in societ��, continuava a pensare, �orgoglioso della mia casa, dove ella riceveva tutta Pietroburgo, orgoglioso della sua inaccessibile bellezza! Ecco dunque di che cosa mi inorgoglivo! Io credevo allora di non capirla. Quante volte, riflettendo sul suo carattere, mi dicevo che era mia la colpa di non capire quella sua calma immutabile, quel suo mostrarsi sempre soddisfatta, di quell'assenza in lei di qualsiasi passione o desiderio... E la soluzione era tutta qui in questa terribile frase: � una svergognata! Me la sono detta, questa terribile frase e tutto mi � diventato chiaro!�. �Anatolij veniva a domandarle del denaro in prestito e la baciava sulle spalle nude. Lei non gli dava il denaro, ma si lasciava baciare. Suo padre, scherzando, eccitava la sua gelosia; con un tranquillo sorriso lei rispondeva di non essere tanto sciocca da essere gelosa. "Faccia pure quello che vuole", diceva parlando di me. Le chiesi una volta se non sentiva qualche inizio di gravidanza. Ebbe un riso sprezzante e rispose che non era tanto stupida da desiderare di avere dei figli, e che "da me" figli non ne avrebbe mai avuti�. Poi ricord� la volgarit� evidente dei pensieri di lei, la sfacciataggine di talune espressioni che le erano abituali, pur essendo stata educata in un ambiente aristocratico. �Non sono una stupida qualunque... provaci un po' tu... "allez vous promener"� [18. Andate fuori dei piedi.], diceva. Spesso, leggendo negli occhi degli uomini e delle donne, dei vecchi e dei giovani, l'effetto che ella produceva, Pierre non riusciva a capire perch� egli stesso non l'amasse. �No, non l'ho mai amata� si diceva ora; �lo sapevo che era una malafemmina�, ripeteva a se stesso, �ma non osavo confessarmelo�. �E adesso D�lochov giace sulla neve, si sforza di sorridere e forse muore, rispondendo con una spavalda finzione al mio pentimento!�. Pierre era uno di quegli uomini che, nonostante un'apparente debolezza di carattere, non cercava di confidare ad alcuno il proprio dolore. Lo rimuginava dentro di s�, in solitudine. �Lei sola � colpevole di tutto, lei sola�, si diceva. �E ora? Perch� mi sono legato a lei, perch� le ho detto quel "Je vous aime" che era una menzogna, peggiore, anzi, di una menzogna? La colpa � mia, e adesso devo sopportare... Cosa? Il disonore sul mio nome, l'infelicit� di tutta la vita? Ma queste non sono che sciocchezze�, pens�. �L'offesa al mio nome e l'onore non sono che convenzioni che non dipendono da me�. �Luigi Sedicesimo fu decapitato perch� essi dichiararono che era disonorato e reo� (venne in mente a Pierre) �e dal loro punto di vista avevano ragione come avevano ragione quegli altri che per lui morivano da martiri e lo considerarono un santo. Poi fu giustiziato Robespierre (19) perch� era un despota. Chi ha ragione? Chi ha torto? Nessuno. Ma sino a che sei vivo, vivi; domani morirai, come potevo morire io un'ora fa. Mette dunque conto di tormentarci tanto quando non dobbiamo vivere che un secondo, a paragone dell'eternit�?�. Ma proprio quando si sentiva tranquillizzato da simili ragionamenti, gli si presentava di colpo l'immagine di "lei" nei momenti in cui egli le esprimeva con pi� intenso ardore il suo amore non sincero, sentiva di colpo il sangue affluirgli al cuore, ed era di nuovo costretto ad alzarsi, a muoversi, a rompere e a strappare ci� che gli capitava tra le mani. �Perch� le ho detto: "Je vous aime"?�, continuava a domandarsi. E dopo di essersi ripetuto per la decima volta questa domanda gli vennero in mente le parole di Moli�re (20) �Mais que diable allait-il faire dans cette gal�re?� [�Ma che diavolo andava a fare in quella galera?�] (21), e si mise a ridere di se stesso. Durante la notte chiam� il cameriere e gli ordin� di preparare le valigie per andare a Pietroburgo. Non poteva pi� restare con lei sotto lo stesso tetto, non poteva immaginare come avrebbe potuto parlarle. Decise che l'indomani sarebbe partito, lasciandole una lettera, nella quale le avrebbe dichiarato la sua intenzione di separarsi da lei definitivamente. La mattina dopo, quando il cameriere che gli portava il caff� entr� nello studio, Pierre era coricato sul divano e dormiva, con un libro aperto tra le mani. Si svegli� e a lungo si guard� attorno con aria spaurita, non riuscendo a capire dove si trovasse. - La signora contessa mi ha ordinato di informarmi se sua eccellenza � in casa - disse il cameriere. Pierre non ebbe il tempo di decidere quale dovesse essere la risposta che la contessa in persona, in veste da camera di seta bianca a ricami d'argento, con le pesanti trecce avvolte a diadema sulla bellissima testa, entr� tranquilla e maestosa nello studio; solo la sua fronte marmorea, leggermente convessa, era solcata da una piccola ruga di collera. Con la sua imperturbabile calma attese che il cameriere fosse uscito. Era a conoscenza del duello; ed era venuta per parlarne. Aspett� che il cameriere, posato il caff�, se ne fosse andato. Pierre la guardava timidamente attraverso le lenti e, come la lepre circondata dai cani abbassa le orecchie e resta appiattata, senza muoversi, in vista dei suoi nemici, cos� anch'egli prov� a continuare la lettura; ma sentiva che il suo atteggiamento era assurdo, impossibile, e di nuovo diede un'occhiata alla moglie. Ella, in piedi, fissava con un sorriso sprezzante il marito, in attesa di restare sola con lui. - Be', che novit� � questa? Che cosa avete fatto? Sentiamo - disse in tono severo. - Io? Che cosa ho fatto io? - domand� Pierre. - Per mostrarvi coraggioso, eh? Suvvia, rispondete; che significa questo duello? Che cosa avete voluto dimostrare? Parlate! Pierre si gir� pesantemente sul divano, apr� la bocca, ma non riusc� a dire nulla. - Giacch� voi non mi rispondete, parler� io - prosegu� Elen. Voi credete tutto ci� che vi raccontano. Vi avranno detto... ed Elen scoppi� a ridere - che D�lochov � il mio amante - disse in francese, dando quell'intonazione volgare alla parola �amante� come la dava a qualsiasi altra parola - e voi vi avete creduto! Insomma, che cosa avete provato con questo? Che cosa avete dimostrato con questo duello? Che siete uno stupido! "que vous �tes un sot"; del resto tutti lo sanno.. E cosa ne risulter�? Ne risulter� che io sar� derisa da tutta Mosca, che di voi si dir� che in stato di ubriachezza, fuori di senno, avete sfidato a duello un uomo di cui siete geloso senza averne alcun motivo, un uomo che, sotto ogni rapporto, � molto migliore di voi - concluse Elen, accalorandosi e alzando sempre di pi� la voce. - Ehm... Ehm... - mugulava Pierre, accigliato, immobile, senza guardare la moglie. - Perch� avete potuto credere che sia il mio amante? Perch�? Perch� mi piace la sua compagnia? Se voi foste pi� intelligente e pi� simpatico, avrei preferito la vostra. - Non parlate pi� con me... ve ne supplico - mormor� Pierre con voce roca. - Perch� non dovrei parlare? Posso dire, e ve lo dico, che sono pochissime le mogli che avendo un marito come voi non si prenderebbero degli amanti ("des amants"), eppure io non l'ho fatto - disse. Pierre fu l� per rispondere, la fiss� con uno sguardo strano del quale essa non comprese l'espressione, e torn� a coricarsi. In quel momento egli soffriva fisicamente, provava un senso di oppressione e non poteva respirare. Sapeva di dover fare qualcosa per troncare quella sua atroce sofferenza, ma ci� che avrebbe voluto fare era troppo terribile. - E' meglio che ci separiamo - disse con voce spezzata. - Separiamoci, d'accordo, ma soltanto se voi mi assicurerete una buona sostanza - dichiar� Elen. - Separiamoci... � cos� che credete di spaventarmi! Pierre balz� dal divano e barcollando si scagli� contro di lei. - Io ti ammazzo - grid� e, afferrato il piano di marmo del tavolo con una forza di cui non sarebbe creduto capace, mosse un passo, sollevandolo verso di lei. Il viso di Elen divent� spaventoso, diede un grido e fece un balzo indietro. Il sangue paterno si era risvegliato in lui. Pierre si sentiva attratto dalla volutt� del furore. Scagli� via il pezzo di marmo che and� in frantumi, con le braccia tese si avvicin� ancora alla moglie e url�: �Fuori di qui!�. Quell'urlo fu cos� terribile che fu udito in tutta la casa. Dio solo sa che cosa avrebbe fatto in quel momento, se Elen non fosse uscita a precipizio dalla stanza. Una settimana dopo, Pierre fece consegnare alla moglie una procura per l'amministrazione di tutte le propriet� che aveva nella Grande Russia e che costituivano oltre la met� del suo patrimonio. E part�, solo, per Pietroburgo. CAPITOLO 7. Erano trascorsi due mesi dacch� era giunta a Lissia-Gori la notizia della battaglia di Austerlitz e della scomparsa del principe Andr�j; nonostante tutte le lettere spedite per mezzo dell'ambasciata e le pi� accurate ricerche fatte, il suo corpo non era stato ritrovato, n� risultava che egli fosse nel numero dei prigionieri. Il fatto pi� doloroso per i suoi familiari era il poter sperare che fosse stato raccolto sul campo di battaglia dagli abitanti del paese e che ora giacesse laggi�, chiss� dove, ferito o moribondo, in mezzo a gente estranea, senza alcuna possibilit� di dare notizie di s�. I giornali, dai quali il vecchio principe aveva appreso la notizia della sconfitta di Austerlitz, avevano annunziato, molto brevemente come sempre e in termini vaghi, che i Russi, dopo aver combattuto �brillantemente�, erano stati costretti a ritirarsi e che la ritirata era stata effettuata in perfetto ordine. Il vecchio principe aveva compreso facilmente da quella comunicazione ufficiale, che le truppe russe erano state sconfitte. Una settimana dopo che i giornali avevano dato notizia della battaglia di Austerlitz, il principe ricevette una lettera da Kutuz�v che lo informava della sorte toccata al figlio. �Vostro figlio�, scriveva Kutuz�v, �davanti ai miei occhi, impugnando una bandiera, alla testa del reggimento, � caduto da vero eroe, degno di suo padre e della sua patria. Purtroppo sino a oggi con vivo rammarico mio e di tutto l'esercito, non si sa se egli sia vivo o morto. Per voi e per me, spero che egli sia vivo poich�, in caso contrario, tra i nomi degli ufficiali trovati sul campo di battaglia, il cui elenco mi � stato trasmesso a mezzo di parlamentari, figurerebbe anche il suo�. Dopo aver ricevuto questa notizia a sera inoltrata, mentre era solo nel suo studio, il vecchio principe la mattina seguente usc� per la consueta passeggiata, ma fu taciturno con l'intendente, il giardiniere e l'architetto e, pur avendo l'aria irritata, non rimbrott� nessuno. Quando, all'ora consueta, la principessina M�rija entr� da lui, lo trov� ritto davanti al tornio cui stava lavorando, ma non si volt� a guardarla come faceva ogni giorno. - Ah, principessina M�rija! - esclam� a un tratto con voce innaturale e butt� via lo scalpello. (La ruota continuava a girare per forza d'inerzia e la principessina M�rija ricord� poi a lungo quel cigolio che si spegneva a poco a poco e che rimase in lei confuso con ci� che accadde in seguito). La fanciulla si avvicin� al padre, vide la sua faccia e, di colpo, sent� il cuore spezzarlesi nel petto. Gli occhi le si offuscarono. Dal viso del padre non triste, non abbattuto, ma rabbioso e insolitamente contratto nello sforzo di dominarsi, sent� che su di lei era sospesa e stava per schiacciarla una tremenda sventura, la pi� terribile della sua vita, una sventura non ancora mai provata, una sventura irreparabile e inconcepibile: la morte di una persona cara. - "Mon p�re!... Andr�?" [22. Padre mio!... Andr�j?] - esclam� la principessina brutta e goffa, con una espressione tale di tristezza e di oblio di se stessa che il vecchio padre non pot� sostenerne lo sguardo e si volt� scoppiando in singhiozzi. - S�, ho ricevuto notizie. Tra i prigionieri non c'�, tra i morti neppure. Me l'ha scritto Kutuz�v - grid� con voce acuta, come se con quel grido volesse schiacciare la principessina. - E' stato ucciso! La principessina non cadde, non perse i sensi... Era gi� pallida, ma quando ud� le parole del padre il suo viso mut� e qualcosa brill� nei suoi bellissimi occhi pieni di luce, come se una gioia, una gioia sublime, che non dipendeva dalla tristezza e dalle gioie di questo mondo, si effondesse al di sopra del dolore che era in lei. Dimentic� il timore che il padre le ispirava, si avvicin� a lui, gli prese le mani, lo attir� a s� e poi gli cinse con le braccia il collo magro dalle vene grosse e tese. - "Mon p�re", - disse - non vi allontanate da me: piangiamo insieme! - Briganti! Vigliacchi! - esclam� il vecchio, scostando il viso dalla fanciulla. - Perdere l'esercito, perdere tanti uomini, perch�? Va', va' a dirlo a Liza! La principessina si abbandon� senza forze in una poltrona accanto al padre, e si mise a piangere. Rivedeva suo fratello nel momento dell'addio a Liza e a lei, rivedeva il suo volto dall'espressione insieme tenera e orgogliosa, lo rivedeva nell'atto in cui si era messo al collo, commosso e quasi canzonandola, la piccola immagine sacra. �Avr� avuto un po' di fede? Si sar� pentito della sua incredulit�? Godr� ora la pace e la beatitudine eterna?�, pensava. - "Mon p�re", ditemi, com'� avvenuto? - domand� tra le lacrime. - Va', va'... E' stato ucciso in una battaglia nella quale hanno condotto a morire gli uomini migliori, la gloria della Russia! Andate, principessina M�rija, a dirlo a Liza. Io verr� dopo. Quando la principessina M�rija ritorn� dall'appartamento del padre, trov� la piccola principessa seduta, intenta a un ricamo. Guard� la cognata con quella intima, particolare espressione di calma felicit� che hanno soltanto le donne incinte, ma era facile capire che i suoi occhi non guardavano la cognata, ma nel profondo di se stessa, dove qualcosa di lieto e di misterioso si stava compiendo... - "Marie", - disse, scostandosi dal telaio e piegandosi indietro - dammi la tua mano. Prese la mano della principessina e se la pos� sul ventre. I suoi occhi sorridevano, il suo labbro superiore, coperto da una lieve peluria, si era sollevato, ed era rimasto alzato in un atteggiamento di infantile felicit�. La principessina M�rija cadde in ginocchio davanti a lei nascondendo il viso tra le pieghe della sua gonna. - Ecco... ecco, senti? Mi fa un effetto tanto strano... E sai, M�rija, quanto gli vorr� bene - esclam� Liza, guardando la cognata con occhi lucenti, colmi di intensa gioia. La principessina M�rija non poteva alzare il capo: piangeva. - Che hai, Mascia? - Nulla... mi sento triste... triste per Andr�j - rispose, asciugandosi le lacrime contro le ginocchia della cognata. Parecchie volte, nella mattinata, la principessina M�rija cerc� di preparare Liza, ma ogni volta si metteva a piangere. La piccola principessa, che non riusciva a capire la causa di quelle lacrime, per quanto fosse poco osservatrice fin� per rimanere turbata. Non diceva nulla, ma si guardava attorno, inquieta, come cercando qualcosa. Prima di pranzo il vecchio principe, che le ispirava sempre un vago timore e che aveva quel giorno un viso cattivo, dall'espressione irritata, entr� nella sua stanza e ne usc� senza aver detto una parola. Liza guard� la principessina M�rija, poi si fece pensosa e sempre con quell'espressione assorta della donna incinta che pare guardare dentro di s�, tutto a un tratto scoppi� a piangere. - Si sono avute notizie di Andr�j ? - domand�. - No... lo sai, vero... che non possono ancora esserci notizie, ma "mon p�re" � preoccupato e io sono in pena... - Sicch� nulla ancora... - Nulla - rispose M�rija, guardando la cognata senza batter ciglio, con gli occhi pieni di luce. Aveva deciso di non dirle nulla e di convincere suo padre a tener nascosta la terribile notizia sino a dopo il parto che era imminente. La principessina M�rija e il vecchio principe, ciascuno a modo suo, sopportavano e nascondevano la propria pena. Il vecchio principe non voleva sperare: aveva deciso che il figlio era stato ucciso e, sebbene avesse mandato in Austria un funzionario a cercarne le tracce, aveva gi� ordinato a Mosca un monumento funebre che aveva intenzione di collocare in giardino e a tutti diceva che suo figlio era caduto in battaglia. Si sforzava, non mutando in alcun modo le sue abitudini, di condurre il solito tenore di vita, ma le forze lo tradivano: passeggiava meno, mangiava e dormiva poco e di giorno in giorno andava perdendo le forze. La principessina M�rija, invece, sperava. Pregava per il fratello come se fosse vivo e aspettava che da un momento all'altro arrivasse la notizia del suo ritorno. CAPITOLO 8. - "Ma bonne amie" [23. Mia buona amica] - disse la piccola principessa la mattina del 19 marzo, dopo colazione, e il suo labbruzzo ombreggiato di peluria si sollev� secondo la vecchia abitudine; ma poich� in casa, dopo che era giunta la terribile notizia non solo il sorriso, ma il suono stesso delle parole e persino l'andatura di tutti erano tristi, anche il sorriso della piccola principessa, adattandosi all'umore generale, di cui tuttavia non conosceva il motivo, era tale da ricordare ancora pi� la tristezza comune. - "Ma bonne amie, je crains que le fruschtique (comme dit Foka le cuisinier) de ce matin ne m'aie pas fait du mal" [Temo che il "Fr�hst�ck" (come dice Foka, il cuoco) di questa mattina mi abbia fatto male] (24). - Che hai, anima mia? Sei pallida, molto pallida - esclam� spaventata la principessina M�rija, accorrendo presso la cognata con il suo pesante passo sgraziato. - Eccellenza, dobbiamo mandare a chiamare M�rija Bogd�novna? - domand� una delle cameriere che si trovava nella camera. (M�rija Bogd�novna era la levatrice del capoluogo che si era stabilita a Lissia-Gori gi� da un settimana). - S�, forse � opportuno chiamarla - approv� la principessina M�rija. - Ci vado io. "Courage, mon ange!" [25. Coraggio, angelo mio!]. - Baci� Liza e fece per uscire dalla stanza. - Oh no, no! - e sul viso pallidissimo della piccola principessa si dipinse un infantile terrore per le inevitabili sofferenze fisiche. - "Non, c'est l'estomac... dites que c'est l'estomac, dites Marie, dites..." [26. No, � solo lo stomaco... dite che � solo lo stomaco! Ditelo, M�rija, ditelo...] - e la piccola principessa si mise a piangere come una bambina che soffre, di un pianto un po' capriccioso ed esagerato, torcendo le piccole mani. La cognata usc� dalla stanza in cerca di M�rija Bogd�novna. - "Oh, mon Dieu! Mon Dieu! - sent� ripetere alle sue spalle. Soffregandosi le piccole bianche mani grassocce, le veniva gi� incontro di corsa la levatrice con un viso serio ma calmissimo. - M�rija Bogd�novna! Mi pare che cominci! - disse la principessina, guardandola con gli occhi dilatati dallo spavento. - Ebbene... Dio sia lodato, principessina - rispose l'altra, senza affrettare il passo. - Del resto voi, signorina, non dovreste neppure sapere queste cose. - Ma come mai non � ancora arrivato il dottore da Mosca? - domand� la principessina. (Secondo il desiderio di Liza e del principe Andr�j, era stato mandato a prendere a Mosca un medico ostetrico e lo si aspettava da un minuto all'altro). - Non importa, principessina, non preoccupatevi - le disse M�rija Bogd�novna. - Tutto andr� benissimo anche senza il dottore! Cinque minuti dopo, la principessina ud� dalla sua camera che stava trasportando qualcosa di pesante. Usc� a vedere e scorse alcuni domestici che trasportavano nella camera da letto un divano di cuoio che stava prima nello studio del principe Andr�j. I loro visi avevano un'espressione calma e solenne. La principessina M�rija, sola nella sua camera, tendeva l'orecchio ai rumori della casa: quando udiva passare qualcuno, apriva la porta e osservava ci� che avveniva nel corridoio. Alcune donne andavano e venivano con passo silenzioso, guardavano la principessina e si voltavano in l�. Essa non osava interrogare, richiudeva la porta e ritornava a sedersi nella sua poltrona; ora prendeva il libro delle preghiere, ora si alzava e andava a inginocchiarsi davanti alle immagini sacre. Con dolore e meraviglia sentiva che le preghiere non riuscivano a calmare la sua inquietudine. A un tratto, la porta della camera si apr� pian piano e sulla soglia comparve la sua vecchia bambinaia, avvolta in uno scialle: Prask�vja S�visna che, in seguito alla proibizione del principe, non entrava quasi mai nella camera della principessina. - Sono venuta per stare un po' con te, M�scenka, - disse la vecchia - e ho portato le candele del loro matrimonio per accenderle davanti ai santi, angelo mio, - disse e sospir�. - Ah, come sono contenta che tu sia qui! - rispose la fanciulla. - Dio � misericordioso, colombella! La vecchia bambinaia accese davanti alle immagini le candele ornate d'oro, poi si sedette presso l'uscio, con il lavoro a maglia in mano. La principessina M�rija prese un libro e si mise a leggere. Soltanto quando si sentiva rumore di passi o di voci, la principessina spaventata guardava con occhio interrogativo la vecchia, e questa rispondeva allo sguardo della padroncina con un'occhiata rassicurante. Ma il sentimento che provava la fanciulla, seduta nella sua camera, era lo stesso che dominava la casa e che si era impadronito di tutti. Per rispetto alla tradizione, secondo la quale quanto meno numerose erano le persone a conoscenza delle doglie di una partoriente tanto minori erano le sue sofferenze, tutti fingevano di ignorare ci� che accadeva. Nessuno ne parlava ma in tutti oltre alla seriet� e al rispetto che erano di regola nella casa del principe, apparivano evidenti una viva inquietudine generale, una specie di intenerimento e la consapevolezza che qualcosa di augusto e di incomprensibile si stava compiendo. Nella grande stanza delle cameriere non si udivano risate; in quella dei domestici c'era il silenzio dell'attesa. Nelle abitazioni della servit� venivano accese "lucine (27) e candele e nessuno dormiva. Il vecchio principe camminava pesantemente sui talloni su e gi� per lo studio; infine mand� Tich�n da M�rija Bogd�novna per avere notizie. - Dille soltanto: il principe mi ha ordinato di domandarvi come vanno le cose e vieni subito a riferirmi la risposta. - Comunica al principe che il parto � incominciato - rispose M�rija Bogd�novna, guardando il messo con aria significativa. Tich�n torn� dal principe a portare la risposta. - Bene - disse questi, chiudendosi la porta alle spalle, e Tich�n non ud� pi� alcun rumore provenire dallo studio. Qualche tempo dopo, Tich�n entr� di nuovo con la scusa di accomodare le candele. Vedendo il principe disteso sul divano, Tich�n lo guard�, guard� il viso turbato del vecchio, scosse il capo, gli si avvicin� in silenzio e, baciatolo sulla spalla, usc� senza avere accomodato le candele e senza dire perch� fosse venuto. Il pi� solenne mistero del mondo si stava compiendo. Trascorse la sera, sopraggiunse la notte. E il senso di trepidante attesa di fronte all'incomprensibile, anzich� diminuire, si faceva via via pi� intenso. Nessuno dormiva. Era una di quelle notti di marzo in cui pare che l'inverno voglia riprendere il sopravvento e scaglia rabbiosamente sulla terra le sue ultime nevi e le sue ultime tempeste. Incontro al dottore tedesco atteso da Mosca, che doveva arrivare da un minuto all'altro e per il quale erano gi� stati mandati sulla strada maestra cavalli freschi, furono ora spediti uomini a cavallo con lanterne per accompagnarlo lungo la strada cosparsa di buche e di cumuli di neve ghiacciata. La principessina M�rija da un pezzo aveva smesso di leggere; stava seduta in silenzio, con i begli occhi radiosi fissi sul viso della bambinaia, viso che le era ben noto in ogni particolare, e sulla ciocca di capelli bianchi sfuggenti di sotto al fazzoletto e ricadenti sulla pelle floscia che le pendeva dal mento. La vecchia S�visna, con la calza in mano, raccontava a voce bassa, senza udire n� capire essa stessa le sue parole, cose dette centinaia di volte: come la defunta principessa avesse dato alla luce la principessina M�rija a Kiscin�v con l'aiuto di una contadina moldava come levatrice. - Se Dio lo vuole, i medici non sono necessari - diceva la vecchia. A un tratto, un colpo di vento su una delle doppie vetrate della finestra della camera (per ordine del principe, si toglieva una delle invetriate in ogni camera all'arrivo delle allodole), apr� la maniglia non ben chiusa, gonfi� le tendine e, con una ventata odorosa di neve e di gelo, spense la candela. La principessina sussult�; la vecchia, deposta la calza, si avvicin� alla finestra e, sporgendosi, cerc� di afferrare l'invetriata per chiuderla. Il vento freddo scuoteva i lembi del suo fazzoletto da testa e le ciocche dei bianchi capelli. - Principessina, qualcuno sta venendo su lungo il viale - disse, tenendo ferma l'invetriata senza chiuderla. - Vedo le lanterne... dev'essere il dottore... - Ah, sia lodato Iddio - esclam� la principessina M�rija. - Bisogna andargli incontro; non conosce il russo. La fanciulla si gett� uno scialle addosso e si avvi� di corsa incontro alle persone che arrivavano. Mentre attraversava l'anticamera, vide dalla finestra una carrozza e alcune lanterne davanti all'ingresso. Usc� sulla scala. Su un pilastrino della ringhiera ardeva una candela di sego che il vento faceva sgocciolare. Il cameriere Fil�p, con la faccia stravolta e con un candeliere in mano, stava ritto sul primo pianerottolo. Pi� in basso, dove la scala girava, si udivano i passi frettolosi di piedi calzati da morbidi stivali di feltro. E una voce che alla principessina M�rija sembr� nota stava dicendo qualcosa. - Grazie a Dio! - diceva quella voce. - E mio padre? - E' andato a dormire - rispose la voce del cameriere Demj�n che era in fondo alla scala. Poi la voce nota pronunzi� ancora qualche parola e qualche parola rispose ancora Demj�n, mentre i passi felpati si avvicinavano sempre pi� rapidamente. �Ma � Andr�j�, pens� la principessina M�rija. �No, non � possibile: sarebbe una cosa troppo straordinaria�, si disse, e proprio in quel momento, sul pianerottolo su cui stava il maggiordomo con la candela, comparvero il viso e la persona del principe Andr�j in pelliccia con il bavero rialzato, coperto di neve... S�, era proprio lui... ma pallido e scarno, con il volto mutato, dall'espressione stranamente addolcita ma ansiosa. Sal� ancora e abbracci� la sorella. - Non avete ricevuto le mie lettere? - domand� e, senza aspettare la risposta che non poteva avere perch� la principessina non riusciva a parlare, si volt� e con l'ostetrico che lo seguiva (lo aveva incontrato all'ultima tappa) riprese a salire rapidamente la scala e riabbracci� la sorella. - Che caso! - esclam�. - Mascia, mia cara Mascia! - E, toltosi la pelliccia e gli stivali, si rec� nell'appartamento della moglie. CAPITOLO 9. La piccola principessa, in cuffietta bianca, era coricata sui guanciali. Le doglie si erano appena calmate. I neri capelli pendevano a ciocche sulle guance arrossate e madide di sudore; la graziosa bocca rossa, con il labbruzzo ombreggiato dalla lieve peluria scura, era aperta ed ella sorrideva gioiosamente. Il principe Andr�j entr� nella camera e si ferm� dinanzi ai piedi del divano sul quale essa era distesa. Gli occhi lucenti di lei, che guardavano con timore e turbamento come quelli di un bimbo, si fissarono sul marito, senza mutare espressione. �Io voglio bene a tutti voi, non ho fatto male a nessuno: perch� devo soffrire tanto? Aiutatemi!�, pareva dire quello sguardo. Ella vedeva il marito ma non capiva il significato della sua presenza in quel momento. Il principe Andr�j gir� attorno al divano e la baci� sulla fronte. - Piccola anima mia - le disse, usando un'espressione che non le aveva mai rivolta. - Dio � misericordioso... Essa lo guard� con aria infantile di rimprovero, interrogativa. �Io aspettavo aiuto da te, e invece nulla, nulla... neppure da te!�, pareva dire quello sguardo. Non si stupiva del suo ritorno, non aveva capito che era tornato. Quel ritorno non aveva alcuna relazione con le sue sofferenze e non le portava alcun sollievo. Le doglie ricominciarono e M�rija Bogd�novna consigli� il principe Andr�j di uscire. Nella camera entr� l'ostetrico. Il principe usc� e incontrata la sorella, le si avvicin�. Cominciarono a parlare sottovoce interrompendosi ogni momento. Attendevano e ascoltavano. - "Allez, mon ami!" [28. Andate, amico mio!] - disse la principessina M�rija. Il principe Andr�j rientr� nell'appartamento della moglie e si sedette, per aspettare, in una stanza attigua alla camera da letto. Una donna ne usc� con aria sgomenta e si turb� nel vedere il principe. Egli si copr� il viso con le mani e rimase cos� per alcuni minuti. Dalla camera vicina giungevano gemiti dolorosi, impotenti, animaleschi. Il principe Andr�j si alz�, and� verso l'uscio e fece per aprirlo. Ma qualcuno lo teneva chiuso dall'interno. - Non si pu�! Non si pu�! - grid� una voce spaventata. Egli si mise a camminare per la stanza. I gridi cessarono e trascorse ancora qualche minuto. Poi, a un tratto un urlo terribile, un urlo che non era suo (ella non poteva gridare cos�) si lev� nella camera attigua. Il principe Andr�j si precipit� verso l'uscio; l'urlo cess� e si ud� il vagito di un bambino. �Perch� hanno portato di l� un bambino?�, pens� per un attimo il principe. �Un bambino? Quale bambino? Che ci fa di l� un bambino?�. Quando, tutto ad un tratto, comprese il significato gioioso di quel vagito, le lacrime gli serrarono la gola; si appoggi� al davanzale della finestra e si mise a piangere come un bimbo. L'uscio si apr�. Il dottore, con le maniche della camicia rimboccate, senza giacca, pallido, con la mascella che tremava, usc� dalla stanza. Il principe Andr�j si volse verso di lui, ma il dottore lo guard� smarrito e, senza dire una parola, gli pass� davanti. Dalla stanza usc� di nuovo un donna. Scorgendo il principe, si ferm� perplessa sulla soglia. Egli entr� nella camera della moglie. Ella giaceva morta nella stessa posizione in cui egli l'aveva veduta cinque minuti prima, e la stessa espressione, malgrado la fissit� degli occhi e il pallore delle guance, era su quel viso grazioso infantile, dal labbro superiore ombreggiato dalla lieve peluria scura. �Io vi amo tutti, non ho fatto del male a nessuno, e voi che cosa mi avete fatto?�, sembrava dire quel visetto grazioso, triste e senza vita. In un angolo della camera una cosa piccola e rossa strill� tra le bianche mani tremanti di M�rija Bogd�novna. Due ore dopo, il principe Andr�j entr� lentamente nella stanza da lavoro del padre. Il vecchio sapeva gi� tutto. Stava in piedi presso la porta e non appena questa si apr�, gett� al collo del figlio le magre braccia di vecchio, dure come tenaglie, e si mise a singhiozzare come un bambino. Tre giorni dopo si fecero i funerali della piccola principessa, e il principe Andr�j, per darle l'ultimo saluto, sal� i gradini del catafalco. Anche nella bara il viso di lei, sebbene avesse gli occhi chiusi, pareva ancora dire: �Ah, che cosa avete fatto di me!� e il principe sent� che nella sua anima qualcosa si spezzava, sent� di essere colpevole di una colpa che non avrebbe potuto riparare n� dimenticare. E non riusciva a piangere. Venne anche il vecchio che baci� una delle piccole mani ceree e immote che posavano l'una sull'altra, e anche a lui quel visetto pareva dire: �Ah, che cosa avete fatto di me!�. E il vecchio, alla vista di quel viso, si volt� in l�, corrucciato. Trascorsi cinque giorni, fu battezzato il piccolo principe Nikol�j Andr�evic'. La nutrice con il mento teneva sollevate le fasce mentre il prete con una penna d'oca ungeva le piccole palme rosse e grinzose e le piante dei minuscoli piedini. Il nonno, che era il padrino, temendo di lasciarlo cadere, port� tremando il neonato accanto al fonte battesimale di latta ammaccata e lo consegn� subito alla madrina, la principessina M�rija. Il principe Andr�j, che si sentiva mancare dalla paura che lasciassero affogare il piccino, stava seduto in un'altra stanza, in attesa che il rito fosse finito. Quando la bambinaia gli port� il figliuoletto, egli lo guard� con gioia commossa e chin� il capo quando essa lo inform� che il pezzetto di cera che avevano gettato nell'acqua con alcuni capelli del bimbo non era affondato, ma era rimasto a galleggiare sulla superficie del fonte battesimale. CAPITOLO 10. La partecipazione di Rost�v al duello di D�lochov con Bezuchov fu messa a tacere per cura del vecchio conte e Rost�v, invece di essere degradato come si aspettava, fu nominato aiutante presso il generale governatore di Mosca. Di conseguenza egli non pot� recarsi in campagna con la sua famiglia ma fu costretto, per attendere ai doveri del suo nuovo ufficio, a trascorrere l'estate in citt�. D�lochov si ristabil� e Rost�v divenne pi� che mai suo amico, soprattutto durante la convalescenza. D�lochov era curato in casa della madre che lo amava con appassionata tenerezza. La vecchia M�rija Iv�novna, la quale si era affezionata a Rost�v per l'amicizia che lo legava al suo F�dja, gli parlava spesso del figlio. - S�, conte, egli ha un'anima troppo nobile e pura - diceva per questo mondo di oggi cos� corrotto. Nessuno ama pi� la virt�, essa d� fastidio a tutti... Ditemi voi, conte: vi pare che Bezuchov abbia agito in modo giusto e onesto? Il mio F�dja che ha un carattere cos� generoso, gli voleva bene e anche adesso non dice nulla contro di lui. A Pietroburgo quello scherzo al poliziotto, quella birichinata con l'orso l'avevano fatta insieme no? Ebbene, Bezuchov non ne ebbe alcun danno, F�dja solo ne sub� le conseguenze... E' vero che poi lo hanno reintegrato nel grado, ma come avrebbero potuto non farlo? Io credo che laggi� alla guerra non fossero molti i figli della patria valorosi come F�dja! E ora questo duello! Ma dove ha il senso dell'onore certa gente? Sfidarlo a duello, pur sapendo che � figlio unico, e sparargli addosso, cos�! Per fortuna, Dio ci ha fatto la grazia. E perch� poi? Chi, all'epoca presente, non ha qualche relazione? Che farci se quel Bezuchov � cos� geloso? Capisco che prima potesse avere dei sospetti, ma la cosa durava gi� da un anno!... E lo sfid� a duello pensando che F�dja non si sarebbe battuto perch� era suo debitore. Quale bassezza d'animo, quale infamia! So che voi, mio caro conte, avete capito F�dja ed � perci� che vi voglio bene con tutta l'anima, credetemi. Sono pochi quelli che lo capiscono. E' un'anima cos� nobile, cos� celestiale! Spesso lo stesso D�lochov, durante la convalescenza, diceva a Rost�v delle cose che questi non si sarebbe mai aspettate da lui. - So che molti mi considerano cattivo, lo so benissimo - gli diceva. - Ma a me non interessano se non le persone alle quali voglio veramente bene: e per le persone alle quali voglio veramente bene, sono pronto a sacrificare la vita. Quanto alle altre, le calpesterei tutte, se mi attraversassero la strada. Ho una madre straordinaria che adoro, ho due o tre amici, tra i quali ci sei tu; degli altri mi occupo soltanto quando possono essermi utili o dannosi. E quasi tutti sono dannosi, specialmente le donne. S�, mio caro, - proseguiva - ho incontrato degli uomini affettuosi, buoni, di cuore generoso... ma quanto alle donne, all'infuori di creature che si vendono, contesse o cuoche (� lo stesso caso), non ne ho ancora incontrata una. Non ho ancora mai incontrato quella purezza celeste, quella devozione che cerco in una donna. Se ne trovassi una dotata di simili qualit�, sarei pronto a dare per lei la vita. Ma queste!... - E faceva un segno di disprezzo. - Credimi: se ho ancora cara la vita � soltanto perch� spero di incontrare la creatura divina che mi possa purificare, rigenerare, redimere. Ma tu non puoi capire queste cose... - No, le capisco benissimo - rispondeva Rost�v, che subiva l'influenza del suo nuovo amico. Nell'autunno, la famiglia Rost�v rientr� a Mosca. Denissov vi torn� al principio dell'inverno e fu ospite dei Rost�v. Quei primi mesi dell'inverno 1806, trascorsi da Nikol�j Rost�v a Mosca, furono tra i pi� felici e pi� lieti per lui e per tutta la sua famiglia. Nikol�j attir� in casa dei genitori molti giovani. Vera, allora sui vent'anni, era una bella ragazza; S�nja, giovinetta sedicenne, aveva tutto lo splendore affascinante di un fiore appena sbocciato; Natascia, n� donna n� bimba, era talora infantilmente buffa, talora verginalmente affascinante. In casa dei Rost�v si era creata in quel tempo una particolare atmosfera satura di amore, come avviene nelle case in cui vivono ragazze molto giovani e graziose. Ogni giovanotto che frequentava quella casa, contemplando quei visetti freschi, sorridenti chi sa a che cosa (forse alla propria felicit�), quel continuo movimento pieno di vita, ascoltando quel chiacchierio incoerente ma affettuoso verso tutti, pronto a qualsiasi cosa e pieno di speranza, udendo quella mescolanza di suoni, di canti, di musica, provava lo stesso sentimento di inclinazione all'amore e di attesa della felicit� quale provavano tutti i giovani di casa Rost�v. Tra i giovani introdotti in casa da Nikol�j, uno dei primi fu D�lochov, che riusc� simpatico a tutta la famiglia fuorch� a Natascia. Proprio per causa di D�lochov poco manc� che ella non litigasse con il fratello. La fanciulla sosteneva che D�lochov era un uomo cattivo e che nella questione con Bezuchov la ragione era dalla parte di Pierre, mentre l'altro aveva torto e insisteva nel definirlo antipatico e pretenzioso. - Non ho proprio niente da capire - gridava Natascia con ostinazione; - � un uomo cattivo e senza cuore. Mi piace, invece, il tuo Denissov... Scapestrato, gaudente, tutto quello che vuoi, eppure mi piace. Dunque, come vedi, io capisco. Non so come spiegarmi: in D�lochov � tutto calcolato, cosa che proprio non mi va, Denissov invece... - Be', Denissov � tutt'altra cosa - ribatteva Nikol�j, facendo comprendere che, secondo lui, Denissov paragonato a D�lochov non contava nulla. - Bisogna capire che anima � quella di D�lochov, bisogna vederlo con sua madre per conoscerne il cuore! - Di questo non posso saper nulla... so per� che con lui mi sento a disagio. Ti sei accorto che � innamorato di S�nja? - Che sciocchezze! - Ne sono certa, vedrai... La previsione di Natascia si avver�. D�lochov, che pure non amava la compagnia delle signore, cominci� a recarsi spesso in casa Rost�v e il motivo per cui appariva cos� spesso (quantunque nessuno ne parlasse) fu presto capito: egli veniva per S�nja. E S�nja, senza osare di confessarlo a se stessa, lo sapeva e, ogni volta che D�lochov entrava, diventava tutta rossa. Il giovanotto pranzava spesso in casa Rost�v, non mancava mai a uno spettacolo dove sapeva di trovarli, partecipava ai balli per adolescenti organizzati dal maestro di ballo Jogel che i Rost�v frequentavano assiduamente. Aveva per S�nja premure particolari, e la guardava in modo tale che non solo la fanciulla non poteva sostenere il suo sguardo senza arrossire, ma che faceva arrossire anche la vecchia contessa e Natascia quando la osservavano. Si capiva che quell'uomo, forte e strano, subiva l'influenza invincibile suscitata su di lui da quella ragazza bruna e graziosa innamorata di un altro uomo. Rost�v si era accorto che fra D�lochov e S�nja c'era qualcosa di nuovo, ma non sapeva spiegare a se stesso di che si trattasse. �Sono sempre tutti innamorati di una di loro, o di S�nja o di Natascia�, pensava. Ma non si sentiva pi� a suo agio come prima, sia con S�nja sia con D�lochov, e cominci� a rimanere meno spesso in casa. Sin dall'autunno 1808 si era ricominciato a parlare di una nuova guerra con Napoleone, con assai pi� calore dell'anno precedente. Non solo era stato stabilito l'arruolamento di dieci reclute ogni mille abitanti, ma anche quella di nove riservisti. Dappertutto si gettava l'anatema su Bonaparte e a Mosca ormai non si parlava che della guerra imminente. Per la famiglia Rost�v tutto l'interesse di quei preparativi di guerra si riassumeva soltanto nel fatto che Nikol�j non intendeva a nessun costo rimanere a Mosca e non aspettava che la fine della licenza di Denissov per tornare con lui, passate le feste, al reggimento. La sua prossima partenza non solo non gli impediva di divertirsi, ma lo incoraggiava a farlo. Trascorreva quasi tutto il suo tempo fuori di casa, in pranzi, serate e balli. CAPITOLO 11. Il terzo giorno delle feste di Natale, Nikol�j pranz� in casa, cosa che negli ultimi tempi gli accadeva assai di rado. Era il pranzo ufficiale di addio, poich� dopo l'Epifania sarebbe rientrato al reggimento con Denissov. Gli invitati erano una ventina: tra di essi, naturalmente, Denissov e D�lochov. Mai in casa Rost�v si era avvertita un'atmosfera cos� intensamente satura di amore come in quei giorni di festa. �Cogli gli attimi di felicit�, lasciati amare e ama! Questa � la sola verit� del mondo: il resto � sciocchezza. E questo solo ci interessa e ci occupa�, diceva quell'atmosfera. Nikol�j, dopo avere come sempre stancato due pariglie senza essere riuscito a fare tutte le visite che si era proposto e a recarsi dove era stato invitato, ritorn� a casa giusto per l'ora del pranzo. Appena entrato, avvert� quell'atmosfera amorosa che regnava pi� che mai nella casa e not� anche uno strano turbamento che dominava alcuni membri della famiglia. Agitati in modo particolare erano S�nja, D�lochov, la vecchia contessa e un poco anche Natascia. Nikol�j si rese conto che doveva essere accaduto qualcosa tra S�nja e D�lochov e, con la delicatezza di cuore che lo distingueva sempre, si dimostr� molto affettuoso e attento nel trattare entrambi, dal principio alla fine del pranzo. In quella stessa terza sera dopo Natale doveva aver luogo in casa del maestro di danza Jogel uno di quei balli che egli offriva ai suoi allievi di ambo i sessi durante le feste. - Nik�lenka, verrai da Jogel con noi? Vieni, ti prego - gli disse Natascia. - Egli ti ha invitato in modo particolare e ci sar� anche Vassilij Dmitric' Denissov. - E dove non andrei, per ordine della contessina! - esclam� Denissov che in casa Rost�v si era scherzosamente assunto la parte di cavaliere di Natascia. - Sono persino pronto a ballare il "pas de ch�le" (29). - Se far� in tempo. Ho promesso di passare la serata dagli Archarov - disse Nikol�j. - E tu? - prosegu�, rivolgendosi a D�lochov. Ma, non appena ebbe pronunziato quelle parole, si rese conto che non avrebbe dovuto dirle. - S�, forse... - gli rispose D�lochov molto freddamente guardando S�nja e, aggrottata la fronte, fiss� Nikol�j con lo stesso sguardo con cui, al banchetto del circolo, aveva guardato Pierre. �Certo, � accaduto qualcosa!�, pens� Nikol�j, e questa supposizione fu confermata dal fatto che D�lochov scomparve immediatamente dopo il pranzo. Chiamata Natascia, Rost�v le domand� che cosa fosse accaduto. - Anch'io ti cercavo - disse la fanciulla, correndo verso il fratello. - Te lo dicevo, ma tu non mi volevi credere! - aggiunse con aria di trionfo. - Ha chiesto la mano di S�nja. Per quanto Nikol�j in quel periodo si occupasse poco di S�nja, all'udir quella notizia, prov� una stretta al cuore. D�lochov era un partito conveniente e sotto certi aspetti un partito brillante per S�nja, orfana e senza dote. Dal punto di vista della vecchia contessa e del mondo era un partito che non poteva essere rifiutato e perci� il primo sentimento di Nikol�j fu di stizza contro S�nja. Si preparava gi� a rispondere: �Benissimo! Le promesse infantili, si sa, bisogna dimenticarle e si deve accettare la proposta...�. Ma non fece in tempo a dirlo. - Figurati che S�nja ha rifiutato, nel modo pi� deciso! - prosegu� Natascia. - Ha detto che � innamorata di un altro aggiunse, dopo un breve silenzio. �Non poteva comportarsi diversamente, la mia S�nja!� pens� Nikol�j. - Per quanto la mamma abbia insistito, essa ha rifiutato e sono certa che non cambier� idea. Quando ha detto una cosa... - La mamma ha insistito? - domand� Nikol�j, contrariato. - S� - rispose Natascia. - Tu sai benissimo, Nik�linka... ma non ti arrabbiare... sai benissimo che non la sposerai. Non so perch�, ma sono sicura che non la sposerai. - Be', questo non lo puoi sapere - disse Nikol�j. - Ma io ho bisogno di parlare con lei. Che deliziosa creatura la nostra S�nja! - aggiunse sorridendo. - S�, veramente deliziosa! Te la mando! - E Natascia abbracci� il fratello e corse via. Poco dopo, smarrita, spaventata, con un'aria colpevole, arriv� S�nja. Nikol�j le and� incontro e le baci� la mano. Era la prima volta, da quando Rost�v era arrivato, che parlavano a tu per tu del loro amore. - "Sophie" - diss'egli, cominciando con timidezza e poi prendendo a poco a poco ardire. - Se voi volete rifiutare non solo un partito brillante e vantaggioso, ma anche un uomo buono, dall'animo generoso, un amico mio... S�nja lo interruppe. - L'ho gi� rifiutato - disse in fretta. - Se l'avete rifiutato per causa mia, temo che su di me... S�nja lo interruppe di nuovo e gli rivolse uno sguardo implorante, come sgomenta. - Nicolas, non ditemi questo' - No. devo dirlo. Forse � presunzione da parte mia, ma � meglio dire tutto. Se voi lo rifiutate per me, devo dirvi tutta la verit�. Io vi amo, credo, pi� di ogni altra persona al mondo... - Questo mi basta - rispose S�nja, arrossendo. - Gi�, ma io non sono innamorato e mi innamorer� ancora migliaia di volte, anche se il sentimento di amicizia, di tenerezza, di fiducia che ho per voi non lo provi per nessun'altra. E poi, sono giovane. "Maman" non vuole. Insomma, non vi prometto nulla. Vi prego di riflettere sulla proposta di D�lochov - concluse, pronunziando con sforzo il nome dell'amico. - Non mi parlate cos�! Io non voglio nulla... Vi amo come un fratello, vi amer� sempre e non chiedo di pi�. - Siete un angelo, S�nja, e io non sono degno di voi! Temo soltanto di ingannarvi... E ancora una volta le baci� la mano. CAPITOLO 12. I balli del maestro Jogel erano i pi� divertenti di Mosca. Lo dicevano le mamme guardando le loro figliuole che eseguivano i passi appena imparati; lo dicevano i ragazzi e le fanciulle che ballavano sino a non poterne pi� e lo dicevano anche le signorine e i giovanotti che venivano a quei balli con una certa condiscendenza, ma che poi ci si divertivano un mondo. Quell'anno, proprio durante i balli di Jogel si erano combinati due matrimoni: le due graziose principessine Gorciak�v avevano trovato il fidanzato e si erano sposate e con ci� avevano accresciuto la reputazione di quei balli. C'era poi, in quei balli, un fatto particolare: l'assenza tanto di una padrona quanto di un padrone di casa; c'era soltanto il buon Jogel, il quale volava come una piuma, faceva inchini secondo tutte le regole dell'arte e prendeva dei buoni biglietti per le lezioni che impartiva ai suoi ospiti. E c'era anche un altro particolare: a quei balli andava soltanto chi aveva veramente voglia di divertirsi e di ballare, come accade appunto alle ragazze di tredici o quattordici anni che indossano, per la prima volta, l'abito lungo. Tutte, salvo poche eccezioni, erano o sembravano graziose, tanto vivo era l'entusiasmo dei loro sorrisi e tanto raggianti erano i loro occhi. Qualche volta le migliori allieve ballavano il "pas de ch�le", e fra queste la pi� brava era Natascia che si distingueva per la sua grazia. Ma a quest'ultimo ballo si ballavano soltanto la "scozzese", l'"inglese" e la "mazurca", appena venuta di moda. La sala era stata affittata da Jogel nella casa di Bezuchov, e la festa, come tutti dicevano, era veramente brillante. Erano presenti moltissime graziose fanciulle e le signorine Rost�v, che erano tra le pi� carine, avevano l'aria particolarmente felice. Quella sera S�nja, orgogliosa per la domanda di D�lochov, per il proprio rifiuto e per la spiegazione avuta con Nikol�j, aveva cominciato a piroettare quando ancora si trovava a casa, impedendo alla cameriera di accomodarle le trecce e ora splendeva tutta di una esuberante felicit�. Natascia, non meno fiera per il fatto di indossare per la prima volta un abito lungo in un vero e proprio ballo, era ancora pi� felice. Indossavano entrambe abiti di mussola bianca guarnita di nastrini rosa. Natascia fu innamorata dal primo momento che entr� nella sala: innamorata non gi� di qualcuno in particolare, ma innamorata di tutti, innamorata di chiunque guardasse nel momento stesso in cui lo guardava. - Ah, che bellezza! - continuava a dire, correndo da S�nja. Nikol�j e Denissov passeggiavano per la sala guardando i ballerini con un'aria di condiscendente protezione. - Com'� graziosa - esclam� Denissov. - Diventer� una vera bellezza. - Chi ? - La contessina Natascia - rispose Denissov. - E come balla, con quanta grazia! - aggiunse dopo un breve silenzio. - Ma di chi stai parlando? - Di tua sorella - grid� Denissov, irritato. Rost�v sorrise. - "Mon cher comte, vous �tes l'un de mes meilleurs �coliers, il faut que vous dansiez" - disse il piccolo Jogel avvicinandosi a Nikol�j. - "Voyez combien de jolies demoiselles!" [30. Mio caro conte, voi siete uno dei miei migliori allievi, dovete ballare. Guardate quante belle signorine!] - E con la stessa preghiera si rivolse a Denissov, anch'egli suo ex-alunno. - "Non, mon cher, je ferai tapisserie" [31. No, mio caro, far� da tappezzeria] - rispose Denissov. - Non ricordate, forse, che poco profitto traevo dalle vostre lezioni? - Oh no! - esclam� subito Jogel, confortandolo. - Eravate soltanto distratto, ma avevate disposizione. L'orchestra attacc� di nuovo una "mazurca". Nikol�j, non potendo esimersi dall'accontentare Jogel, and� ad invitare S�nja. Denissov and� a sedersi accanto alle signore anziane e, appoggiato alla sciabola, batteva il tempo e intanto raccontava loro allegramente qualcosa che le divertiva, mentre continuava a guardare la giovent� che ballava. Jogel formava la prima coppia con Natascia, la sua migliore allieva, della quale era veramente orgoglioso. Movendo dolcemente i piedi calzati di scarpini, Jogel si slanci� per primo attraverso la sala traendo con s� l'intimidita Natascia. Denissov non distoglieva gli occhi da lei e batteva il tempo con la sciabola come per dire ben chiaro che non ballava non perch� non sapesse, ma perch� non ne aveva voglia. A mezzo di una figura, chiam� Rost�v che gli passava davanti. - E' tutta un'altra cosa - disse. - Forse che questa � la "mazurca polacca"? Balla davvero molto bene. Sapendo che anche in Polonia Denissov era rinomato per l'abilit� con cui ballava la "mazurca polacca", Nikol�j corse da Natascia. - Va' a invitare Denissov. Balla che � una meraviglia - le disse. Allorch� fu di nuovo il turno di Natascia, essa si alz� e, camminando rapida nelle scarpette ornate di fiocchi, timidamente attravers� le sale e corse all'angolo in cui sedeva Denissov. Sentiva che tutti la osservavano e aspettavano. Nikol�j vide che Natascia e Denissov discutevano sorridendo e che Denissov rifiutava, ma sorrideva di gioia. Accorse accanto a loro. - Vi prego, Vassilij Dmitric' - diceva la fanciulla. - Suvvia, venite! - No, contessina, scusate... - rispondeva Denissov. - Ma smettila V�ssja - intervenne Nikol�j. - Cercano di persuadermi come se fossi il gatto Vaska - disse scherzosamente Denissov. - Canter� tutta la sera per voi - promise Natascia. - Questa piccola maga fa di me quello che vuole! - disse Denissov, e si sfibbi� la sciabola. Pass� in mezzo alle sedie, strinse con forza la mano della sua dama, alz� la testa e mise avanti una gamba, in attesa di attaccare al momento giusto. Soltanto quando era a cavallo e quando ballava la "mazurca" non si notava la piccola statura di Denissov, che appariva allora quel baldanzoso cavaliere che egli sentiva di essere. Colta la battuta, lanci� alla sua dama uno sguardo scherzoso e trionfante, batt� con forza un piede a terra, balz� come una palla sul pavimento e traendosi dietro la dama volteggi� disegnando un cerchio. Su un solo piede, quasi senza toccare il pavimento, percorse mezza sala; pareva che non vedesse le sedie che gli stavano davanti, e andasse diritto a sbattervi contro; ma di colpo, facendo risuonare gli speroni e allargando i piedi, si fermava sui tacchi, restava cos� immobile per un attimo, batteva i piedi sul posto con gran tintinnio di speroni e con una rapida piroetta, accostando il piede sinistro al destro, si slanciava di nuovo come se volasse. Natascia indovinava i movimenti che egli intendeva fare e, senza sapere come, lo seguiva, abbandonandosi a lui. La faceva volteggiare tenendola ora con la mano destra ora con la sinistra, ora, cadendo sulle ginocchia, la faceva girare attorno a s�; poi di nuovo, scattando in piedi come spinto da una molla, si slanciava in avanti con tale impeto da far pensare che avesse intenzione di attraversare tutte le sale senza riprendere fiato; ora, di colpo, eccolo di nuovo fermo ed eccolo di nuovo, inaspettatamente, in ginocchio. Quando egli, fatta volteggiare in fretta la dama davanti al suo posto, batt� gli speroni, inchinandosi, Natascia non gli fece nemmeno la dovuta riverenza. Con stupore fissava su di lui gli occhi e lo guardava come se non lo riconoscesse. - Che � mai questo? - disse. Bench� Jogel non ammettesse che quella fosse la �vera� mazurca, tutti furono entusiasti dell'abilit� di Denissov e tutte le ragazze, una dopo l'altra, vollero ballare con lui. I vecchi, sorridendo, presero a parlare della Polonia e del buon tempo antico... Denissov, tutto rosso per la foga della danza, asciugandosi il viso con il fazzoletto, si sedette accanto a Natascia e per tutta la serata non si allontan� pi� da lei. CAPITOLO 13. Nei due giorni che seguirono il ballo, Rost�v non riusc� a vedere D�lochov e non lo trov� mai in casa; al terzo ricevette da lui un biglietto. �Poich� per le ragioni che conosci, non intendo ritornare a casa tua e sto per partire, ti prego di venire questa sera all'albergo d'Inghilterra dove offrir� agli amici una cena d'addio�. Rost�v, uscito alle dieci dal teatro dove si era recato con i suoi e con Denissov, si avvi� all'albergo d'Inghilterra. Fu subito condotto nella migliore sala dell'albergo prenotata da D�lochov per tutta la notte. Una ventina di persone si accalcavano attorno a una tavola alla quale, tra due candelieri d'oro, sedeva D�lochov. Sul tavolo erano sparsi biglietti di banca e monete d'oro e D�lochov teneva banco. Dopo la proposta di matrimonio e il rifiuto di S�nja, Nikol�j non lo aveva pi� veduto e provava ora un certo imbarazzo pensando al loro incontro. D�lochov, non appena Rost�v apparve sulla soglia, lo avvolse con il suo sguardo freddo e luminoso, come se lo aspettasse da tempo. - E' un pezzo che non ci vediamo - disse. - Ti ringrazio di essere venuto. Ora finisco questo �banco� e poi verr� Iljuska con il suo coro. - Sono passato da casa tua - disse Rost�v, arrossendo. D�lochov non gli rispose. - Puoi puntare - disse. Rost�v in quel momento si ricord� di una conversazione alquanto strana, avuta una volta con D�lochov. �Soltanto gli imbecilli�, aveva detto allora, �giocano affidandosi alla fortuna�. - Hai forse paura di giocare con me? - chiese ora D�lochov, come se avesse indovinato il pensiero di Rost�v. E sorrise. Attraverso quel sorriso Rost�v vide che la disposizione d'animo di D�lochov era uguale a quella del pranzo al circolo inglese, quella in cui in genere si trovava quando, annoiato della vita di ogni giorno, sentiva il bisogno invincibile di evaderne con qualche gesto strano e, nella maggior parte dei casi, crudele. Rost�v si sent� a disagio; cercava, senza trovarla, una frase scherzosa per rispondere alle parole di D�lochov, ma non ne ebbe il tempo. D�lochov, fissandolo negli occhi, gli disse lentamente, scandendo le parole in modo che tutti potessero udirlo: - Ti ricordi? Una volta abbiamo parlato di gioco... �Soltanto gli imbecilli giocano affidandosi alla fortuna�, ti ho detto. Bisogna puntare sul sicuro, e io voglio provare. �Vuole provare a caso o puntare sul sicuro?�, penso Rost�v. - Ma � meglio che tu non giochi - continu� D�lochov e facendo schioccare il mazzo di carte, aggiunse: - Banco, signori! Spingendo avanti il denaro, D�lochov si accingeva a tener banco. Rost�v si sedette accanto a lui e dapprima non gioc�. D�lochov lo guardava. - Perch� non giochi? - gli domand�. E, cosa strana, Nikol�j sent� la necessit� di prendere una carta, di puntarvi sopra una somma insignificante e di cominciare a giocare. - Non ho denaro qui con me - rispose. - Ti far� credito. Rost�v punt� cinque rubli su una carta e perdette; ripunt� e perdette ancora. D�lochov �ammazz��, come si dice, ossia vinse a Rost�v dieci carte di seguito. - Signori, - disse, dopo aver tenuto banco per un certo tempovi prego di mettere il denaro sulle carte: potrei sbagliare nel fare i conti. Uno dei giocatori osserv� che sperava che di lui ci si potesse fidare. - S�, posso fidarmi, ma temo di sbagliare. Vi prego di mettere il denaro sulle carte - ripet� D�lochov. - Tu gioca pure senza denaro, con te faremo i conti dopo - aggiunse rivolto a Rost�v. Il gioco continuava. Un cameriere riempiva continuamente le coppe di "champagne". Rost�v perdeva senza tregua. Era ormai in debito di ottocento rubli. Aveva gi� puntato questa somma su di una carta ma, mentre gli veniva versato "champagne", cambi� idea e vi scrisse la solita posta di venti rubli. - Lascia - disse D�lochov che pareva non lo guardasse neppure;- ti rifarai pi� presto. Agli altri pago, a te ti �ammazzo�. O forse hai paura di me? - ripet�. Rost�v obbed�, lasci� scritto �ottocento� e gioc� un sette di cuori strappato in un angolo che aveva raccolto da terra. Lo ricord� bene dopo. Depose il sette di cuori, sul quale scrisse con il gesso �ottocento� in cifre tonde e diritte; vuot� il bicchiere di "champagne" che gli era stato dato e che non era gi� pi� fresco, sorrise alle parole di D�lochov e, con il cuore stretto aspett� il sette, guardando le mani dell'amico che tenevano il mazzo. La perdita o la vincita su quel sette di cuori aveva per Rost�v un'importanza enorme. La domenica della precedente settimana, il conte Ilj� Andr�evic' aveva dato al figlio duemila rubli e, bench� evitasse sempre di parlare di difficolt� finanziarie, gli aveva detto che quella somma era l'ultima che poteva dargli fino a maggio e che perci� lo pregava di spenderla con un po' pi� di parsimonia. Nikol�j aveva risposto che quella somma era pi� che sufficiente e aveva dato la sua parola d'onore di non chiedergli altro denaro sino a primavera. Ora di quella somma gli restavano soltanto milleduecento rubli, e perci� quel sette di cuori significava non solo la perdita di tale somma, ma anche la necessit� di mancare alla parola data. Con il cuore stretto, fissava le mani di D�lochov e pensava: �Su, spicciati, dammi quella carta, e io prendo il berretto e me ne vado a casa a cenare con Denissov, Natascia e S�nja e certo mai pi� prender� in mano una carta!�. In quel momento la sua vita familiare, gli scherzi con P�tja, i discorsi con S�nja, i duetti con Natascia, le partite a picchetto con il padre e persino il suo tranquillo letto nella casa di via Pov�rskaja gli si presentavano alla mente con tanta intensit�, tanta affascinante chiarezza come se costituissero una felicit� passata, non abbastanza apprezzata e perduta per sempre. Non poteva ammettere che uno stupido caso, facendo venir fuori il sette di cuori a destra prima che a sinistra, potesse privarlo di quella felicit�, che egli soltanto allora comprendeva in una luce tutta nuova, e precipitarlo nell'abisso di una sventura non ancora provata e indefinita. Ci� non poteva accadere, eppure egli attendeva con il cuore oppresso il movimento delle mani di D�lochov. Quelle mani larghe, rossastre, coperte di peli che si vedevano spuntare di sotto ai polsini, posarono sulla tavola il mazzo di carte e presero il bicchiere e la pipa che gli venivano offerti. - Sicch� non hai paura di giocare con me? - ripet� D�lochov e, come se si accingesse a raccontare una storia piacevole, lasci� le carte sulla tavola, si rovesci� sulla spalliera della sedia e con un sorriso, cominci� lentamente a parlare: - S�, signori... mi hanno detto che a Mosca corre voce che io sia un baro; perci� vi consiglio di essere prudenti con me. - Suvvia, da' le carte! - disse Rost�v. - Oh, le comari di Mosca! - esclam� D�lochov, e con un sorriso prese in mano il mazzo di carte. - Aaah! - poco manc� non gridasse Rost�v, mettendosi tutt'e due le mani nei capelli. Il sette di cuori, quel sette che gli era cos� necessario era gi� l�, era la prima carta del mazzo. Egli aveva perduto una somma superiore a quella che potesse pagare. - Non esagerare, via! - gli disse D�lochov, guardando di sfuggita l'amico e continu� a dare le carte. CAPITOLO 14. Dopo un'ora e mezzo, la maggior parte dei giocatori considerava ormai il proprio gioco come uno scherzo. Tutto l'interesse della partita era concentrato su Rost�v. Invece dei milleseicento rubli era ora segnata a suo debito una lunga colonna di cifre che egli aveva calcolato sino a diecimila ma che, come vagamente supponeva, doveva aver raggiunto i quindicimila rubli. In realt� il suo debito superava i ventimila. D�lochov non ascoltava e non raccontava pi� storielle, seguiva ogni movimento delle mani di Rost�v e di tanto in tanto lanciava un rapido sguardo alle cifre segnate su un foglio. Aveva deciso di continuare il gioco sino a che la somma non avesse raggiunto i quarantamila rubli. Aveva scelto quella cifra perch� rappresentava la somma dei suoi anni e di quelli di S�nja. Rost�v stava seduto con la testa tra le mani e i gomiti appoggiati sulla tavola, coperta di iscrizioni, di macchie di vino e di carte. Era dominato da una sensazione tormentosa: quelle mani ossute rossastre, con i peli che spuntavano di sotto i polsini della camicia, quelle mani che egli amava e odiava a un tempo, lo tenevano in loro potere. �Seicento rubli, un asso, un doppio nove... impossibile rifarsi! E come mi sarei divertito a casa... Un fante... no non pu� essere... Ma perch� mi fa una cosa simile?�, pensava e ricordava Rost�v. Di tanto in tanto faceva una grossa puntata, ma D�lochov non l'accettava e stabiliva lui stesso la posta. Nikol�j obbediva e ora pregava Dio come l'aveva pregato sul campo di battaglia al ponte di Amstetten, ora immaginava che la prima carta che gli capitasse fra le mani presa fra quelle spiegazzate e gettate sotto la tavola, l'avrebbe salvato; ora contava quanti erano gli alamari della sua giubba e pensava di puntare una somma pari a tutta la perdita su di una carta che avesse il valore di quel numero, ora volgeva gli occhi sugli altri giocatori come in cerca di aiuto, ora guardava il viso freddo di D�lochov e cercava di indovinare ci� che avveniva dentro di lui. �Eppure egli sa che cosa significa per me questa perdita! E' possibile che desideri la mia rovina? Era mio amico, gli volevo bene... Ma non � neppure colpa sua: che ci pu� fare se la fortuna � dalla sua parte? E non ho colpa neppur io�, si diceva. �Non ho fatto nulla di male. Ho forse ucciso od offeso qualcuno, ho desiderato il suo male? E perch� allora una cos� terribile disdetta? E quando � cominciata? E' passato poco tempo da quando mi sono avvicinato a questo tavolo con l'idea di vincere venti rubli, comperare alla mamma per il suo onomastico quella scatoletta e tornarmene a casa. Ed ero cos� felice, cos� libero, cos� allegro! Non mi rendevo conto, allora, di quanto fossi felice! Quando, dunque, � finita quella felicit� e quando � cominciata questa nuova tremenda situazione? Com'� avvenuto questo mutamento? Ero seduto qui, come ora, a questo stesso posto, a questo stesso tavolo, sceglievo e spingevo avanti in questo modo le carte e guardavo queste abili mani ossute. Quando � accaduto e che cosa, precisamente, � accaduto? Io sono sano, sono sempre lo stesso e sempre seduto al medesimo posto. No, non � possibile! Certamente tutto finir� in nulla!�. Era rosso, sudato, sebbene nella stanza non facesse molto caldo. E la sua faccia era terribile e faceva pena, soprattutto per lo sforzo inaudito cui si sottoponeva per mostrarsi tranquillo. Il conto raggiunse la cifra fatidica: quarantatremila rubli! Rost�v aveva preparato la carta con l'angolo piegato per raddoppiare ci� che l'altro aveva puntato, quando D�lochov picchi� con il mazzo sulla tavola, lo mise in disparte e, preso il gesso, cominci� a fare un rapido calcolo delle somme perdute da Rost�v. - A cena, a cena! E' ora... E sono arrivati gli zingari! E infatti entravano portando una ventata di freddo certi uomini e donne bruni, che discorrevano con il loro accento zingaresco. Nikol�j pens� che tutto era finito: tuttavia, con voce indifferente, disse: - Be', non giochi pi�? Stavo per puntare una carta buona... - come se pi� di ogni altra cosa lo interessasse il piacere del gioco. �Tutto � finito! Sono perduto! Adesso non mi resta che piantarmi una pallottola in fronte!�, e intanto, con voce allegra, diceva: - Ancora una carta, via! - Sta bene - rispose D�lochov che aveva finito il conto. - Sta bene: vada per ventun rubli! - disse, fissando esattamente la cifra che mancava per completare la somma di quarantatremila e, preso il mazzo di carte, si prepar� a distribuirle. Rost�v pieg� docilmente l'angolo e invece di scrivere seimila come intendeva, segn� accuratamente ventuno. - Mi fa lo stesso - disse; - mi interessa soltanto sapere se mi �ammazzi� un'altra volta o se mi darai questo dieci. D�lochov, con aria seria, cominci� a distribuire le carte. Oh, come Rost�v odiava in quel momento quelle mani rossastre, dalle dita corte, con i peli che spuntavano di sotto il polsino della camicia e che lo tenevano in loro potere! Il dieci usc�. - Conte, mi dovete quarantatremila rubli - disse D�lochov e, stiracchiandosi, si alz� da dietro il tavolo. - Ci si stanca a star seduti per tanto tempo! - aggiunse. - S�, sono stanco anch'io - disse Rost�v. D�lochov, come per ricordare che era sconveniente da parte sua scherzare, lo interruppe. - Quando potr� riscuotere la somma, conte? Rost�v si fece rosso come il fuoco e con un cenno preg� D�lochov di passare in un'altra stanza. - Non posso pagare subito tutta la somma - gli disse. - Accetterai una cambiale. - Senti, Rost�v - rispose D�lochov, sorridendo apertamente e guardandolo negli occhi. - Conosci anche tu il proverbio: �Felice in amore, sfortunato al gioco�. Tua cugina � innamorata di te, lo so... �Oh, � terribile sentirsi cos� in potere di quest'uomo� pens� Rost�v. Egli sapeva quale colpo avrebbe inferto al padre e alla madre la notizia della sua perdita al gioco, capiva quale indicibile felicit� sarebbe stato liberarsi da quell'angoscia e capiva anche che D�lochov sapeva di essere in grado di liberarlo da quella vergogna e da quel dolore, eppure voleva ancora giocare con lui come il gatto con il topo. - Tua cugina... - volle riprendere D�lochov, ma Nikol�j lo interruppe. - Mia cugina in questa faccenda non c'entra e non � il caso di parlare di lei! - grid� furente. - Allora, quando potr� riscuotere? - chiese D�lochov. - Domani - rispose Rost�v, e usc� dalla stanza. CAPITOLO 15. Aver detto �domani� con tono convinto non era stato difficile, ma tornare solo a casa, rivedere le sorelle, il fratello, i genitori, confessare tutto e chiedere del denaro al quale non aveva diritto dopo la parola d'onore che aveva dato, era una cosa veramente terribile! A casa non erano ancora andati a dormire: i giovani, tornati dal teatro, avevano cenato e si erano messi al pianoforte. Appena entrato nel salotto, Nikol�j si sent� avvolto da quella poetica e amorosa atmosfera che regnava quell'inverno nella sua casa, e che ora, dopo la domanda di matrimonio di D�lochov e il ballo di Jogel, pareva essersi fatta pi� densa, come l'aria prima del temporale, attorno a S�nja e a Natascia. Le due fanciulle, nell'abito azzurro che avevano indossato per andare a teatro, erano graziosissime e, consapevoli di esserlo, sedevano al pianoforte felici e sorridenti. La vecchia contessa, in attesa del figlio e del marito, faceva un �solitario� insieme con una vecchietta, una nobile che abitava in casa loro. Denissov, con gli occhi scintillanti e i capelli arruffati, sedeva al clavicembalo e, toccando di tanto in tanto la tastiera con le sue dita grosse e corte, ne traeva qualche accordo mentre, strabuzzando gli occhi, con la voce debole, un po' rauca ma intonata, canticchiava alcuni versi di sua composizione, tratti dalla poesia "La maga", per i quali voleva trovare una musica adatta. O maga, dimmi tu qual forza mi attira a queste corde abbandonate; qual fuoco nel mio cuore hai tu acceso, qual fremito percorre le mie dita! Cantava con voce appassionata, tenendo fisso su Natascia, sgomenta e felice, lo sguardo dei suoi occhi neri di agata. - Bello! Magnifico! - esclam� la fanciulla. - Ancora una strofa - preg�, senza accorgersi della presenza di Nikol�j. �Qui nulla � mutato�, pens� Nikol�j, gettando un'occhiata nel salotto attiguo, dove scorse Vera e la madre con la vecchietta. - Ah, ecco Nik�lenka! - esclam� Natascia, correndo verso di lui. - Pap� � in casa? - domand� il giovane. - Come sono contenta che tu sia venuto - disse Natascia, senza rispondere alla domanda del fratello. - Ci divertiamo tanto! Vassilij Dmitric' � restato qui un altro giorno per me, lo sai? - No, pap� non � ancora rientrato - intervenne S�nja. - Kok�, sei tornato? Vieni qui, caro - chiam� la vecchia contessa dal salotto. Nikol�j si avvicin� alla madre, le baci� la mano, sedette in silenzio presso di lei, osservando le sue mani che allineavano le carte. Dalla sala continuavano a giungere risate e voci allegre che cercavano di persuadere Natascia a fare qualche cosa. - Suvvia, suvvia! - gridava Denissov. - Ora non potete pi� dire di no. Dovete cantarci la "barcarola". Ve ne supplico! La contessa si volse a guardare il figlio che continuava a tacere. - Che hai, Nikol�j? - chiese. - Io? nulla - rispose il giovane, come annoiato dalla stessa domanda tante volte ripetuta. - Pap� ritarder� molto a rientrare? - Credo di no. �Qui da loro tutto � come sempre. Essi non sanno nulla! Cosa devo fare?�, si chiese Nikol�j, e torn� nella sala dov'era il clavicembalo. S�nja, seduta davanti alla tastiera, sonava il preludio di quella "barcarola" che piaceva tanto a Denissov. Natascia si preparava a cantare. Denissov guardava con occhi pieni di entusiasmo. Nikol�j prese a camminare avanti e indietro per la sala. �Che bel gusto farla cantare! Che cosa pu� cantare? Non c'� proprio di che stare allegri, qui!�, pensava. S�nja prese il primo accordo del preludio. �Mio Dio, sono un uomo finito, un uomo disonorato! Una palla in fronte, ecco l'unica cosa che mi resta da fare. Altro che cantare!�, pens�. �Se me ne andassi? E dove? Ma s�, che cantino pure... Che cosa importa�. Con aria cupa Nikol�j, continuando a camminare per la sala guardava Denissov e le ragazze, cercando di evitare i loro occhi. �Nik�linka, che cosa avete?�, gli chiesero gli occhi di S�nja. Essa aveva subito capito che gli era accaduto qualche cosa. Nikol�j si volt� dall'altra parte. Natascia, con la sua sensibilit�, aveva anch'essa avvertito lo stato d'animo del fratello. Se ne era accorta, ma in quel momento era tanto allegra, tanto lontana dal dolore, dalla tristezza e dalle recriminazioni che, come spesso accade ai giovani, cercava a bella posta di ingannare se stessa. �No, mi sento troppo felice adesso, per rovinare la mia gioia con la partecipazione al dolore di un altro�, si diceva. �No, sono certa che mi sbaglio. Sar� anch'egli allegro come lo sono io�. - Incominciamo, S�nja - disse, e si ferm� nel centro della sala dove, secondo lei, la risonanza era migliore. Con la testa alta, le braccia abbandonate lungo la persona come fanno le ballerine, Natascia con un energico passo sulla punta dei piedi, si ferm� in mezzo alla sala. �Eccomi!�, sembrava dire, rispondendo agli sguardi estasiati di Denissov che non l'abbandonava un momento. �Ma di che cosa si rallegra tanto? �, pensava Nikol�j osservando la sorella. �Come mai non si annoia e non si vergogna?�. Natascia prese la prima nota, la gola le si dilat�, il petto si sollev� e gli occhi assunsero un'espressione seria. In quel momento non pensava a nulla e a nessuno e dalla sua bocca sorridente usc� un canto, uno di quei canti che ciascuno pu� eseguire nello stesso periodo di tempo e con le stesse pause ma che, dopo avervi lasciati mille volte freddi, alla millesima prima vi commuovono e poi vi fanno piangere. In quell'inverno per la prima volta Natascia aveva cominciato a cantare seriamente, soprattutto perch� Denissov si mostrava entusiasta della sua voce. Ormai non cantava pi� come una bambina: nel suo canto, cio�, non c'era pi� quello sforzo comico e fanciullesco di prima; tuttavia non cantava ancora bene; coloro che l'ascoltavano ed erano intenditori dicevano infatti: �Ha una bellissima voce, ma non ancora educata, una voce che va coltivata e formata�. Ma lo dicevano, di solito, molto tempo dopo che la voce si era taciuta. Mentre risonava quella voce non ancora educata, in cui si avvertivano il modo di respirare irregolare e i passaggi sforzati, persino gli intenditori tacevano e ascoltavano con profondo godimento quella voce non educata, con il desiderio di sentirla ancora. Nella voce della fanciulla una verginale purezza, una inconsapevolezza della propria forza, un timbro morbido e vellutato si fondevano a tal punto con le manchevolezze dell'arte canora da far pensare che fosse impossibile poter mutare qualcosa in quella voce senza guastarla. �Ma che � mai questo?�, pens� Nikol�j, udendola e spalancando gli occhi dallo stupore. �Che cosa � avvenuto in lei? Come mai oggi canta cos�?�. E all'improvviso il mondo intero si concentr� per lui nell'attesa della nota successiva e ogni cosa al mondo si divise in tre tempi: �"Oh, mio crudele affetto" (32)... Uno, due, tre... "Oh, mio crudele affetto"... uno, due, tre... uno, due, tre...�. �Oh, com'� stupida la vita�, pensava Nikol�j. �Tutto questo, la mia sfortuna, e D�lochov, e i denari, e la malvagit�, e l'onore sono tutte sciocchezze... Ecco la realt�, la sola realt�... Su, Natascia, su cara! Su, colombella! Come far� a prendere il "si"? L'ha preso! Sia lodato Iddio!�, ed egli stesso, senza accorgersene, per dar forza a quel "si" prese la seconda nota alta nell'accordo di terza. �Mio Dio, com'� bello! E sono proprio stato io a prenderla? E con che precisione!�, pens�. Oh, come fremette quella nota di terza e come si commosse quello che c'era di meglio nell'animo di Rost�v! E quel meglio era indipendente da tutto e superiore a tutto quello che c'era nel mondo. Che importanza avevano ormai le perdite al gioco e D�lochov e la parola d'onore! Sciocchezze, tutte sciocchezze! Si pu� uccidere, si pu� rubare ed essere ugualmente felici! CAPITOLO 16. Da molto tempo Rost�v non aveva provato, ascoltando musica, un godimento simile a quello che aveva provato quella sera. Ma non appena Natascia ebbe finito la sua "barcarola", la realt� gli si affacci� di nuovo alla mente. Senza dire nulla, usc� dal salotto e discese in camera sua. Un quarto d'ora pi� tardi, il vecchio conte, allegro e soddisfatto, torn� dal circolo. Nikol�j, uditolo rientrare, lo raggiunse nel suo appartamento. - E allora, ti sei divertito? - domand� Ilj� Andr�evic' sorridendo al figlio con orgoglio affettuoso. Nikol�j schiuse le labbra per rispondere �s��, ma non pot� e poco manc� che non scoppiasse in singhiozzi. Il conte stava accendendosi la pipa, e non si accorse del turbamento del figlio. �E' inevitabile!�, pens� Nikol�j per la prima e l'ultima volta. E a un tratto, con un tono indifferente che lo fece apparire ignobile a se stesso, come se chiedesse la carrozza per fare una corsa in citt�, disse a suo padre: - Pap�, sono venuto da voi per un affare. Stavo per dimenticarmene. Ho bisogno di denaro. - Lo vedi, eh, lo vedi? - rispose il padre che si trovava in un momento di particolare buon umore. - Te l'avevo detto che non ti sarebbe bastato. Te ne occorre molto? - Moltissimo! - rispose Nikol�j arrossendo, con un sorriso stupido e indifferente che per lungo tempo, poi, non pot� perdonarsi. - Ho perduto un po' al gioco... molto... moltissimo, in verit�: quarantatremila rubli. - Cosa? E con chi? Tu scherzi! - grid� il conte, a cui diventarono subitamente paonazzi il collo e la nuca, come accade ai vecchi. - Ho promesso di pagare domani - disse Nikol�j. - Ah! - esclam� il vecchio conte, allargando le braccia e lasciandosi cadere senza forze sul divano. - Che farci? Sono cose che accadono a tutti - disse il figlio con tono audace e disinvolto, mentre in cuor suo si considerava un vigliacco, un mascalzone che per tutta la vita non avrebbe potuto espiare la sua colpa. Avrebbe voluto baciare le mani a suo padre, chiedendo perdono in ginocchio e invece, con quel tono noncurante e persino grossolano, raccontava ci� che gli era accaduto. Il conte Ilj� Andr�evic' abbass� gli occhi all'udire le parole del figlio e si mise in fretta a cercare un rimedio. - S�, s� - profer�. - Ma sar� difficile, temo, difficile trovare da chi procurarseli... - E il conte, guardando furtivamente il figlio, usc� dalla stanza... Nikol�j, che si era preparato a trovare resistenza, non si aspettava assolutamente l'atteggiamento del padre. - Pap�! pa... p�! - gli grid� dietro, singhiozzando. - Pap�, perdonatemi! - E, afferrata la mano del vecchio conte, vi premette le labbra e si mise a piangere. Mentre si svolgeva tra padre e figlio questa scena, una spiegazione non meno importante avveniva tra la contessa e Natascia che tutta agitata, era corsa dalla madre. - Mamma! Mamma! Mi ha fatto... - Che cosa ti ha fatto? - Mi ha fatto... mi ha fatto una proposta di matrimonio. Mamma, mamma! - gridava la fanciulla. La contessa non credeva alle proprie orecchie. Denissov aveva fatto una dichiarazione... A chi? A quella ragazzina, alla piccola Natascia che da poco aveva smesso di giocare con la bambola e continuava ancora a studiare? - Natascia, smettila di dire sciocchezze! - rispose la contessa, sperando che la figlia scherzasse. - Sciocchezze? Ma io vi parlo seriamente - disse Natascia irritata. - Sono venuta a chiedervi cosa devo fare e voi mi dite che sono sciocchezze... La contessa si strinse nelle spalle. - Se � vero che "monsieur" Denissov ti ha fatto una proposta di matrimonio, digli che � uno stupido: ecco tutto. - No, non � uno stupido - rispose Natascia, seriamente offesa. - E allora, cosa vuoi? Voi adesso siete tutte innamorate. Ebbene, se sei innamorata di lui, sposatelo, - rispose la contessa, con un sorriso forzato - e Dio ti benedica! - No, mamma, non sono innamorata di lui... Credo di non essere innamorata di lui... - E allora, diglielo! - Mamma, siete in collera? Non inquietatevi, mamma cara! Che colpa ne ho? - Nessuna colpa, mia cara. Se vuoi, vado a dirglielo io - disse la contessa, sorridendo. - No. glielo dico io. Soltanto insegnatemi come. A voi riesce tutto facile... Ma se aveste sentito come mi ha parlato! Io so che lui non avrebbe voluto, ma quelle parole gli sono sfuggite... - A ogni modo, bisogna dirgli di no. - No, no! Ma fa tanta pena! E' cos� caro... - E allora accetta la sua proposta. S�, � proprio ora che tu prenda marito - disse la madre, irritata, in tono ironico. - No, mamma, mi fa tanta pena: non so come dirglielo. - Ma tu non hai niente da dirgli, gli parler� io - disse la contessa, sdegnata per il fatto che Denissov avesse osato considerare quella piccola Natascia come una persona grande. - No, no, a nessun costo! Gli parler� io e voi starete ad ascoltare dietro la porta - e Natascia attravers� di corsa il salotto ed entr� nella sala dove, seduto sulla stessa sedia davanti al clavicembalo, stava Denissov con la faccia nascosta tra le mani. Al suono dei passi leggeri della fanciulla balz� in piedi. - Natalie! - esclam�, quasi correndole incontro. - Decidete della mia sorte: essa � nelle vostre mani. - Vassilij Dmitric', mi fate tanta pena! E voi siete tanto caro. Ma... non dovete... questo non pu� essere. E' cos�, ma io vi amer� sempre. Denissov si chin� sulla mano di lei ed ella ud� dei suoni strani e incomprensibili, e lo baci� sulla testa nera arruffata e ricciuta. In quel momento si sent� il rapido frusciare degli abiti della contessa. Ella si avvicin� ai due giovani. - Vassilij Dmitric', vi ringrazio dell'onore, - disse con una voce turbata ma che a Denissov parve severa - ma mia figlia � ancora cos� giovane e io pensavo che voi, come amico di mio figlio, vi sareste rivolto prima a me. In tal caso, non mi avreste messo in condizioni di opporvi un rifiuto. - Contessa... - rispose Denissov con gli occhi bassi e l'aria colpevole; fu l� l� per dire qualche altra cosa, ma si confuse. Natascia, nel vederlo cos� abbattuto, non pot� rimanere calma e prese a singhiozzare forte. - Contessa, sono veramente molto colpevole verso di voi - prosegu� Denissov con voce spezzata - ma sappiate che adoro vostra figlia e tutta la vostra famiglia e che darei due vite per... - Guard� la contessa e, visto il suo volto severo, si affrett� a soggiungere: - Allora addio, contessa! - Le baci� la mano e, senza guardare Natascia, usc� a passi rapidi e decisi dalla stanza. Il giorno seguente Rost�v and� a salutare Denissov, che non volle rimanere a Mosca nemmeno un giorno di pi�. Tutti gli amici si accomiatarono da lui in un ritrovo di zingari, ed egli non ricord� pi� come lo avessero fatto salire nella slitta e come fosse andato il viaggio fino alla terza stazione di posta. Dopo la partenza di Denissov, in attesa del denaro che il vecchio conte non aveva potuto procurarsi tutto in una volta, Rost�v trascorse ancora due settimane a Mosca, senza uscire di casa e passando le giornate per lo pi� in camera delle signorine. S�nja era con lui pi� affettuosa e pi� devota che mai. Pareva volergli dimostrare che la perdita al gioco era stata quasi un'avventura eroica che glielo faceva amare ancora di pi�. Ma Nikol�j si considerava adesso indegno di lei. Egli riemp� di versi e di pensieri gli album delle ragazze e, senza salutare nessuna delle molte conoscenze, dopo aver pagato i quarantatremila rubli a D�lochov e aver ritirato la ricevuta, verso la fine di novembre part� per raggiungere il suo reggimento che si trovava gi� in Polonia. NOTE. N. 1. Calzature contadinesche, specie di ciocie, fatte quasi sempre di scorza di tiglio. N. 2. Louis Duport (1782-1853), maestro di ballo parigino, trasferitosi a Pietroburgo nel 1803. Confronta anche Libro 2, Parte 5, capitolo 9. N. 3. La meraviglia di Natascia � sollecitata dal fatto che Vaska � solitamente un nomignolo utilizzato per indicare il gatto (come Miska, l'orso). N. 4. F�dor Vass�levic' Rastopc�n (1763-1826), gi� aiutante di campo e ministro degli esteri dello zar Paolo Primo, fu dal 1812 al 1814 generale governatore di Mosca. Molti studiosi francesi e alcuni russi ritengono che sia stato lui ad appiccare deliberatamente l'incendio a Mosca, fatta per la pi� parte di case di legno, ma la questione � controversa. Organizz� la difesa di Mosca consigliando la leva delle milizie private ed emanando manifesti rimasti celebri, con cui cercava di mantenere alto il morale dei cittadini. N. 5. Jurij Vladimirovic' Dolgorukov (1740-1830), generale russo; comandante della piazza moscovita sotto Paolo Primo. N. 6. P�tr Stepanovic' Valuev (1743-1814), celebre archeologo russo. N. 7. Andr�j Iv�novic' Vjazemskij (1750-1807), principe, padre dello scrittore P�tr Andr�evic' Vjazemskij. N. 9. �Se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo�. Fran�ois Marie Arouet Voltaire (1694-1778), scrittore e filosofo francese, ebbe ingegno versatile e arguto e scrisse poesie, tragedie, romanzi, trattati. Assunto il ruolo di corifeo della scuola anticristiana sorta in Francia nel diciottesimo secolo, coni� il motto "�craser l'inf�me" (il cristianesimo) che fu di guida a tutta la sua attivit�, animata da un odio implacabile contro la Chiesa. N. 10. Aleks�ndr Lvovic' Naryskin (1760-1826), appartenente ad una famiglia nobile russa, fu direttore dei teatri imperiali dal 1799 al 1819. N. 11. Aleks�ndr Andr�evic' Beklesov (1745-1808): fu governatore di Mosca dal 1804 al 1806. N. 12. Questi versi sono di N. P. Nikolev (morto nel 1815), un poeta e drammaturgo che godette di una certa fama nel diciottesimo secolo come autore di opere comiche. N. 13. La �polacca�: "Ode per la presa di Izmail", che � nota anche col titolo "Risuoni il grido di vittoria" fu l'inno nazionale russo fino al 1833. Il testo venne scritto da Gavriil Roman�vic' Derzavin (1743-1816), devotissimo a Caterina Seconda, governatore di Olonec, segretario dell'imperatrice, e ministro della giustizia sotto Alessandro Primo. La musica venne composta da Jozef Kozlowskij (1757- 1831), un compositore polacco-russo, che fu ispettore dei teatri imperiali di Pietroburgo. N. 14. Pavel Iv�novic' Kutuz�v (1767-1829), rettore dell'universit� di Mosca nel 1810. Avvers� Nikol�j Mich�ilovic' Karamzin (1766-1826). N. 15. Sok�lniki: parco di Mosca. N. 19. Maximilien Robespierre (1758-1794), avvocato e uomo politico di Arras, membro della convenzione, anima del comitato di salute pubblica con Marat, H�bert e Danton, domin� la Francia con il terrore, mandando a morte nemici e rivali. Per� sulla ghigliottina. N. 20. Jean-Baptiste Poquelin, detto Moli�re (1622-1673), celebre commediografo francese. Dedic� la sua vita al teatro, nel quale eccelse anche come attore comico. N. 21. La battuta � pronunciata da Geronte nell'atto 2, scena 11 di "Le furberie di Scapino". N. 24. "Fr�hst�ck" significa, in tedesco, colazione. N. 27. Sottili e lunghe stecche di legno. N. 29. La danza dello scialle. N. 32. In italiano, nel testo. PARTE SECONDA. CAPITOLO 1. Dopo la spiegazione con la moglie, Pierre part� per Pietroburgo. Alla stazione di posta di Torg�k, sia che non vi fossero cavalli disponibili, sia che il mastro di posta non gliene volesse dare, Pierre fu costretto ad attendere. Senza neppure spogliarsi, si distese sopra un divano coperto di cuoio, davanti a una tavola rotonda, appoggi� sulla tavola i grossi piedi calzati di caldi stivali e rimase assorto nei propri pensieri. - Ordinate che vi si portino dentro le valigie? Che vi si prepari il letto o desiderate prendere il t�? - gli domandava il cameriere. Pierre non rispondeva perch� non udiva e non vedeva nulla. Sin dall'ultima stazione di posta aveva continuato sempre a pensare allo stesso argomento, cos� importante per lui da non permettergli di prestar alcuna attenzione a ci� che gli avveniva attorno. E non solo gli era indifferente arrivare pi� presto o pi� tardi a Pietroburgo e di non aver in quella sosta forzata un posto per riposare; ma, a paragone dei pensieri che lo occupavano, gli era persino indifferente trascorrere l�, in quella stazione, qualche ora o tutta la vita. Il mastro di posta, sua moglie, il cameriere, una contadina che vendeva i ricami di Torg�k, erano entrati nella stanza per offrirgli i loro servigi. Pierre, senza muoversi, continuando a tenere i piedi sulla tavola, li aveva guardati attraverso gli occhiali, senza capire che cosa volessero n� come potessero tutti vivere senza avere risolto i problemi che lo preoccupavano. I problemi che lo assorbivano erano sempre gli stessi dal giorno in cui, di ritorno da Sok�lniki dopo il duello, aveva trascorso la prima notte tormentosa e insonne; ora poi, nell'isolamento del viaggio, lo dominavano con una forza tutta particolare. Per quanto si sforzasse di pensare ad altro, tornava sempre a quegli stessi problemi, che non sapeva risolvere e che non cessava di porsi. Era come se nella sua testa si fosse spanata la vite principale su cui poggiava tutta la sua esistenza. La vite non andava pi� n� dentro, n� fuori, ma girava a vuoto, senza far presa su nulla, sempre nello stesso foro, n� egli riusciva a fermarla. Entr� il mastro di posta e preg� umilmente sua eccellenza di voler attendere due orette, dopo le quali avrebbe dato a sua eccellenza (gli costasse qualsiasi cosa!) i cavalli del corriere. Evidentemente il mastro di posta mentiva, con l'unico scopo di guadagnare di pi�. �E' un male o un bene?�, si domandava Pierre. �Per me � un bene, per un altro viaggiatore potrebbe essere un male e per lui � una cosa necessaria, perch� non ha da mangiare; mi ha detto che per un incidente simile una volta un ufficiale l'ha picchiato. Ma l'ufficiale l'ha picchiato perch� aveva premura di arrivare, mentre io ho sparato su D�lochov perch� mi ero ritenuto offeso. Luigi Sedicesimo fu decapitato perch� giudicato un criminale, e un anno dopo furono giustiziati coloro che lo avevano mandato a morte. Che cosa � male? Che cosa � bene? Che cosa si deve amare e che cosa odiare? Per che cosa bisogna vivere, e io stesso cosa sono? Che cos'� la vita, che cos'� la morte? Quale forza governa tutte le cose?�, chiedeva a se stesso. E a queste domande non trovava risposta o ne trovava una sola, illogica, che non rispondeva tuttavia appieno ad alcune di esse: �Morirai e sar� tutto finito. Morirai e saprai tutto e smetterai di fare domande�. Ma anche morire era una cosa terribile. La venditrice di ricami offriva con voce stridula la sua mercanzia e insisteva in modo particolare per un paio di pantofole di pelle di capra. �Io possiedo centinaia di rubli di cui non so cosa fare e costei, appena coperta da una lacera pelliccia, mi guarda timidamente�, pens� Pierre. �Ma a che servono i denari? Possono forse accrescere, sia pure di un capello, la felicit� e la serenit� dell'anima? C'� forse qualcosa al mondo che possa rendere lei e me meno soggetti al male e alla morte? La morte, che metter� fine a tutto, e che dovr� venire, inevitabilmente, oggi o domani, in ogni caso tra un attimo a paragone dell'eternit�!�. E Pierre riprendeva a premere su quella vite che non faceva presa su nulla e che continuava a girare a vuoto nello stesso punto. Il domestico gli port� un libro con le pagine tagliate sino a met�: era un romanzo epistolare di madame Souza (1), ed egli si mise a leggere il racconto delle sofferenze e della virtuosa lotta di una certa Am�lie de Mansfeld. �E perch� mai costei avr� lottato contro il suo seduttore, se lo amava?�, si chiedeva Pierre. �Dio non poteva farle concepire una passione che fosse contraria alla sua volont�. La mia ex-moglie non ha lottato e forse ha avuto ragione. No, non � stato scoperto nulla. Noi possiamo soltanto sapere che non sappiamo nulla. Ed � questo il pi� alto grado della saggezza umana�. Tutto, dentro e attorno a lui, gli appariva confuso, insensato disgustoso, ma anche in quel disgusto verso tutto ci� che lo circondava, Pierre trovava una specie di irritante piacere. - Oso pregare vostra eccellenza di scomodarsi un tantino per questo signore - disse il mastro di posta entrando nella stanza e introducendovi un altro viaggiatore, costretto come Pierre ad aspettare per mancanza di cavalli. Era costui un vecchietto tarchiato, ossuto, giallastro, pieno di rughe, con folte sopracciglia spioventi su due occhi scintillanti di un indefinito colore grigiastro. Pierre tir� gi� i piedi dal tavolo, si alz� e and� a coricarsi sul letto che gli avevano preparato. Di tanto in tanto guardava il nuovo venuto che, con aria cupa e stanca, senza badare a Pierre si spogliava faticosamente aiutato dal suo domestico. Rimasto coperto soltanto da un pellicciotto logoro rivestito di nanchino con le gambe magre e ossute, calzate da stivali di feltro, il nuovo venuto si sedette sul divano e, appoggiata alla spalliera la grossa testa dai capelli rasi e dalle tempie larghe, si mise a guardare Bezuchov. Quello sguardo severo, intelligente e penetrante, colp� Pierre, che prov� il desiderio di attaccare discorso con il viaggiatore; ma, mentre si accingeva a rivolgergli la parola e a chiedergli una informazione sulla strada, il vecchio, chiusi gli occhi e congiunte le scarne mani rugose, a un dito delle quali portava un grosso anello di ferro con raffigurato un teschio, rimase immobile, riposando, oppure, come parve a Pierre, riflettendo con calma e profondit� su chiss� che cosa. Il servo del viaggiatore era anch'egli un vecchietto dal viso rugoso, giallognolo, senza baffi n� barba, evidentemente non perch� fossero stati rasati ma perch� non gli erano mai cresciuti. Abile e premuroso, il vecchio domestico apr� il cesto delle provviste, prepar� il necessario per il t� e port� il samov�r che bolliva. Quando tutto fu pronto, il viaggiatore apr� gli occhi, si avvicin� al tavolo, si riemp� di t� un bicchiere, ne riemp� un altro per il servitore imberbe e glielo porse. Pierre cominci� a sentire una certa inquietudine e a provare il desiderio, anzi la necessit� di attaccare discorso con il viaggiatore. Il servo riport� indietro il proprio bicchiere vuoto capovolto, tenendo ancora in bocca un pezzetto di zucchero, e chiese al padrone se non gli occorresse altro. - Niente altro. Dammi il libro - rispose il vecchio. Il domestico gli diede un libro che a Pierre parve essere di preghiere e il viaggiatore si immerse nella lettura. Pierre lo guardava. Tutto a un tratto, quello pos� il libro e, dopo aver posto un segno tra le pagine, lo chiuse e, chiudendo di nuovo gli occhi, appoggi� la testa alla spalliera del divano e riprese l'immobilit� di prima. Pierre continuava a guardarlo e, prima che avesse avuto il tempo di voltare la testa dall'altra parte, il vecchio riapr� gli occhi e fiss� in viso a Pierre uno sguardo risoluto e severo. Pierre si sent� turbato; avrebbe voluto evitare quello sguardo, ma i lucidi occhi senili esercitavano su di lui un fascino invincibile. CAPITOLO 2. - Ho il piacere, se non mi inganno, di parlare con il conte Bezuchov - disse il vecchio viaggiatore, lentamente e a voce alta. Pierre, in silenzio, guardava interrogativamente, attraverso gli occhiali, il suo interlocutore. - Ho sentito parlare di voi e della sventura che vi ha colpito prosegu� il vecchio, accentuando le ultime parole come se volesse dire: �S�, sventura; in qualsiasi modo voi la chiamiate, io so che quanto vi � accaduto a Mosca � stata una vera sventura�. - Vi compiango con tutto il cuore, caro signore! Pierre arross� e, buttando gi� in fretta le gambe dal divano, si chin� verso il vecchio, con un sorriso timido e forzato. - Non ho accennato a questo per semplice curiosit�, signor mio, ma per cause pi� gravi. - Tacque per un momento, senza distogliere lo sguardo da Pierre e si spost� sul divano, invitando con quel gesto il giovane a sedersi accanto a lui. Bench� adesso la conversazione con quel vecchio non lo seducesse affatto, tuttavia Pierre, suo malgrado, obbed� e and� a sederglisi accanto. - Voi siete infelice, signor mio - prosegu� il viaggiatore. Voi siete giovane, io sono vecchio e vorrei aiutarvi, nei limiti delle mie forze. - Ah, s�! - rispose Pierre, sforzandosi di sorridere. - Vi sono gratissimo... Voi di dove venite? Il viso del viaggiatore non era affettuoso, anzi freddo e severo, per� nonostante questo le parole e la fisionomia del nuovo conoscente esercitavano su Pierre un fascino irresistibile. - Ma se - rispose il vecchio - per qualsiasi motivo non vi facesse piacere parlare con me, ditemelo francamente, signor mio. - E a un tratto ebbe un sorriso inatteso, affettuosamente paterno. - No! Anzi, sono molto contento di fare la vostra conoscenza - rispose Pierre e, guardando ancora una volta le mani del vecchio viaggiatore, osserv� pi� da vicino l'anello. Ci vide il teschio, simbolo della massoneria. - Permettetemi una domanda - disse. - Siete massone? - S�, appartengo alla confraternita dei liberi frammassoni (2)-rispose il viaggiatore, fissando sempre pi� profondamente Pierre negli occhi. - E da parte mia e dei miei compagni vi tendo una mano fraterna. - Temo - disse Pierre, sorridendo ed esitando tra la fiducia che gli ispirava la persona del vecchio e l'abitudine di deridere le credenze massoniche - temo che le mie idee siano molto lontane dalla comprensione delle vostre. Temo, come posso dire? che il mio modo di concepire l'intera creazione sia cos� opposto al vostro da rendere impossibile capirci a vicenda. - Conosco il vostro modo di pensare, - replic� il massone - e quelle vostre opinioni di cui parlate e che vi sembrano il prodotto del vostro lavoro intellettuale, sono le opinioni della maggior parte degli uomini, il frutto uniforme dell'orgoglio, della pigrizia e dell'ignoranza. Scusatemi, signor mio, ma se io non le avessi conosciute non vi avrei parlato. Il vostro modo di parlare � un triste errore. - Allo stesso modo io potrei supporre che siate in errore voi! obiett� Pierre, con un debole sorriso. - Non oserei mai dire di conoscere la verit� - replic� il massone, il quale, con la sua decisa e ferma precisione di linguaggio, stupiva sempre di pi� Pierre. - Nessuno pu� giungere alla verit� da solo; unicamente mettendo pietra su pietra, con la partecipazione di tutti, per milioni di generazioni, dal padre Adamo sino ai nostri giorni, si erige il tempio che deve essere la degna dimora dell'Altissimo - disse il massone, e chiuse gli occhi. - Devo confessarvi che non credo... non credo in Dio - mormor� a fatica e con rammarico Pierre, ma sentendo la necessit� di dire tutta la verit�. Il massone lo guard� attentamente e sorrise come potrebbe sorridere un riccone che possedesse molti milioni a un poveretto che gli dicesse di non possedere, lui povero, i cinque rubli che gli basterebbero per essere felice. - Lo so, signor mio, voi non lo conoscete, non potete conoscerlo- rispose il massone. - Non lo conoscete, ed � per questo che siete infelice. - S�, s�, sono infelice, - replic� Pierre - ma che ci posso fare? - Voi non lo conoscete, signor mio, e perci� siete profondamente infelice. Voi non lo conoscete, ed Egli � qui, � in me, � nelle mie parole. Egli � in te, e persino nelle parole sacrileghe che hai pronunziato poc'anzi - concluse il massone con voce severa e tremante. Poi tacque e sospir�, sforzandosi visibilmente di calmarsi. - Se Egli non esistesse, - prosegu� poi con dolcezza - voi e io non parleremmo ora di lui, signor mio. Di che cosa, di chi abbiamo parlato? Chi hai tu negato? - chiese a un tratto con solenne severit� e con tono autorevole. - Chi lo ha inventato, se non esiste? Perch� � sorta in te la supposizione che esista un essere cos� incomprensibile? Perch� tu e tutto il mondo avete supposto l'esistenza di un Essere inaccessibile, onnipotente, eterno e infinito in tutte le sue qualit�? - Si interruppe e tacque a lungo. Pierre non poteva n� voleva interrompere quel silenzio. - Egli esiste; ma � difficile capirlo - riprese il massone senza guardare Pierre, ma fissando davanti a s� e sfogliando le pagine del libro con le vecchie mani rugose che, per l'interna agitazione, si movevano nervosamente. - Se tu mettessi in dubbio l'esistenza di un uomo, io prenderei per mano quest'uomo, lo condurrei in casa tua e te lo farei vedere. Ma come posso io, semplice creatura mortale, mostrare tutta l'eternit�, l'onnipotenza e la grazia di lui a chi � cieco o a chi chiude gli occhi per non vederlo, per non capirlo e per non vedere e non capire nel tempo stesso tutta la propria vilt� e colpevolezza? - Egli tacque ancora. - Chi sei? Che cosa sei? Ti credi saggio perch� hai potuto pronunziare quelle sacrileghe parole, - riprese con un cupo e sprezzante sorriso - ma sei pi� sciocco e pi� insensato di un bimbetto il quale, nel trastullarsi con le parti di un orologio abilmente costruito, osasse dire di non credere all'esistenza dell'artefice che l'ha fatto solo perch� non capisce il significato e lo scopo dell'orologio. S�, � difficile conoscerlo. Per secoli e secoli, da Adamo sino ai giorni nostri, ci affanniamo per giungere a questa comprensione e siamo ancora infinitamente lontani dal raggiungere la meta, ma nella nostra incapacit� di comprenderlo non dobbiamo vedere altro che la nostra debolezza e la sua grandezza... Pierre ascoltava il massone con il cuore che gli veniva meno, e con gli occhi luccicanti lo fissava senza osare interromperlo o interrogarlo, e con tutta l'anima credeva a ci� che gli diceva quel vecchio sconosciuto. Credeva alle sensate argomentazioni contenute nel discorso del massone o credeva, come un bambino, alle intonazioni della convinzione e del fervore con cui quelle parole venivano pronunziate? Credeva al tremito della voce che a volte quasi interrompeva le parole del massone, o a quei luminosi occhi senili, invecchiati in quell'unica fede, o a quella calma, a quella fermezza, a quella consapevolezza della propria missione che splendevano in tutto l'essere di quell'uomo e che colpivano Pierre in modo particolare in quanto le paragonava alla propria apatia morale e alla propria disperazione? Certo si � che egli desiderava ardentemente di credere, e credeva, e provava una gioiosa sensazione di quiete, di rinnovamento, di ritorno alla vita. - Non � con l'intelletto che lo possiamo comprendere, ma con la vita - concluse il vecchio. - Io non capisco - rispose Pierre, sentendo con timore sorgere il dubbio dentro di s�. Temeva la fragilit� e la poca chiarezza delle disposizioni del suo interlocutore, temeva di non potergli credere. - Non capisco - disse - come mai la mente umana non sia in grado di giungere alla conoscenza di cui voi parlate. Il massone ebbe di nuovo quel suo sorriso dolcemente paterno. - La somma sapienza e verit� � come un liquido purissimo di cui vorremmo essere permeati - disse. - Posso io forse raccogliere un liquido purissimo in un sudicio vaso e giudicarne la purezza? Soltanto purificando il mio intimo essere mi � concesso di ridurre a un certo grado di purezza la linfa che vi ho accolto. - S�, s�, � cos� - esclam� Pierre con gioia. - La somma sapienza non � basata soltanto sulla ragione, non � basata sulle scienze del mondo quali la fisica, la storia, la chimica e via dicendo, nelle quali si dissocia la conoscenza intellettuale. La somma sapienza � una. La somma sapienza non ha che un'unica scienza, la scienza universale, la scienza che spiega tutta la creazione e il posto che in essa occupa l'uomo. Per accogliere in noi questa scienza � necessario purificare e rinnovare il nostro io interiore e pertanto, prima di sapere, bisogna credere e perfezionarsi. E per raggiungere tali mete, � posta nell'anima nostra una luce divina che si chiama coscienza. - S�, s� - conferm� Pierre. - Considera con gli occhi dello spirito il tuo essere interiore e domandati se sei contento di te stesso. Che cosa hai raggiunto con la sola guida dell'intelletto? Che cosa sei? Voi siete giovane, siete ricco, siete intelligente e istruito, signor mio. Che cosa avete fatto di tutti questi beni che vi furono donati? Siete contento di voi e della vostra vita? - No, odio la mia vita - rispose Pierre, aggrottandosi. - La odii? Cambiala, allora. Cerca di purificarti e, a mano a mano che ti avvicinerai alla purificazione, conoscerai la sapienza. Considerate la vostra vita, signor mio! Come l'avete trascorsa? Nelle orge e nella depravazione, ricevendo tutto dalla societ� e non dandole nulla in cambio. Avete avuto la ricchezza: come l'avete impiegata? Che cosa avete fatto per il vostro prossimo? Avete qualche volta pensato alle decine di migliaia dei vostri servi? Li avete aiutati materialmente e moralmente? No. Avete approfittato del loro faticoso lavoro per vivere una vita dissoluta. Ecco quello che avete fatto! Avete scelto un modo di vivere per cui vi fosse possibile rendervi utile al vostro prossimo? No. Avete invece trascorso la vostra vita nell'ozio. Poi vi siete sposato, signor mio: vi siete assunto la responsabilit� di far da guida a una giovane donna, e che cosa avete fatto? Non l'avete aiutata, signor mio, a trovare la via della verit�, ma l'avete gettata nell'abisso della menzogna e dell'infelicit�. Un uomo vi ha offeso e voi lo avete colpito e dite che non conoscete Dio e che odiate la vostra vita. Non c'� da meravigliarsene, signor mio. Dopo queste parole il massone, come se fosse stanco per aver fatto un cos� lungo discorso, si appoggi� di nuovo alla spalliera del divano e chiuse gli occhi. Pierre guardava quel volto senile, severo, immobile, che pareva morto, e moveva le labbra. Avrebbe voluto dire: �S�, � vero, ho condotto una vita abietta oziosa, depravata�. Ma non osava rompere il silenzio. Il massone ebbe un colpo di tosse rauca, da vecchio, e chiam� il servo. - E i cavalli, dunque? - chiese, senza guardare Pierre. - Sono arrivati quelli a nolo - rispose il servo. - Non volete riposarvi? - No, ordina di attaccare. �Possibile che egli parta e mi lasci solo senza avere detto tutto e senza promettermi un aiuto?�, pens� Pierre, alzandosi da sedere; a capo basso e guardando di tanto in tanto il massone si mise a camminare su e gi� per la stanza. �S�, non ci pensavo, ma ho condotto realmente una vita spregevole e depravata; non l'amavo, per�, n� la volevo�, pensava Pierre �ma quest'uomo conosce la verit� e, se volesse, potrebbe rivelarmela�. Avrebbe voluto dire tutto questo al vecchio massone, ma non osava. Il viaggiatore, intanto, dopo avere riposto rapidamente le sue cose, con le vecchie mani esperte, si abbotton� il pellicciotto. Quando fu pronto, si volse a Bezuchov e con un tono indifferente e cortese, gli domand�: - Dove andate, ora, signor mio ? - Io? A Pietroburgo - rispose Pierre con voce infantile ed esitante. - Vi ringrazio. Sono d'accordo con voi in tutto. Non crediate per� che io sia stato tanto malvagio. Con tutta l'anima ho desiderato di essere quale voi vorreste che fossi; ma non ho mai trovato chi mi aiutasse... Del resto, in primo luogo, la colpa � mia. Aiutatemi voi, istruitemi voi, e forse diventer�... Pierre non pot� continuare: tir� su con il naso e si volt� dall'altra parte. Il massone tacque a lungo, riflettendo. - L'aiuto viene soltanto da Dio, - disse - ma quel tanto di aiuto che � nella possibilit� del nostro Ordine di dare, vi sar� dato, signor mio. Quando sarete a Pietroburgo, consegnerete questo al conte Villarski. - (Tir� fuori il portafoglio e su un grosso foglio di carta piegato in quattro scrisse alcune parole). - Permettetemi di darvi un consiglio. Quando sarete nella capitale, vivete un po' di tempo nell'isolamento, studiando profondamente voi stesso e non rimettetevi sulla strada di prima... Vi auguro buon viaggio, signor mio, - concluse, avendo notato che il suo servo era entrato nella stanza - e buona fortuna... Quel viaggiatore, come Pierre venne a sapere dal registro del mastro di posta, era Oss�p Aleks�evic' Bazdeev (3), uno dei massoni e martinisti (4) pi� noti sin dal tempo di N�vikov (5). Per un bel pezzo, dopo che egli era partito, Pierre, invece di coricarsi e di chiedere i cavalli, passeggi� a lungo nella camera della stazione di posta, riflettendo sul proprio dissoluto passato e immaginando, con l'entusiasmo di un rinnovamento, un avvenire felice, irreprensibile e virtuoso che ora gli appariva facilissimo. Era stato vizioso, cos� gli pareva, soltanto perch� aveva per puro caso dimenticato quanto fosse bello l'essere virtuoso. Nella sua anima non rimaneva alcuna traccia degli antichi dubbi. Ora egli credeva fortemente nella possibilit� della fratellanza tra gli uomini, uniti tra loro con lo scopo di sorreggersi a vicenda sulla via della virt�; cos� appunto si raffigurava la massoneria. CAPITOLO 3. Giunto a Pietroburgo, Pierre non inform� nessuno del suo ritorno, non si fece vedere da nessuna parte e trascorse intere giornate nella lettura di Tommaso da Kempis (6), libro che gli era stato procurato non sapeva da chi. Leggendo quelle pagine Pierre capiva sempre soltanto una cosa: capiva la gioia, per lui del tutto nuova, di credere nella possibilit� di raggiungere la perfezione, e quell'amore tra gli uomini, fraterno e attivo, che gli era stato rivelato da Oss�p Aleks�evic'. Una settimana dopo il suo arrivo, il giovane conte polacco Villarski che Pierre aveva conosciuto superficialmente, quando frequentava la societ� pietroburghese, entr� una sera in camera sua con quell'aria ufficiale e solenne con la quale si era presentato il padrino di D�lochov e, chiusa la porta alle sue spalle e accertatosi che nella stanza non c'era nessuno all'infuori di Pierre, prese a parlare. - Sono venuto da voi, conte, con un incarico e una proposta - gli disse senza neppure sedersi. - Un personaggio altolocato della nostra societ� ha insistito perch� voi siate accolto nella nostra fratellanza prima dei termini usuali e mi ha proposto di offrirmi garante per voi. Io considero un sacro dovere la realizzazione del desiderio di quella persona. Volete voi entrare, con la mia garanzia, nella societ� dei liberi frammassoni? Il tono freddo e severo di quell'uomo, che Pierre aveva quasi sempre veduto alle feste di ballo, sorridente e cortese, in compagnia delle signore pi� brillanti della citt�, colp� profondamente Pierre. - S�, - rispose - lo desidero. Villarski chin� la testa. - Ancora una domanda, conte, alla quale vi prego di rispondere con assoluta franchezza, non gi� come futuro massone ma come uomo onesto ("galant homme"): avete ripudiato le vostre convinzioni di un tempo, credete in Dio? Pierre rimase sovrappensiero. - S�... s�..., credo in Dio - rispose. - In tal caso... - riprese a dire Villarski, ma Pierre lo interruppe. - S�, credo in Dio - ripet� ancora una volta. - In tal caso, possiamo andare - disse Villarski. - La mia carrozza � a vostra disposizione, conte. Durante il tragitto Villarski non disse una parola. Alle domande di Pierre su cosa dovesse fare e come dovesse rispondere, Villarski rispose soltanto che altri fratelli, pi� degni di lui, lo avrebbero sottoposto a certe prove e che egli non avrebbe dovuto far altro che rispondere la verit�. Varcato il portone del grande palazzo dove aveva sede la Loggia e salita una scala buia, entrarono in una piccola anticamera illuminata dove, senza l'aiuto dei servi, si tolsero la pelliccia. Dall'anticamera passarono in un'altra stanza. Sulla soglia apparve un uomo in uno strano costume. Villarski, movendogli incontro, gli mormor� alcune parole in francese e si avvicin� a un piccolo armadio nel quale Pierre scorse dei vestiti quali non aveva mai veduto prima di allora. Tolto dall'armadio un fazzoletto, Villarski copr� con esso gli occhi di Pierre e, annodandoglielo sulla nuca, gli strinse insieme, dolorosamente, i capelli. Poi lo attir� a s�, lo baci� e, presolo per mano, lo condusse avanti. I capelli, presi nel nodo gli dolevano e Pierre, facendo smorfie per il male che provava, sorrideva come se si vergognasse di qualche cosa. La sua enorme persona con le braccia penzoloni, con il viso contratto e insieme sorridente, seguiva Villarski con andatura timida e incerta. Dopo aver percorso una diecina di passi, Villarski si ferm�. - Qualsiasi cosa vi accada, - disse - dovete sopportarlo con coraggio, se siete fermamente deciso a far parte della nostra societ�. - (Pierre rispose con un cenno affermativo del capo). Quando sentirete un colpo all'uscio, dovrete togliervi la benda dagli occhi - aggiunse Villarski; - vi auguro coraggio e fortuna!- E, stretta la mano a Pierre, usc� dalla stanza. Rimasto solo, Pierre continu� a sorridere. Sollev� un paio di volte le spalle, port� la mano al fazzoletto come se volesse toglierselo, ma poi l'abbass�. I cinque minuti che egli trascorse con gli occhi bendati gli parvero lunghi come un'ora. Sentiva le mani intorpidite, le gambe vacillanti; aveva l'impressione di essere stanco. Provava le pi� complesse e svariate sensazioni. Aveva paura di ci� che gli stava accadendo e ancor pi� paura di dimostrare la sua paura. Era curioso di sapere che cosa gli sarebbe successo, che cosa gli sarebbe stato rivelato ma, soprattutto, provava una gran gioia nel pensare che era finalmente giunto per lui il momento in cui si sarebbe incamminato sulla via di quella rigenerazione, di quella vita attivamente virtuosa che sognava dal giorno in cui aveva conosciuto Oss�p Aleks�evic'. Forti colpi furono battuti all'uscio. Pierre si tolse la benda e si guard� attorno. La stanza era immersa nel buio: solo in un angolo, entro qualcosa di bianco, ardeva una lampada. Pierre si accost� e vide che la lampada era appoggiata su una tavola nera sulla quale posava un libro aperto. Il libro era il Vangelo. La cosa bianca, entro cui ardeva la lampada, era un teschio umano con i suoi buchi e con i suoi denti. Dopo aver letto le prime parole del Vangelo: �In principio era il Verbo e il Verbo era Dio�, Pierre fece il giro della tavola e scorse una gran cassa aperta che conteneva qualcosa di indistinto. Era una bara, colma di ossa. Ci� che vedeva non lo meravigliava affatto. Giacch� sperava di iniziare una vita completamente nuova, completamente diversa dall'antica, egli si attendeva qualcosa di eccezionale, pi� eccezionale ancora di quello che vedeva. Il teschio, la bara, il Vangelo erano tutte cose che gli pareva di essersi aspettate, e aspettava qualcosa di pi�. Sforzandosi di suscitare dentro di s� un senso di stupore, si guardava attorno. �Dio, la morte, l'amore, la fratellanza�, diceva a se stesso, collegando a queste parole immagini confuse ma gioiose. La porta si apr�: qualcuno entr�. A quella debole luce, cui Pierre del resto aveva gi� avuto il tempo di abituarsi, vide entrare un uomo di bassa statura. Naturalmente, passando dalla luce al buio, quell'uomo si ferm�; poi, a passi cauti, avanz� verso la tavola e vi appoggi� sopra le piccole mani, coperte da guanti di pelle. Il piccolo uomo indossava un grembiale di cuoio bianco, che gli copriva il petto e parte delle gambe; attorno al collo aveva una specie di collana dalla quale usciva un alto "jabot" bianco che gli incorniciava il viso lungo, illuminato dal basso. - Perch� siete venuto qui? - domand� colui che era entrato, rivolgendosi dalla parte da cui giungeva il fruscio fatto da Pierre. - Perch� voi, che non credete nella verit� della luce e non vedete la luce siete venuto qui? Che cosa volete da noi? Sapienza, virt�, istruzione? Nel momento in cui l'uscio si era aperto ed era entrato lo sconosciuto, Pierre aveva provato un senso di paura e di profondo rispetto, simile a quello che provava, quando era bambino, durante la confessione: si sentiva solo con un uomo, a lui assolutamente estraneo secondo le convinzioni del vivere, a lui fratello secondo i princ�pi della fratellanza tra gli uomini. Pierre, con il cuore che gli batteva con tanta violenza da mozzargli il fiato, si mosse verso il �retore� (cos� veniva chiamato in massoneria il socio che aveva l'incarico di preparare il �cercatore� per l'ammissione alla societ�) e, avvicinatosi di pi�, riconobbe in lui un conoscente, un certo Smolj�ninov, ma lo offendeva il pensiero che colui che era entrato era persona a lui nota. Quell'uomo doveva esser per lui soltanto un fratello e un educatore di virt�. Per un pezzo Pierre non fu in grado di dire una parola, cosicch� il retore dovette ripetere la sua domanda. - S�... io... io desidero rinnovare la mia vita - rispose infine Pierre, a fatica. - Bene - disse Smolj�ninov, e subito prosegu�: - Avete conoscenza dei mezzi con i quali il nostro sacro Ordine pu� aiutarvi a raggiungere il vostro scopo? - disse il retore in fretta, ma con calma. - Io... spero... in una guida... in un aiuto... per rinnovarmi rispose Pierre con la voce tremante e stentando a trovare le parole, forse a causa dell'emozione e della mancanza di abitudine di esprimersi in russo su argomenti astratti. - Che opinione avete della frammassoneria? - Io suppongo che la frammassoneria consista nella fraternit� e nell'eguaglianza degli uomini con scopi virtuosi - rispose Pierre, vergognandosi, a mano a mano che parlava, della insufficienza delle proprie parole rispetto alla solennit� dei momento. - Io suppongo... - Bene - dichiar� in fretta il retore, evidentemente soddisfatto in pieno della risposta. - Avete cercato nella religione i mezzi per raggiungere la vostra meta? - No, la ritenevo falsa e non la seguivo - disse Pierre, ma con voce cos� sommessa che il retore non ud� la sue parole e gli domand� che cosa avesse detto. - Ero ateo - rispose Pierre. - Voi cercate la verit� per vivere secondo le sue leggi; di conseguenza cercate la sapienza e la virt�, nevvero? - chiese il retore dopo una breve pausa. - S�, s� - conferm� Pierre. Il retore toss�, incroci� sul petto le mani coperte dai guanti e prese a dire: - Ora devo rivelarvi lo scopo principale del nostro Ordine e, se questo scopo coincide col vostro, allora vi sar� utile entrare a farvi parte. Il primo e pi� importante suo scopo e insieme la base su cui esso si fonda, base che nessuna forza al mondo pu� rovesciare, � la conservazione e la trasmissione ai posteri di un importantissimo mistero... giunto a noi dai pi� remoti secoli, anzi dal primo uomo: da questo mistero dipende forse la storia del genere umano. Ma poich� questo mistero � di tale natura che nessuno lo pu� conoscere e giovarsene se non � preparato da una lunga e diligente preparazione di se stesso, non a tutti � concesso di conoscerlo in breve tempo. Noi abbiamo quindi un secondo scopo che consiste nel preparare i membri dell'Ordine a correggere, per quanto � possibile, i loro cuori, a purificare e a illuminare il loro intelletto con quei mezzi, rivelati dalla tradizione, con cui gli uomini si sono affaticati nella ricerca di quel mistero, e nel renderli capaci di intenderlo. Purificando e indirizzando verso la giusta via i nostri confratelli, ci sforziamo, in terzo luogo, di emendare il genere umano, offrendogli l'esempio dei nostri adepti, esempio di piet� e di virt�, e cos� con tutte le nostre forze cerchiamo di combattere il male che domina nel mondo. Riflettete a quanto vi ho detto: tra poco torner� da voi. - E dopo queste parole, usc� dalla stanza. - Combattere il male che domina nel mondo... - ripet� Pierre, immaginando gi� la sua futura attivit� in questo campo. Immaginava anche altri uomini simili a lui quale era due settimane addietro e, mentalmente, rivolgeva loro un discorso educativo e didattico. Immaginava uomini viziosi e infelici ai quali egli veniva in aiuto con le parole e con le azioni; immaginava gli oppressori ai quali riusciva a sottrarre le vittime. Dei tre scopi cui aveva accennato il retore, l'ultimo, l'emendamento del genere umano, pareva a Pierre il pi� congeniale al suo spirito. L'importante mistero di cui il retore aveva parlato, per quanto eccitasse la sua curiosit�, non gli appariva essenziale; il secondo scopo, la purificazione e la correzione di se stesso lo interessava poco, giacch� in quel momento si sentiva, con piacere, gi� completamente emendato dei suoi vizi di un tempo e teso unicamente verso il bene. Dopo mezz'ora il retore riapparve per comunicare al neofita le sette virt� che corrispondevano ai sette gradini del tempio di Salomone che ogni massone doveva coltivare in s�. Le sette virt� erano: 1) "La discrezione", ossia la conservazione del segreto dell'Ordine. 2) "L'obbedienza" ai superiori dell'Ordine. 3) "La severit�" dei costumi. 4) "L'amore" verso il prossimo. 5) "Il coraggio". 6) "La generosit�". 7) "L'amore della morte". - Cercate - disse il retore - con frequenti meditazioni sulla morte di giungere al punto che essa non vi appaia pi� come una terribile nemica, ma come una amica... capace di liberare dalle miserie di questa vita l'anima che ha sofferto per raggiungere la virt�, per condurla l� dove essa trover� la ricompensa e la pace. �S�, dev'essere cos��, pens� Pierre, quando il retore, dopo aver detto queste parole, usc� di nuovo dalla stanza lasciandolo solo a meditare. �Dev'essere cos�, ma io sono ancora tanto debole da amare la vita, il cui vero significato incomincia appena ora a rivelarmisi�. Ma le altre cinque virt� che Pierre ramment�, enumerandole sulle dita, se le sentiva nell'anima: il coraggio, la generosit�, la moralit� dei costumi, l'amore per il prossimo e in particolare, l'obbedienza che non gli appariva come una virt�, ma come una felicit�. (Gli dava tanta gioia ora il pensiero di sottrarsi al suo libero arbitrio e di sottomettere la sua volont� a coloro che conoscevano l'assoluta verit�). La settima virt�, Pierre l'aveva dimenticata e non riusciva assolutamente pi� a ricordarla. Per la terza volta ricomparve il retore, dopo un intervallo pi� breve, e domand� a Pierre se fosse sempre fermo nella sua decisione e pronto a sottomettersi a tutto quello che gli si richiedeva. - Sono pronto a tutto - rispose Pierre. - Devo ancora comunicarvi - disse il retore - che il nostro Ordine insegna la sua dottrina non solo a parole, ma anche con altri mezzi che forse agiscono con maggiori forze su chi va in cerca della verit�, pi� di quanto lo possano fare le dimostrazioni verbali. Questo tempio, arredato come voi vedete, deve avere gi� parlato al vostro cuore, se esso � sincero, pi� di qualsiasi parola; anche durante il proseguimento della vostra iniziazione vi capiter� di vedere un simile modo di presentare le spiegazioni. Il nostro Ordine imita quelle societ� antichissime che rivelavano le loro dottrine per mezzo di geroglifici. Il geroglifico - soggiunse il retore - � un modo di dare un nome alle cose che non cadono sotto i nostri sensi e che contengono propriet� simili a quelle della cosa rappresentata. Pierre non ignorava che cosa fosse un geroglifico, ma non osava parlare. Ascoltava in silenzio il retore avvertendo da tutto che presto avrebbero avuto inizio le prove. - Se siete fermamente deciso devo procedere alla iniziazione - dichiar� il retore, accostandosi di pi� a Pierre. - In segno di generosit�, vi prego di consegnarmi tutti gli oggetti preziosi che avete. - Ma qui con me non ho nulla - disse Pierre, immaginando che si volesse da lui tutto ci� che possedeva. - Quello che avete addosso: l'orologio, il denaro, gli anelli... Pierre si affrett� a tirar fuori il borsellino e l'orologio e fatic� a lungo per togliersi dal grosso dito l'anello matrimoniale. Quando questa operazione fu compiuta, il massone disse: - In segno di obbedienza, vi prego di spogliarvi. Pierre si tolse la giacca, il panciotto e la scarpa sinistra secondo l'indicazione del retore. Il massone gli apr� la camicia dal lato sinistro del petto e, chinandosi, gli alz� sino al ginocchio il pantalone sinistro. Pierre voleva togliersi anche la scarpa destra e sollevare il pantalone destro per evitare questa fatica a uno sconosciuto, ma il massone gli disse che non era necessario e gli porse una pantofola per il piede sinistro. Con un fanciullesco sorriso di vergogna, di incertezza e di canzonatura verso se stesso, che contro la sua volont� gli sfiorava le labbra, Pierre stava ritto con le braccia penzoloni e le gambe allargate, davanti al fratello retore, in attesa di nuovi ordini. - E infine, in segno di purezza di cuore, vi prego di rivelarmi la vostra pi� intensa passione - disse quello. - La mia pi� intensa passione? Ne ho avute tante! - rispose Pierre. - Quella che pi� di tutte le altre vi ha costretto a tentennare sulla via della virt�. Pierre tacque, riflettendo. �Il vino? La gola? L'ozio? La pigrizia? L'ira? L'odio? Le donne?� pensava, scegliendo tra i suoi vizi e non sapendo a quale di essi dare la precedenza. - Le donne - disse a voce sommessa, appena udibile. Il massone non si mosse e, dopo queste parole, rimase a lungo in silenzio. Finalmente si accost� a Pierre, prese il fazzoletto posato sulla tavola e gli bend� di nuovo gli occhi. - Ve lo dico per l'ultima volta: rivolgete tutta la vostra attenzione a voi stesso, mettete i ceppi ai vostri sensi e cercate la beatitudine non nelle passioni, ma nel vostro cuore. La fonte della beatitudine � dentro di noi, non fuori... Pierre gi� sentiva in s� quella luminosa fonte di beatitudine, che ora gli colmava l'anima di commossa gioia. CAPITOLO 4. Poco dopo venne a prenderlo nel buio tempio non pi� il retore di prima, ma il conte Villarski che aveva garantito per lui e che Pierre riconobbe alla voce. Alle nuove interrogazioni sulla fermezza dei suoi propositi, Pierre rispose: - S�, s�, consento - e con un infantile, radioso sorriso, il grasso petto scoperto, procedendo con passo timido ed esitante un piede nudo e l'altro calzato, and� avanti verso la spada che Villarski teneva puntata verso il suo petto nudo. Da quella stanza fu guidato avanti e indietro lungo vari corridoi, e finalmente lo fecero fermare dinanzi all'uscio della Loggia. Villarski toss�: gli risposero alcuni colpi di martello, all'uso massone, e la porta si apr� dinanzi a lui. La voce di basso di uno sconosciuto (gli occhi di Pierre erano sempre bendati) gli chiese chi fosse, dove e quando fosse nato, eccetera eccetera. Poi, sempre a occhi bendati, lo guidarono oltre e, cammin facendo, gli parlarono in forma allegorica delle fatiche della via intrapresa, della santit� dell'amicizia, dell'Architetto eterno dell'universo, del coraggio, con cui avrebbe dovuto affrontare fatiche e pericoli. Durante il cammino Pierre not� che lo chiamavano ora "colui che cerca", ora "colui che sopporta", ora "colui che chiede" e, a seconda di tali denominazioni, risonavano in modo diverso i colpi battuti con il martello e con le spade. Mentre veniva guidato verso un oggetto sconosciuto, Pierre avvert� che tra coloro che lo accompagnavano erano sorti un certo imbarazzo e un po' di confusione. Ud� che le persone che gli erano attorno discutevano a bassa voce e che una di esse insisteva affinch� egli fosse fatto passare sopra non so quale tappeto. Dopo di che, presagli la mano destra, gliela fecero posare su qualche cosa e gli ordinarono di appoggiare con la sinistra un compasso sulla mammella sinistra; poi, facendogli ripetere le parole che uno di loro leggeva, gli chiesero di giurare fedelt� alle leggi dell'Ordine. Poi, spente le candele, accesero, come Pierre avvert� dall'odore, una lampada a spirito e gli dissero che avrebbe visto la piccola luce. Gli tolsero la benda e Pierre, come in sogno, scorse al fioco lume delle fiammelle a spirito, alcune persone le quali, con un grembiale simile a quello del retore, erano ritte davanti a lui e tenevano in mano delle spade puntate contro il suo petto. Tra quelle persone vi era un uomo in camicia bianca macchiata di sangue. A quella vista Pierre si spinse avanti perch� le spade gli trafiggessero il petto, ma le spade si ritrassero e subito dopo gli fu rimessa la benda sugli occhi. - Ora hai veduto la piccola luce - gli disse una voce sconosciuta. Poi riaccesero le candele, gli dissero che avrebbe ora veduto la grande luce. Gli tolsero ancora una volta le bende e pi� di dieci voci scandirono insieme all'improvviso: "Sic transit gloria mundi" (7). A poco a poco Pierre cominci� a tornare in s� e a osservare la stanza in cui stava e le persone che si trovavano in essa. Attorno a un lungo tavolo, coperto di nero, sedevano una dozzina circa di persone, tutte vestite come quelle che aveva gi� vedute. Alcune di esse Pierre le aveva gi� conosciute in societ�, a Pietroburgo. Al posto del presidente stava un giovane sconosciuto che portava al collo una croce speciale. Alla sua destra sedeva l'abate italiano che Pierre aveva incontrato due anni addietro in casa di Anna P�vlovna. Vide inoltre un altissimo funzionario e un precettore svizzero che abitava prima in casa Kuragin. Tutti tacevano e con espressione solenne ascoltavano le parole del presidente che aveva in mano un martello. Alla parete era infissa una stella fiammeggiante; da un lato della tavola era steso un piccolo tappeto con disegni vari, dall'altro si ergeva una specie di altare su cui erano posati un Vangelo e un teschio. Attorno al tavolo sette grossi candelabri simili a quelli delle chiese. Due fratelli condussero Pierre all'altare, gli disposero i piedi ad angolo retto e gli ordinarono di stendersi bocconi, spiegandogli che cos� ci si prosternava alle porte del tempio. - Deve prima ricevere la cazzuola - disse a bassa voce uno dei fratelli. - Ah, smettetela, per favore - esclam� un altro. Pierre si guard� attorno con gli occhi miopi, smarrito, e non ubbid�, colto improvvisamente da un dubbio: �Dove sono? Che cosa faccio? Si stanno forse burlando di me? Non mi vergogner�, un giorno, al ricordo di tutto questo?�. Ma il dubbio non dur� che un attimo. Pierre guard� i visi seri delle persone che lo circondavano, ramment� tutto quello che aveva gi� fatto e cap� che non era possibile fermarsi a mezza strada. Ebbe orrore del proprio dubbio e, sforzandosi di far rinascere in s� quel sentimento di gioiosa commozione gi� poco prima provato, obbed� e si prostern� alle porte del tempio. E infatti il sentimento desiderato si impadron� di lui, pi� forte che mai. Dopo essere rimasto bocconi qualche tempo, gli ordinarono di alzarsi, gli fecero indossare il grembiale di cuoio bianco come avevano gli altri, gli diedero una cazzuola e tre paia di guanti e soltanto allora il Gran Maestro si rivolse a lui. Gli disse di procurare di non macchiare mai in alcun modo il candore di quel grembiale, simbolo della fermezza e della purezza; poi, a proposito della cazzuola, il cui significato gli rimase oscuro, gli dissero che con quella doveva purificare il suo cuore dai vizi e lisciare con indulgenza il cuore del prossimo. Infine, a proposito del primo paio di guanti da uomo, gli dissero che non gli era consentito di conoscerne il significato, ma che doveva serbarli; quanto al secondo paio, pure da uomo, doveva calzarli durante le riunioni dell'Ordine e quanto al terzo, da donna, gli dissero: - Caro fratello, questi guanti da donna sono destinati a voi: offriteli a colei che riterrete superiore a tutte le altre. Questo dono dar� a colei che avrete scelto come degna compagna nella massoneria la certezza della purezza del vostro cuore. - Tacque per qualche istante e poi aggiunse: - Ma bada, fratello, che questi guanti non coprano mani impure -. Mentre il Gran Maestro pronunziava queste ultime parole, parve a Pierre che il presidente fosse turbato. Egli stesso si turb� ancora di pi�, si fece rosso sino alle lacrime, come i bambini, e prese a volgere attorno a s� uno sguardo inquieto. Segu� un silenzio imbarazzante. Il silenzio fu interrotto da uno dei fratelli che, dopo aver condotto Pierre verso il tappeto, prese a leggergli da un quaderno le spiegazioni di tutte le figure ivi rappresentate: il sole, la luna il martello, la cazzuola, la pietra greggia e quella squadrata, la colonna, le tre finestre e via di seguito. Poi assegnarono a Pierre il suo posto, gli mostrarono i segni della Loggia, gli comunicarono la parola d'ordine e, finalmente, gli permisero di sedersi. Il Gran Maestro inizi� la lettura dello statuto. Esso era molto lungo e Pierre per la gioia, l'emozione e la vergogna, non era proprio in condizioni di capire ci� che ascoltava. Ud� e prest� attenzione soltanto alle ultime parole che gli rimasero impresse nella memoria. �Nei nostri templi non riconosciamo altri gradi�, leggeva il Gran Maestro, �fuorch� quelli che stanno tra il vizio e la virt�. Guardati dal fare qualsiasi cosa che possa guastare l'eguaglianza tra gli uomini, accorri in aiuto del fratello, chiunque egli sia, rimetti sul retto cammino il traviato, risolleva il caduto e non nutrire mai astio o inimicizia verso un fratello. Sii affettuoso e gentile, suscita in tutti i cuori la fiamma della virt�. Dividi la felicit� con il tuo prossimo e non permettere mai che l'invidia venga a turbare questa purissima gioia. Perdona al nemico e non vendicarti di lui se non facendogli del bene. Obbedendo cos� alla legge suprema, tu ritroverai le tracce dell'antica grandezza perduta�, concluse e, alzatosi, abbracci� Pierre e lo baci�. Pierre, con gli occhi umidi di lacrime di gioia, si guardava attorno non sapendo che cosa rispondere ai rallegramenti e alle frasi di rinnovata amicizia di coloro che lo circondavano. Egli non conosceva nessuno, ma in tutti quegli uomini vedeva soltanto dei fratelli con i quali ardeva dal desiderio di accingersi all'opera. Il Gran Maestro batt� un colpo con il martello, tutti sedettero al loro posto e uno di essi inizi� la lettura di una predica sulla necessit� dell'umilt�. Il Gran Maestro propose poi di compiere l'ultimo rito, e l'importante funzionario che aveva il grado di elemosiniere si mise a fare il giro dei fratelli. Pierre avrebbe voluto sottoscrivere nella lista delle elemosine tutto il denaro che aveva, ma temeva che il suo gesto potesse apparire un atto di orgoglio e si limit� a sottoscrivere la stessa somma che avevano sottoscritto gli altri. La seduta era finita. Rientrato a casa, Pierre ebbe l'impressione di essere tornato da chi sa quale lungo viaggio durato diecine di anni, di essere completamente mutato e di aver lasciato per sempre il modo di vivere e le abitudini di un tempo. CAPITOLO 5. Il giorno successivo alla cerimonia alla Loggia, Pierre rimase in casa immerso nella lettura di un libro, sforzandosi di penetrare il significato del quadrato di cui un lato rappresenta Dio, un altro il mondo morale, il terzo il mondo fisico e il quarto l'unione degli ultimi due. Di tanto in tanto lasciava il libro e le meditazioni sul quadrato e, con l'immaginazione, andava progettando il piano di una nuova vita. Il giorno prima, alla Loggia, aveva saputo che la notizia del suo duello era giunta alle orecchie dell'imperatore e che sarebbe stato cosa saggia, da parte sua, allontanarsi da Pietroburgo. Pierre pens� di recarsi nelle sue terre del mezzogiorno e di occuparsi laggi� dei suoi contadini. Stava pensando con gioia a questa nuova vita, quando all'improvviso entr� nella camera il principe Vassilij. - Ma che hai fatto a Mosca, amico mio? Perch� hai litigato con L�lin, "mon cher"? Sei in errore - disse il principe Vassilij.- Ho saputo tutto e posso dirti con assoluta certezza che Elen � innocente di fronte a te come Cristo di fronte ai Giudei. Pierre fece per rispondere, ma il principe lo interruppe. - Perch� non ti sei rivolto semplicemente e direttamente a me come a un vero amico? Io so tutto, capisco tutto... Tu ti sei comportato come un uomo a cui sta a cuore il proprio onore; hai agito forse con eccessiva fretta, ma non � di questo che voglio parlare. Pensa a una cosa sola: alla posizione in cui hai messo lei agli occhi del mondo e anche... della Corte - aggiunse, abbassando la voce. - Lei sta a Mosca, tu stai qui. Rifletti, mio caro - e gli tir� il braccio verso il basso; - si tratta di un malinteso e credo che tu stesso ne sia gi� persuaso. Scriviamo subito insieme una lettera a Elen; essa verr� qui e tutto si chiarir�; se no, mio caro, ti avverto, � molto facile che tu debba passare dei guai. Il principe Vassilij guard� Pierre con aria grave e prosegu�: - So da buona fonte che l'imperatrice vedova s'interessa vivamente a questa faccenda. E tu sai che essa nutre molta benevolenza per Elen. Pi� volte Pierre aveva tentato di parlare, ma da un lato il principe Vassilij non glielo permetteva, dall'altro Pierre stesso temeva di iniziare il proprio discorso in tono di reciso rifiuto e di disaccordo con cui aveva ferma intenzione di rispondere al suocero. Inoltre le parole dello statuto massonico: �Sii affettuoso e cortese� gli tornavano alla mente. Aggrottava il viso, arrossiva, si alzava e si sedeva, cercando di fare uno sforzo su se stesso per compiere la cosa per lui pi� difficile della vita: dire in faccia a una persona, chiunque essa fosse, non ci� che quella si aspettava ma, al contrario, qualche cosa di spiacevole. Era cos� abituato a sottomettersi al modo di fare disinvolto e noncurante del principe Vassilij che anche in quel momento sentiva che non avrebbe avuto la forza di resistere; d'altra parte, sentiva anche che dalle parole che stava per pronunziare dipendeva tutto il suo avvenire. Avrebbe seguito l'antica via o quella nuova che gli era stata indicata in modo cos� allettante dai massoni e seguendo la quale credeva fermamente di rinascere a nuova vita? - Suvvia, mio caro, - riprese scherzosamente il principe Vassilij - rispondimi di s� e io scriver� a Elen a nome tuo e uccideremo insieme il vitello grasso! Ma prima che il principe Vassilij avesse finito di parlare, Pierre, lasciandosi vincere dal furore, come accadeva a suo padre, e senza guardare in faccia il suo interlocutore, disse a bassa voce: - Principe, io non vi ho chiamato in casa mia: vi prego di andarvene! - Balz� in piedi e apr� la porta. - Uscite, dunque - ripet�, mentre ancora non credeva a se stesso e si rallegrava dell'espressione sbalordita e spaventata apparsa sul viso del principe Vassilij. - Ma che hai? Ti senti male? - Uscite! - sibil� ancora con voce tremante. E il principe Vassilij dovette andarsene senza aver ottenuto alcuna spiegazione. Una settimana dopo, salutati i suoi nuovi amici massoni e lasciate loro ingenti somme per alcune imprese benefiche, Pierre part� per i suoi possedimenti. I suoi confratelli gli dettero lettere per i massoni di Kiev e di Odessa e gli promisero di scrivergli e di guidarlo nella sua nuova attivit�. CAPITOLO 6. Il duello fra Pierre e D�lochov venne messo a tacere e, nonostante la severit� di cui a quel tempo l'imperatore dava prova riguardo a cose del genere, n� i loro avversari, n� i loro padrini ebbero noie. Ma la storia del duello, confermata dalla separazione di Pierre dalla moglie, si diffuse in tutta la societ�. Pierre, per cui tutti avevano mostrato un'indulgenza protettrice quando era figlio naturale e che era stato vezzeggiato e corteggiato quando era diventato il miglior partito dell'impero russo, dopo il suo matrimonio, allorch� le signorine e le madri non ebbero pi� nulla da sperare, aveva perso terreno nell'opinione pubblica, tanto pi� che egli non sapeva e non voleva attirarsi la benevolenza del bel mondo. Ora era considerato il solo colpevole dell'accaduto: si diceva che era di una gelosia assurda, soggetto, come suo padre, ad accessi di furore sanguinario. E quando, dopo la partenza di Pierre, Elen torn� a Pietroburgo, fu accolta da tutti i conoscenti non solo cordialmente, ma con una sfumatura di rispetto suscitato dalla sua sventura. Allorch� si parlava del marito, Elen assumeva un'aria dignitosa che essa aveva adottato, pur senza comprenderne il senso per una specie di intuito che le era particolare. Quella sua espressione voleva significare che era decisa a sopportare senza lagnarsi la sua triste sorte e che considerava suo marito come una croce mandatale da Dio. Il principe Vassilij manifestava la sua opinione molto pi� francamente. Quando si cominciava a parlare di Pierre, egli si stringeva nelle spalle e, toccandosi la fronte con un gesto significativo, diceva: - "Un cerveau f�l�... je le disais toujours [8. Un cervello bacato, l'ho sempre detto]. - Io ho sostenuto prima di tutti, - dichiarava Anna P�vlovna a proposito di Pierre, insistendo sulla priorit� della propria opinione - che quello era un giovane pazzo, esaltato dalle idee corrotte del nostro secolo. E lo sostenevo anche quando tutti erano entusiasti di lui, ed egli era appena ritornato dall'estero; ricordate quella volta, a una serata in casa mia, che si dava delle arie da Marat (9)? E com'� finita? Io, sin da allora, non ero affatto favorevole a quel matrimonio, e avevo previsto tutto quello che purtroppo � accaduto. Anna P�vlovna nelle serate libere dava, come un tempo, in casa sua, dei ricevimenti organizzati con una abilit� tutta particolare, serate nelle quali, come lei stessa soleva dire, riuniva la "cr�me de la v�ritable bonne soci�t�, la fine fleur de l'essence intellectuelle de la soci�t� de P�tersbourg" [10. Il meglio della vera buona societ�; il fior fiore della cultura della societ� pietroburghese]. Oltre che per tale raffinata scelta degli invitati, le serate di Anna P�vlovna si distinguevano anche perch� in ognuna di esse la padrona di casa offriva ai suoi ospiti un personaggio nuovo, interessante, e perch�, in nessun'altra casa, come nella sua, si manifestavano con tanta precisione e sicurezza i gradi ai quali salivano, sul termometro politico, gli umori della societ� legittimistica della capitale, relativamente allo svolgersi degli avvenimenti. Verso la fine dell'anno 1806, quando erano gi� noti i tristi particolari delle sconfitte dell'esercito prussiano a Jena e ad Auerstadt ad opera di Napoleone e circa la resa di gran parte delle fortezze prussiane, quando gi� le nostre truppe erano entrate in Prussia e cominciava la seconda guerra contro Napoleone, Anna P�vlovna aveva dato una delle sue serate. "La cr�me de la v�ritable bonne soci�t�" era composta dalla bellissima e infelice Elen, abbandonata dal marito, da Mortemart, dall'affascinante principe Ippol�t, appena arrivato da Vienna, da due diplomatici, dalla vecchia zia, da un giovane che nel salotto godeva semplicemente dell'appellativo di "un homme de beaucoup de m�rite" [11. Un giovane di molto merito], da una damigella d'onore recentemente eletta, con la madre, e da alcune altre persone meno importanti. Il personaggio che quella sera Anna P�vlovna offriva come novit� ai suoi invitati era Bor�s Drubetzk�j, giunto da pochi giorni in qualit� di corriere dell'esercito prussiano e di aiutante di campo di un'altissima personalit�. Quella sera, il termometro politico dava all'eletta riunione le seguenti indicazioni: �Per quanto tutti i sovrani e i grandi generali europei procurassero di aiutare sottomano il Buonaparte per dare a "me" e in generale a noi i crucci e le amarezze presenti, la nostra opinione sul conto di Napoleone non pu� mutare. Noi non cesseremo di manifestare il nostro franco parere in proposito e possiamo soltanto dire al re di Prussia e agli altri: Peggio per voi! "Tu l'as voulu, Georges Dandin!" [Te lo sei voluto, Georges Dandin!]� (12). Ecco quello che indicava il termometro politico al ricevimento di Anna P�vlovna. Quando Bor�s, che doveva essere presentato agli invitati, entr� nel salotto, la riunione era quasi al completo e l'argomento della conversazione, guidata da Anna P�vlovna, si aggirava sulle relazioni diplomatiche con l'Austria e sulla nostra auspicabile alleanza con quella nazione. Bor�s, in uniforme da aiutante da campo, elegante, fresco, entr� con disinvoltura e, secondo l'usanza, fu condotto prima ad ossequiare la zia e poi nuovamente riunito al gruppo degli ospiti. Anna P�vlovna gli porse la sua mano rinsecchita da baciare e lo present� ad alcune persone che egli non conosceva, qualificandogliele sottovoce, una per una: - "Le prince Hippolyte Kouraguine, charmant jeune homme. Monsieur Kroug, charg� d'affaires de Kopenhague, un esprit profond"; - e poi semplicemente: - "Monsieur Schitoff, un homme de beaucoup de m�rite" [13. Il principe Ippol�t Kuragin, giovane affascinante. Il signor Kroug, incaricato di affari di Copenaghen, una mente profonda... Il signor Scit�v, uomo di grande merito] - a proposito di colui che godeva di quell'appellativo. Bor�s, durante il suo servizio, grazie alle raccomandazioni di Anna P�vlovna, ai suoi gusti particolari e al suo carattere riservato, era riuscito a crearsi una posizione assai vantaggiosa. Addetto come aiutante di campo di un alto personaggio, era stato incaricato di un'importantissima missione in Prussia, donde appunto era appena tornato, in qualit� di corriere. Aveva saputo adattarsi perfettamente a quella regola disciplinare non scritta, secondo la quale un sottotenente poteva trovarsi molto pi� in alto di un generale e secondo la quale, per fare carriera, non erano necessari n� sforzi, n� fatiche, n� coraggio, n� perseveranza, ma bastava possedere l'arte di saper trattare con coloro che distribuiscono gradi e ricompense; ed egli stesso talvolta si meravigliava della rapidit� dei suoi successi e dell'incapacit� degli altri ad agire come lui. In seguito a quella scoperta, tutta la sua vita, tutte le sue relazioni con le conoscenze di un tempo e tutti i suoi progetti per l'avvenire erano totalmente mutati. Non era ricco ma impiegava tutto il suo denaro per essere vestito meglio degli altri; preferiva privarsi di molti piaceri piuttosto che usare una brutta carrozza o mostrarsi per le vie di Pietroburgo in una vecchia uniforme. Stringeva amicizia e cercava di far conoscenza soltanto con persone che come posizione gli fossero superiori e che perci� avrebbero potuto essergli utili. Amava Pietroburgo e disprezzava Mosca. Il ricordo della casa dei Rost�v e del suo infantile amore per Natascia gli era sgradito e, da quando era partito per la guerra, non era mai pi� andato in casa loro. Nel salotto di Anna P�vlovna, che egli giudicava della massima utilit� per fare un passo avanti nella carriera, aveva subito capito la parte che doveva rappresentare e lasci� che la padrona di casa traesse profitto dall'interesse che egli suscitava; osservava attentamente tutte le persone presenti e calcolava i vantaggi e le possibilit� che l'amicizia con ciascuna di esse poteva procurargli. Si sedette al posto indicatogli, accanto alla bella Elen, e prese ad ascoltare la conversazione generale. - "Vienne trouve les bases du trait� propos� tellement hors d'atteinte, qu'on ne saurait y parvenir m�me par une continuit� de succ�s les plus brillants, et elle met en doute les moyens qui pourraient nous les procurer. C'est la phrase authentique du cabinet de Vienne [14. Vienna ritiene cos� al di fuori di ogni accettabilit� le basi del trattato propostole, che non le accetterebbe neppure dopo una serie di successi brillantissimi e dubita dei mezzi che potrebbero procurarceli. E' la frase testuale del gabinetto di Vienna.] - diceva l'incaricato di affari danese. - "C'est le doute qui est flatteur!" [15. E' proprio il dubbio che lusinga!] - osserv� l'uomo dalla mente profonda, con un fine sorriso. - "Il faut distinguer entre le cabinet de Vienne et l'empereur d'Autriche" - disse Mortemart. - "L'empereur d'Autriche n'a jamais pu penser � una chose pareille, ce n'est que le cabinet qui le dit [16. Bisogna distinguere tra il gabinetto di Vienna e l'imperatore d'Austria... L'imperatore d'Austria non ha mai potuto pensare a una cosa simile: � soltanto il gabinetto che l'afferma]. - Eh, "mon cher vicomte" - interloqu� Anna P�vlovna - "L'Urope" (chi sa perch� pronunziava "l'Urope" come se fosse una particolare finezza della lingua francese), "l'Urope ne sera jamais notre alli�e sinc�re" [17. Eh, caro visconte, l'Europa non sar� mai una nostra alleata sincera]. Poi Anna P�vlovna, per introdurre Bor�s nella conversazione, si mise a parlare del coraggio e della fermezza del re di Prussia. Bor�s aveva ascoltato attentamente tutto ci� che si diceva, aspettando il suo turno, ma intanto era anche riuscito a lanciare di quando in quando un'occhiata alla sua vicina, la bellissima Elen, che gi� pi� di una volta gli aveva sorriso, quando i suoi occhi s'erano incontrati con quelli magnifici del giovane aiutante. Con molta naturalezza, nel parlare della situazione della Prussia, Anna P�vlovna preg� Bor�s di descrivere il suo viaggio a Glogau e di parlare delle condizioni in cui aveva trovato l'esercito prussiano. Bor�s, senza affrettarsi, esprimendosi in un francese perfetto, espose molti particolari interessanti sulle truppe e sulla Corte, evitando con cura, nel corso del suo racconto, di manifestare opinioni personali sui fatti che riferiva. Per un certo tempo l'interesse generale si concentr� sul giovane aiutante di campo, e Anna P�vlovna not� con soddisfazione che il nuovo �piatto� da lei offerto era accettato con piacere da tutti gli invitati. Fu Elen a interessarsi pi� di tutti alle parole di Bor�s: lo interrog� parecchie volte su alcuni particolari del suo viaggio, mostrando d'interessarsi in modo speciale alle condizioni dell'esercito prussiano. Non appena egli ebbe finito, Elen gli si rivolse con il suo consueto sorriso: - "Il faut absolument que vous veniez me voir" - gli disse con un'intonazione di voce tale da far pensare che, per ragioni particolari che egli non poteva conoscere, quella visita fosse assolutamente indispensabile. - "Mardi entre huit et neuf heures. Vous me ferez grand plaisir" [18. Bisogna proprio che veniate a trovarmi. Marted�, tra le otto e le nove. Mi farete veramente piacere]. Bor�s le promise di non mancare e stava per mettersi a discorrere con lei, quando Anna P�vlovna lo chiam� con il pretesto che la zia desiderava ascoltare il suo racconto. - Voi conoscete suo marito, non � vero? - gli chiese Anna P�vlovna, socchiudendo gli occhi e indicando Elen con un gesto doloroso. - Ah! E' una donna deliziosa, ma tanto infelice! Non parlate di lui in sua presenza, ve ne prego! La fareste troppo soffrire! CAPITOLO 7. Quando Bor�s e Anna P�vlovna si riunirono al gruppo principale, il principe Ippol�t stava dirigendo la conversazione. Spintosi avanti sulla poltrona, aveva esclamato: - "Le roi de Prusse!" - e, detto ci�, si mise a ridere. Tutti si erano voltati verso di lui. - "Le roi de Prusse?" - ripet� Ippol�t, mettendosi di nuovo a ridere e di nuovo torn� a sprofondarsi, tranquillo e serio, nella poltrona. Anna P�vlovna aspett� un poco, ma, poich� Ippol�t pareva deciso a non dire altro, ella si mise a parlare di quel sacrilego Bonaparte che a Potsdam aveva portato via la spada di Federico il Grande. - "C'est l'�p�e de Fr�d�ric le Grand que je..." [19. E' la spada di Federico il Grande, che io...] - cominci�, ma Ippol�t la interruppe con le stesse parole di prima: - "Le roi de Prusse.." - e di nuovo, non appena tutti si rivolsero a lui, si scus� e tacque. Anna P�vlovna aggrott� le sopracciglia e Mortemart, amico di Ippol�t, gli si rivolse decisamente dicendo: - "Voyons, � qui en avez-vous avec votre roi de Prusse?" [20. Vediamo un po', con chi ce l'avete, con il vostro re di Prussia?]. Ippol�t si mise a ridere, come se si vergognasse del proprio riso. - "Non, ce n'est rien, je voulais dire seulement..." - (voleva ripetere uno scherzo sentito a Vienna e che per tutta la serata aveva cercato invano di inserire nella conversazione). - "Je voulais dire seulement que nous avons tort de faire la guerre �pour le roi de Prusse�" [21. No, niente, volevo soltanto dire... Volevo soltanto dire che abbiamo torto a combattere �per il re di Prussia�]. Bor�s sorrise prudentemente, in modo che il suo sorriso potesse essere considerato come una canzonatura o come un'approvazione per lo scherzo, secondo il modo con cui esso sarebbe stato accolto. Tutti scoppiarono in una risata. - "Il est tr�s mauvais votre jeu de mots, tr�s spirituel, mais injuste" - disse Anna P�vlovna, minacciandolo con un dito. - "Nous ne faisons pas la guerre pour le roi de Prusse, mais pour les bons principes. Ah, le m�chant, ce prince Hippolyte! [22. E' molto maligno il vostro gioco di parole, spiritoso, s�, ma ingiusto. Noi non facciamo la guerra per il re di Prussia, ma per i buoni princ�pi. Ah, com'� cattivo questo principe Ippol�t!]. La conversazione non ebbe un minuto di sosta durante tutta la sera, tratt� specialmente le novit� politiche e si anim� in modo particolare verso la fine, quando si parl� delle ricompense concesse dall'imperatore. - L'anno scorso N. N. ha pure avuto una tabacchiera con ritratto- disse "l'homme � l'esprit profond" - perch� S. S. non pu� avere la stessa ricompensa? - "Je vous demande pardon, une tabati�re avec le portrait de l'empereur est une r�compense, mais point une distinction" - osserv� uno dei diplomatici; - "un cadeau plut�t" [23. Chiedo scusa, ma una tabacchiera con il ritratto dell'imperatore pu� essere una ricompensa, ma non una distinzione... La chiamerei piuttosto un regalo]. - "Il y a eu plut�t des ant�c�dents, je vous citerai Schwarzenberg" [Ci sono stati parecchi precedenti, vi citer� Schwarzenberg] (24). - "C'est impossible" [25. E' impossibile] - obiett� un altro. - Scommettiamo? "Le grand cordon, c'est diff�rent" [26. Il gran cordone � un'altra cosa]. Quando tutti si alzarono per andarsene, Elen, che aveva parlato pochissimo durante la serata, si rivolse di nuovo a Bor�s rinnovandogli, con affettuosa e significativa preghiera, l'invito di recarsi da lei il marted� successivo. - E' proprio indispensabile - disse con un sorriso, guardando Anna P�vlovna, e Anna P�vlovna con quello stesso triste sorriso che accompagnava le sue parole quando parlava della sua augusta protettrice, approv� il desiderio di Elen. Sembrava che quella sera, da alcune parole dette da Bor�s a proposito dell'esercito di Prussia, Elen avesse scoperto improvvisamente l'assoluta necessit� di vederlo, e ora sembrava promettergli che quando si fosse recato da lei il marted� gli avrebbe spiegato quella necessit�. Ma il marted� sera, allorch� Bor�s si trov� nel magnifico salone di Elen, non ebbe una chiara spiegazione sulla necessit� di quella visita. Vi erano altri ospiti; la contessa parl� assai poco con lui e soltanto al momento di accomiatarsi, mentre egli le baciava la mano, ella a bassa voce e, stranamente, senza sorridere, gli disse a un tratto: - "Venez demain d�ner... le soir. Il faut que vous veniez... Venez" [27. Venite domani a pranzo... di sera. Bisogna che veniate... Venite]. Durante il suo soggiorno a Pietroburgo, Bor�s divenne un assiduo frequentatore della casa della contessa Bezuchov. CAPITOLO 8. La guerra si andava intensificando e il teatro delle operazioni si avvicinava sempre di pi� alla frontiera russa. Ovunque si levavano maledizioni a Bonaparte, il nemico del genere umano; si reclutavano soldati in villaggi, e dalle zone di guerra giungevano le pi� disparate notizie, come sempre false, e perci� interpretate in modi diversi. La vita del vecchio principe Bolkonskij, del principe Andr�j e della principessina M�rija era molto mutata, dopo il 1805. Nel 1806 il vecchio principe era stato nominato tra gli otto generali in capo della milizia territoriale, allora designati per tutta la Russia. Nonostante la debolezza senile, accentuatasi durante il periodo in cui aveva creduto che suo figlio fosse morto, egli non si era ritenuto in diritto di rifiutare una carica alla quale era stato chiamato dall'imperatore, e la nuova attivit� che gli si offriva lo aveva rinvigorito e reso pi� energico. Adesso era continuamente in giro per i tre governatorati a lui affidati; scrupoloso sino alla pedanteria nell'adempimento del dovere, severo sino alla crudelt� verso i subordinati, si occupava personalmente sin nei minimi particolari del suo lavoro. La principessina M�rija aveva smesso di prendere lezioni di matematica dal padre e soltanto qualche volta, di mattina, quando egli era in casa, entrava nella sua stanza da lavoro accompagnata dalla nutrice che portava in braccio il piccolo principe Nikol�j. Il principino, ancora poppante, viveva con la nutrice e la bambinaia S�visna nell'appartamento della defunta principessa, dove la principessina M�rija passava molta parte della giornata, cercando, come sapeva, di far da madre al piccolo nipotino. Anche "mademoiselle" Bourienne, almeno in apparenza, amava moltissimo il bimbo e spesso la principessina M�rija si privava, per fare piacere all'amica, della gioia di vezzeggiare l'angioletto (come essa chiamava il nipotino) e di giocare con lui. Di fianco all'altare della chiesa di Lissia-Gori era stata eretta, sulla tomba della piccola principessa, una cappella, ove era stato collocato un monumento di marmo fatto venire dall'Italia, che rappresentava un angelo con le ali spiegate, pronto a spiccare il volo verso il cielo. L'angelo aveva il labbro superiore un po' sollevato, come se si preparasse a sorridere, e un giorno il principe Andr�j e la principessina M�rija, uscendo dalla cappella, si confessarono che, cosa strana, il viso dell'angelo rammentava loro quello della defunta. Ma, cosa anche pi� strana, di cui per� il principe Andr�j non fece parola alla sorella, era che nell'espressione data per caso dallo scultore all'angelo, questi aveva le stesse parole di dolce rimprovero che aveva letto sul viso della moglie morta: �Oh, che avete fatto di me?�. Poco dopo il ritorno del principe Andr�j, il vecchio principe aveva dato in propriet� al figlio la terra di Boguci�rovo, un grande possedimento situato a quaranta miglia da Lissia-Gori. Sia per sfuggire ai tristi ricordi legati a Lissia-Gori, sia perch� non sempre si sentiva la forza di sopportare il carattere del padre, sia anche perch� provava un gran bisogno di solitudine, il principe Andr�j, approfittando del dono paterno, si fece costruire a Boguci�rovo una casa dove fin� per trascorrere la maggior parte del suo tempo. Dopo la campagna di Austerlitz, il principe Andr�j aveva fermamente deciso di non prestar pi� servizio nell'esercito e, quando la guerra si riaccese e tutti parevano dover riprendere le armi, egli, per evitare il servizio attivo, aveva accettato, agli ordini del padre, di attendere al reclutamento delle milizie territoriali. Pareva che padre e figlio, dopo la campagna del 1805, si fossero scambiate le parti: il vecchio principe, rianimato dalla nuova attivit�, si attendeva dall'attuale campagna tutti i possibili successi; il principe Andr�j, invece, che non partecipava alla guerra e che, in cuor suo, se ne doleva, prevedeva eventi tutt'altro che felici. Il 26 febbraio del 1809 il vecchio principe part� per una ispezione. Il figlio, come sempre faceva durante le assenze del padre, rimase a Lissia-Gori. Il piccolo Nik�luska era ammalato da quattro giorni. I cocchieri, che erano andati ad accompagnare il padrone, ritornarono dalla citt� portando carte e lettere per il principe Andr�j. Il domestico, arrivato con la posta, non avendo trovato il giovane principe nel suo studio, si rec� nell'appartamento della principessina M�rija, ma non lo trov� neanche l�. Gli dissero che il signore era nella stanza del piccino. - Scusate, eccellenza, � arrivato Petruscia con alcune lettere disse una delle cameriere che aiutavano la bambinaia, volgendosi al principe Andr�j il quale, seduto su una seggiolina da bambini, stava versando goccia a goccia con mano tremante una medicina in un bicchiere per met� pieno di acqua. - Che c'�? - domand� indispettito e, mossa incautamente la mano, vers� nel bicchiere pi� gocce del necessario. Butt� per terra la medicina contenuta nel bicchiere e chiese altra acqua. Nella camera non c'erano che un lettino, due bauli, due poltrone, una tavola, un tavolinetto da bambini e una seggiolina sulla quale appunto era adesso seduto il principe Andr�j. Le finestre avevano le tendine abbassate e sul tavolo ardeva una sola candela, riparata da un libro di musica, in modo che la luce non battesse direttamente sul lettino. - Mio caro, - disse la principessina M�rija, rivolgendosi al fratello da presso il lettino accanto al quale stava - � meglio aspettare... dopo... - Taci, ti prego! Dici solo delle sciocchezze. Hai sempre voluto aspettare ed ecco, a forza di aspettare... - mormor� il principe Andr�j in tono irritato e con l'evidente intenzione di ferire la sorella. - Caro, secondo me, � davvero meglio non svegliarlo: si � addormentato appena adesso - obiett� la principessina con voce supplichevole. Il principe Andr�j si alz� e in punta di piedi si avvicin� al lettino con il bicchiere in mano. - Sar� proprio meglio non svegliarlo? - domand� esitante. - Come vuoi... io penso veramente che... ma fa' come credi... rispose la principessina M�rija, evidentemente intimorita e confusa per il fatto che il suo parere fosse stato accettato. Indic� al fratello la ragazza che chiamava a bassa voce. Era quella la seconda notte che fratello e sorella passavano senza dormire per assistere e curare il bimbo febbricitante. In quei due giorni, non fidandosi del medico di casa e in attesa di quello che avevano mandato a chiamare in citt�, avevano tentato ora questo, ora quell'altro rimedio. Sfiniti per non aver dormito e dominati dall'inquietudine scaricavano l'uno sull'altra il proprio dolore e bisticciavano. - E' tornato Petruscia con alcune carte da parte di vostro padre- sussurr� la ragazza. Il principe Andr�j usc�. E, dopo aver udito gli ordini verbali del padre e aver preso il plico che questi gli aveva inviato, rientr� nella stanza del bimbo. - Come va? - domand� alla sorella. - Sempre lo stesso. Aspetta, per amor di Dio! Karl Iv�novic' dice sempre che il sonno � la miglior medicina - sussurr� sospirando la principessina M�rija. Il principe Andr�j si avvicin� al piccolo e lo tocc�. Scottava. - Al diavolo voi e il vostro Karl Iv�novic'! Prese il bicchiere con la medicina versata a goccia a goccia, e di nuovo si avvicin�. - Andr�j, non farlo! - lo supplic� la sorella. Ma egli, non meno adirato che afflitto, la guard� con il viso accigliato e si chin� con il bicchiere sul bambino. - Voglio che prenda la medicina! - esclam�. - Ti prego di dargliela. La principessina M�rija si strinse nelle spalle, prese il bicchiere e, chiamata la bambinaia, si accinse a somministrare la medicina al malatino. Il bimbo si mise a strillare, pareva soffocasse... Il principe Andr�j, con una smorfia di dolore, si prese la testa tra le mani, usc� dalla stanza e and� a sedersi sul divano di quella attigua. Aveva sempre in mano le lettere ricevute. Le apr� macchinalmente e cominci� a leggerle. Il vecchio principe, con la sua grossa calligrafia slanciata, su un foglio di carta azzurra, gli scriveva: �Ho ricevuto in questo momento, per mezzo del corriere, una notizia molto lieta e che mi auguro non sia falsa. Pare che Bennigsen (28) abbia sconfitto completamente Buonaparte sotto Eylau. A Pietroburgo regna grande entusiasmo, e la lista delle decorazioni mandate all'esercito non ha fine. Quantunque si tratti di un generale tedesco, lo lodo senza riserve. Non capisco che cosa faccia, cost�, il comandante di K�rcevo, un tal Ch�ndrikov: sinora non sono arrivati n� uomini, n� viveri. Va' immediatamente da Ch�ndrikov e digli che gli far� tagliare la testa se fra una settimana non sar� tutto qui. A proposito della battaglia di Preussich-Eylau, ho avuto una lettera di P�tenka (29); egli vi ha preso parte: � tutto vero. Quando nelle cose non si immischiano quelli che non devono immischiarsi, anche un tedesco pu� vincere Buonaparte. Si dice che sia fuggito in gran disordine. Va' dunque immediatamente a K�rcevo ed eseguisci i miei ordini�. Il principe Andr�j sospir� e apr� un'altra lettera, scritta su due fogli ricoperti di minutissima calligrafia: era di Bilibin. La ripieg� senza leggerla e rilesse invece quella del padre che finiva con le parole: �Va' dunque immediatamente a K�rcevo ed eseguisci i miei ordini�. �Eh no, scusate tanto, ma non ci vado sino a che il mio bambino non sia guarito�, si disse, e avvicinatosi all'uscio, gett� un'occhiata nella camera. La principessina M�rija era sempre seduta accanto al lettino e cullava pian piano il piccolo malato. �E che altro mi scrive di sgradevole?�, si domand� il principe Andr�j, cercando di ricordare il contenuto della lettera paterna. �Ah, ecco: i nostri hanno riportato una vittoria su Buonaparte, proprio adesso che io non sono in servizio. S�, s�! si diverte a canzonarmi! Buon pro gli faccia...� e cominci� a scorrere la lettera di Bilibin. Leggeva senza capire nemmeno la met� di quello che leggeva, leggeva soltanto per impedirsi di pensare a ci� che da troppo tempo costituiva il suo unico tormentoso pensiero. CAPITOLO 9. Bilibin in qualit� di addetto diplomatico, si trovava adesso presso il quartier generale e, bench� scrivesse in francese, servendosi di motti e di giri di parole francesi, descriveva, con coraggio tutto russo di fronte alle critiche e alle canzonature, lo svolgimento dell'intera campagna. Bilibin scriveva che la propria diplomatica "discr�tion" lo tormentava e che era felice di avere nel principe Andr�j un corrispondente di fiducia al quale poter confidare tutta la bile accumulata dentro di s� nel costatare ci� che succedeva nell'esercito. La lettera era gi� vecchia, scritta prima della battaglia di Preussich-Eylau. �Depuis nos grands succ�s d'Austerlitz vous savez, mon cher prince�, scriveva Bilibin, �que je ne quitte plus les quartiers g�n�raux. D�cid�ment j'ai pris le go�t de la guerre, et bien m'en a pris. Ce que j'ai vu ces trois mois est incroyable. �Je commence "ab ovo". "L'ennemi du genre humain", comme vous savez, s'attaque aux Prussiens. Les Prussiens sont nos fid�les alli�s, qui ne nous ont tromp�s que trois fois depuis trois ans. Nous prenons fait et cause pour eux. Mais il se trouve que "l'ennemi du genre humain" ne fait nulle attention � nos beaux discours, et avec sa mani�re impolie et sauvage se jette sur les Prussiens sans leur donner le temps de finir la parade commenc�e, en deux tours de main les rosse � plate couture et va s'installer au palais de Potsdam. �"J'ai le plus vif d�sir", �crit le roi de Prusse � Bonaparte! "que V. M. soit accueillie et trait�e dans mon palais d'une mani�re qui lui soit agr�able, et c'est avec empressement que j'ai pris � cet effet toutes les mesures que les circonstances me permettaient. Puiss�-je avoir r�ussi!". Les g�n�raux prussiens se piquent de politesse envers les Fran�ais et mettent bas les armes aux premi�res sommations. �Le chef de la garnison de Glogau, avec dix mille hommes, demande au roi de Prusse ce qu'il doit faire s'il est somm� de se rendre... tout cela est positif. �Bref, esp�rant en imposer seulement par notre attitude militaire, il se trouve que nous voil� en guerre pour tout de bon, et, ce qui plus est, en guerre sur nos fronti�res "avec et pour le roi de Prusse". Tout est au grand complet, il ne nous manque qu'une petite chose, c'est le g�n�ral en chef. Comme il s'est trouv� que les succ�s d'Austerlitz auraient pu �tre plus d�cisifs si le gen�ral en chef eut �t� moins jeune, on fait la revue des octog�naires et entre les feld- mar�chaux Prosorfsky (30) et Kamensky on donne la pr�f�rence au dernier. Le g�n�ral nous arrive en kibitka � la mani�re Souvoroff, et est accueilli avec des acclamations de joie et de triomphe. �Le 4 arrive le premier courrier de P�tersbourg. On apporte les malles dans le cabinet du rnar�chal, qui aime � faire tout par lui-m�me. On m'appelle pour aider � faire le triage des lettres et prendre celles qui nous sont destin�es. Le mar�chal nous regarde faire et attend les paquets qui lui sont adress�s. Nous cherchons: il n'y en a point. Le mar�chal devient impatient, se met lui m�me � la besogne et trouve des lettres de l'Empereur pour le comte T., pour le prince V. et autres. Alors le voil� qui se met dans une de ses col�res bleues. Il jette feu et flammes contre tout le monde, s'empare des lettres, les d�cach�te et lit celles de l'Empereur adress�es � d'autres. "Ah, si agisce a questo modo con me! E sta bene, andatevene! fuori tutti!". Et �l �crit le fameux ordre du jour au g�n�ral Bennigsen. [31. �Dopo i nostri grandi successi di Austerlitz, voi sapete, caro principe che non mi sono pi� allontanato dal quartier generale. Decisamente ho preso gusto alla guerra e ne sono lietissimo. Non potete credere quello che ho visto durante questi tre mesi. �Comincio "ab ovo". Come sapete, "il nemico del genere umano" attacca i Prussiani. I Prussiani sono i nostri fedeli alleati che in tre anni ci hanno tradito soltanto tre volte. Noi ci schieriamo dalla loro parte, ma ecco che "il nemico del genere umano" non bada ai nostri bei discorsi e con quel suo modo sgarbato e selvaggio, piomba sui Prussiani senza dar loro il tempo di finire la parata incominciata, in quattro e quattr'otto li sbaraglia senza alcun riguardo e va ad alloggiare nel palazzo di Potsdam. �"Io ho il pi� gran desiderio", scrive il re di Prussia a Bonaparte, che V. M. sia accolta e trattata nel mio palazzo secondo i suoi desideri, e con la pi� viva sollecitudine ho preso, a tal fine, tutte le misure che le circostanze mi hanno consentito. Mi auguro di esservi riuscito!". I generali prussiani si piccano di cortesia verso i Francesi e, alla prima intimazione, depongono le armi. �Il comandante della guarnigione di Glogau, con diecimila uomini, domanda al re di Prussia che cosa deve fare se gli viene intimato di arrendersi... Tutto questo � cosa certa. �A farla breve, noi speravamo di imporci con il nostro solo spiegamento militare, ed eccoci trascinati in guerra sul serio e, quel che � peggio, alle nostre frontiere "con e per il re di Prussia". Tutto � pronto; ci manca soltanto una piccolezza: il generale in capo. E poich� � stato dimostrato che i successi di Austerlitz sarebbero stati pi� decisivi se il generalissimo fosse stato meno giovane, cos� ora abbiamo rivolto la nostra attenzione agli ottuagenari e, tra Prozorovskij e Kamenskij, si d� la preferenza a quest'ultimo. Il maresciallo arriva in carrozza coperta alla maniera di Suvorov, ed � accolto con acclamazioni di gioia e di trionfo. �Il 4 arriva il primo corriere da Pietroburgo. Le valigie vengono portate nello studio del maresciallo, al quale piace fare tutto personalmente. Vengo chiamato per aiutare a far la scelta delle lettere e ritirare quelle che ci sono indirizzate. Il generale ci guarda fare e aspetta il plico di quelle destinate a lui. Noi cerchiamo, ma non ne troviamo. Il maresciallo d� segni di impazienza, si mette di persona al lavoro e trova alcune lettere dell'imperatore per il conte T., per il principe V. e per altri. Allora � preso da un attacco di furia bestiale, lancia fuoco e fiamme contro tutti, s'impadronisce delle lettere le dissuggella e legge quelle che l'imperatore ha diretto ad altri. "Ah, si agisce a questo modo con me! E sta bene, andatevene! fuori tutti!". E scrive il famoso ordine del giorno al generale Bennigsen�]. �"Io sono ferito, non posso montare a cavallo e quindi non posso comandare l'esercito. Voi avete condotto il vostro corpo d'armata sconfitto a Pultusk; l� � in terreno aperto, senza legna e senza foraggio, perci� bisogna trovare il modo di provvedere e, come ieri voi stesso avete riferito al conte Bukshevden, occorre pensare a ritirarsi sui nostri confini, cosa da eseguire oggi stesso. �"A causa del mio continuo andare a cavallo", scrive all'imperatore, "la sella mi ha provocato una escoriazione che, aggiunta agli altri miei inconvenienti di viaggio, mi impedisce in modo assoluto di cavalcare e di comandare un esercito cos� numeroso e perci� ho affidato il comando al pi� anziano dei miei generali, al conte Bukshevden; gli ho mandato tutti gli ufficiali di servizio e gli ho consigliato, in caso non gli riuscisse di avere del grano, di ritirarsi verso l'interno della Prussia, giacch� ci � rimasto grano per una sola giornata e in alcuni reggimenti non ne � rimasto affatto, come hanno dichiarato i comandanti di divisione Osterman e Sedmoreyzkij e i contadini lo hanno consumato tutto; io stesso, sino a quando non mi sar� rimesso, rimarr� nell'ospedale di Ostrolenka. Oggi stesso faccio rapporto di quanto sopra, e vi informo che, se l'armata rimarr� in simili bivacchi per altri quindici giorni, in primavera non avremo pi� un uomo sano. �"Permettete che un vecchio, gi� screditato per non aver potuto portare a termine la grande e gloriosa impresa cui era stato chiamato, si ritiri in campagna. Attender� qui all'ospedale il vostro augusto consenso per non adempiere il compito di scrivano anzich� quello di comandante dell'esercito. Il mio allontanamento dall'esercito non avr� maggior divulgazione di quanto potrebbe averne quello di un cieco. Uomini come me, la Russia ne ha a migliaia". �Le mar�chal se fache contro l'Empereur et nous punit tous; n'est-ce pas que c'est logique! �Voil� le premier acte. Aux suivants l'int�r�t et le ridicule montent comme de raison. Apr�s le d�part du mar�chal il se trouve que nous sommes en vue de l'ennemi, et qu'il faut livrer bataille. Boukshevden est g�n�ral en chef par droit d'anciennet�, mais le g�n�ral Bennigsen n'est pas de cet avis; d'autant plus qu'il est lui, avec son corps, en vue de l'ennemi et qu'il veut profiter de l'occasion d'une bataille "aus eigener Hand" comme disent les Allemands. Il la donne. C'est la bataille de Poultousk qui est cens�e �tre une grande victoire, mais qui � mon avis ne l'est pas du tout. Nous autres p�kins avons, comme vous savez, une tr�s vilaine habitude: de d�cider du gain ou de la perte d'une bataille. Celui qui s'est retir� apr�s la bataille, l'a perdue, voil� ce que nous disons, et � ce titre nous avons perdu la bataille de Poultousk. Bref, nous nous retirons apr�s la bataille, mais nous envoyons un courrier � P�tersbourg, qui porte les nouvelles d'une victoire, et le g�n�ral ne c�de pas le commandement en chef � Boukshevden, esp�rant recevoir de P�tersbourg en reconnaissance de sa victoire le titre de g�n�ral en chef. Pendant cet interr�gne, nous commen�ons un plan de manoeuvres excessivement int�ressant et original. Notre but ne consiste pas, comme il devrait l'�tre, � �viter ou � attaquer l'ennemi, mais uniquement � �viter le g�n�ral Boukshevden, qui par droit d'anciennet� serait notre chef; nous poursuivons ce but avec tant d'�nergie, que m�me en passant une rivi�re qui n'est pas gu�able, nous br�lons les ponts pour nous s�parer de notre ennemi qui, pour le moment, n'est pas Bonaparte, mais Boukshevden. Le g�n�ral Boukshevden a manqu� d'�tre attaqu� et pris par des forces ennemies sup�rieures, � cause d'une de nos belles manoeuvres qui nous sauvait de lui. Boukshevden nous poursuit: nous filons. A peine passe-t-il de notre cot� de la rivi�re, que nous repassons de l'autre. A la fin notre ennemi Boukshevden nous attrape et s'attaque � nous. Les deux g�n�raux se f�chent. Il y a m�me une provocation en duel de la part de Boukshevden et une attaque d'�pilepsie de la part de Bennigsen. Mais, au moment critique, le courrier, qui porte la nouvelle de notre victoire de Poultousk, nous apporte de P�tersbourg notre nomination de g�n�ral en chef, et le premier ennemi Boukshevden est enfonc�: nous pouvons penser au second, � Bonaparte. Mais ne voil�-t-il pas qu'� ce moment se l�ve devant nous un troisi�me ennemi, c'est "il soldato ortodosso" qui demande � grands cris du pain, de la viande, des biscuits du foin - que sais-je! Les magasins sont vides, les chemins impraticables. "Il soldato ortodosso" se met � la maraude, et d'une mani�re dont la derni�re campagne ne peut vous donner la moindre id�e. La moiti� des r�giments forme des troupes libres, qui parcourent la contr�e en mettant tout � feu et � sang. Les habitants sont ruin�s de fond en comble, les hopitaux regorgent de malades, et la disette est partout. Deux fois le quartier g�n�ral a �t� attaqu� par des troupes de maraudeurs et le g�n�ral en chef a �t� oblig� lui-m�me de demander un bataillon pour les chasser. Dans une de ces attaques on m'a emport� ma malle vide et ma robe de chambre. L'Empereur veut donner le droit � tous les chefs de divisions de fusiller les maraudeurs, mai ie crains fort que cela n'oblige une moiti� de l'arm�e de fusiller l'autre!�. [32. �Il maresciallo � irritato contro l'imperatore e se la prende con noi. Logico! �Questo � il primo atto. Nei seguenti aumentano, naturalmente, l'interesse e il ridicolo. Dopo che il maresciallo se n'� andato, ci si accorge che siamo in vista del nemico e che bisogna attaccar battaglia. Bukshevden � comandante in capo per diritto di anzianit�, ma il generale Bennigsen non � di questa opinione tanto pi� che � lui, con il corpo d'armata, che si trova di fronte al nemico e non vuol perdere l'occasione per dar battaglia "aus eigener Hand", come dicono i Tedeschi, ossia per proprio conto. E la d�. E' la battaglia di Pultusk, considerata una grande vittoria ma che, a mio avviso, non lo � affatto. Noialtri borghesi abbiamo, come sapete, una pessima abitudine: quella di decidere circa la vittoria o la sconfitta di una battaglia. Chi si ritira dopo lo scontro, secondo noi lo ha perduto, e, con questa idea, gli sconfitti di Pultusk siamo stati noi. Insomma, dopo la battaglia noi ci ritiriamo, ma mandiamo a Pietroburgo un corriere con la notizia della vittoria, e il generale non cede il comando supremo a Bukshevden, nella speranza di ricevere da Pietroburgo, in premio della vittoria, la nomina a comandante in capo. Durante questo interregno, diamo inizio a un piano di manovre interessantissimo e originale. Il nostro scopo non � gi�, come apparirebbe logico, quello di fuggire o attaccare il nemico, ma unicamente di sottrarci al generale Bukshevden il quale, per diritto di anzianit�, dovrebbe essere il nostro capo. E perseguiamo il nostro scopo con tanta energia che persino nell'attraversare un fiume non guadabile bruciamo i ponti per separarci dal nostro nemico che, per il momento, non � Bonaparte, ma Bukshevden. E per poco, a causa di tali manovre che ci dovrebbero salvare da lui, il generale Bukshevden non fu attaccato e preso da forze nemiche superiori. Bukshevden ci insegue e noi fuggiamo. Non appena egli passa sulla riva del fiume dove noi ci troviamo, ecco che noi ci trasferiamo sull'altra. Alla fine il nemico Bukshevden ci raggiunge e ci provoca. I due generali si affrontano: c'� anche una sfida a duello da parte di Bukshevden e un attacco di epilessia da parte di Bennigsen. Ma, nel momento pi� critico, torna da Pietroburgo il corriere che aveva portato la notizia della nostra vittoria a Pultusk e che ci reca la nomina del nostro comandante in capo; il nostro primo nemico Bukshevden � annichilito. Possiamo ora pensare al secondo, a Bonaparte. Ma ecco sorgere dinanzi a noi un terzo nemico, "il soldato ortodosso", che a gran voce chiede pane, carne, gallette, fieno e che so altro! I magazzini sono vuoti, le strade impraticabili. Il "soldato ortodosso" si d� alle ruberie e in modo tale che l'ultima campagna non pu� darvene la minima idea. Met� dei reggimenti si trasformano in bande di truppe libere, che percorrono il paese, mettendo tutto a ferro e fuoco. Gli abitanti sono completamente rovinati, gli ospedali rigurgitano di ammalati e ovunque regna la carestia. Per due volte il quartier generale � stato attaccato da bande di rapinatori e il generale in capo � stato costretto a chiedere un battaglione per respingerli. In uno di tali attacchi mi hanno portato via la valigia vuota e la mia veste da camera. L'imperatore vuol dare facolt� a tutti i comandanti di divisione di far fucilare i predatori, ma temo molto che tale ordine costringa una met� dell'esercito a fucilare l'altra met�!�] Sulle prime il principe Andr�j aveva letto solo con gli occhi ma poi suo malgrado (pur sapendo sino a che punto si doveva credere a Bilibin), cominci� a provare un interesse sempre crescente per quanto stava leggendo. Arrivato a questo punto della lettera, appallottol� i fogli e li gett� per terra. Non era irritato per quello che aveva letto, ma per il fatto che quella vita di laggi�, ormai a lui estranea, poteva ancora commuoverlo. Chiuse gli occhi, si pass� una mano sulla fronte come per scacciare ogni interesse per quanto aveva letto e tese l'orecchio a ci� che accadeva nella stanza del bimbo. A un tratto gli parve di udire, al di l� della porta, uno strano rumore. Fu assalito dalla paura: temeva che, mentre egli era immerso nella lettura della lettera, fosse accaduto qualcosa al piccino. Si avvicin� in punta di piedi all'uscio e l'apr�. Nel momento in cui stava per entrare vide che la bambinaia, con aria impaurita, gli nascondeva qualcosa e che la principessina M�rija non era pi� accanto al lettino. - Caro! - ud� alle sue spalle la voce sommessa della sorella, nella quale gli parve di avvertire un tono disperato. Come spesso accade dopo una lunga notte insonne e dopo una lunga ansia, egli fu vinto da un terrore senza motivo. Pens� che il bimbo fosse morto e gli parve che tutto ci� che udiva e che vedeva confermasse il suo terrore. �Tutto � finito�, pens�, e un sudore gelido gli bagn� la fronte. Stordito, si avvicin� al lettino, convinto di trovarlo vuoto e che la governante avesse appunto nascosto il corpicino. Scost� la cortina: a lungo i suoi occhi che erravano spaventati non riuscirono a scorgere il bimbo. Finalmente lo vide: il piccolo, rosso in viso, giaceva di traverso sul lettino, tenendo il capo pi� basso del guanciale; poppava in sogno, aprendo e chiudendo le labbruzze e respirava regolarmente. Nel vederlo, il principe Andr�j si rallegr� come se lo avesse ritrovato dopo averlo perduto. Si chin� e, come la sorella gli aveva insegnato, lo sfior� con le labbra per sentire se il piccino avesse ancora la febbre. La tenera fronte era umida, tocc� con la mano la testa: anche i capelli erano bagnati, tanto il bambino sudava. Non soltanto non era morto, ma era chiaro che la crisi era ormai stata superata, che egli era in via di guarigione. Il principe Andr�j prov� un irresistibile desiderio di afferrare, di stringersi al petto quella piccola, indifesa creatura, ma non os�. Chino sul bimbo, gli guardava la testa, le manine, i minuscoli piedi che si delineavano sotto la coperta. Ud� un fruscio alle sue spalle e un'ombra apparve sotto la cortina del letto. Non si volt� e continu� a contemplare il viso del figlio ed ascoltarne il respiro regolare. L'ombra oscura era la principessina M�rija che, silenziosa, si era avvicinata al lettino e, sollevata la cortina, l'aveva lasciata ricadere dietro di s�. Il principe Andr�j la riconobbe senza neppure voltarsi e le tese la mano. Ella gliela strinse con forza. - E' tutto sudato - disse il principe. - Venivo da te per dirtelo. Il piccolo si mosse lievemente nel sonno, sorrise e strofin� la fronte contro il guanciale. Il principe Andr�j guard� la sorella. I luminosi occhi di lei nella penombra opaca della cortina brillavano pi� che mai per le lacrime che li colmavano. Ella si protese verso il fratello e lo baci�, impigliandosi leggermente nella cortina. Si fecero un cenno di scherzosa minaccia e rimasero ancora qualche istante sotto le cortine opache, come se non volessero allontanarsi da quel mondo in cui loro tre erano isolati da tutto il resto... Il principe Andr�j si scosse e, scompigliando i capelli contro la mussola della cortina, si allontan� dal lettino, mormorando in un sospiro: - S�, questa � l'unica cosa che ormai mi � rimasta nella vita! CAPITOLO 10. Poco dopo la sua ammissione nella confraternita dei massoni, munito di tutte le istruzioni che dovevano essergli di guida circa ci� che doveva fare nei suoi possedimenti, Pierre part� per il governatorato di Kiev, dove si trovava la maggior parte dei suoi contadini. Giunto a Kiev, Pierre convoc� nel suo ufficio centrale tutti i suoi amministratori ed espose loro le proprie intenzioni e i propri desideri. Dichiar� che presto si sarebbero prese le necessarie misure per la completa emancipazione dei contadini dalla servit� della gleba e che, frattanto, si cercasse di non assoggettarli a fatiche eccessive, e che le donne con i figli piccoli fossero esonerate dal lavoro dei campi; che i contadini dovevano essere aiutati, che doveva cessare l'uso delle punizioni corporali e che in ogni propriet� sarebbero stati costruiti ospedali, asili e scuole. Alcuni amministratori (fra i quali vi erano degli analfabeti) ascoltavano spaventati, credendo di capire da quel discorso che il giovane conte era scontento della loro amministrazione e delle loro ruberie; altri, dopo un primo momento di timore, trovarono divertente la pronunzia blesa di Pierre e le sue parole nuove e mai udite; altri provarono semplicemente piacere nel sentir parlare il loro padrone; altri, infine, i pi� intelligenti, tra cui l'amministratore capo, dedussero da quel discorso come dovessero comportarsi con il padrone per raggiungere i loro scopi. L'amministratore capo espresse una viva simpatia per le intenzioni di Pierre; ma fece notare che, oltre ad applicare quelle riforme, era indispensabile occuparsi anche degli affari in generale, le cui condizioni erano tutt'altro che buone. Nonostante le enormi ricchezze del vecchio conte Bezuchov che Pierre aveva ereditato e che, a quanto si diceva, gli davano un reddito di cinquecentomila rubli l'anno, egli si sentiva assai meno ricco che non al tempo in cui suo padre gliene passava diecimila. Egli riteneva piuttosto urgente che, a grandi tratti, il suo bilancio fosse il seguente: al Consiglio di Tutela (33) si pagavano circa ottantamila rubli per tutte le sue propriet�; su per gi� trentamila gli costava il mantenimento della casa di Mosca, della villa fuori citt� e delle principessine; circa quindicimila andavano per le pensioni e le opere di beneficenza; la contessa, per il suo mantenimento, ne riceveva centocinquantamila; per i vari debiti si pagavano interessi aggirantisi sui settantamila rubli; la costruzione di una chiesa, gi� iniziata, era costata nei primi due anni sui diecimila rubli; il restante denaro - circa centomila rubli veniva speso non sapeva neppure lui stesso come, e quasi ogni anno era costretto a contrarre dei debiti. Ogni anno, inoltre, l'amministratore capo gli dava notizia ora di qualche incendio, ora di una carestia, ora di indispensabili e urgenti riparazioni alle fabbriche e alle varie costruzioni. Perci�, il primo lavoro cui Pierre si sarebbe dovuto dedicare era proprio quello al quale si sentiva meno portato e meno idoneo: occuparsi di affari. Ogni giorno Pierre lavorava con il suo amministratore capo, ma purtroppo sentiva che il suo lavoro non serviva a far procedere le cose neppure di un passo. Sentiva che il suo lavoro si svolgeva indipendentemente dagli affari, nei quali non riusciva a inserirsi e che non progredivano affatto. Da un lato, l'amministratore capo gli esponeva le situazioni nella loro luce peggiore dimostrando a Pierre la necessit� di pagare i debiti e di intraprendere nuovi lavori servendosi dell'opera dei servi della gleba, al che Pierre non consentiva; dall'altro lato, Pierre esigeva che si procedesse nell'opera di emancipazione, al che l'amministratore opponeva la necessit� di pagare prima i debiti con il Consiglio di Tutela, e da ci� derivava l'impossibilit� di una rapida realizzazione del progetto. Non diceva l'amministratore capo che si trattasse di una cosa assolutamente impossibile; egli proponeva, per realizzarla, la vendita delle foreste della provincia di Kostrom�, la vendita delle terre a valle del fiume e di quelle della tenuta di Crimea. Ma tutte queste operazioni erano ostacolate, secondo quanto faceva osservare l'amministratore, da una tale quantit� di processi, di deliberazioni, di estinzioni di ipoteche, di citazioni, eccetera, che Pierre ci si smarriva e si limitava a dire: - S�, s�, fate pure cos�... Pierre non aveva quel senso pratico che gli avrebbe consentito di accingersi subito all'opera; per questo gli affari non gli piacevano e si sforzava di interessarsene soltanto in presenza dell'amministratore mentre costui, dal canto suo, fingeva, davanti al conte, di essere convinto che quel lavoro riuscisse molto vantaggioso per il padrone e molto scomodo per lui. Nella grande citt� Pierre trov� parecchie conoscenze: chi non lo conosceva cercava di entrare in relazione con lui, e tutti accolsero cordialmente il nuovo, ricchissimo signore appena arrivato, che era il pi� gran proprietario di tutta la provincia. Anche le tentazioni relative alla maggior debolezza di Pierre, quella che aveva confessato al momento della sua ammissione alla Loggia, erano cos� forti che il giovane non riusciva a vincerle. Di nuovo, giorni, settimane e mesi della vita di Pierre trascorsero tra serate, pranzi, ricevimenti, feste da ballo, senza dargli modo di riflettere e di riprendersi, come un tempo a Pietroburgo. Invece di iniziare una nuova esistenza, come aveva sperato, Pierre continuava a condurre quella stessa di prima, semplicemente in una citt� diversa. Dei tre precetti della massoneria Pierre riconosceva di non obbedire a quello secondo il quale ogni massone era tenuto a essere un modello di vita morale; e delle sette virt� massoniche, due gli mancavano totalmente: l'irreprensibilit� dei costumi e l'amore della morte. Si consolava al pensiero che in compenso adempiva un altro precetto, la rigenerazione del genere umano e aveva altre virt�, quali l'amore per il prossimo e, soprattutto, la generosit�. Nella primavera dell'anno 1807, Pierre decise di ritornare a Pietroburgo. Aveva intenzione di passare, durante questo viaggio, per tutti i suoi possedimenti per rendersi personalmente conto circa quanto era stato fatto in obbedienza agli ordini dati, e per costatare in quale condizione si trovasse ora la gente che Dio gli aveva affidato e che egli voleva ardentemente beneficare. L'amministratore principale, che considerava pazzie dannose per lui, per s� e per i contadini le riforme progettate dal giovane conte, aveva fatto tuttavia qualche concessione. Pur continuando a sostenere l'impossibilit� dell'emancipazione, aveva ordinato di far costruire in ogni propriet� dei grandi edifici per le scuole, gli ospedali e gli asili; in vista dell'arrivo del padrone fece preparare ovunque accoglienze dalle quali fossero escluse la solennit� e la pompa che, egli sapeva, non erano gradite a Pierre, ma manifestazioni di carattere religioso a dimostrazione della gratitudine generale, con le immagini sacre, l'offerta del pane e del sale, tutte cose, insomma che, secondo l'idea che si era fatta del giovane conte, dovevano agire favorevolmente su di lui e trarlo in inganno. La primavera meridionale, il viaggio rapido e comodo in una carrozza alla viennese e la solitudine delle strade ebbero un effetto rasserenante sull'animo di Pierre. I possedimenti che egli non conosceva ancora erano uno pi� pittoresco dell'altro; ovunque la gente si mostrava felice, riconoscente e commossa per i benefici ricevuti; ovunque gli venivano fatte accoglienze che, se pure lo imbarazzavano un po', gli destavano tuttavia in fondo all'anima una sensazione di gioia. In un villaggio i contadini gli si fecero incontro recando il pane e il sale e le immagini dei santi Pietro e Paolo, e gli domandarono il permesso di erigere a proprie spese una nuova cappella nella chiesa, in onore dei due santi suoi protettori e in segno di riconoscenza e di affetto per i benefici ricevuti; in un altro, gli vennero incontro le donne con i figli poppanti tra le braccia, ringraziandolo per averle liberate dai lavori faticosi; in una terza propriet� fu salutato dal prete con la croce e circondato dai fanciulli ai quali egli, per volere del conte, insegnava la lettura, la scrittura e la religione. In tutte le sue terre, Pierre vedeva con i propri occhi edifici di pietra gi� costruiti o in via di costruzione, secondo un unico progetto, destinati a diventare ospedali, scuole e ospizi che ben presto sarebbero stati inaugurati. Dappertutto Pierre vide sui registri degli amministratori che le prestazioni gratuite e obbligatorie erano diminuite in confronto al passato e di ci� fu ringraziato da delegazioni di contadini venutegli incontro in caffettano di panno azzurro. Pierre ignorava per� che il villaggio dove gli erano stati offerti il pane e il sale e si voleva costruire una cappella in onore dei santi Pietro e Paolo, era un centro commerciale, dove aveva luogo nel giorno di San Pietro una fiera importante, e ignorava anche che la cappella era da tempo in costruzione a spese dei contadini pi� ricchi, quelli precisamente che si erano presentati a lui, mentre gli altri nove decimi della popolazione del villaggio viveva nella pi� penosa miseria. Ignorava che, se pure era vero che in seguito a suo ordine le madri di bimbi in fasce erano dispensate dal lavoro dei campi per conto del padrone, quelle stesse madri dovevano compiere nelle loro case lavori assai pi� faticosi. Ignorava che il prete che gli era venuto incontro con la croce angariava i contadini esigendo le decime e che gli scolari raccolti attorno a lui gli erano stati lasciati tra le lacrime dei genitori che li dovevano poi riscattare con notevoli somme di denaro. Ignorava che gli edifici di pietra, eretti secondo un unico progetto, erano costruiti con il lavoro forzato dei contadini stessi, le cui prestazioni d'obbligo erano aumentate nella realt� e diminuite soltanto sulla carta. Ignorava infine che l�, dove l'amministratore gli mostrava sul registro il canone ridotto, per suo ordine, di un terzo, il lavoro gratuito dovuto al padrone era raddoppiato. Perci� Pierre, entusiasta di quel giro nelle sue propriet�, era ritornato in pieno alle intenzioni filantropiche con le quali era partito da Pietroburgo, e scriveva lettere vibranti di entusiasmo al suo fratello istruttore, come egli definiva il Gran Maestro. �Com'� facile�, diceva tra s�, �quale lieve sforzo occorre per fare tanto bene! Come si pensa poco a tutto questo!�. Era felice per la riconoscenza che gli veniva tributata, ma si vergognava nell'accettarla. Quella riconoscenza, infatti, lo induceva a ricordare quanto bene sarebbe stato in condizione di fare per quella gente cos� semplice e buona. L'amministratore capo, uomo molto stupido ma astuto e che aveva capito bene l'intelligente e ingenuo conte, se lo rigirava come un giocattolo e, visto l'effetto prodotto su di lui dai mezzi impiegati per ingannarlo, si mise a dimostrargli con argomenti pi� decisi l'impossibilit� e, soprattutto, l'inutilit� della emancipazione dei contadini che, anche senza essere emancipati, erano perfettamente felici. Pierre, in fondo al cuore, era d'accordo con l'amministratore sul fatto che sarebbe stato difficile immaginarsi gente pi� felice di quella, mentre Dio solo sapeva che cosa li attendeva quando fossero liberi; ma Pierre, sia pure contro voglia, insisteva nell'esigere ci� che riteneva giusto. L'amministratore promise di usare tutte le sue forze per realizzare i desideri del conte, ben sapendo che mai il conte sarebbe stato in grado di verificare se egli avesse realmente preso tutte le misure necessarie per affrettare la vendita dei boschi e delle terre, per riscattare il debito verso il Consiglio di Tutela, e che probabilmente non avrebbe mai domandato n� saputo che gli edifici costruiti rimanevano vuoti e che i contadini continuavano a dare, in lavoro e in denaro, tutto quanto avevano dato sino allora, cio� tutto quello che potevano dare. CAPITOLO 11. Tornato dal viaggio nel sud nelle migliori condizioni di spirito desiderabili, Pierre realizz� il suo vecchio progetto di fare una visita all'amico Bolkonskij, che non vedeva da pi� di due anni. Boguci�rovo era situata in una localit� pianeggiante, tutt'altro che bella, una distesa di campi coltivati e di boschi di abeti e di betulle, in parte abbattuti e in parte no. La residenza padronale era all'estremit� della diritta e larga strada maestra che attraversava il villaggio, al di l� di uno stagno scavato da poco e riempito d'acqua, le cui sponde non erano ancora ricoperte di erba, e in mezzo a un giovane bosco nel quale sorgevano alcuni pini di grandi proporzioni. La residenza padronale comprendeva l'aia, i fabbricati di servizio, le scuderie, un capanno da bagno, un padiglione e una grande casa di pietra con un frontone ogivale, la cui costruzione non era ancora terminata. La casa era circondata da un giardino impiantato da poco tempo. I recinti e il portone erano solidi e nuovi. Sotto una tettoia erano sistemate due pompe da incendio e una botte verniciata di verde; le strade erano diritte, i ponti solidi e muniti di parapetto. Su tutto era evidente l'impronta di un'amministrazione precisa e oculata. I servi che Pierre incontr� lungo la via, alla sua domanda dove abitasse il principe, gli indicarono una piccola costruzione nuova, situata proprio sulla riva dello stagno. Il vecchio cameriere del principe Andr�j, Ant�n, aiut� Pierre a scendere dalla carrozza, gli disse che il padrone era in casa e lo accompagn� in una piccola e linda anticamera. Pierre, ricordando il brillante tenore di vita e il lusso dell'ambiente in cui aveva veduto l'amico l'ultima volta a Pietroburgo, fu colpito dalla modestia della piccola ma pulita casetta. Attravers� in fretta una saletta odorosa di pino, non ancora del tutto intonacata, e gi� stava per procedere oltre, quando Ant�n gli pass� avanti di corsa in punta di piedi e buss� all'uscio. - Che c'�? - rispose una voce brusca e sgarbata. - Una visita - rispose Ant�n. - Prega che aspetti - e si ud� il rumore di una sedia smossa. Pierre si avvicin� all'uscio a passi rapidi e si trov� viso a viso con il principe Andr�j che, invecchiato e accigliato, gli veniva incontro. Pierre lo abbracci� e, toltosi gli occhiali, lo baci� sulle guance e lo guard� da vicino. - Proprio non ti aspettavo. Sono felicissimo vederti! - disse il principe Andr�j. Pierre non diceva nulla e con stupore continuava a fissare l'amico. Il mutamento avvenuto nel principe Andr�j lo aveva profondamente colpito. Le parole erano state affettuose, le labbra e il volto atteggiati al sorriso, ma lo sguardo al quale il principe non riusciva, nonostante il suo desiderio, a dare lo splendore della gioia e dell'allegria, era spento, morto. Non che l'amico fosse invecchiato, smagrito, impallidito, ma quello sguardo e certe rughe che gli solcavano la fronte, che rivelavano una lunga concentrazione su un unico pensiero, avevano sorpreso Pierre e sino a che non ci si fu abituato, glielo fecero sentire estraneo. Al primo incontrarsi dopo una lunga separazione accade sempre che la conversazione stenti ad avviarsi; si interrogavano e si rispondevano brevemente su cose che avrebbero richiesto - ed essi lo sentivano - un lungo colloquio. Finalmente, a poco a poco il discorso cominci� a indugiare su argomenti gi� prima trattati con estrema concisione, sulla vita trascorsa, sui progetti per l'avvenire, sul viaggio di Pierre, sulle sue occupazioni, sulla guerra e cos� via... La concentrazione e l'abbattimento che Pierre aveva notato nello sguardo del principe Andr�j si mostravano ora ancora pi� evidenti nel sorriso con cui egli lo ascoltava e in modo speciale quando Pierre, con l'animazione della gioia, parlava del passato e dell'avvenire. Pareva che il principe Andr�j desiderasse, ma non potesse prendere parte a ci� che egli diceva. Pierre cominciava a sentire che l'entusiasmo, i sogni, la sua speranza nella felicit� e nel bene in presenza del principe Andr�j erano sconvenienti. Si vergogn� di manifestare le sue nuove idee massoniche, eccitate e ravvivate in lui dal recente viaggio. Si tratteneva, per il timore di apparire ingenuo, nello stesso tempo provava un desiderio irresistibile di dimostrare all'amico di essere ora un altro uomo, un uomo ben diverso dal Pierre che Andr�j aveva conosciuto a Pietroburgo. - Non posso dirvi quante esperienze io abbia fatto in questi ultimi tempi! Non mi riconosco pi�. - S�, siamo entrambi molto mutati da allora - rispose il principe Andr�j. - E voi, che fate - domand� Pierre. - Quali progetti avete per l'avvenire? - Progetti - ripet� in tono ironico il principe Andr�j. - I miei progetti? - ripet� ancora, quasi stupito dal significato di quella parola. - Lo vedi? Sto costruendo una casa: l'anno venturo voglio trasferirmi definitivamente qui... Pierre taceva e osservava attentamente il viso rabbuiato dell'amico. - No, io domando... - disse, ma il principe Andr�j lo interruppe. - Ma perch� parlare di me? Racconta, raccontami del tuo viaggio, di tutto quello che hai fatto laggi� nei tuoi possedimenti. Pierre allora si mise a raccontare quello che aveva fatto nelle sue propriet�, cercando di nascondere il pi� possibile la sua partecipazione ai miglioramenti effettuati. Parecchie volte il principe Andr�j disse prima di lui certe cose relative ad alcune riforme, come se tutto ci� che Pierre aveva fatto fosse una storia che gli era nota da un pezzo; non solo lo ascoltava senza interesse, ma pareva si vergognasse di quanto Pierre gli veniva dicendo, tanto che questi fin� col sentirsi imbarazzato, anzi oppresso, in compagnia dell'amico. E tacque. - Senti un po', mio caro - disse il principe Andr�j il quale si trovava anch'egli visibilmente a disagio con il suo ospite: io qui sono accampato alla meglio... Ci sono venuto soltanto per dare un'occhiata. Oggi ritorno da mia sorella. Ti far� conoscere i miei. Ma, se non sbaglio, tu li conosci gi� - disse, tanto per intrattenere l'ospite con il quale sentiva ora di non avere nulla in comune. - Partiremo dopo pranzo... E intanto vuoi visitare il mio podere? Uscirono e passeggiarono sino all'ora di pranzo, discorrendo delle notizie politiche e delle conoscenze comuni, come due persone tra le quali non esiste alcuna intimit�. Il principe Andr�j parlava con animazione soltanto della nuova casa in costruzione e della nuova residenza che stava preparando, ma anche mentre trattava questo argomento, nel bel mezzo del discorso, mentre descriveva a Pierre la futura disposizione interna della casa, si interruppe di colpo. - Del resto, - riprese - qui non c'� proprio nulla di interessante, andiamo a pranzare e poi partiremo. Durante il pranzo il discorso cadde sul matrimonio di Pierre. - Sono stato molto meravigliato quando l'ho saputo - disse il principe Andr�j. Pierre arross� come ogni qualvolta qualcuno vi accennava si affrett� a dire: - Un giorno vi racconter� come sono andate le cose. Ma voi sapete che tutto questo � finito, e per sempre. - Per sempre? - ripet� il principe Andr�j. - Non c'� nulla che sia per sempre... - Ma voi sapete come tutto � finito? Avete sentito parlare del duello? - S�, so che hai dovuto passare anche per questa prova. - L'unica cosa di cui ringrazio Iddio � di avermi evitato di uccidere quell'uomo - disse Pierre. - E perch�? - domand� il principe Andr�j. - Uccidere un cane rabbioso � sempre un bene. - No, uccidere un uomo � male, � ingiusto. - Perch� ingiusto? - ripet� il principe Andr�j. - Non tocca agli uomini giudicare ci� che � giusto e ci� che � ingiusto. Gli uomini hanno sbagliato sempre, sempre sbaglieranno e, soprattutto, nel giudicare ci� che � giusto e ci� che non lo �. - E' ingiusto tutto ci� che � male per un altro uomo - disse Pierre, sentendo con piacere che, per la prima volta dopo il suo arrivo, il principe Andr�j si animava, cominciava a parlare e desiderava rivelare tutto ci� che l'aveva fatto diventare quale era attualmente. - Ma chi ti dice cosa � il male per un altro uomo? - domand�. - Il male? Il male? - ripet� Pierre. - Noi tutti sappiamo che cosa � male per noi. - S�, noi lo sappiamo, ma quel male che riconosco tale per me, io non lo posso fare a un altro - disse il principe Andr�j animandosi sempre pi�, evidentemente per il desiderio di esprimere a Pierre le sue nuove idee. E continu�, parlando in francese: - "Je ne connais dans la vie que deux maux bien r�els c'est le remord et la maladie. Il n'est de bien que l'absence de ces maux" [34. Io non conosco nella vita che due veri mali: il rimorso e la malattia. Il bene non � che l'assenza di questi mali]. La mia saggezza, attualmente, consiste nel vivere per me solo, evitando questi due mali. - E l'amore del prossimo? E il sacrificio di s�? - domand� Pierre. - No, non posso essere del vostro parere. Vivere soltanto per non far male ad alcuno e non aver rimorsi, � troppo poco. Sono vissuto cos�, sono vissuto per me solo e ho sprecato la mia vita. Soltanto adesso che vivo, o che almeno mi sforzo (Pierre si corresse per modestia) - di vivere per gli altri, soltanto adesso ho capito che cosa sia la felicit� della vita. No, non sono d'accordo con voi, e penso che neppure voi crediate a quello che dite. Il principe Andr�j guardava Pierre in silenzio e sorrideva ironicamente. - Ecco, vedrai mia sorella, la principessina M�rija. Con lei ti troverai pienamente d'accordo - disse. - Forse, per quello che ti riguarda, hai ragione, - prosegu� dopo una pausa - ma ognuno vive a modo suo: tu sei vissuto per te solo e dici di avere sprecato la tua vita e di avere conosciuto la felicit� soltanto quando hai cominciato a vivere per gli altri. E io ho provato il contrario. Sono vissuto per la gloria... E che � poi la gloria? Sempre lo stesso amore per il prossimo, il desiderio di fare qualcosa per gli altri, il desiderio di ricevere il loro elogio... Cos�, dunque, sono vissuto per gli altri e non soltanto in parte, ma in tutto e per tutto ho sprecato la mia vita. Da quando, invece, vivo per me solo, mi sento pi� calmo, pi� sereno... - Ma come pu�, un uomo, vivere per s� solo? - domand� Pierre, infervorandosi. - E vostro figlio? Vostra sorella? Vostro padre? - Ma questi fanno parte di me stesso, non sono gli altri - obiett� il principe Andr�j; - gli altri, il prossimo, "le prochain", come li chiamate tu e la principessina M�rija, sono essi la fonte principale dell'errore e del male! "Le prochain" sono i tuoi contadini di Kiev ai quali tu vuoi fare del bene... E guard� Pierre con aria ironica e provocante. Era chiaro che cercava di provocarlo. - Voi scherzate! - gli ripose Pierre, animandosi sempre di pi�. - Quale male e quale errore possono esistere nel mio desiderio di fare del bene (anche se ho attuato male tale desiderio), che male ci pu� essere se dei poveri contadini, uomini come noi, che crescono e muoiono senza altra concezione di Dio e della verit� oltre a quelle che consistono nel rito e in una preghiera senza senso, vengono educati nella confortante fede in una vita futura, in un premio, in una consolazione, in una ricompensa? Quale male e quale errore ci pu� essere nell'impedire che tanti uomini muoiano di malattia senza avere un aiuto, mentre � cos� facile soccorrerli materialmente, mandando loro un medico, offrendo loro un ospedale e un ricovero per la vecchiaia? E non � forse un bene indiscutibile e reale che a un contadino, a una donna con un bimbo lattante, che ora non hanno riposo n� giorno ne notte, io dia un po' di requie e un po' di tempo libero? - soggiunse Pierre, parlando rapidamente. - E io questo l'ho fatto, sia pure male, sia pure in modo non sufficiente, ma qualcosa ho fatto, e voi non solo non riuscirete a convincermi di avere agito male nel fare quello che ho fatto, ma non riuscirete neppure a farmi credere che voi stesso non siate della mia stessa opinione. Quello che pi� importa - prosegu� Pierre - � che lo so, e lo so con la pi� assoluta certezza, che la gioia di fare del bene � l'unica felicit� della vita. - S�, se consideriamo la questione da questo punto di vista, allora la cosa cambia aspetto - rispose il principe Andr�j. Io costruisco una casa, pianto un giardino, e tu fai degli ospedali. Quello che fai tu e quello che faccio io sono cose che possono servire ugualmente a far passare il tempo. Ma in che cosa consistano esattamente il bene e il giusto, lascialo giudicare a Colui che sa tutto, non a noi. Ma tu, a quanto pare, hai voglia di discutere, vero? - disse. - E allora discutiamo! Si alzarono da tavola e andarono a sedersi sul terrazzino coperto che teneva luogo di balcone. - Coraggio, discutiamo! - cominci� allora il principe Andr�j.Tu dici: le scuole - e continu�, contando sulle dita: - l'istruzione e cos� via, ossia tu lo vuoi togliere - e indic� il contadino che, passando davanti a loro, si levava il berretto- lo vuoi togliere dal suo stato animalesco per dargli delle necessit� morali, mentre a me pare che l'unica felicit� possibile sia proprio quella dell'animale, quella che tu gli vuoi togliere. Io lo invidio, e tu vuoi renderlo simile a me, pur senza dargli i miei mezzi. In secondo luogo tu dici: alleggerirgli il lavoro. Ma, questa � la mia opinione, il lavoro fisico � per lui una necessit�, come lo � per te e per me il lavoro intellettuale. Tu non puoi non pensare. Io mi corico verso le tre, mi vengono in mente tanti pensieri e non posso addormentarmi; mi volto e mi rivolto nel letto e non riesco a prender sonno prima che sia giorno, perch� penso e non posso fare a meno di pensare, cos� come lui, il contadino, non pu� fare a meno di arare e di falciare; se non lo facesse, andrebbe all'osteria e si ammalerebbe. Come io non potrei sopportare il suo duro lavoro fisico e ne morirei dopo una settimana, cos� egli non potrebbe sopportare la mia inerzia. Ingrasserebbe e finirebbe con il morire. E poi... che altro hai detto? - E il principe Andr�j pieg� il terzo dito. - Ah s�, gli ospedali, le medicine. Gli viene un colpo apoplettico, sta per morire e tu gli cavi il sangue e lo salvi. Vivr� ancora una diecina d'anni ma infermo, e sar� di peso a tutti. Per lui sarebbe pi� semplice e pi� facile morire. Ne nasceranno altri, e anche cos� sono gi� tanti! Se ti dispiacesse di aver perduto un lavoratore, secondo il mio punto di vista, be'... potrei essere d'accordo; ma no, tu lo vuoi guarire per amor suo. E questo, a lui, non � affatto necessario. E, del resto, come puoi pensare che la medicina abbia mai guarito qualcuno? Che ne abbia uccisi, s�, e tanti! disse, aggrottando il viso con aria cattiva, ed evitando di guardare Pierre. Il principe Andr�j esprimeva i suoi pensieri con una chiarezza e una precisione tali da far capire che ci aveva riflettuto pi� di una volta e parlava volentieri e in fretta, come chi sia stato molto tempo senza conversare con nessuno. Il suo sguardo si faceva tanto pi� animato quanto pi� i suoi giudizi erano pessimistici. - Oh, ma � terribile, terribile! - esclam� Pierre. - Io non capisco come si possa vivere con delle idee come queste. Ho avuto anch'io momenti simili; mi � accaduto non molto tempo fa a Mosca, e poi durante il viaggio, ma allora io mi abbatto a tal punto che non vivo pi�, tutto mi disgusta e, soprattutto, ho nausea di me stesso. Allora non mangio pi�, non mi lavo pi�... E voi? - Perch� non lavarsi? Non � pulizia non lavarsi... - disse il principe Andr�j. - Al contrario, bisogna cercare in ogni modo di rendersi la vita gradevole quanto pi� sia possibile. Io vivo, e di ci� non sono colpevole, dunque devo vivere come meglio posso, senza dar fastidio a nessuno, sino alla morte. - Ma che cosa vi induce a vivere con simili pensieri? Restare inattivo, senza muoversi, senza intraprendere nulla? - La vita non ci lascia mai tranquilli. Sarei ben contento di non far nulla, ma ecco, da un lato la nobilt� di qui mi ha fatto l'onore di eleggermi suo maresciallo, e me ne sono liberato a fatica. Essi non potevano ammettere che mi mancassero le qualit� necessarie, quella volgarit� bonaria e indaffarata, indispensabile in queste cose. Poi ho dovuto mettermi a costruire questa casa per avere un cantuccio mio, dove poter vivere in pace. Ora c'� la milizia territoriale. - Perch� non prestate pi� servizio nell'esercito? - Dopo Austerlitz! - esclam� in tono cupo il principe Andr�j.No, grazie tante; ho dato a me stesso la parola d'onore che non prester� mai pi� servizio nell'esercito attivo russo; neanche se Buonaparte fosse a Smol�nsk e minacciasse Lissia-Gori rientrerei nell'esercito. Ti dicevo, dunque, - riprese, calmandosi - che ora mi occupo della milizia territoriale. Mio padre � generale in capo del terzo distretto e per me l'unico mezzo per evitare di far parte dell'esercito attivo � l'essere addetto alla sua persona. - Ma anche cos�, servite la patria. - S�. Tacque per un momento. - Ma allora perch� lo fate? - Ecco perch�: mio padre � uno degli uomini pi� notevoli del suo secolo, ma, invecchiando e pur non essendo cattivo, ha un carattere troppo violento. E' terribile, abituato com'� al potere illimitato, specialmente adesso con questa carica, conferitagli dal sovrano, di capo della milizia. Se quindici giorni fa io non fossi sopraggiunto in tempo, e sarebbe bastato un ritardo di due ore, avrebbe fatto impiccare uno scrivano a J�nkovo! - soggiunse il principe Andr�j con un sorriso. - Cos� io presto servizio perch�, all'infuori di me, nessuno ha influenza su mio padre; e in tal modo, di tanto in tanto, gli impedisco di compiere degli atti per cui poi si tormenterebbe. - Ah, vedete dunque! - S�, "mais ce n'est pas comme vous l'entendez" [35. Ma non � come l'interpretate voi] - continu� il principe Andr�j. - Io non ho desiderato e non desidero il minimo bene a quella canaglia di scrivano, che aveva rubato non so quali stivali ai militi; sarei stato, anzi, soddisfatto di vederlo impiccare, ma mi rincresceva per mio padre, ossia per me stesso. Il principe Andr�j si animava sempre di pi�. I suoi occhi avevano una lucentezza febbrile, mentre cercava di dimostrare a Pierre che nessuna sua azione aveva come scopo il desiderio di far del bene al prossimo. - Dunque, tu vuoi emancipare i contadini? - prosegu�. - E' una cosa bellissima, questa, ma non per te, giacch� non credo che tu abbia mai fatto fustigare n� fatto deportare qualcuno in Siberia, e ancor meno per i contadini stessi. Se vengono frustati, percossi o deportati in Siberia, non credo che per questo stiano peggio. In Siberia il contadino continuer� a condurre la medesima vita bestiale, le piaghe del suo corpo si rimargineranno ed egli sar� felice esattamente come prima. Ma questo � necessario per quegli uomini che si rovinano moralmente, che si creano dei pentimenti, li soffocano, si abbrutiscono perch� hanno la possibilit� di tormentare e anche di uccidere a torto o a ragione. Ecco chi mi fa pena e per chi vorrei l'emancipazione dei contadini. Tu forse non hai mai visto, ma io s�. Ho visto delle brave persone, cresciute nella tradizione del potere illimitato, che con gli anni, quando pi� si fanno irritabili, diventano crudeli e brutali; sono consce della loro malvagit�, ma non possono trattenersi, e ogni giorno sono pi� infelici. Il principe Andr�j disse queste cose con tanta convinzione che Pierre, suo malgrado, pens� che quei pensieri gli fossero ispirati dal modo di comportarsi del padre. E non rispose. - Ti ho detto, dunque, di che ho piet�: della dignit� umana, della tranquillit� della coscienza, della purezza spirituale, e non delle loro schiene e delle loro fronti che, per quanto vengano frustate e rase a zero, restano sempre le stesse schiene e le stesse fronti. - No, no, mille volte no! Non sar� mai d'accordo con voi! - esclam� Pierre. CAPITOLO 12. Verso sera il principe Andr�j e Pierre salirono in carrozza e partirono alla volta di Lissia-Gori. Di tanto in tanto il principe guardava l'amico e rompeva il silenzio con parole che dimostravano la sua ottima disposizione di spirito. Indicandogli i campi, gli descriveva le migliorie introdotte nella coltivazione. Pierre, taciturno, gli rispondeva solo a monosillabi e sembrava profondamente assorto. Egli pensava che il principe Andr�j era molto infelice, che viveva nell'errore, che non conosceva la vera luce e che toccava a lui, Pierre, venirgli in aiuto, illuminarlo e sollevarlo. Ma non appena aveva trovato che cosa dirgli, presentiva che il principe, con una sola parola, con un solo argomento, avrebbe distrutto tutta la sua dottrina e perci� non osava cominciare. Temeva che le proprie convinzioni che egli aveva tanto care potessero divenire oggetto di derisione. - No, perch� pensate... - cominci� a dire tutt'a un tratto Pierre, abbassando la testa come un toro che si prepara a colpire - perch� pensate cos�? Non dovete pensare cos�. - A proposito di che cosa? - domand� il principe Andr�j sorpreso. - A proposito della vita, della missione dell'uomo! Non pu� essere come voi dite. Anch'io, nel passato, ragionavo come voi, ma fui salvato, e sapete da che cosa? dalla massoneria. No non sorridete. La massoneria non � una setta religiosa come pensate; essa � la pi� elevata, l'unica espressione dei lati migliori ed eterni del genere umano. E Pierre cominci� a spiegare all'amico che cosa fosse la massoneria, cos� come egli la intendeva. Diceva che la dottrina massonica era la stessa del cristianesimo, liberata dalle strettoie dello stato e della religione, una dottrina di uguaglianza, di fraternit� e di amore. - Soltanto la nostra sacra fratellanza ha un senso reale nella vita; tutto il resto � sogno - diceva Pierre. - Convincetevi, amico mio, che al di fuori di questa unione tutto � un cumulo di menzogne e di ingiustizie, sicch� io sono d'accordo con voi nell'ammettere che a un uomo buono e intelligente non resta altro, come fate voi, che attendere la fine della vita cercando soltanto di non dar fastidio agli altri. Ma adottate le nostre convinzioni fondamentali, venite a far parte della nostra societ�, affidatevi a noi lasciandovi guidare e vi sentirete subito, come � accaduto a me, una parte di quell'immensa, invisibile catena, il cui inizio si nasconde nel cielo. Il principe Andr�j, con gli occhi fissi davanti a s�, ascoltava muto le parole di Pierre. Alcune volte, non avendo udito bene a causa del rumore della carrozza, preg� Pierre di ripetere alcune cose. Dalla luce inconsueta che gli si era accesa negli occhi e dal silenzio di lui, Pierre capiva che le sue parole non erano cadute nel vuoto, che il principe Andr�j non lo avrebbe interrotto e che non avrebbe deriso quanto egli diceva. Giunsero a un fiume che era straripato per la piena e dovettero traghettare. Mentre la carrozza e i cavalli vi venivano sistemati, essi salirono sulla chiatta. Il principe Andr�j, appoggiato al parapetto, guardava in silenzio la distesa delle acque scintillanti sotto i riflessi rossi de tramonto. - Be' cosa ne pensate? - chiese Pierre. - Perch� tacete? - Cosa ne penso? Ti ho ascoltato. E' tutto giusto - rispose il principe. - Ma tu dici: �Entra nella nostra confraternita., noi ti additeremo lo scopo della vita, la missione dell'uomo e le leggi che regolano l'universo�. Ma voi chi siete? Uomini. Perch� dunque voi sapete tutto? Perch� io soltanto non vedo ci� che voi vedete? Perch� voi vedete in terra il regno della verit� e del bene e io non lo vedo? Pierre lo interruppe. - Ma credete a un'altra vita? - gli domand�. - A un'altra vita? - ripet� il principe Andr�j, ma Pierre non gli lasci� il tempo di rispondere e interpret� quella ripetizione come un diniego, tanto pi� che egli conosceva le antiche convinzioni ateistiche di lui. - Voi dite che non riuscite a vedere in terra il regno del bene e della verit�. Neppure io lo vedevo, e non � possibile vederlo quando si considera la nostra vita come la fine di tutto. Sulla �terra�, proprio su questa terra - (e Pierre indic� i campi che li circondavano) - non esiste la verit�: tutto � malvagit�, tutto � menzogna; ma nell'universo, inteso nel senso pi� vasto, regna la verit�; noi ora siamo figli della terra, ma nell'eternit� siamo figli dell'universo. Forse che io non sento, dentro l'animo mio, di far parte di questo immenso e armonioso tutto? Forse che non sento che in questa moltitudine infinita di esseri in cui la divinit� o, se preferite, la suprema potenza, si manifesta, io rappresento un anello, un gradino tra le creature inferiori e quelle superiori? Se io vedo, e vedo con chiarezza questa scala che sale dalle piante all'uomo, perch� dovrei pensare che la scala finisce con me e non porti pi� in alto, sempre pi� in alto? Io sento che, non soltanto non posso scomparire, come nulla nel mondo scompare, ma che esister� sempre e che sempre sono esistito. Sento che, oltre a me e sopra di me, vivono esseri spirituali e che nel loro mondo la verit� esiste. - S�, questa � la dottrina di Herder (36) - disse il principe Andr�j - ma non � questo, mio caro, che possa convincermi; la vita e la morte soltanto lo possono fare. Quello che ti convince � il vedere una creatura a te cara e legata a te, di fronte alla quale tu fosti colpevole e verso la quale speravi di giustificarti - (il principe Andr�j ebbe un tremito nella voce e si volt� dall'altra parte) - e tutt'a un tratto questa creatura soffre, si tormenta e finisce di esistere... Perch�? E' impossibile che non ci sia una risposta! Anch'io credo che ci sia. Ecco quello che convince, quello che mi ha convinto... - concluse il principe Andr�j. - Ma s�, ma s� - disse Pierre. - Non � forse la stessa cosa che dico io? - No. Io dico soltanto che non sono i ragionamenti che ti possono convincere della necessit� di una vita futura, ma � il fatto che tu cammini nella vita, mano nella mano, con un altro essere umano e tutto a un tratto questo essere scompare nel di l�, nel nulla, e tu stesso ti fermi davanti a quell'abisso e vi guardi dentro. E io ci ho guardato... - E allora? - esclam� Pierre. - Voi sapete che c'� un �di l�� e che c'� �qualcuno�. Di l� � la vita futura e quel Qualcuno � Dio! Il principe Andr�j non rispose. La vettura e i cavalli ormai da un pezzo erano passati sull'altra riva ed erano gi� attaccati; il sole si era nascosto a met�, e la brina della sera copriva di stelle le pozzanghere presso il traghetto, ma Pierre e Andr�j, con stupore dei domestici, dei cocchieri e dei traghettatori, erano ancora ritti sulle zattere e continuavano a discorrere. - Se Dio esiste, se esiste una vita futura, esistono anche la virt� e la verit�; e la suprema felicit� dell'uomo consiste nell'aspirare a raggiungerla. Si deve vivere, si deve amare, si deve credere - diceva Pierre - che non viviamo soltanto su un piccolo spazio di terra, ma che vivremo e vivremo in eterno l� nel tutto! - E indic� il cielo. Il principe Andr�j stava in piedi, con i gomiti appoggiati al parapetto e, ascoltando Pierre senza alzare gli occhi, fissava i riflessi purpurei del tramonto sulla superficie azzurrina dell'acqua. Pierre tacque. Regnava attorno un profondo silenzio. La chiatta da tempo aveva toccato la riva e soltanto le onde della corrente continuavano a mormorare, battendo sul fondo con un fievole sciacquio. Sembr� allora al principe Andr�j che quello sciacquio commentasse le parole di Pierre e dicesse: �E' vero! E' vero! Credigli!�. Il principe sospir� e con uno sguardo raggiante, mite, infantile, fiss� il viso di Pierre, acceso di entusiasmo ma pur sempre timido di fronte alla superiorit� dell'amico. - Ah, se fosse davvero cos�! - esclam�. - Ma ora andiamo a prender posto in carrozza - aggiunse e, sceso dalla zattera, alz� gli occhi al cielo che Pierre gli aveva indicato e per la prima volta, dopo Austerlitz, rivide quell'immenso, eterno cielo che aveva veduto mentre giaceva immobile sul campo di battaglia.. Allora qualcosa che da molto tempo dormiva in lui, qualcosa che costituiva la sua parte migliore si dest� a un tratto nella sua anima infondendogli una sensazione di letizia e di giovent�. Quella sensazione per� svan� non appena il principe Andr�j ritorn� alle consuete condizioni della sua vita; ma egli sapeva ormai che un sentimento nuovo, che non sapeva sviluppare, viveva profondamente in lui. L'incontro con Pierre segn� per il principe Andr�j la data dalla quale, pur non essendo mutata l'esteriorit� della sua vita, ebbe inizio per lui una vita interiore completamente diversa. CAPITOLO 13. Era gi� quasi buio quando il principe Andr�j e Pierre scesero dalla carrozza davanti all'ingresso principale della casa di Lissia-Gori. Mentre si stavano avvicinando, il principe fece notare a Pierre, con un sorriso, l'agitazione che si manifestava davanti all'ingresso di servizio. Una vecchietta curva, con un sacco sulle spalle, e un uomo di piccola statura, vestito di nero e con i capelli lunghi, al vedere la carrozza che si era fermata, erano fuggiti indietro verso il portone. Due donne corsero a raggiungerli e tutti e quattro, dopo essersi voltati per guardare, scomparvero spaventati nell'ingresso di servizio. - Sono la �gente di Dio� di Mascia - disse il principe Andr�j.- Hanno creduto che fosse mio padre. Questa � l'unica cosa nella quale non gli obbedisce! - Ma cos'� questa �gente di Dio�? - domand� Pierre. Il principe Andr�j non ebbe tempo di rispondere. I domestici accorrevano loro incontro, ed egli si inform� subito dove fosse il vecchio principe e se lo aspettavano presto. Il vecchio principe era ancora in citt�, ma lo si attendeva da un momento all'altro. Il principe Andr�j accompagn� Pierre nel proprio appartamento che, in perfetto ordine, lo attendeva sempre nella casa del padre, e si rec� solo nella camera del bimbo. - Andiamo da mia sorella - disse poi, ritornandone; - ancora non l'ho vista. Adesso si nasconde e sta con la sua �gente di Dio�. Rester� imbarazzata, sono certo, e tu vedrai la sua �gente di Dio�. "C'est curieux, ma parole" [37. E' una cosa interessante, te lo assicuro]. - "Qu'est-ce que c'est que" [33. Che cos'�] la �gente di Dio�?chiese ancora Pierre. - Ora vedrai. La principessina M�rija si confuse davvero e il suo viso si copr� di chiazze rosse quando i due amici entrarono nella sua camera, un ambiente accogliente, dove le lampade ardevano davanti alle icone. Era seduta sul divano, davanti al samov�r, e accanto a lei stava un ragazzo con un lungo naso e lunghi capelli, vestito da monaco. In una poltrona presso il divano, era seduta una vecchia scarna e grinzosa dall'espressione dolce e infantile. - "Andr�, pourquoi ne pas m'avoir pr�venue?" [39. Andr�j, perch� non mi hai avvertita?] - disse in tono di dolce rimprovero, mettendosi davanti ai suoi pellegrini come una chioccia davanti al suoi pulcini. - "Charm�e de vous voir. Je suis tr�s contente de vous voir" [40. Lieta di vedervi. Sono molto contenta di vedervi] - disse a Pierre, mentre questi le baciava la mano. L'aveva conosciuto sin da bambino e ora l'amicizia di lui con Andr�j, le sue disgrazie coniugali e soprattutto il suo viso dall'espressione semplice e buona, la disponevano favorevolmente verso di lui. Lo guardava con i suoi begli occhi radiosi e pareva dirgli: �Vi voglio molto bene, ma vi prego di non ridere di questa mia gente...�. Dopo aver scambiato i primi saluti si sedettero. - Ah, c'� anche Iv�nuska, qui! - disse il principe Andr�j, indicando con un sorriso il giovane pellegrino. - Andr�j! - esclam� la fanciulla in tono supplichevole. - "Il faut que vous sachiez que c'est une femme" [41. Devi sapere che � una donna] - disse Andr�j all'amico. - "Andr�, au nom de Dieu" [42. Andr�j, in nome di Dio!] - ripet� la principessina M�rija. Si capiva che le parole scherzose del fratello verso i pellegrini e la vana difesa di costoro da parte della principessina erano cose consuete, ormai abituali tra fratello e sorella. - "Mais, ma bonne amie", - disse il principe Andr�j - "vous devriez au contraire m'�tre reconnaissante de ce que j'explique � Pierre votre intimit� avec ce jeune homme" [43. Ma, amica mia, dovreste invece essermi riconoscente che io spieghi a Pierre la vostra intimit� con questo giovanotto]. - "Vraiment?" [44. Davvero?] - chiese Pierre con curiosit�, seriamente, del che gli fu particolarmente grata la fanciulla, osservando attraverso le lenti il viso di Iv�nuska che, resosi conto che si parlava di lui, guardava tutti con un'aria furbesca. La principessina M�rija aveva avuto torto di sentirsi imbarazzata per i suoi pellegrini. Essi non erano per nulla intimiditi. La vecchietta, a occhi bassi, guardava di tanto in tanto in tralice i nuovi venuti e, dopo aver deposto la tazza vuota capovolta sul piattino e avervi messo accanto una zolletta di zucchero rosicchiata, tranquilla e immobile, stava seduta nella sua poltrona aspettando che le offrissero dell'altro t�. Iv�nuska, bevendo direttamente dal piattino, guardava i due giovani con i suoi maliziosi occhi di donna. - Sei stata a Kiev? - domand� Andr�j alla vecchietta. - S�, padre, ci sono stata - rispose la vecchia di natura ciarliera. - Proprio a Natale ho avuto la fortuna di ricevere la Comunione presso le sante reliquie. E adesso vengo da Koljazin, padre, dove � avvenuto un grande miracolo... - E Iv�nuska era con te? - Io vado per conto mio - rispose Iv�nuska, cercando di parlare con voce di basso. - Ho incontrato Pelag�juska soltanto a J�chovo. Pelag�juska interruppe il suo compagno: era chiaro che voleva raccontare ci� che aveva visto. - A Koljazin, padre, si � avuto un grande miracolo. - Quale? Si sono trovate nuove reliquie? - domand� il principe Andr�j. - Smettila, Andr�j - intervenne la principessina M�rija. - Non raccontare niente, Pelag�juska. - Che dici mai, "m�tuska"? Perch� non dovrei raccontare? Gli voglio bene, � buono. E' un mio benefattore, mandatomi da Dio: mi ha dato dieci rubli... me ne ricordo. Quando fui a Kiev, Kirjusa lo "jurodivi" (45), vero uomo di Dio che va scalzo d'inverno e d'estate, mi dice: �Che fai qui? Perch� non vai dove devi andare? Va' a Koljazin, l� c'� una icona miracolosa: la Vergine Madre si � rivelata ai fedeli�. All'udire quelle parole ho salutato i miei Santi e sono andata. Tutti tacevano. Parlava soltanto la pellegrina con voce monotona, aspirando l'aria. - Sono arrivata, padre mio, e la gente mi dice: c'� stato un grande miracolo: dalla guancia della Santissima Madre di Dio cola l'olio santo. - S�, s�... sta bene, racconterai pi� tardi - disse la principessina M�rija, arrossendo. - Permettetemi di chiedervi una cosa - intervenne Pierre. - Senti, l'hai visto con i tuoi occhi questo miracolo? - Certo, padre mio, ho avuto questa gioia. Una luce, come quella celeste, splendeva sul viso della Vergine Madre e dalla guancia scendevano gocce e gocce... - Ma si trattava certamente di un inganno! - esclam� ingenuamente Pierre che ascoltava con attenzione la pellegrina. - Oh, padre mio, che dici? - esclam� spaventata Pelag�juska, volgendosi verso la principessina M�rija, come per chiederle aiuto. - Cos� si inganna il popolo - ripet� Pierre. - O Signore Ges� Cristo! - disse la pellegrina facendosi il segno della croce. - Non dir questo, padre mio! C'era l� un generale che non voleva credere e disse: �Sono i monaci che combinano imbrogli�, ma non appena ebbe pronunziato queste parole, divenne cieco. Poi vide in sogno che la Santa Vergine era venuta da lui e gli aveva detto: �Credi in me, e io ti guarir��. E allora egli cominci� a supplicare: �Portatemi, portatemi da Lei!�. Ti dico la verit�, l'ho visto con i miei occhi. Condussero il cieco dalla Vergine, proprio davanti alla Sua immagine egli cadde in ginocchio e supplic�: �Guariscimi e ti dar� tutto ci� che lo zar mi ha donato�. L'ho visto io stessa, padre: c'� una stella messa proprio dentro... Ebbene, riacquist� la vista! E' un peccato parlare come fai tu. Dio ti castigher� - concluse, rivolta a Pierre. - E come mai la stella � capitata nell'immagine? - chiese il giovane. - E hanno promosso generale anche la Santa Vergine? - intervenne il principe Andr�j, sorridendo. Pelag�juska a un tratto impallid� e giunse le mani. - Padre mio, padre mio, tu commetti peccato, e hai un figlio! cominci� a dire, mentre il suo pallido viso si copriva di rossore. - Padre, che Iddio ti perdoni per quello che hai detto... - E si fece il segno della croce. - Signore Iddio, perdonalo! "M�tuska", che � questo? - chiese rivolta alla principessina M�rija. Si alz� e, quasi piangendo, si mise a preparare il sacco. Era visibilmente scandalizzata e si vergognava di avere ricevuto benefici da una casa dove si dicevano cose del genere e, nello stesso tempo, le rincresceva di dovervi ora rinunziare. - Vi divertite, eh? - disse la principessina M�rija. - Perch� siete venuti da me? - Ma no, Pelag�juska, io ho scherzato. "Princesse, ma parole, je n'ai pas voulu l'offenser" [46. Vi assicuro, principessa, non ho voluto offenderla!], ho detto cos� per dire... Non ci pensate pi�, Pelag�juska, ho scherzato - ripet�, sorridendo timidamente e desiderando cancellare la sua colpa. Pelag�juska si ferm� con diffidenza, ma sulla faccia di Pierre vi era una espressione di cos� sincero pentimento, e il principe Andr�j guardava con occhi cos� miti, ora l'amico, ora la vecchietta, che questa a poco a poco si calm�. CAPITOLO 14. La pellegrina si calm� e, ripreso l'argomento, si mise a parlare a lungo del padre Amfilochi, un uomo di cos� santa vita che le sue mani diffondevano l'aroma dell'incenso; e raccont� che alcuni monaci che lei conosceva, durante il suo ultimo pellegrinaggio a Kiev, le avevano dato le chiavi dei sotterranei dove, avendo con s� come cibo due pezzi di pane, aveva trascorso insieme con i santi due giorni e due notti. �Prego davanti a uno, lo adoro e poi passo a un altro. Mi addormento per un po', poi riprendo le mie preghiere e i miei atti di adorazione. Regnavano l� sotto, "m�tuska", un tale silenzio e una tale beatitudine che non avevo neppur pi� voglia di tornare alla luce del sole�. Pierre ascoltava seriamente e con attenzione. Il principe Andr�j usc� dalla camera e, dietro di lui, lasciando che la �gente di Dio� finisse di prendere il suo t�, la principessina M�rija accompagn� Pierre nel salotto. - Siete molto buono - gli disse. - Ah, davvero non volevo offenderla. Comprendo e apprezzo tanto quei sentimenti. La principessina M�rija lo guard� senza dir nulla e gli sorrise affettuosamente. - Vi conosco da molto tempo e vi voglio bene come a un fratellodisse la fanciulla. - Come avete trovato Andr�j? - aggiunse subito, senza lasciargli il tempo di rispondere alle sue affettuose parole. - Mi d� molta preoccupazione. D'inverno sta meglio, ma nella scorsa primavera la sua ferita si � riaperta e il dottore ha detto che dovrebbe andare a curarsi. E anche il suo stato d'animo mi � causa di timore. Non ha il carattere che abbiamo noi donne, che possiamo sfogare il nostro dolore con le lacrime. Egli se lo tiene chiuso dentro. Oggi � allegro e vivace, ma � il vostro arrivo che ha agito cos� su di lui; molto di rado lo vedo in tale disposizione di spirito. Se voi riusciste a persuaderlo a recarsi all'estero! Ha bisogno di attivit�, e questa vita monotona e tranquilla lo uccide. Gli altri non se ne accorgono, ma io s�! Verso le dieci i domestici corsero verso l'ingresso, udendo i sonagli della carrozza del vecchio principe che stava arrivando. Anche Andr�j e Pierre gli uscirono incontro. - Chi �? - chiese il vecchio principe, scendendo dalla carrozza e scorgendo Pierre. - Ah, bene, bene! Baciami! - esclam�, quando seppe chi era il giovane sconosciuto. Il vecchio era di buon umore e fu assai cordiale con Pierre. Prima della cena, il principe Andr�j, ritornato nello studio di suo padre, trov� il vecchio in animata discussione con Pierre. Questi voleva dimostrare che sarebbe venuto un tempo in cui non ci sarebbero pi� state guerre. Il vecchio principe lo contraddiceva, ma discuteva senza andare in collera. - Lascia scorrere il sangue dalle vene, sostituiscilo con acqua e allora non ci saranno pi� guerre. Ciarle di donnette, niente altro che ciarle di donnette! - esclam�, ma batt� affettuosamente sulle spalle di Pierre e si accost� alla tavola presso la quale il principe Andr�j, che evidentemente non aveva voglia di partecipare alla discussione, sfogliava le carte che suo padre aveva portato dalla citt�. Il vecchio principe gli si avvicin� e cominci� a parlare di affari. - Il maresciallo della nobilt�, il conte Rost�v, non ha fornito nemmeno met� dei suoi uomini. E' venuto in citt�, gli � saltato in testa di invitarmi a pranzo: gliel'ho dato io il pranzo! Prendi, guarda questa carta... Be', mio caro - disse il principe Nikol�j al figlio e battendo ancora con la mano sulla spalla di Pierre - � un bravo ragazzo il tuo amico, e gli voglio gi� bene. Mi eccita... Ci sono uomini che dicono cose sagge, ma non si ha voglia di ascoltarli; lui, invece, dice delle sciocchezze, ma accende anche me che sono vecchio. Be', andate, andate... Forse verr� a cenare con voi. Riprenderemo a discutere. Devi voler bene alla mia sciocchina, la principessina M�rija - grid� poi a Pierre dalla soglia. Soltanto ora, durante il suo soggiorno a Lissia-Gori, Pierre apprezz� la forza e l'incanto della sua amicizia con il principe Andr�j. Questo incanto si manifestava non soltanto nei rapporti con il principe, ma anche con i parenti e i familiari di lui. Pierre si era subito sentito un vecchio amico del severo principe Nikol�j Andr�evic' e della buona e timida principessina M�rija, nonostante conoscesse appena sia l'uno sia l'altra. E tutti gli volevano gi� bene. Non solo la principessina M�rija, conquistata dal comportamento dolce di lui verso i pellegrini, lo guardava con occhi lucenti e affettuosi, ma anche il piccolo di un anno, il principino Nikol�j, come il nonno soleva chiamarlo, sorrideva a Pierre e gli si buttava tra le braccia. Micha�l Ivanyc' e "mademoiselle" Bourienne lo guardavano sorridendo gioiosamente quando egli discorreva con il vecchio principe. Il vecchio principe venne con gli altri a cena: evidentemente lo faceva per Pierre. Nei due giorni che pass� a Lissia-Gori, fu straordinariamente affettuoso con lui e gli ordin� di ritornare. Dopo la partenza di Pierre, tutti i membri della famiglia si trovarono riuniti e si misero a parlare di lui, come sempre avviene dopo la partenza di un nuovo ospite e tutti, cosa che accade di rado, ne parlarono soltanto bene. CAPITOLO 15. Tornato al reggimento dopo la licenza, Rost�v sent� per la prima volta quanto fossero forti i legami che lo univano a Denissov e a tutti i colleghi. Gi� mentre vi si avvicinava, provava le stesse sensazioni di quando stava tornando alla sua casa di via Pov�rskaja. Allorch� vide il primo ussaro del suo reggimento, con la giubba sbottonata, allorch� riconobbe il rosso Dementev e scorse i pali cui venivano attaccati i cavalli sauri, allorch� ud� Lavruska gridare allegramente al suo padrone: �Il conte � arrivato!� e l'arruffato Denissov, che dormiva disteso sul letto, si precipit� fuori dalla baracca e lo abbracci� mentre gli altri ufficiali gli si stringevano attorno, Rost�v prov� la stessa commozione di quando aveva abbracciato i genitori e le sorelle, e le lacrime di gioia che gli serrarono la gola gli impedirono di parlare. Anche il reggimento era per lui una casa, una casa cara e accogliente come la casa paterna. Dopo che si fu presentato al comandante e fu assegnato al suo solito squadrone, dopo aver provveduto al foraggio e ripreso a occuparsi di tutti i minuti interessi del reggimento e si sent� privato della libert� e limitato in una stretta, immutabile cornice, Rost�v prov� il medesimo senso di calma e la medesima consapevolezza di trovarsi a casa, al proprio posto, che aveva avvertito sotto il tetto paterno. Non vi era al reggimento il disordine che regna nel libero mondo, dove egli non sapeva trovare il proprio posto o sbagliava nello sceglierlo; non vi era S�nja, con la quale era necessario o non necessario avere una spiegazione; non vi era la possibilit� di andare o non andare in qualche posto; non vi erano le ventiquattro ore della giornata che si potevano impiegare in modi diversi; non vi era quella grande quantit� di persone tra cui nessuna era pi� intima o meno di un'altra; non vi erano gli incerti e imprevisti rapporti di denaro con il padre; nulla vi era che ricordasse la terribile perdita al gioco con D�lochov! L�, al reggimento, tutto era semplice e chiaro. Il mondo intero era suddiviso in due parti disuguali: una costituita dal reggimento di P�vlograd, l'altra che comprendeva tutto il resto. E con tutto il resto non si aveva nulla a che fare. Al reggimento si sapeva ogni cosa: chi era tenente, chi era capitano, chi era buono e chi cattivo e, soprattutto, chi era buon camerata. Il vivandiere faceva credito, lo stipendio si riscoteva ogni quadrimestre; non c'era nulla da inventare n� da scegliere, bastava non fare nulla di ci� che nel reggimento di P�vlograd era giudicato riprovevole; se si riceveva un incarico, bisognava eseguire tutto ci� che era esplicitamente e chiaramente ordinato, e tutto andava per il meglio. Ritrovatosi di nuovo nelle ben definite condizioni della vita del reggimento, Rost�v prov� la piacevole soddisfazione che prova un uomo stanco quando pu� coricarsi e riposare. La vita militare gli riusciva tanto pi� piacevole in quella campagna, in quanto, dopo la perdita al gioco con D�lochov (perdita di cui non riusciva a consolarsi, nonostante che la famiglia lo avesse perdonato), Rost�v aveva deciso di prestar servizio non pi� come prima, ma, per cancellare la propria colpa, in modo ineccepibile, di essere un camerata e un compagno esemplare, vale a dire un uomo perfetto: cosa che appariva molto difficile nel mondo, ma possibilissima al reggimento. Rost�v, dopo la perdita al gioco, aveva deciso di pagare il suo debito ai genitori in cinque anni. Gli mandavano diecimila rubli all'anno: ora ne avrebbe presi soltanto duemila e avrebbe lasciato gli altri ai genitori in restituzione del suo debito. Il nostro esercito, dopo molte ritirate, parecchi attacchi e alcune battaglie nelle vicinanze di Pultusk e di Preussisch-Eylau, si concentrava attorno a Bartenstein. Si aspettava l'arrivo dell'imperatore presso le truppe e l'inizio di una nuova campagna. Il reggimento di P�vlograd, che faceva parte di quel settore dell'esercito che aveva fatto la campagna del 1805, essendo stato obbligato a completare i suoi quadri in Russia, era arrivato in ritardo per i primi scontri. Non si era trovato n� a Pultusk, n� a Preussisch-Eylau e, nella seconda fase della campagna, dopo essersi riunito all'esercito operante, era stato aggregato al corpo di Platov (47). Il corpo di Platov agiva indipendentemente dal grosso dell'esercito. Varie volte aveva avuto delle scaramucce con il nemico, aveva fatto alcuni prigionieri e una volta si era impadronito persino della vettura del maresciallo Oudinot (48). Nel mese di aprile, il reggimento di P�vlograd pass� alcune settimane senza muoversi, nei pressi di un villaggio tedesco, interamente distrutto e abbandonato. Era il tempo del disgelo: ovunque fango e freddo, il ghiaccio del fiume si spezzava, le strade si erano fatte impraticabili. Per parecchi giorni tanto agli uomini quanto agli animali non furono distribuiti i viveri e il foraggio. Poich� il trasporto degli approvvigionamenti era divenuto impossibile, gli uomini si sparpagliavano nei villaggi abbandonati e deserti, alla ricerca di patate, che pure si trovavano in piccolissima quantit�. Tutto era stato mangiato, quasi tutti gli abitanti erano fuggiti. Quelli che erano rimasti, erano peggio che mendicanti: nelle loro case non c'era pi� nulla, tanto che spesso i soldati, sebbene poco disposti alla piet�, invece di prendere davano il poco che era loro rimasto. Nelle scaramucce il reggimento di P�vlograd aveva perso soltanto due uomini, feriti; ma la fame e le malattie l'avevano quasi dimezzato. La mortalit� negli ospedali era tale che i soldati ammalati di febbre o gonfi per il pessimo nutrimento, preferivano continuare a prestar servizio, trascinandosi faticosamente ai loro posti, piuttosto che farsi ricoverare negli ospedali. All'inizio della primavera, i soldati cominciarono a trovare nei campi una pianta che spuntava dalla terra, molto simile all'asparago, e alla quale diedero il nome, non si sa perch�, di �radice dolce di Maska�. Si aggiravano per campi e prati in cerca di questa �radice dolce� che era invece amarissima, la levavano dalla terra servendosi della punta della sciabola e la mangiavano, nonostante il divieto di cibarsi di quell'erba ritenuta nociva. In primavera si manifest� tra le truppe una nuova malattia: un gonfiore alle mani, ai piedi e al viso, la cui causa i medici attribuirono appunto all'uso di quella pianta. Ma ad onta del divieto, i soldati del reggimento di P�vlograd, gli ussari dello squadrone di Denissov continuarono a nutrirsi soprattutto della �radice dolce di Maska�, giacch� ormai da oltre una settimana le ultime gallette venivano razionate, se ne distribuiva non pi� di una mezza libbra a testa, e le patate, giunte con l'ultimo convoglio, erano gelate e germogliate. Anche i cavalli, che da due settimane si nutrivano con la paglia dei tetti delle case, erano orribilmente magri e ancora coperti del pelo invernale, infeltrito, a ciuffi. Malgrado tanta miseria, i soldati e gli ufficiali vivevano come sempre; anche adesso, per quanto con le facce pallide e gonfie e le divise lacere, gli ussari si mettevano in fila per l'appello, uscivano per le requisizioni, strigliavano i cavalli, lustravano i finimenti, strappavano la paglia dai tetti per far foraggio e si riunivano per il rancio attorno ai paiuoli, allontanandosene affamati come prima e scherzando sul pessimo cibo e sulla propria fame. Come sempre, nelle ore libere dal servizio, i soldati accendevano dei grandi fuochi attorno ai quali si riscaldavano nudi, fumavano, sceglievano e arrostivano le patate gelate e germogliate, raccontavano e ascoltavano storie sulle campagne di Pot�mkin o di Suvorov, o le fiabe di Al�scia, il furbo lestofante, o di Mikolka, il garzone del "pop". Gli ufficiali, come il solito, vivevano in due o in tre nelle case dal tetto semidistrutto. I pi� anziani si curavano dell'approvvigionamento della paglia e delle patate e, in generale, dei mezzi di sussistenza per gli uomini; i giovani, come al solito, trascorrevano il tempo chi giocando a carte (giacch�, se mancavano le vettovaglie, non mancava per� il denaro), e chi dedicandosi a giochi innocenti, come la "sv�jka" (49) o i birilli. Dell'andamento generale della guerra si parlava poco, in parte perch� non si sapeva nulla di positivo, in parte perch� si intuiva vagamente che le cose andavano male. Rost�v, come per l'innanzi, abitava con Denissov, e il loro legame di amicizia, dopo la licenza, si era fatto pi� stretto che mai. Difficilmente Denissov parlava dei parenti di Rost�v, ma dalla tenera amicizia che il comandante gli dimostrava, Nikol�j sentiva che lo sfortunato amore del vecchio ussaro per Natascia aveva una notevole parte nel rafforzarsi della loro amicizia. Era evidente che Denissov cercava di esporre il meno possibile Rost�v ai pericoli della guerra, lo risparmiava quanto poteva e, dopo ciascun combattimento, manifestava una gioia sincera nel rivederlo sano e salvo. Durante una delle sue spedizioni, Rost�v trov� in un villaggio saccheggiato e abbandonato, dove si era recato in cerca di viveri, la famiglia di un vecchio polacco e della figlia di costui, con un bimbo in fasce. Erano laceri, affamati, non in grado di camminare e non avevano alcun mezzo per partire. Rost�v li port� con s� nel suo accantonamento, li ospit� e li mantenne per alcune settimane, sino a che il vecchio non si fu ristabilito. Un collega di Rost�v, discorrendo un giorno di donne, cominci� a canzonarlo, dichiarando che era il pi� furbo di tutti loro e dicendo che non avrebbe commesso peccato se avesse fatto conoscere ai compagni la graziosa polacca che aveva salvato. Rost�v interpret� lo scherzo come un'offesa e, avvampando di collera, disse a quell'ufficiale cose tanto spiacevoli che Denissov riusc� a stento a evitare un duello tra i due. Quando l'ufficiale si fu allontanato, Denissov, che non sapeva neppur lui quali fossero i rapporti tra Rost�v e la polacca, prese a rimproverarlo per lo scatto avuto. Rost�v gli rispose: - Cosa vuoi... per me � come una sorella, e non ti posso dire quanto la cosa mi abbia offeso... perch�... be'... perch�... Denissov gli batt� una mano sulla spalla e si mise a camminare a grandi passi per la stanza senza guardarlo, come faceva sempre nei momenti di grande commozione. - Che razza originale quella dei Rost�v! - esclam�, e Nikol�j not� che Denissov aveva gli occhi pieni di lacrime. CAPITOLO 16. Nel mese di aprile le truppe si rianimarono alla notizia dell'arrivo dell'imperatore. Rost�v non pot� assistere alla rivista passata dal sovrano a Bartenstein giacch� il reggimento di P�vlograd era accampato agli avamposti, assai pi� avanti di Bartenstein. Adesso quel reggimento bivaccava. Denissov e Rost�v abitavano in una specie di buca scavata per loro dai soldati, coperta di rami d'albero e di zolle erbose e costruita nel seguente modo, venuto in uso allora: si scavava un fosso largo poco pi� di un metro, profondo uno e mezzo e lungo pi� di due. A una estremit� del fossato si facevano alcuni gradini, e quello era l'ingresso, la scala: il fosso stesso era la stanza nella quale, per i pi� fortunati come il capo squadrone, all'estremit� opposta di fronte ai gradini c'era un'asse appoggiata su piuoli che fungeva da tavola. Dai due lati, lungo il fosso, veniva tolto circa un metro di terra e si formavano cos� due letti o divani. Il tetto era costruito in modo che al centro si poteva stare in piedi, e sui letti, se ci si avvicinava alla tavola, si poteva persino stare seduti. Denissov che viveva �lussuosamente� perch� i soldati del suo squadrone gli volevano molto bene, aveva ancora un'asse sul frontone del tetto, e in questa asse un vetro rotto ma rabberciato con carta incollata. Quando faceva molto freddo, sui gradini (nell'anticamera, come Denissov chiamava quella parte della baracca) i soldati portavano, su una lastra di ferro concava, un po' di brace dei loro fuochi e l'ambiente diventava cos� caldo che gli ufficiali, molti dei quali erano sempre in visita da Denissov e da Rost�v, erano costretti a togliersi la giubba e a rimanere in maniche di camicia. Un giorno di aprile, Rost�v era di servizio. Tornato a casa alle otto del mattino dopo una notte insonne, ordin� che gli si portasse un po' di brace, si cambi� la biancheria inzuppata di pioggia, preg� Dio, bevve il t�, si scald�, mise in ordine la roba nel suo cantuccio e sulla tavola e, con il viso arso dal vento, si sdrai� supino in maniche di camicia, con le mani intrecciate sotto la testa. Pensava con piacere che a giorni sarebbe stato promosso di grado, per l'ultima ricognizione effettuata, e aspettava Denissov che era uscito. Rost�v aveva voglia di discorrere un po' con lui. Dietro il ricovero si ud� a un tratto risonare la voce tonante di Denissov, il quale gridava in uno dei suoi accessi di collera. Rost�v si affacci� alla finestrella per vedere contro chi Denissov fosse cos� furioso e scorse il maresciallo d'alloggio Topc�enko. - Ti ho ordinato di badare che i soldati non mangiassero quella maledetta radice di Maska! - gridava Denissov. - Ho veduto poco fa con i miei occhi Lazarci�k che ne portava un fascio dai campi! - Io l'ordine l'ho dato, eccellenza, ma non mi obbediscono - rispose il maresciallo. Rost�v torn� a sdraiarsi e pens� con piacere: �Ma s�, che si dia da fare lui, adesso, io il mio dovere l'ho compiuto e voglio riposarmi, credo che sia giusto!�. Ud� anche, al di l� della parete, oltre quella del maresciallo, la voce di quel furbone di Lavruska, l'attendente di Denissov. Lavruska stava dicendo qualcosa di certi carriaggi, di gallette, di buoi che aveva visto mentre si recava in cerca di provviste. Dietro il ricovero si ud� di nuovo, pi� lontano, la voce adirata di Denissov e poi il suo ordine: - Secondo plotone, in sella! �Dove diavolo andranno?� si chiese Rost�v. Cinque minuti dopo, Denissov entr� nel ricovero, sal� sul proprio letto con gli stivali infangati, tir� rabbiosamente alcune boccate dalla pipa, mise in disordine ogni cosa, si affibbi� la "nag�jka" (50) e la sciabola e si accinse a uscire. A Rost�v, che gli chiedeva dove andasse, rispose in tono irritato e in modo vago ed evasivo che aveva da fare. - Mi giudichino Iddio e il grande imperatore - disse uscendo, e Rost�v ud�, dietro il ricovero, il calpestio di molti cavalli nel fango; ma non si cur� neppure di sapere dove Denissov andasse. Quando si fu riscaldato nel suo cantuccio, si addorment� e soltanto verso sera usc� dalla baracca. Denissov non era ancora tornato. La sera si era fatta serena; presso il ricovero vicino, due ufficiali con un alfiere giocavano alla "sv�jka" e ridevano piantando alcuni ravanelli nella molle terra fangosa. Rost�v si un� a loro. A met� gioco, gli ufficiali videro alcuni carri che si avvicinavano, seguiti da una quindicina di ussari montati su cavalli magrissimi. I carri, guidati da altri ussari, si avvicinarono ai picchetti e subito furono circondati da una folla di soldati. - Be', Denissov era sempre preoccupato - disse Rost�v - ed ecco che l'approvvigionamento ora � arrivato. - Gi�... - risposero gli ufficiali. - Come sono contenti i soldati! Un poco dietro gli ussari cavalcava Denissov, accompagnato da due ufficiali di fanteria con i quali stava discutendo. Rost�v gli and� incontro. - Vi avverto, capitano - diceva uno di essi, un tipo magro, piccolo, visibilmente furioso. - Ve l'ho gi� detto, no, che non vi rendo niente! - Ne risponderete, capitano. Questo � brigantaggio bello e buono. Portar via un convoglio ai compatrioti! I nostri uomini non mangiano da due giorni... - E i miei da due settimane! - rispose Denissov. - Questo � vero brigantaggio, e la responsabilit� � vostra, egregio signore! - ripet� l'ufficiale di fanteria con voce sibilante. - Ma perch� continuate a seccarmi, eh? - grid� Denissov, riscaldandosi di colpo. - Ne risponder� io, non voi, quindi smettetela di ronzare qui attorno e andatevene finch� siete in tempo... March! - grid� all'ufficiale. - Benissimo - ribatt� costui, senza intimorirsi e senza muoversi. - Questo per� � brigantaggio, bello e buono, e io... - Andate al diavolo voi, e a passo di corsa, mentre siete ancora tutto intero! - E, voltato il cavallo, lo spinse addosso all'ufficiale. - Sta bene, sta bene! - ribatt� costui in tono minaccioso, allontanandosi al trotto. - Sei un cane su uno steccato, un cane vivo su uno steccato! - gli grid� Denissov alle spalle (era questo l'insulto peggiore che un ufficiale di cavalleria potesse lanciare a un fante a cavallo); poi, avvicinatosi a Rost�v, scoppi� in una risata. - Ho portato via un convoglio alla fanteria, gliel'ho strappato con la forza! - esclam�. - Ma che diavolo! Potevo forse lasciar crepare di fame i miei soldati? I carri, giunti agli ussari, erano destinati a un reggimento di fanteria ma Denissov, saputo da Lavruska che il convoglio non era scortato, se ne era impadronito con la forza. Ai soldati furono distribuite gallette a volont� e ne rimasero persino per gli altri squadroni. Il giorno successivo il comandante del reggimento fece chiamare Denissov e, coprendosi gli occhi con le dita aperte, gli disse: - Ecco come io guardo alla faccenda: non so niente di niente e non me ne occupo; ma vi consiglio di andare allo stato maggiore, all'ufficio sussistenza, e di sistemare l� le cose, firmando, se � possibile, una ricevuta che dimostri che avete avuto una certa quantit� di viveri. In caso contrario, questi viveri verrebbero iscritti come pervenuti al reggimento di fanteria e la faccenda potrebbe finir male! Denissov si rec� immediatamente allo stato maggiore con il sincero proposito di seguire quel consiglio. A sera ritorn� nel suo ricovero, in uno stato di agitazione quale Rost�v non l'aveva mai visto. Denissov non riusciva a parlare e pareva soffocare. Quando Rost�v gli chiedeva che cosa avesse, non faceva che proferire minacce incomprensibili con voce strozzata e rauca. Spaventato nel vedere l'amico in quello stato, Rost�v lo esort� a spogliarsi, a bere un po' di acqua e mand� a chiamare il medico. - Processarmi per rapina! Oh! Dammi ancora un po' d'acqua... Ma, s�, mi processino pure... ma io le canaglie le picchier� sempre e dir� tutto all'imperatore... Datemi del ghiaccio! - aggiunse. Venne il medico del reggimento e disse che era necessario un salasso. Una profonda scodella di sangue nero sgorg� dal braccio villoso di Denissov che soltanto allora fu in grado di raccontare ci� che gli era accaduto. - Arrivo... - prese a dire Denissov. - �Be' dov'� qui il comandante?�. Me lo indicarono. �Non volete aspettare?�. �Sono di servizio, ho percorso trenta miglia per venire e non posso aspettare. Annunziami!�. Bene, esce il capo di quella banda di ladri e anche a lui viene in mente di farmi una ramanzina. �Il vostro � stato un atto di brigantaggio!�. �Non � un brigante�, dico io, �colui che prende dei viveri per sfamare i suoi soldati, ma chi li prende e se li mette in tasca�. �Bene�, dice. �Andate a firmare dal commissario. La faccenda seguir� la via gerarchica�. Vado dal commissario, mi fermo davanti al tavolo e chi vedo? Indovina... non te lo puoi immaginare! Vuoi sapere chi � che ci affama tutti quanti? - grid� Denissov, battendo un pugno tanto forte sul tavolo che per poco questo non si rovesci� e i bicchieri sobbalzarono. - Teljanin, gi�! �Ma come, sei tu che ci fai morire di fame?�. Un ceffone mi arriv� diritto diritto sul muso. �Ah, razza di...�, e gi� sberle! Devo dire, per� che mi sono sfogato - grid� Denissov, sorridendo allegramente e mostrando i denti bianchissimi, minacciosi sotto i baffi neri. - Se non me l'avessero strappato dalle mani l'avrei accoppato! - Ma perch� gridi cos�? Calmati - diceva Rost�v. - Vedi, esce ancora sangue... Aspetta, bisogna fasciarti. Rifecero la fasciatura a Denissov e lo misero a letto. Il giorno dopo si svegli� allegro e tranquillo. Ma a mezzogiorno l'aiutante maggiore del reggimento entr� con aria seria e triste nella baracca dei due amici, e, esprimendo il proprio rammarico, mostr� un foglio ufficiale del comandante del reggimento diretto al maggiore Denissov, in cui erano contenute alcune domande circa il fatto accaduto il giorno prima. L'aiutante di campo disse che la faccenda poteva prendere una bruttissima piega, che era stata nominata una commissione militare d'inchiesta e che, data la severit� allora vigente contro il saccheggio e l'indisciplina delle truppe, nel migliore dei casi la cosa poteva concludersi con la degradazione. Secondo la parte lesa, i fatti si erano svolti cos�: dopo essersi impadronito del convoglio, il maggiore Denissov, senza essere stato provocato, si era presentato in stato di ubriachezza al commissario capo della sussistenza, gli aveva dato del ladro, l'aveva minacciato di percosse e, quando era stato trascinato fuori, si era precipitato negli uffici della cancelleria, aveva picchiato due funzionari, a uno dei quali aveva slogato un braccio. Alle nuove domande fattegli da Rost�v, Denissov rispose ridendo di ricordarsi, infatti, che a un certo momento si era trovato sottomano un altro individuo, ma che si trattava di inezie, di cose talmente assurde, che non gli passava nemmeno per l'anticamera del cervello il timore di un tribunale militare e aggiunse che, se quei vigliacchi avessero osato colpirlo, avrebbe risposto loro in modo tale da obbligarli a ricordarsi di lui per tutta la vita. Denissov parlava con leggerezza di tutta quella faccenda; ma Rost�v lo conosceva troppo bene per non accorgersi che in cuor suo (pur nascondendolo agli altri), egli temeva il tribunale e si tormentava per quella faccenda che, era chiaro, non poteva non avere gravi conseguenze. Ogni giorno, infatti, cominciarono a giungergli documenti relativi all'inchiesta, e il primo maggio fu ordinato a Denissov di passare all'ufficiale pi� anziano il comando dello squadrone e di presentarsi allo stato maggiore per dare spiegazioni circa le violenze commesse negli uffici della sussistenza. Il giorno innanzi Platov aveva compiuto una ricognizione con due reggimenti di cosacchi e due squadroni di ussari. Denissov, come sempre, si era spinto in prima linea, dando prova del suo coraggio. Una pallottola, sparata dai fucilieri francesi, lo colp� a una coscia. In altre circostanze, forse, per una ferita cos� leggera, Denissov non si sarebbe allontanato dal reggimento, ma questa volta approfitt� dell'occasione, rifiut� di presentarsi alla divisione e and� all'ospedale. CAPITOLO 17. Nel mese di giugno ebbe luogo la battaglia di Friedland, alla quale il reggimento di P�vlograd non partecip�. Subito dopo questa battaglia fu concluso l'armistizio. Rost�v, che sentiva dolorosamente la mancanza dell'amico, di cui non aveva pi� avuto notizie dacch� era partito, preoccupato per l'andamento del processo e per la ferita, approfitt� dell'armistizio e chiese il permesso di andare all'ospedale a trovare Denissov. L'ospedale si trovava in un piccolo villaggio prussiano, due volte saccheggiato dalle truppe russe e da quelle francesi. Proprio perch� si era in estate, quando tutto in mezzo ai campi � cos� bello, quel villaggio con le sue case distrutte, i suoi recinti abbattuti e le strade piene di immondizie, lungo le quali si aggiravano gli abitanti laceri e i soldati malati, presentava un aspetto particolarmente desolante. L'ospedale era sistemato in una casa di pietra dalle finestre con i vetri quasi tutti rotti, in mezzo a un cortile ingombro dei resti del recinto distrutto. Alcuni soldati bendati, pallidi e gonfi, si aggiravano nel cortile o stavano seduti a godersi un po' di sole. Non appena Rost�v varc� la soglia della casa, si sent� serrare la gola da un tanfo di ospedale e di putrefazione. Sulle scale incontr� un medico militare russo con il sigaro tra le labbra, seguito da un infermiere pure russo. - Non posso fare l'impossibile - diceva il dottore; - vieni questa sera da Mak�r Aleks�evic', ci sar�. L'infermiere gli domand� ancora qualche cosa. - Be', fa' come credi! Non � forse lo stesso? In quel momento il dottore vide Rost�v che saliva la scala. - Perch� siete qui, signore? - gli domand�. - Che ci siete venuto a fare? Giacch� nessuna pallottola vi ha colpito perch� volete buscarvi il tifo? Questa, mio caro, � la casa degli appestati... - Perch�? - chiese Rost�v. - Per il tifo. Chi entra qui, � morto. Soltanto noi due, io e Mak�ev, - (e indic� l'infermiere) - ci logoriamo qui dentro. Gi� cinque miei colleghi ci hanno lasciato la pelle. Appena ne arriva uno nuovo, in una settimana � spacciato - prosegu� con evidente piacere. - Sono stati chiamati dei medici prussiani, ma il posto ai nostri alleati non � gradito... Rost�v spieg� al dottore che desiderava vedere il maggiore degli ussari Denissov che si trovava ricoverato l�. - Non lo so... non lo conosco. Pensate che da solo devo occuparmi di tre ospedali con pi� di quattrocento ammalati! Per fortuna, le caritatevoli signore prussiane ci mandano un paio di libbre di caff� e di filacce al mese, se no saremmo perduti. - Egli si mise a ridere. - Quattrocento malati, mio caro, e ne continuano ad arrivare. Sono quattrocento, vero? - e si rivolse all'infermiere. L'infermiere pareva sfinito dalla stanchezza, e si capiva che aspettava con impazienza che il medico ciarliero si decidesse ad andarsene. - Il maggiore Denissov - ripet� Rost�v - � stato ferito presso Mauliten. - Mi pare che sia morto... Che ne dici, Mak�ev? - domand� il dottore con indifferenza. Ma l'infermiere non conferm� le sue parole. - E' per caso un tipo alto, con i capelli rossi? - chiese il dottore. Rost�v descrisse l'aspetto di Denissov. - S�, uno cos� c'era, c'era proprio - conferm� il dottore con aria soddisfatta; - ma dev'essere morto. Del resto, cercher�: avevo degli elenchi. Li hai tu, ora, Mak�ev? - Li ha Mak�r Aleks�evic' - rispose l'infermiere. - Entrate nella stanza degli ufficiali, e vedrete voi stesso - aggiunse, rivolgendosi a Rost�v. - Be', sarebbe meglio che non ci andaste, - ammon� il dottore.- Non vorrei foste poi costretto a fermarvi qui. - Ma Rost�v salut� il dottore e preg� l'infermiere di accompagnarlo. - Badate, eh, che la colpa non � mia! - gli grid� il dottore dalle scale. Rost�v e l'infermiere entrarono in un corridoio. In quel corridoio buio l'odore di ospedale era cos� forte che Rost�v dovette turarsi il naso e fermarsi un momento: raccolse le forze e procedette oltre. A destra si apr� un uscio e sulla soglia comparve un uomo magro, giallo, con i piedi nudi, con addosso la sola camicia e le mutande, che camminava appoggiandosi sulle grucce. L'uomo si ferm� e, addossatosi allo stipite, guard� con occhi luccicanti e pieni di invidia i due che passavano. Lanciando un'occhiata attraverso l'uscio, Rost�v vide soldati malati e feriti che giacevano sul pavimento, alcuni sopra un po' di paglia, altri sui loro cappotti. - Si pu� entrare a vedere? - chiese Rost�v. - Vedere che cosa? - ribatt� l'infermiere. Ma proprio perch� era evidente che l'infermiere desiderava che non vi mettesse piede, Rost�v entr� risolutamente nel reparto dei soldati. Il fetore, al quale aveva gi� avuto il tempo di abituarsi percorrendo il corridoio, l� dentro era pi� forte e alquanto diverso: era un odore pi� acre e si capiva che proveniva proprio di l�. In una lunga stanza, vivamente illuminata dal sole che entrava attraverso i grandi finestroni, gli ammalati e i feriti giacevano con le teste contro la parete, su due file divise da uno stretto passaggio. Per la maggior parte erano fuori conoscenza e non prestarono attenzione ai due che entravano. Quelli che erano in s� si sollevarono tutti o almeno alzarono i volti gialli e macilenti e guardarono Rost�v, senza togliergli gli occhi di dosso, con una identica espressione di speranza in un soccorso, di tacito rimprovero e di invidia per chi era sano. Rost�v s'inoltr� sino in mezzo al grande stanzone, attraverso gli usci aperti, gett� un'occhiata nelle stanze attigue e da tutte le parti vide lo stesso spettacolo. Si ferm� per un momento e volse gli occhi attorno. Non si aspettava una scena simile. Proprio davanti a lui, quasi attraverso il passaggio, giaceva sul nudo pavimento un malato, senza dubbio un cosacco, il che si poteva arguire dai suoi capelli tagliati in tondo. Giaceva supino, con le braccia e le gambe enormi divaricate. Aveva il viso di un rosso paonazzo, gli occhi stravolti in modo tale che se ne vedeva solo il bianco, e le vene dei piedi e delle braccia, anch'esse rosse, erano tese come corde. Sbatteva la testa contro il pavimento e con voce rauca ripeteva sempre la stessa parola. Rost�v tese l'orecchio tentando di capire; la parola era: �bere, bere, bere!�. Rost�v si guard� attorno, cercando qualcuno che potesse sistemare meglio l'ammalato e dargli un po' d'acqua. - Chi assiste i malati qui? - chiese all'infermiere. In quel momento, dalla stanza vicina usc� un soldato di fureria, in servizio all'ospedale, il quale, marcando il passo, venne a fermarsi sull'attenti davanti a Rost�v. - Agli ordini, eccellenza - grid� il soldato, sbarrando gli occhi in faccia a Rost�v, scambiandolo evidentemente per uno dei superiori dell'ospedale. - Rimettilo al suo posto e dagli da bere - disse Rost�v, indicandogli il cosacco. - Signors�, eccellenza - rispose il soldato con un certo qual piacere e continuando a sgranare gli occhi e a restare sull'attenti. �No, qui non � possibile far nulla�, pens� Rost�v, abbassando gli occhi, e gi� stava per uscire, quando si sent� fissare, da destra, da uno sguardo insistente. Si volt� da quella parte. Un vecchio soldato, giallo e scheletrito, dall'espressione severa, la barba bianca non rasata, seduto su un vecchio mantello, lo fissava ostinatamente. Un vicino gli parlava all'orecchio, accennando a Rost�v. Egli cap� che quel vecchio voleva chiedergli qualche cosa. Si avvicin� e vide che una sola gamba del vecchio era piegata sotto di lui; l'altra gli era stata amputata sopra il ginocchio. L'altro vicino del vecchio, che giaceva immobile, abbastanza discosto, era un giovane soldato dal viso camuso color della cera, ancora coperto di lentiggini e gli occhi rovesciati sotto le palpebre. Rost�v guard� il soldato dal viso camuso, e un brivido gli corse lungo la schiena. - Ma mi pare... che quell'uomo... - osserv�, rivolto all'infermiere. - Abbiamo gi� tanto supplicato, eccellenza... - disse il vecchio soldato la cui mascella inferiore era scossa da un tremito. - E' morto sin da stamattina. Anche noi siamo uomini, non cani... - Mando subito, lo porteranno via... - assicur� in fretta l'infermiere. - Prego, eccellenza... - Andiamo, andiamo - si affrett� a dire Rost�v e, abbassando gli occhi e stringendosi tutto in s� come tentando di passare inosservato tra quelle file di occhi che lo fissavano, colmi di rimprovero e di invidia, usc� dalla stanza. CAPITOLO 18. Dopo aver attraversato il corridoio, l'infermiere accompagn� Rost�v nel reparto ufficiali, costituito da tre camere i cui usci erano aperti. In queste stanze c'erano i letti sui quali alcuni ufficiali, malati o feriti, stavano coricati o seduti. Alcuni, con addosso il camice dell'ospedale, giravano per le stanze. La prima persona che Rost�v incontr� nel reparto fu un ometto magro, senza un braccio, in berretto e camice da ospedale, che, fumando una pipa dal bocchino rosicchiato, passeggiava nella prima stanza. Rost�v, fissandolo, cercava di ricordare dove lo avesse gi� visto. - Ecco dove Iddio ha voluto che ci ritroviamo! - esclam� l'ometto. - Tuscin, io sono Tuscin! Vi ricordate che vi ho preso su a Sch�ngraben? Vedete? Mi hanno tagliato via un pezzetto! - disse sorridendo e mostrando la manica vuota del camice. - Cercate Vassilij Dm�trevic' Denissov? E' mio coinquilino! - aggiunse, dopo aver saputo chi era l'ufficiale che Rost�v stava cercando. - E qui, � qui... - e Tuscin lo condusse nella stanza attigua, dalla quale si udiva giungere l'eco di qualche risata. �Come possono non soltanto ridere, ma vivere qui dentro?� pens� Rost�v, che sentiva ancora quel fetore di cadavere di cui si era impregnato nelle stanze dei soldati, e che vedeva ancora attorno a s� quegli sguardi colmi di invidia che lo accompagnavano dai due lati della corsia e il viso del giovane soldato morto dagli occhi rovesciati sotto le palpebre. Denissov, sdraiato sul letto, con la testa sotto la coperta, dormiva bench� fosse quasi passato mezzogiorno. - Ah, Rost�v! Salve, salve! - grid� con la stessa voce di quando era al reggimento, ma Rost�v not� subito con tristezza che sotto quella vivacit� e quella disinvoltura abituale, nell'espressione del viso, nell'intonazione e nelle parole di lui, traspariva un sentimento nuovo, nascosto e cattivo. La ferita, per quanto leggera, non si era ancora rimarginata sebbene Denissov fosse all'ospedale gi� da due settimane. Il suo viso aveva quel gonfiore pallido, comune a tutti coloro che erano l� dentro. Ma non fu questo a stupire Rost�v: lo stup� il fatto che Denissov non pareva molto contento di rivederlo e gli sorrideva di un sorriso forzato. Denissov non gli domandava nulla n� del reggimento, n� dell'andamento generale della guerra. E quando Rost�v toccava l'argomento, Denissov non l'ascoltava. Rost�v not� anche che all'amico spiaceva udir ricordare il reggimento e in genere la vita libera e diversa che si viveva fuori dell'ospedale. Sembrava che egli cercasse di dimenticare quella vita di prima e che ogni suo interesse fosse rivolto soltanto alla sua questione con i funzionari della sussistenza. Quando Rost�v gli domand� a che punto fosse la faccenda, egli estrasse subito di sotto il guanciale una carta inviatagli dalla commissione e la brutta copia della sua risposta. Si anim� quando ne incominci� la lettura e in special modo quando faceva notare a Rost�v le frecciate che egli, nella risposta, lanciava ai suoi nemici. I compagni di ospedale di Denissov, che sulle prime si erano radunati attorno a Rost�v, come persona appena giunta dal mondo libero, si allontanarono a poco a poco non appena Denissov si mise a leggere il suo foglio. Dalla loro espressione Rost�v comprese che quei signori gi� pi� di una volta avevano sentito raccontare quella storia che li aveva ormai annoiati. Soltanto il vicino di letto di Denissov, un grosso ulano che con il viso aggrottato e la pipa in bocca, era rimasto seduto sulla sua branda e il piccolo Tuscin, privo di un braccio, ascoltavano scuotendo il capo in segno di disapprovazione. A met� della lettura, l'ulano interruppe Denissov. - Secondo me - disse rivolgendosi a Rost�v - bisognerebbe semplicemente domandare la grazia all'imperatore. Dicono che ora saranno concesse molte ricompense agli ufficiali e senza dubbio faranno la grazia... - Io? Io domandar la grazia all'imperatore! - esclam� Denissov con una voce alla quale voleva dare l'energia e il calore di un tempo, ma in cui vibrava soltanto un'inutile irritazione. - E perch�? Se fossi un brigante, potrei chiedere la grazia, ma mi si processa perch� ho messo in luce i veri briganti. Mi mettano pure sotto processo: non ho paura di nessuno! Io ho sempre servito onestamente lo zar e la patria e non ho rubato! E proprio me vogliono degradare... Senti, glielo scrivo loro chiaro chiaro: �Se io avessi derubato il governo...�. - Hai scritto benissimo, non c'� che dire, - osserv� Tuscin ma non si tratta di questo, Vassilij Dmitric' - e si rivolse anche a Rost�v. - Il fatto � che bisogna chinar la testa, e Vassilij Dmitric' non ne vuol sapere! Eppure, ve l'ha ben detto l'auditore che la vostra faccenda sta prendendo una brutta piega. - Prenda la piega che vuole - rispose Denissov. - L'auditore vi ha scritto la supplica - prosegu� Tuscin, - dovete firmarla e poi, per mezzo suo, mandarla a destinazione. Il vostro amico avr� certo qualche conoscenza allo stato maggiore; un'occasione migliore non vi potrebbe capitare. - Ma l'ho gi� detto e ripetuto che non voglio abbassarmi - lo interruppe Denissov; e riprese la lettura del suo foglio. Rost�v non osava insistere per convincere l'amico; sebbene sentisse istintivamente che la via proposta da Tuscin e dagli altri ufficiali era la pi� sicura e sebbene si considerasse felicissimo di potersi rendere utile a Denissov, conosceva per� quanto questi fosse ostinato e sincero nelle sue decisioni. Allorch� Denissov ebbe finito la lettura della sua velenosa risposta, - lettura che dur� quasi un'ora - Rost�v non disse nulla e trascorse il resto della giornata di pessimo umore, in compagnia dei compagni d'ospedale di Denissov, raccontando quanto sapeva e ascoltando i discorsi altrui. Denissov, con espressione cupa, tacque per tutto il tempo. A sera avanzata Rost�v si accinse ad andarsene e chiese a Denissov se avesse qualche incarico da dargli. - S�, aspetta... - rispose Denissov, guardando gli altri ufficiali e, tirate di nuovo fuori le carte da sotto il cuscino, si avvicin� alla finestra sulla quale teneva un calamaio e si mise a scrivere. - Evidentemente con la forza non si ottiene niente - disse allontanandosi dalla finestra e consegnando a Rost�v un grosso plico. Era la supplica diretta al sovrano, redatta dall'auditore, nella quale Denissov, senza accennare in alcun modo alle colpe dell'ufficiale di sussistenza, domandava di essere graziato. - Trasmettila: si vede che... - Non complet� la frase, e sorrise di un sorriso forzato e doloroso. CAPITOLO 19. Ritornato al reggimento e riferito al comandante a che punto fosse la faccenda di Denissov, Rost�v part� per Tilsit, con la supplica per l'imperatore. Il 13 di giugno l'imperatore di Francia e quello di Russia si incontrarono a Tilsit. Bor�s Drubetzk�j aveva chiesto all'alto personaggio, al quale era addetto, di far parte del s�guito destinato a recarsi a Tilsit. - "Je voudrais voir le grand homme" [51. Vorrei vedere il grand'uomo] - disse, parlando di Napoleone che sino allora aveva sempre chiamato Buonaparte, come tutti. - "Vous parlez de Bonaparte?" [52. Parlate del Bonaparte?] - gli domand� sorridendo il generale. Bor�s volse uno sguardo interrogativo al suo generale e cap� immediatamente che si trattava di una prova scherzosa. - "Mon prince, je parle de l'empereur Napol�on" [53. Principe, parlo dell'imperatore Napoleone] - rispose. Il generale, sempre sorridendo, gli batt� una mano sulla spalla. - Ti farai strada, tu! - gli disse, e lo prese con s�. Bor�s fu una delle poche persone che si trovarono sulle sponde del Niemen il giorno dell'incontro dei due imperatori; vide le zattere stemmate, vide Napoleone passare sull'altra riva dinanzi alla guardia francese, vide il volto serio dell'imperatore Aleks�ndr mentre, muto e pensoso, aspettava in una locanda sulle rive del Niemen che arrivasse Napoleone; vide i due imperatori salire in barca e Napoleone, montato per primo sulla zattera, avanzare a passo rapido, verso Aleks�ndr e porgergli la mano, e poi tutti e due scomparire nel padiglione. Sin dal tempo del suo primo ingresso nelle �alte sfere�, Bor�s aveva preso l'abitudine di osservare attentamente quello che gli accadeva attorno e di prenderne nota. Durante l'incontro di Tilsit, egli cerc� di conoscere il nome dei personaggi che erano giunti con Napoleone, delle uniformi che essi indossavano, e ascolt� attentamente le parole pronunziate dagli uomini pi� in vista. Nel momento in cui i due imperatori entrarono nel padiglione, egli guard� l'orologio e non dimentic� di fare altrettanto quando lo zar ne usc�. L'incontro era durato un'ora e cinquantatr� minuti. Quella sera stessa Bor�s annot� questo dato nel suo taccuino, insieme con gli altri avvenimenti che, a quanto egli supponeva, potevano avere un'importanza storica. Siccome il s�guito degli imperatori era costituito da pochissime persone, per un uomo che aspirava a far carriera, il fatto di trovarsi a Tilsit in quella occasione era cosa di grande importanza, e Bor�s cap� subito che da quel momento la sua posizione poteva considerarsi veramente consolidata. Non solo cominci� a essere conosciuto, ma anche a essere tenuto in considerazione, e la gente si abitu� a vederlo. Due volte gli furono affidati incarichi particolari per il sovrano, il quale ebbe cos� modo di conoscerlo personalmente, e tutti i cortigiani, anzich� evitare, come prima, il giovane ufficiale, perch� nuovo nell'ambiente, si sarebbero meravigliati se non lo avessero veduto. Bor�s abitava con un altro aiutante di campo, il conte polacco Gilinski. Questo polacco, cresciuto ad educato a Parigi era ricco, amava moltissimo i Francesi e quasi ogni giorno, durante la loro permanenza a Tilsit, si riunivano in casa di Bor�s e di Gilinski, a pranzo e a cena, ufficiali francesi della Guardia dello stato maggiore generale. La sera del 24 giugno il conte Gilinski, offr� una cena ai suoi conoscenti francesi. A quella cena, il cui ospite d'onore era un aiutante di campo di Napoleone, parteciparono alcuni ufficiali della Guardia francese e un giovinetto, discendente da un'antica famiglia aristocratica, paggio dell'imperatore. Proprio quella sera Rost�v, approfittando dell'oscurit� per non essere riconosciuto, arriv� a Tilsit in abito borghese e si rec� nell'abitazione di Bor�s e di Gilinski. Nell'animo di Rost�v, come del resto in tutto l'esercito dal quale egli proveniva, non si era ancora manifestato quel capovolgimento rispetto a Napoleone e ai Francesi, da nemici diventati amici, capovolgimento gi� verificatosi nel quartier generale e nell'animo di Bor�s. Tutti nell'esercito continuavano a provare per Bonaparte e per i Francesi gli stessi sentimenti di prima, un miscuglio di odio, di disprezzo e di timore. Anche recentemente Rost�v, discorrendo con un ufficiale dei cosacchi di Platov, sosteneva che, qualora Napoleone fosse caduto prigioniero, non lo si sarebbe dovuto trattare come un sovrano, ma come un criminale. Un'altra volta, pure recentemente, imbattutosi sulla strada con un colonnello ferito, Rost�v si era accalorato per dimostrargli che la pace non poteva essere conclusa tra un imperatore legittimo e un malfattore come Bonaparte. Perci� Rost�v fu stranamente colpito quando vide in casa di Bor�s alcuni ufficiali francesi in quelle stesse uniformi che egli era abituato a guardare in ben altro modo dalla linea degli avamposti. Non appena scorse un ufficiale francese affacciarsi all'uscio, fu assalito improvvisamente da quel sentimento bellicoso e ostile che provava sempre di fronte al nemico. Si ferm� sulla soglia e domand�, in russo, se fosse proprio quella l'abitazione di Drubetzk�j. Bor�s, all'udire la voce di un estraneo nell'ingresso, usc� a incontrarlo. Quando riconobbe Rost�v, il suo viso espresse, nel primo momento, una viva contrariet�. - Ah, sei tu! Sono felice, felicissimo di vederti! - disse ugualmente, sorridendo e muovendo verso di lui. Ma a Rost�v non era sfuggita la prima impressione. - Mi pare di essere giunto in un momento poco opportuno - disse. - Non sarei venuto, ma si tratta di un affare importante - aggiunse freddamente. - No, mi stupisce soltanto che tu abbia potuto lasciare il reggimento. "Dans un moment je suis � vous" [54. Un attimo, e sono s�bito da voi] - disse, rispondendo a una voce che lo chiamava dall'altra stanza. - Capisco di essere giunto inopportuno... - ripet� Rost�v. L'espressione di stizza era gi� scomparsa dal viso di Bor�s; avendo evidentemente riflettuto e deciso che cosa dovesse fare, gli prese con molta calma tutt'e due le mani e lo introdusse nella stanza attigua. Gli occhi di Bor�s, che guardavano Rost�v fermi e tranquilli, parevano velati da qualche cosa come se uno schermo - gli occhiali azzurri delle convenienze sociali - li appannasse. - Ma via, smettila, ti prego! Ti pare possibile che proprio tu possa giungere inopportuno? - disse Bor�s. E, condottolo nella stanza dov'era apparecchiata la tavola per la cena, lo present� agli invitati dicendo il suo nome e spiegando che non era un civile, ma un ufficiale degli ussari, suo vecchio amico. - Il conte Gilinski, "le comte" N. N., "le capitaine" S. S. - diceva, presentando gli ospiti. Rost�v guardava gli ufficiali francesi aggrottando le sopracciglia, salutava freddamente e taceva. Fu chiaro che Gilinski non era molto lieto di accogliere quel nuovo personaggio nel suo gruppo e non gli disse nulla. Bor�s pareva non accorgersi dell'imbarazzo prodotto dall'arrivo dell'amico e con la stessa calma e lo stesso sguardo appannato con cui aveva accolto Rost�v, cercava ora di rianimare la conversazione. Uno degli ufficiali stranieri, con la proverbiale cortesia francese si rivolse a Rost�v che taceva ostinatamente e gli domand� se fosse venuto a Tilsit per vedere l'imperatore. - No, sono qui per un affare - rispose Rost�v, seccamente. Rost�v era diventato di pessimo umore, dal momento in cui aveva visto sul viso di Bor�s l'espressione di malcontento e, come sempre accade alle persone di umor nero, gli pareva che tutti lo guardassero con aria ostile e aveva l'impressione di essere di imbarazzo a tutti. E in realt� lo era, giacch� era l'unico a non partecipare alla conversazione generale che aveva ripreso un andamento vivace. �Perch� costui sta qui?� parevano dire le occhiate che gli ospiti gli lanciavano. Infine egli si alz� e si avvicin� a Bor�s. - Sento di essere veramente inopportuno - gli disse sottovoce;- andiamo a parlare un momento del mio affare e poi ti lascio. - Ma no, ma niente affatto! - esclam� Bor�s. - Ma se sei stanco andiamo in camera mia dove ti potrai sdraiare e riposare. - S�, infatti... Entrarono nella cameretta dove dormiva Bor�s. Rost�v, senza sedersi, con fare irritato come se l'amico fosse in qualche modo colpevole verso di lui, cominci� subito a raccontargli la storia di Denissov e gli chiese se volesse e potesse intercedere per lui, per mezzo del suo generale, presso l'imperatore, facendogli pervenire una lettera. Allorch� si trovarono soli, Rost�v, per la prima volta, si convinse di trovarsi a disagio di fronte a Bor�s. Questi, seduto con le gambe accavallate, ascoltava l'amico accarezzandosi macchinalmente il mento, come un generale ascolta il rapporto di un subalterno, ora guardando da una parte ora dall'altra e di tanto in tanto fissandolo con quello sguardo velato senza espressione. E ogni volta, sotto quello sguardo, Rost�v si fermava imbarazzato e abbassava gli occhi. - Ho sentito parlare di storie di questo genere e so che, in casi simili, l'imperatore � molto severo. Credo che sarebbe meglio non arrivare sino a sua maest�. Secondo me � preferibile rivolgersi direttamente al comandante del corpo d'armata... Ma in generale, io penso che... - Insomma, non vuoi far nulla, dimmelo francamente! - gli grid� quasi Rost�v, senza guardarlo negli occhi. Bor�s sorrise. - Al contrario, far� quello che posso. Pensavo soltanto che... In quel momento si ud� al di l� dell'uscio la voce di Gilinski che chiamava Bor�s. - Va', va' pure, va'... - disse Rost�v e, rifiutando di prender parte alla cena, rimase solo nella piccola camera dove passeggi� a lungo avanti e indietro, ascoltando l'allegro chiacchierio che gli giungeva dalla stanza attigua. CAPITOLO 20. Rost�v era arrivato a Tilsit proprio nel giorno meno adatto per i suoi tentativi in favore di Denissov. Non poteva presentarsi di persona al generale di servizio, poich� vestiva in borghese ed era venuto a Tilsit senza il permesso dei suoi superiori; Bor�s poi, se anche lo avesse voluto, non avrebbe potuto far nulla. Il giorno successivo a quello dell'arrivo di Rost�v, il 27 giugno, erano stati firmati i preliminari della pace. I due imperatori si erano scambiate le pi� alte decorazioni del loro paese: Aleks�ndr aveva ricevuto la Legion d'onore e Napoleone la croce di Sant'Andrea di prima classe; quel giorno, inoltre, doveva aver luogo un banchetto, offerto dalla Guardia francese a un battaglione del reggimento Preobrazenskij, banchetto al quale dovevano partecipare i due sovrani. Rost�v si era sentito tanto imbarazzato e a disagio con Bor�s che, quando, terminata la cena, questi entr� in camera, finse di dormire e il giorno dopo, di buon mattino, usc� di casa, cercando di non incontrarlo. In marsina e cappello rotondo, Nikol�j vag� per la citt�, osservando i Francesi e le loro divise, le vie e le case dove erano alloggiati il sovrano russo e quello francese. Sulla piazza vide disporre le tavole e fare i preparativi per il banchetto; per le strade scorse bandiere russe e francesi, e stendardi con enormi iniziali �A� e �N�, che ornavano anche le finestre delle case. �Bor�s non vuole aiutarmi, e io non voglio pi� rivolgermi a lui. E' deciso!�, pensava Nikol�j; �tra noi tutto � finito. Ma io non me ne andr� di qui senza aver fatto per Denissov tutto quanto � nelle mie possibilit� e, soprattutto, senza aver fatto giungere la sua supplica all'imperatore. All'imperatore. Ma egli � qui!�, si diceva Rost�v, avvicinandosi senza volerlo alla casa in cui alloggiava il sovrano. Davanti all'ingresso erano fermi molti cavalli da sella; evidentemente gli ufficiali del s�guito dovevano riunirsi l�, preparandosi alla prossima uscita del sovrano. �Da un momento all'altro posso vederlo�, si diceva Rost�v. �Se riuscissi soltanto a consegnargli personalmente la lettera e a dirgli tutto! Mi arresterebbero perch� sono in marsina? Impossibile! L'imperatore comprenderebbe da che parte � la giustizia. Egli comprende tutto, sa tutto! Chi pu� essere pi� equo e pi� magnanimo di lui? In fondo, se anche mi arrestassero perch� sono in marsina, che male ci sarebbe?�, rifletteva il giovane, vedendo un ufficiale che entrava nella casa occupata dall'imperatore. �Si pu� entrare, a quanto pare! Eh, sono tutte sciocchezze! Ci entrer� anch'io e consegner� la lettera al sovrano: tanto peggio per Drubetzk�j che mi ha costretto a questo�. E a un tratto, con una risolutezza della quale non si sarebbe creduto capace, Rost�v, tastando la lettera che aveva in tasca, mosse verso la casa abitata dal sovrano. �No, questa volta non mi lascer� sfuggire l'occasione come ho fatto dopo Austerlitz�, pensava, aspettandosi a ogni secondo di incontrare l'imperatore e sentendosi affluire il sangue al cuore a quel pensiero. �Mi getter� ai suoi piedi e lo supplicher� di ascoltarmi. Egli mi far� rialzare, mi ascolter� e mi ringrazier��. �Quando posso fare del bene sono felice, rimediare a un'ingiustizia � per me la felicit� pi� grande...�. Erano queste le parole che Rost�v immaginava avrebbe detto lo zar. E, passando davanti ai curiosi che lo guardavano, sal� le scale della casa dove alloggiava sua maest�. Dall'ingresso, un'ampia scalinata conduceva direttamente al piano superiore: a destra si vedeva una porta chiusa. A piano terreno, sotto lo scalone, un'altra porta conduceva ai piani inferiori. - Che cercate? - gli chiese qualcuno. - Devo consegnare un plico, una supplica a sua maest� - rispose Nikol�j con voce tremante. - Una supplica? Dovete lasciarla all'ufficiale di servizio; favorite passare di qui - e gli indic� la porta in basso. - Ma adesso non riceve. All'udire quella voce indifferente, Rost�v si sgoment� per quello che aveva fatto: il pensiero di poter incontrare da un minuto all'altro il sovrano era per lui cos� seducente e perci� cos� terribile, che egli era pronto a fuggire, ma un ufficiale di camera, venendogli incontro, gli apr� la porta che conduceva nella stanza del generale di servizio, e Rost�v entr�. Scorse un uomo non alto, piuttosto grasso, sulla trentina, in pantaloni bianchi, stivaloni alti e una camicia di batista che, si vedeva, aveva appena infilata; un domestico gli fissava di dietro un elegante paio di bretelle di seta ricamate che, chiss� perch�, attirarono l'attenzione di Rost�v. Quell'uomo stava discorrendo con qualcuno che si trovava nella strada accanto. - "Bien faite et la beaut� du diable" [55. Ben fatta, e la bellezza del diavolo] - diceva, ma, vedendo Rost�v, smise di parlare e aggrott� le sopracciglia. - Che cosa desiderate? E' per una supplica? - "Qu'est-ce que c'est?" [56. Che c'�?] - domand� qualcuno dalla stanza vicina. - "Encore un p�titionnaire" [57. Ancora un postulante] - rispose l'uomo in bretelle. - Ditegli che venga dopo. L'imperatore uscir� tra poco: dobbiamo andare. - Dopo, dopo, venite domani. Oggi � troppo tardi... Rost�v si volt� per uscire, ma l'uomo dalle bretelle lo ferm�. - Da parte di chi? E voi chi siete? - Da parte del maggiore Denissov - rispose Rost�v. - E voi chi siete? Un ufficiale? - Il tenente conte Rost�v. - Che audacia! Presentate la supplica per via gerarchica! E ora andate... andate... - E si infil� la giubba dell'uniforme che il cameriere gli porgeva. Rost�v usc� di nuovo nel vestibolo e not� che all'ingresso si erano gi� riuniti molti ufficiali e generali in alta uniforme, davanti ai quali bisognava per forza passare. Maledicendo la propria audacia, tremando al pensiero di potersi imbattere da un minuto all'altro nell'imperatore, di essere svergognato davanti a lui e mandato agli arresti, comprendendo in pieno tutta la sconvenienza del proprio gesto e pentendosi amaramente, Rost�v, con gli occhi bassi, cercava di uscire inosservato dalla casa, circondato dalla brillante folla del s�guito, quando una voce nota lo chiam� e una mano lo ferm�. - Che fate qui in borghese, mio caro? - gli domand� quella voce da basso. Colui che parlava era il generale di cavalleria, gi� comandante della divisione nella quale prestava servizio Rost�v e che durante quella campagna si era meritato il favore dell'imperatore. Rost�v, spaventato, cerc� di giustificarsi, ma vedendo sul viso del generale un'espressione bonaria e quasi giovanile, si fece un poco in disparte e con voce emozionata gli espose tutta la faccenda, pregandolo di intercedere per Denissov, che il generale conosceva. Dopo averlo ascoltato, il generale scosse il capo gravemente e mormor�: - Mi dispiace, caro, mi dispiace davvero per quel valoroso! Dammi la supplica. Rost�v aveva appena fatto in tempo a consegnare la supplica raccontare il caso di Denissov che dallo scalone giunse un rumore di passi rapidi e un tintinnio di speroni e il generale, allontanandosi in fretta da lui, mosse verso l'entrata. I signori del s�guito dell'imperatore scendevano rapidamente le scale e si avviavano verso i loro cavalli. Lo scudiero En�e, lo stesso di Austerlitz, fece avanzare il cavallo dell'imperatore e sulla scala si ud� uno scalpiccio di passi rapidi e leggeri che Rost�v riconobbe immediatamente. Dimenticando il pericolo di essere riconosciuto egli, insieme con alcuni cittadini curiosi, si avvicin� agli ufficiali del s�guito e un'altra volta, dopo due anni, scorse quei lineamenti che adorava, quello stesso sguardo, quella stessa maestosa dolcezza... E il sentimento d'entusiasmo e di amore per il sovrano risorse nell'animo di Rost�v con la forza di un tempo. L'imperatore, che indossava la divisa del reggimento Preobrazenskij, in stivaloni alti e calzoni bianchi di camoscio che aveva sul petto una stella che Rost�v non conosceva (era la Legion d'onore), comparve sulle scalinate con il cappello sotto il braccio, infilandosi i guanti. Si ferm�, si guard� in giro, e Rost�v prov� l'impressione che quello sguardo illuminasse ogni cosa attorno a lui. Disse qualche parola ad alcuni generali. Ravvis� anche l'antico comandante della divisione di Rost�v, gli sorrise e lo chiam� a s�. Tutto il s�guito si scost� e Rost�v vide che il generale si trattenne lungamente a conversare con l'imperatore. Questi gli rispose alcune parole e fece un passo per avvicinarsi al suo cavallo. Di nuovo la folla del s�guito e la folla della strada, di cui faceva parte Rost�v, si avvicinarono al sovrano. Fermatosi presso il cavallo con una mano posata sul pomo della sella, l'imperatore si volse al generale di cavalleria e gli disse a voce alta, evidentemente perch� tutti lo udissero: - Non posso, generale, e non posso perch� la legge � pi� forte di me - disse, e infil� il piede nella staffa. Il generale chin� rispettosamente il capo, l'imperatore mont� a cavallo e part� al galoppo. Rost�v, fuori di s� per l'entusiasmo, lo segu� correndo insieme con la folla. CAPITOLO 21. Sulla piazza, verso la quale si era diretto l'imperatore, stavano allineati, uno di fronte all'altro, il battaglione della Guardia francese, in berrettone di pelo, a sinistra, e quello di Preobrazenskij, a destra. Mentre il sovrano si accostava a un fianco dei battaglioni che presentavano le armi, dal fianco opposto accorreva un numeroso gruppo di cavalieri, in testa ai quali Rost�v riconobbe Napoleone. Non poteva essere che lui: veniva al galoppo, portava un piccolo cappello, la fascia di Sant'Andrea di sbieco sulla spalla e la giubba turchina aperta su un panciotto bianco. Cavalcava un cavallo arabo, grigio, di razza purissima, coperto da una gualdrappa cremisi ricamata d'oro. Avvicinatosi al sovrano russo, sollev� il cappello, e a quel movimento l'occhio esperto di Rost�v non pot� non accorgersi che l'imperatore francese non stava ben saldo in arcioni. Mentre i battaglioni gridavano �Urr�!� e �Vive l'empereur!�, Napoleone disse qualcosa ad Aleks�ndr. I due sovrani smontarono da cavallo e si strinsero la mano. Sul viso di Napoleone era apparso un sorriso falso e sgradevole. Aleks�ndr gli parlava con espressione affabile. Rost�v, senza distogliere gli occhi, sebbene i granatieri francesi tenessero indietro la folla con i loro cavalli scalpitanti, seguiva attentamente ogni gesto dell'imperatore russo e di Bonaparte. Fu colpito, come da un avvenimento assolutamente inatteso, dal fatto che lo zar trattasse Bonaparte come un suo pari, mentre questi parlava da uguale al sovrano di Russia, con perfetta disinvoltura, come se il trovarsi a contatto con l'imperatore fosse per lui una cosa naturalissima. Aleks�ndr e Napoleone, con la lunga fila dei loro s�guiti, si avviarono verso il fianco destro del battaglione Preobrazenskij, proprio incontro alla folla che era ammassata in quel punto. Questa si trov� inaspettatamente cos� vicina ai due imperatori che R�stov, ritto in una delle primissime file, cominci� a temere di essere riconosciuto. - "Sire je vous demande la permission de donner la L�gion d'honneur au plus brave de vos soldats" [58. Sire, vi chiedo il permesso di decorare della Legion d'onore il pi� valoroso dei vostri soldati] - disse una voce secca e precisa che accentuava ogni sillaba. Era il piccolo Napoleone che parlava, guardando fissamente negli occhi il nostro imperatore. Questi, che aveva ascoltato attentamente, chin� il capo in segno di assenso e sorrise. - "A celui qui s'est le plus vaillamment conduit dans cette derni�re guerre" [59. A quello che si � comportato pi� valorosamente in quest'ultima guerra] - aggiunse Napoleone, scandendo le sillabe, e guardando con una tranquillit� e una sicurezza che indignavano Rost�v, le file dei soldati russi, irrigiditi davanti a lui sull'attenti, con gli occhi fissi al volto del loro imperatore. - "Votre Majest� me permettra-t-elle de demander l'avis du colonel?" [60. Vostra maest� mi permetter� di chiedere l'opinione del colonnello?] - disse Aleks�ndr e fece qualche passo verso il principe Kozlovskij, comandante del battaglione. Intanto Bonaparte cominci� a sfilarsi il guanto dalla mano piccola e bianca e poich� si era lacerato lo butt� a terra. L'aiutante di campo che stava alle sue spalle si precipit� a raccoglierlo. - A chi darla? - disse in russo e sottovoce l'imperatore al principe Kozlovskij. - A chi vostra maest� comanda. L'imperatore, scontento, corrug� le sopracciglia e, guardandosi attorno, disse: - Bisogna pure rispondergli... Kozlovskij con aria decisa fiss� le schiere, e il suo sguardo si pos� anche su Rost�v. �E se facesse il mio nome?�, pens� il giovane. - L�zarev! - chiam� il colonnello, assumendo un'espressione severa, e il primo soldato della fila, L�zarev, si fece avanti. - Dove vai? Fermati! - sussurrarono alcune voci alle spalle di L�zarev, il quale non sapeva dove andare. L�zarev si ferm�, rivolgendo uno sguardo rapido e spaventato al colonnello, e il suo viso ebbe un tremito, come sempre accade ai soldati chiamati a uscire dalle file. Napoleone volse appena il capo e fece un movimento con la piccola mano grassoccia, come se volesse prendere qualche cosa. Le persone del s�guito, indovinando subito il significato di quel gesto, si agitarono, parlottarono tra di loro, passandosi un oggetto dall'uno all'altro, e un paggio, quello stesso che Rost�v aveva visto in casa di Bor�s, si avvicin� all'imperatore francese e, chinatosi rispettosamente sulla mano protesa, senza farla aspettare nemmeno un momento, vi depose la decorazione dal nastro rosso. Napoleone, senza volgersi a guardare, la strinse con due dita e si avvicin� a L�zarev che, sbarrando gli occhi, continuava ostinatamente a fissare il suo sovrano, poi si volt� verso l'imperatore Aleks�ndr per dimostrargli che l'atto che stava ora per compiere era un omaggio al suo alleato. La piccola mano bianca che teneva la decorazione si stese sino a toccare un bottone della giubba di L�zarev; Napoleone sembrava sapere che per rendere felice per sempre quel soldato premiato e distinto da tutti gli altri nel mondo, bastava soltanto che la mano di lui, Napoleone, gli toccasse il petto. E Napoleone si limit� ad appoggiare la decorazione sul petto e, ritirata subito la mano si volse ad Aleks�ndr come se fosse certo che quella croce sarebbe rimasta attaccata alla divisa di L�zarev. E difatti vi rimase attaccata. Servizievoli mani, russe e francesi, afferrarono subito la croce e l'appuntarono sulla giubba di L�zarev. Questi guard� accigliato il piccolo uomo dalle mani bianche che aveva fatto qualcosa sul suo petto e continuando a restare sull'attenti, riprese a guardare il suo imperatore come per domandargli se dovesse rimanere ancora a lungo cos� o se dovesse allontanarsi o forse fare qualche altra cosa. Ma nessuno gli diede ordini, ed egli rimase piuttosto a lungo immobile in quella posizione. I due imperatori montarono a cavallo e se ne andarono. I soldati di Preobrazenskij, rompendo le file, si mescolarono con quelli della Guardia francese e presero posto alle tavole preparate per loro. L�zarev fu fatto sedere al posto d'onore; ufficiali russi e francesi si congratularono con lui, lo abbracciarono e gli strinsero la mano. Una folla di ufficiali e di gente si avvicinava soltanto per vederlo. Il ronzio delle voci russe e francesi e il rumore delle risate si diffondevano per la piazza e per le tavole. Due ufficiali con il viso arrossato, allegri e loquaci, passarono accanto a Rost�v. - Che po' po' di banchetto, eh, fratello? Tutto servito su piatti d'argento - disse uno. - Hai visto L�zarev? - S� l'ho visto. - S� dice che domani i soldati di Preobrazenskij offriranno un banchetto agli altri. - Che fortunato, per� quel L�zarev! Milleduecento franchi di pensione, finch� vive! - Questo s� che � un copricapo, ragazzi! - gridava un soldato russo, cacciandosi in testa il berrettone di pelliccia di un francese. - Una meraviglia! - Hai sentito la parola d'ordine? - chiedeva un ufficiale della Guardia a un altro. - L'altro giorno era "Napol�on, France, bravoure" [61. �Napoleone, Francia, ardire�]; ieri "Aleks�ndr, Russie, grandeur" [62. �Aleks�ndr, Russia, grandezza�]; un giorno la parola d'ordine � data dal nostro imperatore, il giorno seguente da Napoleone. Domani l'imperatore mander� la croce di San Giorgio al soldato pi� valoroso della Guardia francese. Non pu� fare diversamente! Deve ricambiare nello stesso modo. Anche Bor�s e il suo camerata Gilinski vennero a vedere il banchetto. Tornando indietro, Bor�s scorse Rost�v, fermo presso l'angolo di una casa. - Rost�v, salve! Non ci siamo neanche visti - disse, e non pot� trattenersi dal domandargli che cosa gli fosse accaduto, notando il viso di lui stranamente triste e sconvolto. - Niente... niente - rispose Rost�v. - Verrai ancora da me? - S�, verr�. Rost�v rimase a lungo fermo a quell'angolo guardando di lontano i soldati riuniti a banchetto. Nella sua mente si andava svolgendo un lavorio tormentoso che egli non riusciva in alcun modo a definire. Dubbi terribili gli tumultuavano nel cervello. Ora ripensava a Denissov con la sua espressione mutata e la sua rassegnazione, ora rivedeva l'ospedale con quei moncherini di braccia e di gambe, con tutto il suo sudiciume e le sue malattie. Quelle immagini gli apparivano cos� vive che gli sembrava di sentire il tanfo di ospedale e di cadaveri, e si voltava per vedere donde provenisse; ora ripensava a Bonaparte, con quell'aria soddisfatta di s�, e con la piccola mano bianca, divenuto adesso imperatore, e che l'imperatore Aleks�ndr amava e rispettava. A che scopo, allora, gambe e braccia amputate, a che scopo, allora, tanti uomini uccisi? Ora ripensava a L�zarev che era stato decorato e a Denissov punito e non perdonato. E sorprendeva se stesso, assalito da pensieri tanto strani che lo spaventavano. L'odore dei cibi serviti ai soldati e l'appetito lo distrassero da quelle riflessioni: prima di ripartire bisognava mangiare qualche cosa. Si rec� a un albergo che aveva intravisto la mattina. L� dentro trov� tanta gente e tanti ufficiali venuti come lui in abiti borghesi, e a fatica riusc� a farsi servire un pranzo. Due ufficiali della sua divisione si unirono a lui. La conversazione, naturalmente, ebbe come argomento la pace. Gli ufficiali, colleghi di Rost�v, come la maggior parte dell'esercito, erano malcontenti della pace conclusa dopo Friedland. Erano d'accordo nel dire che, se avessero resistito ancora un po', Napoleone sarebbe stato sconfitto perch� ormai il suo esercito non aveva pi� n� gallette n� munizioni. Nikol�j mangiava in silenzio, e pi� che altro beveva; consum�, da solo, due bottiglie di vino. Il tumulto di pensieri che si agitava nel suo animo non accennava a diminuire e continuava a tormentarlo. Aveva timore di abbandonarsi ai propri pensieri, ma non riusciva a liberarsene. A un tratto, udendo dire da uno di quegli ufficiali che faceva rabbia guardare quei Francesi, Rost�v si mise a gridare con una violenza del tutto ingiustificata e che stup� molto i suoi compagni: - Ma come potete giudicare che cosa sarebbe stato preferibile? grid� con il viso in fiamme. - Come potete giudicare le azioni dell'imperatore? Che diritto abbiamo di discuterle? Noi non possiamo comprendere n� gli atti dell'imperatore, n� gli scopi cui egli mira! - Ma io non ho parlato dell'imperatore - si giustific� l'ufficiale, che non poteva spiegarsi la violenza di Rost�v se non con lo stato di ubriachezza in cui si trovava. Ma Rost�v non l'ascoltava. - Noi non siamo funzionari diplomatici; siamo soldati e niente altro - prosegu�. - Se ci ordinano di morire, dobbiamo morire. E se ci puniscono, vuol dire che siamo in colpa; non tocca a noi giudicare. Se il nostro sovrano ritiene opportuno riconoscere imperatore il Buonaparte e stringere un'alleanza con lui, significa che � giusto fare cos�. Altrimenti, se ci si mettesse a ragionare e a discutere su tutto, non rimarrebbe pi� nulla di sacro. Finiremmo con il dire che Dio non esiste, che nulla esiste! - gridava Nikol�j, battendo il pugno sulla tavola, molto a sproposito secondo i suoi interlocutori, ma molto logicamente secondo il corso dei suoi pensieri. - Noi dobbiamo preoccuparci soltanto di compiere il nostro dovere, di farci fare a pezzi, se occorre, e di non pensare; ecco tutto! - concluse. - E bere - disse uno degli ufficiali che non aveva alcuna voglia di discutere. - S�, e bere! - approv� Nikol�j. - Ehi, tu! Un'altra bottiglia! - grid� al cameriere. NOTE. N. 1. Adelaide Filleul, marchesa di Souza-Botelho (1761-1836), scrittrice francese di romanzi che ben rispecchiano la �moralit�� da salotto dell'epoca. Durante la rivoluzione francese visse esule a Londra. In realt�, per�, il romanzo "Am�lie de Mansfeld", pubblicato nel 1803, non era opera di madame de Souza, ma di madame Cottin, e cio� Marie Sophie Risteau (1770-1807): sposatasi giovanissima, rimase vedova nel 1793; divenne famosa con il cognome del marito, Cottin. N. 2. La massoneria, abbreviatura di frammassoneria (dal francese "franc-ma�on", libero muratore) � un'associazione, in parte segreta, di persone che professano principi di fratellanza, si riconoscono tra di loro con segni ed emblemi e si dividono in gruppi, detti Logge od Officine. La massoneria sembra essere apparsa nella seconda met� del diciassettesimo secolo in Gran Bretagna dove corporazioni di muratori e tagliapietre, per difficolt� di reclutamento dovute all'evoluzione dei metodi di costruzione, presero l'abitudine di accettare (da cui l'espressione di muratori liberi) membri estranei alla professione. Si diffuse gi� nella prima met� del diciottesimo secolo in tutta l'Europa, negli Stati Uniti d'America, in Asia e in Africa, in questi tre ultimi continenti seguita dalla colonizzazione inglese e olandese. Mentre negli Stati Uniti conserv� un carattere religioso apolitico, ma non alieno da simpatie democratiche e rispettose delle leggi esistenti dello stato, in altri paesi d'Europa trov�, nei fermenti rivoluzionari e patriottici, un terreno che la rese profondamente politica e talora sovversiva. In Francia, dove la prima Loggia regolare risale al 1721, l'associazione diede un notevole contributo alla propaganda prerivoluzionaria, se pure secondaria appaia la sua efficacia durante la rivoluzione. In Italia, la prima Loggia fu costituita a Firenze nel 1733; seguirono quelle di Napoli, di Palermo, di Roma, di Venezia, di Verona, della Savoia e della Sardegna. Mentre in alcuni stati la massoneria fu avversata, in altri fu tollerata malgrado le proibizioni papali; in altri, come nel regno delle Due Sicilie, sotto Gioacchino Murat, fu persino protetta. Nel periodo risorgimentale, la massoneria italiana assunse un carattere spiccatamente politico e di antagonismo verso la Chiesa. Il suo influsso nel risorgimento � indiscutibile: gli appartenenti alla carboneria e alla Giovane Italia erano quasi tutti massoni. Fu favorevole all'associazione Mazzini, e massone fervente Garibaldi. Conclusa l'unit� d'Italia, nel 1874 si addivenne all'unificazione delle varie Logge, mettendo fine alla rivalit� del Grande Oriente di Torino, del Grande Oriente di Napoli e del Grande Oriente di Palermo; tutti confluirono nel Grande Oriente d'Italia, detto di Palazzo Giustiniani dalla sua sede di Roma. In quell'epoca la massoneria mantenne sempre un atteggiamento anticlericale, combattendo l'influenza della Chiesa in vari campi. Ma da questa lotta sorse in seno alla massoneria stessa un grave conflitto, e un gruppo si stacc� dal Grande Oriente di Palazzo Giustiniani e abbandon� la pregiudiziale anticlericale; lo scisma non fu mai composto. Quando il fascismo sal� al potere, fece proibire l'adesione dei fascisti alla massoneria e promosse una campagna di devastazione delle sedi e di persecuzione contro i massoni pi� in vista. Vari gruppi si sciolsero e si ricostituirono dopo lo sbarco delle truppe alleate. Tuttavia avvennero in quel momento e perdurano ancora varie scissioni, per cui si contano sino a dieci Logge autonome. Ma da allora, anche perch� i due partiti principali, la democrazia cristiana e il comunismo, sono per principio avversi alla massoneria, l'associazione non � pi� penetrata nel tessuto politico e sociale del paese. N. 3. Il personaggio di O. A. Bazdeev sembra identificabile con O. A. Pozdeev (morto nel 1811), il cui nome ricorreva senza alterazioni nelle prime stesure del romanzo tolstojano. N. 4. Seguaci di una setta massonica francese, dal nome di Martinez Pasqualis (1727-1779). Il martinismo professa una sorta di panteismo mistico, ammette un processo di emanazione tra Dio e la realt� e la preesistenza di spiriti alla materia; quanto all'antropologia, anche l'uomo primitivo era un puro spirito che, per un atto di superbia e per suggestione diabolica, pecc� e assunse una condizione corporea. Per ritornare a Dio, gli uomini devono comunicare, attraverso pratiche teurgiche, con gli spiriti superiori. Il martinismo ebbe grande diffusione in Russia, Francia e Germania alla fine del secolo diciottesimo e al principio del diciannovesimo secolo soprattutto ad opera di Louis-Claude de Saint-Martin (1743-1803); sopravvive tuttora in Francia. I seguaci sono detti martinisti o martinezisti o ancora, grandi professori, illuminati; il martinismo in Germania assunse il nome di Scuola del nord. N. 5. Nikol�j Iv�novic' N�vikov (1744-1818), pubblicista e scrittore russo, fu tra le figure pi� rappresentative della vita culturale russa durante il regno di Caterina Seconda. Esord� a Pietroburgo con la pubblicazione di alcune riviste satiriche, in cui trovarono posto le pi� spinose questioni sociali. Divenuto massone, si trasfer� a Mosca, dove cre� la prima biblioteca russa e inizi� la pubblicazione di opere filosofiche, pedagogiche ed economiche. Accusato di complotto, fu condannato a morte, ma la condanna fu commutata in quindici anni di prigione. Graziato da Paolo Primo, rinunzi� a ogni attivit� letteraria. Notevole � il contributo dato da N�vikov al risveglio culturale e allo sviluppo del pensiero progressista russo. N. 6. "L'imitazione di Cristo", attribuita a Tommaso da Kempis (1379- 1471), cronista e vicepriore dei canonici regolari della congregazione di Windesheim. In giovent� si specializz� come amanuense, e ci rimangono alcuni codici scritti di sua mano. N. 7. �Cos� passa la gloria del mondo�. N. 9. Jean-Paul Marat (1743-1793), demagogo francese, medico e pubblicista. Fu pugnalato nel bagno da Charlotte Corday. Si dimostr� uno dei pi� violenti rivoluzionari e fu l'istigatore dei massacri del settembre 1792 e delle risoluzioni pi� sanguinarie durante il governo del Terrore. N. 12. Per l'esattezza, la battuta di Moli�re nella farsa "Georges Dandin", atto 1, scena 9, �: �l'avete voluto voi, Georges Dandin�. N. 24. Confronta Libro 1, parte 3, nota 45. N. 28. Levin Leontevic' Bennigsen (1745-1826), generale russo, originario dell'Hannover. Al servizio della Russia dal 1773, combatt� contro la Turchia, la Polonia e la Francia. Avversario dello zar Paolo Primo come uno dei pi� fedeli seguaci di Caterina Seconda, partecip� alla congiura ordita dal conte Pahlen contro il sovrano (1801). Allontanato dalla Corte e poi richiamato da Alessandro Primo, ebbe vari importanti comandi militari, e sostenne tenacemente l'attacco napoleonico nella battaglia di Eylau (1807). Vinto Murat a Voronov (1812), si distinse a Lipsia (1813). N. 29. Bagrati�n. N. 30. Aleks�ndr Prozorovskij (1732-1809), principe, generale russo, comandante in capo dell'esercito russo nella guerra contro i Turchi nel 1808. N. 33. Corrispondeva all'incirca al Credito fondiario. N. 36. Johann Gottfried Herder (1744-1803), poeta, critico e filologo tedesco, uno degli iniziatori del movimento dello Sturm und Drang. Fu autore, tra l'altro, di una "Filosofia della storia dell'umanit�". N. 45. Cos� sono chiamati in Russia i poveri di spirito, che il popolo riteneva particolarmente cari a Dio e per i quali nutriva rispetto e venerazione. N. 47. Matv�j Iv�novic' Platov (1751-1818), atamanno dei cosacchi, con il suo corpo di uomini agiva indipendentemente dal grosso dell'esercito; insegu� senza requie l'esercito francese durante la sua marcia verso Mosca e soprattutto, nel corso della ritirata. Le gesta dei suoi cosacchi sono rimaste leggendarie: dopo la battaglia di Lipsia penetr� coi suoi cosacchi in Parigi. N. 48. Nicholas Charles Oudinot (1767-1847), duca di Reggio, maresciallo di Francia. Arruolatosi come soldato semplice nel 1784, gi� tenente colonnello dei volontari della Mosa nel 1792, si distinse durante le campagne della rivoluzione. Alla testa di una divisione di granatieri, si segnal� ad Austerlitz (1805), a Friedland (1807) e a Wagram ( 1809), dove si guadagn� il bastone di maresciallo e il titolo ducale. Comandante del secondo corpo in Russia, si distinse alla Beresin� (1812) e nelle campagne di Francia. Durante la Restaurazione ebbe il comando della Guardia nazionale e divenne governatore di Madrid. N. 49. Gioco che consisteva nel lanciare chiodi o bastoncini di legno dentro grossi anelli disposti in terra. N. 50. Staffile dei cosacchi. PARTE TERZA. CAPITOLO 1. Nel 1808 l'imperatore Aleks�ndr si rec� a Erfurt per un nuovo incontro con l'imperatore Napoleone; nell'alta societ� di Pietroburgo si parlava assai della grandiosit� di quel solenne convegno. Nel 1809 l'accordo tra i due dominatori del mondo, come erano definiti i due sovrani, giunse al punto che, quando in quell'anno Napoleone dichiar� guerra all'Austria, un corpo d'armata russo pass� la frontiera per appoggiare il nemico di un tempo, Napoleone, contro l'imperatore d'Austria gi� alleato della Russia; al punto che nell'alta societ� si sussurrava sulla possibilit� di un matrimonio tra Napoleone e una delle sorelle dell'imperatore di Russia. Ma oltre che alla politica estera, l'attenzione della societ� russa era soprattutto rivolta alle riforme interne, che in quel tempo si stavano attuando in tutti i rami dell'amministrazione dello stato. La vita, intanto, la vera vita degli uomini con i suoi interessi pi� importanti quali la salute, le malattie, il lavoro e il riposo con i suoi interessi intellettuali, scientifici, letterari, musicali, con quelli del sentimento, dell'amore, dell'amicizia, dell'odio, delle passioni, si svolgeva come sempre, indipendentemente dall'inimicizia e dall'accordo con Napoleone Bonaparte e al di fuori di qualsiasi possibile riforma. Il principe Andr�j trascorse due anni in campagna senza mai allontanarsi. Tutte le innovazioni e le imprese che Pierre aveva iniziato nei suoi possedimenti senza giungere ad alcun risultato, passando di continuo dall'una all'altra, erano state invece realizzate dal principe Andr�j senza che egli ne parlasse ad alcuno e senza fatica apparente. Egli possedeva in sommo grado quella tenacia pratica che mancava a Pierre e che, senza sforzi n� scosse da parte sua, dava impulso a ogni sua impresa. Uno dei suoi possedimenti, in cui lavoravano trecento servi della gleba, fu assegnato a liberi coltivatori e costitu� uno dei primi esempi in Russia; in altre tenute le prestazioni di lavoro gratuite e obbligatorie furono sostituite da canoni fissi. A Boguci�rovo, Andr�j aveva fatto venire, a sue spese, una levatrice per assistere le partorienti, e un prete che insegnava a leggere e a scrivere ai figli dei contadini e dei domestici. Il principe Andr�j trascorreva met� del suo tempo a Lissia-Gori con il padre e il figliuolo, tuttora affidato alle cure della bambinaia, e l'altra met� nell'eremo di Boguci�rovo, come suo padre lo definiva. Nonostante l'indifferenza che aveva manifestato a Pierre per tutti gli avvenimenti del mondo esterno, egli li seguiva con attenzione, riceveva molti libri e notava con stupore che le persone che venivano da suo padre o da lui, direttamente da Pietroburgo, ossia dal vero centro di ogni attivit� vitale, erano molto meno informate di quanto non lo fosse lui, che abitava sempre in campagna, sugli svolgimenti della politica interna e estera. Oltre alle cure dei suoi poderi e alla lettura di libri di ogni genere, il principe Andr�j si occupava allora dell'analisi critica delle nostre due ultime sfortunate campagne di guerra e redigeva un progetto di modificazione dei nostri codici e regolamenti militari. Nella primavera del 1809, il principe Andr�j si rec� nella provincia di Rjaz�n, per visitare la tenuta del figlio, di cui era tutore. Mentre, riscaldato dal sole primaverile, viaggiava nella sua carrozza, osservava l'erba novella, le tenere giovani foglie delle betulle, i primi cumuli delle bianche nuvolette primaverili che si inseguivano nel limpido azzurro del cielo. Non pensava a nulla, e si guardava attorno lieto e spensierato. Oltrepassato il traghetto, dove l'anno precedente aveva conversato con Pierre e oltrepassato il sudicio villaggio, aie, campi a grano invernale, il ponte presso il quale c'erano ancora cumuli di neve e la salita argillosa tra le strisce dei campi mietuti, fiancheggiati da cespugli verdeggianti, entr� in un bosco di betulle che si stendeva ai due lati della strada. Nel bosco faceva quasi caldo, non si sentiva alito di vento. Le betulle, gi� coperte di verdi foglioline collose, erano immobili e di sotto il fogliame caduto dell'anno precedente spuntava, sollevandolo leggermente, la prima erbetta e occhieggiavano le violette. Sparse qua e l� per il bosco, alcuni piccoli abeti con il loro perenne fogliame verde cupo rammentavano sgradevolmente l'inverno. All'entrare nel bosco i cavalli sbuffarono e si coprirono di sudore. Il domestico P�tr disse qualcosa al cocchiere, il quale rispose affermativamente. Ma P�tr non era evidentemente soddisfatto dell'approvazione del cocchiere e si volt�, da cassetta, verso il padrone. - Come si respira bene, eccellenza! - disse, con un rispettoso sorriso. - Cosa dici? - Come si respira bene, eccellenza! �Cosa diavolo dice?�, pens� il principe Andr�j. �S�, certo, parla della primavera�, pens� ancora, guardandosi attorno. �E' gi� tutto verde! Cos� presto... Le betulle, gli ontani, i ciliegi cominciano gi�... E le querce non si vedono ancora... ah s�, eccone una!�. Una quercia sorgeva sul margine della strada. Probabilmente, dieci volte pi� vecchia delle betulle che formavano il bosco, era dieci volte pi� grossa e due volte pi� alta di ognuna di esse. Era una quercia enorme, con rami spezzati evidentemente da molto tempo, e la scorza screpolata e coperta di vecchie cicatrici. Con le sue braccia smisurate e le dita enormi, nodose, divaricate, senza simmetria, essa si ergeva tra le ridenti betulle, simile a un vecchio mostro, malvagio e sprezzante. Essa sola e i piccoli abeti cupi, eternamente verdi e disseminati per il bosco, non volevano cedere all'incanto della primavera e non volevano vedere n� la lieta stagione, n� il sole sfavillante. �Primavera, ancora felicit�!�, pareva dire la quercia. �Come mai non vi � ancora venuto a noia questo assurdo, eterno inganno! E' sempre la stessa cosa, ed � sempre un inganno!�. �Non esistono n� primavera, n� sole, n� felicit�. Ecco, guardate quegli abeti morti, schiacciati, sempre solitari e guardate me... Vedete? Io tengo distese le mie dita spezzate, scortecciate dovunque mi siano cresciute, sul dorso, sui fianchi... e rimango cos�, e non credo n� alle vostre speranze n� ai vostri inganni!�. Il principe Andr�j si gir� parecchie volte a guardare quella quercia mentre s'inoltrava nel bosco, come se da essa aspettasse qualcosa. Anche ai piedi dell'immenso albero crescevano erbe e fiori, ma la quercia continuava a ergersi in mezzo a loro immobile e corrucciata, mostruosa e ostinata. �S�, quella quercia ha ragione, mille volte ragione�, pensava il principe Andr�j. �Lasciamo che gli altri, i giovani, cedano a questi inganni. Noi conosciamo la vita, e la nostra � finita!�. Un nuovo susseguirsi di pensieri sconsolati, ma di una tristezza dolce, sorse nell'animo del principe Andr�j alla vista della quercia. E per tutta la durata del viaggio egli parve ancora una volta meditare su tutta la propria vita, per giungere alla medesima, antica, disperata e tranquilla conclusione, secondo la quale egli non doveva pi� intraprendere nulla di nuovo, ma semplicemente finire la vita senza far del male a nessuno, senza agitarsi e senza desiderare cosa alcuna. CAPITOLO 2. Per affari riguardanti la tutela della tenuta di Rjaz�n, il principe Andr�j aveva bisogno di parlare con il maresciallo della nobilt� del distretto, che era il conte Ilj� Andr�evic' Rost�v e verso la met� di maggio, il principe Andr�j part� per recarsi da lui. Si era nel periodo caldo della primavera. Il bosco era ormai tutto rivestito di verde, la strada era polverosa e il caldo gi� tale che, passando vicino all'acqua, si provava il desiderio di fare un bagno. Il principe Andr�j, triste e preoccupato per quello che doveva chiedere al maresciallo della nobilt�, percorreva in carrozza il viale del giardino che conduceva a Otr�dnoe, la casa dei Rost�v; a destra, di l� dagli alberi, ud� delle liete grida di donne e scorse un piccolo gruppo di fanciulle passare correndo attraverso il viale, davanti alla sua carrozza. Precedendo le altre, si avvicin� pi� di tutte alla carrozza una fanciulla dai capelli neri, gli occhi neri, molto esile, stranamente esile, con un vestito di cotone giallo, un fazzoletto bianco annodato sul capo, da sotto al quale sfuggivano ciocche di capelli arruffati. La fanciulla gridava qualcosa ma, alla vista del forestiero, corse indietro ridendo, senza guardarlo. Tutt'a un tratto, chiss� perch�, il principe Andr�j prov� un senso di malessere. La giornata era bella, il sole radioso e tutto all'intorno spirava allegria, ma quell'esile e graziosa fanciulla non sapeva e non voleva sapere nulla della sua esistenza, ed era soddisfatta e appagata di una vita sua propria, probabilmente insulsa, ma allegra e felice. �Che cosa la rende tanto lieta? A che cosa pensa? Non certo ai regolamenti militari, non certo ai problemi riguardanti il canone dei contadini di Rjaz�n... A che cosa dunque? E di che cosa � felice?�, si chiedeva, suo malgrado, il principe Andr�j, con curiosit�. Il conte Ilj� Andr�evic' nel 1809 viveva a Otr�dnoe la stessa vita che aveva vissuto per l'innanzi, cio� ricevendo quasi tutta la nobilt� del governatorato, tra partite di caccia, spettacoli, pranzi e sonatori. Egli, come per ogni ospite nuovo, fu lieto della visita del principe Andr�j e lo indusse, dopo molta insistenza, a trattenersi per la notte in casa sua. Nel corso di quella noiosa giornata, durante la quale i vecchi padroni di casa e i pi� importanti tra gli invitati di cui, a causa dell'avvicinarsi di un onomastico la casa del conte era piena, si occuparono del principe Andr�j, questi, volgendo pi� volte lo sguardo su Natascia, che rideva e si divertiva con i pi� giovani componenti della compagnia, si chiedeva: �A che pensa? Perch� � tanto felice?�. La sera, rimasto solo in quella casa nuova, per un pezzo non pot� prender sonno. Lesse un po', spense la candela, poi la riaccese. Nelle stanze, le cui imposte erano chiuse dall'interno, faceva caldo. Egli brontolava stizzito contro quel vecchio balordo (cos� chiamava Rost�v) che l'aveva trattenuto con il pretesto che i documenti non erano ancora arrivati dalla citt�, e contro se stesso per essere rimasto. A un certo momento si avvicin� alla finestra per aprirla. Non appena ebbe schiuso le imposte, il chiarore della luna, come se da un pezzo fosse l� davanti alla finestra in attesa di quel momento, inond� la stanza. Il principe apr� i vetri. La notte era fresca, immobile e chiara. Proprio davanti alla finestra si stendeva un filare di alberi potati di fresco, neri da un lato, illuminati da un'argentea luce dall'altro. Ai loro piedi cresceva una vegetazione umida, grassa, fitta, tra la quale spiccavano qua e l� foglie e ramoscelli che parevano d'argento. Pi� lontano, dietro agli alberi neri, luccicava un tetto bagnato di rugiada; a destra si ergeva un grande albero fronzuto dai rami e dal tronco di un bianco luminoso e in alto, sopra di esso, splendeva la luna, quasi piena nel cielo primaverile, chiarissimo quasi senza stelle. Il principe Andr�j si affacci� appoggiandosi al davanzale, e i suoi occhi si fissarono su quel cielo. La camera che egli occupava era al piano di mezzo; anche le stanze sopra la sua erano abitate e non vi si dormiva. Egli ud� il suono di alcune voci femminili. - Ancora una volta, soltanto una volta - disse lass� una voce che il principe Andr�j riconobbe immediatamente. - Ma quando, dunque, ti deciderai a dormire? - rispose un'altra voce. - Non dormir�, non posso dormire... che ci vuoi fare? Suvvia, un'ultima volta! E le due voci femminili intonarono una frase musicale che era la fine di una canzone. - Ah, che incanto! Ma ora basta, dormiamo... - Dormi tu, io non posso - rispose la prima voce, avvicinandosi alla finestra. La fanciulla si era evidentemente affacciata, perch� si udivano distintamente il fruscio della sua veste e persino il ritmo del suo respiro. Tutto tacque e parve pietrificarsi nel chiarore lunare e nelle ombre dense. Anche il principe Andr�j evitava di muoversi per non rivelare la sua involontaria presenza. - S�nja! S�nja! - disse di nuovo la prima voce. - Ma come si pu� dormire? Guarda che meraviglia! Ah, che splendore! Svegliati, S�nja - ripet� quasi con le lacrime nella voce. - Non ho mai visto una notte pi� incantevole di questa. S�nja rispose a malincuore qualcosa. - Ma no, vieni a vedere che luna! E' un incanto! Vieni qui, cara, vieni qui. Ma non vedi? Io vorrei accoccolarmi cos�, stringere le mani attorno alle ginocchia con la maggior forza possibile, prendere lo slancio e volar via! Ecco, cos�! - Smettila, potresti cadere. Si ud� il rumore di una breve lotta e la voce malcontenta di S�nja: - Lo sai che sono quasi le due? - Ah, tu vuoi proprio rovinarmi tutto! Vieni, vieni qui! Segu� un nuovo silenzio, ma il principe Andr�j sapeva che essa era ancora l�, alla finestra; di tanto in tanto sentiva ora un leggero movimento ora un lieve sospiro. - Ah, mio Dio! mio Dio! Cosa � mai? - ella esclam� tutto a un tratto. - E sta bene, andiamo a dormire! - e sbatt� con forza la finestra. �E della mia esistenza non le importa nulla!�, pensava il principe Andr�j mentre stava ad ascoltarla parlare, aspettando e insieme temendo, chiss� mai perch�, di udire qualcosa sul conto suo. �E ancora lei! Neanche se fosse fatto apposta!�, pensava. Improvvisamente gli sorse nell'animo un tale inatteso tumulto di pensieri e di speranze giovanili, in contrasto con tutta la sua vita che, non sentendosi la forza di analizzare e di spiegarsi ci� che provava, si addorment� immediatamente. CAPITOLO 3. Il giorno seguente, dopo aver preso commiato soltanto dal conte, senza aspettare che uscissero le signore, il principe Andr�j torn� a casa. Giugno era gi� iniziato allorch�, sulla via del ritorno, egli riattravers� il bosco di betulle, dove la vecchia quercia contorta lo aveva colpito in modo tanto strano e indimenticabile. Le sonagliere tintinnavano nel bosco pi� sordamente che non un mese e mezzo innanzi; tutta la vegetazione era folta, fitta e ombrosa; e i giovani abeti, sparsi tra gli alti alberi, non violavano la bellezza dell'insieme ma, in armonia con il tono generale, inverdivano delicatamente di giovani teneri germogli. La giornata era stata calda: da qualche parte si preparava un temporale, ma soltanto una piccola nube lasci� cadere qualche goccia di pioggia sulla polvere della strada e sulle tenere foglie degli alberi. Il lato sinistro del bosco era buio, immerso nell'ombra; quello destro, umido, lucido, brillava al sole, dondolandosi appena sotto il vento. Tutte le piante erano fiorite. Gli usignuoli, ora vicini, ora lontani, lanciavano i loro gorgheggi. �S�, qui in questo bosco c'era quella quercia con la quale mi sentivo in accordo�, pens� il principe Andr�j. �Ma dov'�?�, si chiese, guardando verso il lato sinistro della strada e, senza saperlo, senza riconoscerla, stava proprio ammirando la quercia che cercava. Il vecchio albero, tutto trasformato, aprendo come un tendaggio la folta chioma scura, lucida e gonfia di linfa, si beava, oscillando appena appena, ai raggi del sole che tramontava. Non pi� dita contorte, non pi� cicatrici, non pi� lo sconforto diffidente e doloroso, nulla pi� di tutto ci�. Attraverso la dura corteccia centenaria, si erano fatte strada, senza rami, giovani foglioline lucenti e gonfie di linfa; pareva impossibile che fossero state generate da un albero tanto vecchio! �Si, � proprio quella quercia!�, si disse il principe Andr�j e, a un tratto, senza ragione, fu invaso da una sensazione gioiosa di rinascita primaverile. E nello stesso istante affluirono alla sua mente i momenti pi� intensi della sua vita: Austerlitz e il suo cielo profondo; il viso, carico di rimprovero, di sua moglie morta, Pierre sulla chiatta, la fanciulla turbata dalla bellezza della notte, quella notte, la luna... tutto gli torn� improvvisamente alla memoria. �No, la vita non � finita a trent'anni�, concluse con ferma decisione il principe Andr�j. �Non basta che io sappia cosa avviene dentro di me, bisogna che lo sappiano anche gli altri, e Pierre e quella fanciulla che voleva volare in cielo... Bisogna che tutti mi conoscano, affinch� la mia vita non si svolga per me solo, affinch� essi non vivano indipendentemente dalla mia esistenza... Essa deve riflettersi in tutti, e tutti devono vivere in perfetta unione con me!�. Tornato dal suo viaggio, il principe Andr�j si decise a partire per Pietroburgo, in autunno, e trov� una quantit� di ragioni a giustificazione del suo proposito. Una serie di considerazioni logiche e assennate per dimostrare la necessit� assoluta di compiere quel viaggio e persino di prestare servizio, era pronta, a ogni momento, ai suoi ordini. Non riusciva neppure a capire, adesso, come mai prima avesse potuto avere dei dubbi sulla necessit� assoluta di partecipare attivamente alla vita, proprio come un mese innanzi non capiva come sarebbe potuta venirgli in mente l'idea di lasciare la campagna. Gli pareva evidente che tutta la sua esperienza di vita si sarebbe veramente perduta invano, non avrebbe avuto alcun senso se non l'avesse ora applicata alla pratica e non avesse di nuovo partecipato attivamente alla vita. E non riusciva nemmeno a capire come mai prima, basandosi su altrettanto poco ragionevoli pretesti, gli apparisse evidente che si sarebbe umiliato se, dopo tante lezioni che gli aveva dato la vita, avesse creduto ancora alla possibilit� di essere utile e alla possibilit� di amare e di essere felice. Ora la ragione gli dimostrava tutto il contrario. Dopo quel viaggio, il principe Andr�j cominci� ad annoiarsi in campagna; le occupazioni di una volta non lo interessavano e spesso, solo nel suo studio, si alzava, si avvicinava allo specchio e a lungo si soffermava a osservare il suo viso. Poi si voltava e guardava il ritratto della povera Liza che con i riccioli raccolti �alla greca� pareva fissarlo dalla cornice dorata con dolce tenerezza. Ella non diceva pi� a suo marito le terribili parole di un tempo, lo osservava curiosa, con semplicit� e gaiezza. E il principe Andr�j, con le mani intrecciate dietro la schiena, andava su e gi� per la stanza aggrottando le sopracciglia, ora sorridendo assorto in quei pensieri irragionevoli, inesprimibili a parole e segreti come un delitto, quei pensieri legati a Pierre, alla gloria, alla fanciulla, alla finestra, alla quercia, alla bellezza femminile e all'amore; a quei pensieri, insomma, che avevano mutato tutta la sua vita. E in quei momenti, quando qualcuno entrava nello studio, egli era particolarmente freddo, severo, risoluto e, soprattutto, logico e tutt'altro che benevolo. - "Mon cher", - capitava che dicesse la principessina M�rija entrando in uno di quei momenti - Nik�luska non pu� uscire oggi per la sua passeggiata; fa freddo! - Se facesse caldo, - rispondeva allora alla sorella in modo particolarmente secco il principe Andr�j - il piccolo potrebbe uscire con la sola camicina, ma poich� fa freddo bisogna mettergli un abitino pesante, inventato, � chiaro, proprio a questo scopo. Ecco la conseguenza del fatto che fuori fa freddo, e non che si debba tenere in casa un bambino che ha bisogno di prendere aria - diceva con una logica tutta particolare, come se punisse qualcuno per tutto quel lavorio misterioso, illogico, che si svolgeva incessantemente nel suo intimo. In quei casi la principessina M�rija si rendeva conto di di quanto il lavoro intellettuale inaridisse gli uomini. CAPITOLO 4. Il principe Andr�j arriv� a Pietroburgo nell'agosto del 1809. In quel momento la gloria del giovane Speranskij (1) e le riforme che egli andava realizzando erano nel periodo culminante. Un giorno di quello stesso mese di agosto, durante una passeggiata, la carrozza dell'imperatore si era rovesciata, e l'imperatore stesso, sbalzato fuori, aveva avuto una gamba ferita; l'incidente lo costrinse a rimanere per tre settimane a Peterch�v, dove riceveva ogni giorno, e unicamente, Speranskij. In quel tempo si stavano preparando non solo i due famosi decreti che avevano provocato una viva agitazione nella societ�, quello per l'abolizione dei gradi di Corte e quello sull'istituzione degli esami per i titoli di assessore di Collegio e di consigliere di stato, ma anche studiando una costituzione che doveva mutare totalmente l'organizzazione della giustizia, delle finanze e dell'amministrazione di tutta la Russia, dal Consiglio di stato al comune rurale. Cominciarono in quel periodo a realizzarsi quei confusi sogni di liberalismo dell'imperatore, con i quali egli era salito al trono e che tentava di tradurre in atto con l'aiuto dei suoi collaboratori Ciartoritzskij, Novosilz�v, Kociub�j (2) e Stroganov che egli stesso chiamava scherzosamente "le Comit� de Salut public" [3. Il Comitato di salute pubblica]. Ora Speranskij aveva sostituito tutti costoro per la parte civile e Arakceev per quella militare. Il principe Andr�j, poco dopo il suo arrivo, si present� a Corte nella sua qualit� di ciambellano, per un'udienza. L'imperatore lo incontr� due volte senza degnarsi di rivolgergli neppure una parola. Anche prima di allora il principe Andr�j aveva sempre ritenuto di essere antipatico all'imperatore e aveva l'impressione che la sua faccia e la sua persona gli riuscissero sgradite. Nello sguardo freddo e distaccato con cui il sovrano lo aveva guardato, il principe Andr�j avvert� pi� che mai la conferma di tale supposizione. I cortigiani gli spiegarono che l'indifferenza del sovrano nei suoi riguardi derivava dal fatto che sua maest� era scontenta perch� Bolkonskij dal 1805 non aveva pi� prestato servizio nell'esercito. �Io stesso so sino a che punto le simpatie e le antipatie non dipendano dalla nostra volont��, si diceva il principe Andr�j �e perci� non posso neppure pensare di presentare personalmente all'imperatore il mio progetto sul codice militare; ma la mia opera andr� avanti da s��. Espose il suo memoriale a un vecchio feldmaresciallo amico di suo padre. Il feldmaresciallo, fissatogli un appuntamento, lo accolse affettuosamente e gli promise di riferirne al sovrano. Dopo qualche giorno il principe Andr�j fu invitato a presentarsi al ministro della guerra, conte Arakceev. Il giorno fissato, alle nove del mattino, il principe Bolkonskij entr� nella sala d'aspetto del conte Arakceev. Il principe Andr�j non conosceva Arakceev personalmente e neppure lo aveva mai visto, ma tutto quanto sapeva di lui gli ispirava poco rispetto verso quell'uomo. �Egli � il ministro della guerra, persona di fiducia dell'imperatore, e nessuno deve interessarsi delle sue qualit� personali; egli ha l'incarico di esaminare il mio progetto e pertanto lui pu� avviarlo alla realizzazione�, pensava il principe Andr�j, mentre aspettava con molta altra gente, importante o meno, nella sala di attesa del conte Arakceev. Durante il periodo del suo servizio, per la maggior parte svolto come aiutante di campo, aveva veduto molte sale di attesa di personaggi importanti e le diverse caratteristiche di quelle anticamere gli erano ben chiare. Quella del conte Arakceev aveva un carattere del tutto particolare. Sul viso delle persone poco importanti che attendevano il loro turno di udienza si leggeva un'espressione di umilt� e di sottomissione, su quello delle persone pi� ragguardevoli era scritto invece un unico sentimento di imbarazzo, nascosto sotto un'ostentazione di disinvoltura e di ironia per la propria persona, la propria situazione e il personaggio che aspettavano. Alcuni camminavano pensosi avanti e indietro, altri, bisbigliando, ridevano, e il principe Andr�j sent� dire "le sobriquet" Sila Andreic' (4) e le parole: �lo zio ti sistemer�� riferendosi al conte Arakceev. Un generale (un personaggio importante), visibilmente offeso per il fatto di dover aspettare tanto, stava seduto con le gambe accavallate e sorrideva tra s� e s� con disprezzo. Ma non appena l'uscio si apriva, tutti i visi esprimevano a un tratto lo stesso sentimento: la paura. Il principe Andr�j preg� per la seconda volta un funzionario di servizio di annunziarlo, ma questi lo guard� con aria beffarda e gli disse che il suo turno sarebbe venuto a tempo debito. Dopo parecchie altre persone, fatte entrare e riaccompagnate dall'aiutante fuori dal gabinetto del ministro, attraverso il terribile uscio venne introdotto un ufficiale che colp� il principe Andr�j per il suo aspetto umile e sgomento. L'udienza di quell'ufficiale si protrasse a lungo. Improvvisamente al di l� dell'uscio si udirono gli scoppi di una voce sgradevole e l'ufficiale, pallido in volto e con le labbra tremanti, usc� e attravers� l'anticamera tenendosi il capo tra le mani. Subito dopo di lui, il principe Andr�j fu condotto a quell'uscio e l'ufficiale di servizio gli disse sottovoce: - A destra, in direzione della finestra. Il principe Andr�j entr� in uno studio arredato con ordine, senza lusso, e accanto alla tavola scorse un uomo sulla quarantina alto, con il busto lungo, la testa oblunga, i capelli tagliati corti e la faccia segnata da rughe profonde, le sopracciglia aggrottate su due occhi ottusi, di colore verde castano, e il naso rosso, un po' spiovente. Arakceev, senza guardarlo, volse il viso verso di lui. - Voi, cosa chiedete? - gli domand�. - Io non chiedo nulla, eccellenza - rispose lentamente il principe Andr�j. Gli occhi di Arakceev si posarono su di lui. - Sedetevi - disse. - Siete il principe Bolkonskij, vero? - Io non chiedo nulla, ma sua maest� l'imperatore si degnato di mandare a vostra eccellenza un mio memoriale. - Vedete, mio caro, ho letto il vostro progetto - lo interruppe Arakceev, pronunziando in tono gentile soltanto le prime parole e continuando poi, senza pi� guardare in viso il suo interlocutore, con un tono che si faceva sempre pi� sprezzante, brontol�: - Proponete nuove leggi militari? Le leggi sono tante, e non c'� nessuno per fare eseguire le vecchie. Oggi tutti scrivono leggi: scrivere � assai pi� facile che eseguire. - Sono venuto da vostra eccellenza per volont� dell'imperatore al fine di conoscere se vostra eccellenza vorr� tener conto del mio memoriale - replic� cortesemente il principe Andr�j. - A proposito del vostro memoriale, ho espresso la mia decisione alla Commissione. Io "non" l'approvo - dichiar� Arakceev, alzandosi e prendendo una carta dallo scrittoio. - Ecco - disse, e la porse al visitatore. Sulla carta, di traverso, era scritto a matita, senza maiuscole, senza tener conto dell'ortografia, senza segni di interpunzione: �Compilato senza serie basi perch� si tratta di un'imitazione del codice militare francese e si allontana senza necessit� dal regolamento militare esistente�. - A quale Commissione � stato trasmesso il mio progetto? - domand� il principe Andr�j. - Alla Commissione per la revisione del codice militare e ho fatto la proposta perch� siate ammesso a farne parte, ma senza compenso. Il principe Andr�j sorrise. - Non ne desidero. - Membro senza compenso - ripet� Arakceev. - Ho l'onore... Ehi, chiama! Chi c'� ancora? - soggiunse, inchinandosi al principe Andr�j. CAPITOLO 5. In attesa della notizia ufficiale della sua nomina a membro della Commissione, il principe Andr�j riannod� antiche relazioni specialmente con persone notoriamente in auge e che potevano essergli utili. Ora a Pietroburgo provava un sentimento simile a quello che aveva provato alla vigilia della battaglia, quando una curiosit� inquieta lo aveva tormentato e spinto invincibilmente verso quegli ambienti nei quali si preparava il futuro da cui dipendeva la sorte di milioni di esseri umani. Dallo sdegno dei vecchi, dalla curiosit� dei profani, dal riserbo di coloro che agivano, dalla frettolosit� preoccupata di tutti, dal numero infinito dei Comitati e delle Commissioni di cui ogni giorno veniva a conoscere l'esistenza, si rendeva conto che allora, nel 809, si preparava a Pietroburgo una grandiosa battaglia civile, il cui capo era un personaggio a lui sconosciuto, misterioso, ma che riteneva geniale: Speranskij. E la stessa opera della riforma, che gli era nota solo vagamente, e l'artefice principale di essa, Speranskij, cominciavano a interessarlo cos� appassionatamente che nella sua coscienza la revisione del codice militare pass� ben presto al secondo posto nell'ordine delle sue preoccupazioni. Il principe Andr�j si trovava nelle migliori condizioni per essere bene accolto negli ambienti pi� diversi e pi� elevati della societ� pietroburghese. Il partito riformatore lo riceveva e lo accoglieva cordialmente, in primo luogo perch� egli godeva fama di essere un uomo intelligente e molto colto; in secondo luogo perch�, con l'emancipazione gi� concessa ai propri contadini, si era ormai creato una reputazione di liberale. Il partito dei vecchi scontenti si rivolgeva a lui, come figlio di suo padre, e cercava la sua simpatia nel deplorare le riforme. La societ� femminile, il cosiddetto �mondo�, lo riceveva con piacere perch� era un �partito� ricco e brillante, un personaggio quasi nuovo, cinto dell'aureola della romanzesca storia della sua supposta morte e della tragica fine di sua moglie. Inoltre, l'opinione generale di quanti lo avevano conosciuto nel passato, era che egli durante quei cinque anni fosse molto mutato in meglio, si fosse fatto pi� affabile, e che quel contegno altero, affettato e ironico di un giorno fosse scomparso per lasciare il posto a quella calma che soltanto con gli anni si pu� acquistare. Si cominci� a parlare di lui, a interessarsi di lui, tutti desideravano vederlo. Il giorno successivo a quello della sua visita al conte Arakceev, il principe Andr�j and� dal conte Kociub�j e gli raccont� del colloquio con "Sila Andr�evic'" (cos� Kociub�j chiamava Arakceev, con quella stessa aria vagamente beffarda verso qualcosa che il principe Andr�j aveva gi� notato nell'anticamera del ministro della guerra). - "Mon cher", anche in questa faccenda non eviterete Micha�l Mich�jlovic'. "C'est le grand faiseur" [5. E' colui che fa tutto]. Gliene parler�. Ha promesso di venire, questa sera... - Ma che ne capisce Speranskij di regolamenti militari? - domand� il principe Andr�j. Kociub�j scosse il capo sorridendo, come se si meravigliasse della ingenuit� di Bolkonskij. - Ho gi� parlato di voi con lui nei giorni scorsi - continu� Kociub�j - a proposito dei vostri contadini emancipati. - Ah, siete voi, principe, che avete emancipato i vostri contadini? - chiese un vecchio del tempo di Caterina, voltandosi con fare sprezzante verso Bolkonskij. - Quella mia piccola propriet� non mi rendeva nulla - rispose Bolkonskij, cercando di minimizzare il suo gesto affinch� il vecchio non si irritasse inutilmente. - "Vous craignez d'�tre en retard" [6. Voi temete di arrivare in ritardo] - disse il vecchio, guardando Kociub�j. - Io non capisco una cosa - continu� poi. - Chi lavorer� la terra, se si dar� libert� ai contadini? E' facile scrivere delle leggi, ma � difficile governare. Proprio come adesso: io vi domando, conte, chi potr� pi� essere a capo delle varie amministrazioni, ora che tutti devono sostenere esami? - Quelli che li avranno superati, penso - rispose Kociub�j, accavallando una gamba sull'altra e guardandosi attorno. - Io ho, per esempio, come impiegato nei miei uffici un certo Prjan�cnikov, un'ottima persona, un uomo d'oro, che ha ormai sessant'anni: � possibile che vada a dare gli esami? - S�, senza dubbio questa � una difficolt�, giacch� l'istruzione � assai poco diffusa... Il conte Kociub�j non comp� la frase, si alz� e, preso per un braccio il principe Andr�j, and� incontro a un uomo sulla quarantina alto, biondo, calvo, dalla grande fronte scoperta e dalla faccia lunga e di una bianchezza straordinaria. L'uomo che entrava in quel momento indossava una marsina turchina, e aveva la croce di una decorazione al collo e una stella sul petto, a sinistra. Era Speranskij. Il principe Andr�j lo riconobbe subito e, come avviene nei momenti pi� gravi della vita, sent� che l'anima gli tremava. Non avrebbe saputo dire se quel tremito fosse di rispetto, di invidia o di trepidante attesa. Tutta la persona di Speranskij rappresentava un �tipo singolare� tanto che lo si poteva subito riconoscere. Nella societ� nella quale viveva, il principe Andr�j non aveva mai visto nessuno che, pur nei movimenti goffi e pesanti, dimostrasse tanta calma e tanta sicurezza di s�, e nessuno che avesse uno sguardo nello stesso tempo cos� fermo e cos� dolce. Negli occhi semichiusi e un po' umidi, non aveva mai visto un sorriso cos� deciso che tuttavia non significava nulla, n� aveva mai udito una voce cos� esile, uguale e sommessa e, soprattutto, non aveva mai scorto una cos� dolce bianchezza del viso e delle mani, mani un poco larghe ma straordinariamente morbide, bianche e delicate. Un simile delicato candore del viso, il principe Andr�j l'aveva osservato soltanto nei soldati rimasti lungo tempo in ospedale. Quell'uomo era Speranskij, segretario di stato, confidente dell'imperatore e suo compagno di viaggio a Erfurt, dove pi� di una volta aveva incontrato Napoleone e gli aveva parlato. Speranskij non volgeva gli occhi ora su un viso ora sull'altro come involontariamente accade di fare quando si entra in un luogo dove si trovano riunite molte persone, e non aveva alcuna fretta di parlare. Parlava lentamente, piano, sicuro di essere ascoltato e, mentre parlava, guardava soltanto il suo interlocutore. Il principe Andr�j seguiva con particolare attenzione ogni parola e ogni gesto di Speranskij. Come succede sempre agli uomini e, in particolare a quelli che giudicano severamente il loro prossimo, il principe Andr�j, incontrandosi con una persona nuova e, soprattutto, con un uomo come Speranskij che gi� conosceva di fama, si aspettava di trovare in lui l'assoluta perfezione delle qualit� umane. Speranskij espresse a Kociub�j il proprio rincrescimento per non essere arrivato prima, ma era stato trattenuto a palazzo. Non disse di essere stato trattenuto dal sovrano, e il principe Andr�j not� quell'affettazione di modestia. Quando Kociub�j gli present� Bolkonskij, Speranskij sollev� lentamente gli occhi sul principe Andr�j e, sempre con lo stesso sorriso, lo guard� in silenzio. - Sono felicissimo di conoscervi; ho sentito parlare molto di voi, come tutti, del resto - disse poi. Kociub�j accenn� brevemente all'accoglienza fatta da Arakceev a Bolkonskij. Speranskij accentu� il suo sorriso. - Il direttore della Commissione per i codici militari, il signor Magnitzkij (7), � mio ottimo amico - disse, accentuando ogni parola e ogni sillaba - e, se volete, posso farvelo conoscere. - (Al punto fermo fece una sosta). - Spero che troviate in lui della simpatia e il desiderio di contribuire a tutto ci� che � ragionevole e utile. Attorno a Speranskij si era gi� formato un gruppo di persone, e anche quel vecchio che aveva parlato del suo impiegato Prjan�cnikov aveva rivolto a Speranskij una domanda. Il principe Andr�j, senza partecipare alla conversazione, osservava tutti i movimenti di Speranskij, di quell'uomo che poco tempo prima era un oscuro seminarista, e che teneva ora nelle sue mani grasse e bianche le sorti della Russia. Il principe Andr�j era colpito dalla straordinaria, sprezzante calma con la quale il ministro rispondeva al vecchio. Pareva che da inaccessibili altezze gli rivolgesse le sue indulgenti parole. Allorch� il vecchio cominci� a parlare a voce troppo alta, Speranskij sorrise e dichiar� di non poter giudicare sul maggiore o minore vantaggio di quanto era gradito all'imperatore. Dopo aver conversato per qualche tempo nel gruppo comune, Speranskij si alz�, si avvicin� al principe Andr�j e lo chiam� in disparte, all'altra estremit� della stanza. Si capiva che riteneva necessario occuparsi di lui. - Non ho ancora potuto parlare un momento con voi, principe, preso dall'animata conversazione alla quale mi ha trascinato quel rispettabile vecchio - disse, con un sorriso bonariamente sprezzante come se volesse far capire che tanto lui quanto il principe Andr�j comprendevano la pochezza di quelle persone con le quali aveva appena finito di conversare. Questo modo di trattarlo, colp� il principe Andr�j, che si sent� lusingato. - Io vi conosco da molto tempo; innanzi tutto per l'opera a favore dei vostri contadini, opera che costituisce il primo esempio di un progetto che noi vorremmo vedere sviluppato e seguito; in secondo luogo perch� siete uno di quei rari ciambellani che non si ritengono offesi dal nuovo decreto sui titoli di Corte, decreto che ha suscitato tanti commenti e tanti malumori. - Gi� - rispose il principe Andr�j; - mio padre non ha voluto che io approfittassi di quel diritto: ho cominciato il mio servizio dai gradi pi� bassi. - Vostro padre � un uomo del vecchio stampo, evidentemente superiore ai nostri contemporanei che tanto biasimano quel provvedimento con il quale non si fa altro che ristabilire la giustizia naturale. - Io penso, tuttavia, che quel biasimo abbia, almeno in parte, un fondamento - disse il principe Andr�j, cercando di combattere l'influenza di Speranskij che gi� cominciava a subire. Gli dispiaceva essere d'accordo con lui in ogni cosa: voleva contraddirlo. Il principe Andr�j, che di solito discorreva bene e con scioltezza, si rendeva conto ora di provare una certa difficolt� a esprimersi. Era troppo preso dalle osservazioni che stava facendo sulla personalit� dell'illustre uomo di stato. - Un fondamento forse s�, ma per l'ambizione personale - osserv� con voce sommessa Speranskij. - In parte anche per lo stato - osserv� Andr�j. - In che senso l'intendete? - chiese Speranskij, abbassando lentamente gli occhi. - Sono un ammiratore di Montesquieu (8) - rispose il principe Andr�j - e la sua idea che "le principe des monarchies est l'honneur, me para�t incontestable. Certains droits et privil�ges de la noblesse me paraissent �tre des moyens de soutenir ce sentiment" [9. ...che il principio delle monarchie � l'onore, mi sembra indiscutibile. Taluni diritti e privilegi della nobilt� mi sembrano essere dei mezzi per sostenere questo sentimento]. Il sorriso scomparve dalla faccia bianca di Speranskij, la cui fisionomia apparve allora molto pi� gradevole. Evidentemente il pensiero del principe Andr�j gli era parso interessante. - "Si vous envisagez la question sous ce point de vue [10. Se voi considerate la questione sotto questo punto di vista] cominci�, pronunziando le parole francesi con visibile sforzo e parlando ancora pi� lentamente che in russo, ma sempre con la massima calma. Afferm� che l'onore, "l'honneur", non poteva essere sostenuto da privilegi nocivi all'andamento del servizio, che l'onore, "l'honneur", � un concetto negativo, un'astensione da azioni riprovevoli, oppure � una fonte sicura di emulazione onde ottenere approvazione e ricompense che ne siano la manifestazione. Le sue deduzioni erano concise, semplici e chiare. - L'istituzione che sostiene l'onore in questione, fonte di emulazione, � un'istituzione simile alla "L�gion d'honneur" del grande imperatore Napoleone, la quale non nuoce, ma contribuisce al buon andamento del servizio reso e non un privilegio di casta o di Corte. - Non discuto, ma non si pu� negare che i privilegi di Corte abbiano raggiunto lo stesso scopo - obiett� il principe Andr�j; ogni cortigiano, infatti, si sente obbligato a mantenere degnamente la propria posizione. - Ma voi non avete voluto approfittarne, principe, - disse il ministro. dimostrando con un sorriso che desiderava mettere fine con queste parole cortesi a una discussione imbarazzante per il suo interlocutore. - Se mi farete l'onore di venire da me mercoled�, - soggiunse - vi comunicher�, dopo aver parlato con Magnitzkij, ci� che vi potr� interessare e avr� inoltre il piacere di una pi� profonda conversazione con voi. Chiuse gli occhi, salutando "� la fran�aise" e, senza prendere congedo, lasci� la sala, cercando di non essere notato. CAPITOLO 6. Nei primi tempi del suo soggiorno a Pietroburgo, il principe Andr�j si rese conto che tutto il cumulo di pensieri su cui aveva riflettuto durante la sua vita solitaria era completamente offuscato dalle piccole preoccupazioni che qui si erano impadronite di lui. Ogni sera, tornato a casa, segnava sul suo taccuino quattro o cinque visite o appuntamenti indispensabili, a ore stabilite. Il meccanismo dell'esistenza, la giornata suddivisa in modo da potersi trovare in tempo dappertutto, gli sottraevano gran parte della sua energia vitale. Non faceva nulla e neppure pensava n� aveva tempo per farlo; si limitava a parlare, e parlava con successo di quello che aveva profondamente meditato quando viveva in campagna. Notava a volte, con un certo dispetto, che gli accadeva di ripetere nello stesso giorno le stesse cose in diverse riunioni. Ma era talmente occupato durante l'intera giornata, che non aveva neppure il tempo di rendersi conto di non pensare a nulla. Speranskij, come in quel primo incontro con lui in casa di Kociub�j e come il mercoled� successivo in casa sua, dove ricevendolo a tu per tu gli aveva parlato a lungo e molto confidenzialmente, aveva fatto sul principe Andr�j una profonda impressione. Questi, che considerava spregevoli e nulle un cos� gran numero di persone e che aveva un cos� ardente desiderio di incontrare in un altro essere umano l'ideale vivente di quella perfezione alla quale egli aspirava, credette facilmente di aver trovato in Speranskij il suo ideale di uomo intelligente e ricco di virt�. Se Speranskij non fosse appartenuto a un ceto sociale diverso da quello del principe Andr�j, e avesse avuto la sua medesima educazione e le sue medesime abitudini morali, Bolkonskij avrebbe ben presto scoperto i suoi lati deboli umani, non eroici; ma ora quella tendenza logica, per lui strana, della intelligenza di Speranskij gli ispirava tanto pi� rispetto quanto meno riusciva a comprenderla interamente. Oltre a ci�, Speranskij, sia perch� apprezzava le capacit� del principe Andr�j sia perch� riteneva utile ingraziarselo, metteva in mostra la propria intelligenza pacata e imparziale, e lo lusingava con quella fine adulazione inseparabile dalla presunzione, che consiste nel far capire a un interlocutore, con tacito riconoscimento, che lo si considera come l'unica persona, insieme con noi, capace di capire la stupidit� di �tutti� gli altri e la profonda fondatezza delle nostre idee. Durante la loro lunga conversazione del mercoled� sera, Speranskij aveva detto pi� volte: - Da �noi� si considera tutto ci� che � al di fuori del comune livello di un'abitudine radicata profondamente... - oppure, con un sorriso: - Ma �noi� vogliamo che i lupi siano sazi e le pecore salve... - oppure ancora: - �Essi� non sono in grado di capire... - e tutto ci� con una espressione che voleva significare: �Noi, voi e io, comprendiamo che cosa siano loro e chi siamo noi�. Quel primo lungo colloquio con Speranskij non aveva fatto che rafforzare nel principe Andr�j l'impressione avuta la prima volta che lo aveva veduto. Egli ammirava in lui un uomo ragionevole, un pensatore profondo di grande intelligenza, giunto al potere per merito della propria energia, potere che impiegava unicamente per il bene della Russia. Agli occhi del principe Andr�j, Speranskij era esattamente l'uomo capace di spiegare razionalmente tutti i fenomeni della vita, l'uomo che giudicava importante soltanto ci� che era razionale, che sapeva misurare tutte le cose entro i limiti della ragione: l'uomo, insomma, che egli avrebbe voluto essere. In tutto ci� che Speranskij diceva, la semplicit� e la chiarezza sembravano dominare in modo tale che il principe Andr�j, suo malgrado, finiva sempre con l'essere d'accordo con lui. Se obiettava e discuteva, lo faceva a bella posta soltanto perch� voleva mantenersi indipendente e non sottomettersi totalmente alle opinioni del ministro. Tutto procedeva cos�, per il meglio; ma una cosa turbava il principe Andr�j: lo sguardo freddo, glaciale di Speranskij, che non gli permetteva di penetrargli nell'animo, e le sue mani morbide e bianche che involontariamente il principe Andr�j era tratto a guardare, come di solito si guardano le mani degli uomini che detengono il potere. Quello sguardo di ghiaccio e quelle mani delicate irritavano, chiss� perch�, il principe Andr�j. Era anche spiacevolmente colpito dal troppo grande disprezzo per gli uomini che notava in Speranskij e dalla variet� delle prove che questi citava per sostenere le proprie opinioni. Speranskij, infatti, si serviva di ogni possibile arma del pensiero, eccezion fatta per la comparazione, e, come pareva al principe Andr�j, passava con eccessivo ardire dall'una all'altra. Ora adottava il punto pratico dell'uomo di azione e biasimava i sognatori, ora si poneva sul terreno satirico e ironicamente scherniva gli avversari, ora diventava di una rigida logicit� o si levava sino alle altezze metafisiche (ed era questa l'arma che usava di preferenza per le sue dimostrazioni). Egli sollevava una questione alle altezze metafisiche, passava alle definizioni del tempo, dello spazio, del pensiero e, traendone questa o quella confutazione, ridiscendeva al piano della discussione. In generale, il tratto principale del carattere di Speranskij, che colpiva maggiormente il principe Andr�j, era la fede indiscutibile, immutabile nella forza e nei diritti della ragione. Era evidente che Speranskij non avrebbe mai potuto pensare, come accadeva spesso al principe Andr�j, che non si pu� mai esprimere tutto ci� che si pensa e che nemmeno gli sarebbe venuto il dubbio se non fosse un'assurdit� tutto ci� che pensava e ci� in cui credeva. Ed era appunto questa caratteristica della mente di Speranskij che pi� di ogni altra attraeva il principe Andr�j. Nei primi tempi della sua conoscenza con Speranskij, il principe Andr�j nutriva per lui un entusiasmo appassionato, paragonabile a quello che un tempo aveva provato per Bonaparte. La circostanza che Speranskij fosse figlio di un ecclesiastico e che per questo potesse essere disprezzato dalle persone sciocche- come infatti molti facevano - quale uomo di chiesa e figlio di prete, costringeva il principe Andr�j e considerare con particolare riguardo il proprio interesse per quell'uomo e a rafforzarlo inconsciamente in s�. In quella prima sera che Bolkonskij pass� in casa del ministro, discorrendo della codificazione delle leggi, Speranskij gli aveva raccontato con una sfumatura di ironia che la Commissione esisteva gi� da cinquant'anni, era costata milioni e non aveva combinato nulla, e che Rosenkampf (11) aveva incollato un'etichetta su ogni articolo della legislazione comparata. - Ed ecco tutto ci� per cui lo stato ha profuso milioni! - prosegu�. - Ora noi vogliamo dare un nuovo potere giuridico al senato, e intanto non abbiamo leggi! Ecco perch� � un vero peccato che uomini come voi non prestino ora servizio. Il principe Andr�j osserv� che per prestar servizio in quel campo occorrevano nozioni giuridiche delle quali egli era privo. - Ma non c'� nessuno che le possegga! Che volete, � un "circulus vitiosus" [12. circolo vizioso], dal quale dobbiamo sforzarci di uscire. Una settimana dopo, il principe Andr�j era nominato membro della Commissione che aveva il compito di elaborare il codice militare e, cosa che non si aspettava affatto, capo di una sezione della Commissione stessa per la redazione delle nuove leggi. Pregato da Speranskij, egli prese la prima parte del codice civile che si stava componendo e, servendosi del codice napoleonico e di quello di Giustiniano (13), lavor� al capitolo i diritti della persona. CAPITOLO 7. Due anni addietro, nel 1808, tornato a Pietroburgo da un viaggio nei suoi possedimenti, Pierre si era trovato senza volerlo a capo della massoneria della capitale. Organizzava Logge, reclutava nuovi membri, si dava da fare per l'unificazione delle diverse Logge esistenti e per il possesso degli autentici statuti massonici. Offriva denaro per la costruzione dei templi e integrava, come poteva, la raccolta delle offerte, per la quale la maggior parte dei membri si dimostrava avara e negligente. Quasi unicamente con i propri mezzi manteneva la casa dei poveri fondata dall'Ordine a Pietroburgo. Frattanto la sua vita scorreva come prima, tra le medesime passioni e le medesime sregolatezze. Gli piaceva molto bere e mangiare bene e, sebbene giudicasse ci� immorale e umiliante, non poteva astenersi da quei divertimenti ai quali partecipava in compagnia degli scapoli. Trascorso un anno in un febbrile susseguirsi di occupazioni serie e di piaceri viziosi, Pierre cominci� tuttavia a capire che il terreno della massoneria sul quale si reggeva, tanto pi� gli sfuggiva di sotto ai piedi quanto pi� egli tentava di tenervisi ritto. E nello stesso tempo avvertiva che quanto pi� il terreno sul quale si reggeva andava sprofondandoglisi sotto, tanto pi� egli vi era, suo malgrado, legato. Quando era entrato nella massoneria, aveva provato la sensazione di chi posi fiduciosamente il piede sulla superficie liscia di una palude: postovi un piede, era sprofondato. Per persuadersi pienamente della solidit� del terreno su cui si reggeva, aveva posato l'altro piede ed era sprofondato ancora di pi�. Ormai era impantanato e, suo malgrado, camminava immerso nella palude sino al ginocchio. Jussif Aleks�evic' non era a Pietroburgo. Negli ultimi tempi aveva smesso di interessarsi degli affari della massoneria della capitale e abitava a Mosca, di dove non si era mai pi� allontanato. Tutti i confratelli, membri delle varie Logge, erano persone che Pierre conosceva nella vita, e gli riusciva difficile vedere in loro soltanto dei confratelli in massoneria e non il principe B., non Iv�n Vass�levic' D., che egli frequentava quasi quotidianamente e considerava per lo pi� come esseri deboli e nulli. Sotto ai grembiali e ai simboli massonici, Pierre vedeva le divise e le decorazioni che essi ricercavano avidamente nella vita. Spesso, raccogliendo le elemosine e contando venti o trenta rubli tra le entrate, iscritti per lo pi� come debito da una diecina di membri, la met� almeno dei quali erano ricchi quanto lui, Pierre ripensava al giuramento massonico in cui ogni confratello prometteva di dare tutte le proprie sostanze per il prossimo; e allora nel suo animo sorgevano dubbi su cui cercava di non soffermarsi. Pierre divideva in quattro categorie tutti i confratelli che conosceva. Alla prima assegnava quelli che non prendevano parte attiva n� agli affari delle Logge n� agli interessi del prossimo, ma si interessavano unicamente dei misteri della scienza dell'Ordine, occupati dai problemi che riguardavano la triplice denominazione di Dio o i tre princ�pi delle cose - zolfo, mercurio e sale - o il significato del quadrato e di tutte le figure del tempio di Salomone. Pierre rispettava questa categoria di frammassoni, alla quale appartenevano per la maggior parte i fratelli anziani e secondo l'opinione di Pierre, lo stesso Jussif Aleks�evic', ma non condivideva i loro interessi. Il suo cuore non era attratto dal lato mistico della massoneria. Alla seconda categoria Pierre iscriveva se stesso e i fratelli simili a lui, ossia coloro che cercavano, esitavano e non trovavano ancora nella massoneria una via diritta e comprensibile, ma che speravano di trovarla. Nella terza categoria, che era la pi� numerosa, egli includeva i fratelli che della massoneria non vedevano altro che le forme e i riti esteriori e che tenevano in gran conto la loro stretta osservanza senza preoccuparsi n� del loro contenuto, n� del loro significato. Fra questi erano Villarski, e il Gran Maestro della Loggia principale. Alla quarta categoria, infine, apparteneva, secondo Pierre, un gran numero di massoni, entrati nella societ� soprattutto negli ultimi tempi. Erano uomini - cos� li giudicava Pierre - che non credevano in nulla e nulla desideravano, e che erano entrati a far parte della massoneria soltanto per legarsi con i confratelli giovani, ricchi e potenti per le loro relazioni e per la notoriet� del loro nome, che erano assai numerosi nella Loggia. Pierre cominciava a sentirsi insoddisfatto della propria attivit�. La massoneria o, per lo meno, la massoneria che aveva conosciuto l� a Pietroburgo gli pareva talvolta basata soltanto sull'esteriorit�. Egli non dubitava della massoneria in s� e per s� ma sospettava che quella russa si fosse incamminata per una strada sbagliata, allontanandosi cos� dalla sua fonte. Perci� alla fine dell'anno, Pierre part� per l'estero, allo scopo di dedicarsi allo studio dei supremi misteri dell'Ordine. Nell'estate del 1809, Pierre ritorn� a Pietroburgo. Dalla corrispondenza dei nostri massoni con quelli dell'estero si era saputo che Bezuchov era riuscito, all'estero, ad acquistarsi la fiducia di molte personalit� altolocate e che, dopo aver superato molte iniziazioni, era stato promosso a un altissimo grado massonico e molto portava con s� per il bene comune della massoneria russa. I massoni di Pietroburgo andavano da lui cercando di ingraziarselo e a tutti parve che egli si nascondesse e preparasse qualche cosa. Fu fissata una riunione solenne della Loggia di secondo grado, nella quale Pierre aveva promesso di comunicare quello che doveva trasmettere ai fratelli di Pietroburgo da parte dei capi pi� alti dell'Ordine. La riunione ebbe luogo al completo. Dopo i riti consueti, Pierre si alz� e cominci� il suo discorso: - Cari fratelli, - prese a dire, facendosi rosso e impappinandosi, con in mano il testo scritto del discorso - non basta custodire nella quiete della Loggia i nostri segreti: bisogna agire... agire. Noi ci troviamo in una specie di sopore, ma dobbiamo agire... - Pierre prese il quaderno e cominci� a leggere. - �Per la diffusione della pura verit� e il trionfo della virt�, noi dobbiamo liberare gli uomini dai pregiudizi, diffondere norme conformi allo spirito dei tempi, assumerci il compito dell'educazione della giovent�, unirci con indissolubili legami alle persone di ingegno, vincere con ardire e insieme con prudenza la superstizione, l'incredulit� e la stoltezza, formare con gli uomini a noi devoti, legati tra di loro da un'unica meta, e che abbiano forza e potere. �Per raggiungere tale scopo, bisogna assicurare alla virt� il trionfo sul vizio, bisogna sforzarsi affinch� l'uomo onesto ottenga, gi� su questa terra, il premio eterno per la sua virt�. Ma alla realizzazione di questi progetti ci sono di ostacolo le attuali istituzioni politiche. Che fare in tale stato di cose? Favorire le rivoluzioni, rovesciare tutto ci� che esiste, opporre violenza a violenza? No, noi siamo ben lontani da questo. Qualsiasi riforma basata sulla violenza � degna di biasimo, giacch� non servir� mai a correggere il male sino a che gli uomini restano tali quali sono, e perch� la saggezza non ha bisogno della violenza. �Tutto il piano dell'Ordine deve avere come base l'educazione di uomini forti, virtuosi e legati dall'unit� delle convinzioni, convinzioni che consistono nel perseguitare sempre e con tutte le forze il vizio e la stoltezza e nel proteggere l'intelligenza e la virt�; nel trarre dalla polvere gli uomini degni e associarli alla nostra fratellanza. Soltanto allora il nostro Ordine avr� il potere di legare le mani ai fautori del disordine e dirigerli in modo che essi neppure se ne accorgano. In una parola, bisogna istituire una forma di governo universale che si diffonda in tutto il mondo senza distruggere i legami civili e accanto alla quale tutti gli altri governi possano continuare a esistere con il loro ordinamento consueto e fare tutto, meno quello che dovesse ostacolare l'alto scopo del nostro Ordine, cio� il trionfo delle virt� sul vizio. Uno scopo di tal genere si era imposto il cristianesimo; esso insegnava agli uomini a essere saggi e buoni e a seguire per il loro vantaggio l'esempio e l'insegnamento degli uomini migliori e pi� sapienti. �Allorch� tutto era immerso nelle tenebre, bastava, naturalmente, la predicazione: la nuova verit� le conferiva una forza tutta particolare; ma oggi abbiamo bisogno di mezzi molto pi� forti. Ora bisogna che l'uomo, guidato dalle proprie sensazioni, trovi nella virt� il piacere. Non � possibile sradicare le passioni, occorre soltanto sforzarsi per indirizzarle a un nobile scopo, e perci� bisogna che ognuno possa soddisfare le proprie passioni nei limiti della virt� e che il nostro Ordine ne offra i mezzi. �Non appena avremo riunito in ogni stato un certo numero di uomini degni, ognuno di essi ne avr� foggiati due altri, e tutti si uniranno strettamente tra di loro; allora tutto sar� possibile per il nostro Ordine che molto ha gi� saputo fare in segreto per il bene dell'umanit��. Quel discorso produsse nella Loggia non solo una profonda impressione, ma un mezzo subbuglio. La maggior parte dei fratelli, avvertendo in esso pericolose tendenze verso gli Illuminati (14) accolsero con freddezza ostile le parole di Pierre che ne rimase profondamente stupito. Il Gran Maestro fece delle obiezioni, e Pierre, con calore sempre crescente, prese a sviluppare le proprie idee. Da molto tempo non si era avuta una seduta cos� burrascosa. Si formarono dei partiti: gli uni accusavano Pierre, rimproverandolo di essere un illuminista, gli altri lo sostenevano. Durante quella riunione Pierre, per la prima volta nella sua vita, fu colpito dalla infinita variet� dell'intelligenza umana, variet� la quale fa s� che la verit� stessa non si presenti mai sotto il medesimo aspetto a due persone diverse. Anche quelli tra i membri dell'associazione che parevano essere dalla parte di Pierre, lo comprendevano a modo loro, con limitazioni e mutamenti che egli non poteva accettare, giacch� gli premeva soprattutto di trasmettere agli altri le proprie idee, precisamente come egli stesso le intendeva. Alla fine della seduta il Gran Maestro rivolse a Pierre un'osservazione malignamente ironica, sul suo ardore, facendogli notare che nella discussione egli non era stato guidato soltanto dall'amore per la virt�, ma anche dalla passione per la lotta. Pierre non gli rispose e domand� bruscamente se la sua proposta sarebbe stata accettata. Gli fu risposto di no: allora egli, senza attendere le solite formalit�, lasci� la Loggia e torn� a casa. CAPITOLO 8. L'angoscia di cui Pierre aveva tanta paura s'impossess� nuovamente di lui. Per tre giorni, dopo il suo discorso, rimase in casa sdraiato su un divano, senza ricevere nessuno e senza andare in alcun luogo. Proprio in quel periodo ricevette una lettera dalla moglie, la quale lo supplicava di concederle un colloquio. Gli descriveva la nostalgia che provava per lui e il desiderio di dedicargli tutta la propria vita. Alla fine della lettera gli annunziava che tra qualche giorno sarebbe tornata a Pietroburgo da un viaggio all'estero. Dopo quella lettera, la solitudine di Pierre fu rotta dalla visita di un fratello massone, uno di quelli da lui meno stimati, il quale, condotto abilmente il discorso sulle relazioni coniugali di Pierre, gli fece intendere, sotto forma di consiglio fraterno, che la sua severit� verso la moglie era ingiusta e che Pierre si comportava in modo non conforme alle leggi della massoneria, rifiutando il perdono alla pentita. In quegli stessi giorni sua suocera, la moglie, cio�, del principe Vassilij, lo mand� a chiamare, supplicandolo di passare da lei anche soltanto per pochi minuti per parlargli di un affare della massima importanza. Pierre vide in tutto questo una congiura contro di lui che tendeva a farlo riconciliare con la moglie, cosa che per�, nello stato d'animo in cui si trovava, non gli riusciva nemmeno sgradita. Tutto gli era indifferente: Pierre ormai non attribuiva pi� grande importanza a nulla nella vita e, sotto l'influenza dell'angoscia in cui era caduto, non teneva pi� n� alla propria libert�, n� alla propria ferma intenzione di punire la moglie. �Nessuno ha ragione, nessuno ha torto; dunque neppure lei � colpevole�, pensava. Se Pierre non acconsent� subito alla riconciliazione con la moglie fu soltanto perch� le condizioni di spirito in cui si trovava gli toglievano la forza di intraprendere qualsiasi cosa. Se la moglie si fosse presentata a lui, non l'avrebbe scacciata. Non era forse indifferente, a paragone con tutto quanto lo preoccupava, vivere o non vivere con lei? Senza curarsi di rispondere n� alla moglie, n� alla suocera, una sera tardi Pierre si mise in viaggio alla volta di Mosca per vedere Jussif Aleks�evic'. Ecco ci� che Pierre scriveva nel suo diario: �Mosca, 17 novembre. �Ritorno appena dalla casa del benefattore e ho fretta di annotare quello che ho provato. Jussif Aleks�evic' vive poveramente e gi� da tre anni soffre di un male alla vescica che gli procura gravi sofferenze. Nessuno lo ha mai udito gemere n� pronunziare una parola di ribellione. Dal mattino sino a notte inoltrata, eccezione fatta per il tempo in cui si nutre dei cibi pi� frugali, lavora per la scienza. Mi ha accolto affabilmente e ha voluto che mi sedessi sul letto in cui giaceva. Gli ho fatto il segno dei cavalieri d'Oriente e di Gerusalemme, ed egli mi ha risposto alla stessa maniera e poi, con un mite sorriso, mi ha interrogato su quello che avevo veduto e imparato nelle Logge prussiane e scozzesi. Gli ho raccontato ogni cosa come sapevo, riferendogli i punti principali delle proposte presentate da me alla Loggia di Pietroburgo e gli ho comunicato la cattiva accoglienza fattami e la rottura avvenuta tra me e i fratelli. Jussif Aleks�evic', dopo aver taciuto e riflettuto a lungo, mi ha esposto su tutto questo i suoi punti di vista, i quali mi illuminarono subito il mio passato e la strada futura che si apre di fronte a me. Mi ha sorpreso chiedendomi se ricordassi in che cosa consistesse il triplice scopo dell'Ordine: 1) nella conservazione e conoscenza del mistero; 2) nella purificazione e correzione di noi stessi per esserne partecipi; 3) nella correzione del genere umano attraverso la tendenza a tale purificazione. Quale dei tre � il primo e pi� importante fine? Senza dubbio la propria correzione e purificazione. A questo soltanto noi possiamo sempre tendere, indipendentemente da qualsiasi circostanza. Ma nello stesso tempo questa stessa meta esige da noi la massima fatica e perci�, quando pecchiamo per orgoglio, noi, perdendo di vista lo scopo cui tendiamo, ci occupiamo di penetrare i misteri che la nostra impurit� ci rende indegni di penetrare o ci dedichiamo al perfezionamento del genere umano, mentre siamo noi stessi un esempio di bassezza e di corruzione. L'illuminismo non � quindi una dottrina pura, perch� si � lasciata attrarre dall'attivit� sociale ed � piena di orgoglio. Per tali motivi Jussif Aleks�evic' ha condannato il mio discorso e tutta la mia attivit�. Nel mio intimo mi sono sentito d'accordo con lui. A proposito delle mie vicende familiari mi ha detto: "Il dovere principale del vero massone, come gi� ho affermato, consiste nel tendere al proprio perfezionamento. Ma spesso pensiamo di poter pi� agevolmente raggiungere tale scopo allontanando da noi stessi tutte le difficolt� della vita; invece, signor mio, soltanto in mezzo al frastuono del mondo si possono raggiungere tre importantissime mete: 1) la conoscenza di noi stessi, giacch� l'uomo non pu� conoscersi se non attraverso il confronto; 2 ) il perfezionamento, che si ottiene soltanto per mezzo della lotta; 3) il conseguimento della virt� principale: l'amore per la morte. Soltanto le vicissitudini della vita possono dimostrarci la vanit� della vita stessa e sorreggere il nostro innato amore della morte e dell'inizio di una nuova vita". Queste parole sono tanto pi� eccezionali in quanto Jussif Aleks�evic', nonostante le sue terribili sofferenze fisiche, non si sente mai oppresso dal peso della vita, eppure ama la morte, anche se non si sente ancora totalmente pronto per affrontarla, nonostante la purezza e l'elevatezza della sua vita interiore. In seguito, il mio benefattore mi ha spiegato minutamente il significato del grande quadrato del mondo e mi ha dimostrato che i numeri 3 e 7 sono il fondamento di tutto. Mi ha consigliato di non staccarmi dalla comunit� dei fratelli di Pietroburgo e, occupando nella Loggia soltanto mansioni di secondo grado, tentare di liberare i fratelli dagli errori di orgoglio per condurli sulla vera via della conoscenza di s� e su quella del proprio perfezionamento. Inoltre ha consigliato a me personalmente di osservarmi di continuo e a questo scopo mi ha dato un quaderno, questo stesso sul quale, d'ora innanzi, annoter� tutte le mie azioni�. �Pietroburgo, 23 novembre. �Vivo di nuovo con mia moglie. Mia suocera � venuta da me tutta in lacrime e mi ha detto che Elen era qui e che mi supplicava di ascoltarla, che ella era innocente e infelice a causa del mio abbandono e molte altre cose ancora. Io sapevo che se avessi consentito a vederla, non avrei pi� avuto la forza di opporle un rifiuto. Nel dubbio non sapevo a chi ricorrere per aiuto e per consiglio. Se il mio benefattore fosse stato qui, mi avrebbe indicato lui la strada da seguire. Mi sono ritirato nella mia stanza e ho riletto certe lettere di Jussif Aleks�evic', ho ricordato le nostre conversazioni e ne ho dedotto che non dovevo dire di no a chi pregava, mi sono persuaso che era mio dovere tendere una mano soccorritrice a chiunque, e specialmente a una persona cos� strettamente legata a me e che, infine, dovevo portare la mia croce. Ma se io l'ho perdonata per compiere un'azione virtuosa, la mia unione con lei deve avere soltanto uno scopo spirituale. Cos� ho deciso e cos� ho scritto a Jussif Aleks�evic'. Ho detto a mia moglie che la pregavo di dimenticare il passato, di perdonare tutti i miei torti e che da parte mia non avevo nulla da perdonarle. Ho provato un senso di gioia nel parlare cos�. Ella non deve sapere quanto mi sia stato penoso rivederla! Mi sono sistemato nella casa grande, nelle stanze del piano superiore, e provo una lieta sensazione di rinnovamento spirituale�. CAPITOLO 9. Come sempre, anche allora l'alta societ�, pur riunendosi a Corte e nelle grandi feste da ballo, era divisa in parecchi gruppi, ciascuno dei quali aveva caratteristiche sue proprie. Tra questi, il pi� numeroso era il gruppo francese - favorevole all'alleanza con Napoleone - di cui facevano parte Rumjanz�v e Caulaincourt (15). In questo gruppo, Elen occup� uno dei posti pi� in vista non appena si fu stabilita con il marito a Pietroburgo. Il suo salotto era frequentato dai membri dell'ambasciata francese e da molte persone, note per la loro intelligenza e la loro cortesia, che avevano le stesse tendenze. Elen si trovava a Erfurt, durante il famoso convegno degli imperatori, e di l� aveva portato quelle relazioni con tutte le celebrit� filonapoleoniche di Europa. A Erfurt ella aveva ottenuto brillanti successi. Napoleone stesso, notatala a teatro, aveva chiesto chi fosse e aveva espresso la propria viva ammirazione. Il successo di Elen, come donna bella ed elegante, non stupiva Pierre, giacch� con il passare degli anni ella s'era fatta pi� bella che mai; ma una cosa lo meravigliava: il fatto che in quei due anni sua moglie fosse riuscita a crearsi la fama "d'une femme charmante, aussi spirituelle que belle" [16. di donna incantevole, spiritosa e intelligente quanto bella]. Il celebre "prince de Ligne" (17) le scriveva lettere di otto pagine. Bilibin teneva in serbo i suoi motti di spirito per offrire la primizia alla contessa Bezuchov. Essere ricevuti nel salotto della contessa Bezuchov era considerato un attestato di intelligenza; i giovani, prima di andare ai ricevimenti di Elen, leggevano dei libri per procurarsi argomenti di conversazione; i segretari d'ambasciata e persino gli ambasciatori le confidavano segreti diplomatici, cosicch� ella aveva, in certe questioni, un'autorit� indiscussa. Pierre che sapeva quanto essa fosse stupida, con uno strano senso di stupore e insieme di paura, assisteva talvolta ai ricevimenti e ai pranzi della moglie, durante i quali si parlava di politica, di poesia e di problemi filosofici. A quelle serate egli provava un qualcosa di simile a ci� che deve provare un prestigiatore che teme a ogni istante di vedere scoperte le sue sofisticazioni. Ma sia perch� per dirigere un salotto come quello era indispensabile appunto la stupidit�, sia perch� gli stessi ingannati trovavano piacere nell'inganno, la mistificazione non veniva scoperta e la fama "d'une femme charmante et spirituelle" che Elen Vass�levna Bez�chova si era acquistata si affermava sempre di pi�, tanto che essa poteva dire le cose pi� volgari e pi� stupide con la certezza che tutti sarebbero andati in estasi a ogni sua parola, e avrebbero trovato un significato profondo che ella stessa non sospettava neppure. Pierre era precisamente il marito che ci voleva per quella brillante donna di mondo. Egli era quell'originale distratto, quel marito "grand seigneur" che non disturbava nessuno e che, non solo non rovinava l'impressione generale del tono elevato di quel salotto, ma per il contrasto che faceva con il tatto e la raffinatezza della moglie, le serviva da sfondo vantaggioso. Pierre, a causa delle sue continue occupazioni concentrate in quei due anni su interessi non materiali, a causa del sincero disprezzo che nutriva per tutto il resto, aveva imparato nella societ� frequentata dalla moglie, societ� che non aveva per lui alcuna attrazione, quel tono di indifferenza, di noncuranza e di benevolenza verso tutti, che non si acquista con l'arte e che pertanto ispira un involontario rispetto. Entrava nel salotto della moglie come in un teatro, conosceva tutti, era ugualmente contento della presenza di tutti, e provava verso tutti la medesima indifferenza. Talvolta prendeva parte a una conversazione che lo interessava e allora, senza curarsi se "les messieurs de l'ambassade" [18. i signori dell'ambasciata] fossero presenti o no, esprimeva balbettando le proprie idee, le quali a volte erano assolutamente inopportune nell'atmosfera del momento. Ma l'opinione comune su quell'originale marito "de la femme la plus distingu�e de P�tersbourg" [19. della donna pi� distinta di Pietroburgo] si era talmente consolidata che nessuno prendeva "au s�rieux" [20. sul serio] le sue uscite. Fra i molti giovani che frequentavano quotidianamente la casa di Elen, Bor�s Drubetzk�j, che aveva gi� fatto notevolissimi progressi nella carriera militare, dopo il ritorno della contessa da Erfurt, era l'ospite pi� intimo di casa Bezuchov. Elen lo chiamava "mon page" [21. il mio paggio] e si comportava con lui come con un bambino. Il sorriso che gli rivolgeva era identico a quello che rivolgeva a tutti gli altri, ma a Pierre riusciva talvolta sgradito. Bor�s trattava Pierre con un rispetto particolare, dignitoso e triste, e anche quella sfumatura di rispetto cagionava a Pierre una vaga inquietudine. Egli aveva tanto sofferto, tre anni addietro, per l'offesa subita da parte della moglie, che ora si assicurava dalla possibilit� di un'altra offesa del genere, in primo luogo con il non essere il marito di sua moglie, e in secondo luogo con il non permettersi di concepire sospetti su di lei. �No, adesso che � diventata "bas bleu" [22. un'intellettuale]�, diceva a se stesso, �ha rinunziato per sempre ai piaceri di una volta. Non si � mai dato il caso che una "bas bleu" abbia una passione di cuore�. Si ripeteva quella regola, attinta chiss� di dove e alla quale, senza dubbio, credeva. Ma, cosa strana, la presenza di Bor�s nel salotto di Elen, presenza quasi continua, agiva su di lui fisicamente: gli paralizzava le membra e rendeva impacciati e irresoluti i suoi movimenti. �Questa antipatia � strana�, si diceva Pierre; �e pensare che una volta quel giovane mi era tanto simpatico!�. Agli occhi del gran mondo Pierre era un gran signore, il marito un po' cieco e ridicolo di una donna famosa, un originale intelligente che non faceva nulla, ma non nuoceva a nessuno, un bravo e simpatico ragazzo. E intanto nella sua anima si svolgeva un lavorio di sviluppo interiore, complesso e faticoso che, rivelandogli molte cose, lo condusse a numerosi dubbi e a molte gioie spirituali. CAPITOLO 10. Pierre continuava il suo diario, ed ecco che cosa vi scriveva in quel tempo: �24 novembre �Mi sono alzato alle otto, ho letto la Sacra Scrittura e poi mi sono recato all'ufficio (per consiglio del suo benefattore, Pierre aveva accettato una carica in una delle commissioni); sono tornato per l'ora del pranzo che ho consumato da solo, poich� la contessa aveva molti invitati a me antipatici e, dopo aver mangiato e bevuto frugalmente, ho trascritto alcuni documenti per i fratelli. La sera sono sceso dalla contessa e ho raccontato una buffa storia sul conto di B. e mi sono ricordato che non dovevo farlo quando gi� tutti ridevano rumorosamente. �Vado a letto in condizione di spirito serena e lieta. Gran Dio, aiutami a camminare sulle tue orme: 1) a vincere la collera con la dolcezza e la sopportazione, 2) la lussuria con l'astinenza e il disgusto, 3) ad allontanarmi dalla vanit� e a non staccarmi: a) dagli affari di stato inerenti al mio impiego; b) dalle cure della famiglia; c) dai rapporti dell'amicizia e d) dalle occupazioni di carattere economico�. �27 novembre �Mi sono alzato tardi. Dopo essermi svegliato, sono rimasto ancora a lungo a letto, abbandonandomi alla pigrizia. Mio Dio! Aiutami e dammi la forza di poter camminare sulla Tua strada. Ho letto la Sacra Scrittura, ma senza il dovuto raccoglimento. E' poi venuto da me il confratello Urussov e insieme abbiamo conversato sulla vanit� del mondo. Mi ha parlato dei nuovi progetti dell'imperatore. Dapprima li ho criticati, ma ho ricordato i precetti e le parole del nostro benefattore, secondo i quali il vero massone deve essere un attivo agente dello stato, quando si esige la sua partecipazione e deve contemplare con spirito sereno le cose alle quali non � chiamato. La mia lingua � la mia nemica. Ho avuto la visita dei confratelli G. V. e O., con i quali abbiamo discusso sull'ammissione di un nuovo confratello. Essi mi impongono la carica di retore per la quale io mi sento debole e indegno. Poi il discorso � caduto sul significato delle sette colonne e dei gradini del Tempio: sette discipline, sette virt�, sette vizi, sette doni dello Spirito Santo. Il confratello O. � stato molto eloquente. La sera hanno avuto luogo alcune iniziazioni. Il nuovo arredamento della Loggia ha contribuito molto alla magnificenza della cerimonia. E' stato ammesso Bor�s Drubetzk�j. Io lo avevo proposto, e io sono stato il suo retore. Un sentimento strano mi ha turbato per tutto il tempo che passai con lui nella buia camera delle iniziazioni. Scoprii in me un sentimento di odio verso quell'uomo, sentimento che mi sforzo invano di vincere. Proprio per questo desidererei sinceramente di salvarlo dal male e di condurlo sulla strada della verit�, ma i cattivi pensieri sul suo conto non mi hanno lasciato. Pensavo che lo scopo per cui era entrato nella massoneria fosse costituito solo dal desiderio di avvicinarsi a certi personaggi e di acquistare il loro favore. Oltre al fatto che pi� di una volta si era informato se N. e S. facessero parte della nostra Loggia (al che io non potevo rispondere) oltre a questo, dico, egli, in base ad alcune mie osservazioni, non � incline a nutrire venerazione per il nostro sacro Ordine ed � troppo preso e soddisfatto della sua persona fisica per desiderare realmente di migliorare il suo io spirituale; io, pur non avendo motivo di dubitare di lui, sentivo che non era sincero e per tutto il tempo che sono rimasto a tu per tu nella buia camera d'iniziazione, mi pareva che sorridesse con disprezzo alle mie parole, e avrei voluto realmente trafiggerlo con la spada che tenevo puntata sul suo petto nudo. Non riuscivo a essere eloquente e non potevo sinceramente comunicare i miei dubbi ai miei confratelli e al Gran Maestro. O grande Architetto della natura, aiutami a trovare la strada della verit�, che mi conduca fuori dal labirinto della menzogna�. Dopo questo, tre pagine del diario erano bianche e poi era scritto quanto segue: �Ho avuto un lungo e istruttivo colloquio con il fratello V. che mi ha consigliato di affidarmi al fratello A. Molte cose, sebbene io ne sia indegno, mi sono state rivelate. Adon�j � il nome di chi ha creato il mondo. Elo�m � il nome di chi tutto governa. Il terzo nome che non si pu� pronunziare, ha il significato di "Tutto". I colloqui con il fratello V. mi danno forza, mi illuminano e mi sorreggono lungo la via della virt�. Di fronte a lui non c'� pi� posto per il dubbio. Vedo chiaramente la differenza tra il meschino insegnamento delle scienze umane e la nostra santa dottrina che abbraccia ogni cosa. Le scienze umane suddividono tutto per capire e uccidono tutto per vedere. Nella santa scienza dell'Ordine tutto � unit�, tutto si conosce nella sua totalit� vitale. La Trinit� rappresenta i tre princ�pi delle cose: zolfo, mercurio e sale. Lo zolfo ha le propriet� dell'olio e del fuoco; in unione con il sale, per effetto del suo calore, ne suscita la forza di attrazione per mezzo della quale attira il mercurio, se ne impadronisce, lo trattiene e insieme con esso d� forma a diversi corpi. Il mercurio � una sostanza spirituale, liquida e volatilizzabile - Cristo, lo Spirito Santo, Lui!�. �3 dicembre �Mi sono svegliato tardi, ho letto la Sacra Scrittura, ma sono rimasto insensibile. Poi sono uscito dalla mia camera e ho passeggiato per la sala. Volevo meditare, ma rievocavo invece, mio malgrado, un avvenimento accaduto quattro anni addietro. Il signor D�lochov, incontrandosi con me a Mosca dopo il duello, mi disse che sperava che io godessi ora di una perfetta tranquillit� spirituale, nonostante l'assenza di mia moglie. Io non risposi. Mi ricordo ora di tutti i particolari di quell'incontro e dentro l'anima mia, senza aprir bocca, gli ho detto le pi� cattive parole e gli ho dato le risposte pi� acri. Poi mi sono ripreso e ho abbandonato questo pensiero soltanto quando mi sono sentito preso da un impeto di collera; ma non me ne sono pentito abbastanza. Pi� tardi � venuto da me Bor�s Drubetzk�j e si � messo a raccontarmi certe sue avventure; io sin dal suo apparire, ho subito provato un senso di fastidio per quella visita e gli ho detto delle frasi cattive. Egli mi ha risposto. Allora mi sono irritato e l'ho investito con una quantit� di parole insolenti, persino volgari. Bor�s non mi ha risposto, e io sono tornato padrone di me soltanto quando era ormai gi� troppo tardi. Mio Dio, io non so assolutamente come comportarmi verso di lui. E la causa di tutto � il mio amor proprio. Io mi considero superiore a lui e perci� divento peggiore di lui, perch� egli � indulgente verso le mie volgarit�, mentre io, al contrario, provo nei suoi confronti soltanto disprezzo. Mio Dio, fa' che in sua presenza io mi renda meglio conto della mia bassezza e mi comporti in modo tale da essere utile anche a lui. Dopo pranzo mi sono addormentato e mentre sonnecchiavo ho udito chiaramente una voce che mi diceva all'orecchio: "E' il tuo giorno". �Ho sognato di camminare nel buio e di essere circondato da una muta di cani, ma io proseguivo senza paura; a un tratto un piccolo cane mi afferra con i denti il polpaccio sinistro e non lo lascia pi�. Ho cercato di strangolarlo con le mani. L'ho appena allontanato da me che un altro, pi� grande, mi addenta. Tento di sollevarlo, ma quanto pi� lo sollevo tanto pi� esso diventa grosso e pesante. A un tratto, ecco giungere il fratello A. che, presomi sottobraccio, mi conduceva con s� verso un edificio per entrare nel quale occorreva passar sopra una stretta tavola di legno. Vi posi sopra il piede: la tavola si pieg� e cadde, e io presi ad arrampicarmi su uno steccato che riuscivo a fatica a raggiungere con le mani. Dopo enormi sforzi, ho tirato su il mio corpo in modo che le gambe penzolavano da una parte e il corpo dall'altra. Mi sono voltato e ho visto il fratello A. che, ritto sullo steccato, mi indicava un ampio viale e un giardino nel quale sorgeva un grande, bellissimo edificio. Mi sono svegliato. Signore, grande Architetto della natura, aiutami ad allontanare da me i cani, le mie passioni, e l'ultima di esse, che concentra in s� la forza di tutte quelle di un tempo, e aiutami a entrare in quel tempio della virt�, la cui visione ho raggiunto in sogno�. �7 dicembre �Ho sognato che Jussif Aleks�evic' si trovava nella mia casa, io ne ero felicissimo e desideravo accoglierlo degnamente. Mi pareva di discorrere senza posa con degli estranei e, a un tratto, mi � venuto in mente che questo potesse non piacergli e volevo avvicinarmi a lui per abbracciarlo. Ma non appena mi sono accostato, ho visto il suo viso trasfigurarsi e diventare pi� giovane; egli mi dice a voce bassa qualcosa sulla dottrina dell'Ordine, a voce cos� bassa che non riesco a sentirlo. Poi, nel sogno, siamo usciti tutti dalla stanza e allora � accaduto qualcosa di incomprensibile. Eravamo seduti o sdraiati sul pavimento. Egli mi diceva qualcosa. Io desideravo dimostrargli la mia sensibilit� e, senza badare ai suoi discorsi, ho cominciato a immaginare lo stato della mia personalit� spirituale di uomo, illuminato dalla grazia di Dio. Ma avevo le lacrime agli occhi ed ero contento che egli lo avesse notato, ma egli mi ha guardato con stizza ed � balzato in piedi troncando il suo discorso. Rimasi male, e gli chiesi se ci� che aveva detto si riferisse a me; egli non mi rispose, ma mi diede uno sguardo affettuoso, e poi, tutto a un tratto, ci siamo ritrovati nella mia camera dove c'� un letto a due piazze. Egli si coric� sulla sponda del letto, e io ero come spinto dal desiderio di accarezzarlo e di sdraiarmi accanto a lui. Mi pareva che mi dicesse: "Ditemi la verit�, qual � la vostra pi� grande passione? La conoscete? Io credo che gi� la conosciate". Turbato da quelle domande, gli rispondevo che la mia pi� grande passione era la pigrizia. Ed egli scosse incredulo il capo. Io, sempre pi� turbato, gli risposi che, sebbene per suo consiglio vivessi con mia moglie, non vivevo tuttavia con lei da marito. A queste parole obiett� che non dovevo privare mia moglie delle mie carezze e mi fece intendere che quello era un mio preciso dovere. Ma io ribattei che mi vergognavo e, a un tratto, tutto scomparve. Mi sono svegliato e nei miei pensieri ho ritrovato il passo delle Sacre Scritture: "In lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini. E la luce riluce nelle tenebre e le tenebre non l'hanno compresa" (23). Il viso di Jussif Aleks�evic' era giovanile e luminoso. Quel giorno ho ricevuto una lettera dal mio benefattore, in cui mi scriveva dei doveri della vita coniugale�. �9 dicembre �Ho fatto un sogno dal quale mi sono destato con il cuore in tumulto. Ho sognato di essere a Mosca, nella mia casa, nelle grandi sale dei divani, ed ecco che vedo uscire dal salotto Jussif Aleks�evic'. Mi resi subito conto che in lui il processo della rinascita era totalmente compiuto e mi precipitai a corrergli incontro. Mi pareva, in sogno, di baciargli il volto e le mani, ed egli mi diceva: "Ti sei accorto che il mio viso � diverso?". Lo fissai, continuando a tenerlo tra le mie braccia, e mi parve che il suo viso fosse giovane, che la sua testa fosse calva e i suoi lineamenti completamente cambiati. Mi pareva di dirgli: "Vi avrei riconosciuto se vi avessi incontrato per caso", e frattanto pensavo: "Gli ho detto la verit�?". Tutto a un tratto vedo che egli giace come un corpo morto; poi a poco a poco si riprende ed entra con me nello studio, tenendo tra le mani un grosso libro di pergamena alessandrina, vergato a mano. Gli dicevo: "Questo l'ho scritto io". Ed egli mi rispondeva con un cenno affermativo del capo. Ho aperto il libro, su ogni pagina del quale vi erano stupendi disegni. Mi pareva di sapere che quelle immagini rappresentavano le avventure dell'anima con il suo Diletto. E mi pareva di vedere, in quelle pagine, la bellissima figura di una fanciulla in vesti di velo, con il corpo trasparente che si levava a volo verso le nubi. E mi pareva di sapere che quella fanciulla non era altro che la raffigurazione del Cantico dei Cantici. Guardando quei disegni mi rendevo conto di far male, ma di non sapermi distogliere dal contemplarli. "Signore, aiutami! Dio mio, se questo abbandono � opera Tua, sia fatta la tua volont�; ma se io ne sono stato la causa, insegnami Tu che cosa devo fare. Io mi perder� a causa della mia depravazione, se Tu mi abbandonerai!"�. CAPITOLO 11. Gli affari di Rost�v durante quei due anni che la famiglia aveva trascorsi in campagna, non erano per nulla migliorati. Quantunque Nikol�j Rost�v continuasse, con fermo proposito, a prestar servizio in un reggimento non brillante spendendo relativamente poco denaro, l'andamento di vita a Otr�dnoe e l'amministrazione tenuta da M�tenka, facevano s� che i debiti erano ogni anno in continuo aumento e la sola risorsa che si offrisse al vecchio consisteva nel riprendere servizio; egli si rec� a Pietroburgo per procurarsi un posto e nello stesso tempo come diceva, per far divertire, per l'ultima volta, le sue ragazze. Poco dopo l'arrivo dei Rost�v a Pietroburgo, Berg domand� la mano di Vera, e la sua domanda venne accolta. Quantunque i Rost�v a Mosca appartenessero, senza nemmeno saperlo, e senza domandarsi di quale ceto sociale facessero parte, all'alta societ�, quando furono a Pietroburgo, il loro ambiente era formato da gente piuttosto mista e non ben definita. A Pietroburgo erano dei provinciali, sino ai quali non s'abbassavano neppure quelle persone che i Rost�v a Mosca ospitavano senza chiedersi a quale ceto sociale appartenessero. Ospitali a Pietroburgo, come a Mosca, si potevano incontrare alle loro cene le persone pi� diverse: vicini di campagna, vecchi proprietari terrieri non ricchi, con le loro figlie, la damigella d'onore Per�nskaja, Pierre Bezuchov, e il figlio del mastro di posta, impiegato a Pietroburgo. Tra gli uomini, diventarono presto intimi di casa Rost�v: Bor�s, Pierre, che il vecchio conte aveva incontrato per via e portato a casa con s�, e Berg che trascorreva giornate intere da loro e dimostrava verso la maggiore delle contessine, Vera, quella attenzione che pu� dimostrare soltanto un uomo che abbia intenzione di fare una domanda di matrimonio. Non invano Berg mostrava a tutti la sua mano destra ferita nella battaglia di Austerlitz, e sorreggeva con la sinistra la spada, che non gli serviva assolutamente a nulla. Con tanta perseveranza e tanta gravit� narrava quell'episodio, che tutti si erano convinti dell'importanza e dell'utilit� del suo gesto. Del resto, proprio per Austerlitz, Berg aveva avuto ben due ricompense al valore. Anche nella guerra di Finlandia (24) egli era riuscito a distinguersi. Aveva raccolto la scheggia di una granata che aveva ucciso un aiutante di campo a fianco del generalissimo e l'aveva portata al suo comandante. Aveva raccontato anche questo fatto, come gi� l'episodio di Austerlitz, a tutti, con tanta foga e tanta insistenza, che di nuovo tutti erano convinti che bisognava assolutamente fare ci� che egli aveva fatto e anche per la guerra di Finlandia Berg era stato insignito di due ricompense. Nel 1809 era capitano della Guardia, con parecchie decorazioni al valore, e occupava a Pietroburgo posti particolarmente vantaggiosi. Sebbene qualcuno, piuttosto scettico, sorridesse quando gli si parlava dei meriti di Berg, non si poteva negare che egli fosse un ufficiale zelante e coraggioso, tenuto in gran conto dai superiori, e un giovane irreprensibile che aveva avanti a s� una brillante carriera e che godeva di una solida posizione nella buona societ�. Quattro anni prima, essendosi incontrato nella platea di un teatro di Mosca con un amico tedesco, Berg gli aveva indicato Vera Rost�v e, in tedesco, aveva detto: �Das soll mein Weib werden " [25. �Quella sar� mia moglie�]; da quel momento aveva deciso di sposarla. Adesso, a Pietroburgo, dopo aver considerato la condizione dei Rost�v e la propria, aveva concluso che fosse giunto il momento giusto e fece la sua dichiarazione. Sulle prime la domanda fu accolta con uno stupore poco lusinghiero per lui. Era sembrato strano che il figlio di un oscuro, piccolo nobile di Livonia chiedesse la mano di una contessa Rostova; ma la qualit� dominante del carattere di Berg era un egoismo tanto ingenuo e bonario che i Rost�v finirono con il pensare, loro malgrado, che il partito fosse buono e, data la ferma convinzione di lui, non solo buono, ma addirittura ottimo. Inoltre gli affari dei Rost�v erano molto dissestati, cosa che il pretendente doveva certo sapere; e poi, soprattutto, Vera aveva ventiquattro anni, aveva frequentato molta gente e, quantunque fosse indiscutibilmente bella e virtuosa, nessuno ancora aveva chiesto di sposarla. Il consenso, dunque, fu accordato. - Ecco, vedete, - diceva Berg a un suo compagno che definiva amico soltanto perch� sapeva che tutti hanno degli amici - ecco, vedete, io ho calcolato ogni cosa e non prenderei moglie se non avessi riflettuto a tutto e se non ritenessi questo passo vantaggioso. Ma ora i miei genitori sono in condizioni finanziarie abbastanza buone, ho combinato per loro un'affittanza di terre nella regione del Baltico, e io posso vivere a Pietroburgo: con il mio stipendio, la sostanza di lei e la mia precisione e oculatezza, me la caver� benissimo. Non mi sposo per il denaro, giacch� ritengo che questa sia un'azione poco nobile, ma bisogna che la moglie collabori con il marito e che ciascuno metta la propria parte. Io ho la mia carriera, lei ha le sue relazioni e qualche modesta rendita. E in questi tempi ci� vuol pur dire qualche cosa, non � vero? E quello che pi� importa, Vera Rostova � una ragazza bellissima, onorata e mi ama... - Berg nel dir questo arross� e sorrise. - E anch'io l'amo perch� � assennata e molto buona. Sua sorella, al contrario, pur appartenendo alla stessa famiglia, � completamente diversa, ha un carattere poco simpatico, non � neanche molto intelligente; insomma... non mi va troppo... La mia fidanzata, invece... Ecco, verrete da noi... - e voleva dire: �a desinare�, ma riflett� un momento e disse �a prendere il t�� e, volgendo rapidamente in bocca la lingua, cacci� fuori un cerchietto di fumo che simboleggiava in pieno il suo sogno di felicit�. Dopo la prima impressione di stupore, suscitata nei genitori dalla domanda di Berg, subentr� in famiglia la festosa, consueta gioia, abituale in simili casi, ma si trattava di una gioia superficiale e fittizia. I genitori della giovane contessa avvertivano un senso di imbarazzo e di vergogna, come se provassero il rimorso di aver amato cos� poco Vera da sbarazzarsene ora cos� volentieri. Pi� di tutti era turbato il vecchio conte. Egli, probabilmente, non avrebbe saputo dire la causa del suo imbarazzo, che in realt� derivava dalle precarie condizioni finanziarie. Il conte ignorava nel modo pi� assoluto che cosa possedesse, a quanto ammontassero i suoi debiti e che cosa avrebbe potuto dare in dote a Vera. Quando erano nate le sue figliuole, era stata assegnata a ciascuna una propriet� con trecento anime; ma una di quelle propriet� era stata venduta, l'altra si trovava cos� gravata di ipoteche che la si doveva vendere, perci� dare in dote una tenuta non era possibile. E il denaro liquido mancava completamente. Berg era ormai fidanzato da pi� di un mese, mancava soltanto una settimana alle nozze, e il conte non aveva ancora risolto nulla relativamente alla questione della dote e non ne aveva neppure parlato con la moglie. Ora pensava di assegnare a Vera la tenuta di Rjaz�n, ora meditava di vendere un bosco, ora di prendere denaro a prestito firmando delle cambiali. Pochi giorni prima delle nozze, Berg entr� una mattina nello studio del conte e con un affabile sorriso domand� rispettosamente al futuro suocero di essere informato sulla dote della contessina Vera. Il conte rimase talmente turbato a quella domanda, attesa e temuta da tanto tempo, che senza riflettere rispose la prima cosa che gli pass� per la mente. - Mi fa piacere, s�, mi fa piacere che tu ti preoccupi di questa questione: sarai contento... E, dopo aver battuto una mano sulla spalla di Berg, si alz�, desideroso di troncare il discorso sull'argomento. Ma Berg, sempre con lo stesso affabile sorriso sulle labbra, gli dichiar� che se non avesse saputo con certezza ci� che Vera avrebbe avuto di dote e non avesse avuto in anticipo almeno una parte di ci� che era destinato alla fanciulla, egli sarebbe stato costretto a ritirarsi. - Perch�, giudicate voi stesso, conte: se mi permettessi ora di prender moglie senza essere certo di avere i mezzi necessari per mantenerla, commetterei una bassezza... Il colloquio si concluse cos�, che il conte, volendo dimostrarsi generoso, e non desiderando subire nuove domande, disse che gli avrebbe rilasciato una cambiale di ottantamila rubli. Berg sorrise con dolcezza, baci� il conte sulla spalla e dichiar� che gli era molto riconoscente, ma che non poteva assolutamente iniziare la sua nuova vita senza disporre di trentamila rubli in contanti. - Almeno ventimila, conte, - aggiunse - e la cambiale sar� solo di sessantamila. - S�, s�, sta bene... - rispose in fretta il conte. - Soltanto, scusami, caro, ma mi permetterai di darti i ventimila rubli in contanti e di rilasciarti ugualmente una cambiale di ottantamila. E adesso dammi un bacio. CAPITOLO 12. Nel 1809 Natascia aveva sedici anni, e il 1809 era proprio l'anno che la fanciulla aveva fissato come termine, quattro anni prima, contando sulle dita, dopo il primo bacio scambiato con Bor�s. Da allora non lo aveva pi� rivisto. In presenza di S�nja e della madre, quando il discorso cadeva su di lui, ella soleva dire con disinvoltura e con tranquillit�, come di cosa decisa, che quello che era avvenuto quattro anni prima era una fanciullaggine della quale non era neppure il caso di parlare e che era ormai dimenticata da un pezzo. Ma in fondo al suo cuore la fanciulla si domandava se l'impegno con Bor�s fosse soltanto uno scherzo o una promessa seria che la legava a lui. E questa domanda la tormentava. Bor�s, da quando era partito da Mosca, nel 1805, per raggiungere l'esercito, non aveva pi� riveduto i Rost�v. Era stato a Mosca diverse volte, era passato non lontano da Otr�dnoe, ma non era mai andato a trovarli. Natascia pensava talvolta che egli non volesse vederla, e questa sua supposizione era confermata dal tono triste con cui le persone grandi parlavano di lui. - Al giorno d'oggi si dimenticano i vecchi amici! - diceva la contessa, quando qualcuno accennava a Bor�s. Anna Mich�jlovna, che negli ultimi tempi frequentava meno i Rost�v, si comportava in modo stranamente dignitoso e ogni volta parlava con entusiasmo e riconoscenza dei meriti di suo figlio e della brillante carriera che stava percorrendo. Quando i Rost�v si stabilirono a Pietroburgo, Bor�s and� a trovarli. Si rec� in casa loro non senza un certo turbamento. Il ricordo di Natascia era il pi� poetico tra tutti i ricordi della sua vita; nondimeno si recava dai Rost�v con la ferma intenzione di fare intendere chiaramente alla fanciulla e ai suoi genitori che i rapporti d'infanzia tra lui e Natascia non potevano costituire un impegno n� per lei n� per lui. Egli aveva ora una brillante posizione in societ�, grazie all'intimit� con la contessa Bez�chova e godeva di un'altrettanto brillante posizione nell'esercito, grazie alla protezione di un personaggio altolocato di cui si era pienamente acquistata la fiducia, e gi� vagheggiava un progetto di matrimonio con una delle pi� ricche fanciulle della citt�, progetto facilmente realizzabile. Allorch� Bor�s entr� nel salotto dei Rost�v, Natascia si trovava in camera sua. Informata dell'arrivo del giovane, essa, con il viso soffuso di rossore, entr� quasi di corsa nel salotto, sorridendo affettuosamente. Bor�s ricordava la Natascia in gonnella corta, con gli occhi neri e lucenti sotto i riccioli scomposti, infantilmente gaia e ridente che egli aveva conosciuto quattro anni addietro e perci�, quando entr� nel salotto una Natascia del tutto diversa, egli si sent� imbarazzato, e la sua faccia espresse un'estatica meraviglia; una simile espressione rallegr� molto Natascia. - Be', riconosci ancora la tua piccola amica? - chiese la contessa. Bor�s baci� la mano a Natascia e si meravigli� del mutamento avvenuto in lei. - Come vi siete fatta bella! �E come!� risposero gli occhi ridenti della fanciulla. - E pap�, vi sembra invecchiato? - domand�, e si sedette, senza prendere parte alla conversazione tra Bor�s e la contessa, osservando sino ai minimi particolari il fidanzato dell'infanzia. Egli sentiva su di s� il peso affettuoso e ostinato di quello sguardo e, di tanto in tanto, lanciava un'occhiata alla fanciulla. La divisa, gli speroni, la cravatta, la pettinatura di Bor�s erano all'ultima moda e "comme il faut" [26. come si conviene]. Natascia lo not� subito. Egli sedeva un po' di fianco in una poltrona, accanto alla contessa, e con la destra si lisciava macchinalmente il guanto della mano sinistra, attillato e candido, e parlava stringendo le labbra, in modo particolare e raffinato, dei divertimenti dell'alta societ� pietroburghese, e in tono leggermente ironico rievocava il passato e gli amici di Mosca. Natascia avvert� che non a caso egli accenn�, facendo i nomi delle persone dell'alta aristocrazia, al ballo di un ambasciatore e agli inviti ricevuti da N. N. e da S. S. La fanciulla, continuando a restar seduta in silenzio, non cessava di guardare Bor�s di sottecchi. E quello sguardo cagionava al giovane ufficiale un turbamento e una inquietudine sempre pi� crescenti. Egli si volgeva pi� spesso verso Natascia e si interrompeva nel racconto. Non si trattenne pi� di dieci minuti, si alz� e si accomiat�, mentre gli occhi curiosi, provocanti e un po' beffardi della fanciulla, rimanevano fissi su di lui. Dopo quella prima visita, Bor�s si disse che Natascia aveva per lui la stessa attrattiva di un tempo, ma che non gli conveniva abbandonarsi a quel sentimento perch� un matrimonio con lei - una ragazza quasi senza dote - sarebbe stato un danno per la sua carriera e che, d'altra parte, il rinnovare l'antica relazione senza avere per scopo il matrimonio sarebbe stato un atto disonesto. Bor�s decise di evitare gli incontri con Natascia ma, nonostante tale decisione, dopo qualche giorno torn� dai Rost�v, a poco a poco cominci� a recarvisi spesso, e le sue visite durarono talora intere giornate. Immaginava che una spiegazione con Natascia fosse indispensabile; sentiva il dovere di dirle che il passato doveva essere dimenticato e che, malgrado tutto, ella non poteva diventare sua moglie giacch� egli era privo di mezzi e non gliel'avrebbero mai concessa. Ma non riusciva a trovare il momento opportuno per iniziare quella spiegazione, e ogni giorno si invischiava sempre di pi�. Natascia, stando alle osservazioni di sua madre e di S�nja, pareva sempre innamorata di Bor�s. Gli cantava le romanze preferite, gli mostrava il suo album, e l'obbligava a scrivervi qualche pensiero, non gli permetteva di parlare del passato, come per fargli intendere quanto fosse bello il presente. E ogni giorno egli se ne andava come avvolto in una nebbia, senza aver detto ci� che aveva intenzione di dire, senza sapere neppure che cosa avesse fatto, perch� fosse venuto n� come tutto ci� si sarebbe risolto. Bor�s aveva cessato di frequentare il salotto di Elen, ogni giorno riceveva da lei biglietti pieni di rimproveri, e tuttavia passava le giornate intere in casa Rost�v. CAPITOLO 13. Una sera, mentre la vecchia contessa, sospirando e tossicchiando, gi� in tenuta da notte, senza riccioli finti, con un'unica ciocca di capelli bianchi che spuntavano di sotto la cuffietta candida, stava facendo sul tappetino le profonde genuflessioni delle preghiere serali, ud� stridere l'uscio alle sue spalle e vide precipitarsi nella stanza Natascia, con le pantofole nei piedi nudi, i bigodini nei capelli, vestita anch'essa per la notte. La contessa si volt� aggrottando il viso. Stava recitando la sua ultima preghiera: �Se questo letto dovesse essere la mia tomba...�. L'irruzione di Natascia aveva troncato la sua disposizione alla preghiera. La fanciulla, rossa in viso e agitata, al vedere sua madre in atto di pregare, si ferm� di colpo, si rannicchi�, e involontariamente cacci� fuori la lingua, facendo a se stessa un cenno minaccioso. Vedendo poi che la madre continuava le orazioni, corse in punta di piedi sino al letto, lasci� cadere rapida le pantofole strisciando un piede contro l'altro e salt� su quella coltre che la contessa temeva potesse essere la sua coltre funebre. Era un alto letto di piume con cinque morbidi guanciali che diventavano sempre pi� piccoli. Natascia vi salt� sopra, sprofond� in tutta quella morbidezza, si spost� verso la parete e cominci� a muoversi sotto le coperte, distendendosi, sollevando le ginocchia fino al mento, scalciando e ridendo in maniera appena appena udibile, ora coprendosi la testa, ora guardando la madre. La contessa, finita la preghiera, si avvicin� al letto con aria severa; ma vedendo che Natascia si era nascosta sotto le coperte, sorrise del suo bonario, debole sorriso. - Su, su, su... - disse. - Mamma, posso parlarti un poco? - chiese Natascia. - Una volta ancora, a cuore aperto, e poi basta. - E, gettate le braccia al collo della contessa, la baci� sotto il mento. Nei suoi rapporti con la madre, Natascia usava modi apparentemente bruschi, ma era cos� abile e delicata che, in qualunque modo l'abbracciasse, lo faceva sempre senza cagionarle n� dolore, n� fastidio, n� disagio. - Sentiamo: di che cosa si tratta questa sera? - chiese la madre, appoggiandosi ai guanciali e aspettando che Natascia, fatte altre due giravolte su se stessa, si stendesse accanto a lei sotto la stessa coperta e ne avesse tratto fuori le braccia, assumendo un'espressione seria. Quelle visite notturne di Natascia, che avvenivano prima del ritorno del conte dal circolo, erano uno dei prediletti piaceri tanto della madre quanto della figlia. - Di che si tratta, dunque? Anch'io ti devo parlare... Natascia pose la mano sulla bocca della madre. - Di Bor�s... lo so - disse in tono serio. - Sono venuta per questo. Non parlate, lo so da me. No, parlate, invece. - E tolse la mano. - Ditemi, mamma, non � simpatico? - Natascia, tu hai ormai sedici anni e alla tua et� io ero gi� sposata. Dici che Bor�s � simpatico. S�, � molto simpatico, e gli voglio bene come a un figliuolo. Ma tu che vuoi? Che cosa pensi di fare? Gli hai fatto girar la testa, questo lo vedo... Cos� parlando, la contessa guard� la figlia. Natascia era distesa nel letto, immobile, e guardava fissamente davanti a s� verso una delle sfingi di mogano intagliate agli angoli del letto, cosicch� la contessa vedeva soltanto di profilo il viso della figlia. Quel viso la colp� per la sua espressione seria e concentrata. Natascia ascoltava e rifletteva. - Ebbene? - disse. - Tu gli hai fatto girare la testa, e a che scopo? Che cosa vuoi da lui? Lo sai bene che non lo puoi sposare. - Perch�? - domand� Natascia, senza mutare posizione. - Perch� � giovane, perch� � povero, perch� � nostro parente e perch�... tu stessa non lo ami. - E come lo sapete? - Lo so. E non � bene, cara. - E se io volessi? - Smettila di dire sciocchezze - osserv� la contessa. - E se volessi... - Natascia, bada che io parlo seriamente. Natascia non lasci� che la madre continuasse, prese la lunga mano di lei, gliela baci� prima sul dorso, poi sulla palma, poi la rigir� e baci� successivamente le dite, sulle falangi, sussurrando infantilmente: �Gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio...�. - Parlate, mamma, perch� tacete, adesso? Parlate - disse voltandosi verso la madre che con occhio affettuoso osservava la figlia e che in quella contemplazione sembrava aver dimenticato tutto ci� che voleva dire. - E' una cosa che non va, anima mia. Non tutti possono capire l'amicizia che esiste tra te e Bor�s sin dall'infanzia, e il vedere tanta intimit� tra voi due pu� danneggiarti agli occhi degli altri giovani che frequentano la nostra casa ma, soprattutto, lo fai inutilmente soffrire. Forse egli aveva gi� trovato un buon partito e ora tu gli fai perdere la testa. - Perdere la testa... - ripet� Natascia. - Ti dir� quello che accadde a me... Io avevo un cugino... - Lo so, Kir�ll Matveic', ma � vecchio, no? - Non � stato sempre vecchio. Senti, Natascia, parler� io a Bor�s. Egli non deve pi� venir da noi cos� spesso... - E perch�, se gli fa piacere venire? - Perch� so che non si potr� arrivare a una conclusione. - Come lo sapete? No, mamma, non ditegli nulla. Ma che sciocchezza! - esclam� Natascia, con il tono di una persona alla quale si voglia portar via ci� che le appartiene. - Sia pure: non lo sposer�, ma lasciate che continui a venire qui se questo gli fa piacere e fa piacere anche a me. - Natascia guard� sua madre e sorrise. - Non lo sposer� ma... cos�... - ripet�. - Cos� come, cara? - S�, cos�. Cosa importa se non mi sposo; ma... cos�... - Cos�, cos�... - ripet� la contessa e, sobbalzando con tutto il corpo, scoppi� in un'improvvisa, bonaria risata da vecchia. - Smettetela di ridere, basta! - esclam� Natascia. - Fate tremare il letto. Mi assomigliate terribilmente, siete sempre pronta a ridere... Aspettate... - Afferr� tutt'e due le mani della contessa, su di una baci� la nocca �giugno� e poi continu� a baciare �luglio e agosto� sull'altra mano. - Mamma, ma lui � tanto innamorato? Che ve ne pare? Anche di voi si innamoravano cos�? E' molto, molto simpatico, vero? Per� non � del tutto di mio gusto. E' stretto, stretto... come la pendola della sala da pranzo! Non mi capite? Stretto, sapete, e grigio chiaro... - Ma che cosa vai dicendo? - domand� la contessa. Natascia prosegu�. - Possibile che non mi comprendiate? Nik�linka capirebbe! Bezuchov, invece, � turchino, turchino scuro, con del rosso... E poi, � quadrato. - Anche con quello tu civetti - osserv� la contessa ridendo. - No, ho saputo che � massone... E' simpatico, turchino scuro, con del rosso... Come posso spiegarmi? - Contessinuccia, non dormi? - si ud� la voce del conte di l� dall'uscio. Natascia balz� dal letto a piedi nudi, prese in mano le pantofole e scapp� di corsa nella sua camera. Per un bel pezzo non riusc� a prendere sonno. Pensava con insistenza che nessuno poteva comprendere ci� che era in lei e ci� che lei comprendeva. - S�nja? - pens�, guardando la fanciulla che dormiva rannicchiata, e la folta treccia di lei. - Ma no, essa � troppo virtuosa. E' innamorata di Nik�linka e non vuol sapere altro. E la mamma, anche lei, non capisce. E' meraviglioso come sono intelligente... e com'� carina! - prosegu�, parlando di s� in terza persona e immaginando che cos� parlasse di lei un uomo molto intelligente, il pi� intelligente, il migliore degli uomini. - Non le manca nulla - continuava quell'uomo; - ha un'intelligenza straordinaria, � simpatica e poi � bella, molto, molto bella e abile; sa nuotare, va a cavallo magnificamente e ha una voce! Una voce che si pu� definire meravigliosa! Canticchi� la frase musicale che preferiva a tutte, da un'opera di Cherubini (27), si butt� sul letto, ridendo di gioia al pensiero che si sarebbe addormentata subito, e chiam� Dunjascia perch� spegnesse la candela. Dunjascia non era ancora uscita dalla camera che Natascia era gi� passata in un altro mondo, pi� felice di questo, nel mondo dei sogni dove tutto era facile e bello come nella realt�, ma mille volte migliore perch� era diverso. Il giorno dopo la contessa chiam� Bor�s per parlare con lui, e da quel giorno egli cess� di frequentare la casa dei Rost�v. CAPITOLO 14. Il 31 dicembre, alla vigilia del nuovo anno 1810, per il "r�veillon" (28), si svolgeva un ballo in casa di un gran dignitario del tempo di Caterina. Al ballo dovevano essere presenti il corpo diplomatico e il sovrano. Sul lungo Neva degli Inglesi, il famoso palazzo del dignitario splendeva di innumerevoli luci. All'ingresso, ai piedi della scalinata coperta di panno rosso e vivamente illuminata, stava di guardia la polizia, e non soltanto i gendarmi, ma il capo stesso con una diecina di suoi ufficiali. Le carrozze, una dopo l'altra, giungevano e se ne andavano incessantemente, con servitori in livrea rossa e servitori in cappelli piumati. Dalle carrozze scendevano signori in uniforme, con decorazioni e nastri, e dame vestite di raso e di ermellino posavano con cautela il piede sul predellino rumorosamente abbassato e, a passo rapido e silenzioso, avanzavano sul tappeto della scalinata. Al sopraggiungere di ogni equipaggio, un mormorio si levava dalla folla, mentre i cappelli si sollevavano. - L'imperatore? No... un ministro... un principe... un ambasciatore... Non vedi le piume? - si diceva nella folla. Uno degli spettatori, vestito meglio degli altri, che pareva conoscere tutti, andava elencando i nomi dei principali dignitari del tempo. Un terzo degli invitati era gi� giunto al palazzo della festa e in casa dei Rost�v, che dovevano partecipare al ballo, i preparativi continuavano ancora, agitati e frettolosi. A proposito di quel ballo si erano avute, nella famiglia Rost�v, molte discussioni, molta attesa e molta paura che l'invito non giungesse, che gli abiti non fossero pronti o che qualcosa potesse andare di traverso. Insieme con i Rost�v doveva recarsi alla festa M�rija Ign�tevna Per�nskaja, amica e parente della contessa, magra e gialla dama d'onore della vecchia Corte, che avrebbe fatto da guida a quei provinciali Rost�v nell'alta societ� di Pietroburgo. Alle dieci di sera, i Rost�v dovevano passare a prenderla al giardino di Tauride, ma alle dieci meno cinque le signorine non erano ancora pronte. Natascia partecipava per la prima volta a un gran ballo. Quel giorno ella si era alzata alle otto e aveva trascorso tutta la giornata in un'agitazione e in un'attivit� febbrili. Sin dal primo mattino aveva prodigato tutti i suoi sforzi per far s� che lei stessa, sua madre e S�nja fossero abbigliate nel miglior modo possibile, e S�nja e la contessa si erano affidate completamente a lei. La contessa doveva indossare un vestito di velluto cremisi cangiante e le due fanciulle abiti di velo bianco trasparenti su sottovesti rosa e dalla scollatura guernita di rose. I capelli dovevano essere acconciati �alla greca�. Le operazioni essenziali erano state fatte: i piedi, le braccia, il collo, gli orecchi, erano stati lavati, profumati e incipriati con grande cura, come si conviene quando ci si reca a una festa da ballo, le calze traforate di seta erano gi� state infilate e le scarpette di raso bianco ornate di fiocchetti gi� calzate. Le acconciature erano quasi terminate. S�nja aveva finito di vestirsi, la contessa pure, ma Natascia, che si era data da fare per tutte, era in ritardo. Sedeva ancora davanti allo specchio, con un accappatoio gettato sulle magre spalle. S�nja, ormai pronta, era ritta in mezzo alla stanza e premendo con il mignolo sino a farsi male, si appuntava l'ultimo nastro frusciante. - Non cos�, S�nja, non cos�! - esclam� Natascia, volgendo il capo e afferrandosi con le mani i lunghi capelli che la cameriera stava acconciandole e che non fece in tempo a lasciare. - Quel nastro messo a quel modo non sta bene: vieni qui! - S�nja le si avvicin� e si sedette. Natascia glielo annod� in un altro modo. - Scusate, signorina, ma non riesco a far nulla... - osserv� la cameriera, che teneva ancora tra le mani i capelli di Natascia. - Ah, mio Dio, farai dopo! Ecco, S�nja, adesso va bene. - Siete pronte s� o no? - si ud� la voce della contessa. - Sono quasi le dieci. - Subito, subito! E voi, mamma, siete pronta? - Non ho pi� che da appuntarmi il �tocco� sull'acconciatura. - Non fatelo senza di me! - grid� Natascia. - Da sola, non siete capace... - Ma sono gi� le dieci. Si era deciso di arrivare al ballo per le dieci e mezzo, ma Natascia doveva finire di vestirsi e poi si doveva ancora passare al giardino di Tauride. Pettinata che fu, Natascia, in sottanina corta sotto la quale spuntavano le scarpine da ballo e con addosso un giacchettino della madre, corse da S�nja, la esamin� rapidamente e poi and� dalla madre. Facendole voltare la testa in ogni senso, le appunt� il tocco e, dopo averle baciato i capelli grigi, si avvicin� di nuovo alle cameriere che stavano lavorando all'orlo della sua gonna. La gonna era troppo lunga: due delle ragazze erano intente ad accorciarla, cucendo in fretta; una terza, che teneva gli spilli tra i denti e tra le labbra, correva ora dalla contessa, ora da S�nja, mentre una quarta le reggeva, con le braccia alzate, la bianca veste di velo. - Marvuscia, sbrigati, cara! - Volete darmi il ditale, signorina? - Ma siete finalmente pronte? - chiese il conte, entrando. - Ecco dei profumi per voi... La signorina Per�nskaja ci star� gi� aspettando. - Ecco fatto, signorina - disse una cameriera, sollevando con due dita il lembo della veste accorciata; ci soffi� sopra e lo scosse, rivelando con quei gesti come fosse ben conscia della vaporosit� e del candore dell'abito che teneva tra le mani. Natascia cominci� a infilarsi il vestito. - Subito, subito, pap�! Non entrare ancora! - grid� di sotto il velo della gonna che le copriva il viso. S�nja chiuse la porta sbattendola. Ma un minuto dopo fu fatto entrare il conte, in marsina azzurra, calze di seta e scarpine, impomatato e profumato. - Ah, pap�, come sei bello! Una meraviglia! - esclam� Natascia che, ritta in mezzo alla camera, si stava aggiustando le pieghe della veste. - Permettete, signorina, permettete - diceva la cameriera che, in ginocchio, tirava qua e l� la gonna, spostando gli spilli da un angolo all'altro della bocca, con la punta della lingua. - Di' quello che vuoi - grid� con accento di disperazione S�nja; - di' quello che vuoi, ma il tuo abito � ancora troppo lungo. Natascia si allontan� un poco per guardarsi nella specchiera. L'abito era veramente troppo lungo. - Com'� vero Dio, signorina, non � troppo lungo - dichiar� Marvuscia, che si trascinava in ginocchio sul pavimento dietro alla signorina. - Be', se vi pare ancora troppo lungo, lo accorciamo in un minuto - disse risolutamente Dunjascia, togliendosi un ago dal fazzoletto che portava sul petto e accingendosi al lavoro, seduta sul pavimento. In quel momento entr� con timidi passi silenziosi la contessa con l'abito di velluto e il tocco in testa. - Uh, la mia bellezza! - grid� il conte. - La pi� bella di tutte! - Fece per abbracciare la moglie ma quella, tutta rossa, si scost� nel timore che il marito le sgualcisse il vestito. - Mamma, il tocco va messo pi� di sbieco - sugger� Natascia. Ora te lo accomodo io - e si slanci� in avanti, mentre le cameriere che le stavano accorciando la gonna non fecero in tempo a seguirla e lacerarono un lembo di essa. - Mio Dio, cosa � successo! Ma giuro che non � colpa mia! - Non � nulla, lo accomodo subito: nessuno se ne accorger� - diceva Dunjascia. - Oh, che bellezza, oh, la mia regina! - esclam� dalla soglia la vecchia bambinaia. - E S�njuska, pure, siete due bellezze! Finalmente, alle dieci e un quarto, tutta la famiglia sal� in carrozza e part�. Ma bisognava ancora passare dal giardino di Tauride. La Per�nskaja era gi� pronta. Malgrado l'et� e la bruttezza, i preparativi si erano svolti precisamente come dai Rost�v, se pure con minor fretta, dato che per lei era una cosa abituale, ma aveva anch'essa lavato, profumato, incipriato il suo vecchio e brutto corpo e con la stessa cura si era lavata dietro le orecchie; come in casa Rost�v, la vecchia cameriera aveva ammirato con entusiasmo l'abbigliamento della padrona allorch� questa comparve in salotto indossando un vestito giallo, con il corsetto fregiato dal monogramma delle dame di Corte. La Per�nskaja lod� l'abbigliamento delle Rost�v. Queste fecero l'elogio del buon gusto di lei e della sua toeletta e, con molte precauzioni perch� le acconciature e le gonne non si sciupassero, alle undici salirono tutti in carrozza e partirono. CAPITOLO 15. Dalla mattina Natascia non era stata libera un minuto e non aveva neppure avuto il tempo di pensare a ci� che l'attendeva. Nell'aria umida e fredda, nello spazio ristretto e semibuio della carrozza traballante, per la prima volta le si present� alla mente ci� che avrebbe trovato laggi�, nei saloni illuminati, alla festa da ballo: la musica, i fiori, le danze, l'imperatore, tutta la giovent� brillante di Pietroburgo. Ci� che l'attendeva era talmente meraviglioso che non poteva neanche crederci, tanto era in contrasto con l'impressione di freddo, di mancanza di spazio e di buio che provava nella carrozza. Cap� quello che sarebbe stato soltanto quando, dopo essere passata sul rosso tappetto della scalinata, entr� nel vestibolo, si tolse la pelliccia e, a fianco di S�nja, precedendo sua madre, sal� tra i fiori lo scalone sfarzosamente illuminato. Soltanto allora si ricord� come dovesse comportarsi e cerc� d'assumere quell'atteggiamento maestoso che riteneva indispensabile in una ragazza che si rechi a un ballo. Ma, per sua fortuna, gli occhi le rimasero abbagliati: non distingueva pi� nulla chiaramente, il polso le batteva cento volte al minuto, e il sangue le martellava nel cuore. Non le fu dunque possibile assumere quell'aria di sussiego che l'avrebbe resa ridicola, e camminava sentendosi quasi venir meno per l'emozione, facendo grandi sforzi per nascondere il suo turbamento. E questo era proprio il contegno che le si addiceva meglio di ogni altro. Davanti e dietro ai Rost�v, conversando sottovoce, in abito da ballo, salivano altri invitati. Gli specchi lungo la sala riflettevano le signore in vesti bianche, azzurre, rosa, con diamanti e perle sulle braccia scoperte e sui colli nudi. Natascia guardava in quegli specchi, ma non poteva distinguere la propria figura dalle altre. Tutto si confondeva in un'unica, scintillante processione. Quando entr� nella prima sala, un ronzio regolare di voci, di passi, di saluti, la stord�; la luce e lo scintillio l'abbagliavano ancora di pi�. Il padrone e la padrona di casa, che gi� da mezz'ora stavano presso la porta e che ripetevano a tutti coloro che entravano le stesse parole: �Charm� de vous voir!� [29. �Felice di vedervi!�], accolsero nello stesso modo i Rost�v e la signorina Per�nskaja. Le due fanciulle biancovestite, con i capelli neri ornati di rose, fecero un'eguale riverenza, ma, involontariamente, la padrona di casa ferm� pi� a lungo lo sguardo sulla sottile figura di Natascia, ed ebbe per lei un sorriso particolare, diverso da quello che aveva per tutti gli invitati. Guardando la fanciulla ricordava forse il bel tempo, che non sarebbe tornato mai pi�, della sua giovent� e del suo primo ballo. Anche il padrone di casa segu� con lo sguardo Natascia e domand� al conte quale fosse sua figlia. - "Charmante!" [30. Deliziosa!] - disse, baciandosi la punta delle dita. Nel salone da ballo gli invitati si affollavano presso la porta, in attesa dell'imperatore. La contessa prese posto nelle prime file. Natascia sentiva e capiva che alcune persone chiedevano di lei e che molti occhi la guardavano. Cap� di piacere a quanti l'avevano notata, e questo la rassicur� un poco. �C'� gente come noi e ce n'� anche di peggio!�, pens�. La signorina Per�nskaja indicava alla contessa i personaggi pi� importanti presenti al ballo. - Ecco l'ambasciatore d'Olanda... guardate... quello l�, in fondo, con i capelli bianchi - diceva, indicando un vecchietto dalla folta chioma argentea e ricciuta il quale faceva ridere, chiss� perch�, un gruppo di signore che lo attorniavano. - Ed ecco la regina di Pietroburgo, la contessa Bez�chova - aggiunse, accennando a Elen che stava entrando in quel momento.- Com'� bella! Neppure M�rija Ant�novna (31) regge al suo confronto. Guardate come l'ammirano giovani e vecchi! Bella e intelligente. Si dice che un principe ereditario... vada pazzo per lei. E quelle due l�, guardate, quantunque non siano cos� belle, sono anche pi� attorniate da ammiratori. E indic� una signora che attraversava la sala accompagnata dalla figliuola, una fanciulla piuttosto bruttina. - La ragazza � un partito... milionario - aggiunse la Per�nskaja.- Ed ecco gli spasimanti. Quello � il fratello della contessa Bez�chova, Anatolij Kuragin - e indic� un bel cavaliere della Guardia che passava con la testa alta in mezzo alle signore e con lo sguardo volto chiss� dove. - Com'� bello, vero? Dicono che gli daranno in moglie quella milionaria. Anche vostro cugino Drubetzk�j le sta molto attorno... Sfido, si tratta di milioni! Ma s�, s�... � proprio l'ambasciatore di Francia - rispose alla contessa che, accennando a Caulaincourt, le domandava chi fosse.- Guardatelo, che arie da imperatore! Malgrado tutto, per�, i Francesi sono molto, molto simpatici: in societ� nessuno riesce pi� simpatico di loro... Ah, eccola, la nostra M�rija Ant�novna! E' pur sempre lei, per�, la pi� bella di tutte... E che abbigliamento semplice! Deliziosa, veramente! E quel tipo laggi�, quel grasso, con gli occhiali � il frammassone internazionale - soggiunse la Per�nskaja, indicando Bezuchov. - Mettetelo vicino a sua moglie e vedrete come sar� grottesco! Pierre avanzava dondolandosi sul corpo pesante, facendosi largo tra la gente, salutando a destra e a sinistra con noncurante bonariet�, come se camminasse in mezzo alla folla di un mercato. Si moveva tra la ressa, evidentemente cercando qualcuno. Natascia guardava con piacere il viso noto di Pierre, il viso di quell'uomo grottesco, come l'aveva definito la Per�nskaja, e sapeva che Pierre, tra tutta quella gente, cercava proprio loro e specialmente lei. Egli le aveva promesso di partecipare al ballo e di presentarle dei cavalieri. Ma prima di avvicinarsi ai Rost�v, Pierre si ferm� presso un giovane bruno, non alto, molto bello, in uniforme bianca, che stava davanti a una finestra e conversava con un signore alto, vecchio dal petto coperto di decorazioni. Natascia riconobbe subito il giovane di media statura in uniforme bianca: era Bolkonskij, che le sembr� molto ringiovanito, pi� allegro e pi� bello. - Ecco un'altra conoscenza, Bolkonskij! Lo vedete, mamma? - disse Natascia, indicando il principe Andr�j. - Ricordate che ha trascorso una notte da noi a Otr�dnoe? - Ah, lo conoscete anche voi? - interloqu� la Per�nskaja. - Io non lo posso soffrire! "Il fait � pr�sent la pluie et le beau temps" [32. Adesso fa il buono e il cattivo tempo]. E' di una superbia senza limiti: ha preso da suo padre. E' diventato molto amico di Speranskij e stanno preparando insieme non so quali progetti... Guardate come si comporta con le signore! Quelle gli rivolgono la parola e lui si volta dall'altra parte - disse, indicandolo. - Se facesse cos� con me, gli insegnerei io l'educazione! CAPITOLO 16. Tutt'a un tratto grande agitazione: la folla fu percorsa da un mormorio, si accalc�, si divise di nuovo e tra due ali di invitati, al suono dell'orchestra, entr� l'imperatore, seguito dai padroni di casa. Il sovrano camminava svelto, salutando a destra e a sinistra, come se volesse liberarsi al pi� presto dei primi momenti dell'incontro. I musicanti eseguivano una "polacca", allora assai in voga soprattutto per le parole che cominciavano cos�: �Aleks�ndr, Elizaveta, voi ci affascinate!�. L'imperatore entr� nel salone, mentre la folla si slanci� verso gli usci; alcuni personaggi, i cui volti avevano mutato espressione, entrarono in fretta dietro il sovrano e poi rapidamente tornarono indietro. La folla, dall'uscio del salotto, si rivers� di nuovo nel salone, e nel vano apparve l'imperatore intento a parlare con la padrona di casa. Un giovane, visibilmente turbato, mosse verso le signore, pregandole di farsi da parte. Alcune di esse, infatti, il cui viso esprimeva un completo oblio di ogni convenienza mondana, si spingevano avanti, incuranti di sgualcire i loro abiti da ballo. Gli uomini cominciarono ad avvicinarsi alle dame e gi� si formavano le prime coppie della "polacca". Tutti fecero largo e l'imperatore, sorridendo e traendo per mano, contro tempo, la padrona di casa, varc� la soglia del salotto. Lo seguivano il padrone di casa con M�rija Ant�novna Naryskina; poi venivano ambasciatori, ministri, diversi generali dei quali la Per�nskaja diceva via via i nomi, senza pigliar fiato. Pi� della met� delle dame avevano gi� i loro cavalieri e gi� ballavano, o si preparavano a ballare la polacca. Natascia sentiva che stava per rimanere con sua madre e con S�nja nel piccolo gruppo delle signore addossate alla parete e che nessuno invitava a ballare. Le esili braccia abbandonate lungo i fianchi, il seno appena segnato che si sollevava seguendo il ritmo del respiro, guardava dinanzi a s� con occhi scintillanti e spauriti, con l'espressione dell'attesa di una grandissima gioia o di un grandissimo dolore. Non si interessava n� dell'imperatore n� degli importanti personaggi che la Per�nskaja indicava. Un solo pensiero occupava la sua mente: �Possibile che nessuno si avvicini a me, possibile che io non sia tra le prime a ballare? Che non si accorgano di me tutti questi uomini i quali non sembrano neppure vedermi e, se mi guardano, lo fanno con un'espressione che pare voglia dire: "Ah, non � lei... non � quella che cercavo... non mette neppur conto di guardarla!". No, non � possibile!�, pensava. �Costoro devono capire che io desidero ballare, che so ballare bene e che si divertirebbero molto ballando con me�. Le note della "polacca", che durava gi� da parecchio tempo, giungevano all'orecchio di Natascia tristi come un ricordo. Ella aveva voglia di piangere. La Per�nskaja si era allontanata da loro. Il conte stava in un altro angolo della sala; la contessa, S�nja e lei erano sole come in una foresta, in mezzo a quella folla di estranei, non interessanti e non necessarie ad alcuno. Il principe Andr�j in compagnia di una signora pass� loro davanti, evidentemente senza riconoscerle. Il bell'Anatolij, sorridendo, diceva qualcosa alla dama alla quale offriva il braccio e passando guard� Natascia con lo stesso interesse con cui avrebbe guardato un muro. Per ben due volte Bor�s pass� davanti alle fanciulle e tutt'e due le volte volse il capo dall'altra parte. Berg e sua moglie, che non ballavano, si avvicinarono a loro. A Natascia, quella riunione di famiglia l�, al ballo, come se non vi fosse un altro luogo pi� adatto per le conversazioni domestiche, parve umiliante. Essa non ascoltava e non guardava Vera che le stava dicendo non so che cosa a proposito del suo abito verde. Finalmente l'imperatore si ferm� accanto alla sua ultima dama (aveva ballato con tre signore), la musica tacque; l'aiutante di campo, serio e affaccendato, corse dalle Rost�v pregandole di tirarsi ancora pi� indietro, sebbene esse fossero gi� con le spalle appoggiate alla parete mentre dalla galleria cominciarono a giungere, caute e indistinte, le note dolci e trascinanti di un valzer. L'imperatore, sorridendo, diede uno sguardo alla sala. Trascorse un minuto, e nessuno ancora riprendeva a ballare. L'aiutante di campo, direttore di sala, si avvicin� alla contessa Bez�chova e la invit�. Essa, con un bel sorriso, sollev� una mano e gliela pose sulla spalla, senza guardarlo. L'aiutante, vero esperto in materia, con sicurezza e misura, senza affrettarsi, allacci� stretta la sua dama e si slanci� con lei, dapprima scivolando lungo un semicerchio, poi, giunto all'angolo della sala e presa la mano sinistra della dama, le fece fare un giro su se stessa e, tra i suoni sempre pi� rapidi della musica, si ud� solo il battere ritmico degli agili piedi dell'aiutante mentre, ogni tre battute, al momento della girata, l'abito di velluto della dama ondeggiava, sollevandosi. Natascia fissava la coppia e sentiva tanta voglia di piangere perch� non era stata invitata lei a ballare quel primo giro di valzer. Il principe Andr�j, nella sua bianca divisa di colonnello di cavalleria, in calze di seta e scarpini, allegro e animato, stava nelle prime file del gruppo a breve distanza dalle Rost�v. Il barone Vierhof discorreva con lui della prima seduta del Consiglio di stato, che doveva aver luogo il giorno seguente. Il principe Andr�j, come intimo di Speranskij e come membro della Commissione legislativa, era in grado di dare informazioni sicure a proposito di quella seduta, sulla quale correvano voci diverse. Ma egli non ascoltava ci� che gli stava dicendo il suo interlocutore e guardava ora l'imperatore ora i cavalieri che si accingevano a ballare ed esitavano a lanciarsi nel circolo della danza. Il principe Andr�j osservava quei ballerini intimiditi dalla presenza del sovrano e quelle dame che ardevano dal desiderio di essere notate. Pierre si accost� a lui e lo prese per un braccio. - Voi ballate sempre. Qui c'� una mia "prot�g�e" [33. protetta], la piccola Rostova: andate a invitarla - gli disse. - Dov'�? - domand� Bolkonskij. - Vi chiedo scusa - aggiunse, rivolgendosi al barone. - Continueremo altrove la nostra conversazione. A un ballo si deve pur ballare! - E si mosse nella direzione che Pierre gli indicava. L'espressione disperata e trepidante del viso di Natascia colp� lo sguardo del principe Andr�j. Riconobbe la fanciulla, ne indovin� i pensieri, cap� che questo era per lei il primo ballo, ricord� i discorsi della giovinetta alla finestra e con aria allegra si avvicin� alla contessa Rost�v. - Permettetemi che vi presenti mia figlia - disse la contessa, arrossendo. - Ho gi� il piacere di conoscerla, se la contessina si ricorda di me - rispose il principe Andr�j con un inchino profondo e cortese, in contrasto con le osservazioni fatte dalla Per�nskaja sui suoi modi villani. Si avvicin� a Natascia e sollev� il braccio per cingerle la vita ancor prima di averla invitata a ballare. Le propose un giro di valzer. Il viso trepidante di Natascia, pronto alla disperazione e all'entusiasmo, si illumin� di colpo di un sorriso di felice, infantile riconoscenza. �Ti attendevo da un pezzo�, pareva dire quella bambina sgomenta e felice, con il sorriso spuntato da dietro le lacrime pronte a sgorgare, mentre posava la mano sulla spalla del principe Andr�j. Essi formavano la seconda coppia che entrava nel giro. Il principe Andr�j era uno dei pi� abili ballerini del suo tempo. Natascia ballava mirabilmente. I suoi piedini, nelle scarpine di raso, pareva si sollevassero rapidi e leggeri, indipendentemente da lei, e il suo viso raggiava di entusiasmo e di felicit�. Il suo collo e le sue braccia erano di una magrezza infantile, non belle. Paragonate con le spalle di Elen, quelle di Natascia erano gracili, il seno non formato, le braccia sottili; ma su Elen pareva si fosse posata la patina di tutte le migliaia di sguardi che avevano sfiorato il suo corpo, mentre Natascia aveva l'aspetto di una bimba che per la prima volta indossava un abito scollato, una bimba che si sarebbe vergognata di mostrarsi cos� se non l'avessero convinta che cos� era necessario fare. Al principe Andr�j piaceva ballare e, desideroso di liberarsi al pi� presto sia delle conversazioni politiche e impegnate che tutti intavolavano con lui, sia della timidezza che lo indispettiva, cagionata dalla presenza del sovrano, si era messo a ballare e aveva scelto Natascia, perch� Pierre gliel'aveva indicata e perch� era stata la prima donna graziosa a cadergli sotto gli occhi; ma non appena strinse a s� quel corpicino agile e snello, e la fanciulla si mosse e gli sorrise cos� da vicino, l'ebbrezza del fascino che emanava da lei gli sal� alla testa; e mentre, riprendendo fiato e lasciandola, si fermava a guardare le coppie che ancora ballavano, si sent� ringiovanito e pieno di vita. CAPITOLO 17. Dopo il principe Andr�j, a Natascia si avvicin� Bor�s, invitandola a ballare; poi si present� anche l'aiutante di campo che aveva aperto le danze, seguito da altri giovani. E Natascia, cedendo a S�nja alcuni dei suoi troppo numerosi cavalieri, accesa in viso e felice, non smise di ballare per tutta la sera. Non vide nulla di ci� che in quella festa interessava tutti gli altri. Non solo non not� che l'imperatore si intrattenne a lungo a conversare con l'ambasciatore francese, non si avvide come egli parlasse con particolare amabilit� con l'una e con l'altra signora o come il tale o tal altro principe facesse o dicesse questo o quell'altra cosa, n� che Elen avesse un grande successo e fosse stata onorata della particolare attenzione di un certo personaggio; ella non vide nemmeno l'imperatore, e si accorse che egli se ne era andato soltanto perch�, dopo che il sovrano ebbe lasciato la sala, l'animazione del ballo si fece pi� viva. Il principe Andr�j ball� con Natascia uno degli allegri "cotillons" prima della cena. Le ricord� il loro primo incontro nel viale di Otr�dnoe e come ella non riuscisse ad addormentarsi in una certa notte di luna, e le disse anche che, suo malgrado, l'aveva udita parlare alla finestra. Natascia arross� a quel ricordo e cerc� di giustificarsi, come se si dovesse vergognare del sentimento in preda al quale il principe Andr�j l'aveva involontariamente sorpresa. Il principe Andr�j, come tutte le persone cresciute nell'alta societ�, amava aver rapporti nel bel mondo con coloro che erano esenti dalla comune impronta mondana. E cos� era Natascia, con i suoi stupori, con la sua gioia, la sua timidezza e persino con i suoi errori di francese. Egli si comportava con la fanciulla e le parlava in modo particolarmente affettuoso. Sedendole accanto e discorrendo con lei degli argomenti pi� comuni e senza importanza, il principe Andr�j ammirava il gioioso splendore degli occhi e del sorriso di lei, che non dipendevano dalle parole che il giovane pronunziava, ma soltanto dall'intima sua felicit�. Quando altri invitavano Natascia ed ella si alzava sorridendo e si metteva a ballare, il principe Andr�j ammirava soprattutto la sua grazia timida e ingenua. A met� del "cotillon" Natascia, dopo la fine di una figura, ritorn� con il respiro ancora ansante al suo posto. Un altro cavaliere la invit�. Era stanca, oppressa, e avrebbe voluto rifiutare, ma a un tratto si decise, si alz� e allegramente pos� la mano sulla spalla del suo nuovo cavaliere e sorrise al principe Andr�j. �Sarei stata felice di riposarmi e di restare seduta accanto a voi, sono stanca, ma poich�, come vedete, mi invitano, io ne sono lieta, io voglio bene a tutti, e noi due, a questo riguardo, ci intendiamo...�, e molte, molte altre cose ancora diceva quel sorriso. Quando il cavaliere la lasci�, Natascia attravers� correndo la sala a prendere altre due dame per la figura successiva. �Se si avviciner� prima a sua cugina, ella sar� mia moglie�, disse a se stesso, all'improvviso, il principe Andr�j, guardandola. Natascia mosse subito verso la cugina. �Che sciocchezze ci passano talvolta per il capo!�, pens� il principe Andr�j. �Ma � certo che questa fanciulla � tanto graziosa e tanto originale che non baller� neppure un mese qui a Pietroburgo senza trovar marito... Qui � una vera rarit��. Cos� pensava, mentre Natascia, accomodandosi la rosa che portava alla cintura, torn� a sedersi accanto a lui. Alla fine del "cotillon", il vecchio conte in marsina azzurra si avvicin� alla coppia. Invit� il principe Andr�j a casa sua, e alla figliuola chiese se fosse contenta. Natascia non gli rispose; ebbe soltanto un sorriso che pareva voler dire in tono di rimprovero: �E' possibile domandare una cosa simile?�. - Non mi sono mai divertita tanto in vita mia! - rispose, e il principe Andr�j not� come le sue esili braccia che si erano sollevate rapidamente per abbracciare il padre, erano subito ricadute. Natascia era realmente felice, come non lo era mai stata in vita sua. Aveva raggiunto quel supremo grado di gaudio in cui una creatura umana si sente infinitamente buona e non pu� credere alla possibilit� del male, della sventura e del dolore. Durante quel ballo, Pierre per la prima volta si sent� umiliato per la posizione che sua moglie occupava nell'alta societ�. Era cupo e distratto. Una ruga profonda gli attraversava la fronte; ritto nel vano di una finestra, guardava attraverso le lenti, senza vedere nessuno. Natascia, nell'andare a cena, gli pass� davanti. Il viso accigliato e dall'espressione dolorosa di Pierre la colp�. Si ferm�, avrebbe voluto aiutarlo, cedergli il soprappi� della felicit� di cui si sentiva traboccare il cuore. - Ci si diverte, vero, conte? - gli disse. Pierre sorrise distrattamente, certo senza capire ci� che Natascia gli diceva. - S�, sono molto contento - rispose. �Com'� possibile essere scontenti di qualche cosa?�, pens� Natascia, �specialmente quando si � buoni come questo Bezuchov!�. Agli occhi di Natascia coloro che partecipavano al ballo erano tutte persone ugualmente buone, amabili, belle, persone che si amavano a vicenda e che, perci�, dovevano essere felici. CAPITOLO 18. Il giorno seguente il principe Andr�j ripens� al ballo della sera, ma senza soffermarvisi a lungo... �S�, � stata una festa molto brillante, e anche... s�, la Rostova � molto carina. C'� in lei qualcosa di cos� fresco, di cos� naturale, di cos� non pietroburghese che la distingue dalle altre�. Ecco tutto quello che pens� del ballo della vigilia e, non appena ebbe bevuto il t�, si mise al lavoro. Ma sia per la stanchezza sia per la mancanza di sonno, la giornata non era propizia alle occupazioni, e il principe Andr�j non riusciva a combinar nulla; non faceva che criticare il proprio lavoro, cosa che gli accadeva spesso, e fu quindi contento quando seppe che era arrivato qualcuno. Il visitatore era un tal Bitzkij, membro di diverse Commissioni, frequentatore di tutti gli ambienti di Pietroburgo, appassionato seguace delle nuove idee e di Speranskij, efficiente propagatore di tutte le notizie della citt�, uno di quegli uomini che si scelgono una direttiva come un abito, secondo la moda, ma che, proprio per questo, ne appaiono i pi� ardenti sostenitori. Toltosi in fretta il cappello, entr� di corsa e tutto preoccupato dal principe Andr�j e cominci� subito a parlare. Aveva appena conosciuto i particolari della seduta del Consiglio di guerra di quella mattina, aperta dall'imperatore, e li raccontava con entusiasmo. Il discorso del sovrano era stato straordinario: uno di quei discorsi che soltanto un monarca costituzionale pu� pronunziare. - L'imperatore ha detto ben chiaro che il Consiglio e il Senato sono le basi dello stato, ha detto che non l'arbitrio, ma soltanto i solidi principi ne sono il fondamento. E ha aggiunto anche che il sistema finanziario esige una riforma e che �i conti� devono essere portati a conoscenza del pubblico - raccontava Bitzkij, sottolineando le parole pi� significative e spalancando gli occhi con intenzione. - S�, l'avvenimento di oggi � l'inizio di un'�ra nuova, la pi� importante della nostra storia - concluse. Il principe Andr�j ascoltava la descrizione della inaugurazione di quel Consiglio di stato, che egli aveva atteso con tanta impazienza, che considerava di importanza eccezionale, e si meravigliava che l'avvenimento, ora che si era realizzato, non solo non lo commovesse, ma gli apparisse pi� che insignificante. Ascoltava con tranquilla ironia le parole entusiaste di Bitzkij. E gli veniva in mente un pensiero semplicissimo: �Che cosa importa a me e a Bitzkij, che cosa importa a noi di quello che l'imperatore ha ritenuto opportuno dire al Consiglio di stato? Forse che tutto questo pu� rendermi pi� felice e migliore di quanto sono?�. E tale semplicissimo pensiero distrusse a un tratto tutto l'interesse che il principe Andr�j aveva sentito in passato per le riforme realizzate. Quel giorno stesso egli doveva andare a pranzo da Speranskij "en petit comit�" [34. in una ristretta cerchia di amici], come gli aveva detto il padrone di casa quando lo aveva invitato. Quel pranzo tra i familiari e gli amici di un uomo per il quale egli nutriva tanta ammirazione, interessava molto il principe Andr�j, tanto pi� che egli non aveva ancora veduto Speranskij nel suo ambiente familiare; ora, per�, non aveva pi� voglia di andare. All'ora stabilita per il pranzo, tuttavia, il principe Andr�j faceva il suo ingresso nella piccola casa appartenente a Speranskij, nel giardino di Tauride. Nella sala da pranzo dal pavimento di legno, di un lindezza fuori del comune (una lindezza che ricordava quella di un convento), il principe Andr�j che era leggermente in ritardo, trov� riunite alle cinque tutte le persone di quel "petit comit�" di Speranskij. Non c'erano signore, all'infuori della figlioletta di Speranskij (una ragazzina dal viso lungo, somigliantissima al padre) con la sua governante. Gli invitati erano Gervais (35), Magnitzkij e Stolypin (36). Gi� dall'anticamera il principe Andr�j sent� parlare ad alta voce e ud� un riso rumoroso, simile a quello proprio degli attori sul palcoscenico. E qualcuno, con una voce che pareva quella di Speranskij, rispondeva a scatti: ah... ah... ah... Il principe Andr�j non aveva mai sentito ridere Speranskij, e quella sonora, martellante risata dell'uomo di stato lo colp� in modo strano. Il principe Andr�j entr� in sala da pranzo. Gli invitati erano tutti radunati a una piccola tavola, tra due finestre, sulla quale erano disposti gli antipasti. Speranskij, in marsina grigia con una decorazione sul petto e che evidentemente indossava ancora il panciotto bianco e l'alta cravatta candida che portava alla celebre seduta del Consiglio di stato, sedeva accanto alla tavola con espressione allegra. Gli ospiti lo circondavano. Magnitzkij, rivolgendosi a Micha�l Mich�jlovic', gli stava raccontando un aneddoto che Speranskij ascoltava, ridendo prima ancora che Magnitzkij avesse parlato. Nel momento in cui il principe Andr�j entrava, le parole del narratore erano di nuovo soffocate dalle risa. Stolypin, masticando un pezzo di pane, rideva con la sua potente voce di basso; Gervais rideva di un riso pigolante e sommesso e Speranskij con voce acuta e chiara. Speranskij, continuando a ridere, tese al principe Andr�j la mano morbida e grassoccia. - Molto lieto di vedervi, principe - gli disse. - Un momentino...- continu� parlando a Magnitzkij e interrompendone il racconto. - Oggi, sia ben inteso, il nostro � un pranzo di piacere; non voglio sentire una parola sugli affari di stato. E, rivoltosi a Magnitzkij, riprese a ridere. Il principe Andr�j con lo stupore misto alla tristezza che procura una delusione, ascoltava e guardava Speranskij. Quell'uomo non gli sembrava pi� Speranskij, ma una persona diversa. Tutto ci� che di misterioso e di affascinante il principe vedeva prima in lui gli parve a un tratto chiaro e tutt'altro che affascinante. A tavola la conversazione prosegu� animatissima, tutta basata su un susseguirsi di aneddoti buffi. Magnitzkij non aveva ancora terminato il suo racconto che gi� un altro invitato si dimostrava pronto a raccontare qualcosa che doveva essere ancora pi� divertente. Per la maggior parte le storielle riguardavano, se non proprio l'ambiente dell'amministrazione, certo i personaggi che la costituivano. Pareva che in quel gruppo di gente, tutti avessero definitivamente stabilito la nullit� di quelle persone, tanto che gli unici rapporti possibili con loro non potessero essere se non del genere comico bonario. Speranskij narr� che durante la seduta del mattino, avendo egli domandato a un funzionario sordo quale fosse il suo parere, costui gli aveva risposto che era senz'altro della medesima opinione. Gervais narr� tutta una storia relativa a un'ispezione, famosa per la stupidit� di tutti i personaggi che vi erano interessati. Stolypin, tartagliando, interloqu� parlando con calore degli abusi del passato ordine di cose, minacciando di dare alla conversazione un tono di seriet�. Magnitzkij si mise a canzonare la foga di Stolypin. Gervais lanci� un frizzo, e la conversazione riprese l'allegro tono di prima. Era evidente che Speranskij, dopo le sue fatiche, amava riposarsi e stare allegro in mezzo a una simpatica cerchia di persone, e gli ospiti, che si rendevano conto del suo desiderio, cercavano in ogni modo di divertire lui e se stessi. Ma era un divertimento, quello, che al principe Andr�j pareva pesante e tutt'altro che piacevole. Egli non rideva e temeva, per questo, di rendersi poco simpatico alla compagnia. Ma nessuno not� che il suo contegno contrastasse con l'umore della compagnia. Tutti apparivano molto allegri. Parecchie volte prov� il desiderio di prender parte alla conversazione, ma ogni volta la sua parola schizzava via come un turacciolo dall'acqua: non riusciva a scherzare insieme con gli altri. Non c'era nulla di male n� di inopportuno in ci� che essi dicevano: era tutto spiritoso e avrebbe potuto essere anche comico; ma quel qualche cosa che costituisce il sale dell'allegria, non soltanto mancava, ma si capiva che quella gente non sapeva neppure che potesse esistere. Dopo pranzo, la figlia di Speranskij e la governante si alzarono. Speranskij fece alla figliuola una carezza con la sua mano bianca, e la baci�. E anche quel gesto parve al principe Andr�j privo di naturalezza. Gli uomini, secondo l'uso inglese, rimasero a tavola davanti a una bottiglia di Porto. Nel bel mezzo di una conversazione avviata sulla politica di Napoleone in Spagna, politica che tutti approvavano e sulla quale tutti erano d'accordo, il principe Andr�j cominci� a fare delle obiezioni. Speranskij sorrise e, volendo evidentemente sviare il discorso dalla direzione presa, raccont� un aneddoto che con quel discorso non aveva alcuna relazione. Per qualche minuto tutti tacquero. Dopo essere rimasto ancora un po' seduto a tavola, Speranskij stapp� la bottiglia di vino e disse: - Al giorno d'oggi il vino buono � raro come un ciabattino che abbia le scarpe. - Diede la bottiglia al domestico e si alz�. Tutti lo imitarono e, continuando a parlare rumorosamente, passarono in salotto. Subito vennero portati a Speranskij due plichi recapitati da un corriere. Egli li prese e si rec� nel suo studio. Non appena fu uscito, l'allegria generale scomparve e gli ospiti presero a discorrere tra di loro, discutendo pacatamente. - Suvvia, un po' di declamazione, ora! - esclam� Speranskij, ritornando dallo studio. - Ha un ingegno davvero sorprendente- disse, rivolgendosi al principe Andr�j. Magnitzkij si mise subito in posa e cominci� a recitare in francese versi scherzosi, scritti da lui stesso su alcuni noti personaggi di Pietroburgo, spesso interrotto dagli applausi dei presenti. Il principe Andr�j, alla fine della recitazione, si avvicin� a Speranskij per accomiatarsi. - Dove andate cos� presto? - gli domand�. - Ho promesso di partecipare a una serata... Tacquero. Il principe Andr�j guardava da vicino quegli occhi cristallini e impenetrabili e gli pareva ridicolo il fatto di aver potuto attender qualcosa da Speranskij e dalla propria attivit�, a lui collegata, e di aver potuto dare importanza a ci� che Speranskij faceva. E, dopo che lo ebbe lasciato, quel modo di ridere forzato e non allegro di lui non cessava di risonargli alle orecchie. Tornato a casa, il principe Andr�j ripens� alla sua vita pietroburghese di quegli ultimi quattro mesi come a un qualcosa di nuovo. Ripens� alle sue occupazioni, alle sue ricerche, alla vicenda del suo progetto per un nuovo codice militare che era stato preso in considerazione, ma sul quale si cercava di far cadere il silenzio, unicamente perch� un altro lavoro, che pur valeva assai poco, era gi� stato compilato e presentato al sovrano; ripens� alle sedute della commissione di cui Berg era membro; e ricord� come in quelle sedute si discutesse con cura e a lungo su tutto quanto riguardava la formalit� esteriore e lo svolgimento delle sedute e come, invece, con altrettanta cura e rapidit� si sorvolasse su tutto ci� che costituiva l'essenza delle questioni. Si ricord� del suo lavoro di legislatore, della diligenza e accuratezza con cui aveva tradotto in lingua russa gli articoli delle leggi romane e di quelle francesi e prov� vergogna di se stesso. Poi rivide con il pensiero Boguci�rovo, la sua vita in campagna, il suo viaggio a Rjaz�n; ripens� ai contadini, allo "st�rosta" (37) Dron e, applicando loro con il pensiero i diritti della persona, che egli aveva suddiviso in paragrafi, si meravigli� di aver potuto, cos� a lungo, dedicarsi a un lavoro cos� ozioso. CAPITOLO 19. Il giorno successivo il principe Andr�j si rec� a fare visita ad alcune famiglie alle quali non si era ancora presentato; tra queste, la famiglia Rost�v, con la quale aveva rinnovato la conoscenza durante il ballo. Oltre che da un dovere di cortesia, che lo obbligava a recarsi da loro, il principe Andr�j era spinto a quella visita dal desiderio di vedere in casa sua quella fanciulla tanto vivace e originale, che gli aveva lasciato un cos� piacevole ricordo. Natascia fu una delle prime persone della famiglia a venirgli incontro. Indossava un abitino azzurro da casa, con il quale gli sembr� ancora pi� carina di quanto non gli fosse apparsa al ballo. La fanciulla e tutti i Rost�v accolsero il visitatore come un vecchio amico, in modo semplice e affettuoso. Quella famiglia, che il principe Andr�j aveva un tempo giudicato tanto severamente, gli parve ora composta di persone schiette, semplici e buone. La bonaria ospitalit� del vecchio conte, particolarmente rara a Pietroburgo, fu tale che il principe Andr�j non pot� rifiutare l'invito di trattenersi a pranzo. �S�, � veramente una famiglia eccellente� pensava Bolkonskij; �una famiglia che, � chiaro, non comprende quale tesoro abbia in Natascia, ma che costituisce lo sfondo migliore per dar risalto a questa poetica, affascinante fanciulla cos� piena di vita!�. Il principe Andr�j avvertiva in Natascia l'esistenza di un mondo particolare, a lui completamente estraneo, un mondo colmo di gioie che egli non conosceva, un mondo a lui inaccessibile del quale aveva avuto gi� una vaga manifestazione nel viale di Otr�dnoe e alla finestra in quella notte di luna. Ora quel mondo non lo irritava pi�, non gli era pi� estraneo; anzi, ora che vi era entrato, vi trovava piaceri sino a quel giorno ignorati. Dopo il pranzo, Natascia, pregata dall'ospite, sedette al clavicembalo e cominci� a cantare. Il principe Andr�j, ritto presso la finestra, discorreva con le signore e l'ascoltava. Nel mezzo di una frase musicale tacque e sent� a un tratto che le lacrime, di cui non si credeva pi� capace, gli facevano groppo alla gola. Guard� Natascia che cantava e nel suo animo scatur� qualcosa di nuovo e di felice. Egli si sentiva felice, s�, e nello stesso tempo triste. Non aveva assolutamente alcun motivo per piangere, ma stava proprio per farlo. Su che cosa? Sul suo amore di un tempo? Sulla piccola principessa? Sulle sue disillusioni? Sulle sue speranze per l'avvenire? S� e no. Ci� che pi� di ogni altra cosa gli suscitava quel desiderio di lacrime era il violento contrasto, di cui aveva avuto improvvisa coscienza, tra qualcosa di infinito e di grande che era in lui e la materia angusta, corporea, di cui si sentiva fatto e di cui era fatta anche Natascia. Contrasto che lo rattristava e lo allietava insieme, mentre Natascia cantava. Non appena ebbe finito di cantare, la fanciulla si avvicin� a lui e gli domand� se la sua voce gli fosse piaciuta. Ma, subito dopo aver parlato, si confuse per quello che aveva detto, comprendendo che non avrebbe dovuto fare simile domanda. Egli sorrise, guardandola, e le rispose che il suo canto gli era piaciuto come gli piaceva tutto ci� che ella facesse. Il principe Andr�j lasci� a sera inoltrata la casa dei Rost�v. Si coric� per abitudine, ma si rese ben presto conto di non poter dormire. Ora accendeva la candela e si metteva a sedere sul letto, ora si alzava per coricarsi subito dopo, senza sentire affatto la noia dell'insonnia; aveva l'anima piena di gioia e di freschezza, come se fosse uscito da una stanza soffocante e buia alla libera luce di Dio. Non gli passava neppure per la mente di essere innamorato di Natascia, non pensava a lei, se la immaginava soltanto e, in seguito a ci�, vedeva in una luce nuova tutta la propria vita. �Perch� mi dibatto, perch� mi affanno e mi agito in questa angusta, chiusa cornice, mentre la vita, l'intera vita mi si apre dinanzi con tutte le sue gioie?� si chiedeva. E per la prima volta, dopo molto tempo, si mise a fare lieti progetti per l'avvenire. Decise che doveva occuparsi dell'educazione del figlio e trovare per lui un precettore al quale affidarlo; poi, date le dimissioni, sarebbe partito per l'estero a visitare l'Inghilterra, la Svizzera, l'Italia. �Devo approfittare della mia libert� sino a che sento di essere giovane e forte�, si diceva. �Aveva ragione Pierre quando affermava che per essere felici bisogna credere che la felicit� � possibile. E ora io ci credo. Lasciamo che i morti seppelliscano i loro morti; ma sino a che si vive si deve vivere ed essere felici�, pensava. CAPITOLO 20. Un mattino il colonnello Adolf Berg - che Pierre conosceva come conosceva tutti a Mosca e a Pietroburgo - entr� in casa di lui, in luccicante uniforme, con i capelli impomatati e pettinati in avanti come li portava l'imperatore. - Sono stato dalla contessa vostra consorte e ho avuto la sfortuna di sentir rispondere con un rifiuto alla mia preghiera: spero, conte, di essere pi� fortunato con voi - disse sorridendo. - Che cosa desiderate, colonnello? Sono a vostra disposizione. - Mi sono ormai sistemato definitivamente nel mio nuovo appartamento - gli comunic� Berg, certo, evidentemente, che quella notizia non poteva non essere gradita - e vorrei organizzare una serata per riunire i conoscenti di mia moglie e miei - (e sorrise in modo anche pi� amabile). - Volevo pregare la contessa e voi di farmi l'onore di venire a casa nostra per una tazza di t�... per la cena. Soltanto la contessa Elen Vass�levna, ritenendo umiliante per se stessa la compagnia di quel Berg, poteva avere la crudelt� di non accettare un simile invito. Berg aveva spiegato perch� desiderasse riunire in casa sua una piccola e scelta compagnia, perch� ci� gli avrebbe fatto piacere e perch�, mentre per il gioco delle carte o per qualche cosa che fosse male gli sarebbe dispiaciuto spendere denaro, per una buona compagnia era pronto a sostenere delle spese, con tanta chiarezza che Pierre non ebbe il coraggio di rifiutare l'invito e promise di non mancare. - Non troppo tardi, conte, se posso osare di chiedervelo: verso le otto meno dieci, se non vi dispiace. Faremo una partitina. Ci sar� anche il mio generale, che � molto buono con me. Poi ceneremo, sicch� fatemi la cortesia di venire! Contrariamente alla sua abitudine di essere sempre in ritardo, Pierre quella sera arriv� dai Berg alle otto meno un quarto, anzich� alle otto meno dieci. I Berg, dopo aver preparato tutto quanto poteva occorrere per il ricevimento, erano in attesa di accogliere gli invitati. I due sposi stavano seduti nel loro salottino nuovo, lindo, luminoso, arredato con mobili acquistati di recente e adorno di busti e di piccoli quadri. Berg in una uniforme nuova fiammante, abbottonata, sedeva accanto alla moglie, alla quale stava spiegando che si potevano e si dovevano sempre conoscere persone di grado pi� elevato del proprio, perch� soltanto cos� si trae piacere dalle proprie conoscenze. - Puoi sempre prendere qualche esempio da loro, puoi chiedere sempre qualcosa. Guarda un po' come sono vissuto io sin dai primi gradi della mia carriera - (Berg misurava la propria vita non dagli anni, ma dalle promozioni). - I miei colleghi di allora non sono ancora nulla, e io sto per essere nominato comandante di reggimento e ho la fortuna di essere vostro marito- e, in cos� dire, si alz� e baci� la mano a Vera ma, chinandosi verso di lei, raddrizz� l'angolo del tappeto che si era piegato. - Come sono riuscito a conquistare tutto questo? Specialmente scegliendo con abilit� le mie conoscenze. Va da s� che bisogna essere anche virtuosi e precisi. Berg sorrise, convinto della propria superiorit� su una debole donna e tacque, pensando che, nonostante tutto, quella sua graziosa moglie era pur sempre una debole donna, non in grado di capire tutto ci� che costituisce la superiorit� di un uomo, "ein Mann zu sein" [38. essere un uomo]. Anche Vera in quello stesso momento sorrise convinta della propria superiorit� sul suo buon marito virtuoso il quale, tuttavia, come tutti gli uomini, aveva, secondo l'opinione di Vera, un concetto sbagliato della vita. Berg, giudicando da sua moglie, reputava deboli e sciocche tutte le donne, Vera, giudicando da suo marito e generalizzando le sue osservazioni, pensava che tutti gli uomini attribuiscono a s� soli l'intelligenza mentre in realt� non capiscono nulla e sono orgogliosi ed egoisti. Berg si alz� e, abbracciata con cautela la moglie per non sgualcirle la mantellina di pizzo, che aveva pagato fior di quattrini, la baci� sulla bocca. - Una cosa soltanto dobbiamo evitare: che arrivino troppo presto dei figli - disse, per una incosciente associazione di idee. - Certo - rispose Vera. - Io non ne desidero affatto. Bisogna vivere per la societ�. - Ne portava una identica la principessa Juss�pova - disse poi Berg con un sorriso bonariamente felice, accennando alla mantellina di Vera. In quel momento fu annunziato il conte Bezuchov. I due coniugi si guardarono con un sorriso di soddisfazione, ciascuno attribuendo a s� l'onore di quella visita. �Ecco che cosa significa saper scegliere le conoscenze� pens� Berg; �ecco ci� che significa sapersi comportare!�. - Ti prego soltanto di non interrompermi quando intrattengo gli ospiti, - disse Vera - giacch� so benissimo come comportarmi con ciascuno di loro e che cosa bisogna dire a seconda delle persone. Anche Berg sorrise. - Ma non sempre si pu�: a volte con gli uomini bisogna fare discorsi da uomini - obiett�. Pierre fu ricevuto nel salotto nuovo, dove non c'era modo di sedersi senza distruggere la simmetria, l'ordine, la pulizia, e perci� era ben comprensibile e niente affatto strano che Berg proponesse generosamente di distruggere la simmetria delle poltrone o del divano per un ospite di tanta importanza e che, trovandosi lui stesso a questo riguardo in una dolorosa incertezza, finisse con il lasciare all'ospite stesso la risoluzione del problema. Pierre distrusse la simmetria avvicinando una sedia, e Vera e Berg diedero subito inizio al ricevimento, interrompendosi a vicenda nell'intrattenere l'ospite. Vera, avendo stabilito che a Pierre fosse necessario parlare dell'ambasciata francese, attacc� subito questo argomento; Berg, il quale aveva invece stabilito che fosse adatta una conversazione da uomini, interruppe la moglie e pass� a parlare della questione della guerra con l'Austria e, involontariamente, port� il discorso a considerazioni personali sulle proposte che gli erano state fatte di partecipare alla campagna d'Austria e sui motivi che l'avevano spinto a non accettarle. Quantunque la conversazione risultasse molto slegata e quantunque Vera fosse seccata per quell'intrusione dell'elemento maschile, i due coniugi sentivano con piacere che, sebbene vi fosse un solo invitato, la serata era iniziata molto bene e somigliava, come si somigliano due gocce d'acqua, a qualsiasi altra serata con le conversazioni, il t� e le candele accese. Poco dopo arriv� Bor�s, vecchio amico dei Berg, che trattava Vera e Berg con una sfumatura di superiorit� e di protezione. Dopo Bor�s entrarono una signora con un colonnello, il generale in persona, poi i Rost�v, e la serata si present� indiscutibilmente uguale a tutte le altre serate. Berg e Vera non potevano trattenere un sorriso di soddisfazione al vedere il loro salotto cos� pieno di movimento, all'udire quel continuo chiacchierio, il fruscio delle gonne e lo strisciare degli inchini. Tutto era come in qualsiasi altro salotto, e in particolar modo lo era il generale che lodava l'appartamento, battendo sulle spalle di Berg e che, con paterna padronanza, ordinava di preparare il tavolino per una partita di "boston". Il generale sedette accanto al conte Ilj� Andr�evic' che, dopo di lui, era l'ospite pi� ragguardevole. I vecchi con i vecchi, i giovani con i giovani, la padrona di casa attorno alla tavola del t� sulla quale erano disposti, in un cestello d'argento, gli stessi identici pasticcini che si sarebbero visti a una serata dei Panin... Tutto, insomma, come in qualunque altra casa ove avesse luogo un ricevimento. CAPITOLO 21. Pierre, essendo uno degli ospiti pi� ragguardevoli, doveva giocare a "boston" con Ilj� Andr�evic', con il generale e con il colonnello. Al tavolo da gioco tocc� a Pierre di sedersi in modo da aver proprio di fronte Natascia; il giovane fu subito colpito dallo strano mutamento avvenuto in lei dal giorno del ballo. Natascia era taciturna e non solo non appariva pi� bella come lo era il giorno del ballo, ma, se non avesse avuto un'aria cos� dolce e indifferente a tutto, la si sarebbe detta addirittura brutta. �Che cosa ha?�, pensava Pierre, guardandola. La fanciulla sedeva accanto alla sorella davanti alla tavola del t� e rispondeva di malavoglia e senza guardarlo a ci� che diceva Bor�s, seduto al suo fianco. Pierre, che aveva buttato tutte le carte e che con gran soddisfazione del suo compagno aveva fatto cinque mani, udendo rumor di passi e di saluti di alcune persone che stavano entrando nel salotto, mentre raccoglieva le sue vincite, volse di nuovo lo sguardo verso di lei. �Che cosa le sar� mai accaduto?�, si domand�, sempre pi� stupito. Il principe Andr�j, con un'espressione di riguardosa tenerezza, diceva qualcosa alla fanciulla che gli stava davanti. Ella, alzata la testa, rossa in viso e trattenendo a fatica il respiro affannoso, lo guardava. La luce ardente di non so quale fuoco interno spentosi per qualche tempo, ardeva nuovamente in lei. Appariva del tutto trasfigurata. Da brutta che era, torn� a diventare quale era apparsa al ballo. Il principe Andr�j si avvicin� a Pierre, e questi not� sul viso dell'amico un espressione nuova e giovanile. Parecchie volte, durante il gioco, Pierre cambi� posto, ora voltando le spalle a Natascia, ora sedendole di nuovo di fronte e durante i "rubbers" (39) continu� a osservare attentamente la fanciulla e l'amico. �Qualcosa di molto importante avviene certamente tra di loro�, pensava Pierre, e un sentimento lieto e nello stesso tempo amaro lo agitava e gli faceva dimenticare il gioco. Dopo sei "rubbers" il generale si alz�, dicendo che cos� era impossibile giocare e Pierre rimase libero. Natascia, S�nja e Bor�s discorrevano in un angolo. Vera, con un fine sorriso sulle labbra, parlava con il principe Andr�j. Pierre si avvicin� al suo amico e, dopo aver domandato se quello che dicevano non fosse un segreto, si sedette tra lui e Vera. Quest'ultima, notato l'interesse del principe Andr�j verso Natascia, aveva ritenuto che in una vera serata fosse indispensabile fare argute allusioni ad argomenti sentimentali e perci�, approfittando di un momento in cui il principe Andr�j era rimasto solo, aveva iniziato con lui una conversazione sul sentimento in generale e su sua sorella in particolare. Con un ospite cos� intelligente, quale ella giudicava il principe Andr�j, trovava necessario mettere in azione tutta la sua arte diplomatica. Quando Pierre si avvicin� a loro, not� che Vera era trascinata dalle sue parole e che il principe Andr�j, il che gli accadeva raramente, appariva turbato. - Cosa ne pensate? - chiedeva Vera con il suo consueto, fine sorriso. - Voi, principe, che siete tanto perspicace e che comprendete cos� facilmente il carattere delle persone, cosa pensate di Natascia? Credete che possa essere costante nei suoi affetti? Che possa, come altre donne, - (Vera pensava a se stessa) - amare un uomo per sempre e restargli per sempre fedele? E' questo, a parer mio, il vero amore. Che ne dite, principe? - Conosco troppo poco vostra sorella - rispose il principe Andr�j con un sorriso ironico, sotto il quale cercava di nascondere il proprio turbamento - per risolvere una questione cos� delicata; inoltre ho notato che, quanto meno una donna piace, tanto pi� � costante - aggiunse, e volse uno sguardo a Pierre che in quel momento si stava avvicinando. - S�, questo � vero, principe; al nostro tempo, - prosegu� Vera, accennando al proprio tempo come in genere amano farlo le persone di intelligenza limitata, le quali credono di aver trovato e valutato tutte le caratteristiche della loro epoca e sono persuase che le qualit� degli uomini mutino con i tempi - al tempo nostro una ragazza gode di tanta libert� che "le plaisir d'�tre courtis�e" spesso soffoca in lei il sentimento vero. "Et Nathalie, il faut l'avouer, y est tr�s sensible" [40. Il piacere di essere corteggiata... E Natascia, devo confessarlo, a questo � molto sensibile] - Questa nuova allusione a Natascia fece di nuovo aggrottare le sopracciglia al principe Andr�j; egli fece per alzarsi, ma Vera continu� con un sorriso ancora pi� fine: - Credo che nessuna ragazza sia mai stata corteggiata quanto lei, - disse Vera - ma sinora nessuno le � mai piaciuto veramente. Voi sapete, conte, - prosegu� rivolta a Pierre - che anche il nostro simpatico cugino Bor�s che era, sia detto "entre nous"... molto, ma molto "dans le pays du tendre..." [41. Fra noi... nel paese del tenero...] - concluse alludendo a una carta dell'amore allora in voga. Il principe Andr�j taceva, cupo e accigliato. - Voi siete amico di Bor�s, nevvero, principe? - gli chiese Vera. - S�, lo conosco... - Vi avr� certo parlato del suo amore d'infanzia per Natascia... - Ah, ci fu un amore d'infanzia? - chiese a un tratto il principe Andr�j, arrossendo. - S�, "vous savez, entre cousin et cousine cette intimit� m�ne quelquefois � l'amour: le cousinage est un dangereux voisinage. N'est- ce pas?" [42. Sapete, tra cugini l'intimit� sfocia talvolta nell'amore; cugini pericolosi vicini... Non � vero?]. - Senza dubbio - rispose il principe Andr�j e a un tratto, con un'animazione del tutto innaturale, cominci� a scherzare con Pierre sul suo modo di comportarsi con le sue cinquantenni cugine di Mosca; poi, nel bel mezzo del suo discorso scherzoso si alz� e, preso sottobraccio l'amico, lo condusse in disparte. - Che c'�? - gli domand� Pierre, che aveva osservato stupito la strana vivacit� dell'amico e notato lo sguardo che questi, nell'alzarsi, aveva rivolto a Natascia. - Ho bisogno... ho bisogno di parlarti - gli disse il principe Andr�j. - Tu conosci i nostri guanti da donna - (alludeva a quei guanti massonici che si davano a ogni nuovo confratello perch� li offrisse alla donna amata). - Io... ma no... ne parleremo pi� tardi... - E con uno strano scintillio negli occhi e una strana inquietudine nei gesti, il principe si avvicin� a Natascia e le si sedette accanto. Pierre not� che l'amico le chiedeva qualcosa e che la fanciulla gli rispondeva, arrossendo. Ma in quel momento Berg si fece presso a Pierre e lo preg� con insistenza di prendere parte alla discussione sorta tra il generale e il colonnello, relativamente agli avvenimenti spagnuoli. Berg era soddisfatto e felice. Un sorriso di gioia non abbandonava il suo volto. La serata era riuscita a meraviglia e in tutto e per tutto simile alle altre cui aveva partecipato. Tutto, tutto uguale. Erano uguali le conversazioni delicate delle signore, le partite alle carte, il generale che alzava la voce durante il gioco, il samov�r e i pasticcini; mancava per� una cosa sola, una cosa che egli aveva sempre visto nelle serate e che desiderava imitare: mancava la conversazione ad alta voce tra gli uomini, una discussione su qualche argomento importante e intellettualmente impegnato. Il generale aveva avviato quella discussione, e Berg trascin� Pierre a prendervi parte. CAPITOLO 22. Il giorno dopo il principe Andr�j, invitato dal conte Ilj� Andr�evic', and� a pranzo dai Rost�v, con i quali trascorse l'intera giornata. In casa tutti sapevano per chi venisse il principe, il quale, senza cercare di nasconderlo, rimase continuamente con Natascia. Non soltanto nell'animo della fanciulla, sgomenta eppure felice ed entusiasta, ma in tutta la casa regnava un vago sbigottimento per qualcosa di importante che stava per accadere. La contessa con gli occhi tristi, pensosi e seri guardava il principe Andr�j mentre questi parlava con Natascia, e timidamente e con affettazione avviava un qualsiasi insignificante discorso non appena egli si volgeva a guardarla. S�nja temeva di staccarsi da Natascia e nello stesso tempo di infastidire lei e il principe restando insieme con loro. Natascia impallidiva per l'ansia dell'attesa quando le accadeva di restare per un momento a quattr'occhi con il principe, il quale la stupiva per la sua timidezza. Ella sentiva che egli aveva qualcosa da dirle, ma che non sapeva decidersi. Quando, la sera, il principe Andr�j se ne fu andato, la contessa si avvicin� a Natascia e le domand� sottovoce: - Ebbene? - Mamma, in nome di Dio, non domandatemi nulla per ora. E' una cosa di cui non bisogna parlare - rispose Natascia. Ma ciononostante la fanciulla, quella sera un po' commossa un po' sbigottita, rimase a lungo coricata nel letto della madre con gli occhi spalancati. Ora le raccontava come egli l'aveva lodata, ora come le aveva parlato del progetto di fare un viaggio all'estero, ora come le aveva chiesto dove avrebbe trascorso quell'anno l'estate e infine come l'aveva interrogata su Bor�s. - Ma una cosa simile... una cosa simile... non l'ho mai provata!- diceva. - Ho paura, ho tanta paura quando mi trovo sola con lui. Che significa? Significa che si tratta di una cosa seria, s�? Mamma, dormite? - No, anima mia, ho paura anch'io - rispondeva la madre. - Ma ora, va'! - E' inutile, tanto non dormir�. Che assurdit� dormire! Mammina, mammina, una cosa simile non mi � mai accaduta! - riprese la fanciulla stupita e sgomenta di fronte a quel sentimento che sentiva dentro di s� e di cui era consapevole. - Lo potevamo mai pensare? Le pareva di essere innamorata del principe Andr�j da quando l'aveva visto per la prima volta a Otr�dnoe. Ed era come sbigottita da quella strana, inattesa fortuna di aver di nuovo incontrato proprio l'uomo che aveva scelto allora (era fermamente convinta di questo) e al quale non le pareva di riuscire indifferente. �E, come a farlo apposta, egli si trova a Pietroburgo ora che ci siamo anche noi... e dovevamo proprio incontrarci a quel ballo! Tutto ci� � destino... � evidentemente voluto dal destino... Del resto gi� allora, quando lo vidi per la prima volta provai un non so che di particolare�. - E che cos'altro ti ha detto? Dimmi quei versi... - chiese la madre pensierosa, interrogandola sui versi che il principe Andr�j aveva scritto sull'album di Natascia. - Mamma, non � una vergogna che sia vedovo? - Smettila, Natascia. Prega il buon Dio. "Les mariages se font dans les cieux" [43. I matrimoni si decidono in cielo]. - Mamma, cara, come vi voglio bene, come tutto � bello! - esclam� Natascia, piangendo di gioia e di commozione e abbracciando la madre. Frattanto il principe Andr�j era in casa di Pierre, al quale parlava del suo amore per Natascia e della sua ferma intenzione di sposarla. Quel giorno, in casa della contessa Elen Vass�levna si svolgeva uno dei consueti ricevimenti. Tra gli ospiti erano presenti l'ambasciatore di Francia, un principe del sangue che da tempo frequentava assiduamente la casa della contessa, molte dame e numerosi, brillanti cavalieri. Pierre era disceso, aveva fatto un giro per le sale e aveva stupito gli invitati per l'espressione cupa e triste del viso. Sin dalla sera del ballo, Pierre si sentiva minacciato da una delle sue crisi di ipocondria contro la quale, con sforzi disperati, cercava di combattere. Proprio da quando quel principe era diventato assiduo di sua moglie, egli aveva inaspettatamente ricevuto la nomina a ciambellano e da allora aveva cominciato a provare un senso di imbarazzo e di vergogna nel trovarsi in mezzo alla gente e sempre pi� spesso gli tornavano alla mente le idee nere di un tempo sulla vanit� di tutto ci� che � umano. Il sentimento, sorto in quel periodo tra la sua protetta Natascia e il principe Andr�j, aveva accresciuto, proprio per il contrasto tra la sua condizione e quella dell'amico, la sua tristezza. Egli cercava tuttavia di non pensare pi� n� a sua moglie, n� a Natascia, n� al principe Andr�j. Di nuovo tutto gli pareva meschino in confronto all'eternit�, di nuovo gli si affacciava la domanda: �A che scopo?�. E per giorni e notti intere si imponeva di lavorare alle opere massoniche, sperando di allontanare da s� lo spirito maligno. Pierre, uscito dalle stanze della contessa a mezzanotte, era salito nel suo appartamento al piano superiore e, dopo avere indossato una logora veste da camera, si sedette davanti a un tavolino, nella camera bassa e piena di fumo; mentre era intento a ricopiare certi atti originali scozzesi, sent� entrare qualcuno. Era il principe Andr�j. - Ah, siete voi? - chiese Pierre con aria distratta e scontenta. - Come vedete, sto lavorando - disse, accennando al suo quaderno, con quell'espressione con cui gli uomini infelici guardano il proprio lavoro come a un'�ncora di salvezza contro le avversit� della vita. Il principe Andr�j, con un viso raggiante di entusiasmo e di gioia di vivere, si ferm� davanti a Pierre, e, senza accorgersi dell'espressione triste dell'amico, gli sorrise con l'egoismo delle persone felici. - Ebbene, amico mio, - gli disse - gi� ieri volevo parlarti, e ora sono venuto per farlo. Non ho mai provato nulla di simile. Sono innamorato, mio caro... Pierre trasse un profondo sospiro e si abbandon� pesantemente sul divano accanto a lui. - Di Natascia Rostova, vero? - domand�. - S�, s�... e di chi altri mai? Non l'avrei mai creduto, ma questo sentimento � pi� forte di me. Ieri mi sono tormentato e ho sofferto, ma per nulla al mondo vorrei rinunziare a questa sofferenza. Prima, non vivevo. Soltanto ora sento di vivere, ma non posso vivere senza di lei. Ma potr� quella fanciulla amarmi? Io sono vecchio, per lei.... Tu che ne dici? - Io? Io? Che cosa vi dicevo? - esclam� Pierre, alzandosi di scatto e mettendosi a camminare su e gi� per la stanza. - L'ho sempre pensato. Quella ragazza � un tale tesoro che... E' una ragazza unica! Mio caro amico, ve ne prego, non cavillate tanto, non abbiate incertezze.... sposatevi, sposatevi ! Io sono sicuro che non ci sar� uomo pi� felice di voi. - Ma lei? - Lei vi ama. - Non dire sciocchezze... - esclam� il principe, sorridendo e guardando Pierre negli occhi. - Vi ama, lo so - grid� Pierre quasi con ira. - No, senti... - disse il principe Andr�j, trattenendolo per un braccio. - Tu sai in che stato d'animo mi trovo: ho bisogno di dire tutto a qualcuno. - Suvvia, parlate: sono felice di ascoltarvi - rispose Pierre e, in realt�, la sua faccia era mutata, le rughe della fronte si erano spianate e con gioia ascoltava le parole del principe Andr�j. Questi pareva un altr'uomo e lo era veramente. Dov'erano il suo tedio, il suo disprezzo per la vita, le sue disillusioni? Pierre era l'unico uomo dinanzi al quale osava rivelarsi, e ora gli rivelava tutto quello che era chiuso nel cuore. Con facilit� e con audacia faceva progetti di un lungo avvenire, dicendo come non potesse sacrificare la propria felicit� ai capricci di suo padre, come gli avrebbe strappato il consenso a quelle nozze e lo avrebbe costretto ad amarla; oppure avrebbe anche fatto a meno del consenso; ora si stupiva di quel sentimento che si era impadronito del suo animo come di una cosa strana indipendente dalla sua volont� . - Non avrei certo creduto a chi mi avesse detto che sarei stato capace di amare cos� - continuava il principe Andr�j. - Il sentimento che provo ora � tutt'altra cosa da quello provato una volta. Per me tutto il mondo � diviso in due met�: una � lei e l� non c'� che felicit�, speranza, luce; l'altra met� � tutto il resto, dove lei non c'� e dove tutto � triste e buio... - Tenebra e buio... - ripet� Pierre. - S�, s�, lo capisco. - Io non posso non amare la luce: non � colpa mia. E mi sento straordinariamente felice. Mi capisci, vero? So che condividi la mia gioia... - S�, s� - conferm� Pierre, fissando l'amico con occhi tristi e commossi. E quanto pi� gli appariva luminosa la sorte del principe Andr�j, tanto pi� buia gli appariva la propria. CAPITOLO 23. Per celebrare il matrimonio occorreva il consenso del padre e perci� il giorno seguente il principe Andr�j part� per recarsi da lui. Il vecchio accolse la comunicazione del figlio con calma apparente, ma con un intimo corruccio. Egli non riusciva a capire come qualcuno volesse cambiare la sua vita, introdurvi qualche cosa di nuovo, quando per lui la vita volgeva ormai al termine. �Me la lascino almeno finire come voglio, e poi padronissimi di fare ci� che desiderano!�, si diceva il vecchio. Tuttavia, con il figlio us� quella diplomazia di cui si serviva nei casi importanti e con tono di perfetta calma discusse la cosa. Anzitutto quel matrimonio non era brillante n� dal punto di vista del parentado, n� da quello della ricchezza e della posizione sociale. In secondo luogo, il principe Andr�j, non pi� nella prima giovinezza, era di salute piuttosto delicata (il principe insist� particolarmente su questo punto), mentre la fanciulla era giovanissima. Infine il principe Andr�j aveva un figlio al quale era penoso dare una matrigna. - E per ultimo,- disse il padre, guardando ironicamente il figlio - ti prego di rimandare la decisione; fa' un viaggio all'estero, c�rati, trova, come desideri, un precettore tedesco per il principe Nikol�j e poi, se l'amore, la passione, l'ostinazione saranno ancora cos� forti, sp�sala. Questa � la mia ultima parola, ric�rdalo, l'ultima... - concluse con un tono che denotava chiaramente che nulla avrebbe fatto mutare la sua decisione. Il principe Andr�j capiva molto bene che il padre sperava che i suoi sentimenti o quelli della futura fidanzata non avrebbero retto alla prova di un anno o che lui stesso, il vecchio principe, sarebbe morto in quel periodo, e decise di obbedire alla volont� paterna: fare la domanda di matrimonio e rimandare le nozze all'anno successivo. Tre settimane dopo l'ultima serata trascorsa in casa Rost�v, il principe Andr�j part� per Pietroburgo. Il giorno successivo a quello della confessione fatta a sua madre, Natascia attese Bolkonskij per tutta la giornata, ma egli non venne, e non venne l'indomani e neppure il terzo giorno. Non compariva neppure Pierre, e Natascia, ignorando che il principe Andr�j era partito per recarsi dal padre, non riusciva a spiegarsi quell'assenza. Cos� trascorsero tre settimane. Natascia non voleva andare in nessun posto e, abbattuta e triste, si aggirava per le stanze come un'ombra. Di sera, di nascosto da tutti, piangeva e non andava neppure pi� da sua madre. A ogni momento arrossiva e si irritava. Le pareva che tutti fossero al corrente del suo disinganno, che ridessero di lei o ne avessero compassione. Aggiunto al suo intenso, intimo dolore, l'amor proprio ferito accresceva la sua sofferenza. Un giorno ella entr� dalla contessa: voleva dirle qualcosa ma, a un tratto, scoppi� in lacrime. Era il pianto di un bambino umiliato, che ignora il perch� di una punizione. La contessa cerc� di calmare Natascia. La fanciulla che da principio aveva ascoltato le parole della madre, a un tratto la interruppe: - Basta, mamma; io non ci penso e non ci voglio pensare! E cos�: prima � venuto, poi ha smesso... - La voce le trem�, fu sul punto di piangere, ma si contenne e prosegu� con calma: - E poi non voglio assolutamente sposarmi. Quell'uomo mi fa paura... Ora sono calma, proprio calma... Il giorno che segu� questo colloquio, Natascia indoss� un vecchio abito che le era caro perch� le dava una particolare allegria e da quel mattino riprese il suo consueto modo di vivere, che aveva abbandonato dopo la sera del ballo. Dopo aver bevuto il t�, and� nella sala che prediligeva per la sua notevole acustica e cominci� a fare i solfeggi. Terminato il primo esercizio, si sedette in mezzo alla sala e ripet� una frase musicale che le piaceva in modo particolare. Tese gioiosamente l'orecchio al fascino (come se le giungesse inatteso) di cui quei suoni, diffondendosi, riempivano la vasta sala per poi spegnersi lentamente, e tutto a un tratto si sent� allegra. �A che serve pensarci tanto? Sto bene anche cos��, si disse, e cominci� ad andare su e gi� per la sala, camminando sul sonoro piancito di legno non con andatura normale, ma scivolando a ogni passo dal tacco alla punta delle scarpette nuove che tanto le piacevano e tendendo gioiosamente l'orecchio; come gi� al suono della propria voce, a quel ritmico battito del tacco, allo scricchiolio delle punte. Passando davanti alla specchiera si guard�. �Ecco, sono io!�, pareva dicesse l'espressione del suo viso, mentre si osservava. �Ma s�, va benissimo. E non ho bisogno di nessuno!�. Un domestico volle entrare per riordinare qualche cosa nella sala, ma ella non glielo permise e, rinchiusa la porta dietro di lui, prosegu� la sua passeggiata. Quel mattino le aveva riportato lo stato d'animo che le era caro, costituito dall'amore e dall'ammirazione per se stessa. �Com'� deliziosa questa Natascia!�, diceva a proposito di s�, come se ripetesse le parole di una terza persona di sesso maschile. �Ha una bella voce, � giovane e non fa del male a nessuno. Lasciatela soltanto in pace!�. Ma, per quanto la lasciassero in pace, essa non riusciva ad essere tranquilla, e se ne accorgeva. In anticamera fu aperta la porta di ingresso; qualcuno, nel vestibolo, chiese: �Sono in casa?� e si udirono alcuni passi. Natascia si guardava nello specchio, ma non si vedeva... Ascoltava i rumori dell'anticamera. Quando poi si vide, si accorse di essere pallidissima. Era "lui"! Ne era certa, sebbene avesse sentito a mala pena il suono della sua voce attraverso la porta chiusa. Bianca in viso e sgomenta, corse in salotto. - Mamma, � venuto Bolkonskij - esclam�. - Mamma, � una cosa terribile, insopportabile! Io non voglio... non voglio pi� torturarmi! Che devo fare? La contessa non fece in tempo a rispondere che gi� il principe Andr�j entrava, serio e visibilmente turbato. Non appena scorse Natascia, il suo volto si illumin�. Baci� la mano alla contessa e alla fanciulla e sedette accanto al divano... - Da un pezzo non abbiamo avuto il piacere... - prese a dire la contessa, ma il principe Andr�j la interruppe, rispondendo alla sua domanda e affrettandosi evidentemente a dire ci� che doveva. - Non sono pi� venuto da voi in questo periodo, perch� sono stato da mio padre: avevo bisogno di parlargli di una cosa molto importante. Sono tornato soltanto ieri notte - disse, dopo aver guardato Natascia. - E ora, contessa, dovrei parlarvi - aggiunse, dopo un minuto di silenzio. La contessa trasse un profondo sospiro e abbass� gli occhi. - A vostra disposizione - rispose. Natascia sapeva di dover andar via, ma non poteva muoversi: qualcosa le serrava la gola ed ella guardava fissamente, in modo scortese, il principe Andr�j con gli occhi spalancati. �Ora? Subito, subito! No, � impossibile!�, pensava. Egli la guard� di nuovo, e quello sguardo la convinse che non si ingannava. S�, in quel momento stava per decidersi il suo destino. - Va', Natascia, ti far� chiamare - le sussurr� la contessa. Natascia, sbigottita, volse alla madre e al principe uno sguardo implorante e usc�. - Sono venuto, contessa, per chiedervi la mano di vostra figlia- disse il principe Andr�j. Il viso della contessa si fece di fiamma, ma ella non rispose subito. - La vostra domanda... - cominci� poi in tono grave, mentre egli la fissava. - La vostra domanda - ripet� con un certo imbarazzo - ci riesce gradita e... io, per conto mio, l'accolgo e ne sono lieta. Anche mio marito... spero... ma tutto dipende da lei... - Glielo chieder� io quando avr� avuto il vostro consenso... Me la volete dare? - chiese il principe Andr�j. - S� - rispose la contessa. Gli tese la mano e, mentre egli si chinava a baciargliela, ella gli pose le labbra sulla fronte con un sentimento misto di tenerezza e di timore. Desiderava amarlo come un figlio, ma sentiva che per lei egli era come un estraneo, e questo pensiero le faceva paura. - Sono certa che mio marito acconsentir�, - disse la contessa- ma vostro padre? - Mio padre, al quale ho comunicato le mie intenzioni, ha posto come condizione assoluta al suo consenso che il matrimonio non abbia luogo se non tra un anno. Ecco quanto volevo dirvi - concluse il principe Andr�j. - E' vero che Natascia � ancora tanto giovane, ma una dilazione cos� lunga... - E' impossibile fare diversamente - rispose il principe Andr�j, sospirando. - Ora ve la mando - disse la contessa, e usc� dalla stanza. - Signore, abbi piet� di noi - ripeteva mentre cercava la figlia. S�nja le disse che Natascia era nella sua camera. La trov� seduta sul letto, pallida, con gli occhi aridi; si faceva rapidi segni di croce, mentre, fissando le immagini sacre, mormorava qualche cosa. Alla vista della madre, balz� in piedi e si precipit� verso di lei. - Che c'�, mamma, che c'�? - Va', va', da lui. Egli ha chiesto la tua mano - le disse la contessa in tono che a Natascia parve freddo. - Va'... va'...- ripet� la madre con tristezza e con accento di rimprovero, guardando la figlia che si allontanava correndo. Poi trasse un profondo sospiro. Natascia non ricord� mai come fosse entrata nel salotto. Aperta la porta e veduto il principe, si ferm�. �E' possibile�, pens�, �che questo uomo estraneo sia diventato "tutto" per me?�, domand� a se stessa. �S�, tutto! Lui solo, ormai, mi � pi� caro di qualsiasi cosa al mondo!�. Il principe Andr�j le si avvicin� con gli occhi bassi. - Vi ho amata sin dal primo momento in cui vi ho veduta. Posso sperare? La guard�, e l'espressione grave e appassionata del viso di lei lo colp�. Quel viso diceva: �Perch� chiederlo? Perch� dubitare di ci� che non � possibile ignorare? Perch� parlare, quando non si pu� esprimere a parole ci� che si sente?�. Natascia gli si avvicin� e si ferm�. Egli le prese una mano la baci�. - Mi amate? - S�, s�! - rispose quasi con stizza Natascia; sospir� profondamente una volta, due, poi sempre pi� spesso sino a che scoppi� in pianto. - Perch�? Che cosa avete? - Ah! sono tanto felice... - rispose la fanciulla, sorridendo tra le lacrime; si chin� verso di lui, esit� un attimo come chiedendosi se potesse farlo e lo baci�. Il principe Andr�j le teneva la mano, la guardava negli occhi e non ritrovava pi� nella propria anima l'amore di prima. Tutto a un tratto era avvenuto dentro di lui un mutamento: scomparso l'incanto poetico e misterioso del desiderio, era rimasta la compassione per la debolezza della donna e della bambina, un senso di timore davanti alla dedizione e alla fiducia di lei, e la coscienza, penosa e insieme lieta, del dovere che ormai lo legava alla fanciulla per sempre. Il sentimento attuale, quantunque non fosse pi� poetico e luminoso come prima, si era fatto pi� serio e pi� forte. - Vi ha detto "maman" che... la cosa non potr� avvenire prima di un anno? - domand� il principe Andr�j, continuando a guardarla negli occhi. �Possibile che io, la fanciulla-bambina, come tutti mi chiamano�, pensava Natascia, �possibile che io, d'ora innanzi, sia "una moglie", l'eguale di quest'uomo estraneo, caro, intelligente, rispettato persino da mio padre? Possibile che sia vero? Vero che adesso non posso pi� scherzare con la vita, che adesso sono una persona grande, responsabile delle mie parole e delle mie azioni? Gi�, ma che cosa mi ha domandato?�. - No - rispose, senza aver capito ci� che egli le aveva chiesto. - Perdonatemi, - disse il principe Andr�j - ma voi siete cos� giovane, e io ho gi� tanta esperienza della vita. Ho paura per voi. Voi non mi conoscete. Natascia ascoltava attentamente, cercando di capire il significato di quelle parole, ma non vi riusciva. - Per quanto mi sia penosa questa attesa, - riprese il principe - che allontana di un anno la mia felicit�, voi in questo tempo guarderete bene dentro di voi. Fra un anno vi chieder� se mi vorreste dare la felicit�; ma voi siete libera. La nostra promessa rester� segreta e, se vi persuadeste di non amarmi o di amare un altro... - prosegu� il principe Andr�j con un sorriso innaturale. - Perch� mi parlate cos�? - lo interruppe Natascia. - Sapete benissimo che vi amo sin dal giorno in cui veniste a Otr�dnoe continu�, fermamente convinta di dire la verit�. - In un anno vi conoscerete meglio... - Un anno! - esclam� a un tratto Natascia, la quale soltanto allora aveva capito che il matrimonio veniva rinviato di un anno. - Perch� un anno, un lungo anno? - Il principe Andr�j prese a spiegare i motivi di tale rinvio. Ma Natascia non lo ascoltava. - Non � possibile fare diversamente? - chiese. Il principe Andr�j non rispose, ma il suo viso diceva che era impossibile mutare tale decisione. - Che cosa terribile! No, � troppo terribile, troppo! - esclam� Natascia, e di nuovo si mise a singhiozzare. - Io morir� se dovr� aspettare un anno: non � possibile, no... � troppo terribile! - Fiss� il suo fidanzato e scorse sul viso di lui un'espressione di stupore e di piet�. - No, no... Far� tutto! - disse, trattenendo le lacrime. - Sono cos� felice! Il padre e la madre entrarono nel salotto e diedero ai fidanzati la loro benedizione. Da quel giorno il principe Andr�j prese a frequentare come fidanzato la casa dei Rost�v. CAPITOLO 24. Non vi fu fidanzamento ufficiale e non si disse a nessuno che Bolkonskij e Natascia si erano scambiati promessa di matrimonio. Su questo punto il principe Andr�j insist� molto. Diceva che, dato che egli era la causa del ritardo delle nozze, doveva sopportarne da solo il peso. Diceva che con la parola data egli si era legato per sempre, ma che non voleva legare allo stesso momento Natascia e desiderava lasciarle assoluta libert�. Se essa, dopo sei mesi, avesse sentito di non amarlo, sarebbe stata in pieno diritto di riprendersi la parola e di rifiutargli la sua mano. E' inutile dire che Natascia e i suoi genitori non volevano sentirlo parlare a quel modo, ma il principe Andr�j insisteva. Si recava ogni giorno in casa Rost�v, ma non si comportava con Natascia come un fidanzato: le dava del �voi� e si limitava a baciarle la mano. Tra il principe Andr�j e Natascia, dopo la domanda di matrimonio, si stabilirono rapporti assai diversi da quelli di prima: rapporti semplici e amichevoli. Pareva che sino allora non si fossero conosciuti. Entrambi amavano ricordare come si considerassero a vicenda quando non erano ancora "niente" l'uno per l'altra; ora si sentivano entrambi due persone completamente diverse: allora prive di naturalezza, adesso semplici e sincere. In famiglia, da principio, tutti provavano un certo imbarazzo nei rapporti con il principe Andr�j; egli appariva un uomo di un altro ambiente, e Natascia per parecchio tempo dovette darsi da fare per familiarizzare i suoi con il principe Andr�j, affermando con orgoglio che egli pareva, s�, un uomo diverso dagli altri ma che, in realt�, era come tutti, che essa non aveva alcun timore di lui e che nessuno doveva averne. Dopo un po' di tempo tutti, in famiglia, si abituarono al principe e senza alcuna soggezione ripresero la vita di prima, alla quale anch'egli prendeva ora parte. Sapeva parlare con il conte dell'amministrazione dei poderi, di vestiti con la contessa e con Natascia, dell'album e dei lavori al telaio con S�nja. Spesso i Rost�v, discorrendo tra di loro o anche in presenza del principe Andr�j, si meravigliavano di come tutto ci� fosse accaduto, e come di tutto ci fossero stati presagi evidenti: l'arrivo del principe a Otr�dnoe, la loro venuta a Pietroburgo, la somiglianza tra il principe Andr�j e Natascia, somiglianza che la bambinaia aveva notato sin dalla prima visita del principe, l'alterco nel 1805 tra Andr�j e Nikol�j e molti altri segni di quanto in seguito era accaduto. In casa regnava quella noia poetica e silenziosa che sempre circonda i fidanzati. Spesso, riuniti nel salotto, tutti tacevano. Talvolta gli altri si alzavano e se ne andavano lasciando sola la coppia che, tuttavia, continuava a tacere. Di rado i fidanzati parlavano della loro esistenza futura, alla quale il principe Andr�j aveva timore e vergogna di accennare. Natascia condivideva questo sentimento, come tutti gli altri di lui, che sempre indovinava. Un giorno ella fece al principe alcune domande a proposito del suo figliuoletto. Il principe arross�, cosa che ora gli accadeva spesso e che a Natascia piaceva molto, e rispose che il piccolo non sarebbe vissuto con loro. - Perch�? - chiese Natascia, stupita. - Non posso portarlo via al nonno e poi... - Come gli vorrei bene! - esclam� Natascia, indovinando immediatamente il pensiero di lui. - Ma capisco: voi non volete che sorga alcun motivo di accusa contro di noi. Il vecchio conte si avvicinava qualche volta al giovane principe, lo baciava e gli chiedeva consigli sull'educazione di P�tja o sulla carriera di Nikol�j. La vecchia contessa sospirava, guardandoli. S�nja, timorosa di essere di troppo, cercava sempre qualche pretesto per lasciare soli i fidanzati, mentre essi non ne sentivano affatto il bisogno. Quando il principe Andr�j parlava (egli sapeva raccontare molto bene), Natascia lo ascoltava con orgoglio; quando parlava lei, notava con timore e insieme con gioia che egli la fissava attentamente, come scrutandola. E allora, perplessa, si domandava: �Che cosa cerca in me? Che cosa vuole scoprire con il suo sguardo? E se in me non ci fosse nulla di ci� che il suo sguardo cerca?�. Qualche volta le accadeva di trovarsi in uno di quegli stati d'animo pazzamente gioiosi che le erano propri, e allora amava molto sentir ridere il principe e guardare come egli rideva. Egli rideva di rado, ma, quando ci� accadeva si abbandonava tutto al suo riso e ogni volta, dopo quelle risate, Natascia si sentiva pi� vicina a lui. La fanciulla sarebbe stata completamente felice se il pensiero della prossima separazione, ormai vicina, non l'avesse atterrita. Alla vigilia della sua partenza da Pietroburgo, il principe Andr�j condusse con s� Pierre il quale, dalla sera del ballo non era pi� stato dai Rost�v. Pierre sembrava smarrito e confuso. Convers� con la contessa, mentre Natascia e S�nja andarono a sedersi al tavolino degli scacchi, invitando cos� il principe Andr�j ad avvicinarsi, cosa che egli fece subito. - Conoscete Bezuchov gi� da parecchio tempo, non � vero? domand�. - Vi piace? - S�, � molto simpatico, ma tanto buffo! E, come sempre quando parlava di Pierre, Natascia si mise a raccontare degli aneddoti sulla sua distrazione, parecchi dei quali, tuttavia, erano inventati. - Sappiate che gli ho confidato il nostro segreto - disse alla fanciulla il principe Andr�j. - Lo conosco sin dall'infanzia: ha un cuore d'oro, perci� vi prego di una cosa, Natascia - disse a un tratto assumendo un'aria seria. - Io parto e sa Iddio che cosa pu� accadere. Voi potreste cessare di am... S�, lo so che non devo parlare di questo... Ma qualsiasi cosa possa accadere, quando io non sar� pi� qui... - Che cosa potrebbe accadermi? - Qualsiasi disgrazia possa accadere, - ripet� il principe - vi prego, "mademoiselle" Sophie, di rivolgervi soltanto a lui per consiglio e per aiuto. E' l'uomo pi� distratto e pi� buffo del mondo, ma ha un cuore d'oro. N� il padre, n� la madre, n� S�nja, n� lo stesso principe Andr�j avrebbero potuto prevedere l'effetto che ebbe su Natascia la lontananza del fidanzato. Rossa e agitata, con gli occhi asciutti, si aggirava tutto il giorno per la casa, occupandosi delle cose pi� insignificanti, come se non capisse che cosa le stava dinanzi. Non pianse neppure nel momento in cui egli, salutandola per l'ultima volta, le baci� la mano. - Non partite! - seppe dire soltanto, ma con una voce tale da indurlo a pensare se in realt� non dovesse rimanere, e che da quel momento gli rimase a lungo impressa nella memoria. Non pianse neppure quando egli fu partito, ma parecchi giorni rimase chiusa in camera sua, senza piangere, senza interessarsi di nulla e limitandosi soltanto a dire di tanto in tanto: - Mio Dio, perch� � partito? Ma due settimane dopo la partenza di lui, con molta sorpresa di quelli che le stavano attorno, si riscosse dalla sua malattia morale e torn� qual era stata prima, ma soltanto con una diversa fisionomia morale, cos� come i fanciulli si alzano dal letto con un altro viso, dopo una lunga malattia. CAPITOLO 25. Durante quell'ultimo anno, dopo la partenza del figlio, la salute e il carattere del principe Nikol�j Andr�evic' Bolkonskij si erano assai indeboliti. Egli era diventato ancora pi� irritabile di prima e tutti i suoi sfoghi di collera senza motivo si riversavano sulla principessina M�rija. Pareva che egli cercasse con cura tutti i punti pi� sensibili e dolenti di lei per tormentarla nel modo pi� crudele. La principessina M�rija aveva due grandi passioni e perci� due gioie: il nipotino Nik�luska e la religione, queste due passioni erano i prediletti argomenti del principe per le sue invettive e le sue canzonature. Di qualsiasi cosa si parlasse, immancabilmente egli riusciva a portare il discorso sulle superstizioni delle vecchie zitelle o sulle moine con le quali si viziavano i bambini. �Tu vorresti fare di lui, di Nik�luska, una vecchia zitella come te, ma hai torto: il principe Andr�j ha bisogno di un figlio e non di una zitelluccia�, le diceva. Oppure, rivolgendosi a "mademoiselle" Bourienne, le chiedeva che cosa pensasse dei nostri "pop" e delle nostre icone e ci scherzava sopra... Di continuo offendeva crudelmente la principessina M�rija, ma la figlia lo perdonava senza sforzo. Poteva mai suo padre essere in torto verso di lei? Poteva egli che, nonostante tutto - e lei lo sapeva - le voleva molto bene, essere ingiusto? E poi, cos'era la giustizia? A questa superba parola, giustizia, la principessina M�rija non pensava mai. Tutte le complesse leggi degli uomini si riducevano per lei a una sola, chiarissima: la legge dell'amore e del sacrificio dataci da Colui che, pur essendo Dio, soffr� con amore per l'umanit�. Che cosa poteva importare a lei della giustizia o della iniquit� degli altri uomini? A lei bastava soffrire e amare, e questo appunto faceva. Durante l'inverno giunse a Lissia-Gori il principe Andr�j. Era allegro, buono, affettuoso come la principessina M�rija non l'aveva visto da molto tempo. Ella intu� che qualcosa doveva essere accaduto al fratello il quale, per�, non le parl� del suo amore. Prima di partire, ebbe un lungo colloquio con il padre, e la principessina M�rija not�, prima che il fratello andasse via, che padre e figlio erano scontenti l'uno dell'altro. Poco dopo la partenza del fratello, la principessina M�rija scrisse da Lissia-Gori a Pietroburgo, alla sua amica Julie Kar�gina, che la principessina sognava (come sempre sognano le fanciulle) di dare in moglie a suo fratello Andr�j, e che in quel tempo era in lutto per la morte di un fratello, caduto in Turchia. �Mia cara, dolce amica Julie, si vede che il dolore � la nostra sorte comune; la vostra perdita � cos� terribile che io non posso spiegarmela se non come un segno della grazia di Dio che vuole mettere alla prova, poich� vi ama, voi e vostra madre. Ah, mia cara amica, la religione, soltanto la religione, ci pu�, non dico consolare, ma salvare dalla disperazione; essa sola ci pu� spiegare quello che all'uomo, senza il suo aiuto, riesce incomprensibile: perch�, per quale scopo, persone buone, di animo nobile, che sanno trovare nella vita la felicit�, che non solo non hanno mai fatto del male a nessuno, ma sono anzi indispensabili alla felicit� degli altri, siano chiamate a Dio mentre altre cattive, inutili, nocive o tali da essere un peso per s� e per il prossimo, restino in vita. La prima morte, a cui ho assistito, e che non dimenticher� mai pi�, la morte della mia cara cognata, ha lasciato in me tale impressione. Proprio come voi chiedete al destino perch� doveva morire il vostro ottimo fratello, cos� io ho domandato perch� sia morta quell'angelica Liza, la quale, non solo non aveva mai fatto nulla di male ad alcuno, ma non aveva mai nutrito nel suo cuore sentimenti che non fossero di bont�. Ebbene, amica mia, sono trascorsi da quel giorno cinque anni e io, con la mia povera intelligenza, incomincio gi� a capire perch� sia dovuta morire e come quella morte sia stata soltanto un segno dell'infinita bont� del Creatore, i cui disegni, che noi per la maggior parte non comprendiamo, altro non sono se non manifestazioni del Suo infinito amore verso le proprie creature. Io penso spesso che ella era forse troppo angelicamente innocente per avere la forza di adempiere ai suoi doveri di madre. Era impeccabile come giovane moglie, non so se lo sarebbe stata altrettanto come madre. E ora non solamente ha lasciato a noi e in particolar modo al principe Andr�j il pi� puro ricordo e il pi� dolce rimpianto, ma lass� avr� avuto quel posto che io non oso sperare per me. Ma, per non parlare di lei soltanto, quella morte prematura e tremenda ha esercitato su me e su mio fratello il pi� benefico influsso. Allora, al momento della perdita, non potevano venirmi questi pensieri che avrei scacciato con orrore, ma adesso tutto mi � chiaro e indubbio. Vi scrivo queste cose, amica mia, soltanto per convincervi della verit� del Vangelo, che costituisce per me una norma di vita: non cade neppure un capello dalla testa dell'uomo senza la volont� di Dio. E poich� la Sua volont� � guidata soltanto da un immenso amore verso di noi, tutto ci� che ci accade avviene sempre per il nostro bene. �Voi mi domandate se passeremo a Mosca il prossimo inverno. Non lo credo e non lo desidero, nonostante la grande gioia che proverei nel rivedervi. Vi stupirete se vi dico che non torneremo a Mosca per causa del Buonaparte? Ed ecco perch�: la salute di mio padre va peggiorando a vista d'occhio; egli non pu� sopportare di essere contraddetto, si irrita con molta facilit� e la sua irritabilit�, voi lo sapete, � suscitata soprattutto dalle questioni politiche. Egli non pu� ammettere che Napoleone tratti da pari a pari con tutti i sovrani d'Europa e in special modo con il nostro imperatore, nipote della grande Caterina! Sapete gi� che io sono assolutamente indifferente alle questioni politiche, ma dalle parole di mio padre e dai suoi discorsi con Micha�l Iv�novic' sono al corrente di ci� che accade nel mondo e in special modo degli onori accordati al Buonaparte, il quale soltanto a Lissia-Gori, su tutto il globo terrestre, pare non sia ancora riconosciuto come un grand'uomo n� tanto meno come imperatore dei Francesi. Tutto questo mio padre non lo pu� tollerare e pertanto mi pare che, innanzi tutto, a causa delle sue vedute politiche, ma anche in previsione delle discussioni incresciose che sorgerebbero per la sua abitudine di esprimerle con franchezza con chiunque, parli malvolentieri di un viaggio a Mosca. I vantaggi che la sua salute potrebbe trarre dalle cure sarebbero annullati dalle discussioni, inevitabili, sul Buonaparte. In ogni caso, la decisione verr� presa tra non molto. La nostra vita domestica procede come al solito, se si eccettua la presenza tra noi di mio fratello Andr�j. Egli, come gi� vi ho detto, � molto mutato in questi ultimi tempi. Dopo il gran dolore provato, soltanto quest'anno si � ripreso moralmente ed � ridivenuto quale lo conoscevo da bambino: buono, affettuoso, con un cuore d'oro impareggiabile. A quanto pare, ha capito che per lui la vita non � finita. Ma il mutamento morale � accompagnato da un notevole indebolimento fisico. Si � fatto pi� magro ed � pi� nervoso di prima. Ho paura per lui e sono contenta che abbia deciso di fare questo viaggio all'estero, che i dottori gli avevano da molto tempo consigliato. Spero che si ristabilir�. Mi scrivete che a Pietroburgo si parla di lui come di uno dei pi� attivi, pi� colti e intelligenti giovani della citt�. Perdonate il mio orgoglio di sorella ma in proposito non ho mai avuto dubbi. Non � possibile dire quanto bene egli abbia fatto qui a tutti, a cominciare dai suoi contadini sino ai nobili. A Pietroburgo ha trovato soltanto ci� che meritava. Mi meraviglia invece del modo con cui le dicerie giungono da Pietroburgo a Mosca e soprattutto cos� infondate come quella alla quale mi accennate relativa al suo prossimo matrimonio con la giovane Rostova. Non credo che Andr�j si risposi pi� e, tanto meno, che si proponga di sposare quella ragazza. E vi dico il motivo: prima di tutto che, sebbene parli assai di rado della moglie morta, il dolore di quella perdita � ancora troppo profondamente radicato nel suo cuore perch� si decida a sostituirla e a dare una matrigna al nostro piccolo angelo; in secondo luogo perch�, a quanto ne so io, quella ragazza non appartiene al genere dl donne che possano piacere al principe Andr�j. Non credo che mio fratello l'abbia scelta per moglie e, a voler essere sincera, non lo desidero. Ma ho chiacchierato gi� troppo: ho riempito un secondo foglio. Addio, mia cara amica, che Iddio vi tenga sotto la Sua santa e potente protezione. La mia amica "mademoiselle" Bourienne, vi manda un bacio Marie�. CAPITOLO 26. Verso la met� dell'estate, la principessina M�rija ricevette dalla Svizzera un'inattesa lettera del fratello, con la quale egli le comunicava una strana, inaspettata notizia. Il principe Andr�j le annunziava il suo fidanzamento con Natascia Rostova. Da tutta la lettera spirava un amoroso entusiasmo per la fidanzata e una tenera fiduciosa amicizia per la sorella. Le scriveva di non aver mai amato come allora e di comprendere e conoscere la vita soltanto allora; pregava la sorella di perdonarlo se, durante la sua permanenza a Lissia-Gori, non le aveva detto nulla della sua decisione, sebbene ne avesse parlato con il padre. Non le aveva detto nulla perch� era certo che ella avrebbe interceduto presso il padre affinch� desse il suo consenso e, senza raggiungere lo scopo, lo avrebbe irritato e di conseguenza le sarebbe toccato sopportare il peso del malcontento paterno. �Del resto�, egli scriveva, �la cosa allora non era definitivamente decisa come adesso. Nostro padre, quando gliene parlai, mi fiss� il termine di un anno ed ecco, sono ormai trascorsi sei mesi e io sono pi� che mai fermo nel mio proposito. Se i medici non mi trattenessero qui per le cure delle acque, io sarei gi� in Russia, ma il mio ritorno deve essere prorogato di altri tre mesi. Tu mi conosci e sai quali siano i miei rapporti con nostro padre. Io non ho bisogno di nulla da lui, sono stato e sar� sempre indipendente, ma agire contro la sua volont�, suscitare la sua ira mentre ormai gli resta forse poco tempo da rimanere con noi, distruggerebbe in gran parte la mia felicit�. Scriver� ora una lettera anche a lui e prego te di scegliere il momento opportuno per consegnargliela e di farmi poi sapere come egli consideri attualmente la cosa e se io possa sperare che acconsenta ad abbreviare di tre mesi il termine fissato�. Dopo lunghe esitazioni, molti dubbi e molte preghiere, la principessina M�rija consegn� la lettera al padre. Il giorno successivo, il vecchio principe le disse tranquillamente: - Scrivi a tuo fratello che aspetti che io sia morto... Non dovr� attendere a lungo: presto sar� libero. La principessina avrebbe voluto ribattere, ma il padre non glielo permise e, alzando sempre di pi� la voce, aggiunse: - Sposati, sposati, caro... La parentela � buona! Gente intelligente, eh? Gente ricca, eh? S�, una buona matrigna per Nik�luska... Scrivigli che si sposi anche domani... Lei diventer� la matrigna di Nik�luska, e io diventer� il marito della Bourienne! Ah, ah, ah! Cos� neppur lui rester� senza matrigna! Una cosa sola, per�: non voglio altre donne in casa mia. La sposi pure, ma se ne vada a vivere altrove, per conto suo... E chi sa che non te ne vada anche tu a vivere con lui, eh? - seguit�, rivolgendosi alla principessina M�rija. - Va' con Dio, buona fortuna, buona fortuna! Dopo quella sfuriata il principe non parl� pi� della faccenda, ma la collera repressa per la debolezza d'animo del figlio si manifestava nei suoi rapporti con la principessina M�rija. Agli antichi pretesti di canzonatura ne aggiunse uno nuovo: il discorso sulla matrigna e le cortesie a "mademoiselle" Bourienne. - E perch� non dovrei sposarla? - diceva alla figlia. - Sarebbe una bella principessa! E negli ultimi tempi, con perplessit� e stupore, la principessina M�rija not� che il padre cominciava realmente a permettere alla francese una maggiore familiarit�. La principessina M�rija scrisse al fratello, descrivendogli il modo con cui era stata accolta la sua lettera dal padre, ma nello stesso tempo lo confort� facendogli sperare che sarebbe riuscita a fargli accettare quell'idea. Nik�luska e la sua educazione, Andr�j e la religione erano la consolazione e la gioia della principessina M�rija; ma oltre a questo, poich� ogni creatura umana ha bisogno di speranze sue proprie, in fondo all'anima della fanciulla si celavano un sogno e una speranza che costituivano il conforto principale della sua vita. Quel sogno e quella speranza consolatori le venivano dalla sua �gente di Dio�, dai pellegrini che la visitavano di nascosto dal principe. Quanto pi� la principessina M�rija viveva, quanto pi� sperimentava e osservava la vita, tanto pi� si stupiva della cecit� di coloro che cercano quaggi�, sulla terra, il piacere e la felicit�, che lavorano, soffrono, lottano e si fanno del male a vicenda per raggiungere questa felicit� impossibile, immaginaria peccaminosa. �Il principe Andr�j amava la moglie, ella � morta; non gli basta, ed ecco che cerca di trovare la felicit� con un'altra donna. Il padre non vuole perch� desidera per lui un matrimonio pi� brillante, pi� ricco... E tutti lottano, soffrono, tormentano gli altri, rovinano la loro anima immortale per raggiungere un bene effimero. E non ci basta saperlo, ma Cristo, il figliuolo di Dio, � sceso sulla terra per dire che questa nostra vita � la vita di un istante, � una prova... eppure noi siamo attaccati a questa vita, nella quale ci illudiamo di trovare la felicit�. Come mai nessuno lo ha capito?�, pensava la principessina M�rija. �Nessuno, all'infuori di questi disprezzati poverelli di Dio che con il sacco sulle spalle, vengono da me passando per la scala di servizio, terrorizzati al pensiero di capitare sotto gli occhi del principe, non gi� per il timore di essere maltrattati, ma per evitare di indurlo a peccare. Lasciare la famiglia, la patria, tutte le preoccupazioni derivanti dai beni terreni per non attaccarsi a nessuno di essi, andare raminghi e vestiti di cenci, sotto un altro nome, da un luogo all'altro, senza far male al prossimo, e pregando per i propri simili, sia per coloro che li scacciano sia per coloro che pietosamente li accolgono; al di sopra di questa verit� e di questa vita non esiste altra verit�, non esiste altra vita!� C'era, tra quelle pellegrine, una certa Fed�ssjuska, una piccola, tranquilla vecchietta cinquantenne, butterata dal vaiolo, che da oltre trent'anni andava in giro scalza, portando il cilicio. La principessina M�rija le voleva particolarmente bene. Un giorno, mentre nella stanza quasi buia rischiarata soltanto da una piccola lampada, Fed�ssjuska raccontava la propria vita, la principessina M�rija fu folgorata dal pensiero che soltanto Fed�ssjuska aveva trovato il vero cammino della vita, e si sent� presa dal desiderio di andare anch'ella a pellegrinare. Quando la vecchietta si fu ritirata per dormire, la principessina M�rija riflett� lungamente e concluse che, per quanto la cosa fosse strana, doveva anch'ella farsi pellegrina. Confid� la sua intenzione soltanto al suo confessore, il monaco Akimfi, e il monaco la approv�. Sotto il pretesto di un dono da fare ai pellegrini, la principessina M�rija si prepar� un abito completo da pellegrina: camicia, calzature di scorza di tiglio, caffettano, scialletto nero. Spesso, avvicinandosi allo stipo che conteneva le sue cose segrete, la principessina si fermava dubbiosa, chiedendosi se non fosse ormai venuto i momento di realizzare il proprio desiderio. Spesso, ascoltando i pellegrini, ella si infiammava a quei discorsi semplici, per loro quasi meccanici, ma densi per lei di profondo significato, tanto che molte volte fu sul punto dl abbandonare tutto e di fuggire da casa. Con il pensiero gi� si vedeva in compagnia di Fed�ssjuska, coperta da una rozza e povera veste, con il bordone tra le mani e la bisaccia, camminare lungo una strada polverosa, senza invidia, senza amore terreno, senza desideri, da un santuario all'altro e giungere infine l� dove non vi sono n� tristezze, n� sospiri, ma eterna gioia e beatitudine eterna. �Arriver� in un luogo, pregher� e prima ancora di a abituarmi a quel luogo e di amarlo, me ne andr� altrove, pi� lontano, sino a quando le gambe mi reggeranno; poi mi stender� a terra e morir� in un posto qualsiasi per giungere finalmente a quel porto eterno e tranquillo dove non esistono n� tristezze n� sospiri...�, pensava la principessina M�rija. Ma poi, vedendo suo padre e, soprattutto, il piccolo Koko, sentiva venir meno la forza del suo proposito, piangeva di nascosto e sentiva di essere una peccatrice: amava, pi� di Dio, suo padre e il suo nipotino. NOTE. N. 1. Micha�l Mich�jlovic' Speranskij (1772-1839), uomo politico di tendenze liberali; ebbe notevole importanza durante il periodo di riavvicinamento tra Russia e Francia. N. 2. Viktor P�vlovic' Kociub�j (1768-1834), uomo politico russo. Ambasciatore a Costantinopoli, fu nominato vice cancelliere dallo zar Paolo Primo nel 1798. Amico intimo del futuro zar Alessandro Primo, divent�, sotto il regno di quest'ultimo, membro del Comitato di salute pubblica, specie di consiglio segreto in cui dominarono le tendenze liberali. Si sforz�, nel corso della sua attivit� politica, di mantenere forme di liberalismo, bench� in regime dispotico. N. 4. Il soprannome Forza Andreic'. N. 7. Micha�l Leontevic' Magnitzkij (1778-1855), studioso di letteratura, fu uno dei principali consiglieri di Speranskij. Allorch� questi cadde in disgrazia, fu esiliato. In seguito venne richiamato a dirigere l'universit� di Kaz�n, ma la sua sistematica opposizione alla libert� di stampa e di parola, lo rese tristemente famoso. N. 8. Charles Louis de Secondat, barone di Montesquieu (1689-1755), letterato, filosofo e pubblicista francese, fu uno dei precursori della rivoluzione. Lo resero famoso "Les lettres persanes", vivace satira contro la licenza dei costumi del tempo. N. 11. Gustav Andr�evic' Rosenkampf (1762-1832) si occup� del rinnovamento delle istituzioni russe. N. 13. Giustiniano (482-565), imperatore romano d'Oriente dal 528, successore dello zio materno Giustino (450-527), dal quale era stato adottato. Cerc� di ricostituire la compagine dell'impero; pubblic� nel 534 il "Corpus iuris civilis" o codice delle leggi romane, la cui compilazione affid� al suo ministro Triboniano. Al pari di tutti gli imperatori bizantini, volle immischiarsi nelle questioni religiose e prender parte alle dispute teologiche. Fece erigere la chiesa di Santa Sofia. Dante ne celebr� la grandezza nel quinto canto del Paradiso. N. 14. L'Ordine degli Illuminati di Baviera era una societ� segreta razionalista avviata ad Ingolstadt (Baviera) da Adam Weishaupt, professore di diritto nella locale universit�, nel 1776. Fu sciolta nel 1785 dal governo bavarese, perch� dietro lo scopo dichiarato di voler educare gli uomini secondo i principi della ragione e indurli ad aiutarsi reciprocamente senza distinzioni di religione si celava la volont� di distruggere il cristianesimo; essa aveva inoltre lo scopo, inaccettabile allora, di promuovere la forma di governo repubblicana anzich� monarchica. N. 15. Armand de Caulaincourt (1772-1827), marchese di Vicenza, generale e diplomatico francese. Allo scoppio della rivoluzione francese, degradato, come nobile, dal grado di capitano nel 1793, lo riottenne nel 1795; nel 1801 assolse missioni in Russia e nel 1802 fu promosso generale e nominato aiutante di campo di Bonaparte. Ambasciatore in Russia dal 1807 al 1811, fu affascinato dalla personalit� dello zar Alessandro Primo che lo tenne a sua volta in grande stima. Creato duca di Vicenza nel 1808, senatore e ministro delle relazioni con l'estero nel 1813, rappresent� Napoleone al congresso di Ch�tillon, nome dato ai colloqui che Caulaincourt ebbe con i rappresentanti degli alleati durante la campagna di Francia. Di nuovo ministro nel periodo dei Cento giorni, scamp� all'esilio grazie all'intervento di Alessandro Primo. Lasci� "Memorie" pubblicate nel 1934. N. 17. Charles-Joseph principe di Ligne (1735-1814), maresciallo belga al servizio dell'Austria, godette dell'amicizia dell'imperatore Giuseppe Secondo, di cui fu consigliere e che rappresent� presso la zarina Caterina Seconda (1782). Nel 1789, nel corso della guerra contro i Turchi, si distinse alla presa di Belgrado. Nello stesso anno, per lealt� verso l'imperatore, rifiut� di mettersi a capo della ribellione dei Paesi Bassi. I suoi viaggi in diversi paesi e, soprattutto in Francia, la sua vasta cultura, la sua vita avventurosa, fecero di lui uno dei pi� insigni esponenti dello spirito cosmopolita del diciottesimo secolo. Divenuto maresciallo dell'esercito austriaco nel 1808, visse da allora a Vienna; lasci� parecchie opere in francese, tra le quali sono particolarmente importanti "Le lettere". N. 23. Vangelo di san Giovanni 1, 4 s. N. 24. Situata tra i due �colossi� svedese e russo, la Finlandia pass� volta a volta sotto la denominazione dell'uno o dell'altro. Dopo la dominazione svedese iniziata nel 1150, proprio con la campagna del 1808-1809 Alessandro Primo complet� la conquista, suggeritagli sia dall'invito di Napoleone (che vedeva danneggiati cos� gli interessi della Svezia, alleata dell'Inghilterra) e sia dalla necessit� di distrarre la pressione interna dei possidenti russi, in agitazione a causa del blocco continentale proclamato da Napoleone e sostenuto da Alessandro Primo. La campagna di Finlandia si concluse con la pace di Hamina (1809); nella successiva dieta di Porvoo Alessandro prese il titolo di granduca di Finlandia, ma s'impegn� a rispettare le istituzioni proprie del paese. Poich� sulla fine del secolo scorso il processo di russificazione divenne evidente ed eccessivo, si avvi� un movimento indipendentista, che raccolse i suoi frutti con la dichiarazione di indipendenza del 6 dicembre 1917. N. 27. Luigi Cherubini (1760-1842), celebre compositore italiano, nato a Firenze e morto a Parigi. Ci lasci� molte opere teatrali e molta musica sacra, tra cui un "Requiem" e "La Messa dell'incoronazione". Dal 1821 divenne direttore del Conservatorio di Parigi. Il suo monumento funebre � a Firenze, in Santa Croce. N. 28. Cenone della vigilia di Natale o dell'ultimo giorno dell'anno. N. 31. M�rja Ant�novna Naryskina (1779-1854), nata principessa Cetvertinskaja, fu per molto tempo favorita di Alessandro Primo. N. 35. Andr�j Andr�evic' Gervais (1773-1832), diplomatico russo, amico e informatore di Speranskij circa la politica estera, di cui era allora ministro Rumjanz�v. N. 36. Arkadij Aleks�evic' Stolypin (1778-1825), senatore e scrittore russo. N. 37. Persona eletta o nominata per la direzione degli affari di una piccola collettivit�. Lo "st�rosta" di un villaggio era una specie di sindaco con funzioni amministrative e di polizia. N. 39. Giri del gioco. PARTE QUARTA. CAPITOLO 1. Una tradizione biblica ci insegna che la mancanza di lavoro, l'ozio, era la condizione necessaria alla beatitudine dell'uomo prima della sua caduta. L'amore per l'ozio � rimasto tal quale anche nell'uomo caduto, ma la maledizione continua a gravare sugli uomini non soltanto per il fatto che essi devono guadagnarsi il pane con il sudore della fronte, ma perch�, date le nostre qualit� morali, non possiamo essere felici rimanendo in ozio. Una voce segreta ci dice che ci dobbiamo sentire in colpa quando ci abbandoniamo all'ozio. Se l'uomo potesse trovare uno stato nel quale, pur essendo in ozio, sentisse di essere utile e di compiere il proprio dovere, ritroverebbe almeno in parte la beatitudine primordiale. Ma di tale condizione di ozio obbligatorio e incensurabile gode una classe intera: la classe militare. E appunto in tale ozio obbligatorio e incensurabile consiste e consister� sempre l'attrattiva principale della carriera militare. Nikol�j Rost�v provava in pieno tale beatitudine continuando, dopo il 1807, a prestar servizio nel reggimento di P�vlograd, dove comandava lo squadrone lasciato da Denissov. Rost�v era diventato un bravo giovane, dai modi un po' rudi che i suoi conoscenti di Mosca avrebbero trovato piuttosto "mauvais genre" [1. maleducato], ma che era amato e stimato dai compagni, dai subalterni e dai superiori e che era interamente soddisfatto della propria vita. Negli ultimi tempi, nel 1809, nelle lettere che riceveva da casa, trovava sempre pi� spesso lamentele da parte di sua madre a proposito degli affari che andavano sempre peggio; essa gli diceva che era ora che tornasse a casa a confortare e a dare un po' di tranquillit� ai suoi vecchi genitori. Leggendo quelle parole, Nikol�j era preso dal timore che lo si volesse strappare a quell'ambiente nel quale, libero da tutte le complicazioni della vita, si sentiva cos� tranquillo e cos� sereno. Prevedeva che presto o tardi sarebbe dovuto rientrare nel turbine della vita, tra gli affari disorganizzati e dissestati, in mezzo ai conti con l'amministratore, alle discussioni, agli intrighi, alle conoscenze, all'amore di S�nja e alle promesse che egli le aveva fatto. Tutto ci� era terribilmente difficile e complicato, cosicch� agli scritti della madre egli rispondeva con lettere classiche e fredde, che cominciavano �Ma ch�re maman� e finivano �votre ob�issant fils� [2. �Mia cara mamma... il vostro figlio obbediente�], nelle quali non manifestava mai l'intenzione di tornare. Nel 1810 gli giunse una lettera dei genitori che gli annunziavano il fidanzamento di Natascia con Bolkonskij e gli dicevano che il matrimonio sarebbe stato celebrato soltanto l'anno successivo perch� il vecchio principe non dava il consenso. Quella lettera rattrist� e offese Nikol�j. In primo luogo, gli rincresceva che se ne andasse da casa Natascia, alla quale voleva bene pi� che a tutti gli altri membri della famiglia; in secondo luogo, dal suo punto di vista di ussaro, si doleva di non essere stato a casa per far capire a quel Bolkonskij che non considerava un grande onore imparentarsi con lui e che, se amava Natascia, avrebbe anche potuto fare a meno del consenso di quel pazzo di suo padre. Per un momento rimase in dubbio se richiedere una licenza per andare a trovare Natascia, ma proprio in quel periodo sopraggiunsero le manovre, poi pens� a S�nja, agli affari che andavano male e rimand� la decisione. Ma nella primavera ricevette una lettera di sua madre, scritta a insaputa del conte, e quella lettera lo decise a partire. Ella scriveva che se Nikol�j non fosse tornato e non avesse preso in mano le redini degli affari, l'intera propriet� sarebbe andata all'asta e la famiglia sarebbe caduta in miseria. Il conte era debole, aveva riposto un'eccessiva fiducia in M�tenka, era troppo buono, e tutti lo ingannavano a tal punto che ormai le cose rotolavano di male in peggio. �Ti supplico, in nome di Dio, di venire immediatamente se non vuoi rendere infelice me e tutta la tua famiglia�, scriveva la contessa. Quella lettera scosse profondamente Nikol�j: egli era dotato del buon senso dei mediocri, che gli indic� in che modo doveva comportarsi. Bisognava assolutamente partire, se non dimettendosi, ottenendo almeno una licenza. Perch� fosse proprio necessario non lo sapeva, ma, dopo il sonnellino pomeridiano, ordin� che gli sellassero il suo grigio Marte, uno stallone assai focoso che non usciva da un pezzo e, giunto al suo alloggio, su quella cavalcatura coperta di schiuma, dichiar� a Lavruska (il domestico di Denissov era rimasto con lui) e ai colleghi, che la sera erano venuti a trovarlo, che chiedeva una licenza e andava a casa. Per quanto gli fosse difficile e gli sembrasse strano pensare di partire senza aver saputo dallo stato maggiore (cosa che lo interessava in modo particolare) se sarebbe stato promosso capitano o se avrebbe avuto la croce di Sant'Anna per le ultime manovre; per quanto gli paresse strano pensare che sarebbe partito senza avere venduto al conte Goluchovskij la "tr�jka" (3) roana, per cui il conte polacco mercanteggiava con lui e che egli aveva scommesso di cedergli per duemila rubli; per quanto gli paresse incomprensibile che potesse avere luogo, senza di lui, il ballo che gli ussari offrivano alla "pana" (4) Ps�zdetkaja per far dispetto agli ulani che ne organizzano uno in onore della loro "pana" Borzoz�vskaja, egli si rendeva conto che bisognava uscire da quel mondo sereno e buono per andare l� dove tutto era assurdo e complicato. Dopo una settimana ricevette la licenza. Gli ussari, e non solo i suoi compagni di reggimento ma anche i compagni di brigata, gli offrirono un pranzo che cost� loro quindici rubli a testa, durante il quale sonavano due orchestre e cantavano due cori di soldati. Rost�v ball� il "trep�k" (5) con il maggiore Bass�v; gli ufficiali, ubriachi, sollevarono, fecero dondolare, lanciarono in alto e lasciarono ricadere Rost�v, i soldati del terzo squadrone lo sollevarono ancora una volta sulle braccia gridando �Urr�!� a squarciagola. Infine fu fatto salire su una slitta e fu accompagnato sino alla prima stazione di posta. Sino a met� strada, come sempre accade, da Kremenci�g a Kiev, tutti i pensieri di Rost�v erano ancora legati al suo squadrone; ma, oltrepassata la met� del cammino, egli cominci� a dimenticare la "tr�jka" di roani, il suo maresciallo d'alloggio Dozov�jko e a chiedersi, con una certa inquietudine, che cosa avrebbe trovato a Otr�dnoe. Quanto pi� si avvicinava alla meta, tanto pi� fortemente (come se anche il sentimento obbedisse alla legge di attrazione inversamente proporzionale al quadrato della distanza) egli pensava a casa sua; all'ultima tappa, prima di Otr�dnoe, diede al postiglione tre rubli di mancia e, come un ragazzo, sal� di corsa, ansimando, la scala d'entrata. Dopo l'entusiasmo del primo incontro e dopo quello strano senso di delusione in confronto a ci� che si era aspettato, - � sempre tutto uguale, perch� dunque mi sono tanto affrettato? - Nikol�j continu� a riabituarsi al suo vecchio mondo di casa. Suo padre e sua madre erano gli stessi, solamente un po' invecchiati; in essi nulla c'era di nuovo all'infuori di una certa inquietudine e talora qualche disaccordo mai esistiti prima e che, come presto Nikol�j venne a sapere, derivavano dalle cattive condizioni degli affari. S�nja, che aveva gi� pi� di diciannove anni, aveva cessato di farsi pi� bella, non prometteva nulla di pi�, ma, cos� com'era, poteva bastare. Da quando era giunto Nikol�j, spiravano da lei felicit� e tenerezza, e il costante, irremovibile amore di quella fanciulla procurava a Nikol�j un senso di gioia. P�tja e Natascia, pi� di tutti gli altri membri della famiglia, stupirono Nikol�j. P�tja era ormai un ragazzo di tredici anni, bello, intelligente, vivacissimo, e la sua voce di fanciullo gi� stava assumendo toni nuovi. Di Natascia, Nikol�j si meravigli� e rise a lungo guardandola. - Sei diventata un'altra - le disse. - Come, pi� brutta? - Al contrario, ma con una cert'aria di importanza... una principessa! - le mormorava. - S�, s�, s�! - confermava Natascia gioiosamente. La fanciulla gli raccont� il suo romanzo con il principe Andr�j, la visita di lui a Otr�dnoe e gli mostr� l'ultima lettera ricevuta. - Ebbene, contento? - chiese Natascia al fratello. - Ora mi sento cos� felice, cos� tranquilla... - Felicissimo anch'io - rispondeva Nikol�j. - E' un'ottima persona. Ma tu, sei davvero molto innamorata? - Come dirti? Io sono stata innamorata di Bor�s, del precettore, di Denissov, ma ora � una cosa diversa. Mi sento tranquilla e serena. So che non esiste un uomo migliore di lui e per questo sono cos� calma, cos� felice. Una sensazione completamente diversa da prima... Nikol�j espresse a Natascia il suo malcontento perch� il matrimonio era stato rimandato di un anno; ma Natascia assal� il fratello, dimostrandogli che non era possibile fare diversamente, che non sarebbe stato bello entrare a far parte di una famiglia contro la volont� del padre e che era stata lei stessa a volere cos�. - Tu non puoi capire, non puoi capire - diceva. Nikol�j tacque, accettando il modo di vedere di lei. Spesso, osservando la sorella, il giovane provava un senso di stupore. Ella non pareva affatto una fidanzata innamorata, costretta a vivere lontano dal promesso sposo. Era sempre la stessa, di umore calmo, allegro, uguale. E ci� meravigliava Nikol�j, il quale non riusciva a vincere una certa diffidenza verso Bolkonskij e quel fidanzamento. Egli non credeva che la sorte di Natascia fosse gi� decisa, tanto pi� che non aveva mai visto il principe Andr�j con la sorella. Gli sembrava che in quel futuro matrimonio ci fosse qualcosa che non andava. �Perch� questo rinvio? Perch� non � stato fatto il fidanzamento ufficiale?�, si chiedeva. E una volta, parlando della sorella con la madre, con suo grande stupore ma insieme con un certo piacere, costat� che la contessa in cuor suo considerava quel matrimonio con una certa sfiducia. - Ecco, egli scrive... - disse, mostrando al figlio una lettera del principe Andr�j, con quel malcelato rancore che una madre nutre sempre contro la futura felicit� coniugale della figlia scrive che non verr� prima di dicembre. Da quali affari pu� essere trattenuto? Senza dubbio, una malattia. Ha una salute molto fragile. Non parlarne per� a Natascia... E non dar peso al fatto di vederla allegra: essa vive il suo ultimo periodo di fanciulla, e io so che cosa prova ogni volta che arriva una lettera di lui. Del resto, se Dio lo vuole, andr� tutto bene - concludeva la contessa ogni volta che parlava del principe Andr�j. - Si tratta di un'ottima persona. CAPITOLO 2. Durante il primo periodo dopo il suo arrivo, Nikol�j apparve serio, persino triste. Lo tormentava la necessit� assoluta di occuparsi di quegli stupidi affari amministrativi, a causa dei quali la madre lo aveva chiamato. Per liberarsi al pi� presto da quel peso, tre giorni dopo il suo ritorno a casa, accigliato e senza rispondere alla domanda dove andasse, si diresse verso la casetta abitata da M�tenka e pretese che gli fossero consegnati �i conti di tutto�. Che cosa fossero quei �conti di tutto� Nikol�j ne sapeva anche meno di M�tenka, spaventato e sorpreso. Il colloquio e il rendiconto di M�tenka non durarono a lungo. Gli "st�rosta", quello elettivo e quello comunale, che aspettavano nell'anticamera della casetta, dapprima con terrore e poi con soddisfazione udirono la voce del giovane conte che si levava sempre pi� alta, pronunziando ingiurie e parole terribili che piovevano una dopo l'altra. - Brigante! Ingrato animale! Ti ammazzo come un cane... Non hai pi� a che fare con un uomo come mio padre... Hai rubato... - e via di questo passo. Poi i due uomini, con non minore soddisfazione e spavento, videro il giovane conte, rosso in viso e con gli occhi iniettati di sangue, trascinare fuori M�tenka per il bavero e con molta abilit�, tra un insulto e l'altro, assestargli pedate e ginocchiate nel deretano gridando: - Vattene via! E che qui dentro non resti neppure traccia del tuo odore, farabutto! M�tenka ruzzol� a capo fitto gi� per sei gradini e fugg� nel boschetto, un ben noto rifugio per i criminali di Otr�dnoe. M�tenka stesso, tornando ubriaco dalla citt� vi si era nascosto parecchie volte e numerosi abitanti di Otr�dnoe, che si nascondevano a M�tenka, apprezzavano l'impenetrabilit� di quell'asilo. La moglie e le cognate di M�tenka si affacciarono spaventate dall'uscio di una stanza dove bolliva un lucido samov�r e dove si levava l'alto letto dell'amministratore, su cui era stesa una coperta trapunta, composta da minuti pezzetti di stoffa. Il giovane conte, ansimante, senza badare alle donne, pass� con andatura decisa davanti a loro e torn� a casa. La contessa, gi� informata dalle cameriere di ci� che era avvenuto nella casetta, da un lato si sent� tranquilla, pensando che ora il patrimonio della famiglia sarebbe stato riorganizzato, ma dall'altro si preoccup� per l'effetto che l'accaduto poteva produrre sull'animo del figlio. Parecchie volte si avvicin� in punta di piedi all'uscio della camera di Nikol�j, tendendo l'orecchio e lo sent� fumare una pipa dopo l'altra. Il giorno successivo, il vecchio conte chiam� suo figlio e, con un timido sorriso, gli disse: - Lo sai, anima mia, che la tua sfuriata � stata inutile? M�tenka mi ha raccontato tutto. �Lo sapevo�, pens� Nikol�j, �che in un ambiente di stupidi come questo non avrei capito nulla!�. - Sei andato in collera perch� non aveva messo a registro quei settecento rubli... Ma, vedi, la somma � segnata a riporto, nella pagina seguente, che tu non hai neppure guardato. - Pap�, so benissimo che M�tenka � una canaglia e un ladro. E quel che � fatto, � fatto... Per�, se non volete, non gli dir� pi� niente. - No, anima mia... - (Il conte era imbarazzato perch� si rendeva conto di essere un cattivo amministratore dei beni della moglie e colpevole dinanzi ai figli, ma non sapeva come rimediare ). - No, ti prego di occuparti degli affari, io sono vecchio, ormai. - No, pap�, perdonatemi se ho fatto qualcosa che vi dispiace: io ne so meno di voi. �Vadano al diavolo i contadini, il denaro, e i riporti sulla pagina seguente�, pensava Nikol�j. �Una volta capivo almeno che cosa significa far posta doppia su sei giocate, ma di riporti, proprio non capisco un bel niente!�, si diceva, e da allora non si occup� pi� di affari. Una volta soltanto la contessa chiam� il figlio, gli disse di avere una cambiale per duemila rubli di Anna Mich�jlovna e gli chiese che cosa dovesse fare. - Ecco - rispose Nikol�j. - Voi mi avete detto che questo dipende da me. Io non ho simpatia per Anna Mich�jlovna n� per Bor�s, ma erano nostri amici e sono poveri. Ecco quindi ci� che faccio - e strapp� la cambiale. Con quel gesto fece piangere lacrime di gioia alla contessa. Dopo di che il giovane Rost�v non si immischi� pi� in alcun affare e si dedic� invece, con passione, a un'occupazione nuova per lui: la caccia con i cani che, nei possedimenti del vecchio conte, era sempre stata organizzata con molta efficienza. CAPITOLO 3. Cominciavano i primi freddi, le gelate mattutine imprigionavano la terra inzuppata dalle piogge d'autunno, il grano invernale spuntava gi� con i suoi ciuffetti verde tenero dalle strisce di terra bruna calpestate dal bestiame, dalle stoppie di un pallido giallo del grano primaverile e dalle strisce rosse del grano saraceno. Le colline e i boschi, che ancora alla fine di agosto parevano isolette verdi tra i neri campi arati e tra le stoppie, avevano ora assunto l'aspetto di isole color dell'oro o di un bel rosso vivo tra le verdi semine autunnali. La lepre aveva gi� mutato met� del suo pelo; le giovani volpi cominciavano a disperdersi e i lupacchiotti erano ormai pi� grossi dei cani. Era la stagione migliore per la caccia. I cani dell'ardente e giovane cacciatore Rost�v non soltanto erano fisicamente pronti alla caccia, ma si trovavano in uno stato tale di eccitazione che, per consiglio dei cacciatori pi� esperti, fu deciso di concedere loro tre giorni di riposo e di mettersi in cammino per una battuta il 16 settembre, cominciando da Dubrava, dove era stata segnalata una covata intatta di lupacchiotti. Ecco come stavano le cose il 14 settembre. Per tutta la giornata i cacciatori restarono in casa: gelava, il freddo era pungente, ma verso sera il tempo si fece pi� mite e sopravvenne il disgelo. La mattina del 15 settembre, quando il giovane Rost�v, in veste da camera, guard� dalla finestra, vide che il tempo era quale non si poteva sperare migliore per la caccia: sembrava che il cielo si sciogliesse e, senza vento, scendesse sulla terra. L'unico moto nell'aria era un lento cadere di microscopiche gocce di vapore o di nebbia. Ai rami spogli del giardino erano sospese gocce trasparenti che a quando a quando cadevano sulle foglie sparse a terra. Nell'orto la terra nereggiava, bagnata e lucida come i semi di papavero e, a breve distanza, si fondeva con l'opaco, umido velo della nebbia. Nikol�j usc� sulla scala umida e coperta di fango; l'aria era impregnata di odore di bosco infracidito e di cani. Milka, la cagna nera dalla larga groppa a chiazze fulve e dagli occhi neri sporgenti, alla vista del padrone si alz�, si stiracchi�, si appiatt� al suolo come una lepre, poi diede un balzo improvviso e gli lecc� il naso e i baffi. Un altro cane, un levriero, vedendo il padrone, si slanci� con impeto da un vialetto fiorito verso il terrazzino e, curvando la schiena e alzando la coda, prese a strofinarsi alle gambe di Nikol�j. - Oo�i! - rison� in quel momento il richiamo inimitabile dei cacciatori, che riunisce in s� le note del basso pi� profondo e del tenore pi� acuto, e da dietro l'angolo della casa spunt� Danilo, il bracchiere, un cacciatore dai capelli tosati in tondo all'uso ucraino, canuto e rugoso, che teneva in mano uno staffile ricurvo. Il suo viso aveva un'espressione di indifferenza e di disprezzo per tutte le cose del mondo, espressione propria soltanto ai cacciatori. Si tolse davanti al padrone il berretto circasso, e lo guard� con disprezzo. Ma quel disprezzo non era offensivo per il signore: Nikol�j sapeva che quel Danilo, che tutto sprezzava e che tutti guardava dall'alto in basso, era pur sempre un uomo su cui contare, e un cacciatore. - Danilo! - disse Nikol�j, timidamente, gi� sentendo che di fronte a quel tempo cos� adatto per la caccia e a quei cani anche il suo bracchiere era preso dall'invincibile sentimento del cacciatore, quel sentimento che fa dimenticare a un uomo, come a un innamorato in presenza dell'amata, tutte le sue precedenti intenzioni. - Cosa comandate, signoria? - disse una voce profonda da protodiacono, fatta rauca dal continuo aizzare i cani, e due neri occhi lucenti guardarono di sotto in su il padrone che taceva. �Possibile che tu resista?�, parevano chiedere quegli occhi. - Bella giornata! Che inseguimento e che galoppate, eh? - esclam� Nikol�j, grattando Milka dietro le orecchie. Danilo non rispose, ma strizz� un occhio. - All'alba ho mandato Uvarka all'ascolto - riprese la voce di basso dopo un minuto di silenzio - e mi ha detto che �� passata� nelle riserve di Otr�dnoe: gli ululati venivano di l�.- (�E' passata� significava che la lupa, di cui entrambi conoscevano l'esistenza, si era spostata con i lupacchiotti nel bosco di Otr�dnoe, il quale si trovava a due miglia dalla casa ed era una piccola riserva di caccia). - Bisogna dunque andare? - domand� Nikol�j. - Vieni da me con Uvarka. - Come comandate, signoria. - Aspetta allora a dar da mangiare ai cani. - S�, signore. Dopo cinque minuti Danilo e Uvarka si trovavano nell'ampio studio di Rost�v. Bench� Danilo non fosse di alta statura, il vederlo in una stanza dava la stessa impressione che avrebbe prodotto un cavallo o un orso ritti sul pavimento, in mezzo ai mobili, e in condizioni di vita umane. Anche Danilo lo sentiva e, come al solito, rimaneva in piedi accanto all'uscio, cercando di parlare a voce bassa, di non muoversi per non rompere qualche cosa in casa dei padroni e sforzandosi di dir tutto al pi� presto per poter uscire all'aria aperta e avere sopra la testa, invece del soffitto, la volta del cielo. Finite le domande e avuta da Danilo la conferma che i cani erano pronti (anche Danilo aveva voglia di andare a caccia), Nikol�j ordin� di sellare i cavalli. Ma mentre Danilo stava per uscire, entr� a passi rapidi nella stanza Natascia, non ancora n� vestita n� pettinata, ma semplicemente avvolta nell'ampio scialle della bambinaia. P�tja la seguiva correndo. - Vai a caccia? - domand� Natascia. - Io lo sapevo! S�nja diceva che non sareste andati. Ma io ero sicura che con una giornata simile � impossibile non andare. - Andiamo, s�... - rispose di malavoglia Nikol�j che, avendo quel giorno intenzione di fare una caccia seria, non voleva prendere con s� Natascia e P�tja. - Andiamo... ma solo a caccia di lupi: ti annoierai! - Tu sai che per me la caccia � il piacere pi� grande - disse Natascia. - Non � bello, sai, da parte tua: ti prepari ad andartene, fai sellare i cavalli e a noi non dici niente. - Per i Russi non esistono ostacoli, andiamo! - grid� P�tja, intonando il primo verso della cantata popolare in onore di Bagrati�n. - Ma tu no, tu non puoi venire: la mamma ha detto di no - disse Nikol�j, volgendosi a Natascia. - No, io verr�, verr� assolutamente! - esclam� la fanciulla in tono deciso. - Danilo, fa' sellare anche per noi e ordina a Micha�l di far uscire la mia muta - aggiunse, rivolta al cacciatore. Se a Danilo pareva di essere goffo e impacciato quando si trovava in una stanza, era addirittura sconvolto quando aveva a che fare con Natascia. Abbass� gli occhi e si affrett� a uscire come se la cosa non lo riguardasse, badando di non fare distrattamente male, in qualche modo, alla padroncina. CAPITOLO 4. Il vecchio conte, che aveva sempre tenuto un efficiente apparato di caccia, del quale aveva ora trasmesso al figlio la direzione, quel giorno, 15 settembre, era di ottimo umore e si preparava anch'egli a partire. Un'ora dopo, tutti i partecipanti alla battuta erano riuniti davanti alla sala del terrazzino coperto. Nikol�j, con aria grave e seria, che dimostrava come non avesse tempo di occuparsi di cose futili, pass� accanto a Natascia e a P�tja che volevano dirgli qualcosa, senza badare a loro. Esamin� tutta l'adunata, mand� avanti in esplorazione una muta di cani con alcuni battitori, mont� in sella al suo rossiccio cavallo del Don e, fischiando ai cani della sua muta, attravers� l'aia e si diresse per i campi che portavano alla riserva di Otr�dnoe. Il cavallo del vecchio conte, un piccolo castrato sauro, chiamato Vifljanka, era condotto per le briglie da un palafreniere; il conte doveva poi recarsi in calessino direttamente nel posto assegnatogli. Cinquantaquattro cani da caccia guidati da sei uomini erano stati portati fuori. Oltre ai padroni, uscirono otto venatori seguiti da pi� di quaranta levrieri, cosicch�, insieme con le mute dei padroni, correvano nei campi pi� di centotrenta cani e venti cacciatori a cavallo. Ogni cane conosceva il suo padrone e il suo nome: ogni cacciatore conosceva il suo mestiere, il suo posto e il suo compito. Non appena ebbero oltrepassato il recinto, senza far rumore e in silenzio, si avviarono in fila regolare per la strada e per i campi che conducevano al bosco di Otr�dnoe. I cavalli avanzavano per i campi come su morbidi tappeti, diguazzando di tanto in tanto, nell'attraversare una strada, nelle pozzanghere. Il cielo nebbioso continuava ad abbassarsi, insensibilmente e regolarmente, sulla terra; l'aria era dolce, calda e calma. A intervalli si udivano il fischio di un cacciatore, lo sbuffare di un cavallo, lo schioccare di qualche staffilata o il guaito di un cane che non stava al suo posto. Allorch� si furono allontanati di un miglio, i partecipanti alla caccia scorsero profilarsi in mezzo alla nebbia cinque cavalieri seguiti dai loro cani. Li precedeva un bel vecchio, ancora arzillo, con due grandi baffi bianchi. - Buongiorno, zio! - esclam� Nikol�j, allorch� il vecchio gli fu vicino. - Benissimo, ecco, lo sapevo che ti avrei incontrato - prese a dire lo zio (che era un lontano parente e un non ricco proprietario, vicino dei Rost�v). - Lo sapevo che non avresti saputo resistere, ed � un'ottima cosa che tu vada. Benissimo, marsch! - (Era questo il prediletto intercalare del vecchio).- Prendi subito per il bosco; il mio Gircik mi ha riferito che gli Ilagin, con le loro mute, sono gi� appostati dalle parti di K�rniki: e quelli, marsch, ti porteranno via il branco di sotto il naso... - Vado proprio l�. Che ne dite, devo riunire le mute? - chiese Nikol�j. - Pensate che sia meglio riunirle? I cani furono riuniti in una sola muta, e lo zio e Nikol�j procedettero affiancati. Natascia, avvolta negli scialli dai quali spuntava il viso animato dagli occhi scintillanti, si avvicin� a loro seguita da P�tja, che non si staccava un minuto dalla sorella, e dal cacciatore e staffiere Micha�l, al quale era stato affidato l'incarico di sorvegliarla come una bambinaia. P�tja rideva per chiss� che cosa, batteva il suo cavallo e tirava le briglie. Natascia sedeva con disinvolta eleganza in sella al suo cavallo nero Arabcik e lo ferm� senza sforzo, con mano sicura. Lo zio guard� Natascia e P�tja con un'occhiata che non era certo di approvazione. Non gli piaceva mescolare le ragazzate a una cosa seria come la caccia. - Buongiorno, zio, veniamo anche noi - grid� P�tja. - Buongiorno, buongiorno s�, ma badate a non schiacciare i cani- rispose in tono severo lo zio. - Nik�lenka, che magnifico cane � Trunila! Mi ha riconosciuta disse Natascia, parlando del suo prediletto cane da corsa. �Trunila, innanzi tutto, non � un cane qualsiasi, ma un bracco da punta�, pens� Nikol�j, e guard� severamente la sorella cercando di farle capire quale distanza doveva separarli in quel momento. E Natascia lo cap�. - Quanto a voi, zio, non dovete pensare che saremo d'impaccio a chicchessia - disse Natascia. - Staremo al nostro posto e non ci muoveremo. - E sar� un'ottima cosa, contessina - rispose lo zio. - Badate soltanto a non cadere da cavallo, - aggiunse - altrimenti ecco, benone, marsch! non c'� dove aggrapparsi. Il bosco riservato di Otr�dnoe appariva gi� a circa duecento metri e gi� i battitori vi si avvicinavano. Rost�v, dopo aver deciso definitivamente con lo zio da che parte si dovessero lanciare i cani e dopo aver indicato a Natascia il luogo in cui doveva restar ferma e dove certo nessun animale sarebbe passato, si diresse lungo il burrone a esplorare. - Ehi, nipotino, sei sulla pista di una lupa - avvert� lo zio.- Attento a non lasciartela sfuggire. - Speriamo bene! Qui, Kar�j! - grid� il giovane, rispondendo con questo richiamo alle parole dello zio. Kar�j era un vecchio e brutto cane, dal pelo fulvo, famoso perch� era il solo capace di affrontare un grosso lupo. Il vecchio conte, conoscendo la passione del figlio per la caccia, si era affrettato per non essere in ritardo, e i canettieri non avevano ancora raggiunto il loro posto allorch� Ilj� Andreic', allegro, rosso in viso, con le guance tremolanti, giungeva attraverso i prati sul calessino tirato dai suoi morelli, al posto che gli era stato assegnato. Sistematasi bene la pelliccia e indossati gli arnesi da caccia, mont� sulla sua buona, mansueta e ben nutrita Vifljanka, lucida, strigliata e ormai canuta come il padrone. I morelli furono rimandati indietro con il calessino. Il conte Ilj� Andreic' che, pur non essendo cacciatore appassionato, conosceva bene le leggi della caccia, giunto al limite della boscaglia, dove era il suo posto, raccolse le redini, si drizz� in sella e sentendosi pronto, si guard� attorno sorridendo. Gli stava accanto il suo cameriere, Sem�n Cekm�r, vecchio e fatto pesante dagli anni, che teneva al guinzaglio tre robusti mastini, anch'essi, per�, un po' ingrassati, come il padrone e il cavallo. Due altri cani, vecchi e intelligenti, stavano accucciati senza guinzaglio. A cento passi di distanza, verso il bosco, stava Mitka, un altro staffiere del conte, cavalcatore esperto e appassionato cacciatore. Il conte, seguendo un'antica usanza, bevette prima dell'inizio della battuta, in un bicchierino d'argento, alcuni sorsi di "zapekanka" (6) di quella da cacciatori, mangi� un boccone e lo annaffi� con mezza bottiglia del suo prediletto Bordeaux. Ilj� Andreic' appariva un po' arrossato in viso per effetto del vino e della corsa; i suoi occhi, di solito velati e umidi, scintillavano in modo particolare; in sella, avvolto nella pelliccia, aveva l'aria di un ragazzino che avessero condotto a fare una passeggiata. Il magro Cekm�r, dalle guance scavate, compiuto che ebbe le sue incombenze, si mise a guardare il padrone con il quale era vissuto per trent'anni in perfetta armonia e, vedendolo di buon umore, si disponeva a una piacevole conversazione. Una terza persona, uscendo a cavallo dal bosco, si avvicin� cautamente (si capiva che sapeva come comportarsi) al conte e si ferm� alle sue spalle. Era un vecchio dalla barba grigia, avvolto in un mantello da donna e con il capo coperto da un alto berretto. Era il buffone Nast�ssja Iv�novna. - Senti, Nast�ssja Iv�novna, - gli mormor� il conte, ammiccando - se fai tanto di far scappar la bestia, te la dovrai vedere con Danilo. - Eh, me ne intendo anch'io! - rispose Nast�ssja Iv�novna. - Sst! - bisbigli� il conte, e si rivolse a Sem�n. - Hai visto Nat�lja Il�nicna? - chiese a Sem�n. - Dov'�? - E' con P�tr Il�c', presso il macchione di Zarov - rispose Sem�n, con un sorriso. - Bench� sia una signorina, ha una grande passione per la caccia. - E tu ti meravigli, Sem�n, di come sa stare a cavallo, eh? - domand� il conte. - Come un uomo, n� pi� n� meno. - Come non meravigliarsi? Cos� ardita e agile... - E Nikolaska, dov'�? Sull'altura di Lj�dovo, eh? - chiese il conte a voce sommessa. - Proprio l�. Lo sa, quello, dove mettersi... Sa stare a cavallo cos� bene che spesso Danilo e io lo guardiamo stupefatti - rispose Sem�n, sapendo di far piacere al padrone. - Monta bene, eh? E sta in sella che � una meraviglia! - Pare dipinto. Giorni or sono, nel macchione di Zav�rzino mentre stava stanando la volpe, si � messo a un galoppo da non dirsi! Il cavallo vale mille rubli, ma il cavaliere non ha prezzo! Dove trovarlo un giovanotto in gamba come lui? - Gi�, dove trovarlo... - ripet� il conte, rimpiangendo evidentemente che il discorso di Sem�n fosse cos� presto finito.- Dove trovarlo? - ripet� ancora una volta, scostando le falde della pelliccia e tirando fuori la tabacchiera. - E l'altro giorno, mentre usciva in gran tenuta dalla Messa, Micha�l Sidoryc'... - Sem�n non complet� la frase, avendo udito risonare chiaramente nell'aria calma un rumore di inseguimento e il latrato di due o tre cani. Chin� la testa e rimase in ascolto, facendo cenno al padrone di tacere. - S�, li hanno scovati - sussurr�: - li hanno spinti diritti su Lj�dovo. Il conte, dimenticando di cancellare il sorriso dal suo volto, guardava in lontananza, davanti a s� e, senza fiatare, teneva in mano la tabacchiera aperta. Subito dopo il latrare dei cani, rison� il corno di Danilo che, in tono di basso, avvertiva la presenza dei lupi; il branco si un� ai primi tre cani e ora si udiva la voce dei segugi che abbaiavano con quell'ululato lungo e particolare che � il segnale per inseguire i lupi. Gi� i battitori avevano smesso di eccitare i cani, e gridavano: �D�i! D�i!�, mentre tra tutte le voci spiccava quella di Danilo, ora bassa e profonda, ora acuta e penetrante. Quella voce pareva riempire di s� tutto il bosco; usciva dal folto e si spandeva lontano nella campagna. Il conte e il suo staffiere ascoltarono, muti, per alcuni minuti e si convinsero che i cani si erano divisi in due mute: una, molto numerosa che urlava con insolito furore, pareva allontanarsi, mentre l'altra, correndo lungo il margine del bosco, pass� davanti al conte accompagnata dalle grida di incitamento di Danilo. I latrati delle due mute si fondevano e si allontanavano contemporaneamente. Sem�n sospir� e si chin� per mettere a posto il guinzaglio, nel quale un giovane cane si era impigliato; sospir� anche il conte e, accortosi di avere in mano la tabacchiera aperta, ne cav� una presa e l'annus�. - Indietro! - grid� Sem�n a un cane che si era spinto oltre il margine del bosco. Il conte sussult� e si lasci� sfuggire di mano la tabacchiera. Nast�ssja Iv�novna scese da cavallo e si chin� per raccoglierla. Il conte e Sem�n lo guardavano. A un tratto, come spesso avviene nelle battute di caccia, i rumori dell'inseguimento si riavvicinarono di colpo come se le gole latranti dei cani fossero l� a pochi passi e da quel punto provenissero le grida di incitamento di Danilo. Il conte si guard� attorno e vide alla sua destra Mitka che lo fissava con gli occhi sbarrati e con il cappello gli indicava un punto davanti a s�, dalla parte opposta. - In guardia! - grid� Mitka con una voce come se quella parola, trattenuta a stento, volesse da un pezzo uscirgli dalle labbra e, dopo aver sciolto i cani, galopp� alla volta del conte. Il conte e Sem�n lanciarono i cavalli fuori del folto e alla loro sinistra scorsero il lupo che dondolandosi mollemente, avanzava a piccoli saltelli pi� a sinistra, verso il margine del bosco dove essi si trovavano. I cani urlarono infuriati e, strappandosi dai guinzagli, si scagliarono verso il lupo, passando davanti alle gambe dei cavalli. Il lupo si ferm�; faticosamente come se fosse sofferente di angina, volse la testa dalla grossa fronte verso i cani e, dondolando mollemente, spicc� un salto, poi un altro, agit� la coda e scomparve nel bosco. In quel momento, dal margine opposto, con un guaito che pareva un lamento, balz� fuori prima un cane, poi un altro, poi un terzo e infine tutta la muta si slanci� compatta lungo il campo sulla stessa striscia di terreno per cui era passato il lupo in fuga. Dietro ai cani, gli arbusti dei noccioli si divisero e spunt� il cavallo baio di Danilo, lucido di sudore. Raggomitolato sull'ampia groppa, proteso in avanti, sedeva Danilo, a capo scoperto, con i bianchi capelli scompigliati ricadenti sulla faccia arrossata e coperta di sudore. - Dagli, dagli! - gridava. Quando vide il conte, un lampo brill� nei suoi occhi. - Malediz...! - grid�, alzando con aria furiosa lo scudiscio verso il conte. - Lasciarsi sfuggire il lupo cos�... Bei cacciatori! - E, come se non si degnasse di parlare oltre al conte confuso e sgomento, con tutta la rabbia che aveva in corpo, colp� con la frusta i fianchi umidi e incavati del suo baio e si slanci� dietro i cani. Il conte, immobile, come un bambino punito, si guardava attorno, cercando di ottenere da Sem�n un sorriso di compassione per la situazione in cui si trovava. Ma Sem�n non era pi� l�: egli, girando attorno al macchione, correva incontro al lupo. I levrieri inseguivano la belva da due parti. Ma il lupo si cacci� tra i cespugli e nessuno dei cacciatori riusc� a raggiungerlo. CAPITOLO 5. Frattanto Nikol�j Rost�v rimaneva al suo posto, in attesa della fiera. Dall'avvicinarsi e dall'allontanarsi dello strepito dell'inseguimento, dai latrati dei cani che ben conosceva, dall'avvicinarsi, allontanarsi o sollevarsi delle voci degli uomini, egli capiva tutto ci� che accadeva nel bosco. Sapeva che vi erano dei lupi vecchi e dei lupacchiotti, sapeva che i cani erano divisi in due mute, che un animale era inseguito da vicino e che doveva essere accaduto qualche incidente spiacevole. A ogni istante si aspettava di veder comparire il lupo dalla sua parte. Faceva mille supposizioni diverse su come e di dove sarebbe apparsa la fiera, e in che modo egli avrebbe potuto inseguirla. La speranza si alternava in lui allo scoraggiamento. A parecchie riprese preg� Iddio di mandargli a tiro il lupo; pregava con quell'ardore appassionato e insieme vergognoso con cui pregano gli uomini nei momenti di intensa agitazione, dipendente da cause di poca importanza. �Che cosa ti costa�, diceva a Dio, �di far questo per me? Lo so che Tu sei grande e che � peccato supplicarti per una cosa simile: ma fa' in modo, ti prego, che il vecchio lupo sbuchi nella mia direzione e che Kar�j, sotto gli occhi dello zio che guarda da questa parte, lo afferri alla gola con una stretta mortale�. Mille volte, in quella mezz'ora, Rost�v percorse con lo sguardo teso, ostinato e inquieto, il margine del bosco dove si ergevano due querce rade tra il folto di tremule e si apriva il burrone, con l'orlo roso dall'acqua, e spiccava il berrettone dello zio che spuntava appena da un cespuglio, a destra. �No, non avr� questa felicit��, pensava Rost�v, �eppure che cosa ti costerebbe, mio Dio? Io sono sfortunato sempre: alle carte, alla guerra, in ogni cosa�. Austerlitz e D�lochov, avvicendandosi, balenarono chiaramente al suo pensiero. �Una volta sola nella vita poter prendere un lupo e non desidero altro!�, pensava, tendendo l'orecchio, volgendo lo sguardo a sinistra e poi di nuovo a destra e prestando attenzione alle minime sfumature dei latrati. Gir� gli occhi di nuovo a destra e a un tratto vide qualche cosa corrergli incontro attraverso il campo deserto. �Non pu� essere, no!�, pens� Rost�v, sospirando profondamente come sospira chi vede accadere una cosa lungamente attesa. Si stava realizzando la pi� grande e desiderata fortuna, con la massima semplicit�, senza rumori, senza indizi speciali, Rost�v non credeva ai suoi occhi, e il suo dubbio non dur� pi� di un secondo. Il lupo, che veniva avanti correndo, salt� pesantemente il fossato che attraversava la sua strada. Era un vecchio bestione dal dorso grigio e dal ventre largo e rossiccio. Correva senza affannarsi, convinto evidentemente di non essere visto da nessuno. Rost�v, che tratteneva il respiro, guard� i cani i quali, senza vedere il lupo e senza nulla capire, se ne stavano in piedi o accovacciati. Il vecchio Kar�j con la testa voltata all'indietro e digrignando i denti giallastri, si cercava rabbiosamente una pulce sulla coscia posteriore. - D�i! D�i! - bisbigli� Rostov, movendo appena le labbra. I cani, facendo risonare i collari di ferro, drizzarono le orecchie e balzarono su. Kar�j fin� di grattarsi la coscia e si alz�, tendendo le orecchie e agitando leggermente la coda, dalla quale pendevano fitti ciuffi di pelo. �Devo lanciare i cani oppure no?�, si domandava Nikol�j mentre il lupo, allontanandosi sempre pi� dal bosco, veniva verso di lui. A un tratto l'aspetto della belva mut�: essa trasal� vedendo fissati su di s� due occhi d'uomo, probabilmente mai sino allora incontrati e, volgendo leggermente la testa in direzione del cacciatore, si ferm�. �Indietro o avanti? Be', � lo stesso; avanti!�, parve chiedere e rispondere a se stessa e, senza pi� guardarsi attorno, si slanci� avanti a un trotto morbido, elastico, misurato, ma deciso. - D�i! D�i! - grid� Nikol�j con una voce irriconoscibile e il suo buon cavallo si slanci� a precipizio, saltando i borri, gi� per il pendio, per tagliare la strada al lupo; intanto i cani, eccitati, lo sorpassarono accelerando la corsa. Nikol�j non udiva le proprie grida, non si accorgeva di galoppare, non vedeva n� i cani n� il terreno su cui galoppava, ma soltanto il lupo che, accelerando la corsa, procedeva a sbalzi, senza mutare direzione, lungo l'avvallamento. Milka, la nera cagna pezzata dalla larga groppa, fu la prima a comparire vicino alla fiera, accostandosi sempre di pi�... La toccava quasi... stava per raggiungerla... Ma non appena il lupo le gett� un'occhiata in tralice, essa, invece di accelerare la corsa come soleva fare in momenti simili, alz� a un tratto la coda e si ferm�, puntando sulle zampe anteriori. - D�i! D�i! - gridava Nikol�j. Il fulvo Ljubim sorpass� Milka con un balzo, si slanci� sul lupo e gli addent� una coscia, ma in quello stesso momento, spaventato, balz� indietro. Il lupo si accosci�, digrignando i denti, si rialz� e si mise a correre inseguito da vicino da tutti i cani, che non ardivano avvicinarglisi. �Mi sfuggir�! No, non � possibile!�, pensava Nikol�j, continuando a eccitare i cani con grida rauche. - Kar�j! D�gli, Kar�j - urlava, cercando con gli occhi il vecchio cane, unica sua speranza. Kar�j, con tutte le sue vecchie forze, allungandosi quanto pi� poteva, senza distogliere gli occhi dal lupo, correva pesantemente a fianco della belva per tagliarle la strada. Ma dalla velocit� della corsa del lupo e dalla lentezza di quella del cane, era evidente che Kar�j aveva sbagliato i suoi calcoli. Nikol�j vedeva gi� prossimo davanti a s� il bosco nel quale il lupo, se l'avesse raggiunto, sarebbe certamente riuscito a sfuggire alla caccia. Ma un cacciatore, attorniato da altri cani gli comparve galoppando quasi davanti. C'era ancora una speranza... Un giovane cane lungo e quasi nero, sconosciuto a Nikol�j, staccatosi da un'altra muta, si scagli� con impeto davanti al lupo e quasi l'atterr�. Il lupo con una sveltezza incredibile si rialz� e, digrignando i denti, addent� il cane bruniccio il quale con un fianco squarciato e perdendo sangue diede un urlo acuto e stramazz� con la testa verso terra. - Kar�juska! - esclam� Nikol�j, quasi piangendo. Il vecchio cane, con i ciuffi di pelo penzolanti sulle cosce, grazie al breve arresto, nel tagliare la strada al lupo, si trovava ormai a cinque passi dalla belva. Come presentisse il pericolo, il lupo guard� Kar�j di traverso, ritir� la coda tra le gambe e acceler� la sua corsa. A questo punto Nikol�j vide soltanto che qualcosa stava accadendo a Kar�j: il cane in un attimo piomb� sul lupo, e i due animali avvinghiati rotolarono nel pantano che era davanti a loro. Il momento in cui Nikol�j vide i cani che si dibattevano nell'acqua con il lupo, e sotto di essi scorse il pelo grigio della belva, una sua zampa posteriore protesa e le orecchie tese all'indietro sulla testa ansimante e spaurita mentre Kar�j lo addentava alla gola, il momento in cui Nikol�j vide tutto ci� fu uno dei pi� felici della sua vita. Gi� stava afferrando il pomo della sella per scendere e dare il colpo di grazia al lupo, quando a un tratto dalla massa dei cani emerse la testa della belva, poi le sue zampe anteriori si puntarono sul ciglio del borro. Il lupo digrign� i denti (Kar�j non lo serrava pi� alla gola), balz� fuori dall'acqua melmosa facendo forza sulle zampe posteriori, abbass� la coda e, allontanatosi di nuovo dai cani, riprese la corsa. Kar�j, con il pelo arruffato, certamente ferito o contuso, faceva grandi sforzi per uscire dal borro. - Mio Dio! Perch�? - grid� disperato Nikol�j. Dall'altra parte, un cacciatore dello zio, galoppando, tagli� la strada al lupo e i suoi cani accerchiarono di nuovo la belva. Nikol�j con il suo staffiere, e lo zio con il suo cacciatore giravano attorno al lupo incitando i cani, gridando, pronti a scendere di sella quando il lupo si accucciava sulle zampe posteriori, e lanciandosi veloci ogni volta che la belva si avvicinava al margine del bosco dove poteva trovar rifugio. Sin dall'inizio di questo inseguimento, Danilo, avendo udito le grida dei cacciatori, era uscito sul limitare del bosco. Aveva veduto Kar�j addentare il lupo e, supponendo gi� finita l'impresa, aveva fermato il cavallo. Ma quando vide che i cacciatori non smontavano di sella e che il lupo liberatosi dalla stretta dei cani aveva ripreso la fuga, non lanci� il suo cavallo incontro alla belva, ma lo spinse direttamente verso il bosco, per tagliargli la strada, come gi� aveva fatto Kar�j. Grazie alla direzione scelta, egli si trov� vicino alla belva nel momento in cui i cani dello zio la fermavano per la seconda volta. Danilo galoppava in silenzio, tenendo il pugnale sguainato nella sinistra e percuotendo con la lunga frusta, come un correggiato sulle biade, i fianchi del sauro. Nikol�j non vide e non ud� Danilo sino a che il sauro, sbuffando rumorosamente, non gli pass� davanti, sino a che non ud� il tonfo di un corpo che cade e vide Danilo in mezzo ai cani, seduto sulla groppa del lupo, che cercava di afferrare per le orecchie. Era evidente ai cani come ai cacciatori e come allo stesso lupo, che tutto era ormai finito. La belva spaventata, con le orecchie appiattite all'indietro, cercava di sollevarsi, ma i cani la serravano da tutte le parti. Danilo si rizz�, fece un passo barcollando e poi, con tutto il suo peso, come se si coricasse per riposare, si lasci� cadere sulla belva, afferrandola per le orecchie. Nikol�j voleva dargli il colpo di grazia, ma Danilo sussurr�: - No, no, lo prenderemo vivo! - e, mutando posizione, pose il piede sul collo del lupo nelle cui fauci venne cacciato un bastone. Lo imbrigliarono con un guinzaglio, gli legarono le zampe e infine Danilo lo volt� e rivolt� da un fianco all'altro. Raggianti ed esausti, i cacciatori gettarono il lupo vivo sulla groppa di un cavallo che sbuffava e si agitava e, accompagnati dai cani che continuavano a latrare furiosamente, lo portarono l� dove avevano deciso di riunirsi tutti. Due lupicini erano gi� stati presi dai segugi e tre dai levrieri. I cacciatori si avvicinavano con le loro prede e con il racconto delle loro avventure, e tutti si spingevano per vedere l'animale che, con la grossa testa ciondoloni e con il bastone conficcato nella gola, guardava con i grandi occhi vitrei tutta quella folla di uomini e di cani che gli stava attorno. Quando qualcuno lo toccava contraeva le zampe legate e guardava tutti con uno sguardo selvaggio e semplice insieme. Anche il conte Ilj� Andreic' si accost� per toccare il lupo. - Uh, che grosso bestione! - esclam�. - E' un vecchio lupo, nevvero? - domand� a Danilo che gli stava accanto. - S�, eccellenza, un grosso, vecchio lupo - rispose Danilo, affrettandosi a togliersi il berretto. Il conte ripens� a come si era lasciata sfuggire la belva e ricord� di essere stato redarguito da Danilo. - Per�, fratello, come sei irascibile! - disse. Danilo non rispose. Si limit� a sorridere di un sorriso mite, infantile e simpatico. CAPITOLO 6. Il vecchio conte si diresse verso casa. Natascia e P�tja gli promisero di raggiungerlo quanto prima. Poich� era ancora presto, la caccia continu�. Verso mezzogiorno i cani da corsa furono lasciati liberi in un burrone coperto di giovani, folti cespugli. Nikol�j, rimasto sulle stoppie, vedeva tutti i suoi cacciatori. Di fronte a lui si stendeva il verde tenerello dei campi invernali dopo le semine, e l� stava in agguato, entro una buca, solo, al riparo di un cespuglio di noccioli, il suo capocaccia. Non appena i cani furono sguinzagliati, Nikol�j ud� a intervalli l'abbaiare di uno di essi, Voltorn, che conosceva bene: altri latrati vi si udirono, ora chetandosi, ora riprendendo. Un minuto dopo si lev� dal bosco il suono del corno per la caccia alla volpe, e tutta la muta si slanci� a precipizio, gi� per il pendio, in direzione dei campi, allontanandosi da Nikol�j. Egli vedeva galoppare lungo il ciglio della forra i bracchieri dal berretto rosso, vedeva la muta dei cani e aspettava, da un momento all'altro, di vedere comparire, dall'altra parte tra il verde dei campi, anche la volpe. Il cacciatore, in agguato dentro la buca, si mosse, sciolse il cane e Nikol�j vide una volpe rossiccia, dalle zampe stranamente corte che, gonfiando la coda, correva a precipizio tra il verde novello dei campi. I cani si lanciarono all'inseguimento. Ecco, si avvicinavano... ecco la volpe girare in mezzo a loro percorrendo cerchi sempre pi� stretti e girare su se stessa attorno alla morbida coda; ed ecco un cane bianco piombarle addosso, seguito da uno nero, sino a che tutto si confuse, e i cani le si disposero attorno a forma di stella, con le zampe posteriori allargate, ondeggiando lievemente. Due cacciatori accorsero al galoppo verso i cani: uno in berretto rosso, l'altro, uno sconosciuto, vestito di un caffettano verde. �Che succede?�, pens� Nikol�j. �Di dove � sbucato quello? Non � un cacciatore dello zio�. I due presero la volpe e rimasero a lungo fermi, in piedi, senza legarla. Accanto a loro stavano i cavalli sellati e i cani accucciati a terra. Gli uomini agitavano le mani, facevano qualcosa con la volpe. Poi da quella stessa parte un corno diffuse un lungo suono, segno convenzionale di una contesa. - E' un cacciatore di Ilagin che sta litigando con il nostro Iv�n - disse lo staffiere di Nikol�j. Nikol�j mand� a richiamare Natascia e P�tja e mosse al passo verso il luogo dove il capocaccia si affaccendava a riunire i cani. Alcuni cacciatori erano accorsi attorno ai due litiganti. Nikol�j smont� da cavallo, si ferm� vicino ai cani con Natascia e P�tja e insieme con loro attese la fine del litigio. Dal margine del bosco usc�, con la volpe agganciata all'arcione, il cacciatore che si era azzuffato e venne verso il giovane padrone. Levatosi il berretto gi� da lontano, cercava ora di parlare rispettosamente; ma era pallido, ansimante, e il suo viso esprimeva una collera violenta. Aveva un occhio contuso, ma probabilmente non se ne accorgeva neppure. - Che c'� stato laggi� tra voi? - domand� Nikol�j. - Quel bel tipo pretende di cacciare sulle tracce dei nostri cani! La volpe � stata presa dalla mia cagna, quella color grigio topo... e lui se n'� impadronito! Va' dal giudice, va'... E io l'ho picchiato di santa ragione con la volpe stessa... Eccola qui, dietro la sella!... E questo lo vuoi provare? - diceva il cacciatore immaginando, senza dubbio, di parlare ancora con il suo rivale. Nikol�j, senza rispondergli, preg� la sorella e P�tja di aspettarlo e and� dov'era radunata la caccia avversaria, quella di Ilagin. Il cacciatore vittorioso si mescol� agli altri compagni e l�, circondato dai curiosi simpatizzanti, narr� la sua impresa. Ecco come erano accadute le cose. Ilagin, con il quale i Rost�v erano in discordia e avevano in corso un processo, cacciava su terre che per diritto di consuetudine appartenevano ai Rost�v e ora, quasi a farlo apposta, aveva ordinato ai suoi battitori di avvicinarsi al luogo riservato dove stavano cacciando i Rost�v e aveva permesso a uno dei suoi uomini di lanciare i cani verso la bestia inseguita da una muta che non era la sua. Nikol�j non aveva mai visto Ilagin ma, incapace come sempre di mantenere il giusto mezzo nei suoi giudizi e nei suoi sentimenti, per le voci che correvano circa le violenze e i soprusi di quel possidente, lo odiava con tutta l'anima e lo considerava il suo peggiore nemico. Cavalcava adesso alla sua volta, accigliato e furioso, stringendo con forza il manico dello scudiscio, pronto agli atti pi� decisivi e pi� pericolosi contro il suo avversario. Non appena ebbe aggirato una sporgenza del bosco, vide venirgli incontro un grosso signore in berretto di lontra, in sella a un bel cavallo nero, seguito da due staffieri. Invece di un nemico, Nikol�j trov� in Ilagin un cortesissimo e assai rispettabile signore, desideroso di fare conoscenza con il giovane conte. Avanzando verso Rost�v, Ilagin sollev� il suo berretto di lontra, disse di deplorare vivamente l'accaduto e di essere deciso a punire il battitore che si era permesso di cacciare un animale inseguito da cani altrui; preg� infine il conte di voler diventare suo buon conoscente e gli offr� di cacciare nelle sue terre. Natascia, temendo che il fratello trascendesse a qualche atto deplorevole, lo seguiva inquieta a breve distanza, ma, vedendo che i due si salutavano amichevolmente, li raggiunse. Ilagin sollev� ancora pi� alto il suo berretto di lontra e sorridendo affabilmente disse che la giovane contessa faceva pensare a Diana, sia per la sua passione per la caccia, sia per la sua bellezza di cui aveva sentito molto parlare. Ilagin, per farsi perdonare la colpa del suo cacciatore, preg� insistentemente Rost�v di passare nella sua riserva che distava di l� appena un miglio e dove, a suo dire, le lepri pullulavano. Nikol�j acconsent� e il gruppo dei cacciatori, raddoppiato, si spinse oltre. Per raggiungere la riserva di Ilagin, bisognava attraversare i campi. I signori marciavano insieme. Lo zio, Rost�v e Ilagin guardavano furtivamente i cani altrui, badando di non farsi scorgere e cercando con inquietudine tra quegli animali i possibili rivali dei propri. Rost�v fu specialmente colpito dalla bellezza di una cagnetta, piccolina, sottile, ma dai muscoli d'acciaio, il muso aguzzo, gli occhi neri sporgenti, pezzata di rosso, che apparteneva alla muta di Ilagin. Aveva sentito parlare dell'abilit� della muta di Ilagin e in quella bellissima cagna scorgeva una rivale della sua Milka. Durante una sua conversazione sul raccolto dell'annata, iniziato da Ilagin, Rost�v gli indic� la cagna pezzata di rosso. - Bella bestia, quella vostra cagna! E' veloce? - chiese con aria indifferente. - Quella? S�, � un ottimo animale... una brava puntatrice - rispose Ilagin con lo stesso tono indifferente, accennando alla sua Erza, per la quale l'anno precedente aveva ceduto a un suo vicino tre famiglie di cervi. - Dunque neppure voi, conte, siete molto soddisfatto del raccolto di quest'anno? - soggiunse, riprendendo il discorso iniziato. Poi, giudicando che fosse cortese occuparsi dei cani di Rost�v come questi si era occupato dei suoi, Ilagin li osserv� attentamente e indic� Milka, che lo aveva colpito per la sua taglia larga e vigorosa. - E quella vostra cagna pezzata di nero � buona? - domand�. - S�, abbastanza... corre bene - rispose Nikol�j. �Se adesso, ecco, passasse di corsa una lepre adulta nel campo, ti farei vedere io che razza di cane � la mia Milka!�, pensava intanto e voltandosi verso il suo staffiere, promise un rublo a chi avesse avvistato una lepre acquattata. - Io non capisco - continu� Ilagin - come i cacciatori siano tanto gelosi della selvaggina e dei cani altrui. Per conto mio, conte, dir� che mi diverto a fare una cavalcata: cos� pu� capitare di imbattersi in una compagnia come questa... che c'� di meglio? - (E riprendeva a levarsi il berretto di castoro davanti a Natascia). - Ma il contare quante pelli si sono prese proprio non mi interessa! - Giustissimo. - O che mi offenda, o quasi, se il cane di un altro e non il mio ha raggiunto la preda... A me, per divertirmi, basta assistere alla caccia. Che ne dite, conte? Ritengo inoltre che... - Aa-t�! - rison� in quel momento il grido prolungato di uno dei canettieri che si erano fermati. Immobile su di una piccola altura, in mezzo alle stoppie, con la frusta in mano, ripet� ancora una volta quel grido prolungato: �Aa-t�!�. (Il grido prolungato e la frusta sollevata significava che egli vedeva davanti a s� una lepre acquattata). - Pare che l'abbia scovata, eh? - disse con noncuranza Ilagin.- Vogliamo inseguirla, conte? - S�, bisogna andare... e andiamo insieme, eh? - rispose Nikol�j, guardando Erza e il fulvo Rug�j dello zio, i due rivali contro i quali non gli era mai capitato di mettere alla prova i propri cani. �E se poi fanno fare una figuraccia alla mia Milka?�, pensava, mentre, insieme con lo zio e con Ilagin, si avvicinava alla lepre. - E' adulta? - domand� Ilagin, accostandosi al cacciatore che aveva scovato la lepre e, guardandosi attorno non senza una certa emozione, mand� un fischio di richiamo alla sua Erza... -E voi, Micha�l Nik�noric'? - chiese, rivolgendosi allo zio. Lo zio cavalcava cupo e accigliato. - A che scopo mi ci dovrei immischiare? I vostri cani sono stati pagati quanto costa un villaggio, valgono migliaia di rubli. Voi lanciate i vostri all'inseguimento, io star� a guardare. Su, su, Rug�j - grid�. - Su, Rug�juska! - aggiunse, esprimendo involontariamente con quel diminutivo la propria tenerezza e la speranza che poneva in quel cane rossiccio. Natascia vedeva e intuiva l'emozione nascosta di quei due vecchi e di suo fratello e si sentiva anch'essa agitata. Il cacciatore stava sempre ritto sul piccolo poggio con la frusta sollevata; i signori gli si avvicinano con il cavallo al passo. I cani da punta che procedevano sulla linea dell'orizzonte si allontanavano sempre pi� dalla lepre; gli altri cacciatori, meno i padroni, fecero lo stesso. Tutti si muovevano lentamente e con cautela. - Da che parte ha voltato la testa? - domand� Nikol�j quando si trov� a circa cento passi dal cacciatore che aveva stanato la lepre. Ma questi non fece in tempo a rispondere che la lepre, fiutando nell'aria la gelata del mattino successivo, balz� via. Una muta di cani, appaiati sui guinzagli, si slanci� ululando all'inseguimento gi� per il pendio; i levrieri si gettarono sui cani da punta e sulla lepre. Tutti quei cacciatori, che si erano mossi lentamente, presero il galoppo attraverso i campi; i bracchieri gridando: �Fermo!� disorientavano i cani, mentre i guidatori dei levrieri li incitavano al grido di: �Aa-t�!�. Il tranquillo Ilagin, Nikol�j, Natascia e lo zio andavano come il vento senza sapere n� dove n� come, non vedendo altro all'infuori dei cani e della lepre e temendo soltanto di perdere di vista, anche solo per un attimo, le tracce dell'animale. La lepre era vecchia e agile. Dopo aver fatto il primo balzo, non si diede subito alla fuga, ma agit� le orecchie per ascoltare le grida e il calpestio che all'improvviso le risonarono attorno. Fece, senza affrettarsi, una diecina di salti lasciando che i cani si avvicinassero e poi, scelta la propria direzione e conscia del pericolo, abbass� le orecchie e si mise a correre. Si era appiattita in mezzo alle stoppie, ma dinanzi le si stendevano i campi gi� verdi dove il terreno era molle. I due cani del cacciatore che l'aveva avvistata, essendo i pi� vicini di tutti, furono i primi a vederla e a lanciarsi all'inseguimento: ma erano ancora lontani dal raggiungerla quando li sorpass� a volo la fulva Erza di Ilagin: si avvicin� sino alla distanza di una lunghezza di cane, acceler� la corsa con incredibile velocit�, mirando alla coda della lepre e, credendo di averla afferrata, cadde ruzzoloni. La lepre inarc� la schiena e acceler� ancora la corsa. Dietro a Erza comparve Milka dal largo dorso pezzato di nero, e rapidamente si avvicin� alla lepre. - M�luska cara! - rison� il grido trionfante di Nikol�j. Pareva che Milka fosse l� l� per raggiungere e agguantare la preda: invece non solo la raggiunse ma, nell'impeto della corsa, la super�. La lepre fece un balzo laterale. Di nuovo la bella Erza le fu da presso e si protese proprio sulla coda dell'animale, come se prendesse la misura per non sbagliare di nuovo e afferrarlo alla coscia posteriore. - Erzinka, cara! - si ud� la voce piagnucolosa e diversa dal solito di Ilagin. Ma Erzinka non ascolt� la sua preghiera. Nel preciso momento in cui ci si aspettava che essa afferrasse la lepre, questa fece un balzo di lato e riprese a correre tra il verde dei campi e le stoppie. Di nuovo Erza e Milka, come due cavalli al timone, si appaiarono e inseguirono la lepre la quale, giunta al tratto intermedio tra campo e stoppie, pot� correre pi� facilmente mentre i cani perdevano terreno. - Rug�j ! Rug�juska! Cos� va bene, marsch! - grid� nel frattempo una terza voce e Rug�j, il cane rossiccio e gobbo dello zio, tendendo il pi� possibile il corpo e inarcando la schiena, gi� raggiungeva i due primi cani, li sorpassava e, spingendosi con appassionato oblio di se stesso sin sopra la lepre, la spinse dal terreno aperto sul campo seminato, la rincorse con maggior rabbia sul verde molle di fango affondando sino alle ginocchia, cosicch� lo si vide soltanto rotolare, insieme con la preda, con il dorso coperto di fango. Attorno gli si disposero a stella i cani. Dopo un minuto tutti stavano attorno alla massa dei cani. Lo zio, l'unico felice, smont� da cavallo. Afferrata la lepre, prese a scuoterla per farne colare il sangue e intanto si guardava attorno con gli occhi sfuggenti, senza sapere in che modo atteggiare le braccia e le gambe e parlava senza sapere che cosa dicesse n� a chi parlasse. - Ecco, benissimo, marsch... questo s� che � un cane... li ha battuti tutti, anche quelli da mille e un rublo... - diceva, ansimando e guardandosi rabbiosamente attorno come se imprecasse contro qualcuno, come se tutti fossero suoi nemici e lo avessero offeso, e soltanto ora potesse finalmente giustificarsi. - Eccoli i vostri cani da mille e un rublo... Corpo di bacco, benissimo, marsch! - Rug�j, prendi! - esclam� gettando al cane la zampetta tagliata, tutta inzaccherata di fango. - Te la sei meritata, corpo di bacco! - E' sfinito! Per ben tre volte si � buttato da solo all'inseguimento - diceva Nikol�j, anch'egli senza ascoltare nessuno e senza badare se gli altri gli prestavano attenzione o no. - Per� l'ha presa di fianco! - osserv� lo staffiere di Ilagin. - Gi�, dopo aver fatto cilecca, qualunque cane da guardia l'avrebbe acchiappata - diceva intanto Ilagin rosso in viso, respirando a fatica per la galoppata e l'emozione. Intanto Natascia, senza prender fiato, lanciava strilli gioiosi ed entusiastici cos� acuti da stordire. Con quel suo strillare ella esprimeva ci� che i cacciatori esprimevano parlando tutti in una volta. E quegli strilli erano cos� strani e selvaggi che certo ella se ne sarebbe vergognata, in un altro momento, e tutti se ne sarebbero meravigliati. Lo zio in persona leg� la lepre e con un gesto abile e svelto la gett� attraverso la groppa del cavallo; poi, con l'aria di rimproverare tutti, e di non voler parlare con nessuno, inforc� il suo sauro e si allontan�. Tutti gli altri erano tristi e mortificati; si divisero in silenzio e soltanto dopo un bel pezzo riuscirono a fingere l'indifferenza di prima. Ancora a lungo guardarono il fulvo Rug�j che, con la schiena gobba tutta coperta di fango, scuoteva il collare di ferro e procedeva calmo e tranquillo, con l'aspetto del vincitore, dietro il cavallo dello zio. �Io sono un cane come tutti gli altri quando non si tratta di inseguire. Ma allora, attenti!�. Questo pareva a Nikol�j che dicesse il cane, con quella sua aria da trionfatore. Quando, molto tempo pi� tardi, lo zio si avvicin� a Nikol�j e gli rivolse la parola, il giovane fu lusingato che lo zio, dopo quanto era avvenuto, si degnasse ancora di parlargli. CAPITOLO 7. Quando, verso sera, Ilagin salut� Nikol�j, questi si trovava a una tale distanza da casa, che accett� volentieri la proposta dello zio di trascorrere la notte da lui nella sua propriet� di Michailovka . - E se veniste da me? Ecco, benone, marsch! - aveva detto lo zio. - Sarebbe la cosa migliore. Vedete, il tempo � umido - prosegu�, - potreste riposare e la contessina la potremmo riaccompagnare a casa in calesse. L'invito fu accolto, e fu mandato a Otr�dnoe un domestico per prendere il calesse mentre Nikol�j, P�tja e Natascia andarono dallo zio. Cinque o sei domestici, tra adulti e ragazzi, andarono a incontrare il padrone all'ingresso principale. Una diecina di donne, vecchie, giovani e ragazzine, spuntarono da quello di servizio per vedere i cacciatori che tornavano. La presenza di Natascia, di una signorina a cavallo, eccit� la curiosit� delle donne di servizio dello zio a tal punto che molte, senza alcun imbarazzo, le si avvicinavano, la fissavano negli occhi e facevano ad alta voce i loro commenti sul suo conto, come se si trattasse di un fenomeno in mostra che, non essendo una creatura umana, non pu� n� capire n� udire ci� che si dice di lui. - Arinka, guarda, � seduta di fianco! Lei � seduta e la gonna svolazza... Vedi, ha anche il corno! - Santi benedetti, e persino il coltello! - Ve', una tartara! - Come hai fatto a non cadere? - chiedevano le pi� ardite, rivolgendosi direttamente a Natascia. Lo zio scese da cavallo davanti all'ingresso della sua casetta di legno circondata da un giardino e, data un'occhiata alla gente di casa, in tono imperioso, grid� che chi non era necessario poteva andarsene e ordin� che fosse fatto tutto quanto occorreva per ricevere gli ospiti e i cacciatori. Tutti se la squagliarono. Lo zio fece scendere da cavallo Natascia e, tenendola per mano, l'aiut� a salire i malfermi scalini dell'entrata. Nella casa, dalle pareti di legno non intonacate, non regnava molta pulizia: si vedeva che i suoi abitanti non si preoccupavano di lasciare qualche macchia, ma neppure vi si notava la trascuratezza. Il vestibolo, dove erano appese pelli di lupi e di volpi, era impregnato di un intenso odore di mele fresche. Attraverso l'anticamera, lo zio condusse i suoi ospiti in una piccola sala, arredata con una tavola pieghevole e alcune sedie di mogano, poi in un salotto dove si trovavano un tavolino rotondo di legno di betulla e un divano, e infine in uno studio con un divano sfiancato, un tappeto logoro, i ritratti di Suvorov, del padre e della madre del padrone di casa e il ritratto di lui stesso in divisa militare. Nello studio si sentiva un forte odore di tabacco e di cane. Qui lo zio invit� i suoi ospiti a sedersi, li preg� di considerarsi in casa loro, e usc�. Rug�j, con la schiena ancora coperta di fango, entr� nello studio, si sdrai� sul divano e cominci� a ripulirsi con la lingua e con i denti. Dallo studio si partiva un corridoio in cui si vedeva un paravento con la stoffa lacerata. Dietro al paravento si sentivano risate e sussurri femminili. Natascia, Nikol�j e P�tja si sbarazzarono dei cappotti e si misero a sedere sul divano. P�tja appoggi� la testa su un braccio e cadde immediatamente addormentato. Natascia e Nikol�j tacevano; avevano il volto acceso, erano affamati e molto allegri. Si scambiarono una occhiata (dopo la caccia, tra le quattro pareti di una stanza, Nikol�j non riteneva necessario ostentare la sua superiorit� di uomo in presenza della sorella): Natascia ammicc� al fratello e tutti e due, incapaci ormai di trattenersi, scoppiarono in una sonora risata, prima ancora di aver inventato un qualsiasi pretesto alla loro allegria. Poco dopo entr� lo zio, in casacca, calzoni turchini e scarpe basse, e Natascia sent� che quell'abbigliamento, che veduto gi� a Otr�dnoe le aveva suscitato stupore e irrisione, era un vero vestito, per nulla peggiore delle giubbe e delle marsine. Anche lo zio era allegro; e non solo non si offese per l'ilarit� dei giovani Rost�v (non gli poteva neppure passare per l'anticamera del cervello che si potesse ridere della sua vita), ma si un� anch'egli alle loro risate senza motivo. - E brava la contessina! Ecco, benone, marsch! Non ne avevo mai vista una che le possa stare alla pari! - esclam�, porgendo una pipa dal lungo bocchino a Nikol�j e riempiendone per s� una corta, dalla canna lavorata, che egli reggeva con gesto abituale, fra tre dita. - Tutta la giornata a cavallo, come un uomo, come se niente fosse! Poco dopo l'ingresso dello zio apr� l'uscio una ragazza che, si capiva dal rumore dei passi, camminava scalza, ed entr� una bella donna robusta e colorita, sulla quarantina, con il doppio mento e le labbra tumide e rosse, che reggeva tra le mani un grande vassoio. Con un'espressione di affabile ospitalit� negli occhi e in ogni gesto, guard� gli invitati e con un sorriso gentile li salut� rispettosamente. Nonostante un'obesit� poco comune che la costringeva a spingere in fuori il petto e il ventre e a tirare indietro la testa, quella donna, che era la governante di casa dello zio, camminava con straordinaria leggerezza. Si avvicin� al tavolo, vi pos� il vassoio e con le abili, bianche mani grassocce, ne tolse, disponendole in bell'ordine sulla tavola, le bottiglie, gli antipasti e vari tipi di leccornie. Fatto ci�, si diresse verso l'uscio e si ferm� sulla soglia con le labbra atteggiate al sorriso. �Eccomi qui, vedete chi sono. E adesso puoi capire lo zio?�, pareva dire a Rost�v la sua apparizione. Come non capire? Non solo Rost�v, ma persino Natascia capiva lo zio e il significato delle sopracciglia aggrottate e del sorriso lieto e soddisfatto che gli aveva appena increspato le labbra quando era entrata An�ssja F�dorovna. Sul vassoio c'erano infusi di erbe, bevande diverse, funghi, gallettine di grano nero, miele di favo, miele cotto e spumoso, mele, noci fresche e abbrustolite e noci di miele. Poi An�ssja F�dorovna port� ancora varie conserve di frutta fatte con il miele e lo zucchero, del prosciutto e un pollo appena arrostito. Tutte quelle ghiottonerie erano state scelte e preparate da An�ssja F�dorovna e tutte facevano pensare alla sua freschezza, alla sua pulizia, al suo candore e al suo simpatico sorriso. - Mangiate, signorina contessina - diceva, offrendo a Natascia un piatto dopo l'altro. Natascia mangiava di tutto e le pareva di non aver mai veduto n� assaggiato in alcun altro luogo simili frittelle, n� conserve cos� profumate, n� noci al miele, n� pollastrelli cos� fragranti. An�ssja F�dorovna usc�. Rost�v e lo zio, bevendo durante la cena rosolio di ciliegie, discorrevano della caccia passata e di quelle future, di Rug�j e dei cani di Ilagin. Natascia, seduta sul divano, eretta sul busto, li ascoltava con gli occhi scintillanti. Parecchie volte tent� di svegliare P�tja, per fargli mangiare qualcosa, ma il ragazzo borbottava nel sonno parole incomprensibili, senza destarsi. Natascia sentiva in s� una tale gaiezza, si trovava tanto bene in quell'ambiente per lei nuovo, che temeva soltanto che il calesse arrivasse troppo presto a prenderla. Dopo uno di quei brevi improvvisi silenzi, che capitano spesso quando si ricevono per la prima volta in casa propria dei conoscenti, lo zio, quasi rispondendo a un pensiero dei suoi ospiti, disse: - Ecco, cos� vado verso la fine della mia vita. Poi morir�... ecco, benone, marsch... e di me non rester� pi� nulla. Perch�, dunque, peccare? Il viso dello zio, mentre diceva queste cose, era molto espressivo e quasi bello. Rost�v, ascoltandolo, ricord� tutto il bene che aveva sentito dire di quell'uomo da suo padre e dai vicini. In tutto il distretto egli godeva fama di essere un originale, pieno di nobilt� e assolutamente disinteressato. Spesso lo chiamavano come arbitro nelle questioni di famiglia, lo nominavano esecutore testamentario, gli confidavano segreti, lo eleggevano giudice o gli affidavano altre incombenze; ma egli aveva sempre rifiutato ostinatamente qualsiasi carriera pubblica; trascorreva l'autunno e la primavera nei campi, sul suo cavallo sauro; d'inverno se ne stava in casa e d'estate dormiva nel suo ombroso, incolto giardino. - Perch� non prendete servizio, zio? - Ho incominciato, ma ho piantato l�. Non � cosa per me. Ecco, benone, marsch! E' roba per voi, io non ho abbastanza intelligenza. Per quanto riguarda la caccia � un altro affare! Aprite, dunque, quell'uscio! - grid�. - Perch� l'avete chiuso? L'uscio in fondo al corridoio (che lo zio chiamava collidoio) conduceva nella camera degli scapoli, come era chiamata la camera riservata ai cacciatori. Si sent� un rapido stropiccio di piedi nudi e una mano invisibile apr� l'uscio. Dal corridoio giunsero distintamente le note di una "balal�jka" (7) sonata certamente dalla mano di un artista. Natascia gi� da un pezzo porgeva l'orecchio a quella musica e ora, per meglio udirla, usc� nel corridoio. - E' il mio Mitka, il cocchiere... Gli ho comperato una buona "balal�jka" - disse lo zio; - mi piace tanto sentirla suonare - spieg�. In casa dello zio c'era la consuetudine che quando egli tornava dalla caccia Mitka sonasse la "balal�jka" nella stanza dei cacciatori. Al vecchio piaceva ascoltare quella musica. - Com'� bello! Davvero molto bello! - disse Nikol�j con una certa involontaria noncuranza, come se si vergognasse di ammettere che il suono di quella musica piaceva molto anche a lui. - Come, molto bello? - domand� Natascia che aveva avvertito il tono con cui aveva parlato il fratello. - Non solo molto bello... � una vera meraviglia! Come i funghetti, il miele e il liquore dello zio le erano sembrati i migliori del mondo, cos� quella musica le pareva, in quel momento, un insuperabile godimento. - Ancora, ancora, vi prego! - disse Natascia in direzione dell'uscio, non appena la "balal�jka" tacque. Mitka accord� lo strumento e riprese a sonare con bravura e con slancio la canzone "La signora", ornandola di variazioni e di ghirigori. Lo zio, seduto, ascoltava attento, con la testa piegata da un lato e con un sorriso a filo di labbra. Il motivo di "La signora" fu ripetuto un centinaio di volte. A parecchie riprese il sonatore accord� lo strumento, e tremolarono gli stessi suoni di cui gli ascoltatori non erano mai sazi, ma che volevano sentire ripetere ancora e ancora. An�ssja F�dorovna rientr� e appoggi� contro lo stipite il suo grosso corpo. - Vi degnate di ascoltare? - domand� a Natascia con un sorriso straordinariamente simile a quello dello zio. - Mitka suona davvero bene! - aggiunse. - Ecco, a questo punto non suona come dovrebbe - intervenne lo zio, con un gesto energico. - Qui ci vuole una cascatella di note... ecco, benone, marsch... s�, una cascatella... - Sapete sonare, voi? - domand� Natascia. Lo zio, senza rispondere, sorrise. - Guarda un po', An�ssjuska, se le corde della mia chitarra sono in ordine. Da un bel pezzo non l'ho pi� presa in mano ecco, benone, marsch! L'ho proprio trascurata. An�ssja F�dorovna si avvi� premurosamente, con la sua andatura leggera, a eseguire l'ordine del padrone e torn� poco dopo, portando la chitarra. Lo zio, senza guardare nessuno, soffi� via la polvere, con le dita ossute batt� sulla cassa dello strumento, lo accord� e si sedette pi� comodamente sulla poltrona. Con un gesto un po' teatrale, tenendo sollevato il gomito sinistro, prese la chitarra per il manico, e, strizzando un occhio ad An�ssja F�dorovna, non inton� "La signora", ma trasse dallo strumento un accordo sonoro e preciso; poi, lentamente e con calma, ma con vigore, cominci� a modulare su un ritmo dolce la canzone allora assai nota. �Sulla strada selciata...�. All'unisono con quella misurata gaiezza (quella stessa che emanava da tutta la persona di An�ssja F�dorovna), il motivo della canzone fece vibrare l'animo di Nikol�j e di Natascia. An�ssja F�dorovna arross� e, copertasi il viso con lo scialletto, usc� dalla stanza. Lo zio continu� a sonare con precisione in un tono limpido, sicuro e rigoroso, fissando con uno sguardo mutato e ispirato il punto da cui si era allontanata An�ssja F�dorovna. Qualcosa sorrideva appena sul suo viso, un sorriso impenetrabile a un angolo della bocca, sotto il baffo grigio; e questo specialmente quando il ritmo della canzone si accentuava, si sfrenava e si spezzava bruscamente. - Che meraviglia, zio! Che meraviglia! Ancora, ancora! - esclam� Natascia, non appena egli ebbe finito. E, balzando dal suo posto, corse ad abbracciare e a baciare lo zio. - Nik�linka, Nik�linka! - disse rivolgendosi al fratello come per chiedergli: �ma che � mai questo?�. Anche Nikol�j gustava molto la musica dello zio. Questi ripet� la canzone. Il viso sorridente di An�ssja F�dorovna comparve di nuovo nel rettangolo della porta e altri visi comparvero dietro di lei... Lo zio son�: �Laggi� mentre attinge acqua alla fresca sorgente, una fanciulla grida: aspetta!� e poi fece una variazione abilissima, lanci� un accordo e si mise ad agitare le spalle. - Su, su, zietto caro, ancora! - supplic� Natascia con voce implorante, come se fosse in gioco la sua vita. Lo zio si alz� e parve che in lui ci fossero due uomini: l'uomo serio sorrise gravemente del buontempone e il buontempone mosse un passo ingenuo e preciso prima di iniziare la danza. - Su, nipotina! - grid�, facendo un cenno d'invito a Natascia con la mano che aveva spezzato l'accordo. Natascia si sbarazz� dello scialletto che l'avvolgeva, corse davanti allo zio, e con le mani sui fianchi fece un grazioso movimento con le spalle e si ferm�. Dove, quando e come quella contessina educata da un'emigrata francese aveva assorbito, dall'aria russa che respirava, quello spirito e quegli atteggiamenti che le danze francesi da gran tempo avrebbero dovuto cancellare? Ma la sua sensibilit� e i suoi gesti erano precisamente quelli istintivi, non imparati, che lo zio si aspettava da lei. Non appena ella si alz� e rimase ferma davanti allo zio, con le labbra atteggiate a un sorriso trionfante, fiero e divertito, la prima paura che per un attimo aveva afferrato Nikol�j e tutti i presenti, la paura cio� che non riuscisse a cavarsela, svan� e tutti gi� erano in ammirazione davanti a lei. Ella faceva proprio ci� che doveva, e lo faceva con tale perfetta precisione che An�ssja F�dorovna, che si era affrettata a porgerle il fazzoletto indispensabile alla sua danza, rise sino alle lacrime guardando quella sottile, graziosa contessina, cos� diversa da lei, vestita di seta e di velluto, che sapeva intendere tutto ci� che c'era in An�ssja, nel padre di An�ssja, nella zia e nella madre di lei e in ogni anima russa. - Brava contessina! Ecco, benone, marsch... - esclam� lo zio, ridendo gioiosamente, non appena ebbe finito la danza. - Ah, che nipotina! Ormai non ti resta che sceglierti un buon marito! Ecco, benone, marsch! - L'ha gi� scelto - intervenne Nikol�j, sorridendo. - Ah! - esclam� lo zio con stupore, guardando interrogativamente Natascia che, con un sorriso felice, annu� con un cenno del capo. - E che marito! - esclam�. Ma non appena ebbe pronunziato queste parole, un nuovo, diverso ordine di idee e di sentimenti sorse in lei. �Che significava il sorriso di Nikol�j mentre diceva "L'ha gi� scelto"? Era contento o non lo era? Pareva pensare che il mio Bolkonskij non avrebbe approvato e capito questa nostra allegria. Ma no, l'avrebbe capita benissimo. E adesso, dove sar�?�, pens� Natascia e, di colpo, il suo viso assunse un'espressione di tristezza. Ma non dur� che un secondo. �Non devi pensarci, non devi assolutamente pensarci!�, si disse e, sorridendo, torn� a sedersi accanto allo zio e lo preg� di sonare ancora qualcosa. Lo zio esegu� una canzone e un valzer; poi, dopo un po' di silenzio, toss� e inton� la sua prediletta canzone di caccia: �Come era bella la prima neve che quella sera cadeva, cadeva...�. Lo zio cantava come canta il popolo, con la convinzione spontanea e assoluta che tutto il significato di una canzone sia soltanto nelle parole e che la melodia venga da s�, che non esista una melodia isolata, ma che essa serva soltanto per l'armonia. Perci� appunto quella melodia, inconsapevole come il canto dell'usignolo, era straordinariamente bella, anche in bocca allo zio. Natascia ne era entusiasta. Decise di non continuare a studiare l'arpa, ma di imparare soltanto la chitarra. Preg� lo zio di darle lo strumento e subito seppe trarne gli accordi di una canzone. Verso le dieci giunsero una "lin�jka" (8), un calessino e tre uomini a cavallo, mandati a prendere Natascia e P�tja. Il conte e la contessa non sapevano dove fossero e, come disse il messaggero, erano molto inquieti. P�tja fu preso in braccio, portato gi� e deposto nella "lin�jka" come un corpo morto; Natascia e Nikol�j presero posto nel calesse. Lo zio avvolse Natascia nello scialle e la salut� con una tenerezza affettuosa, tutta nuova. Li accompagn� a piedi sino al ponte che bisognava aggirare per passare a guado, e diede ordine che alcuni cacciatori, muniti di lanterne, precedessero i veicoli. - Arrivederci, cara nipote! - rison� dal buio la sua voce, che non era pi� la voce che Natascia conosceva, ma quella che aveva cantato: �Com'era bella la prima neve!�. Nel villaggio che attraversarono, brillavano qua e l� alcuni lumicini rossi e si diffondeva un odore di fumo che dava allegria. - Che delizia, quello zio! - esclam� Natascia quando uscirono sulla strada maestra. - S� - rispose Nikol�j. - Non hai freddo? - No, sto bene, sto benissimo. Mi sento a meraviglia - rispose Natascia quasi con un certo stupore. Rimasero a lungo silenziosi. La notte era umida e buia. Non si vedevano i cavalli, si udiva soltanto il diguazzare delle loro zampe nel fango invisibile. Che accadeva nell'animo infantile e sensibile di Natascia che cos� avidamente accoglieva e assimilava tutte le pi� diverse impressioni della vita? Come si fondevano in lei? Certo quella sera ella si sentiva profondamente felice. Quando fu vicina a casa, si mise tutto a un tratto a canterellare il motivo della canzone: �Com'era bella la prima neve�, motivo che aveva inutilmente cercato lungo tutta la strada e che infine le era ritornato alla memoria. - L'hai ritrovato? - le domand� Nikol�j. - A che cosa pensavi, ora, Nik�linka? - chiese Natascia. Essi amavano farsi questa domanda. - Io? - rispose Nikol�j, ricordando. - Ecco, dapprima pensavo che Rug�j, quel cane rossiccio, assomiglia allo zio e che, se fosse un uomo, terrebbe sempre lo zio con s�, se non per la caccia, almeno per il suo buon carattere, ma lo terrebbe. Com'� buono, lo zio! Non � vero? E tu, dimmi, a che cosa pensavi? - Io? Aspetta, aspetta... Prima pensavo che noi siamo qui in carrozza e andiamo o crediamo di andare a casa e invece Iddio solo sa dove andiamo in questo buio e potrebbe darsi che, arrivati, ci trovassimo non a Otr�dnoe, ma in un regno incantato! E poi ho pensato anche... No, non ho pensato a niente altro. - Lo so, pensavi certamente a "lui" - disse Nikol�j, sorridendo, come Natascia indovin� dal suono della sua voce. - No - rispose la fanciulla, bench� nello stesso momento avesse realmente pensato al principe Andr�j, chiedendosi se lo zio gli sarebbe piaciuto. - E mi ripeto ancora e me lo sono ripetuto per tutta la strada: come camminava bene An�ssjuska, proprio bene... - aggiunse. E Nikol�j ud� nel buio la risata felice, allegra e senza motivo della fanciulla. - Sai? - disse ella a un tratto. - Sono certa che non sar� mai pi� cos� felice e cos� serena come adesso. - Sciocchezze, assurdit�, stupidaggini - le rispose Nikol�j e pens�: �Che incantevole creatura questa mia Natascia. Non avr� mai un'amica come lei. Perch� si sposa? Andremmo sempre in giro insieme...�. �Com'� caro questo Nikol�j�, pensava nello stesso momento Natascia. - Ah! c'� ancora il lume acceso nel salotto! - osserv� indicando le finestre della casa che brillavano nell'oscurit� umida e vellutata della notte. CAPITOLO 8. Il conte Ilj� Andr�evic' aveva rinunziato alla carica di maresciallo della nobilt�, perch� quell'ufficio era causa di troppe spese. Ma i suoi affari andavano ugualmente di male in peggio. Spesso Natascia e Nikol�j sorprendevano misteriosi e agitati colloqui tra i genitori e sentivano discutere sulla vendita della ricca casa avita dei Rost�v e della loro propriet� presso Mosca. Non essendo pi� maresciallo della nobilt�, il conte non aveva pi� l'obbligo di dare grandi ricevimenti, e a Otr�dnoe la vita scorreva pi� tranquilla che negli anni precedenti; la casa grande e le dipendenze erano tuttavia sempre piene di gente e pi� di venti persone sedevano ogni giorno a tavola. Si trattava o di persone intime che venivano da molto tempo nella casa come membri della famiglia o di persone la cui presenza nella casa pareva essere indispensabile. Tali erano Dimmler, il maestro di musica, e la moglie, Vogel il maestro di ballo, e la famiglia; la vecchia signorina B�lova che abitava in casa, e molti altri ancora: i precettori di P�tja, l'ex-governante delle signorine e anche semplicemente persone per le quali era pi� conveniente vivere in casa del conte che in casa propria. Non c'erano pi� i grandi ricevimenti dei bei tempi passati, ma l'andamento della vita era sempre il medesimo, poich� il conte e la contessa non potevano concepire diversamente l'esistenza. Identica era ancora l'organizzazione della caccia, ampliata, anzi, da Nikol�j; nelle scuderie c'erano sempre i soliti cinquanta cavalli e quindici cocchieri; si facevano gli stessi regali assai costosi in occasione delle feste di onomastico e si organizzavano ancora i pranzi solenni ai quali partecipava tutto il distretto; le stesse partite di "whist" e di "boston" durante le quali il conte, lasciando vedere a tutti le proprie carte, permetteva ai vicini di vincergli centinaia di rubli, a quei vicini che consideravano il diritto di fare una partita con il conte Ilj� Andr�evic' come la loro rendita pi� vantaggiosa. Il conte si dibatteva nelle sue difficolt� finanziarie come in una immensa rete, sforzandosi di non credere di esservi impigliato e di impigliarvisi ogni giorno di pi�, e sentendosi incapace sia di rompere le maglie sia di scioglierle con paziente prudenza. La contessa, il cui cuore era pieno di tenerezza per i figli, sentiva che essi andavano verso la rovina, che il conte non era colpevole, che egli non poteva essere diverso da quello che era, che anch'egli soffriva (sebbene cercasse di nasconderlo) per la consapevolezza della disastrosa condizione sua e dei figliuoli, e cercava i mezzi per porvi riparo. Dal suo punto di vista femminile, la contessa non vedeva che un mezzo: il matrimonio di Nikol�j con una ricca ereditiera. Sentiva che questa era l'ultima speranza e che, se Nikol�j avesse rifiutato il partito che essa gli aveva trovato, sarebbe svanita per sempre la possibilit� di rimettere in sesto gli affari. Il �partito� era Julie Kar�gina, figlia di eccellenti e virtuosi genitori, che i Rost�v conoscevano sin da bambina e che ora, quando era morto l'ultimo dei suoi fratelli, era diventata una ricca ereditiera. La contessa aveva scritto direttamente alla madre della Kar�gina a Mosca, proponendole il matrimonio della figlia con Nikol�j e ne aveva avuta una risposta favorevole. La Kar�gina dichiarava che da parte sua acconsentiva, ma che tutto sarebbe dipeso dalle inclinazioni della figlia e che intanto invitava Nikol�j a recarsi a Mosca. Spesse volte, con le lacrime agli occhi, la contessa aveva detto a Nikol�j che il suo unico desiderio, dopo aver accasato le figliuole, era di vedere lui ammogliato; assicurava che sarebbe scesa tranquilla nella tomba se questo desiderio si fosse avverato, e gli confessava inoltre di aver in vista per lui una graziosissima fanciulla, cercando di conoscere l'opinione del figlio sul matrimonio, in generale. In altri colloqui con Nikol�j tesseva le lodi di Julie e consigliava il figlio di andare a Mosca per divertirsi un po'. Nikol�j indovinava lo scopo dei discorsi di sua madre e, durante uno di essi, ottenne che ella gli parlasse con assoluta franchezza. La contessa gli confess� che l'unica speranza per la famiglia minacciata dalla rovina consisteva nel suo matrimonio con la Kar�gina. - Ma come? Se io amassi una ragazza povera, esigereste dunque, "maman", che io sacrificassi il mio amore e il mio onore per il denaro? - le domand� Nikol�j senza rendersi conto della crudelt� di quella domanda e desiderando soltanto di dimostrare la sua nobilt� d'animo. - No, tu non mi hai capita - rispose la madre, non sapendo come giustificarsi. - Tu non mi hai capita, Nik�linka. Io desidero la tua felicit� - aggiunse e, sentendo di non dire la verit� e di essere sul punto di imbrogliarsi, si mise a piangere. - Mamma, non piangete; ditemi soltanto ci� che volete da me; voi sapete che darei qualsiasi cosa, anche la vita, pur di sapervi tranquilla - disse Nikol�j. - Sono pronto a sacrificare tutto per voi... s�, anche i miei sentimenti! Ma la contessa non voleva che la questione fosse posta cos�. Non voleva sacrificare suo figlio, proprio lei, che avrebbe invece desiderato sacrificarsi per lui. - No, tu non mi hai capita, non parliamone pi� - concluse, asciugandosi le lacrime. �S�, forse � vero, io amo una ragazza povera�, si diceva Nikol�j; �dovrei sacrificare il mio sentimento e il mio onore al denaro? Mi meraviglia che la mamma abbia potuto dirmi questo. Perch� S�nja � povera, io non posso amarla�, pensava, �non posso corrispondere al suo fedele, devoto amore? Certo sarei pi� felice con lei che con una bambola qualunque come Julie. Io non so comandare ai miei sentimenti. Se amo S�nja, il mio amore � pi� alto e pi� forte di qualsiasi altra cosa�. Nikol�j non part� per Mosca, la contessa non ritorn� pi� con lui sull'argomento del matrimonio, ma, con tristezza e talora anche con dispetto, notava i segni di una sempre crescente intimit� tra suo figlio e S�nja che non aveva dote. Rimproverava se stessa, ma non poteva fare a meno di brontolare e di cercar pretesti per prendersela con la fanciulla, spesso la redarguiva senza alcun motivo, interpellandola con il �voi� e chiamandola �mia cara�. Ci� che soprattutto irritava la buona contessa era il fatto che S�nja, quella nipote povera dagli occhi neri, fosse cos� mite, cos� dolce, cos� devotamente grata ai suoi benefattori e cos� costante e fedele nel suo amore per Nikol�j, che non le riusciva di trovar nulla da rimproverarle. Nikol�j trascorreva in casa dei genitori l'ultimo periodo della sua licenza. Intanto era giunta una quarta lettera del fidanzato principe Andr�j, da Roma, nella quale diceva che gi� da parecchio tempo sarebbe stato sulla via del ritorno in Russia se, per effetto del clima caldo, la sua ferita non si fosse inaspettatamente riaperta, il che lo costringeva a differire la partenza sino all'inizio del prossimo anno. Natascia era sempre ugualmente innamorata del suo fidanzato, sempre ugualmente serena nel suo amore e pi� che mai accessibile a tutte le gioie della vita; ma verso la fine del quarto mese di separazione, cominci� ad avere qualche accesso di tristezza contro la quale non riusciva a reagire. Aveva piet� di se stessa, rimpiangeva di perdere tutto quel tempo per niente e per nessuno, mentre si sentiva tanto disposta ad amare e ad essere amata. In casa dei Rost�v non regnava certo l'allegria. CAPITOLO 9. Venne il Natale e, tranne gli auguri solenni dei vicini e dei domestici, tranne gli abiti nuovi indossati da tutti, non ci fu nulla di particolare a distinguere le giornate festive; eppure nel freddo senza vento, a venti gradi sotto zero, nel sole luminoso e accecante del giorno e nel chiarore stellato della notte invernale, si sentiva la necessit� di solennizzare in qualche modo quel momento dell'anno. Al terzo giorno di festa, dopo il pranzo, tutte le persone di casa avevano raggiunto le proprie camere. Era il momento pi� noioso della giornata. Nikol�j, che durante la mattinata si era recato in visita da certi vicini, si era addormentato nella sala dei divani. Il vecchio conte riposava nel suo studio. S�nja, seduta alla tavola rotonda del salotto, ricopiava un disegno. La contessa stava disponendo le carte per un solitario. Nast�ssja Iv�novna, il buffone, con la faccia triste, sedeva presso la finestra vicino a due vecchie. Natascia entr� nel salotto, si avvicin� a S�nja, guard� che cosa faceva la cugina, poi and� dalla madre e le si ferm� accanto, in silenzio. - Che cos'hai da girare come un'anima senza pace? - domand� la contessa. - Vuoi qualche cosa? - Voglio �lui�... subito; ho bisogno di �lui� immediatamente - rispose Natascia con gli occhi scintillanti, senza sorridere. La contessa alz� il capo e fiss� la figliuola. - Non guardatemi, mamma, non guardatemi, se no mi metto a piangere. - Siediti qui, vicino a me - disse la contessa. - Mamma, ho bisogno di �lui�. Perch� devo tormentarmi cos�? - La voce le si spezz�, le lacrime le sgorgarono dagli occhi ed ella, per nasconderle, si volt� rapidamente e usc� dalla stanza. Entr� nella sala dei divani, vi si ferm�, riflett� per un momento, poi and� nella stanza delle cameriere, dove la vecchia governante stava brontolando contro una servetta la quale, ansimando, era entrata tutta infreddolita dal cortile. - Avete voglia di divertirvi, voialtre, ma ogni cosa a suo tempo- diceva la vecchia. - Lasciala fare, Kondr�tevna - intervenne Natascia. - Va', Mavruscia va'... Lasciata libera Mavruscia, Natascia attraverso la sala pass� nell'anticamera. Tre domestici, un vecchio e due giovani, giocavano a carte. Interruppero il gioco e si alzarono non appena videro entrare la signorina. �Che devo fare di loro?�, pens� Natascia. - Tu, Nikita, va' per favore... - (dove devo mandarlo?) - s�, va' gi� in cortile e portami per favore un gallo; e tu, Miscia, portami un po' di avena. - Ordinate di portarvi dell'avena? - domand� Miscia allegramente e pieno di zelo. - Va', va' presto... - ordin� il vecchio. - Quanto a te, F�dor, devi procurarmi un po' di gesso. Passando davanti alla dispensa, Natascia ordin� di preparare il samov�r, bench� non fosse affatto l'ora del t�. Il dispensiere Fok� era l'uomo pi� irritabile di tutta la casa: Natascia si divertiva a provare il proprio potere su di lui. Non credette a quell'ordine e and� di l� a informarsi se dovesse veramente preparare il samov�r. - Ah, questa signorina! - esclam� Fok�, fingendo di aggrottare il viso e guardando Natascia. Nessuno nella casa disturbava tanta gente n� dava tanto da fare a tutti quanti come Natascia. Non poteva vedere con indifferenza una persona di servizio senza mandarla subito da qualche parte. Pareva voler provare se c'era qualcuno tra loro che osasse ribellarsi o tenerle il broncio. Eppure nessun ordine veniva eseguito con tanta sollecitudine quanto quelli impartiti da Natascia. �Cosa potrei fare? Dove potrei andare?�, pensava la fanciulla, camminando lentamente per il corridoio. - Nast�ssja Iv�novna, cosa nascer� da me? - domand� al buffone che le veniva incontro, con addosso il suo giubbetto da donna. - Da te nasceranno pulci, grilli e cavallette - rispose il buffone. �Mio Dio! Mio Dio! Sempre le stesse cose! Dove devo andare a nascondermi? Che far� di me?�, e rapidamente, battendo i piedi, sal� la scala e and� da Vogel che con la moglie abitava al piano superiore. Da Vogel trov� due governanti; sulla tavola erano posati alcuni piatti con uva secca, noci e mandorle. Le donne discutevano se la vita fosse pi� cara a Mosca o a Odessa. Natascia si sedette ascolt� la loro conversazione con un viso serio e pensoso; poi si alz� e disse: - L'isola di Madagascar! Ma-da-ga-scar! - ripet�, scandendo ogni sillaba e, senza rispondere alle domande di madame Schoss a proposito di quanto aveva detto, usc� dalla stanza. Anche suo fratello P�tja era di sopra, dal suo precettore, con il quale stava fabbricando dei fuochi d'artificio che aveva intenzione di accendere quella notte. - P�tja, P�tja! - gli grid�. - Portami gi�! P�tja accorse e si pieg�. Essa gli salt� sulla schiena, gli cinse il collo con le braccia e, saltellando, si mise a correre.- No, lascia stare... l'isola di Madagascar - ripet� e, scivolando gi� dalla schiena di P�tja, scese a piedi le scale. Come se avesse percorso il suo regno mettendo alla prova il proprio potere e si fosse convinta che sebbene tutti le fossero sottomessi, ella si annoiava ugualmente, Natascia entr� nel salone, prese la chitarra, si sedette in un angolo buio dietro un armadietto e cominci� a pizzicare le corde nei toni bassi, traendo un motivo di un'opera che aveva ascoltato a Pietroburgo insieme con il principe Andr�j. Per ascoltatori estranei, i suoni che uscivano dalla chitarra non avrebbero avuto alcun significato, ma nell'immaginazione di Natascia essi erano accompagnati da un susseguirsi di ricordi. Seduta dietro l'armadietto, con lo sguardo fisso su una striscia di luce che filtrava dalla porta della dispensa, ascoltava se stessa e si abbandonava ai ricordi. Si trovava in uno stato d'animo che la trascinava a riandare indietro con il pensiero. S�nja, con un bicchiere in mano, attravers� la sala per andare nella dispensa. Natascia la guard�, guard� la fessura nell'uscio della dispensa e le parve di ricordarsi di avere gi� visto un'altra volta S�nja con un bicchiere in mano nella luce che usciva da quella stessa porta. �S�, era proprio come adesso!�, pens� Natascia - S�nja, che motivo � questo? - grid� Natascia, traendo alcune note dalla corda pi� grossa. - Ah, sei qui? - esclam� S�nja, trasalendo; si avvicin� e rimase in ascolto. - Non so: "La Tempesta", forse? - disse timidamente, temendo di sbagliare. �S�, era proprio cos�: essa ha trasalito allo stesso modo, allo stesso modo si � avvicinata e ha avuto lo stesso timido sorriso quando ci� � accaduto�, pens� Natascia. �E proprio allo stesso modo ho pensato che le manca qualcosa�. - No, questo � il coro di "Il portatore d'acqua" (9), senti? - E Natascia fin� di cantare il motivo perch� S�nja lo riconoscesse. - Dove andavi? - le domand� poi. - A cambiare l'acqua nel bicchiere. Sto per finire il disegno. - Tu sei sempre occupata, io invece non posso far nulla - disse Natascia. - Nik�linka dov'�? - Credo che dorma. - S�nja, va' a svegliarlo - disse Natascia. - Digli che l'aspetto per cantare. Rimase ancora seduta riflettendo al significato che poteva avere il ricordarsi di quella scena di un giorno lontano e, senza aver risolto il problema e senza affatto rammaricarsene, ritorn� con l'immaginazione al tempo trascorso con il principe Andr�j quando lui la guardava con occhi innamorati. �Ah, se almeno tornasse presto! Ho tanta paura che ci� non avvenga. E intanto, cosa pi� importante, io mi faccio vecchia ecco! Non ci sar� pi� in me quello che c'� adesso. Ma forse arriver� oggi, forse arriver� subito. Chiss� che non sia gi� arrivato e sia gi� nel salotto! Forse � arrivato ieri, e io me ne sono dimenticata�. Si alz�, pos� la chitarra e and� in salotto. Tutti i familiari, i precettori, le governanti e gli ospiti erano seduti alla tavola del t�. I domestici erano in piedi attorno al tavolo, ma il principe Andr�j non c'era, e la vita era sempre la stessa. - Ah, eccola! - esclam� Ilj� Andreic' nel vedere Natascia che entrava. - Su, vieni a sederti vicino a me. - Ma Natascia si ferm� accanto alla madre e si guard� attorno, come cercando qualcuno. - Mamma! - proruppe. - Datemelo, datemelo, mamma presto, presto...- e a fatica si trattenne dal mettersi a singhiozzare. Sedette alla tavola, ascolt� la conversazione delle persone attempate e di Nikol�j che finalmente era sceso e si era unito agli altri. �Mio Dio, mio Dio! Sempre gli stessi visi, le stesse conversazioni, e pap� che tiene in mano la tazza e ci soffia sopra sempre allo stesso modo!�, si diceva Natascia, sentendo con orrore un senso di disgusto che sorgeva dentro di lei verso tutte le persone di famiglia perch� erano sempre le stesse. Dopo il te Nikol�j, S�nja e Natascia andarono nel salotto dei divani, nel loro cantuccio preferito, dove avevano sempre inizio le loro conversazioni pi� intime. CAPITOLO 10. - Non ti accade qualche volta - domand� Natascia al fratello quando furono seduti nella sala dei divani - non ti accade qualche volta di aver l'impressione che non avverr� mai pi� nulla, nulla... che tutto quanto vi era di buono � gi� avvenuto? E che ti rimanga una sensazione non di noia, ma di tristezza? - E come! - egli rispose. - Mi capita talvolta che tutto vada bene, che tutti siano allegri, e io sono afferrato da un senso di noia per tutto e penso che tutti debbano morire. Una volta, al reggimento, non ero andato alla passeggiata, e l� sonava la musica... e tutto a un tratto ero stato preso dalla tristezza... - Oh s�, lo so che succede cos� - lo interruppe Natascia. - Questo mi accadeva quando ero ancora piccina. Ricordi? Una volta sono stata messa in castigo per le prugne: voi tutti ballavate e io, seduta nella stanza da studio, singhiozzavo. Non me ne dimenticher� mai: ero oppressa dalla tristezza, e mi facevano pena tutti, tutti: io, voi, gli altri. E pensavo che non ero colpevole, te ne ricordi? - Mi ricordo - rispose Nikol�j. - Mi ricordo che poi venni da te e avrei voluto consolarti ma, sai, mi vergognavo. Eravamo incredibilmente buffi. Io avevo allora un giocattolo, un pupazzetto e te lo volevo regalare. Te ne ricordi? - E tu ti ricordi - continu� Natascia con un sorriso pensoso tanto, tanto tempo fa, quando eravamo ancora proprio piccini, che lo zio ci chiam� nel suo studio, ancora nella vecchia casa, ed era buio, noi andammo e tutt'a un tratto vedemmo la... - Un moro - concluse Nikol�j con un gioioso sorriso. - Com'� possibile non ricordarsene? Ancora adesso non so se era veramente un moro o se lo abbiamo visto in sogno, oppure se � una storia che ci hanno raccontato. - Era grigio, ti ricordi, e aveva i denti bianchi... stava in piedi e ci guardava... - Ve ne ricordate, S�nja? - domand� Nikol�j. - S�, s�, ricordo anch'io qualcosa - rispose timidamente la fanciulla... - Ho domandato di questo moro al babbo e a a mamma, - riprese Natascia - ma mi hanno risposto che non c'� mai stato nessun moro. Eppure te ne ricordi anche tu! - E come! Vedo i suoi denti come se fosse ora... - Che strano! E' come se fosse accaduto in sogno. E questo mi piace. - E ti ricordi di quando facevamo rotolare le uova nel salone e tutto a un tratto apparvero due vecchie che si misero a girare in tondo sul tappeto? E' accaduto davvero o no? Ti ricordi com'era divertente? - S�. E ti ricordi quando il babbo, vestito con la pelliccia turchina, spar� con il fucile dal terrazzino della casa? Essi rievocavano sorridendo, non con la tristezza senile del ricordare, ma con il poetico giovanile piacere del richiamare alla mente i ricordi del pi� lontano passato, dove le visioni si confondono con la realt�... e ridevano dolcemente, immersi in una indefinibile gioia... S�nja, come sempre, sebbene i ricordi fossero comuni, era rimasta fuori dai loro discorsi. Si ricordava poco di ci� che i due fratelli venivano rievocando e le poche cose che ricordava non destavano in lei il sentimento poetico che provavano gli altri due. Ella si limitava a gioire della loro gioia e cercava di condividerla. Essa prese parte alla conversazione solo quando Nikol�j e Natascia rievocarono il suo primo arrivo nella casa. Disse che Nikol�j le aveva fatto paura, quel giorno, per certi cordoncini che aveva sulla blusa e perch� la governante le aveva detto che avrebbe legato anche lei con quei cordoncini. - E io mi ricordo che mi hanno detto che eri nata in un cavolo intervenne Natascia - e ricordo anche che allora non osavo dubitarne, pur sapendo che non era vero, e mi sentivo molto imbarazzata. Durante questa conversazione, sull'uscio di fondo della saletta comparve una cameriera. - Signorina, hanno portato il gallo - sussurr� la ragazza. - Non mi occorre pi�, P�lja; di' che lo riportino indietro - ordin� Natascia. Nel corso della conversazione che si stava svolgendo nella sala dei divani, Dimmler entr� e si avvicin� all'arpa che era in un angolo. Tolse il panno che la ricopriva e l'arpa mand� una nota falsa. - Eduard Karlic', sonate il mio notturno preferito, quello di Field (10), ve ne prego - si ud� dal salotto la voce della vecchia contessa. Dimmler trasse un accordo dallo strumento e, rivolgendosi ai tre ragazzi, esclam�: - Come sta tranquilla la giovent�! - S�, stiamo filosofeggiando - rispose Natascia, volgendosi un momento a guardarlo; poi riprese la conversazione. Ora parlavano dei sogni. Dimmler cominci� a sonare. Natascia, in punta di piedi, senza fare rumore, si accost� al tavolo, prese la candela, la port� via, poi ritorn� in silenzio a sedersi al suo posto. La sala, specialmente dalla parte del divano dove si trovavano i tre giovani, era buia, ma dalla grande finestra la luce argentea della luna piena si stendeva sul pavimento. - Sapete a che cosa penso? - disse sottovoce Natascia, avvicinandosi a Nikol�j e a S�nja mentre Dimmler, finito il notturno, continuava a sfiorare debolmente le corde dell'arpa, evidentemente incerto se dovesse smettere o eseguire qualche altro pezzo. - Penso che quando uno ricorda cos� e ricordando va a ritroso nel tempo, si arriva al punto di ricordare anche cose che furono prima ancora che si venisse al mondo... - Questa � la metempsicosi - disse S�nja, che aveva sempre studiato con zelo e non dimenticava nulla. - Gli Egiziani credevano che le nostre anime fossero vissute prima in corpi di animali e che agli animali tornassero dopo la nostra morte. - No, no... io non credo affatto che prima eravamo degli animali- disse Natascia, sempre a voce molto bassa, sebbene la musica fosse cessata. - Io so con certezza che siamo stati angeli, lass� chiss� dove, e che siamo stati anche qui in terra e perci� ci ricordiamo di tutto. - Posso unirmi a voi? - domand� Dimmler, che si era silenziosamente avvicinato e si era seduto accanto ai ragazzi. - Se fossimo stati angeli, perch� allora siamo caduti pi� in basso? - osserv� Nikol�j. - No, questo � impossibile. - Non pi� in basso; chi ti ha detto pi� in basso? So io forse cos'ero prima di venire al mondo? - ribatt� con convinzione Natascia. - L'anima � immortale... dunque, se io vivr� per sempre, vuol dire che sono vissuta anche prima, per tutta l'eternit�... - S�, ma � difficile per noi immaginare l'eternit� - disse Dimmler che si era avvicinato ai giovani con un timido sorriso un po' sprezzante, ma che parlava ora in tono calmo e serio come quello dei giovani. - Perch� � difficile immaginarsi l'eternit�? - domand� Natascia. - "Oggi" �, "domani" sar�; "ieri" era, "l'altro ieri" era... - Natascia, ora tocca a te! Cantami qualcosa - rison� la voce della contessa. - Cosa fate seduti in quell'angolo buio? Sembrate dei cospiratori! - Mamma! Non ne ho proprio voglia - rispose Natascia, ma nello stesso tempo si alz�. Spiaceva a tutti e tre, e anche a Dimmler, interrompere la conversazione e lasciare il cantuccio del divano, ma Natascia obbed� e Nikol�j and� a sedersi al pianoforte. Come sempre, la fanciulla si ferm� in mezzo alla sala e, scelto il punto dove la sonorit� era migliore, cominci� a cantare il pezzo preferito della madre. Aveva detto di non aver voglia di cantare eppure da molto tempo non aveva cantato e per un pezzo non cant� pi� come quella sera. Il conte Ilj� Andreic' dal suo studio, dove stava parlando con M�tenka, udiva quel canto e, come uno scolaro che termina in fretta e furia di studiare la lezione per correre a divertirsi, si confuse talmente nel dare gli ordini all'amministratore che, alla fine, tacque. Anche M�tenka ascoltava in silenzio, ritto di fronte al conte e sorrideva. Nikol�j non distoglieva gli occhi dalla sorella e respirava insieme con lei. S�nja, ascoltandola, pensava all'enorme differenza che passava tra lei e la sua amica e come le fosse impossibile essere anche in minima parte seducente come la cugina. La vecchia contessa ascoltava con un sorriso beato e con le lacrime agli occhi e di tanto in tanto scuoteva la testa. Ella pensava a Natascia, alla propria giovinezza, al matrimonio della figlia con il principe Andr�j, matrimonio nel quale ella sentiva qualche cosa di poco naturale che le metteva paura. Dimmler, che era andato a sedersi accanto alla contessa, ascoltava a occhi chiusi. - Davvero, contessa, - disse infine - questo � un ingegno europeo. Non ha nulla da imparare: ha una dolcezza, un'agilit�, una forma... - Ah, quanti timori per lei, quanti timori! - esclam� la contessa senza pensare con chi parlava. Il suo istinto materno le diceva che in Natascia vi era qualcosa di eccessivo che non le avrebbe permesso di essere felice. Natascia non aveva ancora finito di cantare, quando entr� correndo nella stanza il quattordicenne P�tja, pieno di entusiasmo perch� erano arrivate le maschere. Natascia si interruppe di colpo. - Stupido! - grid� al fratello; corse a una sedia, vi si abbandon� e si mise a singhiozzare cos� forte da non riuscire pi� a smettere. - Non � nulla, mamma, proprio nulla: P�tja mi ha spaventata - diceva cercando di sorridere, ma le lacrime continuavano a scenderle dagli occhi, e i singhiozzi le facevano nodo alla gola. I domestici della casa, travestiti da orsi, da Turchi, da tavernieri, da signori, spaventosi e buffi, portando nella casa il freddo e l'allegria, si erano dapprima accalcati nell'anticamera; poi, nascondendosi l'uno dietro l'altro, comparvero nella sala dove, sulle prime un po' imbarazzati e poi via via con sempre maggior allegria, presero a cantare, a ballare, a fare i loro girotondi e i loro giochi natalizi. La contessa, dopo aver riconosciuto i volti e aver riso dei vari travestimenti, si ritir� nel salotto. Il conte Ilj� Andreic' rest� seduto, seguendo con un raggiante e benevolo sorriso coloro che giocavano. I giovani erano scomparsi. Mezz'ora dopo, tra le maschere, ecco entrare nella sala una vecchia signora in crinolina, che era Nikol�j, una turca che era P�tja, un pagliaccio che era Dimmler, un ussaro che era Natascia e un circasso che era S�nja, con le sopracciglia e i baffi disegnati con un turacciolo affumicato. Dopo il compiacente stupore, il mancato riconoscimento e gli elogi da parte dei non travestiti, i giovani trovarono i costumi cos� belli da sentire il bisogno di farli ammirare anche da altri. Nikol�j, che aveva voglia di far fare a tutti una corsa con la sua "tr�jka" sulla bella strada maestra, propose di prendersi una diecina di domestici mascherati e di recarsi dallo zio. - No, perch� andare a mettere lo scompiglio da quel buon vecchio? - osserv� la contessa. - E poi in casa sua non c'� posto per rigirarsi. Se proprio volete, andate piuttosto dai Meljukov. La signora Meljukov era una vedova con figliuoli di varia et�, i quali avevano anch'essi precettori e governanti, e abitava a quattro miglia dai Rost�v. - Ottima idea, mia cara - intervenne il vecchio conte animandosi. - Vado subito a travestirmi e vengo con voi. Vedrete come sveglier� Pachette... (11). Ma la contessa non fu d'accordo che il marito uscisse di casa, giacch� da qualche giorno gli doleva una gamba. Fu deciso che Ilj� Andr�evic' non poteva muoversi ma che, se Luiza Iv�novna ("madame" Schoss) le avesse accompagnate, anche le signorine si sarebbero potute recare dai Meljukov. S�nja, sempre timida e imbarazzata, fu quella che pi� di tutti insist� presso "madame" Schoss perch� acconsentisse. Il costume di S�nja era il pi� bello. I baffi e le sopracciglia le stavano a meraviglia. Tutti la ammiravano e perci� essa era di ottimo umore, piena di energia e di animazione, il che per lei era piuttosto inconsueto. Una voce interna le diceva che quel giorno o mai pi� si sarebbe deciso il suo destino, e con il suo abito maschile pareva veramente un'altra persona. Luiza Iv�novna acconsent� e mezz'ora pi� tardi quattro "tr�jke" con bubboli e sonagliere, facendo scricchiolare e stridere con i pattini la neve ghiacciata, si fermarono davanti alla scalinata d'ingresso. Natascia fu la prima a dare il tono dell'allegria natalizia, e quell'allegria, trasmessa dall'uno all'altro, and� via via crescendo e raggiunse il colmo nel momento in cui tutti uscirono all'aperto, nel gelo, e chiamandosi, ridendo e gridando, presero posto nelle slitte. Due di quelle "tr�jke" erano cavalli da viaggio; la terza, quella del vecchio, aveva come cavallo di stanga un ottimo trottatore di Olr�v; la quarta, infine, di propriet� personale di Nikol�j, aveva alla stanga il suo piccolo morello dal pelo fitto. Nikol�j nel suo costume da vecchia signora, sul quale aveva indossato il cappotto da ussaro, stava al centro della slitta e teneva le redini. La serata era cos� chiara che egli vedeva risplendere alla luce della luna le borchie dei finimenti e gli occhi dei cavalli i quali, impauriti, volgevano il capo a guardare i viaggiatori vocianti sotto la buia tettoia dell'ingresso. Nella slitta di Nikol�j presero posto Natascia, S�nja, "madame" Schoss e due cameriere; in quella del vecchio conte salirono Dimmler con la moglie e P�tja; nelle altre i domestici mascherati. - Va' avanti tu, Zach�r! - grid� Nikol�j al cocchiere del padre, per avere il piacere di oltrepassarlo lungo la strada. La "tr�jka" del vecchio conte, nella quale sedevano Dimmler e altre persone in maschera, stridendo con i pattini sulla neve, come se questi fossero stretti nella morsa del gelo, si mosse per prima con un suono di sonagliere. I due bilancini si stringevano alla stanga e affondavano, sollevando con le zampe la neve, dura, lucente come zucchero. Nikol�j si mosse subito, seguito dalle altre slitte che cigolavano e stridevano. Dapprima si avviarono al piccolo trotto lungo una strada stretta. Mentre passavano lungo il giardino, le ombre degli alberi nudi si stendevano attraverso la strada e coprivano con le loro ombre la chiara luce della luna, ma non appena ebbero oltrepassato il muro di cinta, si apr� dinanzi ai viaggiatori la pianura immobile, immersa nella neve candida e splendente come diamante, percorsa da riflessi azzurrognoli. Una volta, due, la prima slitta urt� contro un tronco; nello stesso modo sobbalzarono la seconda e la terza e, rompendo bruscamente quel silenzio immobile, le slitte si disposero l'una dietro l'altra. - La traccia di una lepre! Quante tracce! - si lev� nell'aria gelida e immobile la voce di Natascia. - Come si vede bene, Nicolas! - esclam� S�nja. Nikol�j si volse verso la fanciulla e si chin� per guardarla in viso pi� da vicino. Un viso del tutto nuovo, grazioso, con baffi e sopracciglia nere, emergeva nel chiarore lunare dalla pelliccia di zibellino, vicino e insieme lontano. �Una volta questa era S�nja�, pens� Nikol�j. La guard� ancora pi� da vicino e sorrise. - Che avete, Nicolas? - Nulla - rispose il giovane e torn� a volgersi verso i cavalli. Usciti sulla grande strada battuta, lubrificata dai pattini e tutta segnata dalle impronte dei ferri da ghiaccio ben visibili alla luce della luna, i cavalli spontaneamente tesero le redini e accelerarono la loro andatura. Il bilancino di sinistra, inarcando il collo, tendeva a sbalzi le tirelle. Il cavallo di stanga si dondolava rizzando le orecchie come se domandasse: �Posso incominciare o � ancora presto?�. Davanti, gi� distaccata dalle altre, con un tintinnio cupo di sonagliere che si allontanavano, spiccava sul candore della neve la scura "tr�jka" di Zach�r. Da quella slitta si udivano provenire le grida e le risate delle maschere che la occupavano. - A voi, amici! - grid� Nikol�j, tendendo da un lato le redini e alzando il braccio con la frusta. E soltanto dal vento che parve soffiare contro pi� forte di prima e dagli strattoni dei bilancini che, tendendo le tirelle, acceleravano vieppi� la corsa, si sentiva la rapidit� con cui procedeva la slitta. Nikol�j si volt� indietro. Con grida e urli, agitando la frusta per far galoppare i cavalli, le altre slitte lo inseguivano. Il cavallo di stanga di Nikol�j trottava tranquillo sotto la "dug�" (12) senza alcuna intenzione di rallentare e promettendo anzi di andare pi� forte quando fosse stato necessario. Nikol�j raggiunse la prima slitta. Scesero un pendio e si trovarono su una strada larga, che, attraversando un prato, correva lungo un fiume. �Per dove passiamo?�, pens� Nikol�j. �Questo dovrebbe essere il prato Koss�j... eppure no, � un posto nuovo che non ho mai veduto. Non � n� il prato Koss�j, n� la collina di Demkino... Sa Iddio che cos'�. E' un luogo nuovo e incantato. Be', vedremo!�. E, incitati i cavalli, cominci� a sorpassare la prima slitta. Zach�r trattenne la sua "tr�jka" e volse il viso coperto di nevischio sino alle sopracciglia. Nikol�j lanci� la sua; Zach�r, con le braccia tese, fece schioccare la lingua e mise al galoppo la sua. - Attento, padrone! - grid�. Una a fianco dell'altra volavano sempre pi� veloci le due slitte, e le zampe dei cavalli si incrociavano con crescente frequenza. Nikol�j cominci� a guadagnar terreno. Zach�r, senza mutare la posizione delle braccia tese, alz� la mano che teneva le redini. - Sbagli, padrone! - grid� a Nikol�j. Ma questi, eccitando sempre pi� i suoi cavalli, super� Zach�r. La neve minuta e asciutta sollevata dalle zampe degli animali in corsa, batteva sul viso dei viaggiatori; attorno a essi, da tutte le parti, si udivano lo stridere delle slitte sulla neve e le grida delle donne. Fermati di nuovo i cavalli, Nikol�j volse un'occhiata in giro: la stessa magica pianura che, inondata dal chiarore lunare, pareva disseminata di stelle. �Zach�r mi grida di pigliare a sinistra: chi sa perch�� pens� Nikol�j. �Non andiamo dai Meljukov? E' forse questo il villaggio Melj�kovka? Dio sa dove andremo a finire... Ma ci� che ci sta accadendo � molto strano e molto bello...�. Si volt� verso la slitta. - Guarda, ha le sopracciglia bianche, i baffi bianchi, � tutto bianco! - disse una di quelle strane, graziosissime personcine che sedevano nella slitta e che gli apparivano estranee. �Mi pare che quella sia Natascia�, pens� Nikol�j e quell'altra sia "madame" Schoss... ma forse no... E questo circasso con i baffi non so proprio chi sia, per� mi piace molto�. - Non avete freddo? - domand�. Le maschere non risposero e si misero a ridere. Dimmler, dalla slitta che li seguiva, grid� qualcosa, probabilmente qualcosa di buffo, ma era impossibile capirlo. - S�, s�... - rispondevano alcune voci, ridendo. �Eppure, ecco una foresta incantata con ombre nere e mutevoli, luccichii di diamanti, una fuga di gradini di marmo, tetti d'argento su magici edifici e il grido acuto di chi sa quali animali. Ma se questa � veramente Melj�kovka � ancora pi� strano che noi, andando Dio sa dove, ci siamo arrivati...�, pensava Nikol�j . Quella era infatti Melj�kovka; sulla scalinata d'ingresso accorrevano domestici e camerieri dalle facce allegre che che portavano i lumi. - Chi sar� mai? - domandava qualcuno, dalla scalinata. - Sono le maschere della casa del conte, riconosco i cavalli - rispondevano altre voci. CAPITOLO 11. Pelag�ja Dan�lovna Meljukova, una donna robusta ed energica, con gli occhiali e la vestaglia sbottonata, era seduta in salotto, attorniata dalle figliuole che cercava di divertire. Erano intente a fondere adagio adagio della cera osservando attentamente le ombre delle figure che ne nascevano (13), quando il rumore dei passi e delle voci dei nuovi arrivati risonarono nell'anticamera. Ussari, dame, pagliacci, streghe, orsi, tossendo e asciugandosi le facce coperte di nevischio, entrarono nella sala dove furono accese in fretta e furia molte candele. Dimmler, il pagliaccio, e Nikol�j, vestito da signora, aprirono le danze. Attorniate dai bambini che ridevano, le maschere, coprendosi la faccia e cambiando la voce, si inchinavano davanti alla padrona di casa e si sedevano qua e l� nella sala. - Ah! non � possibile riconoscerli! E' Natascia, quella! Guardate un po' a chi somiglia... davvero mi ricorda qualcuno. Ed Eduard Karlyc' come sta bene! Non l'avrei proprio riconosciuto. E come balla! Ah, santi benedetti, c'� anche un circasso: davvero questo costume sta molto bene a S�njuska. E quello chi �? Ci avete fatto un gran piacere a venire! Nikita, V�nja, portate via le tavole. E dire che eravamo qui quieti quieti... - Ah, ah, ah! Sembra davvero un ragazzo, quell'ussaro. E che gambe!... Io non riesco a vederlo - protestava una voce. Natascia, la prediletta dalle ragazze Meljukov, era scomparsa con loro in una camera lontana, dove si fecero portare un turacciolo bruciacchiato, delle vesti da camera, qualche abito maschile, che le braccia nude delle signorine ritiravano dalle mani dei servi, tendendole attraverso l'uscio socchiuso. Dieci minuti dopo, tutta la giovent� della famiglia Meljukov si un� alle maschere. Pelag�ja Dan�lovna, dopo aver fatto sgombrare il salone per dar posto agli ospiti e ordinato di preparare la cena per i signori e le persone di servizio, senza togliersi gli occhiali dal naso, passava tra le maschere con un sorriso trattenuto e guardava tutte le facce da vicino, senza riconoscerne alcuna. Non solo non riconosceva i Rost�v e Dimmler, ma neppure riusciva a riconoscere le proprie figlie n� le vesti da camera e le uniformi che esse indossavano. - Ma questa chi �? - domandava, rivolgendosi alla governante e fissando la propria figlia, trasformata in un tartaro di Kaz�n.- Direi che � uno dei Rost�v. E voi, signor ussaro, in quale reggimento prestate servizio? - chiedeva a Natascia. - Offri della marmellata a quella turca - ordin� al dispensiere che portava in giro un vassoio. - La loro legge non lo vieta... Di tanto in tanto, osservando i passi strani e buffi dei ballerini che, convinti una volta per tutte di non poter essere riconosciuti dato che erano mascherati, non avevano alcuna soggezione, Pelag�ja Dan�lovna si copriva la faccia con il fazzoletto, e tutto il suo grosso corpo era scosso da un incontenibile, benevolo riso di vecchi. - La mia Sascinette, la mia Sascinette (14) - esclamava. Dopo le danze caratteristiche russe e il girotondo, Pelag�ja Dan�lovna riun� tutti quanti, padroni e servitori, in un unico grande circolo. Si fece portare un anello, una cordicella e un rublo e cominci� a organizzare giochi di societ�. Un'ora dopo tutti i costumi erano sgualciti e in disordine. I baffi e le sopracciglia, disegnati con il turacciolo affumicato, colavano gi� sulle facce sudate, rosse e allegre. Pelag�ja Dan�lovna cominciava a riconoscere le maschere entusiasmandosi per la perfezione dei costumi e per il bell'effetto che facevano addosso alle signorine, e ringrazi� tutti per il divertimento che le avevano procurato. Gli ospiti furono invitati a passare nel salotto per la cena mentre nella sala si preparavano cibi e bevande per i domestici. - Ah, � proprio una cosa che fa paura andare a interrogare la sorte nella stanza da bagno! - disse a cena una vecchia zitella che viveva in casa dei Meljukov. - E perch�? - domand� la maggiore delle figliuole della padrona di casa. - Voi non ci andreste... ci vuole del coraggio... - Io ci andr� - disse S�nja. - Raccontate che cosa accadr� a quella signorina... - intervenne la secondogenita delle Meljukov. - Ecco: una volta una signorina ci and� - prosegu� la vecchia zitella; - prese un gallo, due posate, com'� d'uso, e si mise a sedere. A un tratto, dopo un po' di attesa, sente che sta arrivando una slitta con bubboli e sonagliere; tende l'orecchio: s�, giunge qualcuno. E infatti qualcuno entra: una forma umana, che le sembr� un ufficiale, entra e si siede di fronte a lei, davanti alla tavola apparecchiata. - Ah! Ah! - si mise a gridare Natascia, sbarrando gli occhi dal terrore. - E poi? Parlava anche? - S�, come un uomo vero, tutto come dev'essere. Cominci� a pregarla e a esortarla, e lei avrebbe dovuto conversare con lui sino al canto del gallo; ma ebbe paura e si coperse il viso con le mani. Lui l'afferr�... Per fortuna che accorsero intanto le persone di servizio... - Suvvia, perch� volete spaventarle? - domand� Pelag�ja Dan�lovna. - Ma anche voi, mamma, vi siete fatta predire la sorte... - osserv� una delle figlie. - E come si fa a interrogare la sorte nel granaio? - domand� S�nja. - E' semplicissimo: si va adesso in un granaio e ci si mette in ascolto. Sentite martellare o battere? Brutto segno. Sentite cadere del grano dall'alto? E' un buon presagio. Accade talvolta... - Mamma, raccontateci che cosa udiste nel granaio. Pelag�ja Dan�lovna sorrise. - Eh, ormai me ne sono dimenticata... - rispose. - Nessuno di voi ci andr�, dunque? - Io ci andr�. Se voi me lo permettete, Pelag�ja Dan�lovna, io ci andr� - disse S�nja. - Se non hai paura, va' pure... - Luiza Iv�novna, posso? - domand� S�nja. Sia che facessero il gioco dell'anello, della cordicella o del rublo, sia che conversassero come adesso, Nikol�j non si allontanava da S�nja e la guardava con occhi del tutto nuovi. Gli pareva di conoscerla pienamente adesso per la prima volta, grazie a quei baffi e a quelle sopracciglia disegnate con il turacciolo bruciato. Quella sera, in realt�, S�nja era allegra, bella, piena di animazione, come Nikol�j non l'aveva mai veduta. �Ecco com'�, e io sono uno stupido!�, pensava, guardando gli occhi scintillanti della fanciulla e il suo felice, entusiasta sorriso, quel sorriso che le faceva due fossette sulle guance, di sotto ai baffi, che egli non aveva mai notato. - Io non ho paura di nulla! - disse S�nja. - Posso andarci subito? - chiese e si alz�. Le spiegarono dov'era il granaio, le dissero come dovesse restare in piedi, in silenzio, ad ascoltare, e le diedero la pelliccia. Essa se la gett� sul capo e guard� Nikol�j. �Com'� deliziosa questa fanciulla!� si disse il giovane. �Ma a che cosa ho pensato, sinora?� S�nja usc� nel corridoio per andare nel granaio. Nikol�j usc� in fretta sulla scalinata dicendo di aver caldo. In realt� in casa si soffocava a cagione del gran numero di persone che vi erano radunate. Fuori era ancora quello stesso freddo immobile, la stessa luna, ma tutto pareva pi� luminoso. La luce era tanto viva e sulla neve luccicava un tale scintillio di stelle che non si aveva il desiderio di guardare il cielo, e le stelle vere quasi non si vedevano. Il cielo era oscuro e triste, la terra gaia e piena di luce: �Imbecille! Imbecille che sono! Che cosa ho aspettato sinora?�, pensava Nikol�j e, scese le scale a precipizio, gir� attorno alla casa percorrendo il sentiero che conduceva all'entrata di servizio. Sapeva che S�nja sarebbe passata da quella parte. A met� del sentiero, una catasta di legna coperta di neve gettava una lunga ombra; al di l� e ai lati di quella, si intrecciavano le ombre proiettate dai vecchi tigli ischeletriti sulla strada e sulla neve. Il sentiero conduceva al granaio. La parete di tronchi del granaio e il tetto coperto di neve brillavano alla luce lunare come se fossero tempestati di pietre preziose. Nel giardino un albero scricchiol�, poi di nuovo tutto sprofond� nel silenzio. Si aveva l'impressione di non respirare aria, ma una forza eterna giovanile e gioiosa. Dall'ingresso di servizio si ud� un rumore di passi che scendevano di gradino in gradino e che sull'ultimo, dove si era ammucchiata la neve, scricchiolarono pi� forte, mentre la voce di un'anziana cameriera diceva: - Sempre diritto, sempre diritto per il sentiero, signorina. Ma badate di non voltarvi indietro! - Io non ho paura - rispose la voce di S�nja, e sul sentiero che portava verso Nikol�j scricchiolarono e stridettero sulla neve le scarpette di S�nja. La fanciulla camminava, avvolta nella pelliccia. Era a soli due passi da lui allorch� lo vide; anche lei lo vide diverso da quello che conosceva e del quale aveva sempre avuto un po' di timore. Egli indossava un abito femminile, aveva i capelli arruffati e un sorriso felice, a lei ignoto. S�nja gli corse incontro. �Diversissima, eppure sempre la stessa�, pens� Nikol�j, guardando il suo viso illuminato in pieno dalla luce della luna. Egli infil� le mani sotto la pelliccia che le copriva la testa, l'abbracci�, la strinse a s� e la baci� sulle labbra sopra le quali erano disegnati i baffi che mandavano odore di sughero bruciato. S�nja lo baci� proprio in mezzo alle labbra e, liberate dalla pelliccia le piccole mani, lo prese per le guance. - S�nja!... Nikolas!... - dissero soltanto. Corsero sino al granaio e tornarono indietro, ciascuno dal proprio ingresso. CAPITOLO 12. Quando lasciarono la casa di Pelag�ja Dan�lovna, Natascia, che vedeva sempre tutto e di tutto si accorgeva, armeggi� in modo che Luiza Iv�novna e lei stessa salirono sulla slitta insieme con Dimmler, e S�nja rimase con Nikol�j e le cameriere. Nikol�j, che non cercava pi� di passare davanti agli altri, procedeva ad andatura costante sulla via del ritorno e di tanto in tanto guardava fissamente S�nja illuminata da quella strana luce lunare, cercando in lei, a quel chiarore che mutava l'aspetto di tutte le cose, sotto le sopracciglia e i baffi, la S�nja di prima e quella di adesso, dalla quale aveva deciso di non separarsi mai pi�. La guardava fissamente e quando la riconosceva, sempre la stessa eppure diversa, si ricordava dell'odore di sughero bruciato commisto alla sensazione del bacio, respirava a pieni polmoni l'aria gelida, guardava ora la terra che fuggiva sotto alla slitta, ora il cielo scintillante, e si sentiva di nuovo in un regno incantato. - S�nja, �stai� bene? - le domandava di tanto in tanto. - S�, - rispondeva la fanciulla - e �tu�? A met� strada, Nikol�j ordin� al cocchiere di trattenere i cavalli e corse alla slitta di Natascia per un momento, rimanendo ritto sul predellino. - Natascia, - le disse a voce bassa, in francese - sai? riguardo a S�nja ho deciso. - Le hai parlato? - domand� Natascia, illuminandosi di gioia. - Ah come sei strana con quei baffi e quelle sopracciglia, Natascia! Sei contenta? - Sono tanto, tanto contenta! Ero gi� un po' in collera con te. Non te lo dicevo, ma tu agivi male verso di lei. S�nja ha un gran cuore, Nicolas... sono tanto contenta! Qualche volta sono cattiva, ma mi vergognavo di essere felice, senza S�nja - prosegu� Natascia. - Ora sono veramente contenta! Su, corri da lei. - No, aspetta... Ma quanto sei buffa! - esclam� Nikol�j, guardando sempre la sorella e trovando anche in lei qualche cosa di nuovo, di insolito, un'espressione di dolce tenerezza che non le aveva mai veduto. - Natascia, � un incanto, no? - S� - rispose la fanciulla. - Hai fatto benissimo. �Se prima di oggi l'avessi vista come la vedo ora�, pensava Nikol�j, �da un pezzo le avrei domandato che cosa dovessi fare, avrei fatto qualsiasi cosa avesse voluto lei e tutto sarebbe andato bene�. - Sicch� sei contenta; ho fatto bene? - Altro che, hai fatto benissimo! Pochi giorni fa ho discusso con la mamma per questo. La mamma diceva che S�nja voleva �accalappiarti� a ogni costo. Come poteva parlare cos�? Per poco non ho litigato. Non permetter� mai a nessuno di parlare o di pensar male di S�nja perch� non ha che buone qualit�. - Cos�, allora, va bene? - domand� Nikol�j, guardando ancora una volta il viso della sorella per capire dalla sua espressione se dicesse la verit�; poi, con uno scricchiolio di stivali salt� gi� dalla slitta e corse verso la sua. Il medesimo felice, sorridente circasso dai baffetti neri e dagli occhi scintillanti che lo guardavano di sotto il cappuccio di zibellino, era l�, e quel circasso era S�nja, e quella S�nja era ormai senza alcun dubbio la sua futura felice e innamorata sposa. Giunti a casa, dopo aver raccontato alla madre come avevano trascorso il tempo in casa Meljukov, le signorine si ritirarono nella loro camera. Si spogliarono e, senza neppur lavarsi i baffi disegnati con il turacciolo, si trattennero a lungo a discorrere della loro felicit�. Parlavano di come sarebbero vissute da sposate, di come i loro mariti sarebbero stati amici e della felicit� che avrebbero goduto entrambe. Sulla tavola di Natascia erano posati gli specchi preparati da Dunjascia sin dal giorno precedente. - Ma quando avverr� tutto questo? Temo che non accadr� mai... Sarebbe troppo bello! - disse Natascia, alzandosi e avvicinandosi agli specchi. - Siediti, Natascia, forse lo vedrai - la esort� S�nja. Natascia accese la candela e si sedette. - Vedo qualcuno con i baffi - disse Natascia, che vedeva riflessa la propria faccia. - Non si deve scherzare, signorine - osserv� Dunjascia. Natascia, con l'aiuto di S�nja e della cameriera, trov� per gli specchi delle posizioni favorevoli, il suo volto assunse un'espressione seria ed ella tacque. Rimase a lungo seduta, guardando muta la serie delle fiammelle che si riflettevano all'infinito negli specchi supponendo, secondo i racconti uditi, ora che avrebbe visto una bara, ora che avrebbe visto �lui�, il principe Andr�j, riflesso nell'ultimo quadrato, confuso e torbido. Ma per quanto fosse disposta a scambiare la pi� piccola macchia per un viso di uomo o per una bara, non vide nulla. Cominci� a sbattere le palpebre e si allontan� dagli specchi. - Perch� gli altri vedono e io non vedo nulla? - domand�. - Suvvia, S�nja, adesso siediti tu; oggi lo devi fare, assolutamente - le disse. - Per� fallo per me; io ho terribilmente paura! S�nja sedette davanti allo specchio, trov� la posizione adatta e cominci� a guardare. - Ecco, S�nja Aleks�ndrovna vedr� certamente - mormor� Dunjascia. - Voi, invece, ridete sempre! S�nja ud� le parole di Dunjascia e ud� anche Natascia rispondere in un bisbiglio. - S�, lo so che lei vedr�: ha veduto anche l'anno scorso. Per due o tre minuti rimasero tutt'e tre in silenzio. - Certamente... - mormor� Natascia, ma non fin� la frase. A un tratto S�nja depose lo specchio e si copr� il viso con le mani. - Ah, Natascia! - esclam�. - Hai visto? Hai visto? Che cosa hai visto? - grid� Natascia, sostenendo lo specchio. S�nja non aveva veduto nulla: le era soltanto venuto all'improvviso il desiderio di sbattere gli occhi e di alzarsi, quando aveva veduto Natascia che diceva: �Certamente...�. Non aveva alcun desiderio di ingannare n� Dunjascia n� Natascia, ed era stanca di star seduta. Non sapeva neppur lei come e per quale motivo le fosse sfuggito quel grido allorch� aveva nascosto il viso tra le mani. - L'hai veduto? - domand� Natascia, afferrandola per un braccio. - S�, aspetta... io... l'ho veduto - rispose suo malgrado S�nja, senza sapere se Natascia con quel �lui� volesse alludere a Nikol�j o ad Andr�j. �Ma perch� non dovrei dire che ho veduto? Non vedono forse gli altri? E chi pu� smentirmi, se io dico che ho veduto o no?�, le balen� il pensiero. - S�, l'ho veduto - ripet�. - E come? Come? Era in piedi o coricato? - No, io ho veduto... prima non c'era niente, poi a un tratto l'ho visto coricato. - Andr�j coricato? Malato, forse? - domand� Natascia, fissando l'amica. - No, al contrario, al contrario: il suo viso era allegro, si � voltato verso di me... - Mentre cos� diceva, aveva l'impressione di aver veramente veduto ci� che stava descrivendo. - E poi, S�nja? - Poi... poi non l'ho pi� visto bene... C'era qualcosa di azzurro e di rosso... - S�nja! Quando ritorner�, quando lo rivedr�? Mio Dio, quanta paura ho per lui, per me, per tutto... - esclam� Natascia e, senza rispondere alle parole di conforto di S�nja. si mise a letto e rimase a lungo, dopo che la candela fu spenta, con gli occhi spalancati, fissando il freddo chiarore della luna attraverso i vetri della finestra coperta di ghiaccio. CAPITOLO 13. Poco dopo Natale, Nikol�j parl� alla madre del suo amore per S�nja e della ferma intenzione di sposarla. La contessa, che gi� da tempo aveva notato ci� che avveniva tra S�nja e Nikol�j e che si aspettava quella dichiarazione, ascolt� in silenzio le parole del figlio e gli rispose che era padronissimo di sposare chi volesse, ma che n� lei n� suo padre gli avrebbero mai dato la loro benedizione. Per la prima volta Nikol�j sent� che sua madre era scontenta di lui e che, nonostante tutto l'affetto che gli portava, non avrebbe ceduto. Freddamente, e senza guardare il figlio, la contessa mand� a chiamare il marito; e, quando questi fu entrato ella, con fredda concisione, lo mise al corrente della cosa in presenza di Nikol�j, ma non seppe trattenersi: scoppi� in lacrime di stizza e usc� dalla stanza. Il vecchio conte, in tono conciso, cerc� di convincere Nikol�j e gli chiese di rinunziare al suo progetto. Nikol�j rispose che non poteva mancare alla parola data e il padre, sospirando e visibilmente turbato, tronc� il colloquio e and� dalla contessa. In tutte le sue divergenze con il figlio si rendeva sempre conto della sua colpevolezza verso di lui per aver lasciato andare in rovina il patrimonio della famiglia, e perci� non poteva andare in collera con Nikol�j se questi rifiutava di sposare una ricca ereditiera e aveva invece scelto S�nja, una fanciulla senza dote. In quel caso egli pensava pi� vivamente del solito al fatto che, se le sue sostanze non fossero andate in rovina, non si sarebbe potuto desiderare per Nikol�j una moglie migliore di S�nja e che delle precarie condizioni della famiglia doveva attribuire la colpa soltanto a se stesso, con il suo M�tenka e con le sue incorreggibili abitudini. N� il padre n� la madre parlarono pi� a Nikol�j della faccenda; ma, trascorso qualche giorno, la contessa fece chiamare S�nja e con una crudelt� che n� lei, n� la fanciulla si sarebbero mai aspettata, rimprover� la nipote di aver adescato suo figlio e di essersi dimostrata un'ingrata. S�nja, muta, con gli occhi bassi, ascoltava le crudeli parole della contessa, senza capire che cosa si pretendesse da lei. Ella era pronta a sacrificare tutto per i suoi benefattori. L'idea del sacrificio era il suo pensiero dominante, ma in questo caso non riusciva a capire n� perch�, n� come dovesse sacrificarsi. Ella non poteva non amare la contessa e tutta la famiglia Rost�v, ma non poteva neppure non amare Nikol�j e ignorare che la sua felicit� dipendeva da quell'amore. Se ne stava l�, silenziosa e triste, e non rispondeva. Nikol�j, non potendo oltre sopportare quella situazione, volle avere una spiegazione con la madre, durante la quale un po' la supplicava di perdonare lui e S�nja e di acconsentire al loro matrimonio, un po' la minacciava, se S�nja fosse stata perseguitata, di sposarla immediatamente, in segreto. La contessa, con una freddezza che il figlio non le aveva mai conosciuto, gli rispose che egli era maggiorenne, che il principe Andr�j si sposava senza il consenso paterno e che egli poteva fare altrettanto, ma che lei non avrebbe mai riconosciuto come figlia quell'"intrigante". Esasperato dalla parola "intrigante", Nikol�j, alzando la voce, ribatt� che non avrebbe mai creduto che sua madre l'avrebbe costretto a vendere i propri sentimenti e che, stando cos� le cose, egli per l'ultima volta diceva... Ma non fece in tempo a pronunziare la parola definitiva, che, a giudicare dall'espressione del viso, la contessa aspettava con terrore e che sarebbe rimasta forse per sempre un crudele ricordo tra madre e figlio. Non fece in tempo a pronunziarla perch� Natascia, pallida e con il viso triste, entr� nella stanza, dall'uscio dietro il quale era stata ad ascoltare. - Nik�linka, dici delle sciocchezze! Taci, taci! Ti dico di tacere! - esclam�, quasi gridando per soffocare la voce di lui. - Mamma cara, non � cos�... povera cara, anima mia - disse poi alla contessa che, sentendosi vicina alla rottura col figlio, lo guardava terrorizzata ma, per ostinazione e per spirito di lotta, non voleva e non poteva cedere. - Nik�linka, vattene, ti spiegher� poi... E voi, mamma cara, ascoltatemi. Le sue parole erano prive di senso, ma ottennero il risultato al quale essa mirava. La contessa, singhiozzando penosamente, nascose il viso sul petto della figlia. Nikol�j si alz�, si strinse il capo tra le mani e usc� dalla stanza. Natascia si assunse il compito di riportare la pace e lo raggiunse al punto che Nikol�j riusc� a ottenere dalla madre la promessa che S�nja non sarebbe stata perseguitata e dal canto suo assicur� che non avrebbe fatto cosa alcuna di nascosto dai genitori. Con il fermo proposito di sistemare i propri affari al reggimento, di dare le dimissioni, di tornare a casa e sposare S�nja, Nikol�j, triste e serio, in disaccordo con i genitori ma, come a lui pareva, profondamente innamorato, part� ai primi di gennaio per il reggimento. Dopo la partenza di Nikol�j, la vita in casa Rost�v divent� pi� triste che mai. La contessa, a causa delle emozioni provate, si ammal�. S�nja era molto malinconica per la partenza del giovane ufficiale e ancora pi� lo era per il contegno ostile che la contessa non poteva evitare di avere con lei. Il conte, sempre pi� preoccupato per la pessima condizione dei suoi affari, si rendeva conto che ormai essi esigevano dei provvedimenti radicali. Era inevitabile, purtroppo, vendere la casa di Mosca e la villa alla periferia della citt�; ma per vendere la casa occorreva andare a Mosca mentre la salute della contessa faceva ritardare di giorno in giorno la partenza. Natascia, che da principio aveva sopportato con facilit� e persino lietamente la lontananza del fidanzato, diventava ogni giorno pi� inquieta e impaziente. Il pensiero di trascorrere cos� inutilmente il suo tempo migliore, quel tempo che ella avrebbe usato per amarlo, la tormentava senza posa. Le lettere del fidanzato, per lo pi�, la irritavano. La offendeva il pensiero che, mentre ella viveva soltanto del ricordo di lui, egli vivesse una vera vita, vedesse nuovi paesi, nuove persone che lo interessavano. Quanto pi� le lettere del principe erano interessanti, tanto pi� le facevano dispetto, e le lettere che lei gli scriveva non solo non le procuravano alcun conforto, ma le apparivano come un dovere noioso e falso. Natascia non sapeva scrivere perch� non poteva capire come fosse possibile esprimere in una lettera sia pure la millesima parte di ci� che ella soleva esprimere con la voce, con lo sguardo, con il sorriso. E scriveva al principe Andr�j lettere aride, classicamente monotone, alle quali ella stessa non attribuiva alcuna importanza e di cui la contessa correggeva, nella brutta copia, gli errori di ortografia. La salute della contessa non migliorava, ma non era pi� possibile differire la partenza per Mosca. Bisognava ordinare il corredo di Natascia e vendere la casa; inoltre il principe Andr�j era atteso prima a Mosca, dove quell'anno il principe Nikol�j Andr�evic' trascorreva l'inverno, e dove Natascia era convinta che egli fosse gi� arrivato. La contessa rimase in campagna, e il conte part� per Mosca verso la fine di gennaio, accompagnato da S�nja e da Natascia. NOTE. N. 3. Tiro di tre cavalli. N. 4. Signora, in polacco. N. 5. Vivacissima danza popolare. N. 6. Sorta di liquore di acquavite drogata. N. 7. Specie di chitarra a tre corde, di forma triangolare. N. 8. Carrozza a quattro ruote, con due sedili di fronte, disposti perpendicolarmente al sedile del cocchiere. N. 9. "Il portatore d'acqua" o pi� esattamente "Le due giornate ovvero Il portatore d'acqua" � un opera comica di Luigi Cherubini (1760- 1842): rappresentata per la prima volta nel 1800, quest'opera viene considerata �uno dei primi esempi italiani di sinfonismo messo mozartianamente a servizio del teatro�. "La tempesta" di cui si parla qualche riga sopra � probabilmente una delle tante riduzioni in musica della celebre commedia omonima di William Shakespeare (1564-1616), che � considerata l'ultimo capolavoro del grande drammaturgo inglese. N. 10. John Field (1782-1837), pianista e compositore irlandese. Allievo di Clementi, si stabil� nel 1803 a Pietroburgo, dedicandosi con successo alla carriera concertistica e all'insegnamento. A lui va il merito di aver creato un genere pianistico originale: fu infatti il primo compositore di notturni. Per l'intimismo espressivo delle sue composizioni pu� venire considerato un anticipatore di Chopin (1810- 1849). N. 11. Diminutivo alla francese di Pelag�ja. N. 12. Arco di legno che unisce le stanghe sopra il cavallo. N. 13. Gioco natalizio. Dai contorni assunti dalle ombre proiettate dai pezzi di cera si traeva la buona ventura. N. 14. Il diminutivo francesizzato di Sascia, Alessandra. PARTE QUINTA. CAPITOLO 1. Dopo il fidanzamento del principe Andr�j con Natascia, Pierre sent� a un tratto, senza alcuna causa apparente, l'impossibilit� di continuare a vivere come prima. Per quanto fosse fermamente convinto della verit� rivelatagli dal suo benefattore, per quanta gioia avesse provato nei primi tempi del suo interno travaglio di autoperfezionamento al quale si era dedicato con tanto ardore, tuttavia dopo il fidanzamento del principe Andr�j con Natascia e dopo la morte di Jussif Aleks�evic', di cui aveva avuto notizia quasi nello stesso periodo di tempo, l'incanto di quella vita svan� per lui da un giorno all'altro. Della sua esistenza restava soltanto come lo scheletro: la casa con una moglie brillante che ora godeva i favori di un importante personaggio, le sue relazioni con tutta Pietroburgo, il servizio con tutte le conseguenti, noiose formalit�. E la sua esistenza di prima gli apparve a un tratto disgustosa. Smise di tenere aggiornato il suo diario, evit� la compagnia dei fratelli massoni, incominci� a frequentare il circolo, riprese a bere molto, si riavvicin� alla compagnia degli scapoli e si diede a condurre una vita tale che la contessa Elen Vass�levna ritenne necessario fargli un severo ammonimento. Pierre sent� che essa aveva ragione e, per non compromettere sua moglie, si rec� a Mosca. A Mosca, non appena rientr� nella sua immensa casa, dove le magre principessine si disseccavano sempre pi� e dove i servi erano numerosissimi; non appena vide, attraversando la citt�, la cappella di Iversk con le innumerevoli fiammelle delle candele accese davanti agli ori delle immagini, la piazza del Cremlino con la sua neve quasi immacolata, i vetturini, le casupole di Sivtzev Vraz�k; non appena ebbe scorto i vecchi signori moscoviti, che senza desiderare nulla e senza fretta di arrivare chiss� dove, finivano di vivere la loro vita, quando ebbe veduto le vecchiette e le vecchie signore di Mosca, i balli della capitale, il circolo inglese della citt�, si sent� in casa propria, in un dolce, accogliente asilo. Prov�, giungendo a Mosca, una sensazione di pace, di tepore, di abituale e di sudicio, come se avesse indossato una vecchia veste da camera. La societ� di Mosca, a cominciare dalle vecchie signore sino ai bambini, accolse Pierre come un ospite lungamente atteso, il cui posto era sempre pronto e che nessuno aveva mai occupato. Per la societ� di Mosca, Pierre era sempre il pi� caro, il pi� buono, il pi� intelligente e generoso degli originali: un signore russo di vecchio stampo, distratto e cordiale. La sua borsa era sempre vuota perch� aperta a tutti. Le serate d'onore, i brutti quadri, le brutte statue, le societ� di beneficenza, gli zingari, le scuole, i grandi pranzi, le orge, i massoni, le chiese, i libri: niente e nessuno riceveva mai da Pierre un rifiuto e se non ci fossero stati due amici che si erano fatti prestare da lui grosse somme di denaro e lo tenevano sotto la loro tutela, egli avrebbe distribuito tutto ci� che possedeva. Al circolo non si organizzava n� un pranzo n� una serata senza la presenza di Pierre. Non appena egli, dopo due bottiglie di Margot, si abbandonava al suo solito posto sul divano, tutti gli si facevano attorno, e allora avevano inizio le discussioni, le conversazioni, gli scherzi. Se sorgeva un litigio, egli con il suo sorriso buono e una parola scherzosa detta a proposito ristabiliva la pace. Le Logge conviviali massoniche, senza di lui, diventavano monotone e noiose. Quando, dopo una cena tra scapoli, egli con il suo dolce e buon sorriso cedeva alle insistenze dell'allegra compagnia e si alzava per uscire con loro, grida gioiose ed entusiastiche si levavano tra la giovent�. Se alle feste da ballo c'era scarsit� di cavalieri, Pierre ballava. Le giovani signore e le signorine gli volevano bene perch�, senza far la corte a nessuna, era ugualmente gentile con tutte, soprattutto dopo cena. �Il est charmant, il n'a pas de sexe� [1. E' affascinante, non ha sesso!], dicevano di lui. Pierre era uno di quei ciambellani a riposo che trascorrevano tranquillamente a Mosca il resto della propria vita. Quale senso di orrore avrebbe provato, sette anni prima, quando era ritornato dall'estero, se gli avessero detto che non avrebbe avuto bisogno di cercare n� di escogitare nulla, che la sua via era tracciata da un pezzo, e che, a onta di ogni suo sforzo, sarebbe stato in tutto simile agli altri giovani della sua condizione. Non l'avrebbe certamente creduto! Non era forse lui che aveva desiderato con tutta l'anima, ora di stabilire la repubblica in Russia, ora di essere Napoleone, ora di essere un filosofo oppure un condottiero che vincesse Napoleone? Non era lui che aveva veduto la possibilit� e aveva desiderato ardentemente di rinnovare il genere umano corrotto e di elevare se stesso sino al massimo grado della perfezione? Non era forse stato lui a fondare scuole e ospedali e a dare la libert� ai suoi contadini? E invece di tutto questo, egli era ora il ricco marito di una moglie infedele, un ciambellano a riposo al quale piaceva mangiare bene, bere bene e, dopo essersi sbottonato un poco il panciotto, criticare benevolmente il governo; un socio del circolo inglese moscovita e un membro dell'alta societ� di Mosca, benvoluto da tutti. Per parecchio tempo non riusc� a rassegnarsi all'idea di essere proprio lui uno di quei ciambellani a riposo, di cui sette anni prima aveva tanto disprezzato il tipo! A volte si consolava pensando che soltanto in via provvisoria conduceva quella vita, ma poi un altro pensiero lo faceva inorridire: il pensiero che cos�, in via provvisoria, gi� molti e molti altri erano entrati in quella vita e in quel circolo con tutti i loro denti e il capo ben guarnito di capelli e ne erano usciti calvi e sdentati. Nei momenti di orgoglio, quando pensava alla sua condizione, gli pareva di essere un uomo diverso dagli altri e in particolare diverso da quei ciambellani a riposo che un tempo aveva disprezzato; che quelli erano uomini volgari e stupidi, contenti e paghi della loro condizione sociale, mentre �anche ora io sono sempre insoddisfatto, e vorrei sempre far qualcosa per il genere umano�, diceva a se stesso in quei momenti di orgoglio. �Ma forse anche quegli altri miei colleghi si sono battuti come me, hanno cercato come me nella vita una via nuova, tutta loro e, come me, dalla forza dell'ambiente, della societ�, della razza quella forza della natura contro la quale l'uomo � impotente - sono giunti l� dove sono anch'io�, diceva a se stesso nei momenti di umilt�. E, dopo essere vissuto per qualche tempo a Mosca, cess� di disprezzare e cominci� ad amare, a rispettare, a compiangere, come compiangeva se stesso, quei suoi compagni di sventura. Pierre non era pi� assalito come prima da momenti di disperazione, di ipocondria e di disgusto per la vita; ma quella malattia che dapprima si era manifestata in lui con accessi violenti, ricacciata dentro, perdurava latente. �A che scopo? Perch�? Che si fa in questo mondo?�, si chiedeva con perplessit� parecchie volte al giorno, cominciando suo malgrado a meditare sul significato dei fenomeni della vita; ma sapendo per esperienza che a quelle domande non c'era risposta, cercava di scacciarle dalla sua mente, prendeva un libro o andava al circolo o da Apoll�n Nikol�evic' a discorrere dei pettegolezzi della citt�. �Elen Vass�levna, che non ha mai amato nulla fuorch� il proprio corpo e che � certo una delle donne pi� stupide del mondo�, pensava Pierre, �appare alla gente come un prodigio di intelligenza e di finezza, e davanti a lei tutti si inchinano. Napoleone Bonaparte era disprezzato da tutti sino a che fu grande, ma da quando � diventato un volgare commediante, l'imperatore Francesco fa di tutto per dargli sua figlia in moglie legittima. Gli Spagnuoli elevano preghiere a Dio, per mezzo del clero cattolico, per ringraziarlo della vittoria ottenuta il 14 giugno sui Francesi, e i Francesi innalzano preghiere per mezzo di quello stesso clero cattolico perch� il 14 giugno hanno sconfitto gli Spagnuoli. I miei fratelli massoni giurano sul loro sangue di essere pronti a sacrificare ogni cosa per il prossimo, ma non tirano fuori un rublo quando viene fatta la raccolta per i poveri, aizzando Astrea contro i cercatori della Manna, e brigano per ottenere il vero Tappeto della Loggia scozzese e uno Statuto di cui neppure chi l'ha scritto conosce il significato, e che non � utile a nessuno. Tutti noi professiamo la legge cristiana del perdono delle offese e dell'amore per il prossimo, la legge in seguito alla quale abbiamo eretto a Mosca quaranta volte quaranta chiese; eppure ieri � stato frustato a morte un soldato che era fuggito e il difensore di quella stessa legge dell'amore e del perdono, il prete, ha fatto baciare al soldato la croce prima del supplizio�. Cos� pensava Pierre e tanta generale menzogna, ammessa da tutti, e alla quale egli era pure abituato, lo colpiva ogni volta come una cosa nuova. �Capisco tale menzogna e tale confusione� pensava Pierre, �ma come posso esprimere agli altri tutto ci� che sento? Ho tentato, ma ho dovuto sempre costatare che tutti, in fondo all'anima, sentono come me, ma cercano di non vedere. E' chiaro, dunque, che cos� dev'essere! Ma che posso fare io di me stesso?�, si chiedeva. Sperimentava in se stesso quella disgraziata attitudine che � di molti, specialmente russi, l'attitudine di vedere e di credere nelle possibilit� della giustizia e della verit� ma di vedere anche, e sin troppo chiaramente, il male e la menzogna della vita, per avere la forza di partecipare seriamente ad essa. A parer suo, in ogni campo d'azione regnavano il male e l'inganno. Qualunque cosa egli tentasse, qualsiasi impresa iniziasse, il male e la menzogna lo ricacciavano indietro e gli sbarravano la strada a ogni attivit�. Nondimeno, bisognava vivere e fare qualche cosa. Era troppo terribile per lui restare sotto il giogo di quegli insolubili problemi e perci�, pur di dimenticarli, si abbandonava alle sue antiche passioni. Frequentava la societ� quanto pi� gli era possibile, beveva molto, acquistava quadri, costruiva e, soprattutto, leggeva. Leggeva, leggeva tutto ci� che gli capitava sotto mano e leggeva in modo tale che, tornato a casa e mentre ancora il cameriere lo aiutava a spogliarsi, egli aveva gi� preso un libro in mano e leggeva: dalla lettura passava al sonno, dal sonno alle chiacchiere nei salotti e nel circolo, dalle chiacchiere alle orge e alle donne, dalle orge di nuovo alle chiacchiere, alla lettura e al vino. Il bere diventava per lui un bisogno fisico e morale sempre pi� impellente. Sebbene i medici gli dicessero che, data la sua corpulenza, il vino costituiva per lui un pericolo, beveva molto. Si sentiva completamente bene soltanto quando, senza rendersene egli stesso conto, dopo aver vuotato nella sua gran bocca parecchi bicchieri di vino, un gradevole tepore gli circolava per tutto il corpo, e allora provava un senso di tenerezza per tutti i suoi simili e una capacit� di intelligenza a reagire superficialmente a ogni pensiero senza approfondirne la sostanza. Soltanto dopo aver bevuto una bottiglia di vino seguita da un'altra, concepiva vagamente che quell'intricato, spaventoso grigiore della vita che per l'innanzi lo atterriva non era poi cos� terribile come gli era sembrato. Con la testa che gli ronzava, chiacchierando, ascoltando una conversazione o leggendo dopo il pranzo e dopo la cena, egli vedeva continuamente dinanzi a s� quel groviglio ora da un lato ora dall'altro. Ma soltanto sotto l'effetto del vino diceva a se stesso: �Non � niente. Io scioglier� questo groviglio: ho gi� dentro di me una spiegazione pronta. Ma adesso mi manca il tempo. Rifletter� dopo su tutto!�. Ma questo �dopo� non arrivava mai! Ogni mattina, a digiuno, tutti i vecchi problemi gli si ripresentavano alla mente ancora terribili, ancora insolubili, ed egli si affrettava a prendere un libro e si rallegrava quando qualcuno veniva a trovarlo. Talvolta Pierre si ricordava di aver sentito raccontare che i soldati, in guerra, trovandosi sotto il fuoco nelle trincee, quando non hanno nulla da fare, cercano con cura un'occupazione qualsiasi per sopportare con maggior facilit� il pericolo. E tutti gli uomini apparivano a Pierre come altrettanti soldati che cercassero scampo dalla vita: chi ricorrendo all'ambizione, chi al gioco delle carte, chi all'elaborazione delle leggi, chi alle donne, chi infine ai cavalli, alla politica, alla caccia, al vino, agli affari di stato. �Non c'� nulla di meschino, n� di importante: tutto si equivale. Si tratta soltanto di sfuggire alla vita come si pu��, pensava Pierre. �Si tratta soltanto di non vederla, questa "lei", questa terribile vita!�. CAPITOLO 2. All'inizio dell'inverno, il principe Nikol�j Andreic' Bolkonskij era arrivato a Mosca con la figlia. Per il suo passato, la sua intelligenza, la sua originalit� ma, soprattutto, per la diminuzione di entusiasmo che si verificava verso l'imperatore Aleks�ndr e per la corrente antifrancese e patriottica da cui Mosca era allora invasa, il principe Nikol�j Andreic' divenne subito l'oggetto di un particolare rispetto da parte dei moscoviti e il centro dell'opposizione moscovita al governo. In quell'ultimo anno il principe era molto invecchiato. Erano apparsi evidenti in lui gli indizi della vecchiaia, la sonnolenza improvvisa, la tendenza a dimenticare gli avvenimenti pi� vicini nel tempo e a ricordare vivamente quelli pi� lontani, la puerile ambizione con cui accettava la parte di capo dell'opposizione a Mosca. Nonostante ci�, quando il vecchio principe, specialmente la sera, usciva per il t� con la sua pelliccetta e la parrucca incipriata e cominciava, provocato da qualcuno, a narrare i suoi frammentari episodi sul passato e ad esporre le critiche ancor pi� frammentarie ma severe sul presente, suscitava in tutti i suoi ospiti un unanime sentimento di stima rispettosa. Per i visitatori, tutta quella gran casa antica, con le sue enormi specchiere, i mobili del periodo antecedente la rivoluzione, i domestici in parrucca bianca, con quel vecchio burbero e intelligente superstite del secolo passato, la timida figliuola e la graziosa "mademoiselle" che avevano per lui una vera adorazione, costituiva uno spettacolo maestoso e attraente. Ma i visitatori non pensavano che oltre a quelle due o tre ore nelle quali vedevano i padroni di casa, ve ne fossero altre ventidue per completare la giornata durante le quali trascorreva la vita intima e segreta di quella famiglia. Negli ultimi tempi, a Mosca, questa vita segreta era divenuta penosissima per la principessina M�rija. Nella capitale ella era priva delle sue gioie migliori, costituite dalla conversazione con i pellegrini e dalla solitudine, cose che a Lissia-Gori le davano tanto conforto e alle quali non aveva trovato alcun compenso dalla vita di citt�. Non frequentava la societ�: tutti sapevano che il padre non le permetteva di uscire senza di lui e, dato che egli stesso non poteva muoversi per la sua malferma salute, la gente non la invitava neppure pi� ai pranzi e alle serate. Ormai la principessina M�rija aveva completamente rinunziato alla speranza di maritarsi. Ella vedeva con quale freddezza e ostilit� il principe Nikol�j Andreic' accoglieva e allontanava quei giovani che qualche volta venivano nella loro casa e che avrebbero potuto aspirare alla mano di lei. Amiche, la principessina M�rija non ne aveva... Ora, durante il soggiorno a Mosca, fu delusa sul conto delle due persone che pi� le erano intime: "mademoiselle" Bourienne, con la quale gi� prima non poteva essere completamente sincera, ora le era divenuta antipatica e per certe ragioni si stava allontanando da lei; Julie, che era a Mosca e con la quale la principessina M�rija era stata in corrispondenza per cinque anni di seguito, le parve, dopo che l'ebbe riveduta, assolutamente estranea alla sua vita. In quel periodo Julie, che a causa della morte del fratello era diventata una delle pi� ricche ereditiere della citt�, si era lanciata nel turbine della piacevole vita mondana. Era attorniata da una quantit� di giovani i quali, com'ella credeva, avevano imparato tutto d'un tratto ad apprezzare le sue qualit�, ed era in quel periodo della vita in cui una ragazza della buona societ�, nel timore di rimanere zitella, sente che � giunta l'ultima probabilit� di maritarsi e che la sua sorte deve decidersi subito o mai pi�. La principessina M�rija ogni gioved� si ricordava, con un triste sorriso, che ormai non aveva pi� da scrivere a nessuno, perch� Julie, quella Julie la cui presenza non le dava ormai pi� alcuna gioia, era l� e la vedeva ogni settimana. Come quel vecchio emigrato che aveva rifiutato di sposare la signora in casa della quale per anni di seguito aveva trascorso le sue serate, ella si doleva che Julie fosse presente e che lei non avesse pi� nessuno a cui scrivere. A Mosca, la principessina M�rija non sapeva con chi parlare, a chi confidare le sue pene, alle quali in quel tempo molte altre se ne erano aggiunte. Si avvicinava il ritorno del principe Andr�j e insieme il momento delle nozze, ma l'incarico che egli le aveva affidato di preparare all'avvenimento il padre, non solo non era stato assolto, ma appariva anzi diventare quasi impossibile, giacch� ogni minimo accenno alla contessina Rost�v faceva andare su tutte le furie il vecchio che era quasi continuamente di pessimo umore. Una nuova pena, che negli ultimi tempi si era aggiunta alle altre che angustiavano la principessina M�rija, era costituita dalle lezioni che ella dava al suo nipotino di sei anni. Nei suoi rapporti con il piccolo Nikol�j, ella si rendeva conto di essere irascibile come suo padre. Per quanto dicesse a se stessa che non doveva permettersi di andare in collera mentre insegnava al nipotino, quasi ogni volta che si sedeva al tavolo e prendeva in mano il sillabario francese, era assalita a tal punto dal desiderio di trasmettere pi� in fretta e pi� facilmente le proprie cognizioni al bambino gi� timoroso di veder la zia andare in collera da un momento all'altro, che, alla minima disattenzione da parte del nipotino ella trasaliva, si agitava, si irritava, alzava la voce e qualche volta, scuotendolo per un braccio, lo metteva in castigo in un angolo. Subito dopo questo gesto, per�, la principessina M�rija si metteva a piangere sul proprio irascibile, malvagio temperamento, e Nik�luska, imitandola nei singhiozzi, abbandonava l'angolo senza permesso, si avvicinava alla zia e, scostandole dal viso le mani bagnate di lacrime, cercava di consolarla. Ma ci� che pi� affliggeva la principessina M�rija era l'irascibilit� di suo padre, sempre diretta contro di lei, che negli ultimi tempi giungeva spesso alla crudelt�. Se il vecchio l'avesse costretta a stare tutta la notte in ginocchio davanti alle immagini sacre, se l'avesse picchiata, obbligata a trasportare legna e acqua, non le sarebbe neppure passato per la mente che la sua sorte fosse dolorosa; ma quel carnefice che le voleva bene - tanto pi� crudele proprio perch� le voleva bene e che perci� tormentava lei e se stesso - sapeva non soltanto offenderla e umiliarla, ma anche dimostrarle che essa era sempre e in tutto colpevole. Negli ultimi tempi nel carattere del vecchio si era rivelato un nuovo tratto che pi� di ogni altra cosa tormentava la principessina M�rija: i rapporti sempre pi� intimi con "mademoiselle" Bourienne. L'idea scherzosa che gli era nata di colpo quando era venuto a sapere dell'intenzione del figlio, cio� di prendere in moglie "mademoiselle" Bourienne se Andr�j si fosse sposato, gli era evidentemente piaciuta e ora con ostinazione e (come pareva alla principessina M�rija) soltanto per offendere lei, mostrava una tenerezza speciale per "mademoiselle" Bourienne e dimostrava il suo malcontento verso la figlia con manifestazioni di tenerezza verso la governante. Un giorno, a Mosca, in presenza della principessina M�rija (e a lei parve che il padre lo facesse a bella posta davanti a lei) il vecchio principe baci� la mano a "mademoiselle" Bourienne e, trattala a s�, l'abbracci� e l'accarezz�. La principessina arross� e fugg� dalla stanza. Dopo qualche minuto "mademoiselle" Bourienne entr� nella camera della fanciulla e, sorridendo, le raccont� non so che cosa di allegro con la sua gradevole voce. La principessina M�rija si affrett� ad asciugarsi le lacrime, si accost� a lei a passo deciso e, senza evidentemente rendersi conto di che cosa facesse, in tono rabbioso e con la voce spezzata, prese a inveire contro la francese. - Quale vilt� abbietta e disumana approfittare cos� della sua debolezza... - Ma non pot� finire la frase. - Uscite, - grid� - uscite dalla mia stanza! - e scoppi� in singhiozzi. Il giorno successivo il principe non disse nulla alla figlia, ma essa not� che a tavola ordin� di servire i cibi cominciando da "mademoiselle" Bourienne. Alla fine del pranzo, quando il domestico, secondo una vecchia abitudine, serv� il caff� alla principessina prima che agli altri, il vecchio and� su tutte le furie, lanci� il suo bastone verso Fil�pp e ordin� immediatamente che fosse arruolato soldato. - Non mi si ubbidisce... l'ho gi� detto due volte... Non mi si ascolta... E' lei la prima persona di questa casa... lei, la mia migliore amica... - gridava il principe. - E se tu ti permetterai,- url� furioso rivolgendosi per la prima volta alla principessina M�rija - se ti permetterai ancora una volta, come ti sei permessa ieri sera... di perdere davanti a lei il controllo di te stessa, ti far� vedere chi � il padrone in questa casa. Via! Non voglio pi� vederti! Vattene, ma prima devi chiederle perdono! La principessina M�rija chiese perdono ad Am�lie Evg�nevna, e al padre per s� e per Fil�pp, che l'aveva pregata di intercedere in suo favore. In momenti come quelli, nell'animo della principessina M�rija sorgeva un sentimento simile all'orgoglio del sacrificio. E accadeva che tutto a un tratto quel padre, che ella biasimava, si mettesse a cercare a tastoni gli occhiali che aveva a portata di mano, o che scordasse ci� che era appena accaduto, o che con le gambe malferme facesse un passo falso e si volgesse a guardare se qualcuno aveva notato la sua debolezza o, cosa ancora peggiore, che durante il pranzo, se non c'erano ancora invitati che lo eccitavano, si addormentasse a un tratto, lasciandosi sfuggire dalle mani il tovagliuolo mentre la sua testa tremolante si inchinava sul piatto. �E' vecchio e debole, e io ho il coraggio di biasimarlo!�, pensava la principessina M�rija in quei momenti, provando un profondo disgusto di s�. CAPITOLO 3. Nel 1811 viveva a Mosca un medico francese venuto rapidamente di moda. Era alto, bello e simpatico come sa esserlo un francese e, come a Mosca dicevano tutti, dotato di uno straordinario ingegno. Era ricevuto nelle case della pi� eletta societ� non come un medico, ma come un uguale. Il principe Nikol�j Andreic', che soleva farsi beffe della medicina, negli ultimi tempi, per consiglio di "mademoiselle" Bourienne, aveva finito per ammetterlo nella sua casa e si era abituato a lui. M�tivier si recava a visitare il principe due volte la settimana. Nel giorno di San Nikol�j, onomastico del principe, tutta Mosca afflu� alla porta della sua abitazione, ma egli aveva ordinato di non ricevere nessuno e di invitare a pranzo pochissime persone, delle quali aveva consegnato alla principessina M�rija l'elenco. M�tivier, venuto in mattinata per porgere i suoi auguri, giudic� opportuno, nella sua qualit� di medico, "forcer la consigne" [2. rompere la consegna] come disse alla principessina M�rija, ed entr� nell'appartamento del principe. Ma quella mattina, proprio il giorno della sua festa, il vecchio principe si trovava in uno dei suoi momenti di pessimo umore. Aveva vagato ore e ore per casa, rimbrottando tutti coloro che incontrava, fingendo di non capire ci� che gli dicevano e di non essere capito. La principessina M�rija conosceva perfettamente quello stato d'animo e quella tranquilla e chiusa tendenza a brontolare che, di solito, si risolveva in uno scoppio di furore, e aveva trascorso tutta la mattinata come davanti a un fucile carico con il grilletto alzato in attesa dell'inevitabile scarica. Sino all'arrivo del dottore le ore erano trascorse senza incidenti. Dopo avere introdotto M�tivier, la principessina M�rija si sedette in salotto con un libro tra le mani, a poca distanza dalla porta, in modo da potere udire ci� che avveniva nello studio del principe. Dapprima ella sent� soltanto la voce di M�tivier, poi quella del padre e infine le due voci contemporaneamente. L'uscio si apr� e sulla soglia comparvero il bel M�tivier con il viso stravolto e il suo ciuffo di capelli neri, e il principe in berretto da notte e veste da camera, con la faccia alterata dalla collera e gli occhi bassi. - Non capisci? - gridava il principe. - Io invece capisco tutto! Spia francese! Schiavo di Buonaparte, spia, fuori dalla mia casa! Fuori, dico! - e sbatt� la porta. M�tivier, stringendosi nelle spalle, si avvicin� a "mademoiselle" Bourienne che all'udire quell'alterco era accorsa dalla stanza attigua. - Il principe non sta bene, "la bile et le transport au cerveau. Tranquillisez-vous, je repasserai demain" [3. La bile e un travaso di sangue al cervello. Tranquillizzatevi, ripasser� domani] - le disse e, posto un dito sulle labbra, usc� rapidamente. Di l� dall'uscio si udiva un frusciare di passi in pantofole e le grida: - Spie! Traditori! Dappertutto traditori! Neppure in casa mia posso avere un momento di pace! Quando M�tivier se ne fu andato, il vecchio principe chiam� la figlia e tutta la violenza della sua collera si scaten� contro di lei. Di lei era la colpa di aver introdotto nello studio quella spia, poich� egli aveva detto, e proprio a lei, di fare un elenco e di non ammettere in casa coloro il cui nome non figurava nell'elenco stesso. Perch� dunque era stato introdotto quell'impostore? Era stata lei la causa di tutto! �Con lei�, egli diceva, �non poteva avere un minuto di pace, non poteva morire tranquillo!�. - E' inutile, mia cara, bisogna che ci separiamo, bisogna che ci separiamo! Sappilo, sappilo che non ne posso pi�! - esclam�, uscendo dalla stanza e, quasi temendo che sua figlia potesse consolarsi in un modo qualunque, torn� verso di lei e, cercando di assumere un atteggiamento calmo, aggiunse: - E non crediate che abbia detto questo in un momento di collera; sono calmo, calmissimo e ho riflettuto a quello che dico. Cos� sar�. Dobbiamo separarci... Cercatevi un posto! Ma non riusc� a resistere oltre e, con quella collera che � propria soltanto dell'uomo che ama, soffrendo visibilmente egli stesso, agit� i pugni in aria e grid�: - Se almeno qualche imbecille se la sposasse! - Sbatt� la porta, fece chiamare "mademoiselle" Bourienne e si chiuse nello studio ove finalmente si calm�. Alle due giunsero le sei persone scelte per il pranzo. Gli invitati, il noto conte Rastopc�n, il principe Lopuchin (4) con il nipote generale Ciatrov, vecchio compagno d'armi del principe, e, tra i giovani, Pierre e Bor�s Drubetzk�j lo aspettavano in salotto. Giunto da poco a Mosca in licenza, Bor�s aveva desiderato essere presentato al principe Nikol�j Andreic' ed era riuscito ad acquistarsene a tal punto le simpatie che il principe aveva fatto un'eccezione per lui solo tra i giovani scapoli, di cui non riceveva nessuno in casa sua. La casa del principe non era quel che si pu� definire �il bel mondo�, era una ristretta cerchia di persone dalle quali, sebbene non se ne sentisse parlare in citt�, era tuttavia assai lusinghiero essere ricevuti. Di questo si era reso conto Bor�s una settimana prima quando Rastopc�n, in sua presenza aveva risposto al generalissimo che lo invitava a pranzo per il giorno di San Nikol�j: - Quel giorno andr�, come sempre, a ossequiare le reliquie del principe Nikol�j Andreic'. - Ah, gi�, gi� - aveva risposto il generalissimo. - A proposito, come sta? La piccola compagnia riunita prima di pranzo nell'antiquato salotto, somigliava al solenne consesso di una Corte di tribunale. Tutti tacevano o, se parlavano, lo facevano sottovoce. Il principe Nikol�j Andreic' comparve silenzioso e grave. La principessina M�rija pareva ancora pi� mite e pi� timida di quanto non lo fosse di solito. Gli ospiti le rivolgevano malvolentieri la parola giacch� capivano che aveva ben altro per la testa che i loro discorsi. Il conte Rastopc�n animava da solo la conversazione, parlando ora delle ultime novit� cittadine ora delle ultime notizie politiche. Lopuchin e il vecchio generale solo di tanto in tanto prendevano parte alla conversazione. Il principe Nikol�j Andreic' ascoltava come un giudice supremo ascolta una relazione che gli venga fatta, dimostrando con il silenzio o con una breve parola di prender atto di quanto gli si dice. Dal tono della conversazione si capiva che nessuno approvava ci� che allora si faceva in campo politico. Si raccontavano avvenimenti che dimostravano con evidenza come le cose andassero di male in peggio, ma ci� che pi� colpiva era il fatto che in ogni narrazione e in ogni discussione chi parlava si interrompeva o veniva interrotto ogni qualvolta toccava il limite oltre il quale il biasimo avrebbe potuto riferirsi alla persona dell'imperatore. Durante il pranzo la conversazione tratt� della pi� recente notizia politica: l'occupazione, da parte di Napoleone, dei possedimenti del duca di Oldenburg (5) e la nota russa, ostile a Napoleone, inviata a tutte le Corti europee. - Buonaparte agisce verso l'Europa come un pirata verso una nave conquistata - disse il conte Rastopc�n, ripetendo una frase gi� pronunziata parecchie altre volte. - Ci� che stupisce di pi� � l'apatia o la cecit� dei sovrani. Ora vien messo in gioco anche il papa: il Buonaparte, ormai, senza alcun riguardo, vuol rovesciare il capo della Chiesa cattolica (6), e tutti tacciono! Soltanto il nostro imperatore ha protestato contro l'occupazione dei possedimenti del duca di Oldenburg. E anche... - Il conte Rastopc�n tacque, sentendo a un tratto di essere giunto a quel limite che non si doveva oltrepassare. - Gli sono stati proposti altri territori in luogo del ducato disse il principe Nikol�j Andreic'; - come se io trasferissi i miei contadini da Lissia-Gori a Boguci�rovo e nelle terre di Rjaz�n, cos� egli fa con i duchi. - "Le duc d'Oldenburg supporte son malheur avec une force de caract�re et une r�signation admirables" [7. Il duca di Oldenburg sopporta la sciagura con una forza di carattere e una rassegnazione ammirevoli] - disse Bor�s, intervenendo rispettosamente nel discorso. Egli aveva fatto quell'osservazione perch�, di passaggio per Pietroburgo, aveva avuto l'onore di essere presentato al duca. Il principe Nikol�j Andreic' guard� il giovane, come volesse rispondergli qualche cosa, ma ci riflett� su un momento e tacque, giudicandolo troppo giovane per meritare un simile onore. - Ho letto la nostra protesta per l'affare di Oldenburg e mi sono meravigliato del pessimo stile con cui era stata redatta osserv� il conte Rastopc�n con il tono noncurante dell'uomo che giudica una faccenda che conosce a fondo. Pierre guard� Rastopc�n con ingenuo stupore, non comprendendo perch� dovesse preoccuparsi del cattivo stile della nota. - Non � forse indifferente lo stile con cui � stata redatta la nota, conte, se il contenuto � forte? - domand�. - "Mon cher, avec nos 500 mille hommes de troupe, il serait facile d'avoir un beau style" [8. Mio caro, con i nostri cinquecentomila uomini di truppa non sarebbe difficile avere un bello stile!] - ribatt� Rastopc�n. Pierre comprese perch� la forma in cui era redatta la nota preoccupasse Rastopc�n. - Eppure pare che ora si abbia un numero di scribi pi� che sufficiente: laggi�, a Pietroburgo, tutti scrivono molto e non soltanto note diplomatiche, ma si scrivono anche nuove leggi. Il �mio Andrjuscia� ha scritto per la Russia tutto un volume di leggi. Al giorno d'oggi tutti scrivono! - E rise in modo innaturale. La conversazione cess� per un momento; il vecchio generale toss� per attirare a s� l'attenzione degli altri. - Avete sentito parlare dell'ultimo avvenimento alla rivista di Pietroburgo? Sapete come si � comportato l'ambasciatore francese? - Come? S�, ho sentito dire qualcosa in proposito: pare che abbia commesso una mancanza di tatto verso l'imperatore. - Sua maest� gli faceva osservare la divisione dei granatieri e la marcia di parata - prosegu� il generale - e si dice che l'ambasciatore non abbia prestato la minima attenzione e si sia permesso di obiettare che in Francia non si d� importanza a simili sciocchezze. L'imperatore non gli ha risposto. Ma si dice che alla rivista successiva non si sia degnato di rivolgergli la parola. Tutti tacquero: su quel fatto che riguardava personalmente l'imperatore non era lecito esprimere alcuna opinione. - Che sfacciato! - scatt� il vecchio principe. - Conoscete M�tivier? Oggi stesso l'ho cacciato da casa mia. Era venuto e l'hanno fatto passare nel mio studio sebbene io avessi ordinato di non introdurre nessuno... - prosegu� il principe, rivolgendo alla figliuola uno sguardo irritato. E raccont� tutta la sua conversazione con il medico francese accennando ai motivi per cui si era convinto che M�tivier fosse una spia. Sebbene tali motivi fossero insufficienti e tutt'altro che chiari per giungere a una simile conclusione, nessuno fece obiezioni. Con l'arrosto fu servito lo "champagne". Gli ospiti si alzarono in piedi per fare gli auguri al vecchio principe. La principessina M�rija gli si avvicin�. Egli le rivolse uno sguardo freddo, ostile e le porse la guancia rugosa e rasata da baciare. L'espressione del suo viso diceva chiaramente alla figlia che egli non aveva dimenticato quanto le aveva detto la mattina, che la sua decisione rimaneva immutata e che soltanto la presenza degli ospiti gli impediva di parlargliene ora. Quando tutti passarono nel salotto per prendere il caff�, i vecchi si riunirono in disparte. Il principe Nikol�j Andreic' si anim� ed espresse la propria opinione sulla guerra imminente. Disse che le nostre guerre contro Bonaparte non avrebbero avuto buon esito sino a quando i Russi avessero cercato l'alleanza tedesca e si fossero immischiati nelle questioni europee nelle quali ci aveva coinvolti la pace di Tilsit. - Noi non dobbiamo combattere n� per l'Austria n� contro l'Austria - prosegu�. - I nostri interessi politici sono tutti volti verso Oriente e, per quanto riguarda il Buonaparte, dobbiamo semplicemente tenere truppe armate sul confine e seguire una politica energica e risoluta. Se avessimo agito cos� nel passato, egli certo non avrebbe mai varcato il confine russo come nel 1807. - E come potremmo noi, principe, combattere contro i Francesi? esclam� il conte Rastopc�n. - Come possiamo noi prendere le armi contro coloro che noi veneriamo come divinit�? Guardate un po' la nostra giovent�, guardate le nostre signore. Le nostre divinit� sono i Francesi, il nostro Paradiso � Parigi! E cominci� ad alzare la voce, evidentemente perch� tutti lo udissero. - Abiti francesi, idee francesi, sentimenti francesi! Ecco, voi avete scacciato M�tivier perch� � un francese e un mascalzone, e le nostre signore si trascinano in ginocchio dietro di lui. Ieri mi trovavo a un ricevimento: ebbene, delle cinque signore presenti, tre erano cattoliche e, con il permesso del papa, ricamano anche la domenica... e intanto erano quasi nude, come le figure dipinte sulle insegne dei bagni pubblici, con rispetto parlando. Eh, principe, quando guardo la nostra giovent�, mi vien voglia di prendere dal museo il vecchio randello di Pietro il Grande e di rompere loro le costole alla maniera russa... Vedreste che allora tante bestialit� scomparirebbero dalla loro testa! Tutti tacquero. Il vecchio principe, con il viso illuminato da un sorriso, guard� Rastopc�n e scosse il capo in segno di approvazione. - Ebbene, addio, eccellenza! Conservatevi in buona salute - disse Rastopc�n, alzandosi e porgendo la mano al principe con la caratteristica rapidit� di movimenti. - Addio, mio caro! Sei una "gussla" (9) che ascolto sempre volentieri! - gli disse il vecchio principe, trattenendo nelle sue la mano del conte e porgendogli una guancia da baciare. Insieme con Rastopc�n si alzarono anche gli altri. CAPITOLO 4. La principessina M�rija, seduta nel salotto, ascoltava questi discorsi e queste recriminazioni dei vecchi senza capirci nulla; si chiedeva soltanto se gli ospiti si fossero accorti del modo ostile con cui il padre la trattava. Non si era nemmeno resa conto delle attenzioni e delle cortesie che durante il pranzo aveva avuto per lei Drubetzk�j, il quale, ormai per la terza volta, veniva in casa sua. La principessina M�rija con uno sguardo distratto e interrogativo si rivolse a Pierre che, ultimo tra gli ospiti, con il cappello in mano e il viso sorridente, le si era avvicinato dopo che il principe era uscito ed essi erano rimasti soli nel salotto. - Posso restare ancora un po'? - domand�, lasciando cadere il suo grosso corpo su una poltrona accanto alla principessina M�rija. - Oh, s�! - gli rispose lei. �E voi non avete notato nulla?�, gli domandava intanto con lo sguardo. Pierre si trovava in ottima disposizione di spirito. Guardava davanti a s� e sorrideva tranquillo. - Lo conoscete da molto tempo quel giovanotto, principessina? - Chi? - Drubetzk�j. - No, da poco... - Vi piace? - S�, lo trovo un giovane simpatico... Perch� me lo chiedete? gli domand� la principessina M�rija, continuando a pensare a ci� che le aveva detto il padre la mattina. - Perch� ho fatto un'osservazione: spesso i giovani vengono da Pietroburgo a Mosca in licenza solo allo scopo di trovare una fidanzata ricca. - Avete fatto questa osservazione? - domand� la fanciulla. - S�, - prosegu� Pierre sorridendo - e quel giovanotto ora fa in modo di trovarsi sempre l� dove ci sia una ricca fanciulla da marito. Leggo in lui come in un libro aperto. Ora � incerto tra voi e "mademoiselle" Julie Kar�gina. "Il est bien assidu aupr�s d'elle" [10. E' molto assiduo presso di lei]. - Va spesso dai Karagin? - S�, molto spesso. Lo conoscete il nuovo modo di far la corte alle signorine? - chiese con un allegro sorriso Pierre, sentendosi evidentemente in uno stato d'animo disposto alla canzonatura, cosa che spesso si rimproverava nel suo diario. - No - rispose la principessina M�rija. - Ora, per interessare le signorine a Mosca, "il faut �tre m�lancolique. Et il est tr�s m�lancolique aupr�s de mademoiselle Kar�gina" [11. ...bisogna essere malinconici. Ed egli � molto malinconico con la signorina Kar�gina] - disse Pierre. - "Vraiment?" [12. Veramente?] - chiese la principessina, guardando il viso buono di Pierre, ma con il pensiero sempre fisso alla propria pena. �Mi sentirei meglio se confidassi a qualcuno ci� che sento�, si diceva. �Ed � proprio a Pierre che vorrei dire tutto. Egli ha un animo cos� buono e generoso... Proverei un po' di sollievo e forse potrei avere da lui un consiglio...�. - Lo vorreste per marito, voi? - domand� Pierre. - Ah, mio Dio, conte! Ci sono momenti in cui sposerei chiunque!rispose a un tratto, in modo inatteso anche per se stessa, la principessina, con le lacrime nella voce. - Sapeste com'� penoso, talora, amare una persona che ci � vicina e cara e sentire che... non puoi far nulla per lei, se non procurarle dolore e renderti conto che non � possibile mutare una tale situazione. Allora non resta da fare che una sola cosa: andarsene... ma dove posso andarmene, io? - continuava a dire con la voce che le tremava. - Ma che avete, principessina, che avete? La fanciulla non rispose e si mise a piangere. - Non so che cosa mi succeda, oggi. Non datemi retta, dimenticate ci� che vi ho detto. Tutta l'allegria di Pierre era scomparsa. Egli interrogava preoccupato la principessina, la pregava di dirgli tutto, di confidargli la sua pena; ma essa continuava a ripetergli che lo pregava di dimenticare quanto gli aveva detto, che non se ne ricordava neppure pi� lei, che non aveva altro dolore all'infuori di quello che egli gi� conosceva: il dolore che il matrimonio del principe Andr�j potesse mettere il disaccordo tra padre e figlio. - Avete sentito dir nulla dei Rost�v? - domand�, per cambiar discorso. - Mi � stato riferito che saranno qui tra non molto. Anch'io aspetto Andr�j da un giorno all'altro. Vorrei che si incontrassero qui... - E ora "lui" come considera la questione? - domand� Pierre, intendendo con quel "lui" alludere al vecchio principe. La principessina scroll� il capo. - Che fare? Mancano ormai pochi mesi al termine fissato: l'anno sta per scadere. E questo non pu� essere. Vorrei soltanto rendere meno amari a mio fratello i primi momenti... Vorrei che essi, i Rost�v, arrivassero al pi� presto. Spero che andr� d'accordo con lei... Voi che li conoscete da molto tempo, - disse la principessina M�rija - ditemi, con la mano sulla coscienza, tutta la verit�: com'� quella ragazza? Come vi pare? Ma che sia tutta la verit�, vi prego, perch�, voi lo capite, Andr�j corre un cos� gran rischio, sposandosi contro la volont� di nostro padre, che io vorrei sapere... Un vago istinto avvertiva Pierre che quelle domande e quella insistenza nel chiedergli di dire tutta la verit� esprimevano il malanimo della principessina verso la futura cognata e il desiderio che egli, Pierre, non approvasse la scelta del principe Andr�j. Ma Pierre rispose francamente ci� che sentiva piuttosto ci� che pensava. - Non so come rispondere alle vostre domande - disse, arrossendo, senza sapere il perch�. - Non so assolutamente che tipo di fanciulla sia e non posso in alcun modo analizzarla. E' adorabile... ma perch�? Non lo so. Ecco tutto ci� che posso dirvi di lei. La principessina M�rija sospir� mentre l'espressione del suo viso diceva: �Era proprio questo che aspettavo e temevo di sentirmi dire�. - E' intelligente? - domand� la principessina. Pierre riflett�. - Penso di no, - rispose - ma... forse s�. Non si degna di essere intelligente: � adorabile e niente di pi�. Di nuovo la principessina M�rija scosse il capo, disapprovando. - Ah, desidererei tanto di volerle bene! Glielo direte, vero, se la vedrete prima di me? - Mi � stato detto che arriveranno tra qualche giorno - disse Pierre. La principessina espose a Pierre il suo progetto di stringere amicizia con la futura cognata non appena i Rost�v fossero giunti a Mosca e di fare il possibile perch� il vecchio principe si abituasse a lei. CAPITOLO 5. Bor�s, che non era riuscito a combinare a Pietroburgo il ricco matrimonio cui aspirava, era venuto a Mosca con lo stesso proposito. E ora, a Mosca, esitava tra le due pi� ricche ereditiere; Julie e la principessina M�rija. Sebbene brutta, quest'ultima gli pareva assai pi� simpatica di Julie ma, chiss� perch�, si sentiva imbarazzato a far la corte alla Bolk�nskaja. Nell'ultimo suo incontro con lei, in occasione dell'onomastico del vecchio principe, a tutti i tentativi di portare la conversazione sui sentimenti, ella aveva risposto sempre a sproposito e, visibilmente, senza ascoltarlo. Julie, invece, anche se in un modo tutto suo particolare, accettava volentieri la corte del giovane. Julie aveva ventisette anni. Dopo la morte dei suoi fratelli era diventata ricchissima. Ormai si era fatta decisamente bruttina; per� non solo credeva di essere bella, ma anche di essere molto pi� attraente che nel passato. Persisteva in quell'illusione anzitutto per la consapevolezza di essere diventata un ricchissimo partito, in secondo luogo perch�, quanto pi� invecchiava e quanto meno diventava pericolosa per gli uomini, tanto pi� essi si comportavano con lei liberamente e, senza assumersi alcun obbligo, potevano godere dei suoi inviti a cena, delle serate e della brillante e vivace societ� che si riuniva in casa di lei. Lo stesso uomo che dieci anni fa si sarebbe fatto scrupolo di recarsi ogni giorno in una casa dove c'era una fanciulla diciassettenne nel timore di comprometterla o di impegnarsi, ora si recava tranquillamente a trovarla ogni giorno e si comportava con lei non gi� come con una signorina da marito ma come con una conoscente che non avesse sesso. In quell'inverno la casa dei Karagin a Mosca era la pi� ospitale e la pi� accogliente della citt�. Oltre che per le serate importanti e per i pranzi di gala, si riuniva ogni giorno dai Karagin moltissima gente e in particolare uomini, che si mettevano a cena a mezzanotte e si trattenevano anche sino alle tre del mattino. Non c'era ballo, passeggiata, spettacolo teatrale ai quali non partecipasse Julie. I suoi vestiti erano sempre all'ultima moda, ma, nonostante questo, ella pareva delusa di tutto, e ripeteva sempre di non credere n� all'amicizia, n� all'amore, n� a qualsiasi altra gioia della vita, ma di attendere la pace soltanto nell'al di l�. Aveva assunto il tono della ragazza provata da gravi disillusioni, della ragazza che abbia perduto l'uomo amato o che sia stata da lui crudelmente ingannata. Bench� nulla di simile le fosse accaduto, gli altri pensavano che essa aveva realmente sofferto, e lei stessa era convinta di avere avuto una vita piena di sofferenze e di dispiaceri. Questa malinconia che non le impediva di divertirsi, non impediva neppure ai giovanotti che la frequentavano di passare il tempo molto piacevolmente in casa sua. Ogni ospite doveva pagare un tributo all'umore malinconico della padroncina di casa, e poi poteva liberamente occuparsi di chiacchiere mondane, di balli, di giochi spiritosi, di gare poetiche, che costituivano una particolarit� delle riunioni in casa Karagin. Soltanto pochi giovani, tra i quali Bor�s, favorivano le tendenze malinconiche di Julie e con essi ella intrecciava colloqui lunghi e solitari sulla vanit� delle cose mondane, e mostrava loro il suo album pieno d'immagini tristi, di massime e di versi. Julie era particolarmente amabile con Bor�s: lo compiangeva per i precoci disinganni che la vita gli aveva riservato, gli offriva quei conforti dell'amicizia che poteva offrirgli giacch� essa stessa aveva molto sofferto e gli apriva il proprio album. Bor�s vi disegn� due alberi e vi scrisse: �Arbres rustiques, vos sombres rameaux secouent sur moi les t�n�bres et la m�lancolie� [13. �Rustici alberi, le vostre cupe fronde diffondono su di me le tenebre e la malinconia�]. In un'altra pagina disegn� una bara e scrisse: �La mort est secourable et la morte est tranquille. Ah! Contre les douleurs, il n'y a pas d'autre asile� [14. �La morte � pietosa e la morte � tranquilla. Ah, contro il dolore non vi � altro rifugio!�]. Julie disse che erano versi incantevoli. - "Il y a quelque chose de si ravissant dans le sourire de la m�lancolie" - gli disse un giorno, ripetendo parola per parola un brano che aveva copiato da un libro francese. - "C'est un rayon de lumi�re dans l'ombre, une nuance entre la douleur et le d�sespoir, qui montre la consolation possible" [15. C'� qualche cosa di cos� incantevole nel sorriso della malinconia (...). E' un raggio di luce nell'ombra, una sfumatura tra il dolore e la disperazione, che fa sperare nella possibilit� di un conforto]. A ci� Bor�s rispose scrivendo questi altri versi: �Aliment de poison d'une �me trop sensible, Toi, sans qui le bonheur me serait impossible, Tendre m�lancolie, ah, viens me consoler, Viens calmer les tourments de ma sombre retraite Et m�le une douceur secr�te A ces pleurs que je sens couler� [16. �Alimento venefico di un animo troppo sensibile, tu, tenera malinconia, senza la quale non potrei avere la felicit�, vieni a consolarmi, vieni a placare i tormenti della mia cupa solitudine e mescola una dolcezza segreta a queste lacrime che sento cadere�]. Julie sonava sull'arpa per Bor�s i notturni pi� tristi. Bor�s le leggeva ad alta voce "La povera Liza" (17) e spesso doveva interrompere la lettura per la commozione che gli serrava la gola. Quando Julie e Bor�s si incontravano in societ�, si guardavano come se fossero le uniche persone indifferenti alle cose del mondo e che si comprendessero a vicenda. Anna Mich�jlovna, che frequentava anch'essa il salotto dei Karagin, mentre faceva una partita a carte con la madre, cercava di raccogliere, tra un discorso e l'altro, informazioni sicure sulla dote di Julie (le davano due tenute di Penza e i boschi di Niznij- N�vgorod). Anna Mich�jlovna, docile ai voleri della Provvidenza, guardava con commozione la raffinata malinconia che univa suo figlio alla ricca Julie. - "Toujours charmante et m�lancolique cette ch�re Julie" [18. Sempre incantevole e malinconica questa cara Julie!] - diceva alla figlia. - Bor�s mi dice che in casa vostra l'anima si riposa. Ha avuto tante disillusioni ed � cos� sensibile! - diceva alla madre. E al figliuolo: - Ah, mio caro, come mi sono affezionata a Julie in questi ultimi tempi! Non te lo puoi immaginare! E, del resto, chi potrebbe non volerle bene? E' una creatura cos� celestiale! Ah, Bor�s, Bor�s! - E taceva per un momento. - E come mi fa pena sua madre - riprendeva. - Oggi mi ha fatto vedere i conti e le lettere da Penza dove hanno una tenuta vastissima: deve fare tutto lei, da sola. E come la ingannano, povera donna! Bor�s sorrideva impercettibilmente, ascoltando la madre. Sorrideva della sua ingenua furberia, ma l'ascoltava e talvolta la interrogava minuziosamente sulle propriet� di Penza e di Niznij-N�vgorod. Da un pezzo Julie aspettava una dichiarazione dal suo malinconico adoratore ed era pronta ad accettarla. Ma un senso segreto di avversione verso la fanciulla, verso il suo appassionato desiderio di sposarsi, verso la sua mancanza di naturalezza, e insieme un senso di paura all'idea di dover rinunziare alla possibilit� di un vero amore, tratteneva ancora Bor�s. Il periodo della sua licenza stava per scadere: egli trascorreva giornate intere in casa Karagin e ogni giorno, ragionando con se stesso, si riprometteva di fare la domanda il giorno seguente. Ma in presenza di Julie, guardando quel volto rosso, quel mento quasi sempre coperto di cipria, quegli occhi sempre umidi e l'espressione del viso che la rivelava sempre pronta a passare immediatamente dalla malinconia all'entusiasmo eccessivo della felicit� coniugale, Bor�s non riusciva a pronunziare la parola decisiva, anche se con l'immaginazione si vedeva gi� da un pezzo padrone delle terre di Penza e di Niznij-N�vgorod e gi� pensava al modo di impiegarne le rendite. Julie vedeva l'indecisione di Bor�s e talora pensava di non piacergli; ma subito dopo l'amor proprio femminile la consolava e la induceva a credere che soltanto l'amore fosse la causa dell'imbarazzo del giovane. Ma intanto la sua malinconia cominciava a mutarsi in nervosismo e, poco prima della partenza di Bor�s, ella escogit� un progetto decisivo. Proprio nel periodo in cui stava per scadere la licenza di lui, comparve a Mosca, e naturalmente nel salotto dei Karagin, Anatolij Kuragin, e Julie, deposta improvvisamente la malinconia, divenne molto allegra e premurosa verso Anatolij. - "Mon cher", - diceva Anna Mich�jlovna al figlio - "je sais de bonne source que le prince Basile envoie son fils � Moscou pour lui faire �pouser Julie" [19. Mio caro, so da buona fonte che il principe Vassilij manda suo figlio a Mosca per fargli sposare Julie]. Sono tanto affezionata a Julie che mi dispiacerebbe per lei. Che ne pensi, mio caro? Il pensiero di restare a bocca asciutta, di avere inutilmente perduto tutto quel mese di faticosa malinconia vicino a Julie e di vedere nelle mani di un altro, e soprattutto di quell'imbecille di Anatolij, le cospicue rendite dei possedimenti di cui gi� disponeva con l'immaginazione, fer� profondamente Bor�s. Si rec� senza indugio dai Karagin, fermamente deciso a domandare la mano di Julie. Julie lo accolse con un'aria allegra e spensierata, gli descrisse con leggerezza quanto si fosse divertita al ballo della sera avanti e gli chiese quando sarebbe partito. Sebbene Bor�s fosse venuto con il proposito di dichiarare il suo amore e quindi con tutte le buone intenzioni di essere affettuoso, si mise tuttavia a parlare nervosamente della volubilit� delle donne, della facilit� con cui esse possono passare dalla tristezza alla gioia, e del loro umore che dipende soltanto da chi le corteggia. Julie si offese e disse che era proprio cos�, che alle donne piace un po' di variet� e che �il sempre lo stesso� viene a noia chiunque. - Perci� vi consiglio... - cominci� Bor�s, desiderando dirle qualcosa di pungente; ma in quel momento gli balen� il pensiero umiliante di poter partire da Mosca senza aver raggiunto il suo scopo e dopo aver faticato inutilmente, cosa che non gli succedeva mai. Si interruppe a met� discorso, abbass� gli occhi per non vedere quella faccia indecisa e irritata in modo cos� antipatico e disse: - Non sono venuto qui per bisticciare con voi. Anzi... - e la guard� per accertarsi se poteva continuare. Tutta l'irritazione di lei era scomparsa di colpo e gli occhi inquieti e supplichevoli lo fissavano con avida attesa. �Potr� sempre organizzarmi in modo da vederla di rado�, pens� Bor�s. �Ma la faccenda � iniziata e deve essere conclusa!�. Arross�, la guard� risolutamente in viso e le disse: - Vi sono certamente noti i miei sentimenti verso di voi! Non era necessario dire altro: il viso di Julie raggiava di soddisfazione e di trionfo, ma ella lo costrinse a dirle tutto ci� che si dice in simili casi, ossia che l'amava e che non aveva mai amato alcuna donna pi� di lei... Sapeva che le tenute di Penza e di Niznij- N�vgorod le permettevano di esigere quelle dichiarazioni, e le ottenne. I fidanzati, senza pi� ricordare gli alberi che li coprivano di tenebra e di malinconia, cominciarono subito a far progetti sull'arredamento della casa a Pietroburgo, a recarsi in visita e a organizzare tutto il necessario per un fastoso matrimonio. CAPITOLO 6. Il conte Ilj� Andreic' verso la fine di gennaio giunse a Mosca con S�nja e con Natascia. La contessa, sempre indisposta, non era stata in grado di partire e, d'altra parte, era impossibile aspettare che si ristabilisse: il principe Andr�j era atteso a Mosca da un giorno all'altro, inoltre si doveva acquistare il corredo per Natascia, vendere la villa vicino a Mosca ed era inoltre necessario approfittare del soggiorno a Mosca del vecchio principe per presentargli la futura nuora. La casa dei Rost�v a Mosca non era riscaldata, il soggiorno sarebbe stato breve, la contessa non era con loro e perci� Ilj� Andreic' aveva deciso di alloggiare in casa di M�rija Dm�trevna Achros�mova, che da tempo aveva offerto al conte ospitalit�. A tarda sera, le quattro vetture dei Rost�v si fermarono nel cortile di M�rija Dm�trevna, sulla St�raja Konj�scennaia. M�rija Dm�trevna viveva sola. La figliuola era sposata, e i figli maschi erano militari. Ella si teneva sempre eretta sulla persona, diceva sempre francamente a ognuno, a voce alta e decisa, la propria opinione e con tutto il suo essere sembrava rimproverare agli altri le loro varie debolezze, passioni e predilezioni di cui ella non ammetteva la possibilit�. Sin dalle prime ore del mattino, in vestaglia, accudiva alle faccende domestiche, poi, nei giorni di festa si recava alla Messa e, terminata la funzione, alla casa di pena e alle prigioni, dove aveva affari di cui non parlava con nessuno. Nei giorni feriali, invece, dopo essersi vestita, riceveva in casa postulanti di ogni ceto che venivano da lei quotidianamente, dopo di che si metteva a tavola. Al pranzo, succulento e gustoso, aveva sempre tre o quattro invitati; dopo il pranzo faceva una partita a "boston"; di sera, mentre lavorava a maglia, si faceva leggere i giornali o le ultime novit� in campo librario. Molto di rado faceva eccezione a tali regole per uscire e, se usciva, era soltanto per recarsi in visita dai personaggi pi� importanti della citt�. Quando arrivarono i Rost�v non si era ancora coricata e ud� cigolare la porta dell'anticamera, che si apriva per lasciare passare i Rost�v e i loro domestici che giungevano portando una ventata del freddo di fuori. M�rija Dm�trevna, con gli occhiali abbassati sul naso e la testa inclinata all'indietro, ritta sulla soglia del salotto, guardava con aria corrucciata e ostile coloro che entravano. Si sarebbe potuto pensare che fosse irritata con i nuovi arrivati e che li avrebbe subito scacciati se, nello stesso tempo, non avesse impartito precisi ordini alla servit� per una conveniente sistemazione degli ospiti e dei loro bagagli. - Sono quelle del conte? Portale qui - disse, indicando certe valigie, senza salutare nessuno. - La roba delle signorine da questa parte, a sinistra. Cosa fate voialtre, laggi�? - grid� alle cameriere. - Preparate il samov�r! Ti sei ingrassata, ti sei fatta pi� bella - disse poi tirando a s�, per il cappuccio, Natascia. - Uh, come sei fredda! E tu, sbarazzati presto della pelliccia - grid� al conte che voleva avvicinarsi per baciarle la mano. - Sei gelato, mio caro! Qui ci vuole del rum con il t�... Sonjuska "bonjour"! - disse poi a S�nja, attenuando con quel saluto francese il suo contegno un po' sprezzante e nello stesso tempo affettuoso verso la fanciulla. Quando gli ospiti, liberatisi dalle pellicce, si furono messi in ordine dopo il viaggio e rientrarono per prendere il t�, M�rija Dm�trevna li baci� uno dopo l'altro. - Sono davvero contenta che siate venuti e che vi tratteniate da me - disse. - Era ora... - soggiunse, guardando Natascia.- Il vecchio � gi� qui e aspetta il figlio da un giorno all'altro. Bisogner�, bisogner� conoscerlo. Ma ne riparleremo aggiunse, lanciando a S�nja uno sguardo che diceva come non le garbasse toccare in presenza di lei quell'argomento. - E ora ascolta - disse, volgendosi al conte; - per domani chi vuoi? Chi manderai a chiamare? Scinscin? uno... - e pieg� un dito. Quella piagnucolona di Anna Mich�jlovna, e due... E' qui con suo figlio. Suo figlio si sposa. E poi, Bezuchov, no? Anche lui � qui con la moglie. Era scappato via da lei, ma quella gli � corsa dietro. E' stato a pranzo da me mercoled�. Be', quanto a queste signorine, - e indic� le due fanciulle - domani le condurr� alla chiesa di Iversk e poi passeremo dalla Aubert-Chalm� (20)! Credo che farete tutte cose alla moda, vero? Non prendere esempio da me: oggi le maniche si usano gonfie cos�... L'altro giorno � venuta a trovarmi la principessina Irina Vass�levna: era un orrore! Pareva che avesse infilato le braccia dentro due botticelle. Ormai si sa, la moda cambia ogni giorno! E tu, che cosa mi dici degli affari che ti hanno condotto qui - soggiunse, rivolgendosi al conte in tono severo. - Tante cose accumulate insieme - rispose il conte. - Anzitutto l'acquisto del corredo, poi si � presentato un acquirente per la villa e per la casa. Anzi, se la vostra bont� me lo consentir�, uno di questi giorni andr� a Mar�nskoe e vi lascer� le mie ragazze. - Benissimo, benissimo... qui da me saranno al sicuro, come al Consiglio di tutela. Le condurr� dove si dovr� andare, le sgrider�, le vizier� - disse M�rija Dm�trevna, accarezzando con la larga mano una guancia della prediletta Natascia, sua figlioccia. La mattina seguente M�rija Dm�trevna condusse le due ragazze prima alla chiesa di Iversk e poi da "madame" Aubert-Chalm�, la quale aveva una tal paura di M�rija Dm�trevna da cederle i vestiti anche in perdita pur di liberarsene al pi� presto. M�rija Dm�trevna ordin� quasi tutto il corredo. Quando furono rientrate a casa mand� via tutti quanti dalla sua camera ad eccezione di Natascia. La fece avvicinare alla sua poltrona e le disse: - E ora discorriamo un po' noi due. Mi congratulo con te per il fidanzato. Hai trovato un gran bel giovane! Ne sono molto lieta per te: lo conosco da quando era alto cos�... - e accenn� a poco meno di un metro da terra. Natascia arross� di gioia. - Voglio bene a lui e a tutta la sua famiglia. Ora ascoltami. Tu sai che il vecchio principe Nikol�j non voleva che il figlio si sposasse. E' un vecchio bisbetico! Certo il principe Andr�j non � pi� un ragazzo e pu� fare a meno del suo consenso, ma non � bello entrare in una famiglia per forza. Bisogna entrare con la pace, con l'amore. Tu sei intelligente, saprai comportarti come si deve. Usa bont� e comprensione, e vedrai che tutto andr� per il meglio. Natascia taceva non gi� per timidezza, come pensava M�rija Dm�trevna, ma, in realt�, perch� le dava fastidio che altre persone s'immischiassero nel suo amore per il principe Andr�j, amore che le pareva assai diverso da ogni altra cosa umana e che, secondo lei, non poteva essere compreso da chicchessia. Ella sola amava e conosceva il principe Andr�j, il quale amava lei e doveva arrivare in quei giorni per sposarla. Questo le bastava. - Vedi, io lo conosco da molto tempo e voglio bene anche a M�scenka, la tua futura cognata. Le cognate, di solito, sono malevole, ma questa non farebbe male a una mosca. Mi ha chiesto di conoscerti. Domani andrai da lei con tuo padre; cerca di entrare nelle sue grazie; sei tu la pi� giovane. Quando verr� il tuo fidanzato, avrai gi� conosciuto la sorella e il padre, ed essi ti vorranno gi� bene. D'accordo, vero? E tutto andr� magnificamente. Non ti pare che sia meglio cos�? - S�, meglio - rispose Natascia, senza alcun entusiasmo. CAPITOLO 7. Il giorno successivo, per consiglio di M�rija Dm�trevna, il conte Ilj� Andreic' si rec� con Natascia a far visita al principe Nikol�j Andr�evic'. Il conte si preparava a quella visita con animo tutt'altro che sereno: in fondo al cuore aveva paura. L'ultimo suo incontro con il principe, avvenuto al tempo dell'arruolamento quando, in risposta al suo invito a pranzo, aveva avuto un aspro rabbuffo per lo scarso numero di uomini raccolti, era rimasto impresso profondamente nella sua memoria. Natascia, che aveva indossato il suo vestito pi� bello, era, al contrario, di ottimo umore. �E' impossibile che non mi vogliano bene�, pensava. �Tutti mi hanno sempre voluto bene. E io sono cos� disposta a far per loro tutto ci� che desiderano, cos� disposta ad amare lui perch� � suo padre e lei perch� � sua sorella, che non � possibile che non mi debbano voler bene!�. Arrivarono alla vecchia, cupa casa del principe in via Vozdv�zenka ed entrarono nel vestibolo. - E ora ci accompagni la benedizione di Dio - mormor� il conte, tra il serio e lo scherzoso; ma Natascia not� che suo padre si affrettava, entrando nel vestibolo e che appariva molto timido nel chiedere se il principe e la principessina fossero in casa. Dopo che il loro arrivo fu annunziato, avvenne una certa confusione tra la servit� del principe: il domestico che era andato ad annunziare la visita, fu fermato nella sala da un altro domestico con il quale scambi� qualche parola a bassa voce. Una cameriera accorse frattanto nella sala e in fretta e furia disse sottovoce qualche cosa, nominando la principessina. Finalmente comparve un vecchio domestico dalla faccia arcigna a riferire che il principe non poteva riceverli, ma che la principessina li pregava di favorire da lei. La prima persona che venne loro incontro fu "mademoiselle" Bourienne. Salut� padre e figlia con particolare cortesia e li accompagn� nella stanza della principessina. Questa, con il viso agitato, spaurito, coperto di chiazze rosse, venne, a sua volta, con il suo passo pesante, incontro agli ospiti sforzandosi inutilmente di apparire cordiale e disinvolta. Alla prima occhiata, Natascia non piacque affatto alla principessina M�rija: la fanciulla le sembr� troppo elegante, troppo frivola, gaia e vanitosa. La principessina M�rija non si rendeva conto che, prima ancora di vedere la sua futura cognata, era gi� mal disposta verso di lei, perch� inconsapevolmente ne invidiava la bellezza e la giovent� e perch� era gelosa dell'amore di suo fratello. Oltre che per questi invincibili sentimenti di antipatia verso Natascia, la principessina M�rija in quel momento era anche turbata perch�, sentendo annunziare l'arrivo dei Rost�v, il principe si era messo a gridare che non voleva vederli, ma che la principessina M�rija era padronissima di riceverli purch� nessuno osasse introdurli nelle sue stanze. La principessina si era decisa a ricevere i Rost�v, ma temeva a ogni istante che il vecchio principe uscisse in una delle sue terribili trovate giacch� appariva assai turbato e sconvolto dalla venuta dei Rost�v. - Ecco, cara principessina, vi ho condotto la mia figliuola - disse il conte, inchinandosi e guardandosi attorno inquieto come se temesse di vedere comparire il vecchio principe. - Sono molto contento che vi conosciate... Peccato, peccato che il principe sia indisposto - e, dopo aver pronunziato qualche frase generica, si alz�. - Se permettete, principessina, vi lascio per un quarto d'ora la mia Natascia. Io vado un momento qui a due passi, alla Sob�ciaja Ploscjadka da Anna Sem�novna e poi passo a riprenderla. Ilj� Andreic' aveva escogitato quella astuzia diplomatica per dar modo alla futura cognata di parlare a cuore aperto con Natascia (come spieg� poi alla figlia) e anche per evitare la possibilit� di un incontro con il principe del quale aveva tanta paura. Questo, alla figlia non lo disse, ma Natascia intu� la paura e l'inquietudine di suo padre e se ne sent� offesa. Arross� per lui, si irrit� ancor di pi� per essere arrossita e volse alla principessina uno sguardo ardito e provocante che pareva voler significare che lei non aveva paura di nessuno. La principessina disse al conte di essere molto lieta e lo preg� di trattenersi un po' a lungo presso Anna Sem�novna; e Ilj� Andreic' se ne and�. "Mademoiselle" Bourienne, nonostante gli sguardi inquieti lanciati dalla principessina M�rija che desiderava rimanere a tu per tu con Natascia, non usciva dalla stanza e insisteva nel mantenere la conversazione sui divertimenti e sugli spettacoli teatrali che Mosca offriva. Natascia si sentiva offesa per la confusione che si era verificata in anticamera, per l'inquietudine del padre e per il tono forzato della principessina che sembrava concederle una grazia, ricevendola. Perci� si sentiva a disagio. La principessina M�rija non le piaceva: le pareva molto brutta, affettata e arida. A un tratto si contrasse spiritualmente in se stessa e assunse, senza volerlo, un atteggiamento noncurante che allontanava vieppi� da lei la futura cognata. Dopo cinque minuti di faticosa, forzata conversazione, si ud� il lieve scalpiccio di qualcuno che camminava in pantofole. Il viso della principessina M�rija assunse un'espressione spaventata, mentre la porta della stanza si apriva e sulla soglia compariva il principe in berretto da notte bianco e in veste da camera. - Ah, signora, - cominci� a dire - signora contessina... contessina Rostova, se non mi sbaglio... vi prego di scusarmi... Non sapevo, signorina, non sapevo... Dio mi � testimone che ignoravo che vi foste degnata di onorarci di una visita... E sono venuto da mia figlia in simile abbigliamento... Vi prego ancora di scusarmi: mi � testimone Dio che non sapevo - ripet� in modo cos� poco naturale, insistendo sulla parola �Dio� e in tono cos� antipatico che la principessina M�rija rimase ritta in piedi con gli occhi bassi, senza osare guardare n� il padre, n� Natascia. Natascia, che si era alzata e poi rimessa a sedere, non sapeva neanche lei che cosa fare. Soltanto "mademoiselle" Bourienne sorrideva con grazia. - Prego di scusarmi! Dio mi � testimone che non sapevo - borbott� ancora il vecchio e, dopo aver squadrato Natascia dalla testa ai piedi, usc� dalla stanza. "Mademoiselle" Bourienne fu la prima a riaversi dopo quell'apparizione e si mise a parlare della malferma salute del principe. Natascia e la principessina M�rija si guardavano in silenzio e, quanto pi� si guardavano senza esprimere ci� che avrebbero voluto dire, tanto pi� si giudicavano con antipatia reciproca. Quando il conte ritorn�, Natascia manifest� in modo scortese la sua gioia e si affrett� ad accomiatarsi; in quel momento sentiva quasi di odiare quella vecchia, arida principessina che aveva potuto metterla in una situazione cos� imbarazzante e trascorrere con lei pi� di mezz'ora senza dirle una parola del principe Andr�j. �Certo non potevo essere io la prima a parlare di lui davanti a quella francese�, pensava Natascia. In quello stesso momento la principessina M�rija si tormentava per lo stesso motivo. Sapeva quello che avrebbe dovuto dire a Natascia, ma non aveva potuto farlo perch� era imbarazzata dalla presenza di "mademoiselle" Bourienne e poi perch� neppure lei sapeva per quale motivo le riuscisse cos� penoso parlare di quel matrimonio. Quando il conte stava per uscire dalla stanza, la principessina M�rija si accost� rapidamente a Natascia, le prese la mano e, sospirando profondamente, le disse: - Aspettate... Devo dirvi... Natascia la guard�, senza ella stessa sapere il perch�, con aria ironica. - Cara Nathalie, - continu� la principessina M�rija - devo dirvi che sono molto contenta che mio fratello abbia trovato la felicit�... - Si interruppe, sentendo di non essere sincera. Natascia not� quell'esitazione e ne comprese la causa. - Mi pare, principessina, che non sia il momento di parlare di queste cose - disse Natascia con apparente dignitosa freddezza, ma con le lacrime che le facevano groppo alla gola. �Che cosa ho detto? Che cosa ho fatto?�, pens� poi, non appena fu uscita. Quel giorno Natascia si fece aspettare a lungo all'ora del pranzo. Chiusa in camera sua, piangeva a dirotto come una bimba, soffiandosi il naso e singhiozzando. S�nja, ritta accanto a lei, le baciava i capelli. - Natascia, che hai? - le chiedeva. - Che ti importa di loro? Passer� tutto, Natascia. - No, se tu sapessi com'� umiliante... come se io... - Non dir cos�, Natascia, tu non hai colpa alcuna, che te ne deve importare? - disse S�nja. Natascia sollev� il capo e, dopo aver baciato sulle labbra la sua amica, premette contro di lei il viso inondato di lacrime. - Non posso dirlo, non lo so. Nessuno ha colpa - rispose Natascia. - Io s�, io sono colpevole! Ma tutto ci� � terribile. Perch� egli non torna? Entr� in sala da pranzo con gli occhi rossi. M�rija Dm�trevna, che era al corrente dell'accoglienza fatta dal principe ai Rost�v, finse di non accorgersi del viso sconvolto di Natascia e durante il pranzo chiacchier� e scherz� a voce alta con il conte e con gli altri ospiti. CAPITOLO 8. Quella sera i Rost�v si recarono all'opera, per la quale M�rija Dm�trevna aveva acquistato i biglietti. Natascia non voleva andare, ma non era possibile rifiutare la cortesia di M�rija Dm�trevna, dedicata esclusivamente a lei. Quando, entrata in salotto, gi� vestita, in attesa del padre, si guard� nel grande specchio, Natascia vide di essere bella, molto bella, e questo la rese ancora pi� triste, ma di una tristezza dolce e soffusa di tenerezza. �Mio Dio, se egli fosse qui non mi accadrebbe pi� di sentirmi cos� stupidamente intimidita come mi � capitato, ma lo abbraccerei semplicemente, stringendomi forte a lui, lo obbligherei a guardarmi con quei suoi occhi scrutatori e curiosi, con cui spesso mi guardava, e poi lo farei ridere come rideva allora... e i suoi occhi... oh, come li vedo i suoi occhi!�, pensava Natascia. �E che m'importa di suo padre e di sua sorella... io amo lui soltanto lui, lui con quel suo viso e quei suoi occhi, lui con quei suo sorriso virile e infantile a un tempo. No, meglio non pensare a lui, non pensare... e dimenticare tutto, tutto, per ora! Io non sopporterei quest'attesa, mi metterei subito a singhiozzare...�, e si allontan� dallo specchio, facendo uno sforzo su se stessa per non piangere. �E come riesce S�nja ad amare Nik�linka con tanta serenit� e calma e ad aspettarlo cos� a lungo e cos� pazientemente?�, pens�, vedendo entrare S�nja, gi� pronta anche lei e con il ventaglio in mano. �Ma lei � diversa, completamente diversa. Io non posso!�. Natascia si sentiva in quel momento cos� commossa e piena di tenerezza che le pareva troppo poco amare ed essere amata: aveva bisogno, ora, di abbracciare subito l'uomo amato, di parlargli e di udire dalle sue labbra le parole di amore di cui il suo cuore era colmo. Mentre, in carrozza, sedeva accanto al padre e guardava pensierosa la luce dei fanali che si riflettevano sui vetri coperti di gelo, si sent� ancora pi� innamorata e pi� triste, e dimentic� con chi era e dove andava. Nella fila delle altre carrozze, quella dei Rost�v, le cui ruote facevano scricchiolare la neve, si avvicinava al teatro. Quando si ferm�, Natascia e S�nja balzarono a terra, sollevando i loro vestiti, scese poi il conte sorretto dai servitori e tutti e tre, fra signore e cavalieri che entravano, e venditori di programmi, si avviarono lungo il corridoio. Dietro gli usci semiaperti dei palchi gi� si udiva l'eco della musica. - "Nathalie, vos cheveux" [21. Nathalie, i capelli!] - mormor� S�nja, mentre la maschera, scivolando rapidamente davanti alle signorine, apriva con garbo la porta del palco. La musica si ud� allora pi� distintamente, balenarono le file dei palchi illuminati, pieni di signore con le spalle e le braccia nude, e la platea rumorosa e scintillante di uniformi. La signora che entrava nel palco attiguo ebbe per Natascia uno sguardo di donna invidiosa. Il sipario non si era ancora alzato, e l'orchestra eseguiva il preludio. Natascia, riassettandosi il vestito, entr� insieme con S�nja e diede un'occhiata alle file illuminate dei palchi dirimpetto. La sensazione, da un pezzo non provata, che centinaia di occhi guardassero il suo collo e le sue braccia nude, s'impadron� a un tratto di lei, gradevole e sgradevole insieme, suscitando nella sua mente uno sciame di ricordi e di desideri, collegati a quella sensazione. Le due fanciulle, Natascia e S�nja, notevolmente graziose, in compagnia del conte Ilj� Andreic' che da molto tempo non era stato a Mosca, attiravano l'attenzione generale. Inoltre tutti sapevano pi� o meno vagamente del fidanzamento di Natascia con il principe Andr�j, sapevano che da allora i Rost�v vivevano in campagna e osservavano con curiosit� la fidanzata di uno dei migliori �partiti� di Mosca. Come tutti le dicevano, in campagna Natascia si era fatta pi� bella, e quella sera, a cagione dello stato di eccitamento in cui si trovava, era particolarmente attraente. Colpiva la sua pienezza di vita e di bellezza unita alla totale indifferenza verso tutto quanto la circondava. I suoi occhi neri guardavano la folla senza cercare nessuno in particolare, e il suo braccio sottile, nudo sino al di sopra del gomito, restava abbandonato sul davanzale di velluto mentre la mano ora si chiudeva ora si apriva inconsapevolmente gualcendo il programma. - Guarda, - disse S�nja - ecco l'Al�nina: mi pare che sia con sua madre. - Santi benedetti, Micha�l Kirillyc' � ingrassato ancora! - osserv� il vecchio conte. - Guardate la nostra Anna Mich�jlovna, che t�cco ha in testa! - I Karagin, Julie, e Bor�s � con loro. Si vede subito che sono fidanzati! - Drubetzk�j ha gi� fatto la sua domanda... E come no? L'ho saputo oggi - disse Scinscin entrando nel palco dei Rost�v. Natascia guard� nella direzione in cui guardava suo padre e vide Julie con una collana di perle attorno al collo grasso e rosso (Natascia sapeva che era coperto di cipria), seduta con aria beata accanto alla madre. Alle loro spalle, sorridendo, con l'orecchio chino verso la bocca di Julie, si vedeva la bella testa accuratamente pettinata di Bor�s. Egli guardava di sottecchi i Rost�v e, sorridendo, diceva qualcosa alla fidanzata. �Sta parlando di noi, di me�, pens� Natascia. �E certamente sta cercando di placare la gelosia della sua fidanzata verso di me Ha torto di preoccuparsi tanto! Se sapesse come mi sono tutti indifferenti!�. Dietro alla giovane coppia, in fondo al palco, con il t�cco verde in testa, il viso festoso, felice, ma rassegnato alla volont� di Dio, sedeva Anna Mich�jlovna. Nel palco regnava quell'atmosfera che circonda due fidanzati, che Natascia conosceva cos� bene e che le piaceva tanto. Ella si volt� e a un tratto le ritorn� al pensiero tutto ci� che l'aveva umiliata durante la visita del mattino. �Che diritto ha quel vecchio di non volermi accogliere nella sua famiglia? Ah, � meglio non pensarci, non pensarci sino al ritorno di Andr�j!�, disse a se stessa, e cominci� a osservare in platea le persone note e quelle che non conosceva. Davanti alle poltrone, proprio a met� fila con le spalle appoggiate alla ribalta, stava D�lochov che indossava un costume persiano, con la folta chioma ricciuta piegata all'indietro. Ritto nel punto pi� in vista del teatro, conscio di attirare su di s� l'attenzione dell'intera sala, aveva un contegno perfettamente disinvolto, come se si trovasse in camera sua. Attorno a lui si affollava la giovent� pi� brillante di Mosca tra la quale egli, era evidente, primeggiava. Il conte Ilj� Andreic', ridendo, tocc� con il gomito S�nja che arrossiva e le indic� il suo adoratore di un tempo. - L'hai riconosciuto? - le domand�. - Di dove diavolo sar� sbucato? - prosegu� volgendosi a Scinscin. - Mi pareva che fosse scomparso... - S� - rispose Scinscin. - E' stato nel Caucaso, di l� � scappato, e dicono che sia stato ministro di non so quale principe persiano e che abbia ucciso il fratello dello Sci�. Infatti tutte le signore di Mosca perdono la testa per lui! "Dolochoff le Persien" [22. D�lochov il persiano] e basta. Ora non si parla che di lui, lo si vuole nei banchetti, come uno storione - disse Scinscin. - D�lochov e Anatolij Kuragin hanno fatto uscir di senno tutte le nostre signore! Nel palco attiguo entr� una dama alta e bella con una folta treccia, le spalle candide e piene molto scoperte e una doppia fila di grosse perle attorno al collo. Impieg� molto tempo per mettersi a posto nel palco, facendo frusciare l'ampia veste di seta. Natascia guard� involontariamente quel collo, quelle spalle, quelle perle, quella pettinatura, ammirando lo splendore delle spalle e delle perle. Mentre Natascia per la seconda volta la guardava, la donna si volse e, non appena i suoi occhi ebbero incontrato quelli del conte Ilj� Andreic', chin� il capo in segno di saluto e sorrise. Era la contessa Bez�chova, la moglie di Pierre. Ilj� Andreic', che conosceva tutti nell'alta societ�, si sporse dal palco per discorrere con lei. - Siete qui da molto tempo, contessa? - le domand�. - Verr�, verr� a baciarvi la mano. Sono venuto a Mosca per affari e ho condotto con me le mie ragazze. Si dice che la Sem�novna canti divinamente. Il conte P�tr Kirillyc' non ci ha mai dimenticati. E' qui? - S�, aveva intenzione di venire - rispose Elen, e guard� attentamente Natascia. Il conte Ilj� Andreic' torn� a sedersi. - Bella, vero? - sussurr� a Natascia. - Una meraviglia! - esclam� la fanciulla. - Impossibile non innamorarsene! In quel momento risonarono gli ultimi accordi del preludio, e il direttore d'orchestra diede un colpo secco sul leggio con la bacchetta. In platea i ritardatari raggiunsero i loro posti e il sipario si alz�. Allora nei palchi e in platea si fece un gran silenzio; tutti gli uomini, vecchi o giovani, in divisa o in marsina, tutte le signore con il corpo seminudo coperto di splendide gemme, fissarono sul palcoscenico la loro attenzione. E anche Natascia si mise a guardare. CAPITOLO 9. La parte centrale della scena, fatta di un assito piano, era limitata ai lati da cartoni dipinti che rappresentavano alberi; lo sfondo era costituito da una tela tesa su un telaio. Nel mezzo della scena sedevano alcune fanciulle in corpetto rosso e gonna bianca. Un'altra ragazza, molto grassa, che indossava un abito di seta bianca, sedeva in disparte, su una panchina bassa, dietro la quale era incollato un cartone verde. Cantavano tutte insieme. Quando ebbero terminata la loro canzone, la donna vestita di bianco si avvi� verso la buca del suggeritore e, mentre vi si stava avvicinando, un uomo dalle grosse gambe coperte da un paio di calzoni di seta, un pennacchio sul cappello e un pugnale alla cintura, incominci� a cantare allargando le braccia. Dapprima cant� l'uomo in calzoni corti, poi la donna, e infine tacquero entrambi; poi la musica riattacc�, l'uomo prese tra le sue una mano della ragazza biancovestita, in evidente attesa della battuta per riprendere il duetto. Concluso il duetto, gli spettatori cominciarono ad applaudire e a gridare, mentre l'uomo e la donna sulla scena, che raffiguravano due innamorati, si inchinavano sorridendo e allargando le braccia. Tutto questo a Natascia, dopo la vita trascorsa in campagna e il non lieto stato d'animo nel quale si trovava, appariva strano e stupefacente. Ella non riusciva n� a seguire la vicenda dell'opera n� ad ascoltare la musica; vedeva soltanto dei cartoni dipinti, degli uomini e delle donne vestiti in modo strano, i quali, in modo altrettanto strano, si movevano, parlavano e cantavano sulla scena sotto una luce abbagliante; sapeva che cosa tutto ci� dovesse rappresentare, ma era tutto talmente falso e privo di naturalezza che a tratti si vergognava per gli attori, a tratti le veniva voglia di ridere. Intanto si guardava attorno, osservando i visi degli spettatori, sui quali cercava l'espressione della perplessit� e della canzonatura che erano dentro di lei, ma tutti quei visi erano attenti a ci� che accadeva sulla scena ed esprimevano un'ammirazione che a Natascia pareva simulata. �Forse dev'essere proprio cos�!�, pensava la fanciulla. E guardava alternativamente ora in platea le lunghe file delle teste impomatate, ora nei palchi le signore scollate e specialmente la sua vicina Elen che, seminuda, con un sorriso freddo e calmo, fissava la scena senza mai distoglierne gli occhi, avvertiva la luce che si diffondeva per tutta la sala e il tepore dell'aria riscaldata dalla folla. A poco a poco si sentiva invadere da una specie di ebbrezza non provata da molto tempo. Non si ricordava n� chi fosse, n� dove si trovasse, n� che cosa accadesse davanti a lei. Guardava e pensava, e le idee pi� strane e pi� inattese le balenavano alla mente, sconnesse e confuse. Ora le veniva l'idea di fare un salto sul proscenio e di cantare l'aria che eseguiva la prima donna, ora di picchiare con il ventaglio un vecchietto seduto a breve distanza da lei, ora di chinarsi verso Elen e di farle il solletico. In uno dei momenti in cui tutto taceva in attesa dell'inizio di �un'aria�, la porta della platea, dalla parte dove si trovava il palco dei Rost�v, cigol� e si udirono i passi di qualcuno che giungeva in ritardo. - Ecco Kuragin! - sussurr� Scinscin. La contessa Bez�chova si volse sorridendo a colui che entrava. Natascia segu� la direzione di quello sguardo e vide un bellissimo aiutante di campo dall'aria spavalda, e in pari tempo cortese, che si avvicinava al loro palco. Era Anatolij Kuragin che ella aveva visto molto tempo addietro e notato al ballo di Pietroburgo. Indossava ora la divisa di aiutante di campo da mezza sera con una sola spallina e gli alamari. Camminava con un'andatura lenta e spavalda che sarebbe stata ridicola se egli non fosse stato cos� bello e se il suo viso non avesse avuto quell'espressione di gioviale soddisfazione e di gaiezza. Quantunque la rappresentazione fosse cominciata, egli camminava senza affrettarsi sul tappeto del corridoio facendo appena tintinnare la sciabola e gli speroni e tenendo eretta la bella testa profumata. Guardando fissamente Natascia, si avvicin� alla sorella, pose una mano guantata sul parapetto del palco, fece a Elen un cenno con il capo e, chinatosi, le domand� qualcosa indicando Natascia. - "Mais charmante!" [23. Ma incantevole!] - disse, certamente parlando della fanciulla, che non ud� le parole ma che le indovin� dal movimento delle labbra di lui. Poi pass� nella prima fila, si sedette accanto a D�lochov, e lo tocc� con il gomito, dando un leggero e amichevole colpetto a quel D�lochov al quale gli altri usavano tanti riguardi. Gli sorrise, ammiccando e appoggi� un piede sulla ribalta. - Come si assomigliano fratello e sorella! E come sono belli tutti e due! - osserv� il conte. Scinscin cominci� a raccontargli sottovoce la storia di un certo intrigo che Kuragin aveva a Mosca, e Natascia tese l'orecchio, proprio perch� egli aveva detto di lei che era "charmante". Fin� il primo atto. Tutti gli spettatori della platea si alzarono, si confusero insieme e cominciarono a muoversi e a uscire. Bor�s venne nel palco dei Rost�v. Accolse con semplicit� i loro rallegramenti e, con le sopracciglia alzate e le labbra atteggiate a un sorriso distratto, preg� Natascia e S�nja, da parte della fidanzata, di non mancare alle nozze, e usc�. Natascia con un sorriso gaio e civettuolo aveva conversato con lui e si era rallegrata per il matrimonio di quello stesso Bor�s di cui un tempo era stata innamorata. Nello stato di ebbrezza in cui si trovava tutto le pareva semplice e naturale. Elen, seminuda, sedeva presso di lei e sorrideva indistintamente a tutti nello stesso modo con cui Natascia aveva sorriso a Bor�s. Il palco di Elen si era riempito di gente e, dalla parte della platea, era affollato dagli uomini pi� illustri e pi� noti della citt� per nascita e talento, i quali parevano voler ostentare di fronte a tutti di conoscere la bella donna. Per tutta la durata dell'intervallo, Kuragin rimase in piedi con D�lochov davanti alla ribalta e non cess� di guardare il palco dei Rost�v. Natascia sapeva che egli parlava di lei e ne provava piacere; anzi, si era voltata in modo che egli potesse guardarla di profilo, la posa che, a suo parere, le era pi� favorevole. Prima che cominciasse il secondo atto comparve in platea Pierre, che i Rost�v dopo il loro arrivo non avevano ancora incontrato. Era triste in viso, e dall'ultima volta che Natascia lo aveva veduto, era ancora ingrassato. Senza badare a nessuno, and� a prendere posto nella prima fila. Anatolij gli si avvicin� e si mise a parlargli, guardando e indicandogli con lo sguardo il palco dei Rost�v. Pierre, vedendo Natascia, si rianim� e si affrett�, attraverso le file delle poltrone, ad avvicinarsi al suo palco. Giunto l� sotto appoggi� i gomiti al parapetto, parl� a lungo con Natascia, sorridendo. Durante la conversazione con Pierre, Natascia ud� nel palco della contessa Bez�chova una voce di uomo, e indovin� che era quella di Kuragin. Si volse, e il suo sguardo incontr� quello di lui. Egli sorridendo appena la guardava diritto negli occhi con uno sguardo cos� entusiasta e cos� tenero che a lei parve strano di essergli tanto vicina, di guardarlo in quel modo e di avere la certezza di piacergli e di non conoscerlo. Al secondo atto lo scenario rappresentava dei monumenti, e nella tela di fondo era praticato un foro illuminato che raffigurava la luna. Furono tolti i paralumi dalla ribalta; tromba e contrabbasso presero a sonare in chiave di basso e da destra e da sinistra comparvero sul palcoscenico molti uomini avvolti in mantelli neri. Costoro si misero a gesticolare, tenendo in mano qualcosa di simile a un pugnale; poi altre persone accorsero, trascinando fuori la giovane donna apparsa nel primo atto vestita di bianco e che ora indossava un abito celeste. Ma non la trascinarono fuori subito: cantarono a lungo con lei e infine la portarono via e dietro le quinte furono battuti allora tre colpi su qualcosa di metallico, mentre tutti si mettevano in ginocchio e intonavano una preghiera. Tutte queste scene furono interrotte parecchie volte dalle grida entusiaste degli spettatori. Durante questo atto, ogni volta che Natascia si voltava verso la platea, vedeva Anatolij Kuragin che, con un braccio abbandonato sulla spalliera della poltrona, la guardava. Le faceva piacere vederlo cos� pieno di ammirazione per lei e non la sfiorava neppure il pensiero che in ci� potesse esserci qualche cosa di male. Dopo la fine del secondo atto, la contessa Bez�chova si alz� si volse verso il palco dei Rost�v (il suo petto era completamente scoperto), chiam� a s� con un cenno del dito inguantato il vecchio conte e, senza curarsi di coloro che entravano nel suo palco, si mise a parlargli, sorridendo con grazia. - Fatemi dunque conoscere le vostre graziose figliuole - disse al vecchio conte. - Tutta la citt� parla di loro, e io non le conosco. Natascia si alz� e fece una riverenza alla contessa. La lode di quella creatura sfolgorante di bellezza le giunse tanto gradita che arross� di piacere. - Ora, voglio diventare anch'io moscovita! - disse Elen. - E voi, conte, come mai non vi vergognate di tener nascoste in campagna due perle come queste? La contessa Bez�chova era giustamente considerata una donna squisitamente cortese. Sapeva dire cose che non pensava e, soprattutto, sapeva adulare con semplicit� e naturalezza. - No, caro conte, voi mi dovete permettere di occuparmi delle vostre figliuole, sebbene, come voi, io non debba trattenermi qui a lungo. Cercher� di farle divertire. Gi� a Pietroburgo ho sentito parlare molto di voi - disse a Natascia con il suo bel sorriso sempre uguale. - Ho sentito parlare di voi dal mio paggio, Drubetzk�j, avete saputo che si sposa? e da un amico di mio marito, Bolkonskij, il principe Andr�j Bolkonskij - e pronunzi� quel nome con un accento particolare, facendo cos� intendere di essere al corrente del legame di lui con Natascia. Preg� poi il conte, per fare pi� ampia conoscenza, di permettere a una delle signorine di assistere al resto dello spettacolo nel suo palco, e Natascia pass� da lei. La scena del terzo atto rappresentava la sala di un palazzo, illuminato da numerose candele, le cui pareti erano ornate da molti ritratti di cavalieri con la barbetta. In mezzo alla sala stavano in piedi due attori, probabilmente il re e la regina. Il re agitava la destra e, visibilmente intimidito, cant� male una strofa qualsiasi e and� a sedersi su un trono cremisi. La fanciulla, che prima era apparsa vestita di bianco, poi di celeste, e che indossava ora soltanto la camicia e aveva i capelli sciolti, stava presso il trono. Cantava con voce dolente, rivolgendosi alla regina; ma il re agit� la mano con gesto severo e a quel gesto da destra e da sinistra uscirono uomini e donne con gambe nude, e si misero a ballare tutti insieme. Poi i violini attaccarono con molta finezza un motivo allegro e una delle ragazze che aveva grosse le gambe nude e magre le braccia, si stacc� dalle altre, spar� dietro una quinta, si aggiust� il corsetto, ritorn� in mezzo alla scena e si mise a saltellare e a battere rapidamente un piede contro l'altro. In platea scoppiarono applausi e grida di �bravo!�. Poi uno degli uomini si ritir� in un angolo. Nell'orchestra, i timpani e le trombe sonarono pi� forte e quell'uomo con le gambe nude si mise a saltare da solo molto in alto battendo rapidamente le gambe l'una contro l'altra. (Quell'uomo era Duport che percepiva, per quell'arte, sessantamila rubli all'anno). In platea, nei palchi, nelle gallerie, gli spettatori si diedero ad applaudire e a gridare freneticamente, mentre l'uomo, fermatosi, sorrideva e faceva inchini da tutte le parti. Poi ballarono altri uomini e altre donne, tutti con le gambe nude; poi di nuovo il re grid� qualcosa e tutti ripresero a cantare. Ma a un tratto scoppi� un uragano: in orchestra si udirono scale cromatiche e accordi di settima minore; tutti fuggirono, trascinarono dietro le quinte uno dei presenti e il sipario cal�. Tra gli spettatori si levarono di nuovo applausi fragorosi e formidabili grida di entusiasmo. - Duport! Duport! Duport! A Natascia tutto ci� non pareva pi� strano. Sorrideva gioiosamente e si guardava attorno, con piacere. - "N'est-ce pas qu'il est admirable, Duport?" [24. Non � vero che Duport � ammirevole?] - disse Elen, volgendosi a lei. - "Oh, oui!" - rispose Natascia. CAPITOLO 10. Durante l'intervallo, un soffio d'aria fredda penetr� nel palco di Elen: la porta si apr� e Anatolij entr�, curvandosi e cercando di non incomodare nessuno. - Permettetemi di presentarvi mio fratello - disse Elen, volgendo gli occhi inquieti da Natascia ad Anatolij. Natascia gir� sopra la spalla nuda la sua graziosa testolina verso il bel giovanotto e sorrise. Anatolij, non meno bello da vicino che da lontano, le si sedette accanto e le disse che desiderava avere quel piacere da molto tempo, sin dalla sera del ballo in casa Nariskin, durante il quale egli aveva avuto l'indimenticabile fortuna di incontrarla. Kuragin in compagnia delle donne era molto pi� semplice e pi� intelligente di quanto non lo fosse in compagnia degli uomini. Discorreva con disinvoltura e scioltezza, e Natascia fu stranamente e piacevolmente colpita dal fatto che quell'uomo, sul quale correvano tante dicerie, non solo non aveva nulla di terribile, ma che anzi sorrideva nel modo pi� ingenuo, pi� gaio e pi� mite che si potesse immaginare. Egli la interrog� sull'impressione che le aveva fatto lo spettacolo e le raccont� che, durante la rappresentazione antecedente, la Sem�novna mentre cantava era caduta. - Sapete, contessina, - le disse a un tratto, volgendosi a lei come a una vecchia conoscenza - che stiamo organizzando un ballo in costume? Dovreste proprio parteciparvi, vi divertireste moltissimo. Ci riuniremo tutti a casa Archarov. Venite anche voi, vi prego. Ci verrete, vero? - domand�. Mentre diceva queste cose, non distoglieva gli occhi sorridenti dal collo e dalle braccia nude di Natascia. Ella sentiva con assoluta certezza che egli l'ammirava; ci� le faceva piacere ma, chiss� perch�, la presenza di quell'uomo le dava un senso di disagio e di pena. Quando non lo guardava, sapeva che egli fissava le sue spalle e involontariamente era attratta a intercettarne lo sguardo affinch�, piuttosto, la guardasse negli occhi; ma, fissandolo, sentiva con terrore che tra loro due non esisteva quella barriera di pudore che sempre avvertiva tra s� e gli altri uomini. Senza sapere come, dopo cinque minuti, si sentiva in intimit� con lui. E quando si voltava era presa dalla paura che, stando alle sue spalle, egli le afferrasse il braccio nudo o la baciasse sul collo. Discorrevano di cose semplicissime, eppure ella sentiva di essere vicina a lui come non lo era mai stata a nessun altro. Natascia guardava Elen e il padre come se volesse chieder loro che cosa significasse ci� che stava provando, ma Elen era intenta a conversare con un generale e non rispose al suo sguardo, e gli occhi del padre le dissero soltanto ci� che le dicevano sempre: �Ti diverti, eh? Ne sono lieto!�. In un momento di silenzio imbarazzante, durante il quale Anatolij la guardava tranquillamente e ostinatamente con i suoi occhi sporgenti, Natascia, per eliminare quel disagio, gli domand� se gli piacesse Mosca. Glielo domand� e arross�. Ogni volta che gli rivolgeva la parola aveva l'impressione di commettere qualcosa di sconveniente. Anatolij sorrise come per farle coraggio. - Da principio non mi piaceva molto: che cosa, infatti, rende gradita una citt�? "Ce sont les jolies femmes", non � vero? Ora mi piace molto - aggiunse. - Dunque, contessina, verrete al ballo? Veniteci - insist� e, stendendo la mano al mazzo di fiori di lei e abbassando la voce, continu�: - "Vous serez la plus jolie. Venez, ch�re comtesse, et comme gage donnez-moi cette fleur" [25. Sono le belle donne. ( ..) Sarete la pi� bella! Venite. cara contessina e, come pegno, datemi questo fiore]. Natascia non capiva bene ci� che egli dicesse, cos� come non lo capiva neppur lui, ma sentiva in quelle incomprensibili parole un'intenzione sconveniente. Poich� non sapeva che cosa rispondere volse il capo come se non avesse udito, ma non appena si fu voltata pens� che egli era l�, dietro di lei, cos� vicino. �Cosa fa ora? E' confuso? Irritato? Devo rimediare?�, si chiedeva e non pot� fare a meno di voltarsi. Lo guard� diritto negli occhi e quella vicinanza, quella sicurezza, la bonaria dolcezza di quel sorriso la vinsero. Continuando a fissarlo negli occhi, come lui, anch'essa sorrise. E di nuovo sent� con terrore che nessun ostacolo la separava dal giovane ufficiale. Il sipario si alz� ancora una volta. Anatolij usc� dal palco calmo e soddisfatto. Natascia ritorn� nel palco dov'era suo padre, gi� completamente affiatata con l'ambiente in cui si trovava. Tutto quanto accadeva dinanzi ai suoi occhi le pareva ora assolutamente naturale; nessuno dei pensieri di prima, sul fidanzato, sulla principessina M�rija, sulla vita in campagna le si riaffacci� alla mente, come fossero tutte cose gi� lontane nel tempo. Nel quarto atto, un diavolo cant� gesticolando sino a quando una tavola, sulla quale stava ritto, fu abbassata ed egli precipit� di sotto, scomparendo dal palcoscenico. Di quell'atto Natascia non vide altro: qualcosa la turbava tormentosamente, e la causa del suo turbamento era Kuragin, che ella suo malgrado seguiva con lo sguardo. Mentre usciva dal teatro, Anatolij le si avvicin�, chiam� il loro cocchiere e, aiutandola a salire in carrozza, le strinse il braccio sopra il gomito. Natascia, emozionata e rossa, lo guard�. Egli la fissava con gli occhi lucenti e con un tenero sorriso... Soltanto quando fu di ritorno a casa, Natascia pot� ripensare con calma a ci� che le era accaduto ed un tratto, ricordandosi del principe Andr�j, fu colta dal terrore: in presenza di tutti, riuniti attorno al tavolo per bere una tazza di t�, dopo il teatro, un'esclamazione le sfugg� di bocca e, arrossendo, ella usc� di corsa dalla stanza. �Dio mio! Sono perduta!�, disse a se stessa. �Come ho potuto permettere che le cose giungessero sino a questo punto?�, di chiedeva. Rimase a lungo seduta, coprendosi il volto con le mani, sforzandosi di rendersi chiaramente conto di ci� che era avvenuto; e non riusciva a capire n� quello che le era accaduto n� quello che ora sentiva. Tutto le pareva scuro, indefinito, terribile. L�, nell'immensa sala illuminata, sull'assito bagnato del palcoscenico dove saltellava a gambe nude Duport con il giubbetto scintillante di lustrini; l� dove le fanciulle e i vecchi e la seminuda Elen con il suo calmo e fiero sorriso gli gridavano entusiasticamente �bravo!� l�, all'ombra di quella stessa Elen. tutto era stato semplice e chiaro, ma ora, sola con se stessa, le pareva incomprensibile. �Che mi succede? Che cosa significava la paura che provavo dinanzi a lui? E che cosa sono questi rimorsi di coscienza che ora mi tormentano?� si chiedeva. Soltanto alla vecchia contessa, Natascia avrebbe potuto, nel silenzio della notte, rivelare i suoi pensieri. Sapeva gi� che S�nja, con i suoi principi severi ed il suo modo scrupoloso di considerare le cose, o non avrebbe capito nulla della sua confessione o ne sarebbe stata sgomenta. Natascia, sola con se stessa, cercava di spiegarsi il suo tormento. �Sono perduta o no per l'amore del principe Andr�j?�, si domandava, e con un sorriso noncurante si rispondeva: �Come sono sciocca a domandarmelo! Che � accaduto, dopo tutto? Niente. Io non ho fatto nulla, non ho provocato in alcun modo ci� che � stato! Nessuno sapr� mai niente, e io quell'uomo non lo vedr� mai pi��, si diceva. �E' chiaro, quindi, che non � accaduto proprio nulla, che non devo pentirmi di nulla e che il principe Andr�j pu� amarmi quale sono. Ma come sono? Ah, Dio, mio Dio! Perch� egli non � qui?�. Natascia si calmava per un momento, ma subito dopo un vago istinto le diceva che, sebbene tutto ci� che si diceva fosse vero e che nulla fosse accaduto, tutta la purezza del suo amore per il principe Andr�j era perduta per sempre. E di nuovo con il pensiero si ripeteva la conversazione con Kuragin, rivedeva il viso, i gesti, il tenero sorriso di quell'uomo audace e bellissimo nel momento in cui le aveva stretto il braccio. CAPITOLO 11. Anatolij Kuragin viveva a Mosca perch� suo padre lo aveva mandato via da Pietroburgo, dove spendeva pi� di ventimila rubli l'anno e si indebitava per altrettanti, che poi i creditori esigevano dal padre. Il principe aveva dichiarato al figlio che per l'ultima volta gli avrebbe pagato met� dei suoi debiti, ma solo a patto che si trasferisse a Mosca come aiutante del generalissimo - carica che egli stesso gli aveva ottenuto - e cercasse finalmente di concludere un buon matrimonio. E gli aveva indicato, come eventuali fidanzate, M�rija Bolk�nskaja e Julie Kar�gina. Anatolij aveva acconsentito ed era partito per Mosca dove si era stabilito in casa di Pierre. Da principio Pierre aveva accolto malvolentieri il cognato, ma poi si era abituato a lui, a volte lo faceva partecipare alle sue baldorie e spesso, a titolo di prestito, gli dava del denaro. Anatolij, come giustamente diceva Scinscin, da quando era venuto a Mosca faceva girar la testa a tutte le signore soprattutto perch� non se ne curava e a loro preferiva le zingare e le attrici francesi, con la pi� famosa delle quali, "mademoiselle" George, si diceva avesse intrecciato una relazione intima. Non mancava alle orge in casa di Danilov o degli altri gaudenti di Mosca, beveva sfrenatamente per notti intere superando ogni altro bevitore e frequentava tutte le feste da ballo e le serate del gran mondo. Si raccontava che avesse alcuni intrighi amorosi con certe signore moscovite, e ai balli ne corteggiava parecchie. Ma con le ragazze, e in particolare con le ricche signorine da marito, quasi tutte brutte, non si spingeva molto avanti giacch� Anatolij, cosa che nessuno sapeva all'infuori dei suoi amici pi� intimi, era gi� sposato. Due anni prima, durante un soggiorno del suo reggimento in Polonia, un non ricco signore polacco lo aveva costretto a sposare la propria figlia. Anatolij abbandon� ben presto la moglie e, alla condizione di mandare una certa somma di denaro al suocero, si era riservato il diritto di farsi passare per celibe. Anatolij era sempre soddisfatto della propria condizione, di se stesso e degli altri. Per istinto e con tutto il proprio essere, era convinto di non poter vivere diversamente da come viveva e di non aver mai fatto del male a nessuno in vita sua. Non era in grado di riflettere sulle conseguenze che i suoi atti potevano avere per gli altri n� su quelle che potevano derivare a lui. Era fermamente convinto che, come l'anatra � formata in modo da dover vivere nell'acqua, cos� egli era stato creato da Dio per vivere con trentamila rubli l'anno e per occupare sempre nella societ� una posizione preminente. Ne era tanto convinto che guardandolo, anche gli altri ne erano persuasi, e nessuno gli negava n� un'alta posizione sociale n� il denaro che egli prendeva in prestito da chiunque gli capitasse a tiro, senza preoccuparsi di restituirlo. Non era giocatore o, almeno, non aveva mai desiderato di vincere al gioco. Non era vanitoso, giacch� non si curava assolutamente di ci� che si diceva di lui e ancor meno lo si poteva accusare di essere ambizioso. Parecchie volte aveva irritato suo padre compromettendo la propria carriera e infischiandosi di ogni genere di onori. Non era avaro e non diceva mai di no a chiunque si rivolgesse a lui. Le sole cose che amava erano l'allegria e le donne, e poich�, secondo il suo modo di vedere, in tali gusti non vi era nulla di sconveniente e dato che era incapace di riflettere sulle conseguenze che tali gusti potevano avere per gli altri, si considerava irreprensibile, disprezzava sinceramente i vili e i malvagi e marciava a testa alta con la coscienza pienamente tranquilla. Tutti i gaudenti, queste Maddalene di sesso maschile, hanno la segreta convinzione di essere innocenti, tal quale come le Maddalene di sesso femminile, convinzione fondata sulle medesime speranze di perdono. �Molto le sar� perdonato perch� ha molto amato; tutto gli sar� perdonato perch� si � molto divertito�. D�lochov, che era ricomparso quell'anno a Mosca dopo il suo esilio e il suo avventuroso soggiorno in Persia e che conduceva una vita lussuosa, dedicandosi senza tregua al gioco e alla crapula, si era riavvicinato al suo vecchio amico Kuragin e aveva approfittato di lui per raggiungere i propri scopi. Anatolij voleva sinceramente bene a D�lochov per la sua intelligenza e il suo coraggio; D�lochov, il quale aveva bisogno del nome e delle relazioni di Anatolij Kuragin per attirare nel suo ambiente di giocatori i giovani ricchi, lo prendeva in giro senza che egli se ne accorgesse e si serviva di lui. Oltre il calcolo, secondo il quale Anatolij gli era necessario, il processo stesso di dirigere la volont� altrui rappresentava per D�lochov un piacere, un'abitudine e una necessit�. Natascia aveva profondamente colpito Kuragin. Durante la cena, dopo il teatro, egli da vero conoscitore, in presenza di D�lochov aveva analizzato i pregi delle braccia, delle spalle, dei piedi, dei capelli della fanciulla e aveva espresso all'amico la sua decisione di corteggiarla. Quali potessero essere le conseguenze di quel corteggiamento, Anatolij non poteva n� pensare n� prevedere. - E' bella, s�, mio caro, - disse D�lochov all'amico - ma non � per noi. - Pregher� mia sorella di invitarla a pranzo - disse Anatolij.- Che te ne pare? - Aspetta che si sia maritata: � meglio... - Tu sai - obiett� Anatolij - che "j'adore les petites filles" [26. adoro le ragazzine]; vedrai che perder� subito la testa. - Sei gi� rimasto scottato una volta per "une petite fille" - osserv� D�lochov, il quale era al corrente del matrimonio di Anatolij. - Sta' attento! - Ma restare scottati due volte non si pu�... - assicur� Anatolij, sorridendo bonariamente. CAPITOLO 12. Il giorno dopo essere stati a teatro, i Rost�v non uscirono di casa e nessuno venne a trovarli. M�rija Dm�trevna, di nascosto da Natascia, discorreva a bassa voce con il conte. Natascia indovinava che parlavano del vecchio principe e che stavano combinando qualche cosa, e ci� la inquietava e la offendeva. Aspettava da un momento all'altro il principe Andr�j e due volte nella giornata mand� il portiere in via Vozdv�zenka per informarsi se il principe fosse arrivato. Ma non era arrivato. Sentiva ora pi� pena di quanta non ne avesse provata nei giorni che avevano seguito la partenza di lui. All'impazienza e alla tristezza si aggiungevano nell'animo della fanciulla il ricordo sgradevole del colloquio con la principessina M�rija e con il vecchio principe, un timore e una inquietudine di cui non conosceva la ragione. Aveva l'impressione che il principe non sarebbe pi� arrivato o che, prima del ritorno di lui, dovesse accaderle qualcosa. Non poteva, come prima, sola con se stessa, pensare ad Andr�j tranquillamente e a lungo: non appena cominciava a pensare, a quel ricordo si univano i ricordi del vecchio principe, della principessina M�rija, dell'ultima serata a teatro e di Kuragin. E di nuovo ecco presentarsi il problema se non fosse colpevole, se non fosse gi� venuta meno alla fedelt� verso il principe Andr�j; e di nuovo si sorprendeva a rammentare, sin nei minimi particolari, tutte le parole, tutti i gesti, tutte le sfumature di espressione sul viso di quell'uomo che aveva suscitato in lei un sentimento incomprensibile e che la terrificava. Agli occhi dei familiari Natascia appariva pi� vivace del consueto, ma essa era ben lontana dall'essere tranquilla e felice come prima. La domenica mattina M�rija Dm�trevna invit� i suoi ospiti a Messa nella sua parrocchia dell'Assunzione. - Non mi piacciono queste chiese moderne - diceva, evidentemente orgogliosa della sua libert� di pensiero. - Dio � uno solo e dovunque. Abbiamo un ottimo "pop" che celebra le funzioni dignitosamente, e il diacono pure. Forse che dal fatto che nella cantoria si eseguiscano cori la chiesa acquista santit�? Non mi piace, non � che una posa... M�rija Dm�trevna amava le domeniche e sapeva festeggiarle. Il sabato la casa veniva lavata e ripulita da cima a fondo; la domenica n� lei n� la servit� lavoravano; tutti indossavano gli abiti della festa e tutti assistevano alle sacre funzioni. Al pranzo dei signori si aggiungeva qualche portata e alla servit� veniva distribuita vodka e veniva servito un porcellino o un'oca arrosto. Ma in tutta la casa nessun viso esprimeva l'aria di festa quanto quello largo e serio di M�rija Dm�trevna, dal quale in quel giorno spirava un'immutabile aria di solennit�. Quando, dopo la Messa, tutti ebbero bevuto il caff� nel salotto dove erano state tolte le fodere ai mobili, fu annunziato a M�rija Dm�trevna che la carrozza era pronta; ed ella con aria severa, avvolta nello scialle di gala che usava soltanto per recarsi in visita, si alz� e dichiar� di andare dal principe Nikol�j Andr�evic' Bolkonskij per spiegarsi con lui relativamente a Natascia. Dopo che M�rija Dm�trevna se ne fu andata, venne dai Rost�v una sarta mandata da "madame" Chalm�, e Natascia, chiuso l'uscio della stanza attigua al salotto, molto soddisfatta di quel diversivo, si occup� della prova dei nuovi abiti. Mentre, infilatosi un corpetto soltanto imbastito e ancora senza maniche, si guardava nello specchio, inclinando leggermente il capo, per vedere come le stesse dietro, ud� provenire dal salotto la voce di suo padre e un'altra, di donna, che la fece arrossire. Era la voce di Elen. Natascia non aveva fatto in tempo a togliersi il corpetto che stava provando, che gi� la porta si apriva e la contessa Bez�chova entr� nella stanza, raggiante e sorridente. Indossava un abito di velluto lilla scuro con il bavero alto. - Ah, "ma d�licieuse" - esclam� rivolta a Natascia che si era fatta rossa. - "Charmante!" [27. Ah, mia deliziosa! Incantevole!]. No, caro conte, � inaudito - osserv� al conte Ilj� Andreic' che la seguiva; - � inaudito vivere a Mosca senza mai uscire di casa. Ma io non ve lo permetter�. Questa sera in casa mia "mademoiselle" George ci offrir� una declamazione; vi saranno alcuni amici e se voi, conte, non mi porterete le vostre figliuole, che sono assai meglio di "mademoiselle" George, far� conto di non conoscervi pi�. Mio marito non c'�, � andato a Tver, se no avrei mandato lui a prendervi. Venite senza fallo, vi aspetto alle nove. Salut� con un cenno del capo la sarta che conosceva e che le aveva fatto un inchino rispettoso e si mise a sedere su una poltrona accanto allo specchio, allargando con arte le pieghe del suo vestito di velluto. Continu� a chiacchierare, benevola e allegra, ammirando con entusiasmo la bellezza di Natascia. Esamin� intanto gli abiti della fanciulla e li lod�, si fece vanto del proprio abito nuovo "en gaze m�tallique" [28. di velo metallico], che aveva fatto venire da Parigi e consigli� a Natascia di farsene confezionare uno uguale. - Del resto, a voi, tutto sta bene, bellezza mia - le disse. Natascia continuava a sorridere di piacere. Ella si sentiva felice e le pareva di rifiorire alle lodi di quell'amabile contessa Bez�chova che prima le pareva una dama inaccessibile e importante e che ora le dimostrava tanta benevolenza. Natascia si sentiva allegra e quasi innamorata di quella donna cos� bella e cos� affettuosa. Elen, dal canto suo, ammirava sinceramente Natascia e desiderava farla divertire. Anatolij l'aveva pregata di procurargli il modo di trovarsi con la fanciulla e proprio per accontentare il fratello era venuta in casa Rost�v. L'idea di avvicinare Anatolij a Natascia le piaceva. Sebbene un tempo avesse nutrito una certa ostilit� verso Natascia che a Pietroburgo le aveva portato via Bor�s, ora non ci pensava pi� e con tutta l'anima desiderava, a modo suo, il bene della fanciulla. Accomiatandosi dai Rost�v chiam� in disparte la sua protetta. - Ieri mio fratello � stato a pranzo da me. Abbiamo riso da morire! Non mangia pi� nulla e non fa che sospirare per voi, bellezza mia. "Il est fou, mais fou amoureux de vous, ma ch�re" [29. E' pazzo, pazzo d'amore per voi, mia cara]. A queste parole Natascia arross� violentemente. - Ma guarda come arrossisce, come arrossisce, questa piccola! esclam� Elen. - Venite senza fallo. "Si vous aimez quelqu'un, ma d�licieuse, ce n'est pas une raison pour se clo�trer. Si m�me vous �tes promise, je suis s�re que votre promis aurait d�sir� que vous alliez dans le monde en son absence plut�t que de d�p�rir d'ennui" [30. Se amate qualcuno, mia deliziosa fanciulla, non � questo un motivo per chiudersi in convento. Anche se siete fidanzata, sono certa che il vostro promesso sposo preferirebbe che anche in sua assenza andaste in societ� piuttosto di morire di noia]. �Dunque sa che sono fidanzata�, pens� Natascia; �dunque lei con suo marito Pierre, con Pierre che � tanto giusto, hanno parlato di questo e hanno riso. Vuol dire quindi che non � niente�. E di nuovo, sotto l'influenza di Elen, ci� che prima l'atterriva le parve semplice e naturale. �Ed essa � cos� "grande dame", cos� gentile, e si capisce benissimo che mi vuole sinceramente bene. Perch� non dovrei divertirmi?�, pensava Natascia, guardando Elen con gli occhi spalancati, colmi di meraviglia. M�rija Dm�trevna rincas� all'ora del pranzo, seria e taciturna: si capiva che il vecchio principe l'aveva sconfitta. Era troppo turbata dopo ci� che le era accaduto per essere in grado di raccontarlo. Alle domande del conte rispose che tutto andava bene e che il giorno dopo avrebbe riferito ogni particolare. Quando seppe della visita della contessa Bez�chova e dell'invito per la sera, M�rija Dm�trevna dichiar�: - Non mi piace la compagnia della signora Bez�chova e non la consiglio... Ma, se l'hai promesso, va' pure: ti distrarrai - aggiunse, rivolgendosi a Natascia. Il conte Ilj� Andreic' condusse le sue ragazze dalla contessa Bez�chova. Alla serata c'era molta gente, ma quasi tutta sconosciuta a Natascia. Il conte Ilj� Andreic' not�, contrariato, che quella riunione era composta principalmente di uomini e di signore la cui libert� di comportamento era assai nota. "Mademoiselle" George, attorniata dai giovanotti, stava in un angolo del salotto. C'erano alcuni francesi tra i quali M�tivier che, dal giorno dell'arrivo di Elen, era assiduo frequentatore della casa. Il conte Ilj� Andreic' decise di non mettersi a giocare, per non allontanarsi dalle due fanciulle e di andarsene non appena fosse finita la declamazione di "mademoiselle" George. Anatolij, ritto presso l'uscio, attendeva evidentemente l'arrivo dei Rost�v. Dopo aver salutato il conte, si avvicin� subito a Natascia e la segu�. Non appena lo vide, Natascia prov�, come a teatro, il sentimento vanitoso di piacergli e un senso di sgomento per l'assenza di qualsiasi ostacolo morale che la separasse da lui. Elen accolse lietamente la fanciulla e ne lod� ad alta voce l'eleganza. Quasi subito dopo "mademoiselle" George si ritir� in una camera per vestirsi, mentre in sala venivano disposte le sedie e gli invitati prendevano posto. Anatolij avvicin� una sedia a quella di Natascia e fece per sedersi accanto a lei, ma il conte, che non perdeva d'occhio la figliuola, occup� il posto, e Anatolij dovette accomodarsi dietro. "Mademoiselle" George, con le braccia grasse e nude piene di fossette, con uno scialle rosso gettato su una spalla, usc� nello spazio lasciato libero per lei dinanzi alle poltrone e si ferm� in un atteggiamento tutt'altro che naturale. Si udirono mormorii entusiastici. "Mademoiselle" George, dopo aver rivolto un'occhiata cupa e severa al pubblico, cominci� a recitare certi versi francesi che avevano per argomento il suo delittuoso amore per il proprio figlio. In certi momenti alzava la voce, in altri l'abbassava sino a un bisbiglio, sollevando solennemente la testa, in altri ancora si interrompeva e rantolava, stralunando gli occhi. - "Adorable, divin, d�licieux!" [31. Adorabile, divino, delizioso!] - si udiva esclamare da tutte le parti. Natascia guardava la grossa George ma non udiva, non capiva e non vedeva nulla di quanto avveniva davanti a lei; si sentiva di nuovo presa completamente da quel mondo strano, assurdo, tanto diverso da quello di prima, un mondo nel quale non era possibile sapere che cosa fosse bene e che cosa fosse male, che cosa fosse ragionevole e che cosa fosse pazzesco. Alle sue spalle era seduto Anatolij ed ella, sentendolo tanto vicino, aspettava che accadesse qualche cosa, con un vago, indefinibile sgomento. Dopo il primo monologo, tutti si alzarono e attorniarono "mademoiselle" George esprimendole il loro entusiasmo. - Com'� bella! - esclam� Natascia al padre, che si era alzato insieme con gli altri e, facendosi strada tra la folla, si avvicinava all'attrice. - Guardando voi non sono proprio di questa opinione-disse Anatolij, seguendo Natascia. E lo disse in un momento in cui lei sola poteva sentire. - Siete incantevole... dal momento in cui vi ho veduta, non ho cessato... - Vieni, vieni, Natascia - la chiam� il conte che tornava verso la figlia. - E' proprio bella! Natascia, senza dir nulla, si avvicin� al padre e lo guard� con occhi stupefatti e interrogativi. Dopo aver recitato qualche altro monologo, "mademoiselle" George se ne and�, e la contessa Bez�chova invit� gli ospiti a passare nel salone. Il conte voleva accomiatarsi, ma Elen lo supplic� di non guastare il ballo improvvisato. E i Rost�v rimasero. Anatolij invit� Natascia per il valzer: durante la danza, stringendole la vita e le mani le disse che era "ravissante" [32. incantevole] e le dichiar� di amarla. Poi, durante una scozzese che ella danz� di nuovo con lui quando rimasero soli, egli non le disse nulla, ma si limit� a guardarla. Natascia si domandava se non fosse un sogno ci� che vedeva attorno a s� e se non avesse udito in sogno le parole che egli le aveva rivolto poco prima. Al finire della figura, egli le strinse ancora una volta la mano. Natascia sollev� su di lui gli occhi pieni di sgomento, ma nello sguardo dolce e nel sorriso di quell'uomo c'era una tale espressione di tenera sicurezza che, guardandolo, ella non pot� dirgli quello che voleva. E riabbass� gli occhi. - Non ditemi certe cose... Sono fidanzata e amo un altro - mormor� in fretta, volgendogli un rapido sguardo. Anatolij non era n� imbarazzato n� turbato da quanto lei gli aveva detto. - Non ditemi questo! Che me ne importa? - rispose il giovane.- Vi ripeto che sono pazzamente innamorato di voi. E' colpa mia, forse, se siete cos� adorabile? Ora tocca a noi cominciare! Natascia, eccitata e turbata, si guardava attorno con gli occhi spalancati e pieni di un vago spavento e pareva pi� allegra del solito. Non si rendeva quasi conto di ci� che le stava accadendo quella sera. Ball� la "scozzese", poi il "grossvater". Suo padre la invit� di nuovo ad andare, ma ella lo preg� di rimanere ancora. Ovunque fosse, con chiunque parlasse, ella sentiva sopra di s� lo sguardo di �lui�. In seguito ricordava che aveva chiesto al padre il permesso di ritirarsi nello spogliatoio per rassettarsi il vestito, che Elen l'aveva seguita e le aveva parlato, ridendo, dell'amore di suo fratello per lei; che poi, nel salottino dei divani, si era di nuovo trovata con Anatolij, che Elen era scomparsa, e loro due erano rimasti soli, e che allora Anatolij prendendole una mano le aveva detto con voce carezzevole: �Io non posso venire in casa vostra, ma � possibile che non debba vedervi pi�? Vi amo pazzamente... Non potr� dunque mai...� e, sbarrandole il passo, aveva avvicinato il suo viso a quello di lei. I grandi, lucenti occhi di quell'uomo erano tanto vicini ai suoi che ella null'altro vedeva al di fuori di quegli occhi. - "Nathalie!" - sussurr� con voce supplichevole il giovane, mentre qualcuno le stringeva la mano cos� forte da farle male. "Nathalie!" �Io non capisco nulla, non ho nulla da dire�, rispondeva lo sguardo di lei. Una bocca ardente premette le sue labbra; in quell'istante ella si sent� di nuovo libera e si ud� nella stanza un rumore di passi e il fruscio dell'abito di Elen. Natascia guard� Elen e poi, rossa e tremante, rivolse ad Anatolij due occhi interroganti e spauriti e si avvi� verso l'uscio. - "Un mot, un seul, au nom de Dieu!" [33. Una parola, una parola sola, in nome di Dio!] - preg� Anatolij. Natascia si ferm�. Aveva bisogno che egli dicesse la parola che le spiegasse ci� che era accaduto e alla quale avrebbe risposto. - "Nathalie, un mot, un seul!" - continuava a ripetere Anatolij, non sapendo che altro dire, e ripet� la frase sino a quando Elen non gli si avvicin�. Insieme con Natascia, Elen rientr� in sala. I Rost�v se ne andarono, senza trattenersi a cena. Tornata a casa, Natascia non chiuse occhio per tutta la notte, tormentata da un problema che non sapeva risolvere: chi amava? Amava Anatolij o il principe Andr�j ? Certo, amava il principe Andr�j, ricordava chiaramente con quanta forza lo amava. Ma amava anche Anatolij, non c'era dubbio. �Altrimenti�, pensava, �come sarebbe potuto accadere ci� che � accaduto? Se dopo quello che � stato, ho potuto, salutandolo, rispondere con un sorriso al sorriso di lui, se sono potuta giungere a questo, vuol dire che l'ho amato sin dal primo momento, vuol dire che egli � buono, nobile e bello e che non � possibile non amarlo. Che devo fare, ora, se amo lui e amo anche l'altro?�, chiedeva a se stessa, e non sapeva rispondere a queste terribili domande. CAPITOLO 14. Venne la mattina con le consuete occupazioni e le faccende di ogni giorno. Tutti si alzarono, si misero in movimento, parlarono; di nuovo tornarono le sarte, di nuovo comparve M�rija Dm�trevna e di nuovo chiamarono per il t�. Natascia, con gli occhi spalancati, come se volesse afferrare ogni sguardo puntato su di lei, si guardava attorno inquieta, cercando di apparire quale era sempre. Dopo la colazione, M�rija Dm�trevna (era questo per lei il momento migliore della giornata) si sedette nella sua poltrona e chiam� presso di s� Natascia e il vecchio conte. - Dunque, miei cari, ora che ho riflettuto su tutta la faccenda, vi dir� il mio pensiero - cominci�. - Ieri, come sapete sono andata dal principe Nikol�j e ho parlato con lui... Gli � saltato in mente di alzare un po' la voce, ma non � facile gridare pi� forte di me. E gli ho detto ben chiaro tutto il mio pensiero. - E lui? - domand� il conte. - Lui? E' matto da legare... non vuole ascoltare nulla... A che serve parlarne e continuare a tormentare questa povera bambina?- disse M�rija Dm�trevna. - Ora io vi consiglio di sbrigare al pi� presto i vostri affari, di tornare a casa, a Otr�dnoe... e l� aspettare... - Ah, no! - grid� Natascia. - S�, invece: bisogna partire - insist� M�rija Dm�trevna. - E aspettare l�. Se il fidanzato arrivasse a Mosca adesso sarebbe inevitabile un litigio. Invece potr� parlarne da solo a solo con il vecchio e poi venire da voi. Ilj� Andreic' approv� la proposta, della quale comprese subito tutta la saggezza. Se il vecchio fosse venuto a pi� miti consigli, tanto meglio: sarebbero potuti venire da lui, dopo, a Mosca o a Lissia-Gori: in caso contrario, il matrimonio poteva essere celebrato soltanto a Otr�dnoe. - Giustissimo! - approv� il vecchio. - Sono davvero pentito di essere andato da lui e di averci condotto mia figlia. - No, perch� essere pentito? Poich� eravate qui, non era possibile non far loro un atto di cortesia. Ma se insister� nel non concedere il consenso, affari suoi! - concluse M�rija Dm�trevna, cercando qualcosa nella sua borsetta. - Il corredo � quasi pronto, che aspettate ancora? Quello che manca, ve lo mander�. Bench� mi dispiaccia separarmi da voi, � meglio che andiate e che Iddio vi accompagni! - Poich� aveva trovato nella borsa ci� che cercava, lo diede a Natascia: era una lettera della principessina M�rija. - Scrive a te. Come si tormenta, quella poverina! Teme che tu abbia pensato che non ti voglia bene. - E infatti non me ne vuole! - disse Natascia. - Non dire sciocchezze! - esclam� M�rija Dm�trevna. - Non credo a nessuno: so che non mi vuol bene! - insist� arditamente Natascia prendendo la lettera, mentre il suo viso assumeva un'espressione dura e decisamente cattiva che obblig� M�rija Dm�trevna a fissarla e ad aggrottare le sopracciglia. - Tu, mia cara, non rispondere cos� - le disse. - Quello che ti dico � la verit�. Scrivi la risposta. Natascia tacque e corse nella sua camera a leggere la lettera della principessina M�rija. La principessina diceva di essere dispiaciuta per il malinteso sorto tra di loro. Pregava Natascia di credere che qualunque fossero i sentimenti di suo padre, per parte sua non poteva non volerle bene, come a colei che era stata scelta da suo fratello, per la felicit� del quale era pronta a qualunque sacrificio. �Del resto�, scriveva, �non dovete pensare che mio padre sia mal disposto verso di voi. E' un uomo vecchio e malato: bisogna scusarlo; ma � buono e generoso e amer� certamente colei che far� la felicit� di suo figlio�. La principessina M�rija pregava inoltre Natascia di fissare il giorno in cui avrebbe potuto di nuovo incontrarsi con lei. Dopo aver letto la lettera, Natascia si mise a tavolino per preparare la risposta. �Ch�re princesse�, scrisse meccanicamente con rapidit�; poi si ferm�. Che cosa poteva mai scrivere dopo ci� che era accaduto il giorno innanzi? �S�, s�, tutto questo � stato, ma ormai � tutt'altra cosa�, pensava, seduta davanti allo scrittoio. �Debbo rifiutarlo? Ma debbo proprio farlo? E' una cosa terribile!�. E per scacciare quei tormentosi pensieri and� da S�nja e con lei si mise a esaminare il disegno di certi ricami. Dopo pranzo, Natascia si ritir� nella sua camera e riprese la lettera della principessina M�rija. �Possibile che sia tutto finito?�, pensava. �Possibile che tutto sia accaduto in cos� breve tempo e abbia annientato definitivamente il passato?�. Ricordava l'amore per il principe Andr�j in tutta l'intensit� di prima e nello stesso tempo sentiva di amare Kuragin. Si raffigur� con vivezza di essere la moglie del principe Andr�j, si rappresent� il quadro gi� tante volte immaginato della sua felicit� con lui e nello stesso tempo, ardendo di emozione, riviveva i particolari del suo incontro del giorno prima con Anatolij. �E perch� le due cose non possono sussistere insieme?�, pensava a momenti, del tutto smarrita. �Soltanto cos� sarei completamente felice. Eppure ora devo scegliere e non posso essere felice senza uno dei due. Dire al principe Andr�j tutto ci� che � accaduto � impossibile quanto tenerglielo nascosto�, pensava; �ma con "quest'altro" non c'� nulla di rovinato. E' possibile che io debba rinunziare per sempre alla felicit� dell'amore del principe Andr�j, di cui ho vissuto cos� a lungo?�. - Signorina - le sussurr� una cameriera entrando nella stanza con un fare misterioso. - Un uomo mi ha ordinato di consegnarvi questa lettera - e la ragazza gliela porse. - Soltanto, per amor di Cristo... - aggiunse la cameriera quando Natascia, senza pensarci, dissuggellava con gesto meccanico e leggeva una lettera d'amore di Anatolij: l'unica cosa che capiva in quel momento era che si trattava di una lettera scritta da lui, dall'uomo che amava. S�, lo amava, se no, sarebbe forse accaduto ci� che era accaduto? Avrebbe potuto avere tra le mani una lettera d'amore di lui? Natascia teneva tra le dita tremanti quella appassionata pagina d'amore, composta per Anatolij da D�lochov e, leggendola, vi trovava l'eco di tutti i sentimenti che le pareva di provare dentro di s�. �Da ieri sera la mia sorte � decisa: essere amato da voi o morire. Non esiste per me altra soluzione�. Anatolij proseguiva dicendo di essere sicuro che i genitori di lei non l'avrebbero mai concessa in sposa a lui, Anatolij, per certi motivi segreti che egli avrebbe potuto rivelare a lei sola; ma che, se essa lo amava, bastava che dicesse la parola �s�� e nessuna forza al mondo sarebbe stata capace di impedire la loro felicit�. L'amore avrebbe vinto tutto. Egli l'avrebbe rapita e condotta in capo al mondo. �S�, s�, lo amo!�, pensava Natascia, rileggendo per la ventesima volta quelle parole e cercando in ognuna di esse un significato particolarmente profondo. Quella sera, M�rija Dm�trevna, che si recava dagli Archarov, propose alle ragazze di accompagnarla. Ma Natascia, adducendo il pretesto di un forte mal di capo, volle rimanere a casa. CAPITOLO 15. Quando S�nja, rincasata a sera tardi, entr� nella camera di Natascia, con sua grande sorpresa la trov� addormentata sul divano, ancora vestita. Sul tavolino accanto a lei era posata la lettera aperta di Anatolij. S�nja la prese e cominci� a leggerla. Leggeva e guardava Natascia addormentata, cercando sul volto di lei una spiegazione che non riusciva a trovare. Quel volto era sereno, dolce, soffuso di un'espressione di felicit�. Premendosi al petto le mani per non soffocare, S�nja, pallida e tremante di sgomento e di emozione, si abbandon� su una poltrona e scoppi� in pianto. �Come mai non mi sono accorta di nulla? Com'� possibile che una cosa del genere sia giunta a tal punto? Com'� possibile che Natascia non ami pi� il principe Andr�j e abbia permesso a Kuragin un passo simile? Costui, � chiaro, � un malvagio, un ingannatore. Che sar� di Nikol�j, di quel caro, nobile Nikol�j quando sapr� ci� che accade? Ecco che cosa significava il viso di Natascia sconvolto, deciso e cos� poco naturale che ho notato sin dall'altro giorno!�, pensava S�nja. �Eppure � impossibile che ella ami Kuragin! Probabilmente avr� aperto la lettera senza sapere di chi fosse. Forse ne � rimasta offesa... Non pu� essere capace di una cosa simile!�. S�nja si asciug� le lacrime e si avvicin� a Natascia, osservandola attentamente. - Natascia! - esclam� in un sussurro. La fanciulla si svegli� e la vide. - Oh, sei tornata? E con lo slancio e la tenerezza che si hanno talora al primo risveglio, abbracci� l'amica. Ma not� subito il turbamento di S�nja, e il suo viso espresse imbarazzo e indifferenza. - S�nja, hai letto la lettera? - domand�. - S� - rispose piano S�nja. Natascia ebbe un sorriso di trionfo. - No, S�nja, non posso pi�... non posso pi� nascondertelo - disse. - Noi, S�nja, ci amiamo! Mi ha scritto... S�nja! S�nja, come se non credesse alle proprie orecchie, guardava l'amica con gli occhi sbarrati. - E Bolkonskij? - domand�. - Ah, S�nja, se tu potessi sapere come sono felice! Tu non sai che cosa sia l'amore... - Ma, Natascia... possibile che �l'altro� sia finito? Natascia guardava S�nja con gli occhi sbarrati, come se non capisse la sua domanda. - Dunque non vuoi pi� il principe Andr�j? - domand� S�nja. - Ah, tu non capisci! Non dire sciocchezze, ascoltami! - esclam� Natascia in un improvviso scatto di stizza. - No, non ci posso credere - ripet� S�nja. - Non posso credere come tu, dopo aver amato un uomo per un anno intero, tutto a un tratto... Ma, infine, l'hai veduto soltanto tre volte, Natascia, e non � possibile... tu scherzi... In tre giorni dimenticare tutto cos�... - Tre giorni? - esclam� Natascia. - Mi pare di non aver mai amato nessuno prima di lui. Questo, tu non lo puoi capire. S�nja, aspetta, siedi qui... - E Natascia baciava e abbracciava l'amica. - Mi avevano detto che succedono cose del genere, senza dubbio l'hai sentito dire anche tu, ma soltanto ora ho conosciuto l'amore. Non � quello che conoscevo prima. Non appena l'ho veduto, ho sentito che egli era il mio padrone e io la sua schiava e che mi era impossibile non amarlo. S�, la sua schiava! Ci� che mi ordiner� di fare, io far�. Ma tu, questo non lo capisci. Cosa devo fare, S�nja, cosa devo fare? - domand� Natascia, il cui viso esprimeva a un tempo felicit� e sgomento. - Ma rifletti bene a quello che fai - rispose S�nja. - Io non posso lasciarti cos�. Queste lettere segrete... Come hai potuto permettergli di giungere a tanto? - esclam� S�nja con un orrore e un disgusto che a stento riusciva a nascondere. - Ti ho detto, - replic� Natascia - che io non ho pi� volont�; come puoi non capire che lo amo? - Ah, non permetter� che tu giunga a tanto: dir� tutto! - grid� S�nja con la voce spezzata dalle lacrime. - Per amor di Dio, S�nja! Se parli, mi sei nemica - disse Natascia. - Tu vuoi la mia infelicit�, tu vuoi che ci separino... Nel rendersi conto della paura di Natascia, S�nja vers� lacrime di vergogna e di piet� per l'amica. - Ma che cosa c'� stato tra di voi? - domand�. - Che cosa ti ha detto? Perch� non viene in casa? Natascia non rispose a queste domande. - Per amor di Dio, S�nja, non dir niente a nessuno, non tormentarmi - supplic� Natascia. - Ricordati che non bisogna immischiarsi in affari del genere. Ti ho confidato... - Ma perch� questi misteri? Perch� non viene in casa? - insist� S�nja. - Perch� non domanda la tua mano? Lo sai che il principe Andr�j ti ha lasciato pienamente libera, se le cose stanno proprio cos�. Ma io non ci credo. Natascia, hai pensato quali possono essere questi �segreti motivi�? Natascia la guardava con stupore. Evidentemente quella domanda le si affacciava per la prima volta e non sapeva che cosa rispondere. - Di quali motivi si tratti, non so. Ma certamente ci sono! S�nja sospir� e scosse il capo, incredula. - Se ci fossero dei motivi... - riprese, ma Natascia, indovinando i suoi dubbi, la interruppe spaventata. - S�nja, non si pu� dubitare di lui! Non si pu�, non si pu�! - grid�. - Ti ama? - Se mi ama? - ripet� Natascia con un sorriso di compatimento per la sua amica. - Hai letto la lettera, no? - E se non fosse un gentiluomo? - "Lui!" Come puoi dire questo? Se tu lo conoscessi... - rispose Natascia. - Se � un gentiluomo deve dichiarare le sue intenzioni o smettere di vederti, e se tu non vuoi farlo, lo far� io per te: gli scriver�, lo dir� al babbo... - dichiar� decisamente S�nja. - Ma io non posso vivere senza di lui! - grid� Natascia. - Natascia, davvero non ti capisco. Che cosa stai dicendo? Pensa al babbo, pensa a Nikol�j. - Io non ho bisogno di nessuno, non amo nessuno fuorch� lui. Come osi dire che non � un gentiluomo? Non sai forse che io lo amo? - gridava Natascia. - S�nja, vattene, io non voglio litigare con te. Per l'amor di Dio, vattene! Non vedi come mi tormento? - grid� ancora Natascia con una voce aspra che rivelava la sua irritata disperazione. S�nja scoppi� in singhiozzi e fugg� dalla camera. Natascia si avvicin� al tavolo e, senza riflettere un minuto, scrisse alla principessina M�rija la risposta che non aveva saputo redigere in tutta la mattina. In quella lettera diceva semplicemente alla principessina che ogni malinteso tra di loro era finito; che, approfittando della generosit� del principe Andr�j il quale, partendo, l'aveva lasciata completamente libera, la pregava di dimenticare ogni cosa e di perdonarla se era in qualche modo colpevole verso di lei, ma che non poteva diventare la moglie di suo fratello. In quel momento tutto ci� le pareva straordinariamente facile, semplice e chiaro. Il venerd�, i Rost�v dovevano ritornare alla loro casa di campagna; il mercoled� il conte part� con un compratore per il suo possedimento vicino a Mosca. Il giorno della partenza del conte, S�nja e Natascia furono invitate a un gran pranzo in casa Kuragin, e M�rija Dm�trevna le accompagn�. A quel pranzo Natascia incontr� di nuovo Anatolij, e S�nja not� che la fanciulla gli parlava cercando di non essere udita da nessuno e che durante il pranzo apparve pi� turbata ed emozionata che mai. Quando furono rincasate, Natascia fu la prima a parlare e cominci� a dare a S�nja le spiegazioni che l'amica aspettava da lei. - Vedi, S�nja, tu hai detto parecchie sciocchezze nei riguardi di Anatolij - cominci� con quella voce timida e dolce che usano i bimbi quando vogliono essere lodati. - Oggi abbiamo messo tutto in chiaro. - Ebbene, che cosa ha detto? Natascia, come sono contenta che tu non sia in collera con me! Dimmi tutto, tutta la verit�. Che cosa ti ha detto? Natascia si fece pensierosa. - Ah, S�nja, se tu lo conoscessi come lo conosco io! Ha detto... Mi ha domandato quale promessa ho fatto a Bolkonskij e si � molto rallegrato quando ha saputo che dipende soltanto da me riprendere la mia libert�. S�nja sospir� con tristezza. - Ma tu non hai ritirato la parola data a Bolkonskij, vero? - domand�. - Forse... forse l'ho gi� fatto! Probabilmente con Bolkonskij � tutto finito. Perch� pensi cos� male di me? - Io non penso niente, soltanto non capisco... - Aspetta, S�nja, e capirai tutto. Vedrai che uomo �. Non devi pensar male n� di me n� di lui. - Non penso male di nessuno: amo tutti e compatisco tutti. Ma che devo fare? S�nja non cedeva al tono affettuoso con cui le parlava Natascia. Quanto pi� tenero e insinuante si faceva il viso di Natascia, tanto pi� serio e severo diventava quello di S�nja. - Natascia, - le disse - tu mi hai pregata di non parlartene, e io ho parlato. Sei stata tu, ora, a cominciare. Natascia, io non ho fiducia in lui. Perch� tutti quei misteri? - Da capo, S�nja, da capo? - la interruppe Natascia. - Natascia, ho paura per te... - Paura di che cosa? - Ho paura che tu ti rovini - dichiar� S�nja in tono deciso, spaventata ella stessa delle sue parole. Il viso di Natascia assunse di nuovo un'espressione di collera. - Mi roviner�, s�, mi roviner� quanto pi� presto mi � possibile. Sono cose che non vi riguardano. Peggio per me, non per voi. Lasciami, lasciami... ti odio! - Natascia! - esclam� S�nja, sgomenta. - Ti odio, ti odio! Ormai sarai la mia nemica per sempre! - E fugg� dalla camera. Natascia non parlava pi� con S�nja e la evitava. Con il viso sempre atteggiato a un'espressione di stupore e di colpevolezza, ella vagava per le camere; si accingeva ora a fare una cosa ora l'altra, ma subito abbandonava qualsiasi occupazione. Per quanto le fosse assai penoso, S�nja, senza perdere d'occhio la sua amica, vigilava su di lei. La vigilia del giorno in cui il conte sarebbe dovuto tornare, S�nja not� che Natascia aveva trascorso l'intera mattinata seduta presso la finestra, come in attesa di qualcuno; infine la vide fare un cenno a un ufficiale che passava e che S�nja prese per Anatolij. Allora la fanciulla si diede a osservare con maggior attenzione di prima l'amica e not� che Natascia, durante tutto il pranzo e poi la sera, si trovava in uno stato d'animo strano e innaturale (non rispondeva a tono alle domande che le venivano rivolte, incominciava una frase e non la finiva, rideva di tutto). Dopo il t�, S�nja vide una cameriera che, tutta agitata, aspettava Natascia presso l'uscio. La lasci� passare e, origliando alla porta, venne a sapere che veniva consegnata un'altra lettera. E a un tratto intu� che Natascia aveva un suo terribile piano, per quella stessa sera. Buss� all'uscio, Natascia non la fece entrare. �Fuggir� con lui!�, pensava S�nja. �E' capace di tutto! Oggi il suo viso aveva un'espressione particolarmente triste e risoluta. E ha pianto, nel salutare lo zio� ricord� S�nja. �S�, � certo, fuggir� con lui... Ma che cosa devo fare?�, si chiedeva, ricordando tutti gli indizi che stavano a dimostrare che Natascia aveva in mente qualche terribile progetto. �E il conte non c'�! Che devo fare? Scrivere a Kuragin, esigendo da lui una spiegazione? Ma chi lo obbliga a rispondermi? Scrivere a Pierre, come ha pregato di fare il principe Andr�j in caso di una disgrazia? Ma forse Natascia ha gi� davvero ripreso la parola data a Bolkonskij... Ieri infatti ha mandato una lettera alla principessina M�rija... E lo zio non c'�!�. Parlarne a M�rija Dm�trevna, che aveva tanta fiducia in Natascia, pareva a S�nja una cosa orribile. �Ma cos� o in qualsiasi altro modo...�, pensava S�nja, ferma nel corridoio buio. �Adesso o mai pi� � venuto il momento di dimostrare che ricordo i benefizi della loro famiglia e che amo Nicolas. No, non dormir�, se sar� necessario, anche per tre notti di seguito, ma non me ne andr� da questo corridoio e, sia pure usando la forza, impedir� a Natascia di disonorare la sua famiglia!�. CAPITOLO 16. Da qualche tempo Anatolij si era stabilito in casa di D�lochov. Il piano del rapimento della Rostova, organizzato da D�lochov, doveva essere realizzato proprio la sera in cui S�nja, dopo aver origliato alla porta di Natascia, aveva deciso di sorvegliarla. Natascia aveva promesso a Kuragin di venirgli incontro verso le dieci di sera per la scala di servizio. Kuragin doveva farla salire su una "tr�jka", gi� preparata a questo scopo, e condurla a sessanta miglia da Mosca, nel villaggio di K�menka, dove un prete spretato li aspettava per celebrare il matrimonio. A K�menka una carrozza avrebbe portato i due giovani sulla strada di Varsavia, donde, in vetture da posta, avrebbero varcato il confine. Anatolij era munito del passaporto, del foglio di via, di diecimila rubli che si era fatto dare dalla sorella e di altri diecimila avuti in prestito per mezzo di D�lochov. I due testimoni, Chv�stikov, un ex-scrivano di cancelleria di cui D�lochov si serviva per il gioco, e Makarin, un ussaro in congedo, uomo ingenuo e debole che nutriva una devozione senza limiti per Kuragin, stavano seduti nella prima stanza e prendevano il t�. Nel vasto studio dalle pareti coperte sino al soffitto di tappeti persiani, di pelli d'orso e di fucili, D�lochov, in "besmet" (34) e stivali, stava seduto davanti allo scrittoio aperto, sul quale erano sparsi conti e pacchetti di denaro. Anatolij, con la giubba sbottonata, andava e veniva attraverso lo studio dalla stanza in cui si trovavano i testimoni alla camera in fondo, dove il suo cameriere francese, con l'aiuto di altri, era occupato a riporre le ultime cose in un baule. D�lochov contava il denaro e pigliava alcuni appunti. - Be', - disse - a Chv�stikov bisogna darne duemila. - E tu d�glieli - rispose Anatolij. - Quanto a Makarka (cos� chiamavano Makarin) - quello si butterebbe nel fuoco per te, anche senza guadagnarci nulla. Sicch� con questo i conti sono finiti - disse D�lochov, mostrandogli gli appunti. - Va bene cos�? - Certamente - approv� Anatolij che, si capiva, non ascoltava D�lochov e stava guardando davanti a s� senza cessare di sorridere. D�lochov chiuse la scrivania e si rivolse ad Anatolij con un sorriso beffardo. - Sai che ti dico? Lascia perdere tutto! Sei ancora in tempo. - Imbecille! - gli rispose Anatolij. - Smettila di dire sciocchezze. Se tu sapessi... Eh, lo sa il diavolo che cosa � questo! - Davvero, lascia perdere - ripet� D�lochov. - Ti parlo seriamente. Credi che sia una cosa da niente quella che stai combinando? - Smettila una buona volta di irritarmi e va' al diavolo! - grid� Anatolij con una smorfia. - Davvero non ho voglia di ascoltare i tuoi stupidi scherzi! - E usc� dalla stanza. D�lochov lo guard� con un sorriso di compatimento sprezzante. - Aspetta! - gli grid� poi alle spalle. - Io non scherzo affatto, parlo seriamente, vieni qui! Anatolij torn� indietro e, cercando di concentrare la propria attenzione, fiss� l'amico, pronto a sottomettersi, suo malgrado, a lui. - Ascoltami, te lo dico per l'ultima volta. Perch� dovrei scherzare con te? Mi sono forse rifiutato di aiutarti? Chi ha organizzato tutto? Chi ti ha trovato il prete, chi ha procurato il passaporto? Chi ha trovato il denaro? Io, tutto io. - Lo so, e ti ringrazio. Credi forse che non ti sia riconoscente ? - Anatolij sospir� e abbracci� D�lochov. - Ti ho aiutato, ma devo dirti tutta la verit�: la faccenda � pericolosa e, se ci si pensa bene, anche stupida. Tu rapirai la ragazza, d'accordo. Ma pensi che tutto finisca l�? Si verr� a sapere che sei sposato e dovrai comparire davanti a un tribunale... - Ma va'! Sciocchezze... sciocchezze! - esclam� Anatolij facendo di nuovo una smorfia. - Ti ho gi� spiegato tutto, no?- E con quel particolare entusiasmo che � proprio degli uomini ottusi nel ripetere le conclusioni alle quali li ha portati la loro intelligenza, Anatolij ripet� ci� che almeno cento volte aveva gi� detto a D�lochov. - Te l'ho gi� spiegato e te lo ripeto: se questo matrimonio non sar� valido, - disse piegando un dito - non sar� io a risponderne; se, invece, sar� valido, fa lo stesso. All'estero nessuno sapr� la verit�. Non � cos�? E ora basta: non dirmi altro, non dirmi altro! - Lascia perdere, ti ripeto. Non fai che cacciarti in un ginepraio... - Va' al diavolo - esclam� Anatolij e, cacciandosi le mani nei capelli, usc� di corsa dalla stanza, per rientrarvi per�, subito dopo. Si accoccol� su una poltrona, proprio davanti a D�lochov.- Lo sa il diavolo quello che mi accade, eh? Senti come mi batte il cuore! - E, presa la mano di D�lochov, se l'appoggi� sul cuore. - Ah, "quel pied, mon cher, quel regard! Une d�esse!" [35. Ah, che piedino, mio caro, che sguardo! Una dea!]. D�lochov lo guardava con il suo sorriso freddo e con i begli occhi sfrontati e scintillanti; si capiva che voleva ancora burlarsi di lui. - E quando i denari saranno finiti, che farai? - Che far�? - ripet� Anatolij, con un'espressione di sincera perplessit� di fronte al pensiero del futuro. - Che far�? Questo non lo so... Ma a che serve dire sciocchezze? - E, guardando l'orologio, aggiunse: - E' ora. Si alz� e, passato nell'altra stanza, grid� ai domestici: - Non siete ancora pronti? Che fate l�? D�lochov intanto ripose il denaro e ordin� al domestico di far preparare da mangiare e da bere per il viaggio: poi pass� nella stanza dove si trovavano Chv�stikov e Makarin. Anatolij, sdraiato sul divano dello studio, con il capo appoggiato su una mano sorrideva pensoso e mormorava tra s� e s� qualche dolce parola. - Vieni a mangiare qualche cosa... Su, vieni a bere! - gli grid� D�lochov dall'altra stanza. - Non ne ho voglia! - rispose Anatolij, continuando a sorridere. - Vieni! E' arrivato Balaga. Anatolij si alz� ed entr� nella sala da pranzo. Balaga era un cocchiere da "tr�jka", molto noto, che gi� da sei anni conosceva D�lochov e Anatolij. Spesse volte, quando Anatolij era di stanza a Tver, Balaga era andato a prenderlo alla sera, l'aveva condotto a Mosca sul far del giorno e riportato a Tver la notte seguente. Pi� di una volta aveva portato in salvo D�lochov da chi lo inseguiva, pi� di una volta aveva fatto scorrazzare i due amici per la citt�, in compagnia di zingari e di damigelle, come Balaga le definiva. Pi� di una volta, al loro servizio, aveva travolto persone e vetturini per le vie di Mosca e sempre i �suoi signori�, come egli li chiamava, lo avevano tirato fuori dai pasticci. Per loro aveva fatto crepare parecchi cavalli e pi� di una volta era stato percosso e fatto ubriacare di "champagne" o di Madera, vino di cui andava pazzo. Sapeva sul conto dei due amici cose tali che avrebbero fatto spedire in Siberia chiunque altro. Spesso essi invitavano Balaga alle loro orge, lo facevano bere e ballare con gli zingari e parecchio denaro loro era passato per le sue mani. Per servirli, Balaga rischiava la propria vita venti volte all'anno e, lavorando per loro, erano pi� i cavalli che aveva sfiancato che i soldi presi. Ma era affezionato ai due amici, gli piacevano le pazze corse a diciotto miglia l'ora; gli piaceva travolgere vetture di piazza e pedoni volando come un pazzo per le vie di Mosca. E gli piaceva udire alle sue spalle il grido selvaggio di voci ubriache: �Forza! Forza!�, quando ormai era impossibile accelerare la corsa; gli piaceva rifilare una frustata sulle spalle di un contadino che, gi� pi� morto che vivo, si era scansato per lasciarlo passare. �Veri signori!�, pensava. Anatolij e D�lochov volevano anch'essi bene a Balaga per la sua bravura nell'esercitare il mestiere di cocchiere e perch� amava le stesse cose che piacevano a loro. Con gli altri Balaga contrattava, pretendeva venticinque rubli per due ore di corsa, con gli altri assai di rado guidava lui stesso ma mandava i suoi garzoni. Con i �suoi signori� come egli li chiamava, andava invece di persona e non voleva mai alcuna ricompensa per il suo lavoro. Dalla servit�, tuttavia, veniva sempre a sapere quando i due erano provvisti di denaro e una volta ogni due o tre mesi si presentava di mattina, perfettamente sobrio e, inchinandosi profondamente, pregava che lo togliessero dai guai. E i signori lo invitavano sempre a sedersi. - Voi mi dovete aiutare, F�dor Iv�novic', o voi, eccellenza - diceva. - Sono rimasto senza cavalli; prestatemi quello che potete perch� possa andare alla fiera... E Anatolij e D�lochov, quando avevano soldi, gli davano mille o duemila rubli. Balaga era un contadino di ventisette anni dal viso colorito e dal grosso collo sempre rosso; robusto, tarchiato, aveva il naso camuso, gli occhi piccoli e lustri e una barbetta a punta. Portava un pastrano blu di panno molto fine, foderato di seta, che infilava sopra il pellicciotto. Si fece il segno della croce nell'angolo delle icone e si avvicin� a D�lochov, tendendogli una mano piccola e nera. - F�dor Iv�novic'! - disse, inchinandosi. - Salute, fratello, ecco qui anche lui. - Ossequi, eccellenza - profer�, avvicinandosi e tendendo anche ad Anatolij la mano. - Voglio sapere una cosa, Balaga - disse Anatolij dandogli un colpetto sulla spalla: - mi vuoi bene s� o no? Ho bisogno di un servizio. Con che cavalli sei venuto? - Con quelli che il messaggero mi ha ordinato: con i vostri - rispose Balaga. - Be', ascoltami, Balaga: a costo di farli crepare tutti e tre, in tre ore dobbiamo arrivare; d'accordo? - E quando li avr� fatti crepare, come potremo arrivarci? - domand� Balaga, ammiccando. - Non scherzare, sai, se non vuoi che ti rompa il muso! - grid� Anatolij, stralunando gli occhi. - Ma chi vuole scherzare? - riprese il cocchiere dopo una risatina. - C'� forse qualcosa che non farei per i miei signori? Correremo con tutta la forza che ci potranno dare i cavalli. - Ah! - disse Anatolij. - Siediti! - E siediti, dunque! - ripet� D�lochov. - Posso restare in piedi, F�dor Iv�novic'. - Su, su, non fare tante storie e bevi! - ordin� Anatolij, mettendogli davanti un bel bicchiere di Madera. Gli occhi del cocchiere, alla vista del vino, luccicarono. Dopo aver rifiutato per convenienza, bevette e si asciug� la bocca con un fazzoletto di seta rossa che aveva nel fondo del berretto. - Allora, eccellenza, quando si deve partire? - Ma... ecco... - (Anatolij guard� l'orologio). - Direi di partire subito. Bada, eh, Balaga! Farai in tempo? - Dipende da come avverr� la partenza: se sar� fortunata, perch� non dovrei fare in tempo? - rispose Balaga. - Una volta, non vi ricordate, eccellenza? siamo venuti a prendervi sino a Tver in sette ore. - Sai, una volta sono venuto da Tver per Natale - disse Anatolij sorridendo al ricordo, rivolgendosi a Makarin che guardava commosso Kuragin a occhi spalancati. - Ci credi, Makarka, che ci mancava il respiro tanta era la velocit� con cui correvamo? - E che cavalli erano quelli! - prosegu� Balaga. - Avevo allora attaccati due puledri come bilancini al sauro - disse, rivolto a D�lochov. - Lo crederesti, F�dor Iv�novic'? Quelle bestie hanno volato per sessanta miglia; non riuscivo pi� a tenere le redini, le mani mi si erano intorpidite dal gelo. A un certo momento le ho buttate. �Tienile tu, eccellenza�, dissi, e caddi nella slitta. Non soltanto non era necessario spronarli, quegli animali, ma non era pi� possibile frenarli... In tre ore ci portarono, quei satanassi! Crep� soltanto quello di sinistra. CAPITOLO 17. Anatolij usc� dalla stanza e dopo qualche minuto torn� con indosso una pelliccia nera stretta ai fianchi da una cintura d'argento e un berretto di zibellino messo sulle ventitr� che si addiceva assai al suo bel viso. Si guard� nello specchio e poi, nello stesso atteggiamento che aveva assunto davanti allo specchio, si present� a D�lochov e prese un bicchiere di vino. - Ebbene, F�dja, ti saluto! Grazie di tutto, e addio! - gli disse. - Addio anche a voi, compagni e amici - riflett� un momento - della mia giovinezza... Addio! - ripet�, rivolgendosi a Makarin e agli altri. Bench� tutti partissero con lui, Anatolij voleva evidentemente rendere quell'addio commovente e solenne. Parlava adagio con voce alta e, protendendo il petto, dondolava una gamba. - Ognuno di voi prenda un bicchiere e anche tu, Balaga. Ebbene, compagni, amici della mia giovinezza, ci siamo divertiti, abbiamo vissuto, ci siamo dati alla pazza gioia, non � vero? Quando ci rivedremo? Io vado all'estero. Addio, ragazzi! Alla vostra salute. Urr�! - esclam�, vuotando il bicchiere che poi scagli� a terra. - Salute! - rispose Balaga e anch'egli vuot� il bicchiere e si asciug� la bocca con il fazzoletto. Makarin, con le lacrime agli occhi, abbracci� Anatolij. - Ah, principe! Come mi rattrista dovermi separare da te! - esclam�. - Partiamo, partiamo! - grid� Anatolij. Balaga fece per uscire dalla stanza. - No, aspetta! - lo trattenne Anatolij. - Chiudete la porta: ci dobbiamo mettere tutti a sedere... cos� (36)... - Gli usci furono chiusi, e tutti si sedettero. - E ora, ragazzi, marsch! - esclam� Anatolij, alzandosi. Il domestico Joseph gli porse la borsa e la sciabola, e tutti uscirono nell'anticamera. - E la pelliccia dov'�? - domand� D�lochov. - Eh, Ignatka! Va' da Matr�na Matv�evna e fatti dare la pelliccia, il mantello di zibellino. Ho sentito dire come si rapiscono le donne - continu� strizzando un occhio. - La ragazza uscir� pi� morta che viva, vestita come in casa; se ti tratterrai appena un minuto, saranno lacrime e invocazioni: pap� di qui, mamma di l�... Sentir� subito un gran freddo e vorr� tornare indietro! Tu, invece, avvolgila immediatamente in una calda pelliccia e portala di corsa nella slitta. Il domestico rec� un mantello da donna foderato di pelli di volpe. - Imbecille! Ti ho detto di portare quello di zibellino. Ehi, Matr�ska, quello di zibellino! - grid� cos� forte che la sua voce rison� in tutte le stanze. Una bella zingara, pallida e magra, con gli occhi neri e splendenti e i capelli ricciuti dai riflessi turchini, avvolta in uno scialle rosso, accorse portando sulle braccia la pelliccia di zibellino. - Be', non mi dispiace, prendila! - disse, evidentemente intimidita davanti al padrone e guardando con rimpianto la pelliccia. D�lochov, senza risponderle, prese la pelliccia, gliela gett� sulle spalle e gliela avvolse attorno alla persona. - Ecco, si fa cos�, e poi cos� - spieg� D�lochov, sollevando attorno alla testa della donna il bavero e lasciando scoperta soltanto una parte del viso. - Poi cos�, vedi? - e spinse la testa di Anatolij verso l'apertura del bavero dalla quale appariva il sorriso radioso di Matr�scia. - Suvvia, addio, Matr�scia! - disse Anatolij, baciandola. - E' finita la baldoria, qui! Salutami St�pka... Addio! Addio, Matr�scia, augurami buona fortuna! - Dio vi conceda, principe, ogni felicit� - rispose Matr�scia con il suo accento di zingara. Due "tr�jke" erano ferme davanti alla scalinata, trattenute da due garzoni. Balaga si sedette nella prima e alzando i gomiti sistem� le redini, senza affrettarsi. Anatolij e D�lochov presero posto nella stessa sua slitta, Makarin, Chv�stikov e il cameriere salirono sull'altra. - Siamo pronti? - domand� Balaga. - Via! - grid� poi, avvolgendosi le redini attorno alla manica. E la "tr�jka" part� al galoppo verso il viale Nikitzikij. - Forza! Oh�, oh�! - risonavano nel silenzio le voci di Balaga e del garzone che gli sedeva accanto a cassetta. Sulla piazza dell'Arb�t la "tr�jka" urt� una carrozza; si ud� uno schianto, un grido... e la "tr�jka" continu� la sua corsa veloce. Dopo essere andato su e gi� per via Podnov�nskaja, Balaga cominci� a moderare l'andatura dei cavalli e poi, tornato indietro, li ferm� al crocicchio della St�raja Konj�scennaja. Il garzone balz� gi� per tenere i cavalli. Anatolij e D�lochov si avviarono lungo il marciapiede. Mentre si avvicinavano al portone, D�lochov fece un fischio. Gli rispose un altro fischio e subito dopo arriv� di corsa una cameriera. - Entrate nel cortile... vi potrebbero vedere. Verr� subito - disse. D�lochov rimase presso il portone. Anatolij segu� la cameriera nel cortile, svolt� l'angolo e corse su per la scala. Gavrila, il gigantesco lacch� di M�rija Dm�trevna, si fece incontro ad Anatolij. - Favorite dalla signora - gli disse con profonda voce di basso, sbarrandogli il passo verso la porta. - Da quale signora? E tu chi sei? - domand� Anatolij ansimando. - Favorite: ho l'onore di farvi passare. - Kuragin! Torna indietro! - gridava D�lochov. - Tradimento! Torna indietro ! Presso il portone dove si era fermato, D�lochov stava lottando con il portiere che cercava di chiudere il portone alle spalle di Anatolij. Radunando tutte le sue forze, D�lochov riusc� a respingerlo e, afferrato per un braccio Anatolij che usciva di corsa, lo trascin� fuori dal portone e insieme con lui si precipit� verso la "tr�jka". CAPITOLO 18. M�rija Dm�trevna, sorpresa S�nja in lacrime nel corridoio, l'aveva costretta a rivelare tutto. Dopo aver letto il biglietto di Natascia, era entrata nella camera della fanciulla. - Svergognata! Sfacciata! - le aveva detto. - Non voglio sentire nulla! - Respinta Natascia che la guardava con occhi stupefatti, ma completamente asciutti, l'aveva chiusa a chiave nella stanza e, dopo aver ordinato al portiere di lasciar entrare nel cortile le persone che sarebbero venute quella sera ma di non lasciarle pi� uscire, e al domestico di far salire quelle persone da lei, si sedette in salotto, in attesa dei rapitori. Quando Gavrila annunzi� a M�rija Dm�trevna che le persone attese erano fuggite, essa, con le sopracciglia corrugate, si alz� e, intrecciando le mani dietro la schiena, per un pezzo cammin� su e gi� per la stanza, pensando al da farsi. A mezzanotte, tastando la chiave che aveva in tasca, entr� nella camera di Natascia. S�nja, seduta nel corridoio, singhiozzava. - M�rija Dm�trevna, lasciatemi andare da lui, per amor di Dio! supplic� Natascia. M�rija Dm�trevna non le rispose, apr� l'uscio ed entr�. �Che turpitudine, che vigliaccheria! Nella mia casa... ragazzaccia svergognata! Mi fa tanta pena suo padre!� pensava M�rija Dm�trevna, sforzandosi di contenere il suo sdegno. �Per quanto la cosa sia difficile, ordiner� a tutti di tacere e di nascondere ogni cosa al conte�. Ed entr� a passo deciso. Natascia era distesa sul divano, con la testa tra le mani, e immobile. Era rimasta nella stessa posizione in cui M�rija Dm�trevna l'aveva lasciata. - Brava, brava davvero! - disse M�rija Dm�trevna. - In casa mia dare appuntamenti agli amanti ! Inutile fingere. E ascolta quando parlo con te - disse, toccandole un braccio. - Ti sei coperta di vergogna come l'ultima delle sgualdrine. So ben io quale lezione ti darei, ma mi fa troppa pena tuo padre... Gli nasconder� ogni cosa... Natascia non mut� posizione, ma tutto il suo corpo cominciava a essere scosso da singhiozzi sordi e convulsi, che le mozzavano il respiro. M�rija Dm�trevna guard� S�nja e si sedette sul divano accanto a Natascia. - E' stata una fortuna per lui essere riuscito a scappare, ma lo ritrover� - rispose con la sua voce rude. - Senti o no quello che dico? - Pass� la larga mano sotto il viso di Natascia, voltandolo verso di s�. M�rija Dm�trevna e S�nja rimasero stupite alla vista di quel volto: gli occhi asciutti scintillavano, le labbra erano serrate, le guance incavate. - Lasciate...mi ... stare ... cosa mi ... io morir�! - balbett� la fanciulla, liberandosi con uno sforzo iroso dalle mani di M�rija Dm�trevna e riprendendo la posizione di prima. - Nat�lja - esclam� M�rija Dm�trevna. - Io desidero il tuo bene. Tu resta pure cos�, non ti tocco... ma mi devi ascoltare... Non star� a dirti sino a che punto tu sia colpevole, giacch� lo devi sapere da te. Ti ricorder� soltanto che tuo padre arriver� domani... Che cosa devo dirgli, eh? Di nuovo il corpo di Natascia fu scosso da violenti singhiozzi. - Tuo padre, tuo fratello e anche il tuo fidanzato verranno a sapere tutto! - Non ho pi� fidanzato: ho ripreso la mia parola! - rispose Natascia. - Non importa - continu� M�rija Dm�trevna. - Lo verranno a sapere ugualmente. E credi che resteranno indifferenti? Ma se tuo padre, io lo conosco, sfider� a duello quel giovane, ti pare una bella cosa, eh? - Lasciatemi stare! Perch� avete impedito tutto? Perch�? Perch�? Chi ve l'ha chiesto? - gridava Natascia, sollevandosi sul divano e guardando M�rija Dm�trevna con occhi sfavillanti di collera. - Ma che cosa volevi fare? - riprese M�rija Dm�trevna accalorandosi. - Ti tenevamo forse prigioniera? Chi gli impediva di venire in casa? Perch� voleva rapirti come una zingara? E quand'anche fosse riuscito a rapirti, credi che non l'avrebbero trovato? Tuo padre, tuo fratello, il tuo fidanzato? Quell'uomo � un furfante, un vile: ecco che cos'�! - Vale pi� di tutti voi - esclam� Natascia, sollevandosi. - Se voi non vi foste messa in mezzo... Ah, mio Dio! Perch�? Perch�? S�nja, perch�? Andate via! - E singhiozzava con la disperazione di chi piange per un dolore di cui si sente colpevole. M�rija Dm�trevna si rimise a parlare, ma Natascia esclam�: - Andate via, andate via! Voi tutti mi odiate... mi disprezzate!- E si butt� di nuovo sul divano. M�rija Dm�trevna cerc� ancora per un poco di calmare Natascia, facendole capire che bisognava nascondere ogni cosa al conte, che nessuno avrebbe dovuto sapere nulla purch� lei stessa, Natascia, volesse dimenticare tutto e non lasciasse mai trapelare dinanzi a chicchessia nulla di quanto era accaduto. Natascia non rispondeva, non singhiozzava pi�, ma era scossa come da brividi di febbre e tremava tutta. M�rija Dm�trevna le mise un guanciale sotto la testa, la copr� con due coperte e le port� un decotto di tiglio; ma la fanciulla continuava a tacere. - Be', lasciamola riposare - disse M�rija Dm�trevna, uscendo dalla stanza e credendo che Natascia fosse assopita. Ma essa non dormiva; con gli occhi spalancati e immobili nel viso pallidissimo, guardava diritto davanti a s�. Per tutta la notte non chiuse occhio, non pianse e non rivolse la parola a S�nja che parecchie volte si era alzata e le si era avvicinata. Il giorno successivo, all'ora di colazione, il conte Ilj� Andreic' torn�, come aveva promesso, dal suo possedimento vicino a Mosca. Era molto allegro; le trattative con il compratore erano state concluse e nulla pi� lo tratteneva in citt�, lontano dalla contessa di cui sentiva nostalgia. M�rija Dm�trevna gli and� incontro e gli disse che il giorno prima Natascia si era sentita poco bene, che si era chiamato il medico, ma che ora stava assai meglio. Quella mattina Natascia non usc� dalla camera. Con le labbra strette, con gli occhi aridi e immobili, stava seduta presso la finestra, fissava ansiosa la gente che passava per la strada e si voltava in fretta a guardare chi entrava nella stanza. Evidentemente ella aspettava ancora notizie da lui, aspettava che egli venisse di persona o le scrivesse. Quando entr� il conte, si volt� inquieta al rumore dei passi maschili di lui, e il suo viso riprese l'espressione fredda e cattiva di prima. Non si alz� nemmeno per andare incontro al padre. - Che hai, angelo mio? Sei malata? - domand� il conte. Natascia non rispose subito. - S�, sono malata - rispose infine. Alle domande ansiose del conte che le chiedeva come mai fosse cos� abbattuta e se non fosse accaduto qualcosa al fidanzato, ella rispose che non era successo nulla e lo preg� di non preoccuparsi. M�rija Dm�trevna conferm� al conte le parole di Natascia. Il conte, sia dal turbamento e dalla supposta malattia della figlia, sia dalle facce sconvolte di S�nja e di M�rija Dm�trevna intu� che durante la sua assenza era accaduto senza dubbio qualche cosa; ma gli era tanto penoso pensare che una qualsiasi eventualit� spiacevole avesse turbato la sua figliuola prediletta, gli stava tanto a cuore la propria serena tranquillit� che prefer� astenersi dall'insistere nelle domande e, cercando di convincersi che, in realt�, non era accaduto nulla di particolare, si doleva soltanto che l'indisposizione di Natascia gli facesse rimandare la partenza per la campagna. CAPITOLO 19. Dal giorno dell'arrivo di sua moglie a Mosca, Pierre si preparava a partire per un luogo qualsiasi, pur di non doversi trovare con lei. Poco dopo l'arrivo dei Rost�v, l'impressione che Natascia produceva su di lui lo costrinse ad affrettare la realizzazione dei suoi progetti. Si rec� a Tven dalla vedova di Jussif Aleks�evic', la quale da molto tempo gli aveva promesso di consegnargli le carte del defunto. Quando ritorn� a Mosca vi trov� una lettera di M�rija Dm�trevna che lo invitava a casa sua per una faccenda molto importante, che riguardava Andr�j Bolkonskij e la sua fidanzata. Pierre evitava Natascia. Gli pareva di nutrire per lei un sentimento pi� forte di quello che un uomo ammogliato deve avere per la fidanzata di un amico. E uno strano destino si ostinava a fargliela incontrare. �Che cosa sar� accaduto? E come posso io entrare nella faccenda?�, pensava Pierre, vestendosi per recarsi da M�rija Dm�trevna. �Se almeno tornasse presto il principe Andr�j e la sposasse!�, si diceva durante il tragitto verso casa Achrosimov. Sul viale di Tver si sent� chiamare. - Pierre! Sei arrivato da molto tempo? - gli grid� una voce nota. Pierre alz� la testa. In una slitta tirata da due trottatori grigi che con gli zoccoli sollevavano la neve che sprizzava sino a coprire la parte anteriore della slitta, balen� la figura di Anatolij, che aveva accanto il suo inseparabile compagno Makarin. Anatolij stava seduto col busto eretto, nel classico atteggiamento degli eleganti ufficiali, con la testa leggermente inclinata e la parte inferiore del viso coperta dal colletto di martora del cappotto. Era fresco e colorito; il cappello con il pennacchio bianco messo sulle ventitr�, scopriva i capelli ricciuti, impomatati e cosparsi di piccoli fiocchi di neve. �Ecco un uomo veramente saggio�, pens� Pierre. �Non vede nulla al di l� del piacere presente e nulla riesce a turbarlo. Per questo � sempre allegro, soddisfatto e tranquillo. Che cosa non darei per essere come lui!�, concluse con invidia. Nell'anticamera di casa Achrosimov, un servitore, aiutando Pierre a togliersi la pelliccia, gli disse che M�rija Dm�trevna lo pregava di favorire nella sua camera da letto. Aprendo l'uscio della sala, Pierre scorse Natascia seduta presso la finestra e not� sul viso magro e pallidissimo di lei un'espressione cattiva. Ella si volse a guardarlo, aggrott� le sopracciglia e, dignitosa e fredda, usc� dalla stanza. - Che � successo? - domand� Pierre, entrando nella camera di M�rija Dm�trevna. - Belle cose! - rispose M�rija Dm�trevna. - Da cinquantotto anni sono al mondo, ma non ho mai veduto una vergogna simile. E, fattasi dare da Pierre la parola d'onore di serbare il segreto su ci� che avrebbe saputo, M�rija Dm�trevna lo inform� che Natascia si era svincolata dalla promessa che la legava al principe Andr�j senza che i genitori lo sapessero e che la causa di tale decisione era Anatolij Kuragin, con il quale la moglie di Pierre l'aveva fatta incontrare e con il quale la fanciulla aveva tentato di fuggire durante l'assenza del padre, per sposarlo segretamente. Pierre, con le spalle alzate, ascoltava M�rija Dm�trevna a bocca aperta, incapace di credere alle proprie orecchie. La fidanzata del principe Andr�j, da lui amata con tanta passione, quella dolce Natascia Rostova di un tempo, aveva preferito a Bolkonskij quell'imbecille di Anatolij, gi� ammogliato (Pierre era al corrente del segreto del matrimonio del cognato) e se ne era innamorata a tal punto da acconsentire a fuggire con lui? Queste erano cose che Pierre non riusciva a capire e neppure a immaginare. La dolce, affascinante immagine di Natascia, che egli conosceva sin da bambina, non poteva conciliarsi, nel suo animo, con l'inatteso aspetto della sua stupida crudelt�. Si ricord� di sua moglie. �Sono tutte uguali!�, si disse, pensando che non a lui solo era toccata la triste sorte di essere legato a una donna perversa. Tuttavia provava una piet�, dolorosa sino alle lacrime, per il principe Andr�j, per l'orgoglio ferito di lui e, quanto pi� compiangeva l'amico, con tanto maggiore disprezzo e disgusto pensava a quella Natascia che poco prima gli era passata davanti cos� fredda e dignitosa. Egli ignorava che l'anima di Natascia era colma di disperazione, di vergogna, di umiliazione e che non le si poteva fare colpa se, senza volerlo, il suo volto aveva quell'espressione dignitosa e severa. - Sposarsi? - esclam� Pierre alle parole di M�rija Dm�trevna.- Egli non poteva sposarsi: � gi� ammogliato. - Di bene in meglio! - disse M�rija Dm�trevna. - Che bravo ragazzo! Bella razza di farabutto! E lei lo aspetta, lo aspetta da due giorni. Bisogner� dirle tutto: per lo meno, smetter� di aspettare. Messa al corrente da Pierre dei particolari del matrimonio di Kuragin, e dopo aver sfogato la propria collera con ingiurie e minacce, M�rija Dm�trevna gli spieg� perch� lo avesse mandato a chiamare. Temendo che il conte e Bolkonskij, il quale poteva arrivare da un momento all'altro, venissero a sapere la cosa che essa intendeva tener loro nascosta e potessero sfidare a duello Kuragin, pregava Pierre di intimare - a suo nome - al cognato di lasciare immediatamente Mosca e di non comparirvi mai pi�. Pierre le promise di soddisfare il suo desiderio, comprendendo soltanto ora il pericolo che minacciava il vecchio conte, Nikol�j e il principe Andr�j. Dopo avergli espresso con chiarezza le sue ingiunzioni, M�rija Dm�trevna gli permise di passare in salotto. - Bada, eh, che il conte non sa nulla! Fa' conto anche tu di ignorare ogni cosa - aggiunse. - Intanto io vado a dirle che � inutile aspettare! Se vuoi resta qui a pranzo - grid� M�rija Dm�trevna alle spalle di Pierre. Pierre incontr� il vecchio conte che trov� turbato e sconvolto. Quella mattina Natascia gli aveva detto che si era sciolta dalla promessa fatta a Bolkonskij. - Che guaio, che guaio, "mon cher", - disse a Pierre - che guaio aver da fare con queste ragazze, quando la madre non c'�; davvero mi pento di essere venuto qui. Con voi sar� sincero. L'avete saputo? Natascia ha reso la parola al fidanzato senza chiedere niente a nessuno. Diciamo pure che io non mi sono mai tanto rallegrato per questo matrimonio. Il principe Andr�j, d'accordo, � un ottimo giovane, ma che volete? Sposandosi contro la volont� del padre, non sarebbero stati felici, e Natascia non rester� certo senza pretendenti. Tuttavia era una cosa che durava ormai da tempo, ma si pu� compiere un passo simile senza parlarne al padre o alla madre? Ora � ammalata, e sa Iddio che cosa ha... Brutto affare, conte, le ragazze lontane dalla madre!- Pierre, vedendo che il conte era molto sconvolto, cerc� di parlar d'altro, ma Ilj� Andreic' ritornava di nuovo alle sue preoccupazioni. S�nja, tutta agitata, entr� nel salotto. - Natascia non sta affatto bene - disse a Pierre. - E' nella sua camera e desidera vedervi. Anche M�rija Dm�trevna, che � con lei, vi prega di venire. - Gi�, voi siete grande amico di Bolkonskij e certamente vorr� fargli sapere qualcosa per mezzo vostro - disse il conte. - Ah, mio Dio, mio Dio! Andava tutto cos� bene... - E, mettendosi le mani tra i radi capelli grigi, usc� dalla stanza. M�rija Dm�trevna aveva informato Natascia che Anatolij era gi� sposato. La fanciulla non ci voleva credere ed esigeva di udir confermare la cosa da Pierre. S�nja ne inform� Pierre mentre lo accompagnava lungo il corridoio, verso la camera di Natascia. Natascia, pallida e severa, sedeva accanto a M�rija Dm�trevna e non appena scorse Pierre lo accolse con uno sguardo febbrile e interrogativo. Non gli sorrise, non gli fece un cenno di saluto con il capo; si limit� a guardarlo fissamente, ostinatamente, e con quello sguardo pareva domandargli una sola cosa: se fosse un amico o, come tutti gli altri, un nemico per Anatolij. Pierre, in s� e per s�, non esisteva per lei; era evidente. - Egli sa tutto - disse M�rija Dm�trevna, indicando Pierre e volgendosi a Natascia. - E potr� confermarti se ti ho detto la verit�. Come una bestia ferita guarda i cani e i cacciatori che la inseguono e si avvicinano, Natascia guardava ora Pierre, ora M�rija Dm�trevna. - Nat�lja Il�nisna, - cominci� Pierre, abbassando gli occhi e provando un sentimento di piet� per ci� che doveva fare - che la cosa sia vera o falsa deve esservi indifferente, perch�... - Non � vero, dunque, che � gi� ammogliato? - S�, � vero. - E' ammogliato da molto tempo? Parola d'onore? - domand� lei. Pierre le diede la sua parola d'onore. - E' ancora qui? - volle sapere la fanciulla. - S�, l'ho veduto poco fa. Natascia, evidentemente non pi� in grado di parlare, fece cenno con la mano che la lasciassero sola. CAPITOLO 20. Pierre non rimase a pranzo e, appena uscito dalla camera di Natascia, se ne and�. Gir� per la citt� in cerca di Anatolij Kuragin. Pensando a lui, tutto il sangue gli affluiva al cuore e sentiva di respirare a fatica. Sulla collina, presso gli zingari, da Comoneno, non c'era. Pierre and� allora al circolo, dove tutto procedeva come sempre. Gli ospiti, venuti per pranzare, stavano seduti a gruppi, salutavano Pierre e parlavano delle novit� cittadine. Il cameriere, dopo averlo salutato, sapendo quali erano i suoi conoscenti e le sue abitudini, lo inform� che il suo posto era come sempre preparato nel salottino, che il principe Micha�l Zacharyc' si trovava in biblioteca e che Pavel Timofeic' non si era ancora visto. Uno dei conoscenti di Pierre gli domand�, tra una parola e l'altra di un discorso sulle condizioni del tempo, se avesse sentito parlare del rapimento della Rostova da parte di Kuragin, di cui si vociferava in citt�: era vero? Pierre, sorridendo, disse che si trattava di una invenzione, giacch� egli stava venendo proprio allora dalla casa dei Rost�v. Domand� a tutti se avessero visto Anatolij, uno gli rispose che non lo si era ancora visto, un altro lo assicur� che sarebbe senz'altro venuto a pranzo. A Pierre pareva strano guardare quella folla di persone tranquille e indifferenti che ignoravano ci� che avveniva nel suo animo. Passeggi� per le sale, aspett� che tutti se ne fossero andati e, dopo aver atteso inutilmente Anatolij, senza fermarsi a pranzare, torn� a casa. Anatolij, che egli aveva tanto cercato, pranzava quel giorno da D�lochov, discutendo con lui sul modo di rimediare all'impresa fallita. Gli pareva indispensabile avere un colloquio con Natascia. La sera si rec� in casa della sorella per trovare con lei i mezzi pi� adatti a combinare un incontro con la fanciulla. Quando Pierre, dopo aver invano fatto il giro di tutta Mosca, fu di ritorno a casa, un cameriere lo inform� che il principe Anatolij si trovava dalla contessa. Il salotto era pieno di ospiti. Pierre, senza salutare la moglie, che non aveva ancora veduto dopo il suo arrivo, e che in quel momento gli era pi� odiosa che mai, entr� nel salotto e, veduto Anatolij, and� diritto verso di lui. - Ah, Pierre, - esclam� la contessa, avvicinandosi al marito.- Tu non sai in che situazione si trova il nostro Anatolij... ma si interruppe vedendo nella testa profondamente abbassata di lui, nei suoi occhi scintillanti, nel suo passo deciso, quella terribile espressione di furore e di forza che ella aveva conosciuta e sperimentata dal giorno del duello con D�lochov. - Dove siete voi, l� sono la corruzione e il male - disse Pierre alla moglie. - Anatolij, venite, devo parlarvi - disse in francese al cognato. Anatolij guard� la sorella e si alz� docilmente, pronto a seguire Pierre. Questi, presolo per un braccio, lo tir� a s� e usc� dalla stanza. - "Si vous vous permettez dans mon salon..." [37. Se vi permettete, nel mio salotto...] - bisbigli� Elen, ma Pierre, senza risponderle, usc�. Anatolij lo seguiva con la sua consueta andatura disinvolta. Ma il suo viso esprimeva una grande inquietudine. Entrato nello studio, Pierre chiuse la porta e si si volse ad Anatolij, senza alzar gli occhi su di lui. - Voi avete promesso alla contessina Rostova di sposarla? Volevate rapirla? - Mio caro, - rispose Anatolij in francese, lingua in cui si svolge tutto il colloquio - non mi ritengo obbligato a rispondere a domande fatte su questo tono. Il viso di Pierre, che gi� era pallido, assunse un'espressione di furore. Con la sua mano poderosa afferr� Anatolij per il bavero della giubba e prese a scrollarlo di qua e di l� sino a che il volto di lui non ebbe assunto una sufficiente espressione di terrore. - Quando dico che �devo� parlare con voi... - ripet� Pierre. - Ma, insomma, questo � sciocco, no? - disse Anatolij, tastandosi il colletto dal quale un pezzo di panno si era staccato insieme con il bottone. - Siete un vile, un mascalzone, e non so che cosa mi trattenga dal procurarmi il piacere di spaccarvi la testa con questo arnese - profer� Pierre, esprimendosi in modo cos� artificioso perch� parlava in francese, e, preso un pesante fermacarte, lo sollev� con gesto minaccioso, ma lo depose immediatamente al suo posto. - Le avete promesso di sposarla, non � vero? - Io... io non ci ho pensato... Del resto, non ho mai promesso nulla perch�... Pierre lo interruppe. - Avete lettere sue? Avete delle lettere? - insist�, avvicinandosi ad Anatolij. Anatolij lo guard� e subito, messa una mano in tasca, cav� fuori il portafogli. Pierre prese una lettera che il cognato gli tendeva e, respingendo una tavola che gli impediva di passare, si lasci� cadere sul divano. - "Je ne serai pas violent, ne craignez rien" [33. Non sar� violento, non abbiate paura] - disse, rispondendo al gesto spaventato di Anatolij. - Prima cosa, le lettere - rispose come se ripetesse una lezione a se stesso; - seconda - continu� dopo un minuto di silenzio, alzandosi di nuovo - dovete partire domani stesso da Mosca... - Ma come posso... - Terza, - continu� Pierre senza dargli ascolto - non dovrete mai dire una parola su quanto � avvenuto tra voi e la contessina. So che non posso impedirvi di parlare, ma se avete un minimo di coscienza... - Pierre and� parecchie volte avanti e indietro per la stanza mentre Anatolij sedeva, scuro in faccia, presso la tavola, e si mordeva le labbra. - Voi non potete non comprendere che, in fin dei conti, al di fuori del vostro piacere, hanno valore la pace e la felicit� di un'altra creatura, che voi non esitate a rovinare per divertirvi. Spassatevela con le donne simili a mia moglie, con le quali siete in pieno diritto di farlo; esse sanno ci� che volete da loro. Sono armate, contro di voi, di una esperienza del vizio uguale alla vostra. Ma promettere a una fanciulla di sposarla... ingannarla... rapirla. Come non capite che questa � un'azione vigliacca, come il percuotere un vecchio o un bambino? Pierre tacque e guard� Anatolij, con un'espressione pi� calma, ma interrogativa. - Questo non lo so. Eh? - disse Anatolij che ripigliava audacia a mano a mano che Pierre riusciva a dominare la propria collera. - Questo non lo so, n� lo voglio sapere - ripet�, senza guardare Pierre, con un leggero tremito della mascella; ma voi mi avete detto parole come mascalzone e simili... che io, comme "homme d'honneur" [39. come gentiluomo], non accetto da nessuno. Pierre lo fiss� stupito, senza riuscire a capire che cosa volesse. - No, - prosegu� Anatolij - non posso permettere che mi si parli cos�, sia pure a quattr'occhi. - Ah, volete dunque soddisfazione? - concluse Pierre con ironia. - Potreste almeno ritirare la vostre parole ingiuriose. Eh? Se volete che io compia i vostri desideri. Eh? - Le ritiro, le ritiro - consent� Pierre - e vi prego di scusarmi. - E, senza volerlo, guard� il bottone strappato. - Se avete bisogno, vi dar� del denaro per il viaggio... Anatolij sorrise. Quel sorriso timido e vile che aveva notato tante volte sul viso di sua moglie, esasper� Pierre. - Ah, razza vigliacca e senza cuore! - esclam�, e usc� in fretta. Il giorno seguente Anatolij partiva per Pietroburgo. CAPITOLO 21. Pierre si rec� da M�rija Dm�trevna per informarla che il suo desiderio relativo all'allontanamento di Kuragin da Mosca era stato appagato. Nella casa regnava inquietudine e paura. Natascia stava molto male e, come M�rija Dm�trevna disse a Pierre sotto il vincolo del segreto, nella notte stessa in cui le era stato rivelato che Anatolij era sposato, aveva tentato di avvelenarsi con dell'arsenico procuratosi di nascosto. Dopo averne inghiottito un po', si era tanto spaventata che aveva svegliato S�nja e le aveva confessato il gesto compiuto. Le misure necessarie contro il veleno erano state prese in tempo, e ora la fanciulla era fuori pericolo, ma tuttavia ancora cos� debole che non era possibile pensare di portarla in campagna, motivo per cui si era deciso di mandare a prendere la contessa. Pierre vide il conte assai turbato e S�nja con il viso disfatto dalle lacrime, ma non pot� vedere Natascia. Quel giorno Pierre pranz� al circolo. Da tutte le parti udiva parlare del tentativo di ratto della Rostova, ma smentiva ostinatamente quella notizia, assicurando tutti che nulla era accaduto se non che suo cognato aveva chiesto la mano della contessina e aveva avuto un rifiuto. Pierre giudicava suo dovere tener nascosta quella storia e cercar cos� di ristabilire la buona riputazione di Natascia Rostova. Attendeva con terrore il ritorno del principe Andr�j, e ogni giorno si recava dal vecchio principe per avere notizie. Il principe Nikol�j Andreic' era stato informato da "mademoiselle" Bourienne delle voci che circolavano per la citt� e aveva letto il biglietto scritto alla principessina M�rija da Natascia, con il quale dichiarava di voler rompere il suo fidanzamento. Egli appariva di umore pi� lieto del solito e aspettava il figlio con sempre maggiore impazienza. Alcuni giorni dopo la partenza di Anatolij, Pierre ricevette un biglietto dal principe Andr�j, che gli comunicava il suo arrivo e lo pregava di recarsi da lui. Il principe Andr�j, appena giunto a Mosca, nel momento stesso del suo arrivo, aveva avuto da suo padre il biglietto scritto da Natascia alla principessina M�rija nel quale rendeva la propria parola al fidanzato (il biglietto era stato sottratto alla principessina e consegnato al principe da "mademoiselle" Bourienne) e aveva udito dal padre il racconto, con aggiunte e commenti, del tentativo di rapimento di Natascia. Il principe Andr�j era arrivato la sera avanti. Pierre and� da lui il mattino successivo. Pensava di trovarlo in condizioni quasi analoghe a quelle di Natascia e perci� rimase assai sorpreso allorch�, entrando in salotto, ud� giungere dallo studio la voce sonora del principe Andr�j che stava raccontando con vivacit� un fatto scandaloso accaduto a Pietroburgo. Il vecchio principe e un altro interlocutore lo interrompevano di tanto in tanto. La principessina M�rija venne in salotto per ricevere Pierre. Ella sospir� indicando con lo sguardo la porta dello studio dove il fratello stava discutendo, desiderando manifestare cos� la propria partecipazione al dolore di lui. Ma Pierre leggeva nel suo viso che ella era contenta di quanto era avvenuto e del modo con cui il fratello aveva accolto la notizia del tradimento della fidanzata. - Ha assicurato che se l'aspettava - disse; - io so che il suo orgoglio gli impedir� di esprimere i suoi sentimenti, ma tuttavia ha sopportato questo colpo meglio, molto meglio di quanto non mi aspettassi. Si vede che cos� doveva essere... - Ma � possibile che tutto sia veramente finito? - domand� Pierre. La principessina M�rija lo guard� stupita. Non capiva neppure che si potesse fare una domanda simile. Pierre entr� nello studio. Il principe Andr�j, in abito civile, appariva molto mutato e visibilmente in buona salute, ma una nuova ruga gli divideva la fronte tra le sopracciglia; stava in piedi davanti a suo padre e al principe Mescierskij e discuteva con calore, facendo gesti energici. Parlavano di Speranskij: era appena giunta da Mosca la notizia del suo tradimento e del suo improvviso esilio. - Ora lo condannano e lo accusano quegli stessi che un mese addietro lo portavano ai sette cieli - diceva il principe Andr�j - e anche quelli che non erano in grado di capire i suoi fini. E' molto facile accusare un uomo caduto in disgrazia e addossare a lui tutti gli errori degli altri, ma io dico che se qualcosa di buono � stato fatto durante il regno attuale � stato proprio fatto da lui, da lui solo! - Si ferm� alla vista di Pierre. Il suo viso trasal� e assunse subito un'espressione cattiva. - E i posteri gli renderanno giustizia - concluse; poi si rivolse a Pierre. - Be', come stai? Continui a ingrassare - disse animatamente, ma la ruga recente parve pi� profonda sulla fronte. - S�, sto bene - rispose alla domanda di Pierre che si informava sulla sua salute, e sorrise. Pierre capiva benissimo che quel sorriso voleva dire: �Sto bene, ma a nessuno importa niente della mia salute!�. Scambiata qualche parola con l'amico sulle pessime strade dal confine polacco sino a Mosca e su alcuni conoscenti di Pierre incontrati in Svizzera, e dopo aver parlato del signor Desalles, che aveva portato dall'estero come precettore del figlio, il principe Andr�j intervenne di nuovo con calore nel discorso su Speranskij che continuava tra i due vecchi. - Se avesse tradito e ci fossero state le prove dei suoi segreti rapporti con Napoleone, le avrebbero rese pubbliche - disse con slancio e in fretta. - Personalmente non ho e non ho avuto alcuna simpatia per Speranskij, ma amo la giustizia. - Pierre costatava adesso nell'amico quel bisogno, che gli era noto, di agitarsi e di discutere su un argomento estraneo, al solo fine di soffocare i pensieri troppo penosi che lo angustiavano. Quando il principe Mescierskij se ne fu andato, il principe Andr�j prese sottobraccio Pierre e lo condusse nella camera che era stata preparata per lui. Il letto era disfatto e qua e l� erano posati bauli e valigie aperte. Il principe Andr�j si avvicin� a una di queste e ne trasse una cassettina, dalla quale tolse un pacco di lettere avvolte in un foglio di carta. Fece tutto in fretta e in silenzio. Si sollev� e toss�. Aveva il viso aggrottato e le labbra serrate. - Perdonami se ti do un disturbo... - Pierre cap� che il principe Andr�j voleva parlare di Natascia, e sul suo viso largo apparve un'espressione di compatimento e di simpatia. Quell'espressione del viso di Pierre irrit� il principe Andr�j che, con voce decisa e sgradevole, riprese: - Ho ricevuto un rifiuto da parte della contessina Rostova e mi sono giunte voci secondo cui tuo cognato ha chiesto la sua mano... o qualcosa del genere. E' vero? - E' vero e non � vero - prese a dire Pierre, ma il principe Andr�j lo interruppe subito. - Ecco le sue lettere e il suo ritratto. - Prese dalla tavola il fascio di carte e lo consegn� a Pierre. - Restituisci tutto alla contessina... se la vedi. - Essa � molto malata - rispose Pierre. - E' dunque ancora qui? - domand� il principe Andr�j. - E il principe Kuragin? - s'inform� poi in fretta. - E' partito da parecchio tempo. Lei � stata in punto di morte... - Mi duole molto che sia malata - disse il principe Andr�j. Ed ebbe un sorriso freddo, cattivo e antipatico, simile a quello del padre. - Ma il signor Kuragin - soggiunse - non si � dunque degnato di offrire la sua mano alla contessina Rostova? domand� ancora. E aspir� pi� volte l'aria con il naso. - Non poteva sposarsi perch� � gi� ammogliato - disse Pierre. Il principe Andr�j rise di nuovo in modo antipatico, ricordando pi� che mai suo padre. - E posso sapere dove si trova ora vostro cognato? - chiese. - E' andato a Pietr... del resto, non so altro. - Be', ma questo non ha importanza - riprese il principe Andr�j. - Riferisci alla contessina Rostova che ella era ed � assolutamente libera e che io le auguro ogni bene. Pierre prese il fascio di lettere e il principe Andr�j, come cercando di rammentare se avesse ancora da dirgli qualcosa, lo guardava con gli occhi fissi. - Sentite, vi ricordate di quella nostra discussione a Pietroburgo? Vi ricordate di... - fece Pierre. - Mi ricordo, s� - rispose in fretta il principe Andr�j. - Dicevo che bisogna perdonare a una donna che cade, ma non ho detto che io l'avrei potuto fare. E non posso. - Ma sono forse cose che si possono paragonare? Il principe Andr�j interruppe di nuovo l'amico e dichiar� in tono brusco: - Gi�, chiedere di nuovo la sua mano, essere magnanimo, eccetera. Certo sarebbe un gesto nobilissimo, ma io non sono capace di camminare "sur les bris�es de monsieur" [40. rivaleggiare con quel signore]. Se tu mi vuoi essere amico non parlarmi mai pi� di tutto questo... E ora, arrivederci. Consegnerai le lettere? Pierre usc� e and� dalla principessina M�rija. Il vecchio appariva pi� vivace del solito. La principessina M�rija era quella di sempre, ma al di l� della simpatia di lei per il fratello, Pierre scorgeva anche la gioia che quel matrimonio fosse andato a monte. Guardandola, Pierre si rese conto del disprezzo e dell'avversione che padre e figlia nutrivano per i Rost�v; cap� che in loro presenza non sarebbe stato possibile pronunziare il nome di colei che aveva potuto preferire al principe Andr�j un altro. Durante il pranzo si parl� della guerra che pareva ormai imminente. Il principe Andr�j non cess� mai di parlare e di discutere ora con il padre ora con Desalles, il precettore svizzero, e pareva pi� animato del solito; ma era un'animazione di cui Pierre conosceva molto bene l'intima causa. CAPITOLO 22. Quella stessa sera Pierre si rec� dai Rost�v per eseguire l'incarico avuto. Natascia era a letto, il conte al circolo e Pierre, consegnate le lettere a S�nja, and� da M�rija Dm�trevna che desiderava vivamente sapere come il principe Andr�j avesse accolto la notizia. Dieci minuti dopo, S�nja entr� da M�rija Dm�trevna. - Natascia vuole assolutamente vedere il conte P�tr Kir�llovic'.- Ma come � possibile introdurlo da lei? La camera � ancora tutta in disordine - obiett� M�rija Dm�trevna. - No, no, Natascia si � vestita ed � andata nel salotto - rispose S�nja. M�rija Dm�trevna si limit� a stringersi nelle spalle. - Ah, quando arriver� la contessa? Sono proprio stremata. E tu bada - e si rivolse a Pierre - di non dirle tutto. Mi manca il coraggio per sgridarla: mi fa tanta pena. Natascia, smagrita, con il viso pallido e serio (ma per nulla vergognoso come Pierre si aspettava di vedere ), stava ritta in mezzo al salotto. Quando Pierre comparve sulla soglia, ella si turb�, visibilmente incerta se dovesse andargli incontro o aspettarlo. Pierre le si avvicin� rapidamente. Pensava che ella gli avrebbe teso la mano, come sempre; ma la fanciulla, quando gli fu vicina, si arrest�, respirando faticosamente, con le braccia abbandonate lungo i fianchi, l'atteggiamento che era solita prendere quando cantava in mezzo al salone, ma con una espressione molto diversa. - P�tr Kir�llyc', - prese a dire in fretta - il principe Bolkonskij era vostro amico... � ancora vostro amico - si corresse (le pareva che ogni cosa fosse passata e che ora fosse tutto diverso). - Mi diceva allora di rivolgermi a voi... Pierre la guardava in silenzio, respirando forte. Sino a quel momento l'aveva in cuor suo biasimata, aveva cercato di disprezzarla; ma ora sentiva una cos� profonda pena per lei che nella sua anima non c'era pi� posto per alcun rimprovero. - Lui � qui, adesso... ditegli che mi per... che mi perdoni. - E s'interruppe, mentre il respiro le si faceva sempre pi� affannoso. - S�... glielo dir� - promise Pierre; - ma... Egli non sapeva che cosa dire. Natascia parve spaventata all'idea dei pensieri che potevano affacciarsi alla mente di Pierre. - So che tutto � finito, - disse - che tutto � finito per sempre. Mi tormenta soltanto il pensiero del male che gli ho fatto. Ditegli soltanto che lo prego di perdonarmi, di perdonarmi di tutto... Fu presa da un tremito violento e dovette sedersi. Un senso di piet�, non ancora mai provato, si era impadronito di Pierre. - Glielo dir�, gli dir� tutto ancora una volta, - disse Pierre- ma... ma vorrei sapere una cosa... �Che cosa?�, domand� lo sguardo di Natascia. - Vorrei sapere se voi avete amato... - Pierre non sapeva come chiamare Anatolij e arross� al pensiero di lui. - Se avete amato quel cattivo uomo. - Non chiamatelo cattivo, - rispose Natascia - ma io non so, non so nulla, nulla... - E prese a piangere. Un sentimento ancora pi� forte di compassione, di tenerezza e di amore si impadron� di Pierre. Sentiva che sotto gli occhiali gli scorrevano le lacrime e sperava che Natascia non se ne accorgesse. - Non parliamone pi�, amica mia - disse. Tutt'a un tratto quella voce dolce, tenera e gentile parve strana a Natascia. - Non parliamone pi�, amica mia; io gli dir� tutto, ma di una cosa sola vi prego: consideratemi un amico e se avete bisogno di un aiuto, di un consiglio o semplicemente di sfogarvi con qualcuno, non dico adesso, ma quando tutto sar� chiaro dentro di voi, ricordatevi di me. - Le prese la mano e gliela baci�. - Sar� felice se potr�... - Ma si confuse. - Non parlatemi cos�, non ne sono degna - esclam� Natascia e fece l'atto di uscire dalla camera, ma Pierre la trattenne. Sapeva di doverle dire ancora qualcosa, ma quando ebbe parlato si meravigli� delle sue stesse parole. - Smettete, smettete di tormentarvi: avete tutta la vita davanti a voi - le disse. - Davanti a me? No! Per me tutto � ormai finito - ribatt� Natascia, vergognosa e umiliata. - Tutto finito? - ripet� Pierre. - Se io non fossi io, se fossi l'uomo pi� bello, pi� intelligente, l'uomo migliore del mondo, se fossi libero, chiederei subito in ginocchio la vostra mano e il vostro amore. Natascia, per la prima volta dopo tanti giorni, pianse lacrime di gratitudine e di commozione e, dopo aver rivolto a Pierre un'ultima occhiata, lasci� la camera. Anche Pierre, dopo di lei, usc� quasi di corsa in anticamera trattenendo le lacrime di tenerezza e di felicit� che gli serravano la gola. Si gett� sulle spalle la pelliccia senza neppure infilare le maniche e mont� in slitta. - Dove comandate di andare? - chiese il cocchiere. �Dove?�, domand� a se stesso Pierre. �Dove posso andare adesso? Non certo al circolo, n� a fare delle visite...�. Tutti gli uomini gli apparivano cos� miserevoli e meschini a paragone di quel sentimento di tenerezza e di amore che egli provava, a paragone di quello sguardo dolce e riconoscente che essa gli aveva rivolto attraverso le lacrime. - A casa! - ordin� Pierre e, nonostante i dieci gradi sotto zero, si apr� la pelliccia d'orso sull'ampio petto che respirava ora gioiosamente. Era una notte gelida e serena. Sopra le vie fangose e male illuminate e sui tetti neri si stendeva un cielo scuro disseminato di stelle. Pierre, al solo guardare quel cielo, non sentiva pi� la bassezza offensiva delle cose terrene, in confronto con l'altezza a cui era salita l'anima sua. All'entrare nella piazza dell'Arb�t, una vasta distesa di cielo cupo cosparso di stelle gli si apr� allo sguardo. Quasi in mezzo a quel cielo, sopra il corso Prec�stenskij, circondata da ogni parte di stelle ma distinguendosi da tutte per la sua minore distanza dalla terra per la candida, luminosa e lunga coda rivolta verso l'alto, pendeva l'enorme, splendente cometa del 1812, proprio quella che, come si diceva, preannunziava una serie di sventure e la fine del mondo. Ma in Pierre quella stella radiosa dalla lunga coda lucente non suscitava alcun sentimento di timore. Tutt'altro! Con gli occhi umidi di pianto, egli guardava l'astro luminoso che, dopo aver percorso con vertiginosa rapidit� spazi incommensurabili seguendo una linea parabolica, a un tratto, come una freccia che si conficca nel terreno, pareva essere rimasto immobile lass�, nel punto scelto, drizzando la coda verso l'alto, scintillando e scherzando con la sua luce bianca tra le altre fulgide, palpitanti stelle. Pareva a Pierre che quella stella corrispondesse a ci� che ora colmava la sua anima commossa e riconfortata, pronta a rifiorire in una nuova vita. NOTE. N. 4. P�tr Vasil'evic' Lopuchin (1744-1827), principe, governatore di Jaroslavl' e di Vologda sotto Caterina Seconda; dal 1803 al 1810, sotto Alessandro Primo, presidente del consiglio di stato e del consiglio dei ministri. N. 5. Peter Friedrich Georg Oldenburg (1783-1812), figlio di P. F. Ludwig Oldenburg (morto nel 1829); cognato dello zar Alessandro Primo. Il 22 gennaio 1811 Napoleone ne annett� il granducato al dominio francese ricavato da territori della Confederazione del Reno. N. 6. Il 17 maggio 1809 Napoleone eman� un decreto con cui Roma e lo Stato Pontificio entravano a far parte dell'impero francese. Roma, che era stata occupata da un corpo di spedizione il 2 febbraio 1808 e da cui venne portato via prigioniero il 4 luglio 1809 papa Pio Settimo (Gregorio Chiaramonti, 1740-1823; papa dal 1800), divenne cos� la seconda capitale dell'impero napoleonico e il figlio di Napoleone ricevette il titolo di �Re di Roma�. N. 9. Strumento musicale a una sola corda. N. 17. Celebre romanzo sentimentale di Nikol�i Mich�jlovic' Karamzin (1766-1826), scrittore e storico russo. Sub� nelle prime sue opere l'influenza di Rousseau, come risulta soprattutto dalle "Lettere di un viaggiatore russo" e da "La povera Liza". Nominato nel 1803 storiografo dello zar, scrisse sino alla morte la colossale "Storia dello stato russo" in 12 volumi, la prima opera del genere pubblicata in Russia, notevole pi� per lo stile colorito che per il rigore scientifico. Fu il primo scrittore professionista della Russia ed esercit� un'influenza considerevole sullo sviluppo della lingua e sull'evoluzione degli ambienti letterari. N. 20. Madame Aubert-Chalm�, proprietaria di un negozio di mode a Mosca. Collabor� con i Francesi durante l'occupazione della vecchia capitale russa e la sua opera venne apprezzata dallo stesso Napoleone. Segu� i Francesi nella loro disastrosa ritirata e mor� a Vilna. N. 34. Corto mantello alla tartara, trapuntato. N. 36. Usanza russa. Prima di intraprendere un viaggio, ci si siede per un momento in una stanza chiusa, attorno a un tavolo. #
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Libri -> Traduzioni telematiche a cura di Rosaria Biondi, Nadia Ponti, Giulio Cacciotti, Vincenzo Guagliardo (Casa di reclusione Opera) Oscar Wilde. IL ritratto di dorian gray. Indice
Libri -> Primo Levi. Se questo e' un uomo. Giulio Einaudi editore, Torino 1958. Indice. Prefazione. IL viaggio. Sul fondo. Iniziazione. Ka-Be. Le nostre notti. IL lavoro. Una buona giornata
Libri -> Lorenzo Milani. Lettere alla madre. Marietti, Genova 1997. A cura di Giuseppe Battelli. Indice. Introduzione (di Giuseppe Battelli). Nota editoriale. Bibliografia essenziale. Lettere alla madre
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Libri -> Alessandro Manzoni. I promessi sposi storia milanese del secolo XVII. Primo volume. Indice. Introduzione: pagina Capitolo 1: pagina Capitolo 2: pagina 36. Capitolo 3: pagina 57. Capitolo 4: pagina 81
Libri -> Lev Nico�evic' Tolst�j. Guerra e pace. Edizioni Paoline 1992. Titolo originale dell'opera: "Volna I mir". "Opere" di Tolst�j, Edizioni di Stato in 14 volumi, Mosca, 1951, volumi 4-5-6-7




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