Lev Nico�evic' Tolst�j. Guerra e pace. Edizioni Paoline 1992. Titolo originale dell'opera: "Volna I mir". "Opere" di Tolst�j, Edizioni di Stato in 14 volumi, Mosca, 1951, volumi 4-5-6-7



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Lev Nico�evic' Tolst�j. GUERRA E PACE. Edizioni Paoline 1992. Titolo originale dell'opera: "Volna i mir". "Opere" di Tolst�j, Edizioni di Stato in 14 volumi, Mosca, 1951, volumi 4-5-6-7. Traduzione dal russo di Giacinta De Dominicis Jorio. VOLUME PRIMO. INDICE. Introduzione: pagina 2. LIBRO PRIMO. Parte prima: pagina 25. - Note: pagina 263. Parte seconda: pagina 278. - Note: pagina 476. Parte terza: pagina 484. - Note: pagina 695. INTRODUZIONE. 1. - Guerra e pace. "Guerra e pace" cronologicamente � il primo dei tre pi� famosi romanzi di Tolst�j, essendo stato pubblicato nel 1869, vale a dire otto anni prima di "Anna Karenina" (1873-77) e trent'anni avanti "Risurrezione" (1899). Indubbiamente "Guerra e pace" � il capolavoro dell'immenso scrittore russo e forse la pi� autentica epopea narrativa della letteratura moderna. L'autore stesso confid� un giorno a Gor'kij: �Guerra e pace, senza falsa modestia, � come l'"Iliade"�. �Considero "Guerra e pace" il pi� bel romanzo che sia mai stato creato in tutti i tempi e in tutti i paesi�, scrive Fran�ois Mauriac, paragonandolo a un gigantesco affresco nel quale si muove, attraverso la guerra e la pace, lo spazio e il tempo, un'impressionante moltitudine umana. Esso ha come sfondo la cronaca degli avvenimenti tra il 1805 e il 1815, con il particolareggiato resoconto dell'invasione napoleonica nella Russia del 1812 e il panorama sociale e politico in uno dei periodi pi� turbolenti della storia europea. Tolst�j pennelleggia �uomini del destino�: Napoleone e i suoi marescialli, lo zar Aleks�ndr Primo e i suoi generali, compreso il comandante in capo Kutuz�v che sconfisse i Francesi; tratta di battaglie e di altri eventi fatali, ma lascia intuire che tutti questi fatti, apparentemente grandiosi, sono soltanto illusioni, errori di orgoglio e di vanit�. Veramente essenziali sono le sofferenze, le gioie e gli sforzi degli individui, sia in tempo di pace che in tempo di guerra, di modo che la biografia � pi� interessante della storia. Si arriva quindi a una situazione che potremo dire paradossale. "Guerra e pace" � senza dubbio un romanzo storico e un'epopea nazionale perch� glorifica l'eroica resistenza opposta agli invasori dal popolo russo, ma � soprattutto un romanzo antistorico, in quanto il suo autore non crede nel processo degli eventi e nega ogni effettivo valore all'ascesa e alla caduta degli imperi, ai movimenti di milioni di uomini sull'onda di battaglie, vittorie, disfatte. Tolst�j dava grande importanza ai suoi concetti sulla storia. La sua tesi principale era che i capi non creano gli eventi, ma li seguono fingendo o illudendosi in buona fede di compiere ci� che invece subiscono. Sullo sfondo delle due campagne, dei Russi in Prussia e dei Francesi in Russia, si intrecciano le vicende dei membri di due nobili famiglie russe, i Rost�v e i Bolkonskij, e del conte Pierre Bezuchov, attorno al quale si stringono le numerose e complicate fila che partono dalle due famiglie, cos� come esse convergono nella mente dello scrittore, della cui personalit� Pierre � pi� o meno il portavoce, secondo il caratteristico procedimento tolstojano. Dinanzi ai nostri occhi sfilano variopinti personaggi, alcuni di primissimo piano, altri no, ma tutti ugualmente vivi e affascinanti, anche se - a giudizio di Dostoevskij - vengono tratteggiati con �troppi minuti particolari psicologici�. "Guerra e pace", come tutte le altre opere di Tolst�j, contiene un messaggio morale: la contrapposizione del prepotente all'umile, la vittoria della sincerit� sull'ipocrisia, della bont� istintiva sulla vanit� e sull'avidit�. Le grandi figure storiche si dissolvono, mentre l'inesauribile trama della vita - amore, famiglia, desiderio di giustizia e di onest� - permane eterna. George Steiner in "Tolst�j o Dostoevskij?" (Edizioni Paoline 1965) commenta: �L'apparente mancanza di forma in "Guerra e pace" - o, pi� esattamente, la mancanza d'un finale preciso - contribuisce assai alla sensazione di trovarci di fronte ad un'opera che, sebbene sia ovviamente un romanzo, riesce ad impersonare la piena ricchezza della vita e giunge ad imporsi alla nostra memoria quanto vi riescono le pi� intense esperienze personali. Guardato da questo punto di vista, � il primo epilogo quello che ha maggior peso. Molti lettori hanno qualificato questo epilogo come sconcertante e persino repellente. I primi quattro capitoli sono un breve trattato sulla natura della storia dell'�ra napoleonica. L'attuale frase di apertura: "Sette anni sono passati" � probabilmente un'aggiunta posteriore destinata ad allacciare l'analisi storica agli avvenimenti del romanzo. Tolst�j si propose a lungo di concludere "Guerra e pace" con una categorica esposizione del suo punto di vista sul "movimento della massa dei popoli europei dall'ovest verso est e, in seguito, dall'est all'ovest" e sul significato di "fato" e di "genio" nella filosofia della storia. Ma dopo quattro capitoli s'interruppe per riprendere la narrazione immaginaria. L'argomento della storiografia fu invece proseguito nel secondo epilogo. Perch�? Era forse esso al di fuori di alcuni impellenti istinti di verosimiglianza, fuori dal desiderio di giocare il ruolo del tempo nelle vite dei suoi personaggi? Tolst�j fu forse restio ad abbandonare la sua creazione, quella galleria di personaggi che avevano posseduto il suo spirito con tanta forza? Possiamo fare soltanto delle congetture. Nel maggio 1869 egli scrisse al poeta Fet che l'epilogo a "Guerra e pace" non era stato "inventato" bens� "strappato dalle sue viscere". E' dimostrabile come egli abbia speso in esso energia e pensiero immensi. L'effetto di tutti questi finali parziali � simile a quello delle lunghe code nelle sinfonie di Beethoven: una ribellione al silenzio. �Il corpo principale del romanzo termina su una nota di risurrezione. Persino le rovine carbonizzate di Mosca commuovono Pierre con la loro "bellezza". Il cocchiere, i "carpentieri che tagliano il legname per nuove case", i venditori ambulanti e i negozianti, "tutti lo guardavano con occhi che sprizzavano simpatia". �Molte parti di "Guerra e pace" furono rifatte sette volte. I romanzi tolstojani terminano con riluttanza, come se la pressione della creazione, quell'estasi occulta che proviene dal dare forma alla vita attraverso il linguaggio, non si fosse ancora esaurita. Tolst�j ebbe coscienza della propria immensit� e si glori� dell'impetuosit� e delle pulsazioni del suo sangue. Una volta, in un momento di grandezza patriarcale, dialog� con la morte stessa. Si meravigli� che la morte - ed era evidente che parlava della propria morte fisica - fosse realmente inevitabile. �Nessun'opera della prosa moderna ha maggiormente dimostrato al lettore di appartenere in un modo tanto ovvio e brillante alla tradizione epica come "Guerra e pace". E' anzi designata comunemente come epica nazionale russa e abbonda in episodi - ad esempio, la famosa caccia al lupo - ai quali si riferisce inevitabilmente il paragone fra Omero e Tolst�j. Tolst�j stesso, del resto, concep� quest'opera pensando esplicitamente ai poemi omerici. Nel marzo 1865 giunse poi a riflettere sulla "poesia del romanziere". Annot� nel suo "Diario" che questa "poesia" poteva scaturire da diverse sorgenti. Una di queste � "la rappresentazione d'una maniera di vivere basata su un evento storico: Odissea, Iliade. L'Anno 1805". Ci� nondimeno, "Guerra e pace" costituisce un caso di particolare complessit��. T. E. Lawrence confidava a Edward Garnett: �Ricordate che una volta vi dissi di aver raccolto uno scaffale di libri "titanici" (quelli cio� che si distinguono per grandezza di spirito, "sublimi" come direbbe Longino): ebbene essi erano "I fratelli Karamazov", "Zarathustra" e "Moby Dick"�. Cinque anni pi� tardi egli estese questa lista includendo "Guerra e pace". Questi sono i libri "titanici", e la qualit� evocata da Lawrence si manifestava sia nella grandezza estrinseca che nelle vite dei loro autori. La composizione di "Guerra e pace" ebbe una genesi diversa da quella delle altre opere di Tolst�j, a causa di un nuovo interesse entrato a far parte del mondo spirituale dello scrittore: l'interesse per la storia. Prima idea di Tolst�j era stata quella di rievocare il passato recentissimo della societ� russa, prendendo come punto di partenza il ritorno dalla Siberia di un decabrista, appartenente al valoroso gruppo di cospiratori che avevano invano tentato di rovesciare lo zar Nicola Primo, per istituire un governo democratico e realizzare l'immediata abolizione della servit� della gleba. Era un tema affascinante e Tolst�j, dopo molte ricerche nelle biblioteche, ne scrisse i primi capitoli; ma lo studio del materiale storico attrasse la sua attenzione su un altro argomento: l'anno 1812, cio� quello della campagna di Napoleone in Russia e della vittoria finale delle truppe di Kutuz�v. Ben presto, per�, si rese conto che il 1812 era lo scioglimento di un dramma e non tutto il dramma. La vera epopea iniziava nel 1805; ed ecco che Tolst�j dal 1864 si dedic� completamente alla stesura di un romanzo che ha per titolo "L'anno 1805". Quello di "Guerra e pace" fu adottato dallo scrittore soltanto verso la fine del 1867. Al principio del 1868 ne fu iniziata la pubblicazione; nell'ottobre dello stesso anno usciva la seconda edizione delle quattro parti gi� pubblicate, mentre egli ancora non aveva portato a termine la quinta e sesta parte, che uscirono nel 1869. La resistenza opposta a Napoleone, che ebbe a protagonista il popolo della cui forza Tolst�j si veniva sempre pi� convincendo, affascin� lo scrittore tanto che il primo proposito fu abbandonato e nacque cos� l'epopea delle guerre antinapoleoniche. Quello che doveva essere un episodio circoscritto divenne il quadro grandioso della storia russa del primo quarto del secolo decimonono. Sullo sfondo della campagna dei Russi in Prussia con la battaglia di Austerlitz e della campagna dei Francesi in Russia con la battaglia di Borodin� e l'incendio di Mosca, si intrecciano - come gi� dicemmo - le vicende delle nobili famiglie Bolkonskij e Rost�v e del loro comune amico, il conte Pierre Bezuchov. Della famiglia Bolkonskij � primo rappresentante il vecchio, dispotico principe, generale dei tempi di Caterina, che vive nella sua propriet� con la figlia M�rija, non bella, ma dall'intensa vita spirituale, che traspare dai �suoi bellissimi occhi irradianti�. Ella porta con rassegnazione il peso della convivenza con un padre che le vuole bene, ma che, rigido e severissimo, le rende amara l'esistenza. M�rija infatti, pur trovando conforto nelle opere buone e nella religione, sogna un marito e dei figli, sogno che realizzer� soltanto pi� tardi - quando il padre morir� stroncato dal dolore per l'invasione della sua terra - sposando Nikol�j Rost�v. Il personaggio pi� importante della famiglia Bolkonskij � per� il principe Andr�j, assai diverso dalla sorella: forte, intelligente, superbo, la sua vita intima � tutta intessuta di meditazioni, accarezza per s� sogni di gloria che gli si rivelano poi meschini allorch�, ferito nella battaglia di Austerlitz, vede su di s� soltanto l'alto cielo infinito e il lento cammino delle nuvole vaganti in quell'immensit�. Ritornato a casa proprio il giorno in cui la giovane moglie Liza muore dando alla luce un figlio, si chiude in un'esistenza cupa e solitaria, da cui lo trarr� l'amore per la giovanissima, esuberante Natascia Rostova, con la quale si fidanza, ma che non potr� sposare, per l'imposizione del tirannico padre, se non dopo un anno. Mentre Andr�j viaggia attraverso l'Europa, Natascia si lascia attrarre dalle lusinghe del dissoluto Anatolij Kuragin che la induce a fuggire con lui. Ma la cugina S�nja, che vive con i Rost�v. riesce a impedire la fuga, mentre Pierre Bezuchov informa Natascia che Kuragin � gi� sposato. Andr�j, offeso, non sa comprendere n� perdonare, ma quando, alla ripresa della guerra, mortalmente ferito a Borodin�, incontrer� in un posto di medicazione l'odiato rivale Kuragin, cui viene amputata una gamba, avr�, ma troppo tardi, la rivelazione della verit� di un reciproco amore tra gli uomini; e un disperato desiderio di vita si accender� in lui quando ritrover� la sempre amata Natascia che gli resta accanto, devota e innamorata, sino al momento del trapasso. Le pagine dedicate alla morte del principe Andr�j sono tra le pi� poetiche e spirituali del libro. In attesa della morte, il giovane a poco a poco si distacca da quanto lo circonda e, dopo averla tanto cercata, trova finalmente "la verit� della vita", l'amore, che si traduce in Dio. Con le vicende della famiglia Bolkonskij si intrecciano quelle della famiglia Rost�v. Il giovane Nikol�j Rost�v, semplice, onesto e cordiale, buon ufficiale, di livello intellettuale non molto elevato, � un uomo che ha bisogno di vivere nell'ordine costituito e quando, dalle vicende della vita, sar� portato a sposare la principessina Bolk�nskaja, diventer� un marito e padre modello. Ma la figura centrale della famiglia Rost�v � Natascia, una delle pi� belle e affascinanti creature della narrativa di tutti i tempi, piena di vita e di gioia di vivere, capace di influire su tutti quelli che la circondano, generosa, istintiva, inconscia del suo potere, di una bellezza senza artifici da commuovere chiunque la vede, un vero �miracolo di sensibilit��. Troppo giovane per comprendere il vuoto che � nel bell'Anatolij Kuragin, lo preferisce, sino al momento del crudele disinganno, al principe Andr�j. Ma poi non riesce a perdonarsi la colpa commessa: prima tenta di suicidarsi, in seguito si ammala gravemente. La giovinezza sconfigge il male e l'amore per gli altri ridona alla fanciulla la forza di inserirsi di nuovo nella vita. La morte di P�tja, suo fratello, sul campo di battaglia, le far� dimenticare il proprio dolore per lenire quello straziante di sua madre. L'amore di Pierre la riporter� del tutto alla vita e anch'ella, al pari di M�rija Bolk�nskaja, nella passione per i suoi nuovi doveri di sposa e madre felice placher�, soddisfatta la sua esuberante vitalit�. Termine medio tra le due vicende di Andr�j e di Natascia � Pierre Bezuchov che costituisce il terzo filone del romanzo. Figlio illegittimo del conte Kiril Bezuchov, alla morte del padre si trova in possesso di un enorme patrimonio di cui non sa servirsi; diviene facile preda di coloro che lo circondano, e al principe Vassilij Kuragin non riesce difficile fargli sposare la figlia Elen, sensuale e corrotta come il fratello Anatolij. Questo matrimonio costringe Pierre a conoscere sempre pi� da vicino la societ� in cui vive e a sentirsene disgustato. Separatosi da Elen che lo tradisce, cerca la verit�, cui egli anela, nella massoneria, la quale non tarder� a deluderlo; quando l'armata francese entra in Mosca, si crede predestinato a uccidere Napoleone e pronto a fare sacrificio della propria vita che considera inutile. Ma prima di poter mettere in atto il suo proposito, viene imprigionato dai Francesi ed entra cos� in contatto con uomini umili e semplici, come il meraviglioso soldato contadino Plat�n Karataev, dotato di una grande ricchezza di umanit� e di amore la cui luce si accende anche nell'anima di Pierre. Quando sar� liberato potr� di nuovo affrontare la vita. Elen � morta e Natascia, illuminata anch'essa da una lunga sofferenza, gli � vicina e pronta a iniziare con lui una nuova esistenza. Molti aspetti caratteristici di Tolst�j sono tradotti in Andr�j e in Pierre. Nel secondo quelli che egli forse apprezzava di pi�: intelligenza, bont� di cuore, semplicit�, passione per il pensiero astratto e un invincibile desiderio di migliorare se stesso; in Andr�j i suoi peccati giovanili di sdegnoso orgoglio, l'impazienza e lo smodato desiderio di far colpo, che per tanto tempo aveva offuscato il suo vero carattere. Nell'uno e nell'altro sono esemplificati gli inquietanti interrogativi tolstojani che lo costringevano a lottare senza tregua per scoprire il fine ultimo della vita. In un vasto panorama di vita e di morte, di nascite e di matrimoni, di delusioni e di amore, � questa la domanda persistente e ineludibile che colora il romanzo di quella sua particolare qualit� di grandezza morale, che strapp� a Dostoevskij la definizione di "opera capitale". 2. - Lev Nikol�evic' Tolst�j. Dalla pubblicazione dell'UNESCO, "Index translationum", ove vengono segnalate 24 mila traduzioni stampate in 55 Paesi del mondo durante il 1955, risulta che, per i classici, la palma tocc� a Tolst�j, seguito da Shakespeare e da Andersen. Il segreto di tale successo editoriale pare vada anche ricercato nel fatto che di non molti massimi scrittori di qualsiasi letteratura antica e moderna e, forse, per citare un suo immenso conterraneo, nemmeno di Dostoevskij, si pu� dire che tutta la complessit� della vita mondiale, vista attraverso specifici problemi nazionali e spesso caratteristicamente russi, si sia riflessa nell'opera con tanta chiarezza, nonostante la profondit� delle acque scrutate come in Tolst�j. �Il nome di Tolst�j - osserva Giuseppe Prezzolini - diventa celebre in Europa insieme con la letteratura russa: l'impersona, la porta eroicamente tutta sulle sue spalle, scuote le porte della nostra arte e della nostra vita, vi penetra e vi porta tutto quel mondo�. Ma forse fu cos� chiaro e profondo negli scritti del poeta di J�snaja Polj�na il riflesso universale, perch� egli era profondamente russo e, sia pure a modo suo, imbevuto di Vangelo: ora � proprio della natura russa - come fu scritto - e incommensurabilmente di pi� di quella del Vangelo vedere valori universali nelle pi� contraddittorie realt� dell'umana esistenza. �Sai leggere? - chiede il vecchio del racconto "Dov'� amore � Dio" a Martin Avdejic, che la morte dell'ultimo figlio stava per gettare in braccio alla disperazione. - Compra allora il Vangelo e leggi. L� imparerai come si vive secondo i desideri di Dio�. Avdejic compra subito il Vangelo. �A dire il vero s'era proposto di leggerlo soltanto la domenica e nei giorni festivi; ma quando cominci� a scorrerlo... prov� una tale letizia che non pot� rinunciare a leggerlo tutte le sere. Quanto pi� leggeva, tanto meglio capiva ci� che Dio gli chiedeva e come bisognava vivere e, nello stesso tempo, si sentiva il cuore sempre pi� sereno... Da allora ln poi egli mut� il suo genere di vita�. E' appunto alludendo anche a questi interessi universali del suo grande compatriota che Maksim Gor'kij - il quale non fu certamente tenero coi �borghesi� Tolst�j e Dostoevskij - scrisse in "La distruzione della personalit�": �Tolst�j e Dostoevskij sono i due pi� grandi geni. Con la forza del loro talento hanno scosso il mondo intero. Hanno attirato verso la Russia l'attenzione stupefatta di tutto il mondo, e tutti e due sono pari nelle file incomparabili degli uomini, i cui nomi sono Shakespeare, Dante, Cervantes e Goethe�. All'indomani della morte dell'autore di "Guerra e pace" Nikol�j Lenin (1870-1924) scriveva: �Lev Tolst�j � morto. La sua importanza mondiale di artista e la sua fama mondiale di pensatore e predicatore riflettono a loro modo l'importanza della rivoluzione russa. Lev Tolst�j esord� come grande artista gi� ai tempi della servit� della gleba. Nella serie di opere geniali da lui scritte nel corso della sua attivit� letteraria durata pi� di mezzo secolo, egli ha dipinto prevalentemente la vecchia Russia prerivoluzionaria, rimasta anche dopo il 1861 in una condizione di semi-servit�, la Russia rurale, la Russia del latifondista e del contadino. Delineando quest'epoca della vita storica russa, Tolst�j ha saputo sollevare nelle sue opere cos� grandi problemi, ha saputo elevarsi a tale potenza artistica, che esse hanno conquistato uno dei primi posti nella letteratura mondiale. �Accostare il nome del grande artista alla rivoluzione che evidentemente egli non cap�, a cui evidentemente rimase estraneo, pu� sembrare a prima vista strano e artificioso. Come si pu�, infatti, chiamare specchio qualcosa che non rispecchia i fenomeni in modo giusto? Ma la nostra rivoluzione � un fenomeno straordinariamente complesso: nella massa dei suoi realizzatori e partecipanti diretti vi furono molti che non capivano ci� che avveniva, che erano estranei ai veri compiti storici che il corso degli avvenimenti per loro poneva. E, se noi ci troviamo di fronte ad un artista effettivamente grande, egli dovr� riflettere nelle sue opere almeno alcuni dei lati essenziali della rivoluzione�. �Tutta la mia lunga esistenza - scriveva Tolst�j agli inizi del nostro secolo - va divisa in quattro periodi. Il "primo periodo", splendido, pieno di giocondit� e di poesia, specie se lo si considera in confronto a quello che viene poi, comprende la mia infanzia fino a quattordici anni; il "secondo", l'orribile ventennio di dissolutezza e di schiavit� all'ambizione, alla vanit� e soprattutto alla carne; il "terzo" dura diciotto anni e va dal mio matrimonio (1862) fino alla mia rinascita spirituale. Secondo l'espressione del mondo, potrebbe anche essere definito come morale; e, infatti, durante questi diciotto anni ho vissuto la vita intima della famiglia (Tolst�j ebbe 14 figli), regolata, onesta, lontana dai vizi che la morale della societ� biasima e condanna; sennonch� l'unico mio interesse era rivolto alla famiglia, ad accumulare un patrimonio alla conquista della gloria letteraria e di altre soddisfazioni egoistiche. E, finalmente, il "periodo degli ultimi venti anni", nel quale io vivo oggi e spero di morire, poich� ora capisco tutto il significato della mia vita passata e di cui nulla vorrei modificare, se non le consuetudini del male che appunto dalla vita passata mi derivano. Questa, nei suoi quattro periodi, la storia della mia vita che voglio sinceramente scrivere, se Dio me ne conceder� il tempo e la forza. E credo che una biografia, dettata con tali intendimenti e con tale sistema, torner� di maggior giovamento che non tutte quelle mie ciance artistiche di cui sono rimpinzati ben dieci volumi delle mie opere, alle quali la societ� contemporanea vuole attribuire un pregio che esse son ben lungi dal meritare�. Lev Nikol�evic' Tolst�j nacque a J�snaja Polj�na nel 1828. �Quando gli domandavamo - scrive la figlia Tatiana Lvovna Sukhotina - dove fosse nato, Tolst�j indicava un larice, piantato presso la casa che abitava, nello spazio dove, alcuni passi pi� in l�, sorgeva una volta la grande dimora paterna. - Qui - diceva - era la camera da letto di mia madre, ove essa sul divano di pelle, che si trova ora nel mio studio, mi dette alla luce il 28 agosto 1828�. Ognuno sa quanto sia stata complessa e ricca di opere, di pensiero e di sentimento la vita del grande scrittore russo, che, rimasto orfano della madre quando non aveva ancora due anni e del padre a nove, fece le pi� contrastanti esperienze, da quelle della vita mondana bramosa di piaceri e della vita militare intessuta di azioni generose e di vanit�, a quelle dell'intimit� domestica e dei fervori pedagogici, sociali e religiosi, miranti ad instaurare sulla terra �l'ordine nuovo nel quale regnassero la concordia, la verit� e la fraternit��, �il vivere per gli altri�, e di cui la sua arte doveva servire da mediatrice. Ma � appunto attraverso tali esperienze apparentemente contraddittorie che si pu� giungere ad una visione unitaria della vita e dell'opera di Tolst�j. Il suo pessimismo - ispirato a Schopenhauer che, dopo Rousseau, fu il suo autore prediletto - caratterizza gli anni in cui egli �tenta di giungere a Dio� per mezzo della ragione, con lo studio delle dottrine religiose e della filosofia. Pi� tardi apprender�, attraverso un sentimento immediato, che Dio �eccolo: � qui, � ovunque�; e la ragione, la scienza, tutta la cultura gli appariranno, a partire da allora, strade non solo inadatte per condurre a Dio, ma da lui divergenti. E' proprio in questo �sentimento immediato�, per�, che � riposto il grande malinteso tolstojano; ch� se il Tolst�j razionale piega verso la dottrina cristiana dell'amore del prossimo, il Tolst�j �immediato�, istintivo (e perci� soprattutto l'artista) inclina, al contrario, a una concezione pagana del mondo. �L'ansia religiosa trae origine in Tolst�j da due moti: l'uno dalla paura della morte, in quanto annullamento dell'io; l'altro dall'amore della vita; e, mentre il primo spinge a cercare nella caducit� dell'esistenza un senso recondito, il secondo trova la pienezza dell'essere e la sua immortalit� nel conseguimento, quasi fisico e nirvanico, di un'armonia con le cose create, attraverso una concezione panica del mondo�. �Particolarmente nelle descrizioni della natura - continua Leone Pacini - Tolst�j, pi� che altrove, tradisce la sua natura fondamentalmente, istintivamente pagana; � in esse, inoltre, che il suo stile immancabilmente ritrova e conserva un registro e un lessico perfettamente costanti�. Ci� ci conduce al tema della religione dell'autore di "Guerra e pace". Non � vero che egli �folleggi in Cristo�, come scriver� Lenin. Con ben maggior concretezza osserva Gor'kij: �Quando Tolst�j parla di Cristo... non c'� nessun entusiasmo, nessun sentimento nelle sue parole e nessun scintillio di vero fuoco. Penso che egli veda Cristo come un semplice uomo e come degno di piet�, e, sebbene a volte lo ammiri, raramente lo ama�. Tolst�j stesso, rispondendo all'editto di scomunica promulgato contro di lui dal Sacro Sinodo della Chiesa ortodossa russa (febbraio 1901) - contro la quale aveva, tra l'altro, scagliato i capitoli 39 e 40 della prima parte di "Risurrezione" - dichiar� il suo �Credo�: �Io credo che il volere di Dio sia espresso pi� chiaramente e intelligibilmente negli insegnamenti dell'uomo Ges�, e stimo essere altamente blasfemo considerare Dio quest'ultimo e pregarlo�. Dopo questa confessione cos� brutalmente categorica della non divinit� di Cristo, va da s� che Tolst�j non poteva accettare �un Regno di Dio� o �di Cristo� che non fosse di questo mondo. Conseguentemente, non poteva accettare nessuna �Chiesa�. Nel suo libretto "In che consiste la mia fede" scrive: �E' terribile a dirsi, ma talvolta mi sembra che, se l'insegnamento di Cristo, con l'insegnamento della Chiesa nato da esso, non fosse esistito per nulla, coloro che ora si definiscono cristiani sarebbero stati pi� vicini a Cristo - vale a dire, a una ragionevole comprensione di ci� che di buono c'� nella vita - di quanto non lo siano ora�. Non � neppure vero che Tolst�j abbia creato un nuovo sistema religioso, anche se egli in un pensiero del "Diario" della fine del 1854 parla di una �idea grande, enorme�, cui si sente capace di dedicare tutta la vita. �Questa idea - continua - � la fondazione di una nuova religione corrispondente allo sviluppo dell'umanit�, la religione di Cristo, ma purificata dalla fede e dal mistero, una religione pratica, che non prometta una beatitudine futura, bens� che dia la beatitudine sulla terra�. �La sua religione - osserva acutamente Stanislao Tyszkiewicz - � una mescolanza di Vangelo, soprattutto del Discorso della Montagna, con forti dosi di agnosticismo, di fideismo, di razionalismo e il pi� sovente di panteismo. Non fu per� un panteista coerente con se stesso, che si spingesse nelle applicazioni pratiche fino alle estreme conseguenze; n� poteva essere altrimenti perch� il suo razionalismo, quando si trattava di dire qualcosa di positivo in materia religiosa, andava congiunto con una profonda avversione per la logica. L'errore capitale di Tolst�j consiste in questo: che confonde gli abusi del cristianesimo storico con la Chiesa e non riflette che ci� che lo urta - e con ragione - non � la Chiesa, ma sono invece le infedelt� verso di essa. La tragedia di lui � quella stessa di tutti i dissidenti: scalzando la base soprannaturale del cristianesimo, Tolst�j ha reso un grande servizio all'ateismo sovietico, che, pur mostrandoglisi riconoscente, ironizza la sua dottrina morale�. Lenin, infatti, in un articolo intitolato �Tolst�j, specchio della rivoluzione russa�, apparso su il "Proletarij", numero 35, 24 settembre 1908, non esita ad affermare: �Le contraddizioni nelle opere, nelle concezioni, nelle teorie e nella scuola di Tolst�j sono effettivamente stridenti. - Da una parte, l'artista geniale, che non solo ha dato dei quadri incomparabili della vita russa, ma anche delle opere di prim'ordine sul piano della letteratura mondiale. Dall'altra parte, il proprietario terriero che folleggia in Cristo. - Da una parte, una protesta stupendamente vigorosa, diretta e sincera contro la menzogna e la falsit� sociali; dall'altra, il "tolstojano", cio� il piccolo uomo imbelle, consunto ed isterico, l'intellettuale russo che, battendosi pubblicamente il petto, dice: "Io sono sudicio, ripugnante, ma mi dedico all'autoperfezionamento morale. Non mangio pi� carne e mi nutro invece di polpette di riso". - Da una parte, una critica spietata dello sfruttamento capitalistico, la capacit� di smascherare i soprusi del governo, la commedia della giustizia e dell'amministrazione statale, la scoperta in tutta la loro profondit� delle contraddizioni tra l'aumento della ricchezza e le conquiste della civilt� e l'aumento della miseria, dell'abbrutimento e dei tormenti delle masse operaie. Dall'altra parte, la mistica predicazione della "non resistenza al male" per mezzo della violenza. - Da una parte, il realismo pi� lucido, la capacit� di strappare tutte le maschere; dall'altra, l'apologia di una delle cose pi� infami che vi siano al mondo e, precisamente, la religione, la tendenza a mettere al posto dei preti, che rivestono una funzione ufficiale, degli altri preti mossi da convinzioni morali, e cio� il culto del clericalismo pi� raffinato e perci� particolarmente ripugnante�. Nonostante tutte le assurdit�, la dottrina morale tolstojana - tratta, del resto, in parte, dalla Bibbia, di cui lo scrittore di J�snaja Polj�na fu lettore avidissimo - tinge di un colore inconfondibile la sua vasta produzione. Egli opta per una vita dalla quale siano tolte tutte le incrostazioni che vi hanno accumulate la violenza, il falso progresso, l'egoistico benessere, la vanit�, le convenzioni; che sia tutta naturalezza, lavoro, amore, verit�; che, insomma, tutta si risolva nella conoscenza di Dio, nella fede in lui e nella sua legge, anche se l'evanescente Dio di Tolst�j non � il Dio dei cristiani. Se non � assolutamente possibile accettare certe sue concezioni utopistiche, n� approvare tutte le sue escandescenze - come quando, in una fierissima lettera dei suoi ultimi anni, supplicava lo Zar che una rude corda lo sollevasse in alto, nel vuoto, che lo si precipitasse da una rupe, che gli si spezzassero le ginocchia e che gli si troncasse, con la vita, la lingua troppo eloquente o ciarliera, nella speranza di coronare l'opera sua con un supplizio pari a quello dei martiri della fede, - non si pu� non rimanere commossi davanti all'uomo che, dopo aver regalato al mondo i suoi immortali capolavori, si ripiega su se stesso, sdegna ogni gloria terrena, cerca la povert� tra i poveri e fugge da casa e dalle tentazioni dell'agiatezza per morire, il 7 novembre 1910, nella piccola stazione di Ast�povo, rimproverando coloro che si affannavano attorno al suo letto per trattenerlo in vita: �Vi sono sulla terra migliaia di uomini che soffrono: perch� volete soltanto occuparvi di me?�. In queste sue ultime parole, che rimangono per tutti un monito e un insegnamento, compendiava la sua morale altruistica, nemica della violenza e della guerra. I suoi funerali civili, cui presero parte pastori e contadini accorsi in folla a rendere l'estremo saluto al loro grande amico, riuscirono solenni, nonostante gli impedimenti del governo zarista. Fu sepolto nel parco di J�snaja Polj�na, presso la quercia dove lo scrittore era solito recarsi a conversare coi poveri, e precisamente, secondo un desiderio da lui pi� volte espresso in vita, nel luogo ove, al dire di una leggenda udita nell'infanzia, era nascosto �il bastoncino verde�, su cui era scritto �come rendere felici gli uomini�. VALENTINO GAMBI. LIBRO PRIMO. PARTE PRIMA. CAPITOLO 1. - "Eh bien, mon prince, G�nes et Lucques ne sont plus que des apanages, des �pomestja� de la famille Buonaparte. Non, je vous pr�viens que si vous ne me dites pas que nous avons la guerre, si vous vous permettez encore de pallier toutes les infamies, toutes les atrocit�s de cet Antichrist (ma parole, j'y crois), je ne vous connais plus, vous n'�tes plus mon �verneyj rab�, comme vous dites". Basta, buon giorno, buon giorno! "Je vois que je vous fais peur..." [Ebbene, principe, Genova e Lucca non sono altro, ormai, che appannaggi, feudi, della famiglia Buonaparte. Vi avverto che se non mi dite che � la guerra, se vi permettete ancora di attenuare tutte le infamie, tutte le atrocit� di quell'Anticristo (parola d'onore, ci credo), non vi riconoscer� pi�, non vi considerer� pi� mio amico, mio fedele schiavo, come voi dite (...). Mi accorgo che vi faccio paura...]. (1) Sedetevi e raccontate! Cos� parlava nel luglio 1805 Anna P�vlovna Scerer, damigella d'onore e persona vicinissima all'imperatrice madre M�rija F�dorovna (2) andando incontro al principe Vassilij, personaggio importante e pluridecorato, che giungeva per primo al suo ricevimento. Anna P�vlovna tossiva da alcuni giorni: aveva la "grippe", come diceva lei ("grippe" era allora una parola nuova, usata molto raramente). Su tutti i bigliettini, che quella mattina aveva inviato per mezzo di un lacch� in livrea rossa era scritto indistintamente: �"Si vous n'avez rien de mieux � faire, M. le comte" (oppure "mon prince"), et si la perspective de passer la soir�e chez une pauvre malade ne vous effraye pas trop, je serai charm�e de vous voir chez moi entre 7 et 10 heures. Annette Scerer"� [3. Se non avete niente di meglio da fare, signor conte (oppure: mio caro principe), e se la prospettiva di trascorrere la serata con una povera ammalata non vi spaventa troppo, sar� lieta di vedervi in casa mia questa sera tra le sette le dieci]. - "Dieu, quelle virulente sortie!" [4. Mio Dio, che violenta invettiva!] - rispose, per nulla imbarazzato da quell'accoglienza, il principe in divisa di Corte, ricamata, con calze di seta e scarpette con la fibbia, ornato di tutte le sue decorazioni e con un'espressione sorridente sul viso volgare. Egli si esprimeva in quel francese ricercato, nel quale i nostri nonni non solo parlavano, ma pensavano, e con quelle intonazioni sommesse e protettive che sono proprie di un uomo importante, invecchiato in societ� e a Corte. Egli si avvicin� ad Anna P�vlovna, le baci� la mano, abbass� dinanzi a lei il cranio profumato e lucido e si sedette tranquillamente sul divano. - "Avant tout dites-moi, comment vous allez, ch�re amie?" [5. Innanzitutto, ditemi come state, mia cara amica!] Tranquillizzatemi - disse, senza mutare il tono della voce che, nonostante le convenienze e l'espressione simpatica, lasciava trasparire l'indifferenza e addirittura l'ironia. - Com'� possibile star bene... quando lo spirito soffre? Come si pu� in questi tempi essere tranquilli, se si ha un po' di sensibilit�? - rispose Anna P�vlovna. - Spero che vorrete trascorrere qui la vostra serata, vero? - E' la festa dell'ambasciatore d'Inghilterra? Oggi � mercoled�. Devo essere presente - rispose il principe. - Mia figlia verr� a prendermi e mi accompagner�... - Credevo che la festa di oggi fosse stata rinviata. "Je vous avoue que toutes ces f�tes et tous ces feux d'artifice commencent � devenir insipides..." [6. Vi confesso che tutte queste feste e tutti questi fuochi d'artificio cominciano a diventare noiosi]. - Se si fosse saputo che voi lo desideravate, la festa sarebbe stata rinviata - disse il principe che per abitudine, come un orologio cui si sia data la carica, ripeteva cose alle quali neppur lui pretendeva che si credesse. - "Ne me tourmentez pas. Eh bien, qu'a-t-on d�cid� par rapport � la d�p�che de Novosilz�v? Vous savez tout" [Non tormentatemi! Dunque, che cosa � stato deciso a proposito del dispaccio a Novosilz�v? Voi sapete tutto] (7). - Che posso dirvi? - rispose il principe in tono freddo e seccato. - "Qu'a-t-on d�cid�? On a d�cid� que Buonaparte a br�l� ses vaisseaux, et je crois que nous sommes en train de br�ler les n�tres" [8. Cosa si � deciso? Si � deciso che Buonaparte ha saltato il fosso e io credo che noi siamo in procinto di fare altrettanto]. Il principe Vassilij parlava sempre pigramente, come un attore che reciti in una vecchia commedia. Anna P�vlovna Scerer, al contrario, nonostante i suoi quarant'anni, era vivace, piena di brio, entusiasta. L'essere entusiasta era divenuta la sua condizione consueta e talvolta si dimostrava tale, pur non volendolo, per non deludere l'attesa di coloro che la conoscevano. Il sorriso contenuto, che sfiorava continuamente il viso di Anna P�vlovna, sebbene non si addicesse ai suoi lineamenti avvizziti, esprimeva, come nei bambini viziati, la coscienza del proprio grazioso difetto del quale ella non voleva, non poteva e non riteneva necessario correggersi. Nel corso di una conversazione di argomento politico, Anna P�vlovna si accalorava. - Ah, non parlatemi dell'Austria! Pu� darsi che io non capisca nulla, ma l'Austria non ha mai voluto e non vuole la guerra! Essa ci tradisce (9). E' solo la Russia che deve salvare l'Europa. Il nostro benefattore ne conosce l'alto destino e le sar� fedele. Ecco la sola cosa in cui io abbia fede. Al nostro buono, ammirevole imperatore spetta il pi� alto compito che esista al mondo ed egli � cos� virtuoso e buono che Iddio non lo abbandoner� e lo aiuter� ad assolvere il suo compito, a schiacciare l'idra della ribellione che � oggi pi� che mai terribile nella persona di quell'assassino, di quel malfattore! Noi soli dobbiamo riscattare il sangue del giusto. Ditemi: su chi possiamo sperare? L'Inghilterra, con la sua mentalit� commerciale, non sar� in grado di capire la grandezza d'animo dell'imperatore Alessandro (10). Essa ha rifiutato di evacuare Malta (11). Vuole vedere e trovare il motivo segreto del nostro modo di agire. Che hanno detto di Novosilz�v? Niente. Non hanno capito, non possono capire il sacrificio del nostro imperatore che nulla vuole per s�, ma tutto per il bene del mondo. E che cosa hanno promesso? Niente. Ci� che hanno promesso non avverr�. La Prussia ha gi� dichiarato che Buonaparte � invincibile e che tutta l'Europa non pu� far nulla contro di lui... E io non credo neppure a una parola di Hardenberg... (12). "Cette fameuse neutralit� prussienne, ce n'est qu'un pi�ge!" [13. La famosa neutralit� prussiana non � altro che una trappola]. Io credo soltanto in Dio e nell'alto destino del nostro amato imperatore. Egli salver� l'Europa! E a un tratto Anna P�vlovna si interruppe, con un sorriso canzonatorio per il proprio ardore. - Io penso - disse il principe sorridendo - che, se avessero mandato voi invece del nostro caro Wintzingerode (14), avreste ottenuto facilmente il consenso del re di Prussia. Siete cos� eloquente! Mi offrite una tazza di t�? - Subito. "A propos", - aggiunse Anna P�vlovna, calmandosi di nuovo - questa sera verranno qui due uomini molto interessanti: "le vicomte de Mortemart, il est alli� aux Montmorency par les Rohans", una delle migliori famiglie francesi: un emigrato di quelli buoni, di quelli degni di questo nome... e poi "l'abb� Morio" (15). Conoscete quest'uomo dall'intelligenza tanto profonda? E' stato ricevuto dall'imperatore. Lo sapevate? - Ah! Ne sar� felicissimo - rispose il principe. - Ditemi, - soggiunse negligentemente, come se si ricordasse all'improvviso di qualche cosa poco importante, mentre quello che stava per chiedere costituiva lo scopo essenziale della sua visita - � vero che "l'imp�ratrice-m�re" desidera la nomina del barone Funke come primo segretario a Vienna? A quanto pare, quel barone � un uomo da poco... - Il principe Vassilij voleva far ottenere al figlio proprio quel posto che, con l'intercessione dell'imperatrice madre M�rija F�dorovna, si voleva dare al barone. Anna P�vlovna chiuse quasi gli occhi per significare che n� lei, n� alcun altro poteva giudicare ci� che piaceva all'imperatrice. - Il barone Funke � stato raccomandato all'imperatrice madre da sua sorella - si limit� a dire in tono triste e asciutto. Quando Anna P�vlovna nomin� l'imperatrice madre, il suo volto assunse di colpo quell'espressione di profonda, sincera devozione e stima, mista a dolore, che assumeva ogniqualvolta nella conversazione le accadeva di accennare alla sua altissima protettrice. Aggiunse che Sua Maest� aveva voluto dimostrare al barone Funke molta stima, e il suo sguardo torn� a velarsi di tristezza. Il principe tacque con aria indifferente. Anna P�vlovna, con l'abilit� che le era propria come donna di societ� e dama di Corte, e con grande rapidit� di tatto, volle punire il principe per aver osato parlare con quel tono di una persona raccomandata dall'imperatrice e nello stesso tempo per consolarlo... - "Mais � propos de votre famille", - disse - sapete che vostra figlia, da quando ha fatto il suo ingresso in societ�, "fait les d�lices de tout le monde? On la trouve belle comme le jour" [16. Ma a proposito della vostra famiglia (...). sapete che vostra figlia � l'ammirazione di rutti? Tutti la giudicano bella come il giorno]. Il principe s'inchin� in segno di rispetto e di gratitudine. - Io penso spesso, - prosegu� Anna P�vlovna dopo un breve silenzio, avvicinandosi al principe e sorridendogli affettuosamente come per dimostrargli che la conversazione politica e mondana era finita e che ora cominciava quella intima - io penso spesso che a volte la felicit� della vita � ingiustamente suddivisa tra gli uomini. Perch� la sorte vi ha dato due figli cos� simpatici? Non parlo di Anatolij, l'ultimo nato, che non mi piace affatto! - soggiunse in tono deciso, sollevando le sopracciglia. - Due figli cos� affascinanti? E voi, a dire il vero, li apprezzate meno di tutti, perch� valete meno di loro... E sorrise del suo entusiasta sorriso. - "Que voulez-vous? Lavater aurait dit que je n'ai pas la bosse de la paternit�" [Che volete? Lavater avrebbe detto che io non ho il bernoccolo della paternit�] (17) - rispose il principe. - Smettetela di scherzare. Vorrei parlarvi seriamente. Sapete che sono molto scontenta del vostro figliolo minore? Detto tra di noi, - e il suo viso assunse una espressione triste - si � parlato di lui in presenza di Sua Maest�, e voi siete stato compianto... Il principe non rispose, ma Anna P�vlovna, in silenzio, lo guardava con aria significativa, in attesa di una risposta. Il principe Vassilij aggrott� il viso. - Che posso farci? - disse finalmente. - Voi sapete che per l'educazione dei miei figliuoli tutto ci� che pu� fare un padre l'ho fatto, e il risultato � che tutti e due sono imbecilli. Ippol�t almeno � un imbecille tranquillo, mentre Anatolij � un imbecille irrequieto e turbolento. Ecco la sola differenza tra i due! - concluse il principe con un sorriso pi� innaturale e pi� animato del solito, mettendo in evidenza, nelle rughe che gli si disegnavano attorno alla bocca, qualcosa di inaspettatamente volgare e spiacevole. - E perch� uomini come voi hanno dei figli? Se non foste padre, non potrei rimproverarvi nulla - disse Anna P�vlovna, sollevando pensosamente gli occhi. - "Je suis v�tre �verneyj rab� et � vous seule je puis l'avouer: mes fils ce sont les entraves de mon existence". Sono la mia croce. Ve lo dico francamente. "Que voulez-vous?" [18. Io sono il vostro schiavo fedele e voi soltanto posso dirlo: i miei figli sono le pastoie della mia esistenza. (...) Che ci volete fare?]. E tacque, esprimendo con un gesto la sua sottomissione al destino crudele. Anna P�vlovna rimase soprappensiero. - Non avete mai pensato a dar moglie al vostro figliuol prodigo Anatolij? Si dice - aggiunse - che le vecchie zitelle hanno la mania di combinare matrimoni. Io ancora non sento questa debolezza, ma una "petite personne" che � molto infelice con suo padre... E' una nostra parente, una principessa Bolk�nskaja... Il principe Vassilij non rispose, ma, con la rapidit� di pensiero e della memoria propria delle persone di mondo, dimostr� con un gesto del capo di prendere in considerazione quella notizia. - Sapete che Anatolij mi costa quarantamila rubli all'anno? - esclam�, incapace, evidentemente, di frenare il corso dei suoi pensieri. E tacque. - Che avverr� tra cinque anni, - riprese-se le cose continueranno cos�? "Voil� l'avantage d'�tre p�re" [19. Ecco i vantaggi di essere padre]. E' ricca la vostra principessina? - Il padre � ricchissimo e molto avaro. Vive in campagna. Sapete... � il famoso principe Bolkonskij, revocato al tempo del defunto imperatore e soprannominato "il re di Prussia". E' un uomo intelligentissimo, ma originale e bizzarro. "La pauvre petite est malheureuse comme les pierres" [20. La povera fanciulla � infelicissima]. Ha un fratello che ha sposato da poco Lise Meinen, ed � aiutante di campo di Kutuz�v (21). Questa sera verr� qui. - "Ecoutez, ch�re Annette" - disse il principe, afferrando a un tratto la mano della sua interlocutrice e piegandola, chiss� perch�, verso il basso. - "Arrangez-moi cette affaire, et je suis v�tre �verneisij rab� � tout jamais" [22. Mia cara Annetta, conducetemi in porto questa faccenda, ed io sar� per sempre il vostro fedelissimo schiavo] ("rap", come scrive il mio amministratore quando mi manda i suoi rapporti). La ragazza � di buona famiglia e ricca. E' tutto quello che mi occorre. E con quei gesti disinvolti, familiari e gentili che gli erano propri, il principe prese di nuovo la mano della damigella d'onore e, dopo averla baciata con trasporto, si abbandon� su una poltrona e volse lo sguardo da un'altra parte. - Aspettate! - disse Anna P�vlovna, riflettendo. - Oggi stesso parler� a Lise, la moglie del giovane Bolkonskij, e pu� darsi che la cosa vada in porto. "Ce sera dans v�tre famille que je ferai mon apprentissage de vieille fille" [23. Sar� nella vostra famiglia che far� il mio tirocinio di vecchia zitella]. CAPITOLO 2. Il salotto di Anna P�vlovna cominciava, a poco a poco, ad affollarsi di gente appartenente all'alta societ� di Pietroburgo: si trattava di persone diversissime per et� e per carattere, ma che frequentavano e vivevano nel medesimo ambiente. Era giunta tra gli altri la figlia del principe Vassilij, la bellissima Elen venuta a prendere il padre per andare con lui alla festa dell'ambasciatore. Indossava un abito da ballo con il distintivo delle damigelle d'onore dell'imperatrice. C'era anche la giovane principessa Bolk�nskaja, considerata la pi� seducente donna di Pietroburgo, sposatasi l'inverno precedente e che ora, essendo incinta, non poteva frequentare i grandi ricevimenti, ma si limitava ad apparire alle serate pi� semplici. C'era Ippol�t, figlio del principe Vassilij, con Mortemart che egli presentava agli invitati; e c'erano, infine, l'abate Morio e parecchie altre persone. - Non avete ancora visto oppure non conoscete mia zia? - diceva Anna P�vlovna agli invitati che sopraggiungevano e con molta seriet� li accompagnava davanti a una vecchietta tutta infiocchettata che era entrata in salotto non appena erano arrivati i primi ospiti. Anna P�vlovna li nominava lentamente a uno a uno, guardando alternativamente loro e lei. Poi si allontanava. Tutti gli ospiti facevano gl'inchini d'uso a quella vecchia zia che nessuno conosceva, di cui nessuno s'interessava e di cui nessuno aveva bisogno. Anna P�vlovna, con espressione solenne e triste insieme, pareva tacitamente approvare. La vecchia, sempre con la stessa espressione, dava a tutti notizie della propria salute e di quella di Sua Maest� che ora, grazie a Dio, andava migliorando... Tutti coloro che le si avvicinavano non dimostravano - per convenienza - alcuna fretta di allontanarsi, con la coscienza di compiere un penoso dovere, ma con l'intenzione decisa di non accostarsi pi� alla vecchia per tutta la serata. La giovane principessa Bolk�nskaja aveva portato il suo lavoro in una borsetta di velluto ricamato in oro. Il suo labbro superiore, ben disegnato e con una lievissima peluria scura, era un po' breve in rapporto ai denti, ma si apriva in modo molto leggiadro e con grazia si allungava verso quello inferiore. Come sempre accade nelle donne seducenti, quel difetto - labbro corto e bocca semiaperta - pareva la sua bellezza particolare, propria a lei. Era un piacere per tutti guardare quella futura mamma, piena di salute e di vivacit�, che sopportava con tanta disinvoltura la sua condizione. Si aveva l'impressione che i vecchi e i giovani, dall'aria imbronciata e annoiata, diventassero come lei, quando erano in sua compagnia e le parlavano per qualche minuto. Chi discorreva con quella donna e scorgeva ad ogni parola i denti candidi e scintillanti che apparivano continuamente nel radioso sorriso, si sentiva quel giorno particolarmente amabile e cortese. E ognuno provava la stessa impressione. La giovane principessa, dondolandosi leggermente, fece a piccoli passi il giro della tavola, tenendo in mano la borsetta da lavoro e, accomodandosi con grazia il vestito, and� a sedersi sul divano, accanto al "samov�r" d'argento, come se tutto ci� che faceva costituisse un divertimento per lei e per tutti coloro che la circondavano. - "J'ai apport� mon ouvrage" - disse, aprendo la borsetta e rivolgendosi a tutti. - Badate, Annette, "ne me jouez pas un mauvais tour" - si rivolse alla padrona di casa; - "vous m'avez �crit que c'�tait une toute petite soir�e: voyez comme je suis attif�e..." [24. Ho portato il mio lavoro. (...) Badate, Annette, non vorrei che mi aveste giocato un brutto scherzo; mi avete scritto che si trattava di una piccola serata intima: guardate come sono vestita...]. E tese le braccia per far vedere la veste grigia, elegante, ornata di merletti, cinta, un po' sotto il petto, da un altro nastro. - "Soyez tranquille, Lise, vous serez toujours la plus jolie" [25. State tranquilla, Lise, voi sarete sempre la pi� carina] le rispose Anna P�vlovna. - "Vous savez, mon mari m'abandonne" - riprese lei con lo stesso tono, rivolgendosi al generale; - "il va se faire tuer. Dites-moi pourquoi cette vilaine guerre?" [26. Sapete? Mio marito mi abbandona... si far� uccidere! Ditemi, perch� questa orribile guerra?] - continu�, parlando al principe Vassilij e, senza attendere risposta, si rivolse alla figliuola di lui, alla bella Elen. - "Quelle d�licieuse personne que cette petite princesse!" [27. Che incantevole creatura, questa piccola principessa] - disse il principe Vassilij sottovoce ad Anna P�vlovna. Poco dopo la giovane principessa, entr� un giovanotto grande e grosso, con la testa rapata, gli occhiali, un paio di pantaloni chiari secondo l'ultima moda e una marsina color marrone. Quel giovanotto era il figlio naturale di un gran signore, molto noto dei tempi di Caterina (28), il conte Bezuchov, che stava morendo a Mosca. Egli non aveva ancora prestato servizio, era appena giunto dall'estero dove aveva compiuto gli studi e faceva la sua prima comparsa in societ�. Anna P�vlovna lo accolse con un saluto particolare, riservato agli uomini che nel suo salotto rappresentavano il pi� basso grado gerarchico. Ma, nonostante quel saluto, sul volto di Anna P�vlovna, nello scorgere Pierre che entrava, apparve un'espressione di inquietudine e di timore come alla vista di qualcosa di troppo grande, che non si trovi al proprio posto. Sebbene, realmente, Pierre fosse alquanto pi� alto di tutti i signori presenti, quel senso di timore si riferiva soltanto allo sguardo intelligente e insieme timido e sincero che lo distingueva dagli altri invitati. - "C'est bien aimable � vous, monsieur Pierre, d'�tre venu voir une pauvre malade [29. E' molto gentile da parte vostra, signor Pierre, essere venuto a trovare una povera ammalata] - gli disse Anna P�vlovna, lanciando uno sguardo timoroso alla zia, verso la quale lo stava conducendo. Pierre mormor� una parola incomprensibile e continu� a cercare qualcuno con gli occhi. Sorrise lievemente, con gioia, salutando la giovane principessa come una conoscenza e si avvicin� alla zia. La paura di Anna P�vlovna non era fuor di luogo, giacch� Pierre, senza ascoltare sino in fondo le informazioni della vecchia circa la salute di Sua Maest�, fece per allontanarsi da lei. Anna P�vlovna, quasi sgomenta, lo trattenne con queste parole: - Non conoscete l'abate Morio? E' una persona molto interessante... - disse. - S�, ho sentito parlare dei suoi progetti di pace eterna, il che sarebbe molto interessante... Ma � possibile? - Non credete? - chiese Anna P�vlovna, tanto per dire qualcosa e per affrettarsi a ritornare ai suoi doveri di padrona di casa. Ma Pierre, commettendo una scortesia, senza attendere che ella avesse finito di parlare, si era gi� allontanato; poi volle riprendere la conversazione, mentre Anna P�vlovna doveva occuparsi di altre persone. A testa bassa e con le lunghe gambe divaricate, egli cominciava a dimostrare ad Anna P�vlovna perch�, secondo lui, il progetto dell'abate fosse una utopia. - Ne parleremo dopo - disse Anna P�vlovna, sorridendo. E, allontanatasi dal giovanotto che non conosceva le regole della buona societ�, ritorn� alla propria occupazione di padrona di casa e continu� ad ascoltare e a osservare, pronta a portare aiuto l� dove la conversazione accennava a languire. Come un abile capo di fabbrica, dopo aver sistemato al loro posto gli operai, nota, passando, l'immobilit� o l'insolito suono scricchiolante e troppo rumoroso di una macchina e si affretta a fermarla o a darle la spinta necessaria, cos� Anna P�vlovna, movendosi per il suo salotto, si avvicinava a un gruppo che taceva o a un altro che parlava troppo e con una parola o con uno spostamento di persone riportava alla dovuta regolarit� la macchina della conversazione. Ma si vedeva che, pur tutta presa dalle sue occupazioni, ella temeva qualcosa da parte di Pierre. Lo guardava preoccupata quando egli si avvicinava, ascoltava ci� che si diceva attorno a Mortemart e poi si dirigeva verso un altro gruppo nel quale parlava l'abate. Per Pierre, educato all'estero, il ricevimento in casa di Anna P�vlovna era il primo al quale prendeva parte in Russia. Sapeva che in quel salotto erano riunite le persone pi� elette della citt�, e i suoi occhi, come quelli di un bimbo in un negozio di balocchi, non sapevano pi� dove guardare. Temeva di perdere una conversazione intelligente che avrebbe potuto ascoltare; osservando le espressioni tranquille ed eleganti delle persone riunite in quel salotto, egli aspettava continuamente di udire qualcosa di particolarmente interessante. Infine si avvicin� a Morio. La conversazione del gruppo gli parve attraente e si ferm�, in attesa del momento opportuno per esprimere le proprie opinioni, come, in genere, desiderano fare i giovani CAPITOLO 3. La serata di Anna P�vlovna procedeva bene. Le conversazioni, come macchine di un'officina, funzionavano regolarmente da tutte le parti e facevano un rumore ininterrotto. Oltre alla vecchia zia, accanto alla quale sedeva ora una signora anziana, dal viso avvizzito e scarno, un po' fuori posto in quella brillante riunione, gli invitati si erano divisi in tre gruppi. Di uno, costituito prevalentemente di uomini, l'abate era il centro; nel secondo, giovanile, primeggiavano la bella Elen, figlia del principe Vassilij, e la graziosa, fresca, sebbene un po' grassoccia per la sua et�, principessa Bolk�nskaja; il terzo gruppo attorniava il visconte Mortemart e Anna P�vlovna. Il visconte era un giovane ammodo, dai lineamenti e dal fare simpatico, che si riteneva, evidentemente, una celebrit� ma che, data la buona educazione ricevuta, modestamente permetteva alla compagnia della quale faceva parte di approfittare di lui. Era facile capire che Anna P�vlovna lo �offriva� ai suoi ospiti. Come un abile "chef" serve come un piatto fine e fuori del comune quello stesso pezzo di carne che nessuno mangerebbe se lo avesse visto nella sudicia cucina, cos� durante il ricevimento, Anna P�vlovna �serviva� ai suoi ospiti dapprima il visconte e poi l'abate come qualcosa di eccezionalmente raffinato. Nel gruppo di Mortemart si parlava dell'assassinio del duca d'Enghien (30). Il visconte asseriva che il duca d'Enghien era morto per la sua magnanimit� e che lo sdegno di Napoleone contro di lui aveva avuto origine da motivi particolari. - Ah, sentiamo, sentiamo! Raccontate, visconte! - esclam� Anna P�vlovna, avvertendo con gioia che quella frase richiamava qualcosa alla Luigi Quindicesimo (31) - Raccontate! Il visconte s'inchin� in segno di obbedienza e sorrise cortesemente. Anna P�vlovna fece fare circolo attorno a lui e invit� tutti ad ascoltare il racconto. - "Le vicomte a personnellement connu le monseigneur" - sussurr� Anna P�vlovna a uno. - "Le vicomte est un parfait conteur" - disse a un altro. - "Comme on voit l'homme de la bonne compagnie!" [32. Il visconte ha conosciuto personalmente il duca... Il visconte � un narratore perfetto... Come si vede che appartiene all'alta societ�!] - aggiunse, rivolta a un terzo. Il visconte veniva cos� presentato agli ospiti sotto l'aspetto pi� elegante e attraente, come un "roast-beef" su un piatto ben caldo, contornato da verdi foglie di insalata. Il visconte era pronto a dare inizio al suo racconto e sorrideva. - Venite qui, "ch�re H�l�ne" - disse Anna P�vlovna alla bella principessa che, seduta un po' distante, costituiva il centro di un altro gruppo. La principessa Elen sorrideva. Si alz� con lo stesso immutabile sorriso di donna perfettamente bella che aveva quando era entrata in salotto. Facendo frusciare leggermente il suo bianco abito da ballo guernito di "p�luche" ed abbagliando con il candore delle spalle, lo splendore dei capelli e dei brillanti, ella pass� in mezzo agli uomini che le fecero largo, senza guardare nessuno ma sorridendo a tutti; come se concedesse a ciascuno il diritto di ammirare la bellezza del suo corpo, delle spalle rotonde molto scoperte, secondo la moda del momento, della schiena e del petto, e come se portasse con s� lo splendore fastoso di una festa da ballo, si avvicin� ad Anna P�vlovna. Era cos� bella che non solo non aveva ombra di civetteria, ma pareva, anzi, vergognarsi di quella bellezza indiscutibile, che agiva con troppa forza vittoriosa. Pareva che desiderasse, ma non potesse, diminuire l'effetto del proprio fascino. - Che bella creatura! - dicevano tutti coloro che la vedevano. Come colpito alla vista di qualcosa di insolito, il visconte si strinse nelle spalle e abbass� gli occhi mentre ella, sedendosi davanti a lui, lo illuminava con il suo immutabile sorriso. - "Madame, je crains pour mes moyens devant un pareil auditoire" [33. Signora, temo che i miei mezzi non siano adatti a un simile uditorio] - disse egli con un sorriso e chinando il capo. La principessa appoggi� il suo braccio nudo e grassoccio sul tavolino e non trov� necessario dire neppure una parola. Aspettava sorridendo. Durante tutto il racconto, ella rimase seduta con il busto eretto guardando a lunghi intervalli ora il suo bel braccio rotondo appoggiato leggermente sul tavolino, ora il suo petto, anche pi� bello, sul quale accomodava la collana di brillanti, lisci� alcune volte le pieghe dell'abito e quando la narrazione produceva un certo effetto guardava Anna P�vlovna; il suo viso assumeva la stessa espressione di quello della damigella d'onore, ma subito dopo riprendeva il suo radioso sorriso. Dopo Elen, anche la giovane principessa si allontan� dalla tavola da t�. - "Attendez-moi, je vais prendre mon ouvrage" - diss'ella. - "Voyons, � quoi pensez-vous?" - si rivolse al principe Ippol�t. "Apportez-moi mon ridicule" [34. Aspettatemi, vado a prendere il mio lavoro... Suvvia, a che pensate? Portatemi la borsetta]. La principessa, sorridendo e parlando con tutti, si mise a sedere comodamente e in tono allegro esclam�: - Ora sto bene. - Poi, pregando di incominciare, si mise a lavorare. Il principe Ippol�t le port� la borsetta e rimase nel gruppo. Avvicinatosi alla poltrona di lei, le si sedette vicino. "Le charmant" Ippol�t colpiva per la straordinaria rassomiglianza con la bellissima Elen e ancora di pi� perch�, malgrado questa somiglianza, egli era straordinariamente brutto. I suoi lineamenti erano come quelli della sorella, ma in lei tutto era illuminato dalla gioia di vivere, dalla giovinezza, dall'immutabile sorriso e dalla non comune, scultorea perfezione del corpo; nel fratello, al contrario, lo stesso viso, offuscato dall'idiozia, esprimeva una presuntuosa incontentabilit�, e il corpo era magro e striminzito. Gli occhi, il naso, la bocca sembravano contratti da una eterna smorfia di tedio, e le braccia e le gambe assumevano sempre una posizione innaturale. - "Ce n'est pas une histoire de revenants? [35. Non � mica una storia di fantasmi?] - chiese egli, sedendosi accanto alla principessa e affrettandosi a mettere davanti agli occhi l'occhialetto come se, senza quell'arnese, non potesse parlare. - "Mais non, mon cher" [36. Ma no, mio caro] - rispose il narratore stupito, alzando le spalle. - "C'est que je d�teste les histoires des revenants" [37. Giacch� io detesto le storie di fantasmi.] - replic� il principe Ippol�t, con un tono dal quale si capiva che egli diceva parole di cui comprendeva il significato soltanto dopo averle pronunziate. Dal modo presuntuoso con cui parlava, nessuno riusciva a capire se ci� che egli diceva fosse molto spiritoso o molto stupido. Indossava una marsina verde cupo, un paio di calzoni color "cuisse de nymphe effray�e" [38. Coscia di ninfa spaventata], come diceva egli stesso, calze di seta e scarpette con fibbie. Il visconte raccontava in modo molto garbato l'aneddoto allora in voga del duca d'Enghien che, recatosi una volta segretamente a Parigi per un appuntamento con l'attrice George (39), si era imbattuto con Bonaparte, che godeva anch'egli dei favori della celebre attrice. Quell'incontro aveva causato a Napoleone uno di quegli accessi cui andava soggetto, e per cui si era trovato alla merc� del duca. Questi, per�, non ne aveva approfittato, ma pi� tardi Bonaparte, proprio per quella magnanimit�, si era vendicato facendolo uccidere. Il racconto era molto interessante, specialmente nel momento dell'incontro fra i due rivali, e a quel punto le signore mostrarono una certa commozione. - Molto bello! - disse Anna P�vlovna, guardando con occhio interrogativo la giovane principessa. - Molto bello - ripet� questa a voce bassa, puntando l'ago nel suo ricamo, quasi volesse far capire cos� che la bellezza e l'interesse del racconto le impedivano di continuare a lavorare. Il visconte apprezz� quella muta lode e, ringraziando con un sorriso, si affrett� a proseguire; ma in quel momento Anna P�vlovna, che guardava continuamente il giovanotto per lei terribile, not� che egli parlava con l'abate in tono troppo alto e con troppa foga e si affrett� allora a portare aiuto nel luogo pericoloso... Infatti, Pierre era riuscito a intrecciare con l'abate una discussione sull'equilibrio politico, e l'abate, che evidentemente si interessava all'ingenuo ardore del giovanotto, gli stava sviluppando la sua prediletta idea. Entrambi ascoltavano e parlavano con troppa vivacit�, e questo non andava a genio ad Anna P�vlovna. - I mezzi sono l'equilibrio europeo e il diritto delle genti - diceva l'abate. - Spetta a uno stato potente come la Russia, famosa per la sua barbarie, mettersi disinteressatamente a capo di un'unione che abbia per scopo l'equilibrio dell'Europa: essa salver� il mondo. - Come otterrete un tale equilibrio? - prese a dire Pierre. Ma in quel momento si avvicin� Anna P�vlovna e, gettato uno sguardo severo a Pierre, chiese all'abate italiano come sopportasse il clima di Pietroburgo. Il viso dell'abate mut� di colpo e assunse l'espressione falsamente offesa ma affabile, che gli era evidentemente abituale quando parlava con le donne. - Sono talmente incantato e affascinato dallo spirito e dalla cultura di questa societ�, e soprattutto di quella femminile, nella quale ho avuto la fortuna di essere accolto, che non ho davvero avuto il tempo di pensare al clima. Senza pi� abbandonare l'abate e Pierre, Anna P�vlovna li fece riunire al gruppo comune per avere agio di osservarli meglio. Intanto nel salotto fece il suo ingresso un altro personaggio. Si trattava del giovane principe Andr�j Bolkonskij, marito della giovane principessa. Il principe Bolkonskij era un bellissimo giovane di media statura, dai lineamenti nitidi e marcati. Tutta la sua persona, dallo sguardo stanco e annoiato sino all'andatura lenta e uguale, offriva un notevole contrasto con quello della sua giovane, vivacissima moglie. Egli evidentemente non solo conosceva tutte le persone che erano in salotto, ma esse lo avevano gi� annoiato a tal punto che non aveva nessuna voglia di guardarle e di ascoltarle. E tra tutti quei visi pareva che quello che lo infastidisse di pi� fosse proprio il viso della sua graziosa moglie. Con una smorfia che gli imbruttiva i bei lineamenti, egli volse altrove lo sguardo. Baci� la mano ad Anna P�vlovna e, socchiudendo gli occhi, osserv� gli invitati. - "Vous vous enr�lez pour la guerre, mon prince?" [40. Vi arruolerete per la guerra, principe?] - gli chiese Anna P�vlovna. - Il generale Kutuz�v - rispose Bolkonskij, accentuando, alla francese, l'ultima sillaba - mi ha voluto come suo aiutante di campo... - E Lise, vostra moglie? - Andr� in campagna. - Non considerate da parte vostra un peccato il privarci della vostra incantevole moglie? - "Andr�", - disse la giovane principessa, rivolgendosi al marito con lo stesso tono civettuolo con il quale soleva rivolgersi agli estranei - se tu sapessi che cosa ci ha raccontato il visconte a proposito di "mademoiselle" George e di Bonaparte! Il principe Andr�j socchiuse gli occhi e si volt� dall'altra parte. Pierre, che dal momento in cui il principe Andr�j era entrato in salotto non aveva pi� distolto da lui il suo sguardo gioioso e cordiale, gli si avvicin� e gli prese il braccio. Il principe, senza voltarsi, atteggi� il viso a una smorfia che esprimeva il dispetto verso chi lo toccava ma, quando scorse il volto sorridente di Pierre, sorrise anch'egli di un sorriso inaspettato, buono e simpatico. - Ma guarda un po'! Anche tu nel gran mondo! - disse a Pierre. - Sapevo che vi avrei trovato - rispose Pierre. - Verr� a cena da voi - aggiunse a voce bassa per non disturbare il visconte che continuava il suo racconto. - Posso? - No, impossibile! - rispose il principe Andr�j ridendo, con una stretta di mano che fece capire a Pierre che non era una domanda da farsi. Avrebbe voluto dirgli ancora qualcosa, ma in quel momento il principe Vassilij si alz� con la figlia, e i due giovani si scostarono per farli passare. - Mi scuserete, mio caro visconte - disse il principe Vassilij al francese, premendo piano il braccio di lui per impedirgli di alzarsi dalla sedia. - Quella benedetta festa in casa dell'ambasciatore mi priva di un piacere e mi obbliga ad interrompervi. Mi rincresce molto abbandonare la vostra piacevolissima serata - disse ad Anna P�vlovna. Sua figlia, la principessa Elen, sollevando appena le pieghe dell'abito, pass� tra le sedie, e un sorriso pi� luminoso rischiar� il suo bel volto. Quando fu davanti a Pierre, egli guard� con occhi estatici e quasi sgomenti la splendida fanciulla. - E' molto bella! - osserv� il principe Andr�j. - Molto! - ripet� Pierre. Passando davanti a loro, il principe Vassilij strinse la mano a Pierre e, rivolto ad Anna P�vlovna, disse: - Domatemi quest'orso: � un mese che vive in casa mia ed � questa la prima volta che lo vedo in societ�. Nulla � necessario a un giovanotto quanto la compagnia di donne intelligenti! CAPITOLO 4. Anna P�vlovna, sorridendo, promise di occuparsi di Pierre che, come sapeva, era parente, per parte di padre, del principe Vassilij. L'anziana signora, che stava seduta davanti alla vecchia zia, si alz� in fretta e raggiunse il conte Vassilij in anticamera. Dal suo volto era scomparsa l'espressione di simulato interessamento di poco prima: la sua fisionomia, buona e triste, esprimeva soltanto timore e inquietudine. - Che mi potete dire, principe, del mio Bor�s? - chiese quando l'ebbe raggiunto in anticamera. (Pronunziava il nome di Bor�s con una particolare accentuazione sulla "o"). - Io non posso rimanere oltre a Pietroburgo. Ditemi, quali notizie potr� portare al mio povero ragazzo? Sebbene il principe Vassilij ascoltasse malvolentieri e quasi scortesemente l'anziana signora, dimostrando anche una certa impazienza, essa gli sorrideva con espressione affettuosa e commossa e, nel timore che egli si allontanasse, gli prese la mano. - Che cosa vi costa dire una parola all'imperatore? Baster� perch� il mio ragazzo passi subito nella Guardia - disse in tono supplichevole. -Vi assicuro, principessa, che io tenter� tutto quanto sta in me, - rispose il principe Vassilij - ma mi � difficile fare una domanda all'imperatore. Vi consiglierei di rivolgervi a Rumjanz�v (41) per mezzo del principe Golicyn (42); sarebbe la miglior cosa da farsi. L'anziana signora era una principessa Drubetzkaja, appartenente quindi a una delle migliori famiglie della Russia, ma era povera, da un pezzo aveva abbandonato la vita di societ� e perduto quindi le relazioni di un tempo. Era venuta a Pietroburgo per ottenere una nomina nella Guardia per il proprio unico figlio. Soltanto per incontrare il principe Vassilij si era fatta invitare al ricevimento di Anna P�vlovna, e soltanto per quella ragione aveva ascoltato il racconto del visconte su "Mademoiselle George" e Bonaparte. Le parole del principe Vassilij la sgomentarono: il suo volto, un tempo assai bello, espresse un impeto di collera che dur� solo un momento. Poi ricominci� a sorridere e strinse pi� forte la mano del principe. - Sentite, principe, - riprese l'anziana signora - non vi ho mai chiesto niente, non vi chieder� mai pi� nulla... Non vi ho mai rammentato l'amicizia che ha legato vostro padre al mio. Ma, adesso, vi scongiuro, in nome di Dio, fate questo per mio figlio, e io vi considerer� come mio benefattore - aggiunse in fretta. - No, non andate in collera... promettetemelo! Mi sono gi� rivolta al conte Golicyn: ha rifiutato. Siate buono come eravate un tempo! - aggiunse, tentando di sorridere, mentre i suoi occhi si riempivano di lacrime. - Pap�, arriveremo in ritardo - disse la principessa Elen, che attendeva presso la porta, voltando verso il padre la bella testa eretta sulle spalle scultoree. L'autorit� � un capitale che in societ� bisogna saper curare perch� non svanisca. Il principe Vassilij non lo ignorava e, dopo aver riflettuto che se avesse interceduto per tutti quelli che lo richiedevano ben presto non avrebbe pi� potuto ottenere nulla per s�, usava di rado della propria influenza. Nel caso della principessa Drubetzkaja egli sent� tuttavia, dopo l'ultimo appello di lei, una specie di rimorso di coscienza. Essa gli aveva rammentato la verit�, giacch� i primi passi nella carriera li doveva al padre di lei. Inoltre comprese dal suo atteggiamento che si trattava di una di quelle donne, e in particolare di quelle madri che, quando si mettono in mente qualche cosa, non desistono pi� sino a che non hanno soddisfatto il loro desiderio e che, in caso contrario, sono pronte a tornare alla carica ogni giorno e ogni momento e, addirittura, a fare delle scenate. Quest'ultima considerazione lo fece esitare. - "Ch�re" Anna Mich�jlovna, - disse con la sua consueta familiarit� e il consueto tono di voce infastidito - mi � quasi impossibile fare quello che desiderate, ma per dimostrarvi che vi voglio bene e che ricordo devotamente vostro padre vedr� di farlo: vostro figlio passer� nella Guardia: ve lo prometto. Siete contenta? - Amico mio, mio benefattore! Non mi aspettavo altro da voi, giacch� so quanto siete buono. Il principe fece per allontanarsi. - Aspettate! Ancora una parola! Quando mio figlio sar� passato nella Guardia... - a questo punto ebbe un momento di esitazione - voi, che siete in ottimi rapporti con Micha�l Ilarj�novic' Kutuz�v, glielo raccomanderete come aiutante? Allora io sar� tranquilla e... Il principe Vassilij sorrise. - Questo non ve lo prometto. Non potete immaginare da quante raccomandazioni sia assediato Kutuz�v dal giorno in cui � stato nominato comandante in capo dell'esercito! Mi ha detto egli stesso che tutte le signore di Mosca si sono messe d'accordo per dargli i loro figli come aiutanti di campo... - Promettetemelo, via! Altrimenti non vi dar� pace, benefattore mio... - Pap�, - ripet� la bella principessa con lo stesso tono di voce - arriveremo in ritardo... - Dunque, arrivederci... - Allora domani farete una relazione all'imperatore? - Senza dubbio, ma per Kutuz�v non vi prometto nulla... - Suvvia, Vassilij, promettetemelo! - esclam� Anna Mich�jlovna con un sorriso civettuolo che forse nel passato le era stato abituale, ma che ora non andava proprio d'accordo con il suo viso sciupato. Ella dimenticava evidentemente la propria et� e metteva in opera, per abitudine, tutti i mezzi femminili di un tempo. Ma non appena il principe fu uscito, il suo viso riprese l'espressione fredda e finta che aveva avuto prima. Ritorn� nel gruppo in mezzo al quale il visconte continuava il suo racconto e di nuovo fece le viste di ascoltare, in attesa del momento buono per andarsene, dato che ci� che l'interessava era ormai stato fatto. - Be', che ne dite della recente commedia della consacrazione a Milano (43)? - chiese Anna P�vlovna. - "Et la nouvelle com�die des peuples de G�nes et de Lucques, qui viennent pr�senter leurs voeux � M. Buonaparte? M. Buonaparte assis sur un tr�ne, et exau�ant les voeux des nations! Adorable! Non, mais c'est � en devenir folle! On dirait que le monde entier a perdu la t�te" [44. E la nuova commedia delle popolazioni di Genova e di Lucca che porgono i loro auguri al signor Buonaparte? Il signor Buonaparte assiso su di un trono e nell'atto di esaudire i voti delle nazioni! Deliziosa! Ah, c'� da impazzire! Si direbbe che il mondo abbia perduto la testa]. Il principe Andr�j sorrise guardando in viso Anna P�vlovna. - �Dieu me la donne, gare � qui la touche!� - disse, ripetendo le parole pronunziate da Bonaparte durante l'incoronazione. - "On dit qu'il a �t� tr�s beau en pronon�ant ces paroles..." [45. �Dio me la d�, guai a chi la tocca!�. Dicono che sia stato molto bello nell'atto di pronunciare questa frase...] - aggiunse, e ancora una volta ripet� in italiano le parole: - �Dio me l'ha data, guai a chi la tocca!�. - Io spero - continu� Anna P�vlovna - "que �a a �t� la goutte d'eau qui fera d�border le verre. Les souverains ne peuvent plus supporter cet homme, qui menace tout" [46. Spero che questa sia stata la goccia d'acqua che far� traboccare il vaso. I sovrani non possono pi� sopportare quest'uomo che minaccia ogni cosa]. - "Les souverains? Je ne parle pas de la Russie" - disse il visconte, cortesemente e disperatamente. - "Les souverains, madame! Qu'ont-ils fait pour Louis Seize, pour la reine, pour madame Elisabeth (47)? Rien" - prosegu� accalorandosi. - "Et croyez-moi, ils subissent la punition pour leur trahison de la cause des Bourbons. Les souverains? Ils envoient des ambassadeurs complimenter l'usurpateur" [48. I sovrani? Io non parlo della Russia. I sovrani, signora, che cosa hanno fatto per Luigi Sedicesimo, per la regina, per Elisabetta? Nulla! E, credetemi, essi subiscono ora la punizione del loro tradimento alla causa dei Borboni. I sovrani? Mandano � loro ambasciatori a complimentare l'usurpatore]. E, con un sospiro di disprezzo, cambi� posizione. Il principe Ippol�t, che gi� da un pezzo guardava il visconte attraverso l'occhialetto, a queste parole si volt� con tutta la persona verso la giovane principessa e, dopo avere chiesto un ago, prese a disegnare sulla tavola lo stemma dei Cond�, e glielo spieg� con aria di tale sussiego da far pensare che la principessa glielo avesse chiesto. - "B�ton de gueules, engr�l� de gueules d'azur: maison Cond�" [49. Palo rosso spinato d'azzurro. Casa Cond�] - disse. La principessa ascoltava sorridendo. - Se Buonaparte star� ancora per un anno sul trono di Francia disse il visconte proseguendo la conversazione iniziata, con l'aria di chi, senza ascoltare le opinioni degli altri, segue soltanto il corso dei propri pensieri - se ne vedranno delle belle! Per mezzo dell'intrigo, della violenza, dell'esilio, io credo che la migliore societ� francese sar� annientata per sempre, e allora... Egli si strinse nelle spalle e allarg� le braccia. Pierre voleva dire qualcosa: il discorso lo interessava, ma Anna P�vlovna, che stava all'erta, lo fren�. - L'imperatore Alessandro - ella disse con la tristezza con cui parlava sempre quando accennava alla famiglia imperiale - ha dichiarato che lascer� ai Francesi la scelta della forma di governo. E io credo che non vi sia dubbio che tutta la nazione, non appena si sar� liberata dall'usurpatore, si butter� tra le braccia di un re legittimo - dichiar�, cercando di essere cortese verso l'emigrato realista. - Non � certo - intervenne il principe Andr�j. - "Monsieur le vicomte" pensa a ragione che se ne vedranno delle belle. Io credo che sar� difficile ritornare al passato. - A quanto ho sentito - disse Pierre, insinuandosi nella conversazione e arrossendo - quasi tutta la nobilt� � gi� passata a Buonaparte. - Questo lo dicono i buonapartisti - replic� il visconte senza guardare Pierre. - Attualmente � difficile conoscere l'opinione pubblica francese. - L'ha detto Buonaparte! - esclam� Andr�j con un sorriso. (Si capiva che il visconte non gli andava a genio e che, pur non guardandolo, era a lui che dirigeva le sue parole). - �Je leur ai montr� le chemin de la gloire� - continu� dopo un breve silenzio, ripetendo le parole di Napoleone. - �Ils n'en ont pas voulu; je leur ai ouvert mes antichambres, ils se sont precipit�s en foule...�. "Je ne sais pas � quel point il a eu le droit de le dire" [50. �Ho indicato loro il cammino della gloria. Essi non hanno voluto seguirlo; ho aperto loro le mie anticamere, vi si sono precipitati in folla...�. Ma non so sino a che punto egli abbia avuto il diritto di dire cos�.]. - Nessun diritto! - replic� il visconte. - Dopo l'uccisione del duca, anche gli uomini meno imparziali hanno cessato di vedere in lui un eroe. "Si m�me �a a �t� un h�ros pour certaines gens", - prosegu� il visconte rivolto ad Anna P�vlovna - "depuis l'assassinat du duc il y a un martyr de plus dans le ciel, un h�ros de moins sur la terre" [51. Se anche � stato un eroe per alcuni, dopo l'assassinio del duca, c'� un martire in pi� in cielo e un eroe in meno sulla terra.] Anna P�vlovna e gli altri non avevano ancora fatto in tempo ad approvare con un sorriso le parole del visconte che Pierre s'intromise di nuovo nella conversazione e Anna P�vlovna, pur presentendo che egli avrebbe detto qualcosa di inopportuno, non riusc� a trattenerlo. - Il supplizio del duca d'Enghien - disse Pierre - era una necessit� imprescindibile, e io vedo una grandezza d'animo proprio nel fatto che Napoleone non abbia temuto di assumere su di s� la responsabilit� di quell'atto. - Dio! Mio Dio! - mormor�, atterrita, Anna P�vlovna. - "Comment, M. Pierre, vous trouvez que l'assassinat est grandeur d'�me?" [52. Ma come, signor Pierre, voi pensate che l'assassinio denoti grandezza d'animo?] - chiese la giovane principessa ripiegando il suo lavoro. - Ah! Oh! - esclamarono varie voci. - "Capital! [53. Magnifico!] - disse in inglese il principe Ippol�t, battendosi con la mano un ginocchio. Il visconte si limit� ad alzare le spalle. Pierre con aria trionfante guardava gli ascoltatori di sopra gli occhiali. - Parlo cos�, - prosegu� con slancio - perch� i Borboni fuggirono davanti alla rivoluzione lasciando il popolo nell'anarchia; Napoleone solo seppe comprendere la rivoluzione e vincerla e proprio per questo, per il bene comune, non poteva fermarsi di fronte alla vita di un uomo. - Volete venire a questa tavola? - chiese Anna P�vlovna. Ma Pierre, senza rispondere, continu� a parlare. - S�, - disse, accalorandosi sempre di pi� - Napoleone � grande perch� si mise al di sopra della rivoluzione, ne represse gli abusi e mantenne ci� che in essa vi era di buono: l'uguaglianza dei cittadini e la libert� di parola e di stampa: soltanto per questo conquist� il potere. - Se, conquistato il potere, non ne avesse approfittato per compiere un assassinio e lo avesse restituito al legittimo sovrano, - disse il visconte - lo chiamerei anch'io un grand'uomo. - Non avrebbe potuto compiere un simile gesto. Il popolo gli aveva dato il potere soltanto perch� lo liberasse dai Borboni e perch� vedeva in lui un grand'uomo. La rivoluzione fu una grande opera! - prosegu� "monsieur" Pierre, dimostrando con questa provocante dichiarazione la sua estrema giovent� e il desiderio di esprimere tutto al pi� presto. - La rivoluzione e il regicidio una grande opera?... Dopo questo... Ma non volete dunque venire a questa tavola? - ripet� Anna P�vlovna. - "Contrat social" (54) - disse il visconte con un amabile sorriso . - Io non parlo dell'uccisione del re. Parlo delle idee. - Gi�, le idee del saccheggio, dell'omicidio, dell'uccisione del re - interruppe di nuovo una voce ironica. - Senza dubbio vi furono degli eccessi, ma le cose che hanno veramente importanza sono l'uguaglianza tra i cittadini, i diritti dell'uomo, l'emancipazione dai pregiudizi. E tutte queste idee Napoleone le mantenne in pieno. - Libert� e uguaglianza - disse in tono sprezzante il visconte, come se finalmente si decidesse a dimostrare seriamente a quel giovanotto tutta la stupidit� delle sue frasi - sono grandi parole, compromesse da molto tempo. Chi non ama la libert� e l'uguaglianza? Gi� il nostro Salvatore predicava la libert� e l'uguaglianza. Forse gli uomini sono diventati pi� felici dopo la rivoluzione? Al contrario. Noi volevamo la libert�, e Buonaparte l'ha distrutta. Il principe Andr�j guardava sorridendo ora Pierre, ora il visconte, ora la padrona di casa. Al primo momento le uscite di Pierre sgomentarono Anna P�vlovna che pure era avvezza alla vita di societ�, ma quando vide che, nonostante le parole sacrileghe pronunziate da Pierre, il visconte si manteneva calmo, e si convinse della impossibilit� di farlo tacere, si riprese e, alleandosi al visconte, assal� l'oratore. - "Mais, mon cher Monsieur Pierre!" - esclam� Anna P�vlovna. - Come fate a spiegare che un grand'uomo abbia potuto fare uccidere il duca, un uomo semplicemente come gli altri, senza processo e senza colpa? - Io domanderei - disse il visconte - in che modo questo signore spiegherebbe il 18 brumaio (55). Non fu forse un inganno? "C'est un escamotage, qui ne ressemble nullement � la mani�re d'agir d'un grand homme" [56. E' una specie di gherminella che non somiglia affatto al modo di agire di un grand'uomo]. - E i prigionieri d'Africa che egli uccise? - aggiunse la giovane principessa. - Che cosa orribile! - E si strinse nelle spalle. - "C'est un roturier, vous avez un beau dire" [57. Dite quello che volete, ma � un uomo volgare.] - intervenne il principe Ippol�t. Pierre non sapeva a chi rispondere: guardava tutti e sorrideva. Il suo sorriso non era come quello di tutti gli altri uomini: quando egli sorrideva, a un tratto il suo viso serio e un po' cupo svaniva e ne appariva un altro, dall'espressione buona, infantile, persino un po' sciocca e che pareva chiedere perdono. Al visconte, che lo vedeva per la prima volta, apparve evidente che quel giacobino non era assolutamente terribile quanto le sue parole. Tutti tacquero. - Come volete che egli risponda a tutti in una volta? - disse il principe Andr�j. - Inoltre, negli atti di un uomo di stato bisogna distinguere quelli dell'uomo come uomo privato, quelli del capo dell'esercito e quelli dell'imperatore. Almeno a me pare cos�. - Certo, certo, si capisce... - esclam� Pierre, felice dell'aiuto che gli veniva porto. - Non si pu� non ammettere che Napoleone come uomo sia stato grandissimo al ponte d'Arcole (58), nel lazzaretto di Giaffa dove diede la mano agli appestati (59); ma... ma ci sono altri atti che non � facile giustificare... Il principe Andr�j, che evidentemente aveva voluto addolcire l'inopportunit� delle parole di Pierre, si alz� e, preparandosi ad andare via, fece un cenno a sua moglie. A un tratto si alz� anche il principe Ippol�t e, fermando tutti con un gesto, li preg� di sedersi e poi disse: - "Ah, aujourd'hui on m'a racont� une anecdote moscovite, charmante, il faut que je vous en r�gale. Vous m'excusez, vicomte, il faut que je raconte en russe. Autrement on ne sentira pas le sel de l'histoire" [60. Ah, oggi mi hanno raccontato un aneddoto moscovita, veramente grazioso; voglio raccontarvelo. Mi scuserete, visconte, ma debbo raccontarlo in russo, altrimenti non se ne gusterebbe il sale]. E il principe Ippol�t si mise a parlare in russo con la pronunzia dei Francesi che hanno trascorso un anno o due in Russia. Tutti i presenti si fermarono, tanta era l'insistenza con cui il principe chiedeva attenzione alla sua storia. - A Mosca c'� una signora, "une dame", molto avara. Essa voleva sempre avere due lacch� in livrea dietro la carrozza. E li voleva molto alti di statura. Le piacevano cos�. E aveva une "femme de chambre" altissima. Essa le disse... A questo punto il principe Ippol�t rimase pensieroso, poi, con evidente difficolt�, riprese: - Essa le disse... S�, essa le disse: �Ragazza, indossa la livrea e vieni con me, dietro la carrozza a fare delle visite� E qui il principe scoppi� in una risata, molto prima degli ascoltatori, il che produsse un'impressione svantaggiosa per il narratore. Tuttavia parecchie persone, tra cui l'anziana signora e Anna P�vlovna, sorrisero. - La carrozza part�. Improvvisamente si alz� un forte vento. Alla ragazza vol� via il cappello e le si sciolsero i lunghi capelli... A questo punto il principe non riusciva gi� pi� a contenersi e prese a ridere a scatti mentre tra le risate diceva: - E tutti lo vennero a sapere... E l'aneddoto fin� qui. Sebbene non si capisse per qual motivo il principe l'avesse raccontato e perch� avesse dovuto farlo in russo, Anna P�vlovna e gli altri apprezzarono la galanteria mondana del principe Ippol�t che in modo cos� simpatico aveva... dirottato la conversazione sgradevole di Pierre. Dopo l'aneddoto la conversazione si disperse in futili chiacchiere sulle feste da ballo passate e future, sugli spettacoli teatrali e sul giorno e sul luogo in cui gli ospiti si sarebbero ritrovati. CAPITOLO 5. Dopo aver ringraziato Anna P�vlovna per la simpatica serata, gli ospiti cominciarono ad andarsene. Pierre era goffo, pesante, di statura pi� alta del normale, largo di spalle, con enormi mani rosse. Non sapeva, come si dice, entrare in un salotto e meno ancora sapeva uscirne; ossia non sapeva, prima di accomiatarsi, dire qualche frase particolarmente gentile. Inoltre, era distratto. Alzandosi per andar via, prese, invece del suo cappello, il tricorno piumato del generale e lo tenne in mano, agitandone il pennacchio, sino a quando il generale non ne chiese la restituzione... Ma le distrazioni e la goffaggine erano compensate da una espressione di bont�, di semplicit� e di modestia. Anna P�vlovna si volt� verso di lui ed esprimendogli con cristiana bont� il proprio perdono per le sue �uscite�, lo salut�, e gli disse: - Spero di rivedervi, ma spero anche che modificherete le vostre opinioni, mia caro "monsieur" Pierre... A queste parole egli non rispose: s'inchin� e ancora una volta rivolse a tutti il suo sorriso che non diceva nulla, o forse diceva soltanto questo: �Le opinioni sono opinioni; del resto vedete che io sono un buon ragazzo�. E tutti, compresa Anna P�vlovna, lo sentivano. Il principe Andr�j usc� in anticamera. Volgendo le spalle al domestico che gli metteva il mantello, ascoltava con indifferenza le chiacchiere di sua moglie e del principe Ippol�t, uscito anch'egli in anticamera. Il principe Ippol�t stava accanto alla bella principessa e la guardava con insistenza attraverso l'occhialetto. - Andate, "Annette", ch� rischiate di raffreddarvi - disse la giovane principessa salutando Anna P�vlovna. - E' deciso! - aggiunse a voce bassa. Anna P�vlovna era riuscita a parlare a Lise del matrimonio che progettava di combinare tra Anatolij e la cognata della principessa. - Spero in voi, mia cara - disse Anna P�vlovna sottovoce. - Scrivetele e mi saprete dire che cosa ne pensa il padre. Arrivederci! - e s� allontan� dall'anticamera. Il principe Ippol�t si accost� alla principessa e, avvicinando a quello di lei il suo viso, prese a dirle qualcosa sottovoce. Due domestici, il suo e quello della principessa, attendevano che finissero di parlare, tenendo uno scialle ed un pastrano e ascoltavano senza capire nulla; facevano per� le viste di capire tutto ma di voler far credere che non capissero nulla. La principessa, come sempre, parlava sorridendo e, sorridendo, ascoltava. - Sono molto contento di non essere andato dall'ambasciatore - diceva il principe Ippol�t. - Ci si annoia talmente in quella casa... Qui invece abbiamo trascorso una piacevolissima serata, non � vero? - Si dice che la festa da ballo sar� bellissima - rispose la principessa, sollevando il breve labbro dalla lieve peluria. - Vi prenderanno parte tutte le belle donne della migliore societ�. - Tutte no, giacch� voi non ci sarete - rispose il principe Ippol�t, ridendo allegramente e, preso lo scialle dalle mani del lacch�, lo mise egli stesso sulle spalle della principessa. Per distrazione o a bella posta - chi lo pu� dire? - tard� alquanto a ritirare la mano e parve abbracciare la giovane donna. Con gesto gentile, e sempre sorridendo, ella si scost�, si volse e guard� il marito. Il principe Andr�j aveva gli occhi semichiusi; pareva stanco e assonnato. - Siete pronta? - chiese alla moglie, evitandone lo sguardo. Il principe Ippol�t si affrett� ad indossare il pastrano che, secondo la moda, gli arrivava sino ai tacchi e, impacciato nei movimenti, segu� rapidamente la principessa mentre il domestico la aiutava a salire in carrozza. - Arrivederci, principessa! - grid�, impacciato nel parlare come nel camminare. La principessa, sollevando un poco l'abito, prendeva intanto posto nella carrozza, mentre il marito cercava di sistemare la sciabola. Il principe Ippol�t, con il pretesto di aiutare, era d'impaccio a tutti. - Permettete, signore? - gli disse in russo, in tono seccato, Andr�j, cercando di passare. - Ti aspetto, Pierre! - aggiunse con voce affettuosa. Il cocchiere tir� le redini, e la carrozza si mosse. Il principe Ippol�t, ridendo a scatti, rimase fermo sulla scalinata in attesa del visconte che gli aveva promesso di accompagnarlo a casa. - "Eh, bien, mon cher, votre petite princesse est tr�s bien, tr�s bien" - esclam� il visconte, sedendosi nella carrozza con Ippol�t. - "Tr�s bien!" - E si baci� la punta delle dita. - "Et tout � fait fran�aise" [61. Ebbene, mio caro, la vostra piccola principessa � molto, molto carina. S� molto carina! E veramente francese!]. Ippol�t si mise a ridere. - "Et savez-vous que vous �tes terrible avec votre petit air innocent" - prosegu� il visconte. - "Je plains le pauvre mari, ce petit officier qui se donne des airs de prince r�gnant" [62. E voi, con quella vostra aria ingenua, siete un uomo terribile, sapete? Compiango il povero marito, quell'ufficialetto che si d� delle arie da principe regnante]. Ippol�t scoppi� di nuovo in una risata repressa e disse: - "Et vous disiez que les dames russes ne valaient pas les dames fran�aises. Il faut savoir s'y prendre" [63. E voi dicevate che le signore russe valgono meno di quelle francesi! Tutto sta nel saper fare]. Pierre, giunto prima, era entrato direttamente, come amico di casa, nello studio del principe Andr�j e, secondo la sua abitudine, si era steso sul divano, aveva preso dallo scaffale il primo libro che gli era capitato sottomano (erano i "Commentari" di Cesare) (64) e, appoggiatosi sul gomito, aveva cominciato a leggerlo, a met�. - Che cosa hai fatto con la signorina Scerer? Ora si ammaler� - disse il principe Andr�j, entrando nello studio e stropicciandosi le piccole mani bianche. Pierre si gir� con tutto il corpo in modo da far scricchiolare il divano, volgendo verso l'amico il volto animato, sorrise e, facendo un gesto con la mano, disse: - Quell'abate � molto interessante, ma non capisce come stanno le cose... Secondo me la pace universale � possibile, ma non posso dirlo... Per� non sar� l'equilibrio politico... Il principe Andr�j non si interessava affatto, si vedeva, a quella conversazione astratta. - Non � possibile, mio caro, dire sempre e dappertutto ci� che si pensa. Dunque, hai finalmente deciso qualcosa? Entrerai nella Guardia o diventerai diplomatico? - chiese, dopo un minuto di silenzio. Pierre, sedette sul divano incrociando le gambe sotto di s�. - Ci credereste che non lo so ancora? N� l'una n� l'altra cosa mi vanno a genio. - Ma bisogna pur prendere una decisione, no? Tuo padre aspetta. All'et� di dieci anni Pierre era stato mandato, accompagnato da un aio abate, all'estero dove era vissuto sino ai venti anni. Ritornato a Mosca, il padre aveva licenziato l'abate e aveva detto al giovane: �Ora, figlio mio, va' a Pietroburgo: guardati attorno e scegli. Io acconsentir� a tutto. Eccoti una lettera per il principe Vassilij ed eccoti del denaro. Scrivimi tutto; io sono pronto ad aiutarti in ogni cosa�. Pierre da tre mesi ormai si occupava della scelta di una carriera, ma non prendeva alcuna decisione. E proprio a proposito di tale scelta stava ora parlandogli Andr�j. Pierre si pass� una mano sulla fronte. - Ma dev'essere massone - disse, pensando ancora all'abate che aveva incontrato quella sera. - Queste sono fantasticherie! - lo interruppe di nuovo il principe Andr�j. - E' meglio che discorriamo un po' dei tuoi affari. Sei andato alla sede della Guardia a cavallo? - No, non ancora, ma ecco ci� che ho pensato e che volevo dirti. Ora c'� la guerra contro Napoleone. Se si trattasse di una guerra per la libert�, la capirei, e sarei il primo ad entrare nell'esercito, ma aiutare l'Austria e l'Inghilterra contro il pi� grande uomo del mondo... no... non � bene... Il principe Andr�j si limit� ad alzare le spalle alle puerili parole di Pierre, facendo capire che a simili sciocchezze non si poteva neppure ribattere. E, in realt�, sarebbe stato difficile rispondere in altro modo a quell'ingenua opinione. - Se tutti facessero la guerra soltanto per convinzione, le guerre non esisterebbero pi� - disse egli. - E sarebbe una gran bella cosa! - rispose Pierre. Il principe Andr�j sorrise. - S�, sarebbe certo una gran bella cosa, ma non accadr� mai... - E perch� andate alla guerra, voi? - chiese Pierre. - Perch�? Non lo so. Per� bisogna andarci. E poi... io ci vado... - E a questo punto si ferm� un momento. - Ci vado perch� la vita che conduco qui � una vita che non fa per me! CAPITOLO 6. Dalla stanza accanto giunse il fruscio di una veste femminile. Come destandosi di colpo, il principe Andr�j si scosse, e il suo viso assunse la stessa espressione che aveva quando si trovava nel salotto di Anna P�vlovna. Pierre tir� gi� le gambe dal divano. Entr� la principessa. Indossava gi� un altro abito, da casa, ma anch'esso fresco ed elegante. Il principe Andr�j si alz� e cortesemente le avvicin� una poltrona. - Spesso mi domando, - prese a dire la principessa in francese, come sempre, in fretta e sedendosi con un po' di difficolt� nella poltrona - mi domando come mai Annette non abbia preso marito. Quanto siete sciocchi tutti voi, "messieurs", a non averla sposata! Scusatemi, ma vi assicuro che in fatto di donne capite assai poco. Con che foga discutete, "monsieur" Pierre! - S�, e discuto sempre con vostro marito: non riesco a capire perch� voglia andare in guerra - disse Pierre, rivolgendosi alla principessa senza quel fare complimentoso che di solito usano gli uomini rivolgendosi alle giovani signore. La principessa sussult�: evidentemente, le parole di Pierre l'avevano toccata sul vivo. - Ah, ecco ci� che dico anch'io! - rispose. - Non capisco, non capisco assolutamente perch� gli uomini non possano vivere senza guerra. E perch� mai, invece, noi donne non vogliamo nulla, non abbiamo bisogno di nulla. Sentite e giudicate. Glielo dico sempre: qui � aiutante di campo di suo zio, ha quindi una brillantissima posizione. Tutti lo conoscono e tutti hanno per lui molta stima. Giorni or sono in casa degli Apraksin ho sentito una signora esclamare: �C'est �a le fameux prince Andr�?�. "Ma parole d'honneur!" [65. �Ah, quello � il famoso principe Andr�j?�. Proprio!] - E si mise a ridere. - Egli � bene accolto ovunque e potrebbe facilmente diventare aiutante di campo dell'imperatore. Sapete che l'imperatore gli ha parlato con molta affabilit�? Annette e io riteniamo che la cosa potrebbe effettuarsi con molta facilit�. Che ne pensate? Pierre diede un'occhiata al principe Andr�j e, visto che la conversazione non andava molto a genio all'amico, non rispose. - Quando partirete? - domand�. - "Ah, ne me parlez pas de ce d�part, ne m'en parlez pas! Je ne veux pas en entendre parler" [66. Ah, non mi parlate di questa partenza, non me ne parlate! Non voglio sentirne parlare!] - disse la principessa con quel tono scherzosamente capriccioso che aveva usato parlando con Ippol�t nel salotto di Anna P�vlovna, ma che ora evidentemente stonava in quella conversazione di famiglia di cui Pierre era considerato un membro. - Oggi, quando pensavo che bisogner� interrompere tante care relazioni... E poi lo sai, "Andr�"? - guard� significativamente il marito. - Ho paura, ho paura! - sussurr�, mentre un brivido le percorreva la schiena. Il marito la guard� come stupito nell'accorgersi che nella stanza si trovasse un'altra persona, oltre a lui e a Pierre; con fredda cortesia si rivolse alla moglie: - Di che cosa hai paura, Liza? Non riesco a capirlo - le disse. - Ecco come sono egoisti gli uomini! Tutti, tutti egoisti! Egli, per suo capriccio, Dio sa perch�, mi lascia e mi confina sola in campagna. - Con mio padre e mia sorella, non dimenticarlo! - rispose il principe Andr�j a bassa voce. - In ogni caso sola, senza i "miei" amici... E vuole che io non abbia paura... Il tono della principessa suonava leggero rimprovero: il piccolo labbro superiore si sollevava, dando al viso non pi� un'espressione gioiosa, ma quella di una bestiolina, di uno scoiattolo. Ella tacque, come se ritenesse sconveniente parlare davanti a Pierre della sua gravidanza, giacch� era questo il nocciolo della discussione. - Tuttavia non capisco di che cosa abbia paura - ripet� lentamente il principe Andr�j, senza distogliere gli occhi dalla moglie. La principessa arross� e allarg� le braccia in gesto disperato. - "Non, Andr�, je dis que vous avez tellement, tellement chang�..." [67. No, Andr�j, io dico che siete molto, molto mutato!]. - Il dottore ti ha ordinato di coricarti presto la sera - disse il principe, - dovresti andare a dormire. La principessa non rispose e ad un tratto il suo piccolo labbro ebbe un fremito; il marito si alz� e, stringendosi nelle spalle prese a camminare su e gi� per la stanza. Pierre con aria stupefatta e ingenua guardava attraverso gli occhiali ora il principe, ora la moglie di lui; si mosse come se volesse andar via, ma poi si ferm�, soprappensiero. - Che mi importa che ci sia monsieur Pierre? - disse a un tratto la giovane principessa, e il suo grazioso visetto si contrasse in una smorfia di pianto. - Da un pezzo volevo chiederti, "Andr�", perch� sei cos� mutato verso di me! Che cosa ti ho fatto? Parti per la guerra e non hai compassione di me. Perch�? - Lise! - si limit� ad esclamare il principe. Ma quella sola parola conteneva una preghiera e una minaccia e, soprattutto, la certezza che essa non avrebbe aggiunto altro. Ma lei continu� a parlare: - Ti comporti con me come se fossi una malata o una bambina. Me ne accorgo benissimo. Eri forse cos� sei mesi or sono? - Lise, ti prego di smetterla! - disse il principe Andr�j in tono anche pi� significativo. Pierre, che si sentiva sempre pi� turbato da quella conversazione, si alz� e si avvicin� alla principessa. Pareva che non potesse sopportare la vista delle lacrime e che fosse sul punto di mettersi egli stesso a piangere. - Calmatevi, principessa. Voi parlate cos�, ma vi assicuro... Ho provato anch'io... perch�... perch�... No, scusate, io qui sono un estraneo, sono di troppo... Calmatevi, addio... Il principe Andr�j lo trattenne per un braccio. - No, Pierre, resta. La principessa � cos� buona che non vorr� certo privarmi del piacere di trascorrere la serata con te. - Gi�, egli pensa soltanto a se stesso - esclam� la principessa, senza riusare a trattenere lacrime di collera. - Lise! - disse seccamente il principe Andr�j, alzando la voce in modo da far capire che la sua pazienza era ormai esaurita. A un tratto, il visetto grazioso della principessa assunse un non so che di attraente, che suscitava piet� e timore; essa guard� di sfuggita il marito con i suoi bellissimi occhi, con l'espressione umile e sottomessa del cane che agita rapidamente la coda davanti al padrone. - Mio Dio, mio Dio! - esclam� e, sollevando con una mano le pieghe dell'abito, si avvicin� al marito e lo baci� sulla fronte. - Buona sera, Liza - disse il principe Andr�j, alzandosi e baciandole cortesemente la mano, come a un'estranea. Gli amici rimasero silenziosi: n� l'uno n� l'altro riprendeva la conversazione. Pierre guardava il principe Andr�j che si passava sulla fronte la piccola mano. - Andiamo a cena! - disse con un sospiro, alzandosi e dirigendosi verso la porta. Entrarono nella sala da pranzo, rimessa a nuovo ed elegantemente ammobiliata. Tutto, dalla tovaglia all'argenteria, dalle ceramiche ai cristalli, aveva quella particolare impronta di nuovo che si osserva di solito nelle case di giovani sposi. A met� della cena, il principe Andr�j si appoggi� con il gomito alla tavola e, come chi da un pezzo ha qualcosa sul cuore e decide a un tratto di sfogarsi, con un'espressione di irritazione e di nervosismo quale Pierre non aveva mai notato nell'amico, prese a parlare: - Non sposarti, non sposarti mai, amico mio! Ascolta il mio consiglio o, per lo meno, non sposarti sino a quando non potrai dire a te stesso di aver fatto tutto il possibile per cessare di amare la donna che avrai scelto e prima di vederla qual � in realt�... Se no. commetterai un errore crudele e irreparabile... Sposati quando non sarai pi� che un vecchio buono a nulla... Se no annullerai tutto ci� che c'� in te di buono e di nobile... Tutto si disperder� in inezie. S�, s�, s�! Non guardarmi con quell'aria cos� stupefatta! Se attenderai da te stesso qualcosa per l'avvenire, ti accorgerai a ogni passo che tutto sar� finito, tutto ti sar� chiuso, fuorch� il salotto, dove sarai alla stregua di un valletto di corte o di un idiota... Proprio cos�! E fece un gesto energico con la mano. Pierre si tolse gli occhiali, il suo viso mut�, assunse un'espressione di maggiore bont� e guard� stupefatto l'amico. - Mia moglie - prosegu� il principe Andr�j - � una bellissima donna. E' una di quelle poche donne alle quali si pu� tranquillamente affidare il proprio onore. Ma, mio Dio, quanto pagherei ora per essere scapolo! A te solo e a te per primo dico tutto questo, perch� ti voglio bene. Il principe Andr�j, mentre parlava, assomigliava meno che mai a quel Bolkonskij che, sprofondato in una poltrona del salotto di Anna P�vlovna, con gli occhi socchiusi, pronunziava ironiche frasi in francese. Il suo viso magro tremava, vibrando nervosamente in ogni muscolo; gli occhi, nei quali poco prima sembrava spento il fuoco della vita, ora scintillavano di una limpida luce. Si vedeva che, quanto pi� egli pareva di solito privo di vitalit�, tanto pi� in quel momento di irritazione appariva energico e volitivo. - Tu non capisci perch� io dica queste cose - prosegu�. - Eppure � tutta la storia della mia vita. Tu parli di Bonaparte e della sua carriera - disse, sebbene Pierre non avesse affatto parlato di Bonaparte. - Tu parli di Bonaparte ma, quando egli lavorava, quando un passo dopo l'altro camminava verso la sua meta, era libero e null'altro vedeva se non quella meta; per questo la raggiunse. Ma quando sei legato a una donna, come un galeotto incatenato, hai perduto qualsiasi libert�. E tutto ci� che c'� in te di speranza e di forza viene annientato, e il pentimento ti tormenta. I salotti, i pettegolezzi, i balli, le ambizioni, le nullit�... questo � il circolo vizioso dal quale non posso uscire. Ora parto per la guerra, per la pi� grande guerra che mai sia stata combattuta; io non so nulla, non sono capace di fare niente altro. Sono molto cortese e molto caustico - prosegu� il principe Andr�j - e in casa di Anna P�vlovna tutti mi ascoltano. E quella stupida societ�, senza la quale mia moglie non potrebbe vivere, e quelle donne... Se tu sapessi come sono tutte le donne distinte, e in genere tutte le donne! Mio padre ha ragione. Egoismo, ambizione, stupidit�, nullit� in tutto: ecco le donne allorch� si mostrano veramente quali sono. Quando le vedi in societ�, ti pare che in esse ci sia qualcosa e invece no, non c'� niente, niente, niente, niente! No, amico mio caro, non sposarti! - concluse il principe Andr�j. - Mi pare buffo - disse Pierre - che consideriate voi, proprio "voi" come un uomo inetto e la vostra vita come una vita rovinata. Ma se avete dinanzi tutto l'avvenire! E invece... A questo "voi" s'interruppe, ma il suo tono gi� indicava quanta considerazione avesse per il suo amico e quanto si aspettasse da lui nell'avvenire. �Ma com'� possibile che dica questo?�, pensava Pierre. Egli riteneva il principe Andr�j un modello di tutte le perfezioni, precisamente perch� il principe Andr�j riuniva in s�, al massimo grado, le qualit� che mancavano a lui e che si potevano riassumere tutte in un solo concetto: forza di volont�. Pierre si meravigliava sempre della capacit� del principe Andr�j di comportarsi serenamente con ogni genere di persone, della sua eccezionale memoria, della sua cultura letteraria (egli aveva letto tutto, sapeva tutto) e, in special modo, della facilit� di studiare e di imparare. E se, abbastanza spesso, Pierre era stato colpito dalla mancanza, nel principe Andr�j, della capacit� della filosofia contemplativa (alla quale Pierre era particolarmente portato) non vedeva in ci� un difetto, ma piuttosto una forza. Nei rapporti migliori, pi� amichevoli e pi� semplici, l'adulazione e la lode sono indispensabili, quanto � indispensabile il grasso alla ruota perch� giri senza stridere. - Sono un uomo finito! - esclam� il principe Andr�j. - Che altro devo dire di me? Parliamo piuttosto di te - aggiunse dopo una pausa, sorridendo ai suoi sconfortanti pensieri. Quel sorriso in quel momento illumin� anche il viso di Pierre. - Ma di me cosa si pu� dire? - esclam� questi, atteggiando la bocca a un sorriso allegro e spensierato. - Chi sono io? Un bastardo! - E ad un tratto il suo volto si copr� di rossore: pareva che avesse fatto un grande sforzo su se stesso per pronunziare quella parola. - Senza nome, senza fortuna... Ora sono libero e sono felice... Ma non so proprio di dove cominciare. Vorrei consigliarmi seriamente con voi. Il principe Andr�j lo guard� con i suoi occhi buoni, ma il suo sguardo, amichevole e affettuoso, espresse tuttavia la coscienza della propria superiorit�. - Tu mi sei caro, specialmente perch� sei l'unico uomo vivo nel nostro ambiente. Per te tutto � facile. Puoi scegliere quello che vuoi: per te, tutto � uguale. Tu starai bene ovunque, ma ascolta quello che ti dico: smetti di frequentare Kuragin e di condurre la vita che conduce lui. Non ti si addice: tutte quelle orge, quelle baldorie... - "Que voulez-vous, mon cher" - rispose Pierre, stringendosi nelle spalle; - "les femmes, mon cher, les femmes!" [68. Eh, che volete, mio caro; le donne, mio caro, le donne']. - Non capisco - rispose Andr�j. - "Les femmes comme il faut" � un'altra cosa, ma "les femmes de Kuragin, les femmes et le vin" [69. Le donne perbene (...) le donne di Kuragin, le donne e il vino (...)], non le capisco! Pierre viveva in casa del principe Kuragin e partecipava alla vita dissoluta di Anatolij suo figlio, quello stesso che si voleva unire in matrimonio con la sorella del principe Andr�j, nella speranza che cambiasse vita. - Sapete? - disse Pierre, come se all'improvviso gli fosse sorta un'idea felice; - da un pezzo sto seriamente pensando che, con la vita che conduco, non posso n� decidere nulla, n� riflettere su nulla. La testa mi duole; non ho denaro. Oggi mi ha invitato da lui, ma non ci andr�. - Dammi la tua parola d'onore; non andrai pi� con quell'uomo? - Parola d'onore! Era gi� l'una dopo mezzanotte, una chiara notte di giugno pietroburghese, quando Pierre usc� dalla casa dell'amico. Sal� in carrozza con il proposito di andare a casa. Ma quanto pi� vi si avvicinava, tanto pi� sentiva che gli sarebbe stato impossibile andare a dormire in una notte cos� chiara da sembrare quasi giorno. Le strade erano deserte, e lo sguardo giungeva lontano. Strada facendo, Pierre ricord� che quella sera in casa di Anatolij Kuragin doveva essersi riunito il consueto gruppo di giocatori, che dopo il gioco si sarebbe svolta la solita orgia, che si sarebbe conclusa con uno dei godimenti prediletti da Pierre... �Sarebbe piacevole andate da Kuragin...�, pens�. Ma ramment� la parola d'onore data ad Andr�j di non frequentare pi� quell'uomo. Poco dopo, per�, come accade alle persone prive di carattere, prov� un cos� sfrenato desiderio di godere ancora una volta quella vita dissoluta a lui tanto nota che decise di andare. L� per l�, per giustificarsi, si disse che la parola data ad Andr�j non aveva alcun valore giacch�, prima che ad Andr�j, aveva promesso ad Anatolij di recarsi da lui; e finalmente decise tra s� e s� che tutte quelle parole d'onore sono cose convenzionali, prive di senso preciso, specialmente se si considera che si potrebbe morire il giorno dopo o che potrebbe accadere qualcosa di cos� straordinario per cui non avrebbero pi� senso n� l'onore n� il disonore. Spesso a Pierre si affacciavano ragionamenti di tal genere che annullavano qualsiasi decisione e proponimento. E fin� con l'andare da Kuragin. Giunto all'ingresso di una grande casa, non lontana dalla caserma della Guardia a cavallo, nella quale abitava Anatolij, sal� lo scalone illuminato e, trovata la porta aperta, entr�. In anticamera non c'era nessuno: erano sparsi qua e l� bottiglie vuote, pastrani, calosce; si sentiva odor di vino e si udivano voci e grida lontane. La cena e il gioco erano finiti, ma gli ospiti non se ne andavano ancora. Pierre si tolse il pastrano ed entr� nella prima stanza dove erano evidenti i resti della cena e dove un domestico, pensando che nessuno lo vedesse, scolava di nascosto i bicchierini non del tutto vuoti. Dalla terza camera proveniva un gran frastuono: risate, grida di voci conosciute e il ruggito di un orso. Otto giovanotti si accalcavano ansiosi davanti ad una finestra aperta. Altri tre si divertivano con un orsacchiotto che uno di essi trascinava per una catena, spaventando gli amici. - Scommetto cento rubli su Stivens! grid� uno. - Badate, eh, nessuno deve sorreggerlo! - rispose un altro. - Io scommetto su D�lochov! - grid� un terzo. - Dividi, Kuragin! - Ebbene, lasciate Miska (70)! Si tratta di una scommessa. - Tutta d'un fiato, se no, avr� perso! - grid� un quarto. - Jakov! Qua una bottiglia, Jakov! - grid� a sua volta il padrone di casa, un bel giovane alto, ritto in mezzo agli altri, in maniche di camicia dallo sparato aperto sul petto. - Aspettate signori! Oh, eccoti qui Petruscia, mio caro! - esclam�, rivolgendosi a Pierre. Una voce, che dominava per la sua fermezza tutte le altre, alterata dal vino, appartenente a un giovane di non alta statura, dai chiari occhi azzurri, grid� dalla finestra: - Vieni qui! Giudica tu! Era D�lochov, ufficiale del reggimento Sem�novskij (71), notissimo giocatore e spadaccino, che abitava con Anatolij. Pierre si guard� attorno e sorrise allegramente. - Non capisco nulla! - esclam�. - Di che si tratta? - Aspettate, lui non � ubriaco. Datemi una bottiglia - disse Anatolij, e, preso un bicchiere dal tavolo, si avvicin� a Pierre. - Prima di tutto, bevi. Pierre prese a mandar gi� un bicchiere dopo l'altro, osserv� gli ospiti ubriachi raggruppati vicino alla finestra e prest� attenzione a quanto dicevano. Anatolij continuava a versargli vino e intanto gli raccontava che D�lochov scommetteva con Stivens, ufficiale della marina inglese, che si trovava l�, di bere una bottiglia di rum stando seduto su quella finestra del terzo piano, con le gambe penzoloni verso l'esterno. - Suvvia, bevila tutta! - concluse Anatolij, porgendo a Pierre l'ultimo bicchiere. - No. non ne voglio pi�! - rispose Pierre, respingendo Anatolij e avvicinandosi alla finestra. D�lochov teneva per un braccio l'inglese ed esponeva in ogni particolare le condizioni della scommessa, rivolgendosi in modo speciale ad Anatolij e a Pierre. D�lochov, un uomo sui venticinque anni, era di media statura, aveva i capelli ricciuti, non portava baffi, come tutti gli ufficiali di fanteria e la sua bocca, il tratto pi� caratteristico del viso, appariva completamente scoperta. Il disegno di quella bocca era finemente ricurvo; la linea del labbro superiore, formando un angolo quasi acuto, scendeva bruscamente sul labbro inferiore, piuttosto grosso, e agli angoli parevano disegnati due sorrisi, uno per ogni angolo; tutto l'insieme, specialmente perch� accompagnato da uno sguardo ardito e intelligente, era di un effetto che non si poteva non notare. D�lochov non era ricco e non aveva relazioni, e bench� Anatolij spendesse decine di migliaia di rubli e D�lochov abitasse in casa di lui, gli amici comuni stimavano D�lochov pi� di Anatolij. D�lochov giocava tutti i giochi e quasi sempre vinceva. Per quanto bevesse, non perdeva mai la lucidit� di pensiero. E Kuragin e D�lochov erano in quel tempo considerati tra i pi� noti fannulloni e scapestrati di Pietroburgo. Fu portata una bottiglia di rum: due domestici, evidentemente istupiditi e sollecitati dagli ordini, dai consigli e dalle grida dei signori che li circondavano, stavano demolendo l'intelaiatura della finestra che impediva di sedere sulla sporgenza esterna del davanzale. Anatolij, con la sua aria da conquistatore, si avvicin�. Voleva rompere qualche cosa. Scost� i lacch� e tiro a s� l'intelaiatura, ma questa non cedette. E allora fracass� i vetri. - A te, atleta! - grid� a Pierre. Pierre si aggrapp� all'intelaiatura, la tir� con forza e la strapp� con fracasso. - Levala via del tutto, se no penseranno che io mi sia afferrato a qualcosa - disse D�lochov. - L'inglese si vanta, nevvero? Va bene, cos�? - chiese Anatolij. - Bene! - disse Pierre, guardando D�lochov che, presa la bottiglia di rum, si avvicinava alla finestra attraverso la quale si scorgeva il cielo chiaro su cui si fondevano le luci del mattino e della sera. D�lochov, con la bottiglia in mano, salt� sulla finestra. - Statemi a sentire! - grid�, in piedi sul davanzale e rivolgendosi a coloro che erano nella stanza. Tutti tacquero. - Scommetto... - parlava in francese perch� l'ufficiale inglese lo capisse anche se parlava quella lingua piuttosto male - scommetto cinquanta imperiali (72) o anche cento, se volete - prosegu� rivolgendosi all'inglese. - No, cinquanta! - rispose questi. - Bene, scommetto cinquanta imperiali che berr� l'intero contenuto della bottiglia, senza riprendere fiato, seduto sul davanzale con le gambe penzoloni verso l'esterno - e si pieg� indicando la sporgenza inclinata della parete - e senza appoggiarmi a nulla... d'accordo? - Benissimo! - rispose l'inglese. Anatolij gli si avvicin�, lo afferr� per un bottone della giubba e, guardandolo dall'alto in basso (l'inglese era basso di statura), prese a ripetergli in inglese le condizioni della scommessa. - Aspetta! - grid� D�lochov, battendo con la bottiglia sul davanzale per attirare l'attenzione. - Aspetta, Kuragin! Ascoltate! Se un altro far� la stessa cosa, perder� volentieri cento imperiali. Avete capito? L'inglese fece un cenno con il capo senza dare in alcun modo a capire se avesse intenzione o no di accettare la nuova scommessa. Anatolij non si scostava da lui e sebbene questi, con ripetuti cenni, facesse intendere di capire tutto benissimo, Anatolij continuava a tradurgli in inglese ogni parola di D�lochov. Un giovane magro, in divisa da ussaro, che durante la serata aveva perso parecchio, si sporse dalla finestra e guard� nella via. - Uh... uh... uh! - esclam� costatando l'altezza sino al marciapiede. - Silenzio! - grid� D�lochov e allontan� dalla finestra l'ufficiale che, impacciato dagli speroni, stava goffamente nella stanza. Posata la bottiglia sul davanzale per poterla prendere facilmente, D�lochov lo scavalc� con prudenza, lasciando penzolare le gambe, e distese le braccia verso i bordi della finestra; si sedette, si mosse a destra e a sinistra e prese la bottiglia. Anatolij port� due candele e le pos� sul davanzale, sebbene ci si vedesse ancora benissimo. La schiena di D�lochov, coperta dalla camicia bianca, e il suo capo ricciuto, furono illuminati da entrambi i lati. Gli ospiti si affollarono vicino alla finestra. L'inglese si mise davanti a tutti. Pierre sorrideva senza dir nulla. Uno dei presenti, il pi� anziano, con un'espressione spaventata e irritata nello stesso tempo, a un tratto mosse qualche passo avanti e fece per afferrare D�lochov per un braccio. - Signori, � una pazzia! Si ucciderebbe! - disse quello che pareva essere pi� ragionevole degli altri. Anatolij lo ferm�. - Non toccarlo... lo spaventeresti e lo faresti cadere. E allora ? D�lochov si volt�, si rimise a posto, distese di nuovo le braccia e disse: - Se qualcuno s'impiccer� ancora nei fatti miei, - prosegu�, pronunziando le parole a denti stretti - lo butter� gi�. Intesi? Dopo aver detto �intesi?� si volt� di nuovo, abbass� le braccia, prese la bottiglia e se la port� alla bocca, rovesciando il capo all'indietro, e tenendo il braccio libero disteso perch� facesse da contrappeso. Uno dei domestici, che stava raccogliendo i vetri rotti, si ferm� nella posizione in cui si trovava e non distolse pi� lo sguardo dalla finestra e dalla schiena di D�lochov. Anatolij era immobile con gli occhi spalancati. L'inglese, sporgendo le labbra in avanti, guardava da una parte. Colui che aveva cercato di fermare D�lochov si rifugi� in un angolo della camera e si coric� sul divano con la faccia volta verso la parete. Pierre si copr� gli occhi con le mani e le sue labbra si fermarono atteggiate a un lieve sorriso sebbene egli fosse assalito da un brivido di paura. Tutti tacevano. Pierre abbass� le mani e guard�. D�lochov era ancora seduto nella stessa posizione, ma teneva la testa all'indietro, cosicch� i capelli ricciuti della nuca gli toccavano il collo della camicia e la mano che reggeva la bottiglia continuava ad alzarsi, tremando per lo sforzo. La bottiglia si vuotava visibilmente e nello stesso tempo si sollevava, mentre la testa si arrovesciava sempre di pi�. �Perch� ci vuole tanto tempo?�, pens� Pierre. Gli pareva che fosse trascorsa pi� di mezz'ora. Ad un tratto D�lochov fece un movimento con il dorso e la sua mano ebbe un tremito nervoso; quel tremito sarebbe stato sufficiente a far scivolare tutto il corpo seduto sul davanzale spiovente. La mano e la testa del giovane tremarono di pi� per lo sforzo che egli faceva. L'altra mano si sollev� per cercare un appiglio, e poi si riabbass�. Pierre richiuse gli occhi e si ripromise di non riaprirli pi�. A un tratto sent� che tutto attorno gli altri si agitavano. Si decise allora a guardare: D�lochov era ancora seduto sul davanzale. Il suo volto era pallido ma illuminato di gioia. - E' vuota ! Gett� la bottiglia all'inglese che abilmente l'afferr�. D�lochov balz� gi� dalla finestra. Dalla sua bocca si sprigionava un forte odore di rum. - Magnifico! Avete vinto la scommessa! Corbezzoli, siete davvero in gamba! - si gridava da ogni parte. L'inglese tir� fuori il borsellino e cont� il denaro della scommessa. D�lochov, con le sopracciglia aggrottate, taceva. Pierre balz� verso la finestra. - Signori! Chi vuole scommettere con me? Far� anch'io ci� che ha fatto D�lochov! - grid�. - Ma anche senza scommessa. Fate portare una bottiglia. Vedrete che anch'io... Una bottiglia, su! - Bene, bene! - esclam� D�lochov sorridendo. - Che ti piglia? Sei impazzito? Chi te lo lascer� fare? Ti vengono le vertigini solo a salire una scala... - si ud� dire qua e la. - Berr�! Datemi la bottiglia! - grid� Pierre con un gesto deciso da ubriaco, battendo un colpo sulla tavola, e sal� sulla finestra . Cercarono di afferrarlo per le braccia, ma egli era cos� forte che respingeva lontano chiunque cercasse di avvicinarglisi. - Non riusciremo a persuaderlo a nessun costo - disse Anatolij; - aspettate, lo inganner�. Ascolta, Pierre, scommetter� io con te, ma per domani: adesso andiamo tutti da... - Andiamo - grid� Pierre - andiamo! E porteremo con noi il nostro Miska. E, afferrato l'orsacchiotto, se lo prese tra le braccia e si mise a girare con lui per la stanza. CAPITOLO 7. Il principe Vassilij aveva mantenuto la promessa, fatta la sera in casa di Anna P�vlovna alla principessa Drubetzkaja, di intercedere per il suo unico figlio Bor�s. Era stato parlato di lui al sovrano e in via eccezionale il giovanotto pot� entrare con il grado di sottotenente nel reggimento della Guardia di Sem�novskij. Purtroppo, per�, non era stato nominato aiutante di Kutuz�v, nonostante i passi e gli intrighi di Anna Mich�jlovna. Poco tempo dopo quella serata essa torn� a Mosca, dai suoi ricchi parenti Rost�v, in casa dei quali dimorava quando era in citt�; in quella casa era stato allevato sin dall'infanzia ed era vissuto per molti anni il suo adorato B�renka, sino a quando cio� aveva avuto la nomina a sottotenente nel reggimento della Guardia. La Guardia aveva lasciato Pietroburgo sin dal 10 agosto e il figliuolo, rimasto a Mosca per farsi fare la divisa, doveva raggiungere Radzivilov (73). In casa Rost�v si festeggiava il doppio onomastico di Nat�lija, la madre, e di Nat�lija, la figlia minore. Sin dal mattino le berline dei visitatori che venivano a porgere i loro auguri giungevano senza posa e si fermavano dinanzi al gran palazzo della contessa Rost�v, noto a tutta Mosca, situato in via Pov�rskaja. La contessa, con la sua bella figliuola maggiore e con i visitatori che si susseguivano in continuazione, stava nel salotto. Era una donna sui quarantacinque anni, dal tipo orientale e dal viso magro, visibilmente stancata dalle numerose gravidanze: aveva avuto, infatti, dodici figli. La lentezza dei movimenti e del modo di parlare, causata dalla mancanza di forze, le conferivano un'aria imponente che incuteva rispetto. La principessa Anna Mich�jlovna Drubetzkaja era anch'essa nel salotto e, come se fosse di casa, aiutava a ricevere e a mantenere viva la conversazione tra gli ospiti. La giovent� era riunita in altre stanze, non ritenendo necessario partecipare al ricevimento. Il conte andava incontro ai visitatori e, accompagnandoli, li invitava tutti a pranzo. - Vi sono molto grato, "ma ch�re" o "mon cher" - diceva "ma ch�re" o "mon cher" senza distinzione e senza sfumature, sia che le persone fossero superiori, sia che fossero inferiori a lui. Vi sono molto grato per me e per le mie due care festeggiate. Badate, eh, che dovete favorire a pranzo. In caso contrario, mi offendereste, "mon cher". Vi prego proprio di cuore, a nome di tutta la famiglia, "mon cher"... Con la stessa espressione sul viso grasso, allegro e accuratamente rasato, la stessa stretta di mano e ripetendo gli stessi brevi saluti, diceva a tutti le medesime parole, senza eccezioni e senza mutamenti. Dopo aver riaccompagnato un ospite, il conte ritornava a quello o a quella che era ancora in salotto, si sedeva su una poltrona e con l'aria dell'uomo che amava la vita e che l'aveva goduta, con le gambe giovanilmente allargate e le mani sulle ginocchia, si dondolava con sussiego, faceva delle previsioni sul tempo, dava consigli sulla salute, ora in russo, ora in un pessimo, ma disinvolto francese. Poi di nuovo, con il fare di un uomo stanco ma deciso a compiere il proprio dovere, riaccompagnava i visitatori e, lisciandosi i radi capelli grigi, rinnovava l'invito a pranzo. Talvolta, ritornando dall'anticamera, passava per l'ampia sala dalle pareti rivestite di marmo dove si stava apparecchiando la tavola per ottanta persone e, guardando i domestici che portavano l'argenteria, i cristalli, i tovagliuoli damascati, chiamava Dmitrij Vass�levic', un uomo di origine nobile che si occupava di tutti i suoi affari e gli diceva: - Mi raccomando, eh, M�tenka, che tutto vada bene. S�, cos�, cos�... - aggiungeva, osservando con compiacenza l'enorme tavola. - La cosa pi� importante � il servizio, sicuro, sicuro... E se ne ritornava nel salotto con un sospiro di soddisfazione. - Maria Lvovna Karagina e sua figlia! - annunzi� con voce grave l'alto e grosso maggiordomo della contessa. La contessa riflett� un momento, annus� una presa di tabacco estratta dalla tabacchiera d'oro ornata con il ritratto del marito. - Queste visite mi hanno stancata - esclam�. - Questa � l'ultima che ricevo. E' una donna talmente smancerosa... Be' fa' entrare! - ordin� con un'espressione di tristezza nella voce come se dicesse: �Be', dammi il colpo di grazia!�. Un'alta, grossa signora, dal fare altezzoso e una fanciulla dal viso tondo e sorridente entrarono nel salotto tra un gran fruscio di abiti. �Ch�re comtesse, il y a si longtemps... Elle a �t� alit�e, la pauvre enfant... au bal des Razoumowsky... et la comtesse Apraksine... J'ai �t� si heureuse...� [74. Cara contessa, da tanto tempo... E' stata ammalata, povera figliola... al ballo dei Razumovsky... e la contessa Apr�ksina... Sono stata tanto felice], si udiva dire da vivaci voci di donna, che si interrompevano e si confondevano tra fruscii di gonne e rumore di sedie smosse. Era cominciata una di quelle conversazioni a tal punto confuse che si aspetta un momento di pausa per alzarsi, far frusciare la gonna e dire, per esempio: �Je suis bien charm�e... La sant� de maman... et la comtesse Apraksine� [75. Sono proprio contenta... La salute della mamma... e la contessa Apr�ksina...], e poi, tra un rinnovellato frusciar di vesti, passare nell'anticamera, indossare la pelliccia o il mantello e andar via. La conversazione si aggirava sulla novit� cittadina pi� importante del momento: la malattia del noto, bellissimo e ricchissimo vecchio conte Bezuchov, famoso all'epoca di Caterina, e intanto si parlava anche del figlio illegittimo di lui, Pierre, che si era comportato in modo cos� scorretto durante la serata in casa di Anna P�vlovna Scerer. - Mi dispiace molto per il povero conte - esclam� la visitatrice; - la sua salute � gi� cos� malandata... e ora i dispiaceri che gli d� questo figlio finiranno con l'ucciderlo! - Che � successo? - chiese la contessa, come se non sapesse a che cosa volesse riferirsi l'ospite, anche se gi�, almeno quindici volte, aveva sentito parlare dei dispiaceri del conte Bezuchov. - Ecco l'educazione di oggigiorno! All'estero quel giovanotto - continu� la visitatrice - � stato abbandonato a se stesso, e ora si dice che a Pietroburgo abbia commesso tali orrori da farsi espellere dalla polizia. - Ma come! - esclam� la contessa. - Ha scelto male i suoi amici - intervenne la principessa Anna Mich�jlovna. - Il figlio del principe Vassilij, lui e un certo D�lochov hanno fatto Dio sa che cosa! Ma l'hanno pagata! D�lochov � stato degradato, e il figlio di Bezuchov viene mandato a Mosca. Quanto ad Anatolij Kuragin... il padre � riuscito a soffocare lo scandalo. Tuttavia � stato ugualmente espulso da Pietroburgo. - Ma, insomma, che cosa hanno fatto? - insist� la contessa. - Roba da briganti, specialmente quel D�lochov! - rispose la visitatrice. - E pensare che � il figlio di M�rija Iv�novna D�lochova, una signora cos� perbene! Figuratevi che tutti e tre hanno preso non so dove un orso, l'hanno messo a sedere in carrozza con loro e l'hanno portato in casa di certe attrici dove, a causa del baccano provocato, � dovuta intervenire la polizia per farli smettere. Essi hanno afferrato il poliziotto e l'hanno legato, schiena contro schiena, all'orso, poi hanno gettato l'orso nella Moika (76); l'orso si � messo a nuotare con il poliziotto sulla schiena... - Bella figura, "ma ch�re", doveva fare quel poliziotto! - grid� il conte, torcendosi dalle risate. - Ah, che orrore! Come potete ridere cos�, conte? Ma, pur senza volerlo, ridevano anche le signore. - A fatica si � potuto salvare quel disgraziato - prosegu� la visitatrice. - Ed � il figlio del conte Kirill Vladim�rovic' Bezuchov che si diverte in modo cos� intelligente! - comment�. Eppure si diceva che fosse un giovane cos� perbene e dotato di notevole ingegno! Ecco a che cosa l'ha condotto l'educazione all'estero! Spero che qui nessuno lo vorr� ricevere, sebbene sia tanto ricco. Me lo volevano presentare, ma io ho recisamente rifiutato. Ho delle figlie, capirete... - Perch� dite che quel giovanotto � tanto ricco? - chiese la contessa, scostandosi un po' dalle signorine, le quali finsero subito di non ascoltare. - Il conte ha soltanto dei figli naturali... e pare che lo sia anche Pierre. La visitatrice fece un gesto vago con la mano. - Credo che di figli naturali ne abbia... una ventina. La principessa Anna Mich�jlovna volle prendere parte alla conversazione desiderando, era evidente, far sapere che ella aveva molte relazioni e che era molto al corrente degli avvenimenti mondani. - Ecco, in realt�, di che si tratta - disse a voce bassa, in tono grave. - Si sa che il conte Kir�ll Vladim�rovic'... ha perso la... contabilit� dei suoi figli... Ma Pierre � sempre stato il prediletto. - Come era ancora bello quel vecchio, l'anno scorso! - esclam� la contessa. - Non ho mai veduto un uomo pi� bello di lui! - Ma ora � assai mutato - osserv� Anna Mich�jlovna. - Ecco ci� che volevo dire - prosegu�. - Da parte di sua moglie il principe Vassilij � l'erede diretto di tutta la sostanza... Ma il padre amava molto Pierre, provvide alla sua educazione e scrisse all'imperatore... cosicch� nessuno sa a chi, alla sua morte (sta cos� male che la si attende da un minuto all'altro e Lorain � venuto da Pietroburgo), andr� la sua enorme sostanza: se a Pierre o al principe Vassilij. Quattromila anime e molti milioni! Lo so con certezza perch� me l'ha detto lo stesso principe Vassilij. E Kir�ll Vladim�rovic' mi � anche prozio per parte di madre. Ha tenuto a battesimo Bor�s - aggiunse. come se non attribuisse a questo fatto alcuna importanza. - Il principe Vassilij � arrivato da Mosca ieri. Mi hanno riferito che � venuto per una ispezione - disse la visitatrice. - S�, ma, detto tra noi, - osserv� Anna Mich�jlovna - questo � un pretesto: egli � venuto proprio per il conte Kir�ll Vladim�rovic' avendo saputo che sta male. - Per�, "ma ch�re", � stato un bello scherzo, quello dell'orso disse il conte; ma, notando che la visitatrice non lo ascoltava, si rivolse alle signorine: - Immagino la bella faccia che avr� fatto quel poliziotto! E, mostrando come il poliziotto doveva agitare le braccia, proruppe di nuovo in una risata profonda e sonora, scotendo tutto il corpo obeso, una di quelle risate particolari agli uomini che sono abituati a mangiare e soprattutto a bere bene. - Dunque - concluse - pranzerete con noi?... ve ne preghiamo... CAPITOLO 8. Segu� un silenzio. La contessa guardava la visitatrice, sorridendole gentilmente pur senza cercare di nascondere che non le sarebbe spiaciuto affatto se si fosse alzata e se ne fosse andata via. La figlia della visitatrice si rassettava gi� la veste, interrogando con lo sguardo la madre, quando dalla stanza attigua si sentirono ad un tratto correre verso la porta giovani e ragazze e si ud� un rumore di sedie smosse e ribaltate; poi si vide accorrere nel salotto una ragazzetta sui tredici anni, che nascondeva qualcosa sotto la gonnellina di mussola e che si ferm� di colpo in mezzo alla stanza. Evidentemente nello slancio incontrollato della corsa, la bimba era piombata l� solo per caso. Quasi nello stesso momento, comparvero sulla soglia uno studente in divisa dal bavero violaceo, un ufficiale della Guardia, una ragazza quindicenne e un ragazzotto paffuto e colorito in giacchetta. Il conte balz� in piedi e, dondolandosi, tese le braccia verso la bimba che era arrivata di corsa. - Ah, eccola qui - esclam� ridendo - la festeggiata! La mia cara festeggiata! - "Ma ch�re, il y a un temps pour tout!" [77. Ogni cosa a suo tempo, mia cara!] - disse la contessa, fingendosi seccata. - Tu la vizi troppo, Elie... - aggiunse, rivolgendosi al marito. - Buon giorno, mia cara, tanti auguri! - disse la visitatrice. Che graziosa creatura! - esclam�, guardando la madre. La fanciulla dagli occhi neri e dalla bocca un po' larga non era bella, ma vivacissima. Con le nude, gracili spalle infantili che uscivano dal corsetto per lo slancio della corsa, i riccioli neri gettati all'indietro, le sottili braccia nude anch'esse e le mutandine guernite di merletti che sporgevano di sotto la gonnella, ella era in quella dolce et� in cui una ragazza non � pi� una bambina, e una bambina non � ancora una ragazza. Sfuggendo al padre, si slanci� verso la madre e senza badare alla sua osservazione severa, nascose il visetto accaldato tra i merletti della mantiglia materna e si mise a ridere. Aveva un motivo per ridere: ansando, la bimba parlava della bambola che estrasse di tra le pieghe della gonnella. - Vedete? La mia bambola... Mim�... E Natascia, non potendo pi� parlare (tanto la cosa le pareva buffa), si abbandon� sul petto della madre e proruppe in una risata cos� argentina e squillante che tutti, compresa l'imponente visitatrice, risero pur senza volerlo. - Su, vattene, vattene con il tuo mostro! - disse la madre, scostando la bimba con aria fintamente irritata. - Questa � la mia ultima... - spieg� all'ospite. Natascia, sollevando per un momento la testa dalle trine dello scialle materno, guard� di sottecchi la visitatrice: poi, ridendo sino alle lacrime, la nascose di nuovo. L'ospite, costretta ad assistere a quella scenetta familiare, ritenne necessario prendervi parte. - Vorrei sapere, "ma ch�re", - disse rivolta a Natascia - che parentela avete con Mim�... E' vostra figlia, vero? Non piacquero a Natascia il tono indulgente e la domanda infantile rivoltale dalla visitatrice. Non rispose e la guard� con aria seria. In quel momento tutta la giovane generazione composta da Bor�s, l'ufficialetto figlio della principessa Anna Mich�jlovna; da Nikol�j studente, primogenito del conte; da S�nja, la sua nipotina quindicenne, e dal piccolo Petruska, l'ultimo nato, si stabil� nel salotto, cercando evidentemente di contenere nei limiti della buona educazione la vivacit� e l'allegria che animavano ancora i loro visi. Si capiva che nell'altra stanza, di dove erano arrivati a precipizio, la conversazione era stata pi� allegra di quella che si svolgeva nel salotto sui pettegolezzi mondani, sul tempo e sulla contessa Apr�ksina. Di tanto in tanto i ragazzi si scambiavano delle occhiate e, a fatica, si trattenevano dal ridere. I due giovanotti, lo studente e l'ufficiale, amici sin dall'infanzia, erano coetanei, e tutti e due belli, ma di una bellezza diversa. Bor�s era un giovane alto, biondo, dai lineamenti fini e regolari e dall'espressione tranquilla; Nikol�j, non molto alto, aveva i capelli ricciuti e un volto franco e aperto. Sul suo labbro superiore compariva gi� una lieve peluria, e tutta la sua fisionomia esprimeva ardore ed entusiasmo. Nikol�j, entrando in salotto, si fece rosso. Era chiaro che cercava e non sapeva che cosa dire; Bor�s al contrario, con calma scherzosa, assicur� che conosceva assai bene quella Mim�-bambola sin dalla sua giovent�, quando non aveva ancora il naso rotto, e osserv� che in cinque anni era molto invecchiata da come la ricordava, poich� nella testa aveva un grosso buco... Mentre diceva queste cose, guardava Natascia. La bimba si volt� e rivolse la sua attenzione al fratellino minore che, tenendo chiusi gli occhi, rideva silenziosamente; e, incapace di frenarsi, fece un salto e corse via dal salotto con tutta la rapidit� che le consentivano le sue agili gambette. Bor�s non rideva. - Mi pare, "maman", che vogliate andar via anche voi. Faccio chiamare una carrozza? - domand�, rivolgendosi alla madre con un sorriso. - S�, va'... va' a ordinarne una - rispose ella, ricambiando il sorriso. Bor�s usc� piano piano dietro a Natascia; il ragazzotto paffuto li segu� di corsa e pareva irritato per lo scompiglio che avevano portato nelle sue occupazioni. CAPITOLO 9. Dei giovani, senza contare la figlia maggiore della contessa (che aveva quattro anni di pi� della sorella e si considerava gi� un'adulta) e la figlia della visitatrice, erano rimasti in salotto soltanto Nikol�j e la nipote S�nja. S�nja era una brunetta sottile, dal viso fine, dallo sguardo dolce velato dalle lunghe ciglia; una folta treccia di capelli neri le girava due volte attorno al capo, e la pelle, specialmente quella del collo e delle braccia nude, magre, ma graziose e muscolose, aveva delle sfumature giallognole. La leggerezza dei movimenti, la finezza e la grazia delle membra e i modi un po' artificiosi e contenuti, facevano pensare a una graziosa, ma non ancora del tutto sviluppata gattina, che sarebbe diventata una splendida gatta... Era chiaro che riteneva conveniente dimostrare con il sorriso che partecipava alla conversazione generale; ma, pur senza che ella lo volesse, i suoi occhi dalle folte ciglia fissavano il cugino, che stava per partire per la guerra, con una adorazione cos� appassionata che il suo sorriso non poteva ingannare nessuno, e si capiva che la gattina si era seduta soltanto per saltare di pi�, dopo, e per giocare con il cugino non appena, come avevano fatto Bor�s e Natascia, fossero usciti insieme dal salotto. - S�, "ma ch�re", - disse il vecchio conte, rivolgendosi alla visitatrice e indicando Nikol�j - poich� il suo amico Bor�s � ormai ufficiale, per amicizia egli non vuole separarsi da lui; lascer� l'universit�, abbandoner� me, vecchio come sono, e andr� soldato. A quanto pare la sua nomina era gi� pronta negli archivi. E' una prova di amicizia questa, non vi pare, "ma ch�re"? - Si dice infatti che la guerra sia gi� stata dichiarata - rispose la visitatrice - S�, lo si afferma da parecchio tempo - disse il conte. - Si parla, si parla, ma le cose rimangono sempre allo stesso punto. E intanto, "ma ch�re", Nikol�j entra in un reggimento di ussari. Questa � amicizia, eh? La visitatrice, non sapendo che cosa dire, scoteva il capo. - Non lo faccio assolutamente per amicizia! - intervenne Nikol�j, accalorandosi e giustificandosi come se fosse stato atrocemente calunniato. - Non lo faccio per amicizia, ma semplicemente perch� mi sento attratto verso la vita militare. Si volse verso la cugina e la figlia dell'ospite; entrambe lo guardavano con un sorriso di approvazione. - Oggi pranzer� da noi Schubert, il comandante del reggimento degli ussari di Pavlograd. Egli era qui in licenza e condurr� Nikol�j con s�. Che farci? - disse il conte, stringendosi nelle spalle e cercando di parlare con disinvoltura di quella partenza che, evidentemente, gli procurava molto dispiacere. - Vi ho gi� detto, pap�, - riprese il figlio - che, se proprio non volete lasciarmi partire, io rester�. Ma so che a nulla sono adatto quanto al servizio militare, non mi sentirei di diventare n� diplomatico, n� funzionario. Sono incapace di nascondere ci� che sento - aggiunse, sempre guardando, con quella civetteria dei giovani che sanno di essere belli, S�nja e la figliuola dell'ospite. La gattina, tenendo puntati gli occhi su di lui, pareva pronta a mettersi a giocare e a dar prova del suo carattere felino. - Va bene, va bene! - disse il vecchio conte. - Vedete come s'infiamma subito! Quel Buonaparte fa girare la testa a tutti; tutti credono di poter fare come lui: da tenentini diventare imperatori! Dio lo volesse... - aggiunse, senza notare l'ironico sorriso dell'ospite. Gli adulti si misero a parlare di Bonaparte. Julie, la figlia della principessa Karagina, si rivolse al giovane Rost�v. - Peccato che gioved� non siate venuto dagli Archarov! Mi sono annoiata senza di voi! - aggiunse, guardandolo affettuosamente. Il giovane, lusingato, le si avvicin� con il civettuolo sorriso della giovinezza, e inizi� con la fanciulla una conversazione a tu per tu, senza accorgersi che il suo spontaneo sorriso colpiva, con il coltello della gelosia, il cuore di S�nja, che si era fatta rossa e aveva la bocca atteggiata a un sorriso forzato. Ma, a met� del colloquio, egli la guard� e vide che la fanciulla lo fissava con due occhi cattivi e appassionati e che, trattenendo a stento le lacrime si alzava e usciva dalla stanza con un ironico risolino sulle labbra. Tutto il brio di Nikol�j si spense. Attese la prima pausa della conversazione e, con il viso turbato, usc� dal salotto per andare a cercare Sonja. - Come sono �cuciti a filo bianco� i segreti di questi giovani! - esclam� Anna Mich�jlovna, accennando a Nikol�j che stava uscendo. - "Cousinage, dangereux voisinage" [78. Cugini, pericolosi vicini] - aggiunse poi. - S�! - disse la contessa, allorch� fu scomparso il raggio di sole portato nel salotto da quella giovent� e, come rispondendo a una domanda che nessuno le rivolgeva, ma che le stava sempre a cuore, riprese: - Quante sofferenze, quante preoccupazioni abbiamo dovuto sopportare per giungere a guardarli con piacere! E ora, in verit�, si hanno pi� timori che gioie. Sempre, sempre paura! E' proprio l'et� piena di pericoli per le ragazze e per i giovanotti... - Tutto dipende dall'educazione - osserv� la visitatrice. - S�, avete ragione - prosegu� la contessa. - Signora, grazie a Dio, io sono stata un'amica per i miei figliuoli e ho goduto della loro fiducia - disse ripetendo l'errore di molti genitori, i quali si illudono che i figli non abbiano per loro alcun segreto. - So che sar� sempre la prima "confidente" (79) delle mie ragazze e che quando Nik�lenka, dato il suo carattere vivace, commetter� qualche marachella (non � possibile che un giovane non ne commetta qualcuna!) non si tratter� di cose gravi, quali purtroppo commettono i giovani di Pietroburgo. - S�, i nostri ragazzi sono bravi giovani - conferm� il conte, che risolveva sempre le questioni gravi con il lodare tutti quanti. - Eh, che volete, "ma ch�re"? Mio figlio vuol proprio diventare un ussaro! - Che cara creatura la vostra piccina! - disse la visitatrice. Ha l'argento vivo addosso! - S�, davvero! - rispose il conte. - Ha preso da me. E ha una voce... Sebbene sia mia figlia, devo dire la verit�... diventer� una cantante. Un'altra Salomoni (80)! Le abbiamo preso un maestro italiano. - Non � troppo presto? Dicono che studiare a quell'et� danneggi la voce. - Oh no, non � troppo presto! - ribatt� il conte. - Le nostre mamme non si sposarono forse a dodici o tredici anni? - Ora � persino innamorata di Bor�s, nevvero? - disse la contessa, sorridendo con dolcezza nel guardare la madre del giovane. Poi, rispondendo evidentemente al pensiero che sempre le stava a cuore, prosegu�: - Vedete, se fossi troppo severa con lei, se la frenassi troppo... sa Iddio che cosa farebbero di nascosto... - (La contessa pensava che si scambiassero qualche bacio). - Invece cos� so tutto quello che si dicono. E' lei stessa che, alla sera, mi racconta ogni cosa. Forse la vizio anche un po', ma credo che sia il sistema migliore. Con la mia figliuola maggiore sono stata pi� severa... - S�, io sono stata educata in modo assai diverso - disse sorridendo la bella contessa Vera. Ma il sorriso non abbelliva il volto di Vera, contrariamente a quanto accade di solito. Anzi gli conferiva un'espressione non naturale e perci� sgradevole. Vera era bella, intelligente, beneducata, aveva una voce simpatica e tutto quello che diceva era sempre sensato e opportuno. Ma, cosa strana, tutti, comprese la visitatrice e la contessa, la guardavano come stupiti che ella avesse parlato a quel modo e provarono un senso di disagio. - Con i primi figliuoli accade sempre cos�: si vuol farne degli esseri fuori del comune - disse la visitatrice. - Bisogna essere sinceri, "ma ch�re"! La contessa � stata troppo severa con la nostra figliuola maggiore - osserv� il conte. - Ma a ogni modo Vera � diventata molto brava! - aggiunse, strizzando affettuosamente l'occhio alla figliuola. Le visitatrici si alzarono e se ne andarono, promettendo di ritornare per il pranzo. - Ah, mio Dio, che visita lunga! Non se ne andavano pi�... - esclam� la contessa, dopo aver accompagnato le due ospiti. CAPITOLO 10. Uscita di corsa dal salotto, Natascia giunse sino alla serra. Quivi si ferm� tendendo l'orecchio alla conversazione che si svolgeva di l� e aspettando Bor�s. Gi� cominciava a rodersi dall'impazienza, e, pestando i piedi, stava quasi per piangere perch� egli tardava a uscire, quando ud� i passi di lui non rapidi n� lenti, ma risoluti. Natascia si nascose in fretta e furia dietro a grossi vasi di fiori. Bor�s si ferm� in mezzo alla stanza, diede un'occhiata, scosse via un granello di polvere da una manica della divisa e si accost� allo specchio, osservando il suo bel viso. Natascia, dal nascondiglio in cui si trovava, guardava attenta a ci� che stava per fare. Il giovane rimase per un momento davanti allo specchio, sorrise, poi si diresse verso la porta di uscita. La fanciulla fu l� l� per chiamarlo, ma dopo aver riflettuto un attimo, si trattenne. �Cerchi, cerchi pure!�, disse tra s�. Non appena Bor�s fu uscito, dall'altra porta comparve S�nja, tutta rossa in viso, mormorando tra le lacrime parole di collera. Natascia fren� il suo primo impulso che fu quello di slanciarsi verso di lei e rimase nel nascondiglio, come sotto un berretto magico che le permetteva di osservare non vista, ci� che accadeva nel mondo. Provava un piacere nuovo tutto particolare. S�nja, mormorando rapidamente qualcosa, teneva lo sguardo rivolto alla porta del salotto; sulla soglia comparve Nikol�j. - S�nja! Che hai? E' possibile?... - disse egli, correndo verso la fanciulla. - Niente, niente, lasciatemi - esclam� S�nja, singhiozzando. - No, so di che si tratta... - Benissimo; allora, se lo sapete, andate pure da lei! - S�-o-nja! Lasciami dire una parola. E' possibile che ci dobbiamo tormentare tutti e due per una cosa immaginaria? - disse Nikol�j, prendendole una mano. S�nja non ritir� la mano e smise di piangere. Natascia, immobile e quasi senza respirare, osservava con occhi scintillanti dal suo nascondiglio, pensando: �Che accadr�, ora?�. - S�nja! Non m'importa nulla della gente! Tu sola conti per me, - disse Nikol�j - e te lo dimostrer�. - Non mi piace che tu parli a quel modo! - Bene non lo far� pi�! Perdonami, S�nja. - E, attirata a s� la fanciulla, la baci�. �Ah, come dev'essere bello!�, pens� Natascia e, allorch� S�nja e Nikol�j uscirono dalla stanza, essa li segu� e chiam� Bor�s. - Bor�s, venite qui! - disse con aria furba e significativa. - Ho bisogno di dirvi una cosa. Qui, qui... - aggiunse, e lo condusse nella serra, proprio in mezzo ai vasi dietro ai quali si era nascosta prima. Bor�s, sorridendo, la segu�. - Allora, qual � "questa cosa"? - chiese il giovane. Ella si turb�, si guard� attorno e, scorta la sua bambola su di un vaso, la prese in braccio. - Baciate la bambola, Bor�s... Bor�s guard� con tenerezza il viso animato di Natascia e non rispose. - Non volete? Ebbene, venite qui! - ella disse e, gettata via la bambola, s'inoltr� pi� profondamente tra i vasi e i fiori. - Pi� vicino! - sussurr� afferrando l'ufficialetto per i polsini. Sul suo viso, intensamente rosso, si leggevano timore e gravit� insieme. - Neppure me volete baciare? - sussurr� in tono appena udibile, guardando di sottecchi il giovane, sorridendo e quasi piangendo per il turbamento. Bor�s arross�. - Quanto siete strana! - esclam�, chinandosi verso di lei e facendosi sempre pi� rosso, incerto sul da farsi e rimanendo in attesa. Natascia a un tratto salt� su di una cassa in modo da essere pi� alta di lui, gli cinse il collo con le braccia esili e nude e, gettati indietro i capelli con un rapido movimento della testa, lo baci� sulla bocca. Poi, scivolando tra le piante, raggiunse l'altro lato della stanza e, abbassata la testa, si ferm�. - Natascia... - disse Bor�s; - sapete che io vi amo, ma... - Siete innamorato di me? - lo interruppe la fanciulla. - S�, sono innamorato, ma vi prego non facciamo pi� ci� che abbiamo fatto ora... Dobbiamo lasciare passare ancora quattro anni... Allora io chieder� la vostra mano. Natascia riflett�. - Tredici, quattordici, quindici, sedici... - disse poi, contando sulle dita sottili. - Sta bene! Siamo d'accordo, allora? E un sorriso di gioia fiduciosa le illumin� il viso. - D'accordo! - rispose Bor�s. - Per sempre? - chiese la fanciulla. - Sino alla morte? E, preso Bor�s sottobraccio, con il viso illuminato dalla felicit�, si avvi� con lui verso l'attigua camera dei divani. CAPITOLO 11. La contessa si sentiva cos� stanca per le visite che ordin� di non ricevere pi� nessuno e il portiere ebbe solo l'ordine di invitare a pranzo tutti coloro che si fossero presentati per fare gli auguri. La contessa voleva parlare a tu per tu con la sua amica d'infanzia, la principessa Anna Mich�jlovna, che aveva appena veduto di sfuggita da quando era arrivata a Pietroburgo. Anna Mich�jlovna, con il viso triste e simpatico, si avvicin� alla poltrona della contessa. - Sar� assolutamente sincera con te - prese a dire Anna Mich�jlovna: - ormai sono pochi gli amici di un tempo che ci sono rimasti! Per questo mi � tanto cara la tua amicizia! Poi guard� Vera e si interruppe. La contessa strinse la mano all'amica. - Vera, possibile che tu non capisca e non ti accorga che la tua presenza qui � superflua? Va' con le tue sorelle, va'... - disse la contessa, rivolgendosi alla figliuola maggiore che non pareva molto amata. La bella Vera ebbe un sorriso sprezzante ed evidentemente non si sent� per nulla offesa. - Se me lo aveste detto prima, mamma, me ne sarei gi� andata - rispose, e si ritir� nella sua camera. Ma, nell'attraversare il salottino, not� che presso ad ognuna delle due finestre sedeva una coppia. Si ferm� e un sorriso sdegnoso sfior� le sue labbra. S�nja era seduta accanto a Nikol�j che le stava ricopiando dei versi: i primi che avesse composto. Bor�s e Natascia stavano presso l'altra finestra e, all'entrare di Vera, tacquero. S�nja e Natascia la guardarono con espressione colpevole e felice a un tempo. Era piacevole e commovente vedere quelle due fanciulle innamorate, ma quella vista non suscit� in Vera alcun sentimento gradevole. - Quante volte vi ho pregati - disse - di non toccare le cose mie? - E prese il calamaio che Nikol�j stava usando. - Eccolo, eccolo... - rispose questi, intingendo ancora una volta la penna. - Non sapete mai fare le cose a tempo opportuno - disse Vera. - Poco fa siete entrati in salotto in modo che tutti se ne sono vergognati. Quantunque tutto quello che diceva fosse perfettamente giusto - o forse proprio per questo - nessuno le rispose, e tutti e quattro si limitarono a scambiarsi un'occhiata. Vera si ferm� in mezzo alla stanza con il calamaio in mano. - E quali segreti potete avere alla vostra et�, tu, Natascia, e tu, Nikol�j, e voi due, Bor�s e S�nja? Stupidaggini! - Ma a te che importa, Vera? - rispose Natascia, con una vocetta dolce e implorante. Quel giorno ella era evidentemente pi� buona e pi� affettuosa del solito verso tutti. - S�, stupidaggini - ripet� Vera - e mi vergogno per voi. Quali segreti potete avere? - Ognuno ha i propri... Noi ti lasciamo in pace con il tuo Berg... - riprese Natascia, accalorandosi. - Credo che non vi dobbiate occupare dei fatti miei, - replic� Vera - perch� nelle mie azioni non c'� mai nulla da ridire. Ma io riferir� alla mamma come ti comporti con Bor�s! - Nat�lija Il�nisna si comporta verso di me molto bene - disse Bor�s. - Non posso davvero lagnarmi... - Smettetela, Bor�s... Siete un tal diplomatico! - (La parola "diplomatico" veniva molto usata dai ragazzi con il significato particolare che essi solevano darle). - Tutto questo � insopportabile! - esclam� Natascia con voce tremante nella quale vibrava l'offesa. - Perch� Vera mi rimprovera cos�? Tu, queste cose non le capirai mai, - prosegu� rivolta a Vera - giacch� non hai mai amato nessuno: non hai cuore, tu! Sei soltanto una "madame de Genlis"! (81). - (Questo soprannome, considerato molto offensivo, era stato dato a Vera da Nikol�j). - E il tuo piacere pi� grande consiste nel dare fastidio agli altri. Fa' la civetta con Berg quanto ti piace... - esclam� con foga. - Senza dubbio io, in presenza di ospiti, non correrei dietro a un giovanotto! - Bene, hai raggiunto il tuo scopo - intervenne Nikol�j; - hai detto cose spiacevoli a tutti, hai rovinato tutto! Andiamo nella camera dei ragazzi! Tutti e quattro, come uno stormo d'uccelli spaventati, si alzarono e uscirono dalla stanza. - Mi hanno detto delle cose sgradevoli, mentre io non ho detto nulla a nessuno - concluse Vera. - "Madame de Genlis! Madame de Genlis!" - gridarono dietro all'uscio delle voci canzonatorie. La bella Vera, che produceva su tutti un effetto cos� spiacevole e irritante, sorrideva e, per nulla turbata da ci� che le avevano detto, si accost� allo specchio e si rassett� la sciarpa e i capelli. Osservando il suo bel volto parve diventare anche pi� fredda e pi� calma. Nel salotto, intanto, la conversazione continuava. - Ah, "ma ch�re", - diceva la contessa - non � tutta rosea la mia vita! Credi che non mi renda conto che, con il tenore di vita che conduciamo, le nostre ricchezze non potranno durare a lungo? E tutto per causa del club (82)... E non ci riposiamo neppure quando viviamo in campagna! Il teatro, le partite di caccia, e Dio sa che altro! Ma perch� ti parlo di me? Dimmi un po' come mai ti sei ridotta cos�! Spesso mi meraviglio, Annette, che alla tua et� tu debba correre da sola in carrozza da viaggio a Mosca, a Pietroburgo, andare da tutti i ministri, da tutti i personaggi importanti... e che tu riesca a cavartela con tutti! Non riesco proprio a capire come fai... - Ah, amica mia! - rispose la principessa Anna Mich�jlovna. - Che Iddio ti guardi dal provare quanto sia duro restar vedova, senza mezzi e con un figlio per il quale hai una vera adorazione! - prosegu� con un certo orgoglio. - La necessit� insegna. Quando ho bisogno di vedere uno di quei pezzi grossi, gli scrivo un biglietto: �La principessa Tale desidera conferire con il Tale...� e mi presento. Ci ritorno due, tre, anche quattro volte, sino a quando non ho ottenuto ci� che mi occorre. Poco m'importa di ci� che pensano di me! - A chi ti sei rivolta per B�renka? - chiese la contessa. - Tuo figlio � gi� ufficiale della Guardia, il mio Nikoluska � soltanto allievo. Non abbiamo nessuno a cui raccomandarlo. A chi ti sei rivolta, tu? - Al principe Vassilij. E' stato molto gentile. Ha subito acconsentito a inviare una relazione all'imperatore - disse con entusiasmo la principessa Anna Mich�jlovna, dimenticando del tutto l'umiliazione che aveva subito per raggiungere il suo scopo. - E' invecchiato il principe Vassilij? - chiese la contessa. Non l'ho riveduto dal tempo degli spettacoli in casa Rumjanz�v. Credo che non si ricordi pi� di me. Mi faceva la corte... - ramment� la contessa, con un sorriso. - E' tale e quale, - rispose Anna Mich�jlovna - sempre gentile e amabile. "Les grandeurs ne lui ont pas tourn� la t�te du tout" [83. Gli onori non gli hanno dato alla testa.]. �Mi rincresce di non poter fare di pi� per voi, mia cara principessa�, mi ha detto. �In ogni modo, comandatemi!�. S�, � veramente una eccellente persona e un ottimo parente. Ma tu sai, "Nathalie", quanto sia grande il mio amore per mio figlio. Non so che cosa farei per la sua felicit�. La mia situazione � cos� triste, - aggiunse Anna Mich�jlovna in tono afflitto, triste e a voce pi� bassa - triste al punto da poterla definire terribile. Il mio disgraziato processo divora tutto ci� che possiedo, senza andare avanti di un passo. Figurati che non ho pi� dieci copechi, "� la lettre", e non so come far� a pagare la divisa di Bor�s... - Tir� fuori il fazzoletto e si mise a piangere. - Mi occorrono cinquecento rubli e non ho che un biglietto da venticinque. Capirai che in una situazione simile... La mia unica speranza � ora riposta nel conte Kir�ll Vladim�rovic' Bezuchov. Se egli non vorr� aiutare il suo figlioccio (� il padrino di Bor�s) e fissare una cifra per il suo mantenimento, tutti i miei sforzi saranno stati inutili: non potr� fornirgli il corredo militare. La contessa piangeva e, in silenzio, rifletteva. - Io mi chiedo spesso, - riprese la principessa - forse commettendo un peccato... mi chiedo spesso: il principe Kir�ll Vladim�rovic' vive solo... � immensamente ricco... Perch� vive? La vita per lui non � pi� che un peso mentre Bor�s incomincia appena adesso a vivere... - Senza dubbio lascer� qualche cosa a Bor�s - osserv� la contessa. - Dio solo lo sa, "ch�re amie"! Questi ricconi sono talmente egoisti... Ma io andr� da lui con Bor�s e gli dir� francamente come stanno le cose. Pensino e dicano di me ci� che vogliono! Non me ne importa niente, giacch� si tratta dell'avvenire di mio figlio. - La principessa si alz�. - Adesso sono le due, e il pranzo avr� inizio alle quattro... Far� in tempo a ritornare. E con la disinvoltura di una signora di Pietroburgo molto affaccendata e che sa utilizzare bene il suo tempo, Anna Mich�jlovna mand� a chiamare il figlio e usc� con lui nell'anticamera. - Addio, mia cara - disse alla contessa che l'accompagn� sino alla porta. - Prega che io riesca nel mio intento... - aggiunse a bassa voce, per non essere udita dal figlio. - Andate dal principe Kir�ll Vladim�rovic', "ma ch�re"? - chiese il conte, uscendo nell'anticamera dalla sala da pranzo. Se il principe sta meglio, pregate Pierre di venire a pranzo da me. Egli � gi� stato qui altre volte e ha ballato con le figliuole. Diteglielo senza fallo, "ma ch�re". Ora andr� a vedere che cosa fa Tar�ss... M'ha detto che in casa Orl�v non c'� mai stato un pranzo come il nostro di oggi! CAPITOLO 12. - "Mon cher" Bor�s... - disse la principessa Anna Mich�jlovna al figlio, allorch� la carrozza della contessa Rost�v, nella quale si trovavano, attravers� la strada ricoperta di paglia (84) ed entr� nell'ampio cortile del conte Kir�ll Vladim�rovic' Bezuchov. - "Mon cher" Bor�s, - ripet� la madre, levando la mano di sotto il vecchio mantello e posandola con gesto timido e affettuoso sul braccio del figlio - sii gentile e premuroso. Il conte Kir�ll Vladim�rovic' � pur sempre il tuo padrino e da lui dipende il tuo avvenire. Ricordatelo, "mon cher", sii gentile come sai essere... - Se almeno sapessi che da tutto questo non verranno fuori soltanto umiliazioni... - rispose freddamente il figlio. - Ma io ve l'ho promesso e lo far� per voi. Quantunque fossero scesi da una carrozza, il portiere guard� madre e figlio (i quali, senza essersi fatti annunziare, entravano direttamente nel vestibolo a vetri, tra due file di statue allineate nelle loro nicchie) e, osservato attentamente il vecchio mantello di Anna Mich�jlovna, chiese loro se desiderassero la principessa o il conte e, saputo che volevano parlare con il conte, li inform� che sua eccellenza stava peggio e che non riceveva nessuno. - Allora possiamo andarcene - disse il figlio in francese. - "Mon ami" - rispose la madre con voce supplichevole, posando di nuovo la mano sul braccio del figliuolo, come se con quel gesto potesse calmarlo o eccitarlo. Bor�s tacque e, senza togliersi il cappotto, fiss� la madre. - Senti, - disse Anna Mich�jlovna in tono dolce, rivolgendosi al portiere - io so che il conte Kirill Vladim�rovic' sta molto male... e sono venuta proprio per questo. Sono una sua parente... e certo non lo disturber�. Ho soltanto bisogno di vedere il principe Vassilij Serg�evic': egli � qui. Annunziami, ti prego. Il portiere, con aria cupa, tir� il cordone del campanello che dava al piano superiore e volt� le spalle. - La principessa Drubetzkaja per il principe Vassilij Serg�evic'! - grid� al domestico in marsina che accorreva, sporgendosi dall'alto della scala. La madre si rassett� il pi� possibile le pieghe alla veste tinta e ritinta, si guard� nello specchio di Venezia applicato alla parete e, trascinando coraggiosamente le sue scarpe scalcagnate, si avvi� verso il piano superiore salendo la scala ricoperta da un tappeto. - "Mon cher", mi hai promesso... - disse rivolta al figlio, toccandogli di nuovo il braccio. Bor�s, ad occhi bassi, la segu� docilmente. Entrarono in una sala di dove si accedeva direttamente nell'appartamento del principe Vassilij. Mentre madre e figlio, fermi in mezzo alla sala, si accingevano ad interrogare un vecchio domestico che al loro ingresso si era alzato da uno sgabello, si mosse la maniglia di bronzo di una delle porte, e il principe Vassilij in giacca di velluto da casa, con una sola decorazione, usc�, accompagnando un bell'uomo dai capelli neri. Era questi Lorrain, il famoso medico di Pietroburgo. - "C'est donc positif?" - gli domand� il principe. - "Mon prince, errare humanum est..." ma... - rispose il dottore, pronunziando garbatamente alla francese le parole latine. - "C'est bien, c'est bien"... Vedendo Anna Mich�jlovna con il figlio, il principe Vassilij salut� con un inchino il dottore e in silenzio, ma con aria interrogativa, si avvicin� a loro. Bor�s not� che ad un tratto un'espressione di intenso dolore era apparsa negli occhi di sua madre e un lieve sorriso gli sfior� le labbra. - Ah, principe, in quale triste circostanza ci dobbiamo incontrare... Come sta il nostro caro ammalato? - chiese, come se non si accorgesse dello sguardo freddo, quasi offensivo, puntato su di lei. Lo stesso sguardo interrogativo e perplesso pass� da lei a Bor�s. Questi si inchin� cortesemente. Il principe Vassilij, senza ricambiare il saluto, si volse di nuovo verso Anna Mich�jlovna. E alle domande di lei rispose con un movimento del capo e delle labbra che voleva significare quanto scarse fossero ormai le speranze per l'ammalato. - Davvero? - esclam� Anna Mich�jlovna. - Ah, � terribile! E' terribile pensare... Ecco mio figlio - aggiunse, indicando Bor�s: - egli � venuto per ringraziarvi personalmente. Ancora una volta Bor�s fece un cortese inchino. - Credete, principe, il mio cuore di madre non dimenticher� mai ci� che avete fatto per noi. - Sono lieto di aver potuto esservi utile. mia cara Anna Mich�jlovna - disse il principe Vassilij, accomodandosi il colletto della giacca e facendo capire con i gesti e con la voce alla sua protetta Anna Mich�jlovna che l�, a Mosca, la sua importanza era molto pi� grande che non a Pietroburgo. - Cercate di fare il vostro dovere e di essere degno di quanto � stato fatto per voi - ammon�, rivolto a Bor�s. - Sono contento... Siete qui in licenza? - domand� poi con il suo tono distaccato. - Aspetto l'ordine, eccellenza, per recarmi alla mia nuova destinazione - rispose Bor�s, senza mostrarsi seccato dal tono un po' brusco del principe e senza dimostrare il desiderio di continuare la conversazione. A quelle parole, pronunziate in tono calmo e indifferente, il principe lo guard� fissamente. - Vivete con vostra madre? - Qui abito in casa della contessa Rost�v - rispose Bor�s, ripetendo ancora �eccellenza�. - In casa di quell'Ilj� Rost�v che ha sposato Nathalie Sc�nscina - spieg� Anna Mich�jlovna. - Lo so, lo so! - rispose il principe Vassilij con la sua voce monotona. - "Je n'ai jamais pu concevoir comment Nathalie s'est d�cid�e � �pouser cet ours mal l�ch�! Un personnage compl�tement stupide et ridicule. Et joueur, � ce qu'on dit" [85. Non sono mai riuscito a capire come mai Nathalie si sia decisa a sposare quell'orso grossolano, un essere assolutamente stupido e ridicolo. E, a quanto pare, � anche un giocatore]. - Ma � una brava persona, principe! - osserv� Anna Mich�jlovna, con un sorriso commosso, come per dire che sapeva benissimo che Rost�v meritava quell'opinione, ma che pregava di essere indulgente verso il povero vecchio. - Che cosa dicono i medici? - chiese dopo un breve silenzio, mentre il suo viso sciupato esprimeva di nuovo una profonda tristezza. - Poche speranze - rispose il principe. - Avrei tanto desiderato ringraziare ancora una volta mio zio per tutto il bene che ha fatto a me e a Bor�s. E' il suo figlioccio! - aggiunse con un tono particolare, come se quella notizia dovesse rallegrare chi sa quanto il principe Vassilij. Il principe Vassilij si fece pensieroso e aggrott� la fronte. Anna Mich�jlovna cap� che egli temeva di trovare in lei una rivale per quanto si riferiva al testamento del conte Bezuchov. E si affrett� a tranquillizzarlo. - Se non fosse per il mio vero affetto e la mia profonda devozione per lo zio... - ella disse, pronunziando queste parole con accento convinto e insieme noncurante. - Conosco il suo carattere nobile, retto... ma se le principessine restano sole con lui... sono ancora cos� giovani... - Chin� la testa e aggiunse a voce bassa: - Ha compiuto gli estremi doveri, principe? Quanto sono preziosi questi ultimi momenti! Certo, se sta cos� male, bisognerebbe prepararlo. Noi donne, principe, - disse, sorridendo teneramente - sappiamo sempre come dire queste cose. E' necessario che io gli parli... Che tristezza per me vederlo cos� malato!... Ma io sono abituata a soffrire. Il principe cap�, come aveva gi� capito sin dalla serata in casa di Anna P�vlovna, che era difficile liberarsi da Anna Mich�jlovna. - Non credete che questa vostra visita possa essergli penosa, "ch�re" Anna Mich�jlovna? - le chiese. - Aspettiamo sino a sera: i medici temono una crisi. - Ma in momenti simili, principe, non si pu� aspettare! "Pensez, il y va du salut de son �me... Ah, c'est terrible, les devoirs d'un chr�tien"... [86. Pensate, si tratta della salvezza della sua anima! Ah, quale tremenda responsabilit� il dovere di un cristiano!] Una delle porte che conducevano alle stanze interne si apr� e comparve una delle principesse, nipoti del conte: aveva il viso cupo e freddo e il busto troppo lungo in proporzione alle gambe. Il principe Vassilij si volse verso di lei. - Come va? - Sempre lo stesso... E questo rumore... - soggiunse, guardando Anna Mich�jlovna come una sconosciuta. - "Ah, ch�re, je ne vous reconnaissais pas" - disse Anna Mich�jlovna, sorridendo lietamente e avvicinandosi con passo leggero alla nipote del conte. - "Je viens d'arriver et je suis � vous pour vous aider � soigner mon oncle. J'imagine, combien vous avez souffert! [87. Ah, mia cara, non vi avevo riconosciuta. Sono arrivata or ora e mi metto a vostra disposizione per curare mio zio. Immagino quanto abbiate sofferto!] - aggiunse, alzando al cielo gli occhi pieni di compassione. La principessa non rispose, non sorrise neppure e usc� subito. Anna Mich�jlovna si lev� i guanti e con aria vittoriosa si accomod� in una poltrona, invitando il principe Vassilij a sederlesi accanto. - Bor�s! - disse a suo figlio, sorridendo. - Io andr� dal conte mio zio, e tu, caro, va' da Pierre e non dimenticarti di trasmettergli l'invito dei Rost�v. I Rost�v lo vogliono a pranzo, ma penso che egli non ci andr�... - soggiunse, rivolgendosi al principe. - Al contrario - rispose il principe, divenuto visibilmente di pessimo umore; - "je serais tr�s content si vous me d�barrassez de ce jeune homme..." [88. Sarei lietissimo se mi liberaste da quel giovanotto]. Egli � qui, infatti. Il conte non ha chiesto di lui neppure una volta. E alz� le spalle. Il domestico accompagn� Bor�s al pianterreno e qui, salendo un'altra scala, lo guid� nelle stanze occupate da P�tr Kir�llovic'. CAPITOLO 13. Pierre non aveva fatto in tempo a scegliersi una carriera a Pietroburgo, ed effettivamente era stato espulso per la sua scapestrataggine. La storia narrata in casa della contessa Rost�v corrispondeva al vero: Pierre aveva partecipato all'atroce burla giocata al poliziotto legato all'orso. Era giunto a Mosca da qualche giorno e, come sempre, si era stabilito in casa del padre. Sebbene immaginasse che la storia fosse nota a Mosca e che le donne che circondavano suo padre, sempre malevolo nei suoi confronti, avessero approfittato di quella occasione per suscitare l'irritazione del conte, tuttavia il giorno stesso dell'arrivo entr� nell'appartamento del padre. Passando nel salotto, salut� le principesse che, sedute al telaio, lavoravano e ascoltavano una di esse che leggeva ad alta voce un libro. Erano tre. La maggiore, dall'aspetto illibato, dalla vita lunga e dall'espressione severa - quella stessa venuta incontro ad Anna Mich�jlovna - stava leggendo; le altre due fresche e graziose, che si distinguevano tra di loro soltanto da un neo che una aveva al di sopra della bocca e che l'abbelliva molto, stavano ricamando al telaio. Pierre fu accolto come un morto o un appestato. La principessa pi� anziana interruppe la lettura e lo fiss� in silenzio, con gli occhi spaventati; la seconda, quella che non aveva il neo, assunse la stessa espressione, la minore, quella con il neo, dal carattere allegro e ridanciano, si chin� sul telaio per nascondere il sorriso, rallegrata probabilmente dalla scena divertente che sarebbe avvenuta. Tir� a s� il filo di lana e si chin� come se volesse studiare il disegno, trattenendosi a stento dal ridere. - Buon giorno, cugina! - disse Pierre. - Non mi riconoscete ? - Vi riconosco benissimo, anche troppo... - Come sta il conte? Potrei vederlo? - chiese Pierre, un po' goffamente come sempre, ma senza confondersi. - Il conte soffre fisicamente e moralmente, e pare che voi vi diate da fare per procurargli la maggior quantit� possibile di dispiaceri! - Posso vedere il conte? - insist� Pierre. - Eh... se volete ucciderlo, ucciderlo del tutto, potete andare da lui. Olga, va' a vedere se il brodo per lo zio � pronto; tra poco � ora che lo prenda... - aggiunse, facendo cos� intendere che esse si occupavano di curare il padre di lui, mentre egli, evidentemente, pensava soltanto a procurargli dispiaceri e turbamento. Olga usc�. Pierre, in piedi, guard� le sorelle e, dopo un inchino, disse: - Ritorner� nelle mie stanze. Quando potr� vederlo me lo farete sapere. Usc� e una risata argentina, non trattenuta, della minore delle sorelle, rison� alle sue spalle. Il giorno seguente arriv� il principe Vassilij che si stabil� in casa del conte. Mand� a chiamare Pierre e gli disse: - "Mon cher, si vous vous conduisez ici comme � P�tersbourg vous finirez tr�s mal; c'est tout ce que je vous dis [89. Mio caro, se vi comporterete qui come a Pietroburgo, finirete male. Non vi dico altro]. Il conte � molto, molto malato: non devi assolutamente vederlo. Da allora nessuno pi� si era occupato di Pierre, che trascorreva da solo tutto il giorno nella sua camera. Quando Bor�s entr�, Pierre andava su e gi� per le stanze fermandosi di tanto in tanto in un angolo e facendo un gesto minaccioso verso le pareti come se volesse trafiggere con la spada un invisibile nemico; poi guardava severamente di sopra le lenti e riprendeva la passeggiata, pronunziando parole confuse, alzando le spalle e allargando le braccia. - "L'Angleterre a v�cu" - disse, aggrottando le sopracciglia e tendendo l'indice come per indicare qualcuno. - "M. Pitt (90) comme tra�tre � la nation et au droit des gens, est condamn� �..." [91. L'Inghilterra � finita! Il signor Pitt, come traditore della nazione e del diritto delle genti, � condannato a...]. - Non fece in tempo a completare la sua sentenza contro Pitt, credendo in quel momento di essere Napoleone in persona e di avere, insieme con il suo eroe, compiuto la pericolosa traversata della Manica e assalito Londra, quando vide sulla soglia della camera un giovane ufficiale, bello ed elegante. Si ferm�. Pierre aveva lasciato Bor�s fanciullo quattordicenne e non lo ricordava assolutamente pi�; tuttavia, con la spontaneit� che gli era propria, e con la consueta cortesia, gli porse la mano e gli sorrise amichevolmente. - Vi ricordate di me? - domand� tranquillamente Bor�s con un simpatico sorriso. - Sono venuto con la mamma dal conte che, a quanto pare, sta tutt'altro che bene. - Gi�, pare che stia male davvero. E lo disturbano continuamente - rispose Pierre, cercando di ricordare chi fosse quel giovane ufficiale. Bor�s cap� che Pierre non lo riconosceva, ma non ritenne necessario presentarsi e, senza provare il minimo imbarazzo, lo guard� diritto negli occhi. - Il conte Rost�v vi prega di favorire oggi a pranzo in casa sua - disse dopo un silenzio abbastanza lungo e imbarazzante per Pierre. - Ah! Il conte Rost�v! - esclam� gioiosamente Pierre. - Allora voi siete il suo figliuolo Ilj�? Al primo momento, figuratevi, non vi ho riconosciuto! Vi ricordate che andammo con "madame" Jacquot alle Colline dei Passeri? Ma tanto tempo fa... - Vi sbagliate - disse lentamente Bor�s con un allegro e un canzonatorio sorriso. - Io sono Bor�s, il figlio della principessa Anna Mich�jlovna Drubetzkaja. E' il vecchio Rost�v che si chiama Ilj�, suo figlio � Nikol�j, e io non conosco alcuna signora Jacquot. Pierre agit� le mani e scosse la testa come se delle api o delle zanzare gli ronzassero attorno. - Ah, mio Dio! Che confusione ho fatto! A Mosca ho tanti parenti... Voi siete Bor�s... s�! Finalmente ci siamo capiti! Be', che ne pensate della spedizione di Boulogne (92)? Se la vedrebbero brutta gli Inglesi, se Napoleone attraversasse il canale? Io penso che la spedizione sia possibilissima, purch� Villeneuve (93) non faccia qualche passo falso! Bor�s non sapeva nulla della spedizione di Boulogne, non leggeva i giornali e il nome di Villeneuve lo sentiva allora per la prima volta. - Qui a Mosca ci occupiamo di pranzi e di pettegolezzi pi� che di politica - rispose con il suo tono calmo e un po' canzonatorio. - Di tutto quanto dite non so nulla e non me ne interesso. Mosca si occupa specialmente di pettegolezzi - ripet�.- Ora non si parla che di voi e del conte... Pierre sorrise bonariamente, come se temesse che il suo interlocutore stesse per dire qualcosa di cui dovesse pentirsi. Ma Bor�s parlava chiaramente, con decisione, guardando Pierre diritto negli occhi. - A Mosca non si fanno che pettegolezzi - prosegu�. - Ora sono tutti curiosi di sapere a chi il conte lascer� l'eredit� anche se c'� la possibilit� che egli sopravviva a tutti noi, il che gli auguro di vero cuore... - S�, ed � una cosa triste, molto triste - lo interruppe Pierre. Egli temeva sempre che quel giovane ufficiale intavolasse, senza volerlo, un discorso imbarazzante per lui. E potete immaginare, - disse Bor�s, arrossendo leggermente ma senza mutare n� voce n� posizione - potete immaginare che tutti si occupano di questa eredit� perch� sperano di potere avere qualcosa di tanta ricchezza. �E' proprio cos��, pens� Pierre. - E io voglio precisamente dirvi, per evitare qualsiasi malinteso, che vi sbagliereste di grosso se contaste tra costoro anche mia madre e me. Noi siamo molto poveri ma, proprio perch� vostro padre � ricco, io non mi considero suo parente, e n� io, n� mia madre chiederemmo mai nulla e nulla accetteremmo da lui. Pierre tard� alquanto a capire, ma, allorch� ebbe compreso, balz� dal divano, afferr� la mano di Bor�s con la sua consueta veemenza un po' goffa e, arrossendo pi� di Bor�s stesso, prese a dire con un sentimento di vergogna e di dispetto: - Ecco... � strano! Forse che io... Ma chi poteva pensare che... Io so benis... Ma Bor�s di nuovo lo interruppe: - Sono contento di aver detto tutto. Forse le mie parole vi sono spiaciute, ma scusatemi! - disse, tranquillizzando Pierre invece di essere tranquillizzato da lui; - ma spero di non avervi offeso. Ho l'abitudine di dire le cose chiaramente... Dunque, che cosa devo riferire? Verrete a pranzo dai Rost�v? E Bor�s, evidentemente soddisfatto di essersi liberato da un noioso dovere e di essere uscito da una situazione penosa divent� di nuovo affabilissimo. - Sentite, - rispose Pierre, rassicurandosi - siete un uomo sorprendente! Ci� che avete detto ora � molto, molto bello. Naturalmente, voi non mi conoscete. E' passato tanto tempo dacch� non ci siamo pi� veduti: eravamo ancora ragazzi... cosicch� ora voi potete supporre in me... Vi capisco, vi capisco molto bene. Non far� questo, mi mancherebbe il coraggio di farlo, ma � molto bello. E sono felicissimo di aver rinnovato la nostra conoscenza. E' strano - aggiunse dopo una pausa, sorridendo - che voi supponiate certe cose da parte mia! - E si mise a ridere. - Bene, ci conosceremo meglio, vero? - E strinse la mano a Bor�s. - Sapete che non sono entrato neppure una volta nella stanza del conte? Egli non mi ha fatto chiamare... Mi fa pena... ma che farci? - E voi pensate che Napoleone riuscir� a far passare l'esercito? - chiese Bor�s, sorridendo. Pierre cap� che Bor�s voleva cambiare discorso e, pienamente d'accordo, cominci� a spiegare le difficolt� e i vantaggi dell'impresa di Boulogne. Un domestico venne a chiamare Bor�s da parte della principessa. Ella se ne andava. Pierre promise di recarsi a pranzo dai Rost�v per incontrarsi con Bor�s, gli strinse forte la mano e lo guard� affettuosamente negli occhi, di sotto alle lenti. Uscito il giovane ufficiale, Pierre passeggi� ancora a lungo per la stanza, ma ora non minacciava pi� con un'inesistente spada l'invisibile nemico, ma sorrideva ripensando a quel giovane gentile, intelligente e risoluto. Come accade sempre nella prima giovinezza, e specialmente quando si vive in solitudine, egli sentiva una inspiegabile tenerezza per quel giovane e si ripromise di stringere amicizia con lui. Il principe Vassilij accompagn� la principessa: essa si teneva il fazzoletto sugli occhi e aveva il viso coperto di lacrime. - E' terribile, terribile! - diceva. - Ma a qualsiasi costo far� il mio dovere. Verr� questa notte a vegliarlo. Non � possibile lasciarlo cos�. Ogni minuto � prezioso. Non capisco che cosa aspettino le principesse. Forse Iddio mi aiuter� a trovare il modo per prepararlo... "Adieu, mon prince, que le bon Dieu vous soutienne"... [94. Addio, principe! Che il Signore vi dia forza...]. - Addio, amica mia - rispose il principe Vassilij, allontanandosi. - Ah, egli � in una condizione terribile! - disse la madre a Bor�s, non appena si furono seduti in carrozza. - Non riconosce quasi nessuno... - Non capisco, mamma, in quali rapporti egli sia con Pierre - chiese Bor�s. - Dir� tutto il testamento, mio caro; da esso dipende anche il nostro destino... - Ma perch� pensate che possa lasciarci qualche cosa? - Ah, mio caro! Lui � tanto ricco, e noi siamo cos� poveri! - Questa, mamma, non � ancora una ragione sufficiente! - Ah, mio Dio... mio Dio! Come sta male! - ripet� la principessa. CAPITOLO 14. Quando Anna Mich�jlovna usc� per recarsi con il figlio in casa del conte Kir�ll Vladim�rovic' Bezuchov, la contessa Rost�v rimase sola a lungo, con il fazzoletto premuto sugli occhi. Infine son� il campanello. - Mia cara, - disse in tono irritato alla cameriera che l'aveva fatta aspettare qualche minuto - non vuoi pi� restare al mio servizio? Ti trover� un altro posto... La contessa era turbata per il dolore e la povert� umiliante della sua amica e perci� di pessimo umore, tanto che diceva �cara� alla cameriera e le dava del �tu�. - Scusatemi - disse la domestica. - Prega il conte di venire da me. Il conte, con la sua andatura dondolante, si avvicin� alla moglie con l'aria un po' colpevole, come sempre. - Ah, contessa! Avremo uno squisito "saut� au Mad�re" di pernici. L'ho assaggiato. Non per niente ho pagato mille rubli per Taraska. Li vale! Si mise a sedere accanto alla moglie e, con i gomiti puntati baldanzosamente sulle ginocchia, prese a lisciarsi i radi capelli grigi. - Che cosa desiderate, contessa? - Ecco, amico mio... Ma che cos'� questa macchia? - chiese, accennando al panciotto del marito. - Forse un po' di sugo al "saut�"... - aggiunse sorridendo. - Ecco che cosa volevo dirvi, conte: mi occorre del denaro. - E il suo viso assunse un'espressione triste. - Ah, contessa! - esclam� il conte, e si affrett� a tirar fuori il portafoglio. - Ho bisogno di una somma un po' alta, conte; mi occorrono cinquecento rubli! - E, con il suo fazzolettino di batista cerc� di smacchiare il panciotto del marito. - Subito, subito... Ehi, chi c'� di l�? - chiam� con il tono dell'uomo sicuro che qualcuno sarebbe immediatamente accorso. Mandatemi M�tenka! M�tenka, quel figlio di famiglia nobile, educato in casa del conte e che ora si occupava di tutti i suoi affari, entr� lentamente nella stanza. - Senti, mio caro, - disse il conte al giovane che si avvicinava rispettosamente - portami... - e rimase un momento pensieroso; - s�, portami settecento rubli. Ma bada, eh, che non voglio dei biglietti sudici e sgualciti come mi hai portato l'altro giorno. Li voglio in buono stato: sono per la contessa. - S�, M�tenka... vi prego che siano puliti - aggiunse ella, con un triste sospiro. - Per quando mi ordinate di portarveli, eccellenza? - chiese M�tenka. - Favorite rendervi conto che... Ma in ogni modo... - aggiunse subito, accorgendosi che il conte incominciava a respirare forte e con frequenza, il che era presagio di un vicino scatto di collera. - Non ricordavo che... Devo portarvi subito la somma? - S�, s�... portala subito e consegnala alla contessa. Quel M�tenka � proprio un ragazzo d'oro! - aggiunse sorridendo, allorch� il giovane fu uscito. - Non c'� nulla di impossibile per lui! Io non sopporto il pensiero che ci sia qualcosa che non si possa fare. Tutto deve essere possibile, tutto! - Ah, conte! Il denaro... il denaro... Quanto dolore in questo mondo a causa del denaro! E questa somma mi � molto necessaria. - Voi, contessa, lo sanno tutti, siete piuttosto prodiga - osserv� il conte e, dopo aver baciato la mano alla moglie, torn� nel suo studio. Quando Anna Mich�jlovna fu di ritorno dalla casa di Bezuchov, la contessa aveva gi� il denaro sul suo tavolino, tutto in biglietti nuovi, nascosti sotto il fazzoletto, e Anna Mich�jlovna not� che l'amica appariva turbata per qualche motivo. - Dunque, mia cara, come va il conte? - chiese la contessa. - Ah, in che stato! E' in tali condizioni che non si riconosce pi�. Sono rimasta con lui un momento e non sono riuscita a dirgli due parole... - "Annette", in nome di Dio, non rifiutate! - esclam� ad un tratto la contessa, arrossendo, il che faceva una strana impressione su quel viso non pi� giovane, magro e serio, tirando fuori il denaro di sotto il fazzoletto. Anna Mich�jlovna comprese in un attimo di che cosa si trattava e cominci� a chinarsi per abbracciare la contessa al momento giusto. - Per Bor�s, a mio nome, per la sua divisa... Anna Mich�jlovna la baciava e piangeva, e con lei piangeva anche la contessa. Piangevano perch� erano amiche, perch� si sentivano buone, perch� erano costrette a occuparsi di una banale questione di denaro e perch� la giovinezza era ormai passata... Ma le loro lacrime erano dolci... CAPITOLO 15. La contessa Rost�v era in salotto con le figliuole e un numeroso gruppo di invitati. Il conte condusse gli uomini nello studio per far loro ammirare la sua pregiata collezione di pipe turche. Di tanto in tanto egli usciva e domandava: �Non � ancora venuta?�. Si aspettava M�rija Dm�trevna Achros�mova, detta, in societ�: �il terribile dragone�, una signora nota non gi� per la sua ricchezza o i suoi titoli, ma per la sua grande rettitudine e il semplice, franco modo di comportarsi. La famiglia imperiale la conosceva, la conoscevano tutta Mosca e tutta Pietroburgo, ed entrambe le citt�, pur ammirandola, la canzonavano un po' per la sua rudezza e raccontavano numerosi aneddoti sul suo conto. Nonostante ci�, tutti, senza eccezione, la rispettavano e la temevano. Nello studio, pieno di fumo, si parlava della guerra, annunziata da un manifesto (95), e del reclutamento. Questo manifesto nessuno lo aveva ancora letto, ma tutti sapevano che era apparso. Il conte era seduto sul divano, tra due fumatori che discorrevano tra di loro. Egli non fumava e non parlava e, piegando il capo ora verso l'uno ora verso l'altro, con evidente piacere guardava i fumatori e ascoltava la conversazione che era iniziata tra i due. Uno degli interlocutori era un signore dal viso bilioso, magro, rasato e coperto di rughe, un uomo gi� prossimo alla vecchiaia sebbene vestito da giovane, all'ultima moda; con le gambe stese sul divano e l'aria di un ospite molto familiare, con il bocchino d'ambra affondato nella bocca, cacciava fuori il fumo con forza e socchiudeva gli occhi. Era un vecchio scapolo, Scinscin, cugino della contessa, una �lingua malefica�, come si diceva di lui nei salotti di Mosca. Pareva che parlasse con indulgente degnazione al suo interlocutore. Questi, un fresco, roseo ufficiale della Guardia, di una lindezza impeccabile, abbottonato e accuratamente pettinato, teneva il bocchino d'ambra in mezzo alla bocca, e con le rosee labbra aspirava leggermente il fumo, lasciandolo poi uscire in piccoli cerchi. Era il tenente Berg, ufficiale del reggimento Sem�novskij, con il quale Bor�s stava per partire; a proposito di lui, Natascia soleva tormentare Vera, la maggiore delle sorelle, dicendole che Berg era il suo fidanzato. Il conte, seduto tra i due, li ascoltava attentamente. La pi� piacevole occupazione, dopo il giuoco del �boston� che lo divertiva moltissimo, era per il conte stare ad ascoltare una conversazione, specialmente quando fosse riuscito a iniziarne una tra due persone molto loquaci. - Dunque, caro e degno Alfons Karlyc', - diceva Scinscin in tono canzonatorio e accostando (era questa una particolarit� del suo modo di parlare) le pi� semplici frasi russe alle pi� ricercate espressioni francesi - "vous comptez vous faire des rentes sur l'Etat" [96. Fate conto di farvi delle rendite sullo stato] con la vostra compagnia? - No, P�tr Nikol�evic', desidero soltanto dimostrare che nella cavalleria si hanno vantaggi molto minori che non nella fanteria. Ascoltate ora qual � la mia situazione. Berg parlava con molta precisione, con calma e con cortesia. La sua conversazione riguardava sempre e soltanto se stesso; quando si discorreva di qualcosa che non avesse con lui rapporti diretti, taceva tranquillamente; e quel suo silenzio poteva durare anche per qualche ora, senza che egli provasse o facesse provare agli altri il minimo imbarazzo. Ma non appena il discorso si riferiva a lui personalmente, diventava immediatamente loquace e prolisso e parlava con visibile piacere. - Figuratevi dunque la mia condizione, P�tr Nikol�evic': se fossi in cavalleria, non riceverei pi� di duecento rubli in quattro mesi, anche con il grado di tenente; ora ne ricevo invece duecentotrenta - disse con un sorriso gioioso e simpatico, guardando Scinscin e il conte, come se fosse evidente che il suo successo dovesse costituire la pi� grande aspirazione degli altri. - Inoltre, P�tr Nikol�evic', passando nella Guardia, io mi metto �in vista� - riprese Berg - e nella fanteria della Guardia le licenze sono molto pi� frequenti. E poi, ditemi, come potrei cavarmela con duecento rubli? Faccio anche dei risparmi e mando un po di denaro a mio padre... - continu�, lanciando in aria un cerchietto di fumo. - Il bilancio � fatto... Il tedesco batte il grano con il manico della scure, come dice il proverbio - osserv� Scinscin, facendo passare il bocchino d'ambra all'altro lato della bocca e strizzando l'occhio al conte. Il conte scoppi� in una bella risata. Gli altri invitati, vedendo che Scinscin guidava la conversazione, si avvicinarono per ascoltare. Berg, senza accorgersi n� del tono canzonatorio, n� dell'indifferenza, continuava a spiegare come, passando nella Guardia, avesse gi� superato di un grado i suoi colleghi di corso e come, dato che durante il conflitto poteva cadere qualche comandante di compagnia, egli, rimanendo il pi� anziano, potesse facilmente diventare comandante. Diceva inoltre che nel reggimento era benvoluto da tutti e che suo padre era soddisfatto di lui. Berg godeva visibilmente nel dire tutto questo, senza neppure sospettare che altre persone avessero interessi propri. Ma tutto ci� che egli diceva era cos� garbatamente serio, e l'ingenuit� del suo giovanile egoismo appariva cos� evidente, che gli ascoltatori si sentivano disarmati. - Insomma, mio caro, sia nella fanteria sia nella cavalleria farete una buona carriera, ve lo pred�co io - disse Scinscin, battendogli su una spalla e tirando gi� le gambe dal divano. Berg ebbe un sorriso gioioso. Il conte, seguito dagli ospiti, pass� in salotto. Era il momento, prima del pranzo, in cui gli invitati, in attesa degli antipasti, non incominciano un lungo discorso e, nello stesso tempo, ritengono doveroso muoversi e non restarsene silenziosi per non mostrarsi impazienti di mettersi a tavola. I padroni di casa guardavano la porta e, di tanto in tanto, si scambiavano occhiate. Da quegli sguardi gli invitati cercavano di indovinare chi o che cosa si dovesse ancora aspettare: se un importante parente ritardatario o un piatto non ancora pronto... Pierre era giunto in anticipo e si era messo goffamente a sedere proprio in mezzo al salotto, sulla prima poltrona che gli era capitata a tiro, impacciando cos� tutti gli altri. La contessa cercava di farlo parlare, ma egli si guardava ingenuamente attorno attraverso le lenti, come se cercasse qualcuno, e le rispondeva a monosillabi. Era imbarazzante, e lui solo non se ne accorgeva. Gran parte degli invitati, che conoscevano la storia dell'orso, guardavano con curiosit� quell'uomo grande e grosso dall'aria mite, stupiti che quel ragazzone dall'aspetto cos� semplice avesse potuto giocare un tiro del genere a un poliziotto. - Siete venuto da poco? - gli chiese la contessa. - "Oui, madame" - rispose lui, guardandosi attorno. - Non avete ancora visto mio marito? - "Non, madame" - e sorrise, assolutamente a sproposito. - Mi pare che siate stato, or non � molto, a Parigi, vero? Penso che sia una citt� molto interessante... - S�, molto interessante. La contessa scambi� un'occhiata con Anna Mich�jlovna. Questa cap� che l'amica la pregava di occuparsi di quel giovanotto e allora, messasi a sedere accanto a lui, cominci� a parlargli del padre: ma, come prima aveva fatto con la contessa, Pierre rispondeva ora ad Anna Mich�jlovna soltanto a monosillabi. Gli invitati conversavano tra di loro. - "Les Razumovskij... �a a �t� charmant... Vous �tes bien bonne... La comtesse Apr�ksina... [97. I Razumovskij... E' stato delizioso... Siete molto buona. La contessa Apr�ksina...] - erano le frasi che si udivano da tutte le parti. La contessa si alz� e pass� nella sala. - M�rija Dm�trevna! - Proprio lei! - rispose una forte voce femminile, e M�rija Dm�trevna entr� nella stanza. Tutte le signorine e anche le signore, a eccezione delle pi� anziane, si alzarono. M�rija Dm�trevna si ferm� sulla soglia e dall'alto della sua statura, tenendo eretta la testa di cinquantenne dai riccioli grigi, guard� gli invitati e, quasi volesse rimboccarsele, si mise a rassettare le ampie maniche del vestito. M�rija Dm�trevna parlava sempre in russo. - Alla cara festeggiata e alla sua figliuola i miei auguri! - esclam� con la sua voce profonda e sonora, che dominava su tutti i rumori. - E tu, vecchio peccatore, - aggiunse, rivolgendosi al conte che le baciava la mano - ti annoi a Mosca, dove non si organizzano partite di caccia? Ma che vuoi farci, mio caro? Quando questi uccellini crescono - (e indic� le ragazze) - bisogna pure, volere o no, cercar loro un fidanzato. E tu, cosacco mio? - disse, accarezzando Natascia (che soleva chiamare con quel nomignolo), la quale le si avvicinava tutta allegra, senza la minima soggezione. - So che sei un folletto, ma mi piaci... Tir� fuori dalla sua enorme borsetta un paio di orecchini di forma oblunga, guarniti di rubini, e li diede alla piccola festeggiata, che arross� di gioia. Poi si volt� e si rivolse a Pierre: - Oh, mio caro! Vieni, vieni qui! - gli disse in tono forzatamente dolce. - Vieni qui, caro... E, con gesto minaccioso, si rimbocc� le maniche. Pierre le si avvicin�, guardandola attraverso le lenti. - Avvicinati, avvicinati, caro! Anche a tuo padre io dicevo la verit� quando era il caso, e Dio stesso mi comanda di dirla anche a te. Ella tacque. Tutti erano silenziosi, in attesa di ci� che sarebbe accaduto, sentendo che quella era soltanto l'introduzione. - Sei un bravo ragazzo, non c'� niente da dire, un bravo ragazzo! Tuo padre � sull'orlo della tomba, e tu ti diverti a legare un poliziotto sulla schiena di un orso! Vergognati, ragazzo, vergognati! Sarebbe stato meglio che tu fossi andato in guerra! Gli volt� le spalle e porse la mano al conte che si tratteneva a fatica dal ridere. - Be', mi pare che sia ora di andare a tavola, no? - disse M�rija Dm�trevna. Il conte e M�rija Dm�trevna precedettero gli altri; li segu� la contessa accompagnata da un colonnello degli ussari, uomo utilissimo, con il quale Nikol�j doveva raggiungere il reggimento; Anna Mich�jlovna prese il braccio di Scinscin, e Berg offr� il suo a Vera. La sorridente Julie Karagina si accompagn� a Nikol�j. Dietro a queste coppie se ne formarono altre, che si sparsero per la sala, seguite dai fanciulli, dai precettori e dalle governanti. I camerieri erano in agitazione; si udiva rumore di sedie smosse; nella galleria cominci� ad un tratto la musica, mentre gli invitati prendevano posto a tavola. Ai suoni dell'orchestra si mescol� ben tosto il rumore dei coltelli e delle forchette, del chiacchierio degli ospiti e dei passi leggeri dei camerieri. Al posto d'onore, a capotavola, si sedette la contessa, che aveva alla sua destra M�rija Dm�trevna, alla sinistra Anna Mich�jlovna. All'altra estremit�, prese posto il conte, con il colonnello degli ussari a sinistra, Scinscin a destra. Una parte della lunga tavola era occupata dai giovani: Vera accanto a Berg. Pierre e Bor�s vicini; all'altro lato, i bambini, i precettori, le governanti. Il conte, attraverso i cristalli, le caraffe e le coppe colme di frutta, guardava la moglie, che aveva in capo una cuffietta guarnita di nastri celesti, e con molto zelo versava il vino ai suoi vicini, senza naturalmente dimenticare se stesso. Anche la contessa, dietro agli ananassi, si occupava dei suoi doveri di padrona dl casa e lanciava sguardi significativi al marito, la cui calvizie e il cui viso rosso parevano stridere con i pochi capelli grigi. Dal lato delle signore la conversazione procedeva come un regolare cinguettio; da quello degli uomini risonavano voci sempre pi� alte e specialmente quella del colonnello degli ussari, che mangiava e beveva abbondantemente, diventando sempre pi� rosso, tanto da essere citato dal conte come esempio agli altri commensali. Berg, sorridendo teneramente, parlava con Vera e le diceva che l'amore � un sentimento celeste pi� che terrestre. Bor�s andava nominando al suo nuovo amico Pierre gli invitati seduti attorno al tavolo e scambiava occhiate con Natascia, che gli era di fronte. Pierre parlava poco, guardava i visi nuovi e mangiava molto. A cominciare dalle minestre, tra le quali egli scelse quella �alla tartaruga� e dai pasticci, sino alle pernici, non rifiut� n� una pietanza n� uno dei vini che il maggiordomo versava dalla bottiglia misteriosamente avvolta in una salvietta, dicendone i nomi: "dry mad�re", oppure "hongrois", oppure "vin du Rhin". Prese il primo dei quattro bicchieri di cristallo con lo stemma comitale, allineati davanti ad ogni commensale, e bevve di gusto, osservando gli ospiti con sempre maggior compiacenza. Natascia, seduta di fronte, guardava Bor�s come le ragazzine tredicenni guardano il giovanotto al quale hanno appena dato il primo bacio e di cui sono innamorate. Di tanto in tanto, rivolgeva la stessa occhiata a Pierre, il quale, sotto lo sguardo di quella bizzarra e vivace ragazzina, aveva voglia di ridere senza sapere perch�. Nikol�j era seduto a una certa distanza da S�nja vicino a Julie Karagina, e le parlava di tanto in tanto con quello stesso involontario sorriso. S�nja si sforzava di parere serena, ma era evidente che la gelosia la tormentava: ora impallidiva, ora si faceva tutta rossa e cercava con tutte le sue forze di afferrare le parole che si scambiavano Nikol�j e Julie. La governante girava preoccupata lo sguardo di qua e di l�, come se si preparasse a lottare se a qualcuno fosse venuto in mente di dire qualcosa contro i bambini. Il precettore tedesco si sforzava di tenere a memoria il nome delle vivande, dei "desserts" e dei vini per poterli descrivere con ogni particolare in una lettera ai suoi familiari in Germania, e se l'ebbe molto a male per il fatto che il maggiordomo, con la bottiglia avvolta nel tovagliuolo, lo avesse trascurato. Aggrott� il viso, ma cerc� di far vedere che non desiderava affatto bere di quel vino; tuttavia si sent� offeso perch� nessuno riusciva a capire che quel vino gli era necessario non per saziare la sete, non per avidit�, ma per la curiosit� di conoscerlo. CAPITOLO 16. Dalla parte degli uomini la conversazione si faceva sempre pi� animata. Il colonnello assicurava che il manifesto con la dichiarazione di guerra era gi� apparso a Pietroburgo e che ne aveva visto una copia portata proprio quel giorno al generale in capo. - Ma perch� ci vogliono trascinare a una guerra con Buonaparte? - chiese Scinscin. - "Il a d�j� rabattu le caquet � l'Autriche. Je crains que cette fois ce ne soit notre tour" [98. Ha gi� fatto abbassare la cresta all'Austria e non vorrei che ora fosse il nostro turno...]. Il colonnello era un tedesco grande e grosso, alto e sanguigno, evidentemente buon patriota e buon soldato. Le parole di Scinscin lo offesero. - Egregio signore, - disse con uno spiccato accento tedesco - l'imperatore sa benissimo queste cose. Nel manifesto ha detto che proprio per questo non pu� stare a guardare con indifferenza il pericolo che minaccia la Russia, la sicurezza dell'impero, la sua dignit� e la santit� delle alleanze - (e accentu� in modo particolare, chiss� perch�, la parola �alleanze�). E con la sua particolare infallibile memoria, ripet� le parole introduttive del manifesto, quindi riprese: - Il desiderio di stabilire la pace in Europa su solide basi, che costituisce l'unica meta e aspirazione del governo, lo hanno indotto ora a mandare all'estero una parte dell'esercito e a fare nuovi sforzi per raggiungere questo intento. Ecco perch�, egregio signore, facciamo la guerra - concluse in tono edificante, vuotando un bicchiere di vino e cercando con lo sguardo l'approvazione del conte. - Conoscete voi il proverbio: �Erema, Erema, se te ne restassi a casa a badare ai tuoi fusi�? - chiese Scinscin, aggrottando la fronte e sorridendo. - E' un proverbio che ci si adatta a meraviglia. Anche Suvorov (99) � stato completamente battuto, e dove sono ora da noi i Suvorov? Ditemelo... - prosegu� in francese, dopo aver parlato un po' in questa lingua e un po' in russo. - Noi ci dobbiamo battere sino all'ultima goccia di sangue - rispose il colonnello, picchiando con il pugno sul tavolo - ed essere pronti a morire per il nostro imperatore! Allora tutto andr� bene. E dobbiamo ragionare il meno po-o-ssibile - (strascicava in modo tutto particolare la parola �possibile�); - s�, il meno po-o-ssibile! - concluse, rivolgendosi di nuovo al conte. - Cos� la pensiamo noialtri, vecchi ussari. E voi giovanotto, voi giovane ussaro, come la pensate? - prosegu�, rivolto a Nikol�j, il quale, sentendo parlare di guerra, trascurava la sua interlocutrice e con gli occhi spalancati e le orecchie tese ascoltava il colonnello. - Perfettamente d'accordo con voi! - rispose con foga, facendo girare il piatto e spostando i bicchieri con gesti decisi e disperati come se in quel preciso momento corresse un grave pericolo. - Mi sono convinto che i Russi debbano vincere o morire! - aggiunse, pur sentendo, come lo sentivano gli altri, di essersi dimostrato, dopo ci� che era stato detto, troppo entusiasta, dato il momento, e persino un po' inopportuno. - "C'est bien beau ce que vous venez de dire!" [100. E' molto bello ci� che avete detto] - esclam� con un sospiro Julie che gli sedeva accanto. S�nja, tutta tremante, arross� sino alle orecchie, al collo e alle spalle mentre Nikol�j parlava. Pierre prestava attenzione alle parole del colonnello e faceva con il capo cenni di approvazione. - Benissimo! - esclam�. - E' un vero ussaro questo giovanotto! - grid� il colonnello, picchiando di nuovo con il pugno sul tavolo. - Perch� tanto rumore? - rison� a un tratto la voce grave di M�rija Dm�trevna. - Perch� d�i quei colpi sul tavolo? - chiese rivolta al colonnello. - E contro chi ti scaldi tanto? Credi forse di avere gi� i Francesi davanti a te? - Dico la verit�! - rispose l'ussaro, sorridendo. - Sempre per la guerra! - grid� il conte, attraverso la tavola. - Mio figlio sta per partire, M�rija Dm�trevna, sta per partire! - Io ho quattro figli sotto le armi e non mi intenerisco affatto. Tutto dipende dalla volont� di Dio: puoi morire sdraiato accanto alla stufa, e Dio ti pu� salvare nel pi� furioso combattimento - rispose all'altro capo del tavolo la voce profonda di M�rija Dm�trevna. - E' proprio cos�! E le conversazioni si concentrarono di nuovo ai due lati del tavolo: da una parte ripresero a discorrere le signore, dall'altra gli uomini. - E allora... non domanderai... non domanderai niente? - chiese a Natascia il fratellino minore. - S�, domander�! - rispose la fanciulla. Il viso le si infiamm� improvvisamente esprimendo una decisa lieta risolutezza. Si alz�, fece con gli occhi un cenno a Pierre, che le sedeva di fronte, perch� l'ascoltasse e si rivolse alla madre: - Mamma! - si ud� da tutti i punti della tavola la sua voce infantile. - Che c'�? - chiese la contessa spaventata ma, comprendendo dal viso della figliuola che si trattava di una monelleria, fece con la mano e con la testa un gesto minaccioso. La conversazione s'interruppe. - Mamma, che dolce ci sar�? - rison�, anche pi� forte e pi� decisa, la vocetta di Natascia. La contessa voleva aggrottare le sopracciglia, ma non ci riusc�. M�rija Dm�trevna minacci� la bimba con il dito: - Ah, cosacca! - disse in tono severo. - Mamma, ci sar� il dolce? - gridava Natascia arditamente e in tono allegro e capriccioso, sicura in anticipo che la sua audacia avrebbe trovato indulgenza. S�nja e il grasso P�tja trattenevano a stento le risa. - Ecco, l'ho chiesto... - sussurr� Natascia al fratellino e a Pierre, guardandolo di nuovo. - Ci sar� il gelato... ma per te... niente! - disse M�rija Dm�trevna. Natascia si rese conto che non doveva avere alcun timore al riguardo e perci� non si turb� affatto alle parole di M�rija Dm�trevna. - Che gelato, M�rija Dm�trevna? Che gelato? Il gelato alla panna non mi piace! - Un gelato di carota! - No... Che gelato? Ditemelo, M�rija Dm�trevna, voglio saperlo! M�rija Dm�trevna e la contessa ridevano, imitate da tutti i commensali. E ridevano non gi� per la risposta di M�rija Dm�trevna, ma per l'audacia non comune e la furberia di quella bimba che osava comportarsi a quel modo di fronte a M�rija Dm�trevna. Natascia si calm� soltanto allorch� le fu detto che ci sarebbe stato il gelato all'ananasso. Prima del gelato fu servito lo "champagne"; la musica riprese a sonare, il conte baci� la contessa e gli ospiti, alzatisi in piedi, fecero gli auguri alla festeggiata, e toccarono, attraverso il tavolo, il loro bicchiere con quello del conte e quelli dei bimbi. I domestici si agitarono nuovamente, si riud� il rumore delle sedie smosse e, nello stesso ordine di prima, ma pi� rossi in viso, gli ospiti ritornarono parte in salotto, parte nello studio del conte. CAPITOLO 17. Si preparavano intanto i tavoli da gioco e si stavano organizzando partite di �boston�. Gli ospiti del conte avevano preso posto, parte nel salotto dei divani e parte nella biblioteca. Il conte, con le carte aperte a ventaglio, resisteva a fatica al desiderio del sonnellino pomeridiano al quale era avvezzo, e sorrideva a tutti. I giovani, chiamati dalla contessa, si riunivano attorno al clavicembalo e all'arpa. Julie per prima, a richiesta generale, esegu� un brano per arpa con variazioni e poi, insieme con le altre signorine, preg� Natascia e Nikol�j, il cui talento musicale era noto a tutti, di cantare qualcosa. Natascia, alla quale ci si rivolgeva come a una �persona grande�, era evidentemente molto fiera ma, nello stesso tempo, presa dalla timidezza. - Che cosa canteremo? - chiese a Nikol�j. - "La fonte" (101) - rispose il giovane. - Bene, allora cominciamo; Bor�s, venite qui! - disse Natascia. - Dov'� S�nja? Si guard� attorno e, non vedendo la sua amica, corse a cercarla. And� nella camera della fanciulla, ma non la trov�; si rec� allora nella camera dei bambini, ma S�nja non era neppure l�. Natascia pens� allora che l'amica fosse nel corridoio, seduta sulla cassapanca. Quella cassapanca era il posto in cui la giovane generazione femminile di casa Rost�v andava a sfogare la propria tristezza. Infatti S�nja, senza preoccuparsi di sgualcire il suo leggero abitino rosa, era distesa bocconi sulla cassapanca sopra il sudicio materassino a righe della governante e, con il viso nascosto tra le piccole mani, singhiozzava facendo sussultare le gracili spalle nude. Il viso di Natascia, illuminato dalla gioia di quella giornata di festa, si trasform� di colpo: i suoi occhi si spalancarono e rimasero immobili, un fremito le percorse il viso, gli angoli delle labbra si abbassarono. - S�nja, che hai? Che hai? Uh! Uh! E Natascia, spalancando la sua larga bocca e apparendo decisamente brutta, si mise a piangere come una bambina, senza nessun motivo, ma solo perch� S�nja piangeva. S�nja volle alzare il capo e rispondere, ma non ci riusc� e si copr� ancora di pi� il viso. Natascia, sempre piangendo, si mise a sedere sul materassino e abbracci� l'amica. Fatto appello a tutte le sue forze, S�nja si sollev� e cominci� ad asciugarsi le lacrime e a parlare: - Nik�lenka partir� tra una settimana... � arrivato l'ordine... Me l'ha detto egli stesso... per� io non piangerei... - (e mostr� a Natascia un foglietto che teneva in mano e sul quale erano scritti versi di Nikol�j) - io non piangerei, ma tu non puoi... nessuno pu� capire quanto sia grande il cuore di Nikol�j... E riprese a singhiozzare perch� il cuore di Nikol�j era tanto grande... - Tu sei felice, ma io non ti invidio... ti voglio bene e voglio bene anche a Bor�s - disse, riprendendosi; - egli � caro, e per voi non esistono ostacoli. Nikol�j � mio cugino... bisognerebbe che il Metropolita... ma anche cos� � impossibile. E poi la mamma... - (S�nja considerava la contessa sua madre e la chiamava mamma) - la mamma dir� che comprometto la carriera di Nikol�j, che non ho cuore, che sono un'ingrata, e io... te lo giuro, amo tanto la mamma e amo tanto tutti voi... Soltanto Vera... ma perch�? Che cosa le ho fatto? Sono tanto grata a voi tutti, che sarei felice di sacrificarvi qualsiasi cosa, ma non ho nulla... S�nja non poteva pi� parlare; nascose di nuovo il viso tra le mani e lo affond� nel materassino. Natascia cerc� di tranquillizzarla, ma dall'espressione del suo viso era evidente che essa comprendeva quanto fosse grande il dolore della cugina. - S�nja! - disse a un tratto, come se indovinasse la vera causa del dolore di lei. - Dimmi, Vera ti ha detto qualcosa dopo pranzo? S�? - S�, Nikol�j ha scritto proprio lui questi versi, e io li ho copiati insieme con altri; essa li ha trovati sul mio tavolo, ha detto che li far� vedere alla mamma e ha aggiunto che io sono un'ingrata, che la mamma non permetter� mai a Nikol�j di sposarmi e che egli sposer� Julie. Vedi come sta con lei tutto il giorno? Natascia... perch�? E riprese a piangere pi� amaramente di prima. Natascia l'aiut� a sollevarsi, l'abbracci� e, sorridendo tra le lacrime, cerc� di calmarla. - S�nja, non crederle, cara, non crederle! Ti ricordi come parlammo tutti e tre, noi due e Nik�lenka nel salotto dei divani? Ti ricordi quella sera dopo cena? Decidemmo tutto ci� che sar�... Io non ricordo pi�, ma tu certo non hai dimenticato: tutto era bello e possibile. Lo sai, vero, che il fratello di Scinscin ha sposato una sua cugina germana? E noi siamo cugini solo in secondo grado... Anche Bor�s assicura che la cosa � possibilissima. Sai, gli ho raccontato tutto. E' tanto intelligente, tanto buono.... - prosegu� Natascia. - Non piangere pi�, S�nja, mia cara, anima mia... Non piangere pi�, S�nja... - e la baci� ridendo. - Vera � cattiva... Dio la protegga! Tutto andr� bene, vedrai che non dir� niente alla mamma... Nikol�j stesso parler� e non pensa affatto a Julie. E baci� S�nja sui capelli. S�nja si alz� e sembr� una gattina che riprendesse vita: gli occhi le brillavano e pareva pronta ad agitare la coda, a saltare sulle morbide zampette e a riprendere a giocare allegramente con il gomitolo. - Tu credi davvero? Giura! - esclam�, rassettandosi la veste e i capelli. - Davvero, te lo giuro! - rispose Natascia, lisciando la treccia dell'amica, dalla quale sfuggivano ciocche di capelli. - Su, andiamo a cantare "La fonte". - Andiamo! - Se tu sapessi che tipo buffo � quel grande e grosso Pierre che mi sedeva di fronte a tavola! - disse a un tratto Natascia, fermandosi. - Mi diverto un mondo, oggi! E si mise a correre lungo il corridoio. S�nja si scosse la polvere di dosso e, dopo aver nascosto in seno, tra le ossa sporgenti dello sterno, il foglietto dei versi, a passo leggero e con il viso animato e allegro segu� Natascia lungo il corridoio sino al salotto dei divani. A richiesta degli invitati, i giovani cantarono il quartetto "La fonte", che piacque molto a tutti; poi Nikol�j si produsse in una canzone imparata di recente (102): "Nella dolce notte Illuminata dalla luna, E' bello sapere Che c'� qualcuno al mondo Che pensa a te! Intanto lei con la bella mano Che accarezza le corde dell'arpa, Con la sua appassionata armonia, Canta per te e ti chiama! Ancora un giorno, ancora due, E poi sar� il paradiso! Ma ahim�! il tuo amico Non sopravvivr�..." Egli aveva appena pronunziato le ultime parole che gi� nella sala i giovani si preparavano a ballare, mentre i musicanti accordavano gli strumenti. Pierre era seduto nel salotto, dove Scinscin aveva intavolato con lui, appena giunto dall'estero, una noiosa conversazione politica, alla quale presero parte anche altri invitati. Allorch� la musica attacc� le prime note, Natascia entr� in salotto e, avvicinatasi a Pierre, gli disse, arrossendo e ridendo: - La mamma mi ha ordinato di invitarvi a ballare. - Temo di non cavarmela molto bene, ma se volete essere la mia maestra... E, abbassando la grossa mano, la porse all'esile ragazzina. Mentre si formavano le coppie e i musicanti si preparavano a sonare, Pierre si sedette accanto alla sua piccola dama. Natascia era felice: ballava con un grande e, per di pi�, giunto da poco dall'estero. Tutti la guardavano mentre discorreva con lui come una persona adulta. Aveva in mano un ventaglio che una signorina le aveva affidato e, assunto un atteggiamento molto mondano (Dio sa dove l'aveva imparato!), lo agitava e sorrideva, discorrendo con il suo cavaliere. - Guarda guarda! - esclam� la vecchia contessa attraversando la sala e indicando Natascia, la quale si fece tutta rossa e si mise a ridere. - Ebbene, mamma, che avete? Che cos'� che vi diverte tanto? E perch� tanto stupore? A met� della terza scozzese, si ud� un rumore di sedie smosse provenire dal salotto dove giocavano il conte, M�rija Dm�trevna e la maggior parte degli ospiti pi� ragguardevoli e pi� anziani, i quali, stiracchiandosi dopo essere stati a lungo seduti e mettendosi in tasca i portafogli e le borsette, si dirigevano verso la sala. Precedeva M�rija Dm�trevna con il conte, entrambi con un espressione lieta e sorridente. Il conte, con gravit� scherzosa, come in una pantomima, le aveva offerto il braccio. Eresse il busto e il viso gli si illumin� di un particolare sorriso giovanilmente malizioso; e non appena l'ultima figura della scozzese ebbe termine, egli applaud� i musicanti e grid�, rivolgendosi al primo violino: - Semen! Conosci il "Danilo Cooper"? Era la danza che piaceva di pi� al conte, il quale la ballava come quando era giovane (consisteva in una "figura" dell'"inglese"). - Guardate pap�! - grid� Natascia, in modo che tutti in sala la udirono, dimenticando completamente che ballava con un grande, chinando la testolina ricciuta e prorompendo in una risata sonora. In realt�, tutti coloro che erano in sala guardavano con un gioioso sorriso l'allegro vecchio che avanzava accanto alla sua imponente dama M�rija Dm�trevna, di statura assai superiore alla sua, stendeva le braccia in circolo, seguendo con un leggero movimento il ritmo della musica, moveva le spalle, batteva i colpi con i piedi e, con un sorriso che pareva allargarsi sempre di pi� sul suo viso tondo, preparava gli spettatori a ci� che stava per seguire. Non appena si udirono le note allegre e trascinanti del "Danilo Cooper", cos� simili a quelle del gaio "trep�k" (103), le porte della sala si gremirono da una parte e dall'altra di domestici e di cameriere, dal viso sorridente, che venivano a vedere il padrone che si divertiva. - Il nostro padre! Che aquila! - esclamava a voce alta la cameriera pi� anziana, affacciata a una delle porte. Il conte ballava bene e lo sapeva, ma la sua ballerina non era abile e non tentava di fare altrettanto. Il suo enorme corpo era rigidamente eretto, e le lunghe braccia penzolavano inerti (aveva affidato alla contessa la sua borsetta); pareva che danzasse soltanto il suo viso severo, ma bello. Ci� che esprimeva tutta la pingue figura del conte, lo esprimeva il viso sempre pi� sorridente di M�rija Dm�trevna e, soprattutto, il naso dalle narici mobilissime. Ma se il conte, eccitandosi sempre pi�, affascinava gli spettatori con gli inattesi volteggi e i leggeri saltelli degli agili piedi, M�rija Dm�trevna, con ogni minimo movimento delle spalle o dei piedi che pestavano nelle giravolte, produceva uguale effetto, giacch� tutti l'apprezzavano, tenendo conto della pesantezza del suo corpo e della sua consueta severit�. La danza andava via via animandosi. Le coppie "vis-�-vis" non potevano attirare su di s� l'attenzione neppure per un minuto, e non tentavano di farlo, giacch� l'attenzione generale era concentrata sul conte e su M�rija Dm�trevna. Natascia tirava per le maniche o per la gonna ora questa ora quella delle persone presenti (le quali anche con quel silenzioso richiamo non distoglievano gli occhi dai due ballerini) e insisteva perch� ammirassero suo padre. Il conte, negli intervalli della danza, riprendeva fiato, si agitava e gridava ai musicanti di accelerare i tempi. E sempre, sempre pi� in fretta, volteggiava con rapidit� crescente, ora sui tacchi ora sulla punta dei piedi, attorno a M�rija Dm�trevna; infine, accompagnando la dama al suo posto, esegu� l'ultimo passo della danza, alz� l'agile gamba all'indietro, reclin� la testa sudata e, sorridendo, fece un bel gesto con la destra, tra uno scroscio di applausi e di risate, specialmente da parte di Natascia. I due ballerini si fermarono ansimanti, asciugandosi il viso con i loro fazzoletti di batista. - Ecco come si ballava ai nostri tempi, "ma ch�re"! - disse il conte. - Eh s�, il "Danilo Cooper"... - rispose M�rija Dm�trevna, traendo un lungo sospiro e tirandosi su le maniche. CAPITOLO 18. Mentre nella sala dei Rost�v si danzava la sesta "inglese" al suono di una orchestra che stonava per la stanchezza e mentre i domestici e i cuochi, anch'essi sfiniti, preparavano la cena, il conte Bezuchov era stato colpito da un sesto attacco. I dottori dichiararono che non vi era pi� alcuna speranza di guarigione; il malato si era confessato e aveva ricevuto i Sacramenti; si facevano i preparativi per somministrargli l'Estrema Unzione, e nella casa regnavano la confusione e l'agitazione dell'attesa, proprie di simili momenti. Nel cortile, tra gli equipaggi che si succedevano in continuazione, si nascondevano gi� gli addetti alle pompe funebri, nella speranza dell'ordinazione per un sontuoso funerale. Il generale governatore di Mosca, che aveva mandato continuamente il suo aiutante di campo a informarsi sulle condizioni del conte, quella sera era venuto di persona a salutare il conte Bezuchov, il celebre dignitario dei tempi di Caterina. La sfarzosa sala di ricevimento era piena di gente. Tutti si alzarono rispettosamente in piedi allorch� l'illustre visitatore, dopo essersi trattenuto per una mezz'ora a tu per tu con il malato, usc� dalla camera dell'infermo, rispondendo appena agli inchini e cercando di passare il pi� in fretta possibile davanti ai medici, ai preti, ai parenti che tenevano gli sguardi puntati su di lui. Il principe Vassilij, pallido e smagrito in quegli ultimi giorni, accompagn� il governatore, mentre a bassa voce gli ripeteva parecchie volte la stessa cosa. Dopo aver accompagnato l'illustre visitatore, il principe Vassilij and� a sedersi in disparte, nel salotto, e con le gambe accavallate, un gomito puntato sul ginocchio e una mano sul viso, rimase cos� per alcuni minuti; poi si alz� e a passo rapido percorse il lungo corridoio, guardandosi attorno con aria spaventata, e raggiunse l'altra parte della casa, dove si trovava l'appartamento della principessa primogenita. Coloro che erano rimasti nel salotto, debolmente illuminato, parlavano a voce bassa tra di loro e di tanto in tanto tacevano guardando con occhi ansiosi e interrogativi la porta che conduceva nella camera del moribondo e che strideva leggermente ogni qualvolta qualcuno entrava o usciva. - Il limite della vita umana, - diceva un vecchio prete a una signora seduta di fronte a lui e che lo ascoltava con espressione ingenua - il limite della vita umana � fissato e non � possibile superarlo. - Non sar� troppo tardi per l'Estrema Unzione? - chiese la signora al sacerdote, come se non avesse in proposito alcuna opinione. - L'Estrema Unzione � un gran sacramento, signora! - rispose il vecchietto, accarezzandosi con la mano la testa calva, attraversata da alcune ciocche di lisci capelli grigiastri. - Chi � quello? E' proprio il generale governatore? - chiedeva qualcuno all'altra estremit� della stanza. - Che aspetto giovanile! - E ha settant'anni! Dicono che il conte non riconosca pi� nessuno... Quando gli daranno l'Estrema Unzione? - Conosco un tale al quale l'hanno impartita ben sette volte! La seconda delle principessine usc� dalla camera dell'ammalato con gli occhi pieni di lacrime, e si mise accanto al dottor Lorrain che sedeva, in grazioso atteggiamento, sotto il ritratto dell'imperatrice Caterina, con un gomito appoggiato a un tavolo. - "Tr�s beau" - rispose il medico a una domanda relativa al tempo; - "tr�s beau, princesse, et puis, � Moscou, on se croit � la campagne" [104. Molto bello, molto bello, principessa e poi, a Mosca, sembra di essere campagna]. - Nevvero? - disse con un sospiro la principessina. - Si pu� dare un po' da bere al malato? Lorrain riflett� un momento. - Bene, prendete un bicchiere di acqua bollita e mettetevi "une pinc�e de cremortartare"... - (e indic� con le sue dita sottili quello che intendeva per "pinc�e"). - Non accade mai - diceva un medico tedesco a un aiutante di campo - che dopo il terzo accesso il malato non muoia. - E che bell'uomo era! - esclam� l'aiutante. - E adesso a chi andranno tutte le sue ricchezze? - aggiunse sottovoce. - Non dubitate, pretendenti se ne troveranno! - rispose il tedesco sorridendo. Tutti volsero lo sguardo alla porta che strideva: era la seconda delle principessine che portava all'ammalato la bevanda prescritta dal dottor Lorrain. Il medico tedesco si avvicin� a Lorrain. - Credete che arriver� a domattina? - gli chiese, con una pessima pronunzia francese. Lorrain, serrando le labbra, fece un cenno negativo, agitando nervosamente l'indice davanti al proprio naso. - Spirer� questa notte, non oltre - disse piano con un sorriso discreto, soddisfatto di s�, che lasciava chiaramente intendere quale fosse la condizione del malato, e si allontan�. Frattanto il principe Vassilij apriva l'uscio dell'appartamento delle principessine. La camera nella quale entr� era semibuia: soltanto due piccole lampade erano accese davanti alle immagini sacre, e l'aria era impregnata di un buon profumo di essenze e di fiori. La stanza era tutta arredata con mobili minuti: stipetti armadietti, tavolini. Dietro ad un paravento si intravedeva la coperta candida di un letto molto alto. Un cagnolino abbai�. - Ah, siete voi, "mon cousin"! La principessina si alz�, si accomod� i capelli che erano, come sempre, straordinariamente lisci, tanto da parere una cosa unica con la testa ed essere spalmati di vernice. - Che c'�? E forse accaduto qualcosa? - chiese. - Sono gi� cos� spaventata! - Nulla, le condizioni permangono stazionarie. Sono venuto soltanto per parlare con te di un affare, Katiscia - rispose il principe, abbandonandosi con aria stanca sulla poltrona dalla quale si era alzata la principessina. - Che caldo fa qui dentro!- aggiunse. - Su, siediti e discorriamo. - Ho pensato che fosse accaduto qualcosa - ripet� la principessina e, con il viso atteggiato alla sua immutabile, fredda e severa espressione, si sedette di fronte al principe, pronta ad ascoltarlo. - Ho cercato di dormire un po', "mon cousin", ma non ci sono riuscita... - E' cos�, mia cara - disse il principe Vassilij, prendendo la mano della principessina e piegandola, secondo la sua abitudine, verso il basso. Era evidente che quel �� cos�� si riferiva a molte cose che entrambi comprendevano, senza parlare. La principessina, magrissima e con quel busto straordinariamente lungo in proporzione alle gambe, guardava con indifferenza il principe, tenendo fissi su di lui gli occhi grigi sporgenti. Scosso il capo e, sospirando, volse lo sguardo alle immagini sacre. Questo sguardo poteva essere interpretato come un segno di tristezza e di devozione oppure come un'espressione di stanchezza e di speranza in una prossima quiete. Il principe Vassilij lo interpret� come indice di stanchezza. - E credi che per me sia pi� facile? "Je suis �reint� comme un cheval de poste..." [105. Mi sento spossato come un cavallo da posta!], eppure devo parlarti, Katiscia, e molto seriamente. Il principe Vassilij tacque. Le sue guance tremarono nervosamente, ora da un lato ora dall'altro, conferendo al suo viso un'espressione sgradevole, un'espressione che egli non aveva mai quando si trovava in un salotto. Anche i suoi occhi apparivano diversi da quelli di sempre: il loro sguardo era ora sfacciatamente scherzoso ora quasi spaventato. La principessina, trattenendo con le mani secche e magre il cagnolino sulle ginocchia, fissava attentamente negli occhi il principe Vassilij; ma era chiaro che non avrebbe interrotto il silenzio con alcuna domanda, anche a costo di tacere sino al mattino successivo. - Vedete, mia cara principessina e cugina Katerina Sem�novna, - prosegu� il principe Vassilij accingendosi, non senza una lotta interiore, a proseguire il suo discorso - in momenti come questi bisogna riflettere bene su tutto, bisogna pensare al futuro, a voi... Io vi amo come figlie, tu lo sai... La principessina continuava a guardarlo, immobile e indifferente. - Ma io devo anche pensare alla mia famiglia - prosegu� il principe Vassilij senza guardare la cugina e respingendo con gesto irritato il tavolino sul quale si era appoggiato. - Tu sai, Katiscia, che voi tre sorelle Mamontov e mia moglie siete le uniche eredi dirette del conte. Capisco, capisco quanto ti debba essere penoso parlare di queste cose. Non � facile neppure per me, ma, amica mia, ho quasi sessant'anni e devo essere pronto a tutto. Tu sai che ho mandato a chiamare Pierre? Sai che il conte, indicando il suo ritratto, ha chiesto di vederlo? Il principe guard� interrogativamente la principessina, ma non pot� capire se essa sapesse gi� ci� che egli le avrebbe detto o se lo guardasse semplicemente cos�... - Di una cosa sola non mi stanco mai di pregare Dio, "mon cousin", - rispose la principessina - che lo assolva e conceda alla sua anima buona di abbandonare tranquillamente questa... - S�, appunto, - prosegu� con impazienza il principe Vassilij, asciugandosi la calvizie, eccitandosi e cominciando a parlare pi� in fretta - ma... ma il fatto si � che, lo sai anche tu, l'anno scorso il conte ha fatto un testamento con il quale lascia tutta la sua sostanza a Pierre, a danno dei suoi eredi diretti. - Ne ha fatti tanti, testamenti! - disse con calma la principessina. - Ma Pierre, che � figlio illegittimo, non pu� ereditare. - "Ma ch�re", - obiett� il principe Vassilij, riavvicinando a s� il tavolino - e se egli avesse scritto all'imperatore, chiedendogli di poter adottare Pierre? Capirai che, dati i meriti del conte, la sua richiesta sarebbe certamente accolta... La principessina sorrise con il sorriso delle persone che pensano di sapere una cosa molto meglio di chi ne parla. - Ti dir� di pi� - prosegu� il principe Vassilij, prendendole una mano; - la lettera � gi� stata scritta e l'imperatore lo sa, sebbene essa non sia stata ancora spedita. Si tratta di sapere se questa lettera sia stata distrutta o no. In quest'ultimo caso, non appena tutto sar� finito... - e il principe Vassilij sospir� facendo capire in tal modo che cosa volessero significare le sue parole - e verranno in luce tutte le carte del conte, il testamento con la lettera sar� consegnato all'imperatore e la richiesta sar� certamente accolta. Pierre, come figlio legittimo, erediter� tutto. - E la nostra parte? - domand� la principessina, sorridendo ironicamente come per dire che qualsiasi cosa poteva accadere all'infuori di quella. - Ma, mia povera Katiscia, � chiaro come la luce del giorno. Egli solo sar� allora legittimo erede di tutto, e voi non avrete nulla. Tu devi cercare di sapere, mia cara, se il testamento e la lettera sono stati scritti e se sono stati distrutti o no. E se, per una qualsiasi eventualit�, fossero stati dimenticati, tu dovrai cercare di sapere dove sono e trovarli, perch�... - Ci mancava anche questa! - lo interruppe la principessina con un sorriso sarcastico e senza mutare l'espressione dello sguardo. - Io sono una donna e, secondo voi, tutte le donne sono stupide; ma so perfettamente che un figlio illegittimo non pu� ereditare... Un bastardo! - aggiunse, credendo di dimostrare al principe, con questa parola, la sua ingenuit�. - Ma com'� possibile che tu non capisca, Katiscia? Tu, che sei tanto intelligente, come fai a non capire che, se il conte ha scritto all'imperatore una lettera con la richiesta di poter legittimare il figlio, Pierre cesser� di essere semplicemente Pierre, ma sar� il conte Bezuchov? E allora, grazie al testamento, erediter� tutto. In conclusione, se il testamento e la lettera non sono stati distrutti, a te, all'infuori della consolazione di essere stata virtuosa, eccetera, eccetera..., non rester� nulla... Questo � sicuro. - Io so che il testamento � stato scritto, ma so anche che esso non � valido e mi pare proprio che voi, "mon cousin", mi riteniate una perfetta cretina! - disse la principessina, con il tono che usano le donne quando credono di aver detto qualcosa di spiritoso e di offensivo. - Mia cara principessa Katerina Sem�novna! - prese a dire spazientito il principe Vassilij. - Non sono mica venuto da te perch� ci punzecchiassimo a vicenda, ma per parlarti dei tuoi interessi come a una buona, vera e cara parente. Per la decima volta ti ripeto che, se la lettera all'imperatore e il testamento a favore di Pierre si trovano fra le carte del conte, tu e le tue sorelle non avrete nulla! Se non credi a me, credi almeno a chi si intende di cose del genere: ho parlato poco fa con Dmitrij Onufric', il nostro avvocato di famiglia, e mi ha detto precisamente ci� che io ho detto ora a te. Evidentemente qualcosa mut� all'improvviso nelle idee della principessina: le labbra sottili impallidirono (gli occhi, per�, rimasero gli stessi) e la voce, mentre parlava, ebbe scatti quali essa non si aspettava. - Benissimo! - esclam�. - Io non ho mai voluto e non voglio niente! - Butt� a terra il cagnolino che le stava sulle ginocchia e si accomod� le pieghe della veste. - Ecco la riconoscenza, ecco la gratitudine per chi gli ha sacrificato tutto! - disse. - Benissimo! Molto bene! Io non chiedo nulla, principe! - Gi�, ma non si tratta di te sola: hai delle sorelle - replic� il principe Vassilij. Ma la principessina non lo ascoltava gi� pi�. - S� lo sapevo da un pezzo, ma avevo dimenticato che all'infuori della bassezza, dell'inganno, dell'invidia, dell'intrigo, all'infuori della pi� nera ingratitudine, nulla potevo aspettarmi in questa casa... - Ma lo sai o non lo sai dove si trova questo testamento? - chiese il principe Vassilij, con una contrazione dei muscoli delle guance pi� forte di prima. - S�, sono stata una sciocca, ho avuto fede negli uomini, li ho amati e mi sono sacrificata per loro. Ma soltanto i malvagi e i vili hanno fortuna... Io so, so chi ha ordito questo intrigo... La principessina fece per alzarsi, ma il principe la trattenne per un braccio. Ella aveva l'aria di chi, all'improvviso, si sente deluso dall'intero genere umano e guardava irritata il suo interlocutore. - C'� ancora tempo, amica mia... Ricordati, Katiscia, che tutto ci� � stato fatto per caso, in un momento di ira, durante una malattia, e poi dimenticato. Noi abbiamo il dovere, mia cara, di rimediare al suo errore, di alleviargli gli ultimi momenti di vita non permettendogli di commettere questa ingiustizia, non permettendogli di morire con il rimorso di aver reso infelici coloro che... - Coloro che gli hanno sacrificato tutto - concluse la principessina, cercando di nuovo di alzarsi, ma ancora una volta trattenuta dal principe; - ...coloro che egli non ha mai saputo apprezzare. No, "mon cousin", - aggiunse con un sospiro - non dimenticher� mai che in questo mondo non ci si deve aspettare alcun premio, che in questo mondo non esistono n� onore n� giustizia. A questo mondo bisogna essere furbi e cattivi. - Suvvia, calmati... Io so che hai buon cuore... - No, ho un cuore cattivo! - So che hai buon cuore - ripet� il principe, - apprezzo la tua amicizia e vorrei che tu avessi lo stesso sentimento verso di me. Calmati e ragioniamo sino a che siamo in tempo. Forse ci resta un giorno, forse un'ora... Dimmi tutto ci� che sai del testamento e, soprattutto, dove si trova. Tu lo devi sapere. Lo prenderemo immediatamente e lo mostreremo al conte. Senza dubbio egli non ci pensa gi� pi� e vorr� distruggerlo. Devi capire che il mio unico desiderio � di compiere la sua volont�; soltanto per questo sono qui, soltanto per aiutare lui e voi. - Adesso ho capito tutto. So chi � causa di tutto questo; lo so... - disse la principessina. - Non si tratta di questo, mia cara. - E' stata la vostra protetta, la vostra cara Anna Mich�jlovna, quella donna che non vorrei neppure per cameriera, quella vile, orribile donna! - Non perdiamo pi� tempo! - Ah, non me ne parlate! L'inverno scorso si � introdotta qui in casa e ha raccontato al conte tali infamie e tali bassezze sul conto nostro, e specialmente contro Sophie, che non posso neppure ripetere... infamie tali che il conte se ne ammal� e per due settimane non volle pi� vederci. Fu allora, lo so bene, che egli scrisse quella brutta, maledetta lettera, ma io pensavo che essa non avesse alcun valore! - Ma perch�, perch� non me ne hai mai parlato? - E' nel portafoglio a mosaico, che tiene sempre sotto il guanciale. Adesso so! - disse la principessina, senza rispondere alla domanda che le era stata fatta. - S�, lo confesso, se ho un peccato, un grosso peccato sulla coscienza, � l'odio che nutro per quella strega - esclam�, quasi gridando e divenuta irriconoscibile. - E perch�, perch� viene qui in mezzo a noi? Ma dir� tutto, tutto... Verr� il momento, oh, se verr�! CAPITOLO 19. Mentre tali discorsi si svolgevano nella sala di ricevimento e nelle stanze della principessina, la carrozza che portava Pierre (mandato a chiamare) e Anna Mich�jlovna (che aveva ritenuto necessario accompagnarlo) entrava nel cortile di casa Bezuchov. Allorch� le ruote risonarono dolcemente sulla paglia stesa sotto le finestre, Anna Mich�jlovna, la quale, dopo aver rivolto al suo compagno parole di conforto, lo aveva persuaso a dormire in un angolo della carrozza, lo svegli�. Quando fu desto, Pierre, seguendo Anna Mich�jlovna, scese dalla carrozza, e soltanto allora pens� al colloquio che lo attendeva con il padre moribondo. Not� che la carrozza non si era fermata davanti all'ingresso principale, ma a quello di servizio. Mentre si accingeva a scendere dal predellino, due uomini in abito dimesso si allontanarono frettolosamente dalla scalinata, nascondendosi all'ombra del muro. Fermatosi un momento, Pierre vide altri uomini simili a quelli, che si nascondevano ugualmente nell'ombra (106). Ma n� Anna Mich�jlovna, n� il cocchiere, n� il domestico, che pure non potevano non scorgerli, prestarono attenzione alla loro presenza. �Cos� dev'essere�, decise Pierre tra s� e s�, e segu� Anna Mich�jlovna. Ella saliva a passo rapido la stretta scala di pietra debolmente illuminata, chiamando Pierre che era rimasto indietro e che, quantunque non capisse perch� dovesse andare dal conte, e ancora meno perch� dovesse salire dalla scala di servizio, giudicando dalla fretta di Anna Mich�jlovna, ritenne che tutto ci� fosse indispensabile. A met� scala, per poco non fu urtato da alcuni uomini che, facendo molto rumore con le loro grosse scarpe, scendevano in fretta portando alcuni secchi. Costoro si addossarono al muro, per cedere il passo ad Anna Mich�jlovna e a Pierre, e non mostrarono il bench� minimo stupore nel vederli. - E' di qua l'appartamento delle principessine? - chiese Anna Mich�jlovna a uno di loro. - S�, di qua - rispose uno dei servi con voce forte e ardita, come se ormai fosse tutto permesso. - La porta a sinistra, signora. - Forse il conte non ha chiesto di me - disse Pierre giunto sul pianerottolo. - Andr� nella mia camera... Anna Mich�jlovna si ferm� per aspettarlo. - Ah, "mon ami" - esclam� e con lo stesso gesto affettuoso che aveva avuto al mattino con il figlio, gli tocc� un braccio. - "Croyez que je souffre autant que vous, mais soyez homme" [107. Ah, mio caro. Credetemi, io soffro quanto voi. Siate uomo!]. - Ma ditemi, non � meglio che me ne vada? - chiese Pierre, guardando affettuosamente Anna Mich�jlovna attraverso le lenti. - "Ah, mon ami, oubliez les torts qu'on a pu avoir envers vous, pensez que c'est votre p�re... peut-�tre � l'agonie..." - E trasse un profondo sospiro. - "Je vous ai tout de suite aim� comme mon fils. Fiez-vous � moi, Pierre. Je n'oublierai pas vos int�r�ts" [108. Ah, mio caro, dimenticate i torti che avete subito! Pensate che si tratta di vostro padre... forse in agonia... Io vi ho subito voluto bene come a un figlio. Abbiate fiducia in me, Pierre. Non dimenticher� i vostri interessi]. Pierre non capiva nulla, ma si convinceva sempre di pi� che le cose dovessero essere cos� e, ubbidiente, seguiva Anna Mich�jlovna che gi� stava aprendo la porta. La porta dava accesso all'anticamera dove, in un angolo, stava seduto il vecchio servitore delle principessine, intento a fare la calza. Pierre non era mai entrato in quella parte del palazzo e ignorava addirittura l'esistenza di quelle stanze. Anna Mich�jlovna chiese a una cameriera (chiamandola colombella), che passava portando una caraffa sopra un vassoio, notizie sulla salute delle principessine e condusse Pierre pi� avanti, lungo il corridoio. La cameriera che portava la caraffa, per la fretta (in casa in quei momenti, si faceva tutto di fretta) non aveva chiuso l'uscio, e Pierre e Anna Mich�jlovna, passandovi davanti, guardarono senza volerlo nella stanza in cui stavano discorrendo, vicini l'una all'altro, la principessina pi� anziana e il principe Vassilij. Alla vista dei due che passavano, il principe Vassilij ebbe un moto di impazienza e si tir� indietro; la principessina balz� in piedi e, con un gesto irritato, chiuse la porta sbattendola con forza. Quel gesto era cos� contrastante con la calma abituale di lei, e l'espressione di timore comparsa sul viso del principe Vassilij cos� contraria all'abituale sua alterigia che Pierre, fermatosi, guard� interrogativamente la sua guida. Anna Mich�jlovna non dimostr� alcuna meraviglia; si limit� a un sorriso appena accennato e sospir�, come per significare che tutto ci� che accadeva non le riusciva affatto inaspettato. - "Soyez homme, mon ami, c'est moi qui veillerai � vos int�r�ts" [109. Siate uomo, amico mio, sar� io a tutelare i vostri interessi] - disse in risposta a quello sguardo, e prosegu� pi� rapidamente lungo il corridoio. Pierre non capiva che cosa accadesse e, meno ancora capiva che cosa significassero le parole: �veillerai � vos int�r�ts�; ma sentiva che tutto cos� doveva essere. Dal corridoio entrarono in una stanza scarsamente illuminata, attigua alla sala di ricevimento del conte. Era una delle tante stanze fredde e sontuose che Pierre conosceva, ma accedendovi dall'entrata principale. Ora in mezzo alla stanza stava una tinozza da bagno vuota e un tappeto tutto intriso d'acqua. Un cameriere e un sacrestano, che portava un turibolo, uscirono in punta di piedi, senza badare ai due nuovi arrivati. Essi, attraversando il giardino d'inverno, entrarono nella sala da ricevimento, ben nota a Pierre, dalle due finestre all'italiana, nella quale dominava, a grandezza naturale, un ritratto di Caterina. Vi stavano sedute le solite persone, quasi tutte nelle pose abituali, e parlavano sottovoce. Tacquero a un tratto e guardarono Anna Mich�jlovna, che entrava con il viso pallido e dolente, e Pierre, grande e grosso, che a testa bassa la seguiva docilmente. Il viso di Anna Mich�jlovna esprimeva la consapevolezza che era giunto il momento decisivo; con l'aria di una signora indaffarata entr�, senza lasciare Pierre, ancora pi� arditamente che al mattino. Sentiva che, accompagnando colui che il moribondo desiderava vedere, poteva avere la sicurezza di essere ricevuta. Diede un rapido sguardo a tutte le persone riunite nella stanza, e, scorto tra di esse il confessore del conte, senza inchinarsi ma come facendosi a un tratto pi� piccola, gli si avvicin� pian piano, quasi strisciando, e devotamente ricevette prima la benedizione di lui, poi quella di un altro sacerdote. - Sia lodato Iddio! Siamo arrivati in tempo - disse al confessore. - Temevamo tanto, noi parenti... Questo giovanotto � figlio del conte... - aggiunse a voce pi� bassa. - Che momenti terribili! Dopo aver detto ci� si avvicin� al dottore. - "Cher docteur", - gli disse - "ce jeune homme est le fils du comte... Il y a-t-il de l'espoir? [110. Caro dottore, questo giovanotto � il figlio del conte... C'� qualche speranza?]. Il dottore, senza parlare, alz� rapidamente gli occhi e le spalle. Anna Mich�jlovna fece lo stesso gesto con le spalle e con gli occhi e, quasi chiudendoli, sospir�; allontanatasi dal dottore, si avvicin� a Pierre, al quale si rivolse con un rispetto particolare e un tono tenero e triste. - "Ayez confiance en Sa mis�ricorde!" [111. Abbiate fiducia nella Sua misericordia!] - gli disse e, indicandogli un piccolo divano perch� si sedesse e l'aspettasse, si diresse silenziosamente verso la porta alla quale erano rivolti gli sguardi di tutti e, segu�ta dal suo lieve scricchiolio, scomparve al di l� di essa. Pierre, deciso a obbedire in tutto alla sua guida, si diresse al piccolo divano che Anna Mich�jlovna gli aveva indicato. Non appena essa fu scomparsa, egli not� che gli sguardi di tutti coloro che erano riuniti in quella sala si puntarono su di lui con curiosit� e compassione. Not� che tutti, bisbigliando, se lo indicavano con gli occhi, con un'espressione di timore e quasi di timida premura. Gli dimostravano un rispetto quale prima nessuno mai gli aveva manifestato: una signora sconosciuta e che stava discorrendo con i preti si alz� e gli offr� il proprio posto; un aiutante di campo raccolse un guanto che Pierre aveva lasciato cadere e glielo porse; i dottori tacquero rispettosamente quando egli fu loro davanti e si scostarono per lasciarlo passare. Dapprima Pierre voleva sedersi altrove per non scomodare la signora, raccogliere da s� il guanto ed evitare che i medici si scostassero, ma ad un tratto sent� che sarebbe stato scortese da parte sua, sent� che quella notte egli era un personaggio obbligato a compiere un rito solenne e atteso da tutti e che doveva, perci�, accettare i servigi che tutti gli rendevano. Prese quindi, senza dir nulla, il guanto che l'aiutante gli porgeva, sedette al posto che la signora gli offriva e, con le grosse mani appoggiate simmetricamente sulle ginocchia e una posa ingenua da statua egiziana, concluse ancora tra s� che le cose dovevano andare precisamente cos� e che, quella sera, non doveva agire di propria iniziativa, ma abbandonarsi completamente alla volont� di chi lo guidava, per non correre il rischio di smarrirsi e di commettere qualche sciocchezza. Erano appena trascorsi due o tre minuti, quando entr� nella stanza il principe Vassilij, con la giacca a tre decorazioni, con aria maestosa e il capo eretto. Pareva essere diventato pi� magro. Allorch�, tra le persone riunite nella stanza, scorse Pierre, gli occhi gli si allargarono. Si avvicin� al giovane, gli strinse la mano (cosa che non aveva mai fatto) e gliela tir� con forza verso il basso, come se volesse provarne la resistenza. - "Courage, courage, mon ami. Il a demand� � vous voir. C'est bien!" [112. Coraggio, coraggio, amico mio. Ha chiesto di vedervi. E' giusto]. - E fece per allontanarsi. Ma Pierre ritenne necessario chiedergli: - Come sta...? - e rimase esitante, non sapendo se gli convenisse chiamare conte il moribondo. Si vergognava di dire: �mio padre�. - "Il a eu encore un coup, il y a une demi-heure". Ancora un colpo... "Courage, mon ami" [113. Ha avuto un altro attacco, mezz'ora fa (...). Coraggio, amico mio!]. Pierre aveva una tale confusione nella testa che alla parola �colpo� pens� trattarsi dell'urto di un corpo qualsiasi. Guard� perplesso il principe e, soltanto dopo un po', cap� che cos� veniva chiamata una crisi della malattia. Il principe Vassilij, passando, sussurr� alcune parole al dottor Lorrain e usc� in punta di piedi. Non gli riusciva facile camminare cos� e perci� procedeva saltellando goffamente con tutta la persona. Lo segu� la maggiore delle principessine, poi i sacerdoti, i cantori e la servit� varcarono anch'essi la soglia. Al di l� della porta si ud� un po' di movimento e poco dopo, pallida ma forte nell'adempimento del proprio dovere comparve Anna Mich�jlovna che strinse la mano a Pierre e gli disse: - "La bont� divine est in�puisable. C'est la c�r�monie de l'Extr�me Onction qui va commencer. Venez [114. La bont� divina � inesauribile. Sta per cominciare la cerimonia dell'Estrema Unzione. Venite]. Pierre, camminando su un morbido tappeto, mosse verso quell'uscio e not� che anche l'aiutante di campo, la signora sconosciuta e alcuni domestici entrarono dopo di lui. Pareva che ormai non fosse pi� necessario chiedere il permesso per entrare in quella stanza. CAPITOLO 20. Pierre conosceva bene quella vasta camera divisa da archi e da colonne, tutta rivestita di tappeti persiani. La parte situata al di l� delle colonne, dove si vedeva da un lato un alto letto di mogano avvolto da cortine di seta e dall'altro una grande vetrina con le immagini sacre, era vivamente illuminata, come di solito sono illuminate le chiese durante le funzioni della sera. Sotto la cornice luccicante della vetrina era situata una lunga poltrona "� la Voltaire" e sopra quella poltrona, dalla spalliera coperta di cuscini candidi come neve, non ancora sgualciti ed evidentemente rinnovati da poco, avvolta sino alla cintola in una coperta verde chiaro, stava distesa la maestosa figura, ben nota a Pierre, del conte Bezuchov, dalla grigia criniera leonina, dall'ampia fronte e dal bel viso solenne, di un giallo rossastro, attraversato da caratteristiche rughe profonde. Egli giaceva proprio sotto le immagini sacre; le larghe e grosse mani erano abbandonate sulla coperta. Nella destra, con il palmo rivolto in basso, era stato infilato, tra il pollice e l'indice, un cero, sorretto da un vecchio servitore curvo sopra la spalliera della poltrona. Attorno stavano i preti nei loro luccicanti e maestosi paramenti, sui quali ricadevano i lunghi capelli; tenevano in mano i ceri accesi e con solenne lentezza celebravano l'uffizio. Un po' discosto da loro erano ritte le due principessine pi� giovani con il fazzoletto agli occhi, e davanti alle sorelle stava Katiscia che, con espressione risoluta e cattiva, non distoglieva un attimo lo sguardo dalle icone, come per far capire a tutti che, se si fosse voltata, non avrebbe pi� saputo rispondere di se stessa. Anna Mich�jlovna, con la sua aria di rassegnata tristezza capace di perdonare tutto, e la signora sconosciuta erano ritte accanto alla porta. Il principe Vassilij, dall'altro lato della porta, non lontano dalla poltrona del conte, dietro una sedia imbottita sul cui schienale, che egli aveva voltato verso di s�, appoggiava la mano sinistra che sorreggeva il cero, con la destra si faceva segni di croce, alzando gli occhi al cielo ogni volta che portava le dita alla fronte. Il suo viso esprimeva una religiosit� calma e un'assoluta sottomissione alla divina volont�. �Se non capite questi sentimenti, tanto peggio per voi�, pareva volesse dire. Alle sue spalle, a una certa distanza, erano in piedi l'aiutante di campo, i medici e la servit� maschile; come in chiesa, uomini e donne formavano gruppi separati. In mezzo al generale silenzio si udivano soltanto la lettura dei salmi, il canto contenuto, basso e profondo dei sacerdoti e, nei momenti di pausa, uno scalpiccio di piedi e qualche profondo sospiro. Anna Mich�jlovna, con quell'aria significativa con cui voleva dimostrare di essere ben conscia di quanto faceva, attravers� tutta la stanza e raggiunse Pierre, al quale porse un cero da tenere in mano. Egli lo accese e, distratto dalle sue osservazioni sui presenti, si fece il segno della croce con la stessa mano che reggeva il cero. La minore delle principesse, la rosea e vivace Sophie, dal neo sopra la bocca, lo guard�, sorrise, nascose il viso nel fazzoletto e ve lo tenne a lungo; poi guard� ancora Pierre e sorrise di nuovo. Evidentemente sentiva di non essere capace di guardarlo senza ridere, ma non poteva trattenersi dal volgere gli occhi verso di lui e, per evitare la tentazione, si ritir� pian piano dietro una colonna. A met� dell'uffizio, le voci salmodianti tacquero; i preti si misero a parlottare tra di loro, a voce bassissima, e il vecchio servo, che sosteneva la mano del conte, si alz� e si volse verso le signore. Anna Mich�jlovna avanz� e, chinatasi sull'ammalato, da dietro la spalliera della poltrona, fece un cenno al dottor Lorrain. Il medico francese, che non aveva in mano alcun cero, stava appoggiato a una colonna nell'atteggiamento rispettoso di uno straniero il quale voglia dimostrare che, nonostante la diversit� di religione, comprende tutta la solenne impostazione della funzione che si sta svolgendo e, anzi, l'approva. Si avvicin� a passo leggero all'ammalato, gli prese la mano libera sollevandola dalla coperta verde e, con le dita sottili e bianche, gli tast� il polso con aria pensierosa. Fecero bere qualcosa all'infermo; vi fu attorno a lui un certo movimento, poi ognuno riprese il proprio posto e la funzione continu�. Durante l'interruzione, Pierre not� che il principe Vassilij, scostatosi dalla spalliera della sedia, con l'aria di sapere ci� che faceva - e tanto peggio per gli altri se non lo capivano - non si avvicin� al malato ma, passatogli davanti, raggiunse la maggiore delle principessine e con lei si diresse in fondo alla camera, verso l'alto letto dalle cortine di seta. Di l�, passando da una porticina a muro, scomparvero insieme ma, prima che l'ufficio fosse terminato, ritornarono ai loro posti. Pierre non attribu� a quel fatto, come del resto a nessun altro, alcuna importanza particolare, dato che, una volta per tutte, si era convinto che ci� che avveniva quella sera, in quella casa, doveva assolutamente essere cos�. Le note dei canti religiosi cessarono, e si ud� la voce di un sacerdote che si compiaceva con l'ammalato perch� aveva ricevuto il Sacramento. L'infermo giaceva sempre immobile, come privo di vita. Attorno a lui tutti si agitarono, si udirono passi concitati e parole appena sussurrate, tra le quali dominavano quelle di Anna Mich�jlovna. Pierre sent� che essa diceva: - Bisognerebbe assolutamente trasportarlo sul letto... qui non pu� pi� stare... I medici, le principessine e la servit� attorniarono il malato in modo tale che Pierre non ne vedeva gi� pi� la testa giallo-rossastra dalla criniera grigia, la quale, nonostante la vista di tante altre persone, gli era rimasta fissa nella mente durante tutta la funzione. Dai movimenti prudenti di coloro che circondavano la poltrona, Pierre cap� che l'ammalato veniva sollevato e trasportato sul letto. - Reggiti al mio braccio... se no lo farai cadere... - giunse sino a lui la voce sommessa e spaventata di uno dei servi. - Di sotto... ancora uno... - dicevano altre voci, mentre il calpestio si faceva pi� rapido e i respiri diventavano pi� affannosi, come se il peso che trasportavano fosse stato superiore alle loro forze. I portatori, tra cui c'era anche Anna Mich�jlovna, giunsero all'altezza di Pierre che per un attimo, tra le schiene e i colli degli uomini, scorse il grosso petto nudo, le larghe spalle del malato sollevato dai servi che lo tenevano sotto le ascelle, e la grigia testa leonina dalla chioma ricciuta. Quella testa, con la fronte eccezionalmente ampia, gli zigomi pronunziati, la bocca bella e sensuale, lo sguardo nobile e freddo, non era affatto deformata dall'avvicinarsi della morte. Era tale e quale Pierre l'aveva veduta tre mesi prima quando il conte lo aveva mandato a Pietroburgo, ma ora quella testa oscillava inerte a ogni passo dei portatori, e il freddo sguardo apatico non sapeva su cosa fermarsi. Seguirono alcuni minuti di grande agitazione attorno al letto; gli uomini che avevano trasportato il malato si allontanarono. Anna Mich�jlovna tocc� un braccio a Pierre e gli disse: - "Venez". Insieme con lei, il giovane si avvicin� al letto sul quale, in atteggiamento solenne, in evidente rapporto con la cerimonia svoltasi poco prima, giaceva il morente, con il capo tenuto alto da parecchi guanciali. Le mani erano simmetricamente posate sulla coperta di seta verde, a palme all'ingi�. Quando Pierre si avvicin�, il conte lo guard� fisso, con uno di quegli sguardi di cui non � possibile all'uomo comprendere il significato e l'importanza. Quello sguardo non significava nulla se non che, sino a quando si hanno gli occhi, bisogna pur posarli su qualche cosa, oppure significava troppe cose. Pierre si ferm�, non sapendo che fare e volse un'occhiata interrogativa alla sua guida. Anna Mich�jlovna gli indic� con gli occhi la mano del malato e con le labbra gli fece capire che doveva baciarla. Pierre allora, tendendo il collo in modo da non toccare la coperta, segu� il consiglio e si chin� sulla mano larga e grossa del conte. Quella mano non trasal�, e non trasal� un solo muscolo del viso del morente. Pierre guard� di nuovo Anna Mich�jlovna, chiedendole con gli occhi che cosa dovesse fare. Essa accenn� alla poltrona che stava accanto al letto: Pierre, ubbidiente, vi si sedette continuando ad interrogare con lo sguardo Anna Mich�jlovna, che gli fece con il capo un cenno di approvazione. Pierre assunse di nuovo l'atteggiamento ingenuo e simmetrico di statua egiziana, rammaricandosi nel costatare che il suo goffo, grande corpo occupasse tanto posto e facendo tutti gli sforzi possibili per riuscire a sembrare meno grosso. Guardava il conte: questi guardava in alto, nel punto in cui poco prima si trovava il viso di Pierre, quando egli era in piedi... Anna Mich�jlovna dimostrava di essere consapevole della commovente importanza di quell'ultimo incontro del figlio con il padre. Esso si protrasse per due minuti che a Pierre parvero pi� lunghi di un'ora. A un tratto, i muscoli sporgenti e le rughe del viso del conte ebbero un fremito. Quel fremito and� via via aumentando, la bella bocca si torse (allora soltanto Pierre cap� quanto suo padre fosse ormai vicino a morire) e dalla bocca deformata usc� un suono rauco e indistinto. Anna Mich�jlovna guard� attentamente gli occhi del malato e, sforzandosi di capire che cosa volesse, gli indicava ora Pierre, ora il bicchiere, ora sussurrava in tono interrogativo il nome del principe Vassilij, ora la coperta. Gli occhi e il viso del moribondo esprimevano l'impazienza. Fece uno sforzo per guardare il domestico che stava ritto e immobile accanto al letto. - Forse vuole girarsi sull'altro fianco - sussurr� l'uomo e si avvicin� per voltare con la faccia alla parete il corpo pesante del conte. Pierre si alz� per aiutarlo. E mentre stavano rigirando il conte, un braccio di lui, rimasto dietro il dorso, penzol� inerte, e l'infermo si sforz� inutilmente di trarlo a s�. Forse il conte si accorse dello sguardo sgomento con il quale Pierre fissava quel braccio senza vita? O forse qualche altro pensiero balen� in quell'attimo supremo alla sua mente? Fatto si � che egli guard� prima quel braccio che non gli obbediva pi�, poi l'espressione di terrore apparsa sul viso di Pierre, poi ancora il braccio, e sul suo volto balen� un sorriso debole e doloroso che non si addiceva alla sua fisionomia e che pareva voler irridere alla sua stessa debolezza. Al vedere quel sorriso inaspettato, Pierre sent� un sussulto nel petto, un pizzicore nel naso e un velo di lacrime gli offusc� la vista. L'ammalato, voltato verso il muro, sospir�. - "Il est assoupi" - disse Anna Mich�jlovna a una delle principessine che si avvicinava per darle il cambio. - Andiamo! CAPITOLO 21. Nella sala da ricevimento non c'era ormai pi� nessuno, tranne il principe Vassilij e la maggiore delle principessine che, seduti sotto il ritratto dell'imperatrice Caterina, parlavano animatamente. Non appena videro Pierre con la sua guida, tacquero di colpo. E parve a Pierre che la principessa nascondesse qualcosa e sussurrasse: - "Non posso soffrire quella donna... - Katiscia "a fait donner du th� dans le petit salon" - disse il principe Vassilij ad Anna Mich�jlovna. - "Allez, ma pauvre Anna Mich�jlovna, prenez quelque chose, autrement vous ne suffirez pas" [115. Katiscia ha fatto preparare del t� nel salotto. Andate, mia povera Anna Mich�jlovna, e prendete qualcosa, altrimenti non potrete resistere]. A Pierre non disse nulla; si limit� a stringergli la mano. Pierre e Anna Mich�jlovna passarono nel salotto. - "Il n'y a rien qui restaure comme une tasse de cet excellent th� russe apr�s une nuit blanche" [116. Non c'� nulla che ristori tanto quanto una tazza di questo squisito t� russo, dopo una notte insonne] - disse il dottor Lorrain con animazione contenuta, sorbendo la profumata bevanda da una fine tazza cinese senza manico, ritto davanti alla tavola sulla quale erano apparecchiati il servizio per il t� e una cena fredda. Attorno alla tavola erano riunite, per rifocillarsi, tutte le persone che quella notte si trovavano in casa del conte Bezuchov. Pierre ricordava perfettamente quel salottino, ornato di specchi e di tavolinetti. Durante le feste da ballo organizzate dal conte, lui che non sapeva ballare, amava rifugiarvisi e osservare le signore che in eleganti abiti da sera, con le spalle nude adorne di perle e di brillanti, passavano attraverso quella stanza e si guardavano con compiacenza negli specchi vivamente illuminati che riflettevano pi� volte la loro immagine. Ora quello stesso salotto era rischiarato soltanto da due candele, e nella penombra si intravedeva a malapena una piccola tavola su cui erano messi in disordine le tazze del t� e vari piatti, e le diverse persone l� riunite, tutt'altro che festose, parlavano a voce bassissima, dimostrando con ogni parola e con ogni gesto che nessuno dimenticava ci� che stava accadendo e che doveva compiersi nella camera da letto. Pierre non tocc� cibo, sebbene avesse fame. Si volse ancora verso la sua guida e vide che essa entrava di nuovo, in punta di piedi, nella sala di ricevimento, dove erano rimasti il principe Vassilij e la maggiore delle principessine. Si disse ancora una volta che cos� doveva essere e, dopo aver esitato un momento, segu� Anna Mich�jlovna e la vide in piedi accanto alla principessina. Parlavano sommessamente, con voce concitata. - Vi prego, principessa, permettete... io so ci� che bisogna e ci� che non bisogna fare - diceva la principessina, che appariva, molto turbata, come quando aveva chiuso, sbattendola, la porta della sua camera. - Ma, cara principessina, - replicava con ferma dolcezza Anna Mich�jlovna, trattenendo la principessina che voleva rientrare nella camera da letto - non sar� una cosa troppo penosa per il povero zio, in un momento in cui ha tanto bisogno di riposo? Come parlargli di interessi terreni, in questo momento, quando la sua anima � gi� pronta... Il principe Vassilij era seduto in poltrona nella sua posa prediletta, con le gambe accavallate l'una sull'altra. Le sue guance, che apparivano pi� grosse nella parte inferiore, avevano frequenti, visibili contrazioni ma, a vederlo, aveva l'aria di una persona che non si occupasse affatto di ci� che dicevano le due donne. - Via, mia buona Anna Mich�jlovna, lasciate fare a Katiscia. Voi sapete quanto il conte le vuol bene... - Io non so neppure ci� che sia scritto in questa carta - diceva la principessina, rivolgendosi al principe Vassilij e indicandogli il portafoglio a mosaico che teneva in mano. - So soltanto che il vero testamento � nella scrivania della sua camera e che questa � una carta dimenticata... Ella cerc� di aggirare Anna Mich�jlovna ma questa, con un salto, le sbarr� di nuovo il passo. - So, so tutto, mia cara e buona principessina - disse Anna Mich�jlovna, afferrando con una mano il portafoglio con tale forza da apparire chiaro che non l'avrebbe lasciato facilmente.- Cara principessina, vi prego, vi supplico... abbiate compassione di lui. Ve ne scongiuro! La principessina taceva. Si udiva soltanto il lieve rumore della lotta per il portafoglio. Era chiaro che, se la principessina avesse parlato, non avrebbe detto nulla di lusinghiero sul conto di Anna Mich�jlovna. Questa resisteva con tutte le sue forze ma, nonostante ci�, la sua voce continuava a mantenersi calma e dolce. - Pierre, venite qui, mio caro... Mi pare che egli non sia di troppo in un consiglio di famiglia: non � vero, principe? - Ma perch� tacete, "mon cousin"? - grid� a un tratto la principessina, in tono cos� alto da essere udita dalle persone riunite nella sala, che ne furono spaventate. - Perch�, dunque, tacete quando qui un'intrusa qualsiasi si permette di intervenire e di fare scenate sulla soglia della camera di un moribondo? Intrigante! - esclam� con voce sibilante e maligna, tirando a s� il portafoglio con tutta la sua forza, ma Anna Mich�jlovna fece qualche passo per non lasciare la presa e lo afferr� con l'altra mano. - Oh! - esclam� il principe Vassilij, in tono di rimprovero e di stupore. E si alz�. - "C'est ridicule, voyons!" [117. Andiamo, � una cosa ridicola!]. Smettetela, via, smettetela! La principessina lasci� il portafoglio. - Anche voi! - ordin� il principe. Ma Anna Mich�jlovna non gli diede ascolto. - Lasciatelo, vi dico! Assumo io l'incarico. Andr� dal conte e lo interrogher� io stesso... Ne ho abbastanza di tutto questo! - "Mais, mon prince", - ribatt� Anna Mich�jlovna - lasciategli un momento di pace dopo che ha ricevuto un cos� solenne Sacramento. Suvvia, Pierre, dite anche voi la vostra opinione - aggiunse, rivolgendosi al giovane che si avvicinava e guardava stupefatto il viso della principessina dall'espressione cattiva e priva di ogni dignit�, e le guance frementi del principe Vassilij. - Badate che sarete responsabile di tutte le conseguenze - dichiar� il principe Vassilij in tono severo. - Voi non sapete quello che fate. - Infame donna! - grid� la principessina, slanciandosi con gesto inaspettato contro Anna Mich�jlovna e strappandole di mano il portafoglio. Il principe Vassilij abbass� il capo e spalanc� le braccia. In quel momento la porta, quella terribile porta che Pierre aveva cos� a lungo guardato e che si apriva cos� silenziosamente, si spalanc� con fracasso e urt� contro la parete. Sulla soglia comparve la principessina secondogenita congiungendo le mani. - Ma che fate qui? - grid� disperata. - "Il s'en va et vous me laissez seule!" [118. Egli sta morendo e voi mi lasciate sola!]. La sorella maggiore lasci� cadere il portafoglio. Anna Mich�jlovna si chin� rapidamente, lo agguant� ed entr� di corsa nella camera da letto. La principessina e il principe Vassilij, dopo un momento di sorpresa, si riebbero e la seguirono in fretta. Trascorsi alcuni minuti, la principessina, con il viso pallido e tirato riapparve mordendosi il labbro inferiore. Alla vista di Pierre, quel viso assunse un'espressione di collera incontenibile. - Rallegratevi, ora! - disse. - Era questo che aspettavate... E, singhiozzando, si copr� il viso con il fazzoletto e fugg� di corsa dalla stanza. Subito dopo comparve anche il principe Vassilij. Barcollando, si avvicin� al divano sul quale era seduto Pierre e vi si abbandon�, coprendosi gli occhi con le mani. Pierre not� che il principe era pallidissimo e che la mascella inferiore tremava come per un attacco di febbre. - Ah, mio caro! - esclam�, stringendo un gomito a Pierre e nella sua voce vibrava un tono di sincera dolcezza, quale il giovane non aveva mai avvertito in lui. - Quanto peccato, quanta menzogna c'� in noi... e per che cosa? Io ho quasi sessant'anni, amico mio e ormai per me... Tutto finisce con la morte, tutto... La morte � una cosa orribile... - E si mise a piangere. Ultima a uscire fu Anna Mich�jlovna. Si avvicin� lentamente a Pierre. - Pierre! - esclam�. Pierre le rivolse uno sguardo interrogativo. Essa baci� in fronte il giovane, bagnandogli il viso di lacrime. Tacque un istante e poi mormor�: - E' spirato... Pierre la fissava attraverso le lenti. - "Allons, je vous reconduirai... T�chez de pleurer. Rien ne soulage comme les larmes" [119. Andiamo, vi accompagner�... Cercate di piangere. Non v'� nulla che dia sollievo quanto le lacrime]. Lo accompagn� nel salotto semibuio, e Pierre fu contento che nessuno potesse vederlo in viso. Anna Mich�jlovna lo lasci� e, quando fu di ritorno, lo trov� profondamente addormentato, con le mani incrociate sotto la testa. Il mattino seguente, Anna Mich�jlovna disse a Pierre: - "Oui, mon cher, c'est une grande perte pour nous tous. Je ne parle pas de vous. Mais Dieu vous soutiendra; vous �tes jeune et vous voil� � la t�te d'une immense fortune, je l'esp�re. Le testament n'a pas �t� encore ouvert. Je vous connais assez pour savoir que cela ne vous tournera pas la t�te, mais cela vous impose des devoirs, et il faut �tre homme [120. S�, mio caro, � una grave perdita per noi tutti. Non parlo di voi, si capisce, ma Iddio vi dar� forza. Siete giovane ed entrate in possesso di una immensa fortuna. Almeno lo spero. Il testamento non � stato ancora aperto. Vi conosco abbastanza per sapere che la ricchezza non vi far� perdere la testa, ma essa vi imporr� dei doveri e bisogna mostrarsi uomo]. Pierre non disse nulla. - "Peut-�tre plus tard je vous dirai, mon cher, que si je n'avais pas �t� l�, Dieu sait ce qui serait arriv�! Vous savez, mon oncle avant- hier encore me promettait de ne pas oublier Bor�s. Mais il n'a pas eu le temps. J'esp�re, mon cher ami, que vous remplirez le d�sir de votre p�re" [121. Forse, pi� tardi, vi dir�, mio caro, che se io non fossi stata qui, Dio sa che cosa sarebbe accaduto. Voi sapete che mio zio, ancora ieri l'altro, mi promise i non dimenticare Bor�s. Ma gli � mancato il tempo. Spero, amico mio, che realizzerete il desiderio di vostro padre]. Pierre non capiva nulla; in silenzio, arrossendo timidamente, guardava Anna Mich�jlovna. Dopo aver parlato con Pierre, ella torn� dai Rost�v e and� a letto. Raccont� poi agli amici e a tutti i conoscenti i particolari della morte del conte Bezuchov. Diceva che il conte era morto come lei stessa avrebbe desiderato morire, che la fine di quell'uomo era stata non solo commovente, ma edificante, e che l'ultimo colloquio tra padre e figlio era stato emozionante a tal punto che essa non poteva ripensarci senza piangere. Aggiunse che non sapeva chi si fosse comportato meglio in quel momento terribile: se il padre, che nell'attimo supremo si era ricordato di tutto e di tutti e aveva detto al figlio parole veramente toccanti, o Pierre che era una pena guardarlo, tanto appariva abbattuto ma che, nonostante tutto, aveva cercato di nascondere il proprio dolore per non affliggere il padre morente. - "C'est p�nible, mai cela fait du bien; �a �l�ve l'�me, de voir des hommes comme le vieux comte et son digne fils" [122. E' penoso, ma � una cosa che fa bene! E' edificante per l'anima vedere uomini come il vecchio conte e il suo degno figliuolo] diceva a tutti. Non giudicava l'atteggiamento della principessina e del principe Vassilij, ma lo descriveva bisbigliando, sotto il suggello del pi� assoluto segreto. CAPITOLO 22. A Lissia-Gori, la propriet� del principe Nikol�j Andr�evic' Bolkonskij, si attendeva da un giorno all'altro l'arrivo del giovane principe Andr�j e della principessa; ma l'attesa non turbava affatto l'ordine rigoroso secondo il quale si svolgeva la vita del vecchio principe. Il generale in capo, principe Nikol�j Andr�evic', soprannominato in societ� "le roi de Prusse", dal tempo in cui, sotto Paolo Primo (123), era stato relegato in campagna, non aveva pi� abbandonato la sua propriet�, dove viveva, senza mai allontanarsene, con la figliuola principessa M�rija e la damigella di compagnia di lei, "mademoiselle" Bourienne. Sebbene, con l'inizio del nuovo regno, gli fosse stato concesso il permesso di rientrare nella capitale, egli continu� ugualmente a vivere in campagna, dicendo che, se qualcuno avesse avuto bisogno di lui, poteva benissimo percorrere le centocinquanta miglia per raggiungerlo e che, per conto suo, non aveva bisogno di nulla e di nessuno. Asseriva che i vizi umani avevano soltanto due fonti: l'ozio e la superstizione e che due sole erano le virt�: l'attivit� e l'intelligenza. Si occupava personalmente dell'educazione della figlia e, per sviluppare in lei quelle due importanti virt�, le impartiva lezioni di algebra e di geometria e le regolava la vita con una serie di continue occupazioni. Egli stesso, del resto, non stava mai in ozio: ora scriveva le sue memorie, ora risolveva problemi di matematica trascendentale, ora faceva tabacchiere al tornio, ora si occupava del giardino e sorvegliava affinch� i lavori nella sua propriet� non subissero interruzioni. Poich� riteneva che la condizione principale di ogni attivit� � l'ordine, quest'ordine, nella sua vita, era spinto sino all'estremo. I pasti si svolgevano sempre con il medesimo cerimoniale e avevano luogo non solo alla stessa ora, ma addirittura allo stesso minuto. Con le persone che lo circondavano, da sua figlia ai domestici, il principe era rigido ed esigentissimo e cos�, pur non essendo cattivo, suscitava un rispetto pieno di paura, quale non avrebbe suscitato il pi� crudele degli uomini. Sebbene fosse a riposo e non avesse ormai pi� alcuna autorit� negli affari dello stato, ogni governatore della provincia in cui si trovava la sua propriet� riteneva suo dovere recarsi a fargli visita e, come l'architetto, il giardiniere o la principessina M�rija, doveva aspettare nella grande sala di servizio l'ora in cui il principe usciva. E tutti coloro che aspettavano in quella sala provavano lo stesso sentimento di rispetto e di timore allorch� si apriva l'alta, massiccia porta dello studio e compariva sulla soglia, in parrucca incipriata, la piccola figura del vecchio, dalle mani secche e minute, dalle sopracciglia grigie e cadenti che, quando egli si aggrottava, velavano il bagliore dello sguardo intelligente, vivido, giovanile. Nel giorno dell'arrivo degli sposi, la principessina M�rija entr� come al solito nella vasta sala di servizio all'ora fissata per il saluto mattutino al padre; si fece il segno della croce e recit� mentalmente la preghiera consueta. Ogni mattina ella entrava in quella stanza e ogni mattina ella pregava affinch� il quotidiano incontro con il principe avvenisse senza incidenti. Il vecchio domestico in parrucca, che stava seduto nella stanza, si alz� lentamente e a voce bassa annunzi�: - Potete favorire. Di l� dall'uscio si udiva il rumore ritmico del tornio in funzione. La principessina spinse la porta che si apr� silenziosamente e si ferm� sulla soglia. Il principe stava lavorando al tornio e dopo aver rivolto uno sguardo alla figlia, prosegu� nella sua occupazione. La vastissima stanza era piena di oggetti che, evidentemente, venivano usati di continuo. L'ampio tavolo sul quale erano posati libri e disegni, il grande scaffale a vetri con le chiavi agli sportelli, l'alto legg�o per scrivere in piedi e sul quale si scorgeva un quaderno aperto, il tornio attorno al quale erano ammucchiati utensili e i trucioli sparsi qua e l�, tutto stava a dimostrare una continua varia e intelligente attivit�. I movimenti del piccolo piede calzato di uno stivaletto tartaro ricamato d'argento, la pressione della mano magra, dalle vene sporgenti, rivelavano che il principe conservava la forza di una vecchiaia sana e robusta. Dopo aver fatto compiere alla ruota alcuni giri, egli sollev� il piede dal pedale, pul� accuratamente la lama e la ripose in una custodia di cuoio appesa al tornio e, avvicinatosi al tavolo, chiam� a s� la figlia. Non aveva l'abitudine di benedire i suoi figli, sicch�, offrendo alla principessina M�rija la guancia ispida, non ancora rasata, le disse in tono severo, ma nello stesso tempo premuroso e tenero: - Stai bene? Allora vieni e siediti. Prese il quaderno di geometria, scritto di suo pugno e, con un piede, avvicin� al tavolo la sua poltrona. - Per domani! - disse, cercando rapidamente una pagina e facendo con l'unghia un segno da un paragrafo all'altro. La principessina si chin� verso il tavolo e guard� il quaderno. - Aspetta, c'� una lettera per te - disse a un tratto il vecchio, traendo dalla tasca appesa al tavolo una busta vergata da una mano femminile e gettandola davanti alla figlia. Il viso della principessina, alla vista della lettera, si copr� di chiazze rosse. La prese in fretta e si accinse ad aprirla. - E' di Eloisa? (124) - chiese il vecchio con un freddo sorriso che scopr� la dentatura giallastra, ma ancora robusta. - S�, � di Julie - rispose la figlia, guardando la lettera e sorridendo timidamente. - Lascer� passare altre due lettere, ma legger� la terza - dichiar� il vecchio. - Temo che vi scriviate molte sciocchezze. - Leggete anche questa, "mon p�re" - rispose la principessina, arrossendo ancora di pi� e porgendogli la lettera. - La terza, ho detto la terza! - replic� il principe, respingendo la busta e posando sul tavolo il quaderno pieno di figure geometriche. - Dunque, signorina... - cominci� il vecchio, curvandosi verso la figlia e appoggiando una mano sulla spalliera della sedia da lei occupata, cosicch� ella si sent� avvolta da ogni parte da quell'odore acuto di vecchio e di tabacco, particolare a suo padre, e a lei ben noto da molto tempo. - Dunque, signorina: questi triangoli sono simili: osserva l'angolo A B C... La principessina guardava con sgomento gli occhi scintillanti del padre; le chiazze rosse si diffondevano sul viso; si vedeva che non capiva nulla e che il timore le avrebbe impedito di seguire le ulteriori spiegazioni del padre, per quanto chiare potessero essere. Era colpa del maestro oppure dell'alunna? Fatto si � che ogni giorno si ripeteva la stessa cosa: le si intorbidiva la vista, non riusciva pi� n� a vedere n� a sentire, si sentiva soltanto addosso il viso asciutto del padre severo, ne avvertiva il respiro e l'odore, e pensava soltanto al momento di poter uscire dallo studio per ritornarsene in camera sua a risolvere in libert� il problema. Il vecchio andava in collera, moveva avanti e indietro, facendo un gran rumore, la poltrona su cui stava seduto, cercava inutilmente di non riscaldarsi troppo ma, quasi ogni volta, prorompeva in ingiurie e sbatteva via il quaderno. La principessina sbagli� la risposta. - Ecco, sei proprio una stupida! - grid� il principe, respingendo il quaderno e voltandosi rapidamente; ma subito dopo si alz�, cammin� su e gi� per la stanza, pass� una mano sui capelli della figlia e si rimise a sedere riprendendo la lezione. - Cos� non va, principessina, non va! - disse allorch� la figliuola, dopo aver chiuso e preso il quaderno con la lezione assegnata, si preparava a uscire. - La matematica � una grande cosa, signorina mia. E io non voglio che tu sia simile alle nostre stupide signore. Abbi pazienza, e la matematica ti piacer�. Allora non sarai pi� una scioccherella... - E le accarezz� il viso. La fanciulla fece per avviarsi verso la porta, ma egli la ferm� con un gesto e prese dallo scrittoio un libro nuovo, ancora intonso. - Eccoti ancora non so che "Chiave del mistero" (125): te lo manda la tua Eloisa. E' un libro religioso, e io non mi occupo della religione degli altri. Gli ho dato una occhiata. Prendilo... E ora va', va' pure. Le batt� una mano sulla spalla e chiuse egli stesso la porta dietro di lei. La principessina M�rija torn� nella sua stanza con quell'espressione triste e spaventata che di rado abbandonava il suo viso sparuto e privo di grazia, rendendolo ancora pi� brutto. Sedette davanti allo scrittoio su cui erano sparsi ritratti in miniatura, quaderni e libri. La principessina era tanto disordinata quanto il padre era ordinato e preciso. Depose il quaderno di geometria e con impazienza dissuggell� la lettera. Era della sua pi� cara amica d'infanzia, quella Julie Karagina che abbiamo conosciuto alla festa in casa Rost�v. Ecco che cosa scriveva Julie: �Ch�re et excellente amie, quelle chose terrible et effrayante que l'absence! J'ai beau me dire que la moiti� de mon existence et de mon bonheur est en vous, que malgr� la distance qui nous s�pare, nos coeurs sont unis par des liens indissolubles; le mien se r�volte contre la destin�e, et je ne puis, malgr� les plaisirs et les distractions qui m'entourent, vaincre une certaine tristesse cach�e que je ressens au fond du coeur depuis notre s�paration. Pourquoi ne sommes-nous pas r�unies, comme cet �t�, dans votre grand cabinet sur le canap� bleu, le canap� a confidences? Pourquot ne puis-je, comme il y a trois mois, puiser de nouvelles forces morales dans votre regard si doux, si calme et si p�n�trant, regard que j'aimais tant et que je crois voir devant moi, quand je vous �cris?� [126. �Mia cara, ottima amica, quale cosa terribile e spaventosa � la lontananza! Per quanto io mi dica che la met� della mia vita e della mia felicit� sono in voi, che malgrado la distanza che ci separa i nostri cuori sono uniti da legami indissolubili, il mio si ribella contro il destino e, pur vivendo tra mille divertimenti, non posso vincere una vaga tristezza che avverto in fondo al cuore da quando ci siamo separate. Perch� non siamo ancora insieme, come la scorsa estate, nel vostro vasto studio, sul divano azzurro, il divano delle confidenze? Perch� non mi � dato, come tre mesi or sono, di attingere nuove forze morali nel vostro sguardo cos� dolce, cos� tranquillo e penetrante, uno sguardo che amavo profondamente e che mi sembra di vedere mentre vi scrivo?�]. Letta la lettera sino a questo punto, la principessina M�rija sospir� e si guard� nello specchio di un "armoire" che si trovava alla sua destra. Lo specchio le rimand� l'immagine di un corpo sgraziato e mingherlino e di un viso smunto e non bello. Gli occhi, sempre tristi, guardavano ora con espressione particolarmente sconsolata la sua immagine nello specchio. �Julie mi adula�, pens� la principessina e, voltatasi, riprese la lettura. Julie, per�, non adulava l'amica: gli occhi della principessina M�rija, grandi, profondi, luminosi, che pareva talvolta mandassero raggi di una calda luce, erano cos� belli che molto spesso, nonostante la bruttezza del viso, erano pi� affascinanti di qualunque bellezza. Ma la principessina non aveva mai veduto la espressione dei propri occhi, quell'espressione che essi assumevano allorch� ella non pensava a se stessa. Come accade a tutti, non appena essa si guardava in uno specchio, il suo volto appariva brutto e teso in modo innaturale. Continu� a leggere: �Tout Moscou ne parle que guerre. L'un de mes deux fr�res est d�j� � l'�tranger, l'autre est avec la Garde qui se met en marche vers la fronti�re. Notre cher empereur a quitt� P�tersbourg et, � ce qu'on pr�tend, compte lui-m�me exposer sa pr�cieuse existence aux chances de la guerre. Dieu veuille que le monstre corsicain, qui d�truit le repos de l'Europe, soit terrass� par l'ange que le Tout-Puissant, dans Sa mis�ricorde, nous a donn� pour souverain. Sans parler de mes fr�res, cette guerre m'a priv� d'une relation des plus ch�res � mon coeur. Je parle du jeune Nicolas Rostov, qui avec son enthousiasme n'a pu supporter l'inaction et a quitt� l'universit� pour aller s'enr�ler dans l'arm�e. Eh bien, ch�re Marie, je vous avouerai que, malgr� son extr�me jeunesse, son d�part pour l'arm�e a �t� un grand chagrin pour moi. Le jeune homme, dont je vous parlais cet �t�, a tant de noblesse, de v�ritable jeunesse, qu'on rencontre si rarement dans le si�cle o� nous vivons parmi nos vieillards de vingt ans. Il a surtout tant de franchise et de coeur. Il est tellement pur et po�tique que mes relations avec lui, quelque passag�res qu'elles fussent, ont �t� l'une des plus douces jouissances de mon pauvre coeur, qui a d�j� tant souffert! Je vous raconterai un jour nos adieux et tout ce qui s'est dit en partant. Tout cela est encore trop frais. Ah! ch�re amie, vous �tes heureuse de ne pas conna�tre ces jouissances et ces peines si poignantes. Vous �tes heureuse, puisque les derni�res sont ordinairement les plus fortes! Je sais fort bien que le comte Nicolas est trop jeune pour pouvoir jamais devenir pour moi quelque chose de plus qu'un ami, mais cette douce amiti�, ces relations si po�tiques et si pures ont �t� un besoin pour mon coeur. Mais n'en parlons plus. La grande nouvelle du jour qui occupe tout Moscou est la mort du vieux comte Bezouchoff, et son h�ritage. Figurez-vous que les trois princesses n'ont recu que tr�s peu de chose, le prince Basile rien, et que c'est M. Pierre qui a tout h�rit� et qui par-dessus le march� a �t� reconnu pour fils l�gitime, par cons�quent comte Bezouchoff et possesseur de la plus belle fortune de la Russie. On pr�tend que le prince Basile a jou� un tr�s vilain r�le dans toute cette histoire et qu'il est reparti tout penaud pour P�tersbourg. �Je vous avoue que je comprends tr�s peu toutes ces affaires de legs et de testaments; ce que je sais, c'est que depuis que le jeune homme que nous connaissions tous sous le nom de M. Pierre tout court est devenu comte Bezouchoff et possesseur de l'une des plus grandes fortunes de la Russie, je m'amuse fort � observer le changement de ton et de mani�res des mamans accabl�es de filles � marier et des demoiselles elles-m�mes � l'�gard de cet individu, qui, par parenth�se, m'a paru toujours �tre un pauvre sire. Comme on s'amuse depuis deux ans � me donner des promis que je ne connais pas le plus souvent, la chronique matrimoniale de Moscou me fait comtesse Bezouchoff. Mais vous sentez bien que je ne me soucie nullement de le devenir. A propos de mariage, savez-vous que tout derni�rement "la tante en g�n�ral", Anna Mich�jlovna, m'a confi� sous le sceau du plus grand secret un projet de mariage pour vous? Ce n'est ni plus ni moins que le fils du prince Basile, Anatole, qu'on voudrait ranger en le mariant � une personne n�e riche et distingu�e, et c'est sur vous qu'est tomb� le choix des parents. Je ne sais comment vous envisagerez la chose, mais j'ai cru de mon devoir de vous en avertir. On le dit tr�s beau et tr�s mauvais sujet; c'est tout ce que j'ai pu savoir sur son compte. �Mais assez de bavardage comme cela. Je finis mon second feuillet, et maman me tait chercher pour aller d�ner chez les Apraksines. Lisez le livre mystique que je vous envoie et qui fait fureur chez nous. Quoiqu'il y ait des choses, dans ce livre, difficiles � atteindre avec la faible conception humaine, c'est un livre admirable dont la lecture calme et �l�ve l'�me. Adieu. Mes respects � monsieur votre p�re et mes compliments � Mlle Bourienne. Je vous embrasse comme je vous aime. Julie �P.S. Donnez-moi des nouvelles de votre fr�re et de sa charmante petite femme�. [126. �Tutta Mosca non parla che di guerra. Uno dei miei due fratelli � gi� all'estero, l'altro � con la Guardia, che sta per marciare verso la frontiera. Il nostro amato imperatore ha lasciato Pietroburgo e, a quanto si dice, pare che voglia egli pure esporre la sua preziosa esistenza ai casi della guerra. Voglia Iddio che il mostro c�rso che distrugge la pace dell'Europa sia atterrato dall'angelo che l'Onnipotente, nella Sua infinita misericordia, ci ha dato per sovrano. Per non parlare dei miei fratelli, questa guerra mi ha privato di una delle conoscenze pi� care al mio cuore. Alludo al giovane Nikol�j Rost�v, il quale, pieno di entusiasmo com'�, non ha saputo sopportare l'inattivit� e ha lasciato l'universit� per andare ad arruolarsi nell'esercito. Vi confesso, cara M�rija, che, sebbene sia tanto giovane, la sua partenza per l'esercito � stata per me un grande dolore. Il giovane di cui gi� vi ho parlato l'estate scorsa, � cos� nobile, ha in s� tanta vera giovinezza, di quella che si trova ormai raramente in questo secolo in cui viviamo tra dei vecchi di vent'anni. E, soprattutto, � dotato di tanta franchezza e di tanto cuore, � cos� puro e cos� ricco di poesia, che la mia breve relazione con lui � stata una delle gioie pi� dolci del mio povero cuore, che ha gi� tanto sofferto! Vi racconter� un giorno il nostro addio e tutto ci� che ci siamo detti nel separarci. Adesso � ancora tutto troppo recente. Ah, cara amica. felice voi che non conoscete queste gioie e queste pene cos� profonde! Felice voi perch� le pene sono per solito pi� forti delle gioie! So benissimo che il conte Nikol�j � troppo giovane per poter essere per me qualcosa di pi� che un amico, ma questa dolce amicizia e i nostri rapporti tanto poetici e tanto puri erano un vero bisogno del mio cuore. Ma non parliamone pi�. La grande notizia del giorno, della quale tutta Mosca si occupa, � quella della morte del vecchio conte Bezuchov e dell'eredit� che egli ha lasciato. Figuratevi che le tre principessine hanno avuto pochissimo, che il principe Vassilij non ha avuto nulla e chi ha ereditato tutto � il signor Pierre che, per giunta, � stato riconosciuto come figlio legittimo e pertanto � diventato conte Bezuchov e padrone della pi� cospicua ricchezza di tutta la Russia. Dicono che il principe Vassilij, in tutta questa faccenda, abbia recitato una parte antipatica e che sia partito per Pietroburgo scornato e afflitto. �Vi confesso che in tutte queste faccende di legati e di testamenti io ci capisco assai poco: so soltanto che da quando quel giovane, che tutti conoscevamo con il semplice nome di Pierre, � divenuto conte Bezuchov e padrone di una delle maggiori fortune della Russia, mi diverto un mondo a osservare il cambiamento del tono e del contegno delle mamme cariche di figlie da marito, e delle signorine stesse, verso quell'individuo che, tra parentesi, a me � sempre sembrato un povero diavolo. Siccome, da due anni a questa parte, molti si divertono ad attribuirmi dei fidanzati che, per la maggior parte dei casi, non conosco neppure, cos� adesso la cronaca matrimoniale di Mosca mi fa gi� contessa Bezuchov. Ma voi capite benissimo che io non penso affatto a diventarlo. A proposito di matrimoni, sapete che la "zia di tutti", Anna Mich�jlovna, mi ha confidato, sotto il suggello dello strettissimo segreto, un progetto di matrimonio per voi? Si tratta nientemeno che del figlio del principe Vassilij, Anatolij, che vorrebbero sistemare dandogli in moglie una signorina ricca e distinta, e la scelta dei genitori � caduta proprio su di voi. Non so cosa penserete della cosa, ma ho creduto mio dovere avvertirvene. Dicono che sia molto bello, ma molto scapestrato: � tutto quanto ho potuto sapere sul suo conto. �Ma basta con le chiacchiere. Sono gi� alla fine del secondo foglio, e la mamma mi fa chiamare per andare a pranzo dagli Apraksin. Leggete il libro mistico che vi spedisco e che qui da noi ottiene un enorme successo. Sebbene vi siano cose difficili da comprendere per il debole intelletto umano, � un libro veramente meraviglioso, la cui lettura consola ed eleva l'anima. Addio. I miei ossequi al vostro signor padre e molti cordiali saluti a "mademoiselle" Bourienne. Vi abbraccio con tutto il mio affetto. Julie P.S: Datemi notizie di vostro fratello e della sua incantevole mogliettina�]. La principessina rimase un momento pensierosa e sorrise, mentre il suo volto, illuminato dagli occhi radiosi, si trasform� completamente; poi si alz� di scatto, si accost� con il suo passo pesante allo scrittoio, prese un foglio di carta e cominci� a tracciare rapidamente la risposta all'amica. Eccola: �Ch�re et excellente amie, votre lettre du 13 m'a caus� une grande joie. Vous m'aimez donc toujours, ma po�tique Julie. L'absence, dont vous dites tant de mal, n'a donc pas eu son influence habituelle sur vous. Vous vous plaignez de l'absence: que devrais-je dire moi, si j'osais me plaindre, priv�e de tous ceux qui me sont chers? Ah, si nous n'avions pas la religion pour nous consoler, la vie serait bien triste! Pourquoi me supposez-vous un regard s�v�re quand vous me parlez de votre affection pour le jeune homme? Sous ce rapport je ne suis rigide que pour moi. Je comprends ces sentiments chez les autres et si je ne puis les approuver, ne les ayant jamais ressentis, je ne les condanne pas. Il me para�t seulement que l'amour chr�tien, l'amour du prochain, l'amour pour nos ennemis est plus m�ritoire, plus doux et plus beau que ne le sont les sentiments que peuvent inspirer les beaux yeux d'un jeune homme � une jeune fille po�tique et aimante comme vous. �La nouvelle de la mort du comte Bezouchoff nous est parvenue avant votre lettre, et mon p�re en a �t� tr�s affect�. Il dit que c'�tait l'avant-dernier repr�sentant du grand si�cle, et qu'� pr�sent c'est son tour; mais qu'il fera son possible pour que son tour vienne le plus tard possible. Que Dieu nous garde de ce terrible malheur! Je ne puis partager votre opinion sur Pierre que j'ai connu enfant. Il me paraissait toujours avoir un coeur excellent, et c'est la qualit� que j'estime le plus dans les gens. Quant � son h�ritage et au r�le qu'y a jou� le prince Basile, c'est bien triste pour tous les deux. Ah! ch�re amie, la parole de notre divin Sauveur qu'il est plus ais� � un chameau de passer par le trou d'une aiguille, qu'il ne l'est � un riche d'entrer dans le royaume de Dieu, cette parole est terriblement vraie; je plains le prince Basile et je regrette encore davantage Pierre. Si jeune et accabl� de cette richesse, que de tentations n'aura-t-il pas � subir! Si on me demandait ce que je d�sirerais le plus au monde ce serait d'�tre plus pauvre que le plus pauvre des mendiants. Mille grace, ch�re amie, pour l'ouvrage que vous m'envoyez, et qui fait si grande fureur chez vous. Cependant, puisque vous me dites qu'au milieu de plusieurs bonnes choses il y en a d'autres que la faible conception humaine ne peut atteindre, il me para�t assez inutile de s'occuper d'une lecture inintelligible, qui par l� m�me ne pourrait �tre d'aucun fruit. Je n'ai jamais pu comprendre la passion qu'ont certaines personnes de s'embrouiller l'entendement, en s'attachant � des livres mystiques, qui n'�l�vent que des doutes dans leurs esprits, exaltent leur imagination et leur donnent un caract�re d'exag�ration tout � fait contraire � la simplicit� chr�tienne. Lisons les Ap�tres et l'Evangile. Ne cherchons pas � p�n�trer ce que ceux-l� renferment de myst�rieux, car, comment oserions-nous, mis�rables p�cheurs que nous sommes, pr�tendre � nous initier dans les secrets terribles et sacr�s de la Providence, tant que nous portons cette d�pouille charnelle, qui �l�ve entre nous et l'�ternel un voile imp�n�trable? Bornons-nous donc � �tudier les principes sublimes que notre divin Sauveur nous a laiss� pour notre conduite ici-bas; cherchons � nous y conformer et � les suivre, persuadons-nous que moins nous donnons d'essor � notre faible esprit humain et plus il est agr�able � Dieu, qui rejette toute science ne venant pas de Lui; que moins nous cherchons � approfondir ce qu'il Lui a plu de d�rober � notre connaissance, et plut�t Il nous en accordera la d�couverte par Son divin Esprit. �Mon p�re ne m'a pas parl� du pr�tendant, mais il m'a dit seulement qu'il a re�u une lettre et attendait une visite du prince Basile. Pour ce qui est du projet de mariage qui me regarde, je vous dirai, ch�re et excellente amie, que le mariage, selon moi, est une institution divine � laquelle il faut se conformer. Quelque p�nible que cela soit pour moi, si le Tout-puissant m'impose jamais les devoirs d'�pouse et de m�re, je t�cherai de les remplir aussi fid�lement que je pourrai, sans m'inqui�ter de l'examen de mes sentiments � l'�gard de celui qu'il me donnera pour �poux. �J'ai re�u une lettre de mon fr�re qui m'annonce son arriv�e � Lisie Gori avec sa femme. Ce sera une joie de courte dur�e, puisqu'il nous quitte pour prendre part � cette malheureuse guerre, � laquelle nous sommes entra�n�s Dieu sait comment et pourquoi. Non seulement chez vous, au centre des affaires et du monde, on ne parle que de guerre, mais ici, au milieu de ces travaux champ�tres et de ce calme de la nature que les citadins se repr�sentent ordinairement � la campagne, les bruits de la guerre se font entendre et sentir p�niblement. Mon p�re ne parle que marche et contremarche, choses auxquelles je ne comprends rien; et avant-hier, en faisant ma promenade habituelle dans la rue du village, je fus t�moin d'une sc�ne d�chirante... C'�tait un convoi de recrues enr�l�es chez nous et exp�di�es pour l'arm�e... Il fallait voir l'�tat dans lequel se trouvaient les m�res, les femmes, les enfants des hommes qui partaient et entendre les sanglots des uns e des autres! On dirait que l'humanit� a oubli� les lois de son divin Sauveur, qui pr�chait l'amour et le pardon des offenses, et qu'elle fait consister son plus grand m�rite dans l'art de s'entre-tuer. �Adieu, ma ch�re et bonne amie, que notre divin Sauveur et Sa tr�s Sainte M�re vous aient en Leur sainte et puissante garde. Marie�. [128. �Cara e ottima amica, la vostra lettera del 13 mi ha arrecato una grande gioia. Dunque mi volete ancora bene, mia poetica Julie. La lontananza che tanto deprecate non ha avuto il suo abituale effetto su di voi. Vi lamentate della lontananza; ma che cosa dovrei dire io, se osassi lagnarmi, privata come sono di tutti coloro che mi sono cari? Ah, se non avessimo la religione per consolarci, quanto sarebbe triste la nostra vita! Perch� attribuirmi uno sguardo severo quando mi parlate del vostro affetto per quel giovane? In simili cose, io sono severa soltanto con me stessa. Comprendo tali sentimenti negli altri; non posso approvarli, non avendoli mai conosciuti, ma nemmeno li condanno. Mi sembra soltanto che l'amore cristiano, l'amore del prossimo, l'amore per i nostri nemici, sia pi� meritevole, pi� dolce e pi� bello dei sentimenti che i begli occhi di un giovane possono ispirare a una fanciulla poetica e semplice come voi siete. �La notizia della morte del conte Bezuchov ci giunse prima della vostra lettera, e mio padre ne fu molto colpito. Egli dice che il conte Bezuchov era il penultimo rappresentante del grande secolo e che ora tocca a lui scomparire, ma che far� di tutto perch� il suo turno venga il pi� tardi possibile. Dio ci guardi da una cos� terribile sventura! Non posso condividere la vostra opinione su Pierre, che ho conosciuto bambino e che mi � sempre sembrato avere un cuore d'oro, e questa � la qualit� che apprezzo di pi� in qualsiasi persona. In quanto alla sua eredit� e alla parte che vi ha avuto il principe Vassilij, � cosa ben triste per tutti e due. Ah, amica mia, le parole del nostro divino Salvatore - secondo le quali � pi� facile a un cammello il passare per la cruna di un ago che a un ricco l'entrare nel regno di Dio - sono terribilmente vere! Compiango il principe Vassilij e ancora di pi� Pierre. Cos� giovane e afflitto da una simile ricchezza, quante tentazioni dovr� subire! Se mi si chiedesse che cosa desidero di pi� al mondo, risponderei che vorrei essere pi� povera del pi� povero fra tutti i mendicanti della terra. Mille grazie, amica cara, per l'opera che mi avete mandato e che ottiene tanto successo da voi. Ma, poich� dite che fra molte cose buone ne contiene altre alle quali non pu� giungere il debole intelletto umano, mi pare inutile dedicare il tempo a una lettura inintelligibile, che essendo tale non potrebbe recare alcun giovamento. Non ho mai potuto comprendere la passione che certuni hanno di confondersi le idee, ostinandosi a leggere dei libri mistici, i quali non possono avere altro effetto che quello di far sorgere dei dubbi nell'anima, di esaltare l'immaginazione e di generare un'esagerazione in contrasto con la semplicit� cristiana. Leggiamo gli Apostoli e il Vangelo, senza cercare di comprendere quanto di arcano contengono, poich� come potremmo osare noi, miseri peccatori, iniziarci al tremendi e sacri misteri della Provvidenza, sino a che portiamo questa spoglia carnale che stende tra noi e l'Eterno un velo impenetrabile? Limitiamoci dunque a studiare i principi sublimi che il nostro divino Salvatore ci ha lasciato come guida nella nostra vita terrena; cerchiamo di conformarci ad essi e di seguirli; persuadiamoci che, quanto meno libert� concediamo alla nostra debole mente umana, tanto pi� graditi saremo a Dio, il quale respinge ogni scienza che non derivi da Lui, giacch� quanto meno cerchiamo di approfondire ci� che Gli piacque celare al nostro intelletto, tanto pi� presto Egli ce lo riveler� per mezzo del suo spirito divino. �Mio padre non mi ha parlato del pretendente, mi ha detto soltanto che ha ricevuto una lettera e aspetta una visita del principe Vassilij. Quanto al progettato matrimonio che mi riguarda, vi dir�, cara e ottima amica, che lo considero una istituzione divina alla quale dobbiamo conformarci. Per quanto la cosa mi possa riuscire penosa, se l'Onnipotente vorr� impormi i doveri di moglie e di madre, cercher� di compierli con la massima fedelt� possibile, senza curarmi affatto di esaminare i miei sentimenti verso colui che Egli vorr� darmi per sposo. �Ho ricevuto una lettera da mio fratello che mi annunzia il suo arrivo a Lissia-Gori con la moglie. Non sar� una gioia di lunga durata, giacch� egli ci lascer� presto per prendere parte a questa disgraziata guerra alla quale, Dio sa come e perch�, siamo tutti quanti trascinati. Non solo da voi, nel centro degli affari e della vita mondana, non si parla d'altro che di guerra, ma anche qui tra i lavori dei campi e nella pace della natura che la gente di citt� suole immaginare in campagna, i rumori della guerra si fanno dolorosamente sentire. Mio padre non parla che di marce e di contromarce, cose di cui nulla capisco; e ieri l'altro, durante la mia solita passeggiata per la strada del villaggio, sono stata testimone di una scena straziante... Passava un convoglio di reclute, arruolate qui da noi e mandate alla guerra... Bisognava vedere le madri, le mogli, i figli degli uomini che partivano e udire i singhiozzi degli uni e degli altri! Sembra veramente che l'umanit� abbia dimenticato le leggi del suo divino Salvatore, che predicava l'amore e il perdono delle offese, e che faccia consistere il suo maggior merito nell'arte di uccidersi a vicenda. �Addio, mia cara e buona amica! Che il nostro divino Salvatore e la Sua santissima Madre vi tengano sotto la Loro santa e divina protezione. M�rija�]. - "Ah, vous exp�diez le courrier, princesse; moi j'ai d�j� exp�di� le mien. J'ai �crit � ma pauvre m�re" [129. Ah, state sbrigando la vostra corrispondenza, principessina? Io ho gi� spedito la mia: ho scritto alla mia povera mamma] - disse in fretta con la sua voce simpatica e profonda la sorridente "mademoiselle" Bourienne, infondendo nella raccolta, triste e cupa atmosfera della principessina M�rija un senso di gaiezza e di serenit�. - "Princesse, il faut que je vous pr�vienne" - soggiunse abbassando la voce: - "le prince a eu une altercation", - e disse la parola "altercation" arrotando ancor pi� la erre e ascoltandosi con piacere - "une altercation avec Michel Ivanoff. Il est de tr�s mauvaise humeur, tr�s morose. Soyez pr�venue, vous savez..." [130. Principessa, devo avvertirvi che il principe ha avuto un alterco con Micha�l Iv�novic'. E' di pessimo umore e molto inquieto. Sappiatelo...]. - "Ah, ch�re amie, - rispose la principessina M�rija - je vous ai pri�e de ne jamais me pr�venir de l'humeur lans laquelle se trouve mon p�re. Je ne me permets pas de le juger, et je ne voudrais pas que les autres le fassent" [131. Mia cara amica, vi ho pregato parecchie volte di non informarmi mai dell'umore di mio padre. Io non mi permetto di giudicarlo e non vorrei che neppure gli altri lo facessero]. La principessina guard� l'orologio e, accortasi che aveva superato di cinque minuti l'ora destinata al clavicembalo, si affrett�, con aria spaventata, ad entrare nel salotto. Da mezzogiorno alle due, secondo l'ordine del giorno, il principe riposava e la principessina sonava il clavicembalo. CAPITOLO 23. Il vecchio cameriere, seduto sulla sua sedia sonnecchiando, tendeva l'orecchio al russare del principe, che stava riposando nel suo vasto studio. Dall'altra estremit� della casa, attraverso gli usci chiusi, si udivano, ripetuti per la ventesima volta, i passaggi difficili di una sonata di Dussek (132). In quel momento si fermarono davanti alla scalinata del palazzo una carrozza e un calesse. Dalla carrozza discese il principe Andr�j che aiut� la sua piccola moglie a scendere e la fece passare avanti. Il vecchio Tich�n, in parrucca, comparve sulla soglia del vestibolo, comunic� a voce bassa che il principe dormiva e richiuse in fretta la porta. Tich�n sapeva che n� l'arrivo del figlio n� qualsiasi altro, sia pure eccezionale, avvenimento, dovevano turbare le abitudini quotidiane. Evidentemente il principe Andr�j lo sapeva quanto Tich�n. Guard� l'orologio per controllare se le abitudini del padre fossero mutate da quando l'aveva visto l'ultima volta e, assicuratosi di no, si volse alla moglie. - Tra venti minuti il principe si alza; andiamo intanto dalla principessina M�rija - disse. La piccola moglie del principe Andr�j si era molto arrotondata negli ultimi tempi, ma i suoi occhi e il suo breve labbruzzo sorridente si sollevarono con la stessa dolce grazia quando cominci� a parlare. - Ma questo � un vero palazzo! - esclam�, guardandosi attorno e parlando al marito con quell'espressione che si assume nel congratularsi con il padrone di casa per una riuscita festa da ballo. - Andiamo, andiamo presto! - E, voltandosi, sorrise a Tich�n, al marito e al domestico che li accompagnava. - "C'est Marie qui s'exerce? Allons doucement, il faut la surprendre" [133. E' M�rija che si esercita? Andiamo pian piano per farle una sorpresa]. Il principe Andr�j la seguiva con aria cortese e triste insieme. - Sei invecchiato, Tich�n - disse, passando davanti al vecchio che gli baciava la mano. Dalla porta laterale della stanza, dalla quale giungevano i suoni del clavicembalo, usc� di corsa nel corridoio la graziosa, bionda francese, "mademoiselle" Bourienne, che sembrava fuori di s� dalla gioia. - "Ah, quel bonheur pour la princesse!" - esclam�. - "Enfin, il faut que je la pr�vienne" [134. Oh, che felicit� per la principessa! Bisogna avvertirla!]. - "Non, non, de grace... Vous �tes mademoiselle Bourienne, je vous connais d�j� par l'amiti� que vous porte ma belle-soeur" disse la principessa, abbracciandola e baciandola. - "Elle ne nous attend pas..." [135. No, no, per favore... Voi siete "mademoiselle" Bourienne: vi conosco gi� per l'amicizia che ha per voi mia cognata. Ella non ci aspetta...]. Si avvicinarono alla porta del salotto, donde si udiva giungere l'insistente ripetizione di un passaggio musicale. Il principe Andr�j si ferm� e aggrott� il viso, come se si aspettasse qualcosa di spiacevole. La principessa entr�. I suoni cessarono di colpo; si ud� un grido, il passo pesante della principessina M�rija e lo schioccare di baci. Quando il principe Andr�j entr� a sua volta, le due cognate, che si erano appena conosciute il giorno del matrimonio del principe Andr�j, erano ancora strettamente abbracciate, immobili, nell'atteggiamento del primo minuto. "Mademoiselle" Bourienne, ritta accanto a loro, con le mani strette al cuore e sorridendo commossa, era pronta tanto a mettersi a piangere quanto a scoppiare in una risata. Il principe Andr�j si strinse nelle spalle e fece una smorfia, come potrebbe fare un intenditore di musica che senta una nota stonata. Le due donne si separarono; poi, come se temessero di non fare in tempo, ricominciarono ad abbracciarsi e a baciarsi pi� e pi� volte e, cosa assolutamente inaspettata per il principe Andr�j, si misero a piangere e ad abbracciarsi di nuovo. Anche "mademoiselle" Bourienne piangeva. Si capiva che il principe Andr�j era a disagio; ma alle due donne pareva la cosa pi� naturale del mondo piangere e pareva che non potessero neppure supporre che quell'incontro si dovesse svolgere diversamente. - "Ah, ch�re... Ah, Marie!" - esclamavano a una voce le due cognate, ridendo. - "J'ai r�v� cette nuit..." - "Vous ne nous attendiez donc pas?" - "Ah, Marie, vous avez maigri..." - "Et vous avez repris" [136. Oh, cara... Oh M�rija! Ho sognato questa notte... Non ci aspettavate dunque? Ah, M�rija, siete dimagrita... E voi siete ingrassata...]. - "J'ai tout de suite reconnu madame la princesse" [137. Ho riconosciuto subito la signora principessa!] - disse "mademoiselle" Bourienne. - "Et moi qui ne me doutais pas!" - esclam� la principessina M�rija. - "Ah, Andr�, je ne vous voyais pas" [138. E io che non ci pensavo! Oh, Andr�j, non ti avevo visto]. Il principe Andr�j baci� la mano alla sorella e l'abbracci�, dicendole che era sempre la stessa "pleurnicheuse", la piagnucolona che era sempre stata. La principessina M�rija alz� il viso verso il fratello e, attraverso le lacrime, lo fiss� con lo sguardo caldo e affettuoso dei suoi occhi in quel momento bellissimi e radiosi. La piccola principessa continuava a parlare senza posa. Il breve labbruzzo superiore, ornato di una lieve peluria, si abbassava ogni momento, sfiorando un poco il roseo labbro inferiore, poi di nuovo il sorriso illuminava gli occhi e faceva risplendere i denti bianchissimi. La principessa stava raccontando un incidente che era loro accaduto sul monte Spasska e che, date le sue particolari condizioni, avrebbe potuto costituire per lei un grave pericolo; subito dopo pass� a dire che aveva lasciato tutti i suoi vestiti a Pietroburgo e che qui sarebbe andata vestita Dio sa come, che Andr�j era molto mutato, che Kitty Odynzova aveva sposato un vecchio e che c'era un fidanzato per la principessina M�rija, proprio davvero, ma che di questo avrebbe parlato poi. La principessina M�rija continuava a tacere guardando il fratello e nei suoi bellissimi occhi si leggevano amore e tristezza. Era chiaro che nella sua mente si susseguivano ora dei pensieri che non avevano nulla a che vedere con quanto andava dicendo la cognata. A mezzo della descrizione di una festa svoltasi a Pietroburgo, essa si volse al fratello. - Sei proprio deciso, Andr�j, a partire per la guerra? - chiese, sospirando. Anche la principessa Liza trasal�. - Domani stesso! - le rispose il fratello. - "Il m'abandonne ici et Dieu sait pourquoi, quand il aurait pu avoir de l'avancement..." [139. Mi lascia qui, e Dio sa perch�, mentre avrebbe potuto ottenere una promozione...]. La principessina M�rija, che continuava a seguire il filo dei suoi pensieri, non l'ascolt� sino in fondo, ma accenn� con occhi pieni di tenerezza al ventre ingrossato e le chiese: - E' certo? Il viso della principessa mut� espressione e, sospirando, rispose: - S�, � certo... Ah! E' una cosa terribile, terribile... Il piccolo labbro di Liza prese a tremare. Ella avvicin� il viso a quello della cognata e, inaspettatamente, riprese a piangere. - Ha bisogno di riposarsi - intervenne il principe Andr�j corrugando il volto. - Non � vero, Liza? M�rija, accompagnala in camera tua e intanto io andr� dal babbo. Come sta? E' sempre lo stesso? - Sempre lo stesso: non so se sembrer� cos� anche a te - rispose ridendo la principessina. - Sempre le stesse ore per le passeggiate e per il tornio? - chiese il principe Andr�j con un sorriso appena percettibile, che dimostrava come, nonostante tutto l'affetto e il rispetto per il padre, ne conoscesse e ne comprendesse le debolezze. - Sempre ogni cosa alla stessa ora, e il tornio, e la matematica e le mie lezioni di geometria - rispose allegramente la principessina M�rija, come se quelle lezioni fossero una delle cose pi� gaie della sua vita. Allorch� i venti minuti che dovevano passare prima del risveglio del vecchio principe furono trascorsi, Tich�n venne a chiamare il giovane principe da parte del padre. Il vecchio, in onore dell'arrivo del figlio, aveva fatto un'eccezione alle proprie abitudini: aveva dato ordine che fosse introdotto nelle sue stanze durante la toeletta che faceva prima del pranzo. Il vecchio principe si vestiva secondo la moda di parecchi anni addietro e portava la parrucca incipriata. Nel momento in cui il principe Andr�j (non gi� con l'espressione sprezzante che soleva assumere quando era in un salotto, ma con il viso animato che aveva quando discorreva con Pierre) entr� dal padre, il vecchio, seduto nel suo gabinetto di toeletta, in un'ampia poltrona di marocchino, avvolto in un accappatoio che gli riparava gli abiti dalla cipria, affidava la testa alle mani di Tich�n. - Ol�, guerriero! Vuoi andare a sconfiggere Buonaparte? - esclam� il vecchio, scotendo la testa incipriata per quanto glielo permetteva il codino che Tich�n teneva tra le mani per intrecciarlo. - D�gli addosso a dovere, se no, quello, tra non molto, considerer� anche noi suoi sudditi. Salve! - E gli porse la guancia da baciare. Il vecchio era di ottimo umore dopo il sonnellino pomeridiano. (Egli soleva dire che il sonno pomeridiano � d'argento e prima di pranzo � d'oro). Di sotto le folte sopracciglia cadenti diede un'occhiata al figlio. Il principe Andr�j gli si avvicin� e lo baci� su una guancia nel punto da lui indicato. Non rispose al prediletto tema di discorso del padre, ironizzante come al solito sui casi militari del momento e, in particolare, su Napoleone. - S�, babbo, sono venuto a trovarvi con mia moglie incinta - disse, seguendo con occhi rispettosi e attenti ogni minimo mutamento del viso del padre. - Come va la vostra salute? - Soltanto gli stupidi e i viziosi si ammalano, mio caro... Tu mi conosci: sono occupato dalla mattina alla sera, in continuazione, sono sobrio e perci� sto benissimo! - Sia lodato Iddio! - rispose il figlio, sorridendo. - Iddio qui non c'entra. Be', raccontami - prosegu� il vecchio, tornando al suo argomento preferito - come i tedeschi vi hanno insegnato a combattere Buonaparte secondo la nuova scienza denominata strategia. Il principe Andr�j sorrise. - Lasciatemi pigliar fiato, padre mio - rispose con un sorriso, dal quale si capiva che le debolezze del padre non diminuivano l'affetto e il rispetto verso il vecchio. - Non sono ancora entrato nelle nostre stanze... - Storie, storie... - grid� il vecchio, scotendo il treccino per provare se era fermato bene e prendendo per mano il figlio.- La camera per tua moglie � pronta. La principessina M�rija l'avr� accompagnata, le mostrer� tutto e le racconter� un mucchio di cose... Le donne si divertono a chiacchierare. Sono contento di vederla. Siedi e raccontami. So gi� tutto sull'esercito di Michelson (140) e anche su quello di Tolst�j (141), e sullo sbarco simultaneo. Ma l'armata del sud che far�? La Prussia rimane neutrale, lo so. E l'Austria che intenzioni avr�? - chiese, alzandosi dalla poltrona e mettendosi a camminare per la stanza seguito da Tich�n che gli correva dietro porgendogli a uno a uno gli indumenti. - E la Svezia? Come si attraverser� la Pomerania (142)? Il principe Andr�j, alle insistenti domande del padre, dapprima malvolentieri ma via via animandosi sempre pi� e passando, senza volerlo ma per abitudine, dal russo al francese, cominci� ad esporre i piani d'operazione progettati per la futura campagna. Un esercito di 90000 uomini doveva minacciare la Prussia per farla uscire dalla neutralit� e trascinarla nel conflitto; una parte di quell'esercito si sarebbe unito a Stralsunda con le truppe svedesi; 220000 Austriaci, insieme con 100000 Russi avrebbero operato in Italia e sul Reno, mentre 5000 Russi e 5000 Inglesi sarebbero sbarcati a Napoli, insomma, un esercito di 500000 uomini avrebbe invaso la Francia da tutte le parti. Il vecchio principe non dimostrava alcun interesse alle parole del figlio, come se non lo ascoltasse nemmeno. Continuando a vestirsi, lo interruppe inaspettatamente, per ben tre volte. A un certo momento, si ferm� e grid�: - Il bianco! Il bianco! Ci� significava che Tich�n non gli aveva dato il panciotto che egli desiderava. La seconda volta si ferm� di nuovo e chiese: - Nascer� presto? - e, scotendo il capo con aria di rimprovero, disse: - Male... Continua, continua! La terza volta, mentre il principe Andr�j stava per finire il suo racconto, il vecchio con voce senile e stonata prese a canticchiare: �Marlborough s'en va � la guerre. Dieu sait quand reviendra!� [143. Marlborough ne va alla guerra. Dio sa quando ritorner�]. Il figlio si limit� a sorridere. - Non vi dico che io approvi questo piano - riprese il figlio; - vi ho detto semplicemente come stanno le cose. Napoleone avr� anch'egli un piano prestabilito, non peggiore del nostro. - Be', non mi hai raccontato proprio nulla di nuovo. - E il vecchio, come pensieroso, torn� a mormorare rapidamente: - �Dieu sait quand reviendra� Va', va' in sala da pranzo! CAPITOLO 24. All'ora prefissa, il principe, incipriato e rasato accuratamente, entr� in sala da pranzo dove lo attendevano la nuora, la principessina M�rija, "mademoiselle" Bourienne e l'architetto di casa che, per uno strano capriccio del principe, era ammesso alla tavola comune, sebbene, da uomo insignificante qual era, non avesse alcun titolo per godere di tale onore. Il principe, che nella sua vita aveva sempre tenuto molto alla distinzione delle classi e che ben di rado accoglieva alla sua tavola persino certi funzionari importanti del distretto, con l'ammettere Micha�l Iv�novic' (il quale in un angolo della sala si soffiava il naso con un fazzoletto a quadri), aveva forse voluto dimostrare che tutti gli uomini sono uguali e spesse volte aveva ripetuto alla figlia che Micha�l Iv�novic' non era affatto inferiore a loro due. E a tavola rivolgeva la parola a quel taciturno giovanotto pi� spesso che agli altri commensali. Nella sala da pranzo, alta e vastissima, come lo erano tutte le stanze di quella casa, attendevano l'arrivo del principe i familiari e i domestici ritti dietro le seggiole; il maggiordomo, con una salvietta sul braccio, ispezionava il servizio, faceva cenni rapidi ai domestici e continuamente correva con lo sguardo dall'orologio a muro alla porta dalla quale doveva entrare il padrone di casa. Il principe Andr�j stava osservando in una grande cornice dorata un quadro, nuovo per lui, con l'albero genealogico della famiglia Bolkonskij, appeso di fronte a un altro che rappresentava la figura, piuttosto mal fatta (evidentemente dalla mano di un pittore di casa), di un principe regnante, con la corona in testa, che sarebbe dovuto essere un discendente di Rjurik (144) e il capostipite della generazione dei Bolkonskij. Il principe Andr�j contemplava quell'albero genealogico, scotendo il capo e sorridendo, con quell'aria con cui si guarda un ritratto somigliante sino ad essere ridicolo. - Come lo riconosco in tutto questo! - disse alla principessina M�rija che gli si avvicinava. La principessina M�rija guard� il fratello: non comprendeva di che cosa egli ridesse. Tutto ci� che faceva suo padre suscitava in lei un'ammirazione che non tollerava discussioni. - Ciascuno ha il suo tallone d'Achille - prosegu� il principe Andr�j. - Con una intelligenza come la sua, "donner dans ce ridicule" [145. cadere in tali ridicolaggini!]. La principessina M�rija, che non poteva capire l'ardire del giudizio del fratello, si preparava a rispondere, quando si ud� provenire dallo studio il rumore dei passi attesi: il vecchio principe entr�, rapido e allegro come sempre, quasi volesse, con i suoi modi frettolosi, stabilire un evidente contrasto con l'ordine severo che regnava nella casa. Proprio in quel momento il grande pendolo batt� le due, e l'orologio del salotto gli rispose con due rintocchi pi� dolci e leggeri. Il principe si ferm�. Di sotto le folte sopracciglia, gli occhi vivaci e lucenti volsero su tutti uno sguardo severo e si fermarono sulla giovane principessa. Ella fu presa, ora, da quel sentimento che provano i cortigiani all'ingresso del sovrano, da quel sentimento misto di paura e di rispetto che il vecchio suscitava in tutti coloro che gli si avvicinavano. Egli le accarezz� prima i capelli e poi, con un gesto goffo, le diede un colpetto sulla nuca. - Sono molto, molto contento! - disse, fissandola negli occhi; poi si scost� in fretta da lei e and� a sedersi al proprio posto. - Sedetevi, sedetevi Micha�l Iv�novic', sedetevi! Indic� alla nuora il posto accanto a s�. Il domestico tir� indietro la sedia perch� ella potesse accomodarsi. - Oh, oh, oh! - esclam� il vecchio, osservando il corpo ingrossato di lei. - Troppa fretta, troppa... Male! E rise di un riso secco, sgradevole e freddo, come rideva sempre: soltanto con la bocca, mentre gli occhi rimanevano seri. - Bisogna camminare molto, moltissimo, il pi� possibile... La piccola principessa non sent� o non volle sentire le sue parole. Taceva e appariva confusa. Il principe le parl� del padre e solo allora ella sorrise e ruppe il suo silenzio. La interrog� sulle conoscenze comuni e lei, animandosi vieppi�, si mise a raccontare i pettegolezzi della citt� e gli trasmise i saluti di tutti. - "La comtesse Apraksine, la pauvre, a perdu son mari et elle a pleur� les larmes de ses yeux" [146. La povera contessa Apr�ksina ha perso il marito e ha pianto tutte le sue lacrime] - disse, animandosi sempre di pi�. Quanto pi� si accentuava la vivacit� di lei, tanto pi� severa si faceva l'espressione del viso del principe che la guardava; ad un tratto, come se l'avesse studiata abbastanza e si fosse fatto una chiara opinione di lei, si volt� dall'altra parte, verso Micha�l Iv�novic'. - Dunque, Micha�l Iv�novic', le cose si metteranno male per il nostro Buonaparte! A quanto mi ha detto il principe Andr�j, - (egli parlava sempre del figlio in terza persona) - si stanno preparando contro di lui forze eccezionali! E dire che io e voi l'abbiamo sempre considerato una vera nullit�! Micha�l Iv�novic', che ignorava nel modo pi� assoluto quando "io e voi" avessero pronunziato un simile giudizio nei riguardi di Bonaparte, cap� tuttavia di essere necessario per introdurre il prediletto argomento e guard� il giovane principe, domandandosi che cosa avrebbe detto. - Oh, egli � un grande stratega! - disse il principe al figlio, indicandogli l'architetto. E la conversazione riprese a trattare della guerra, di Bonaparte, dei generali e degli uomini di stato del tempo. Il vecchio principe sembrava convinto che non solo gli uomini di stato del momento fossero tutti dei ragazzi qualsiasi ignari delle pi� elementari nozioni dell'arte militare e politica, che Bonaparte fosse un francesucolo che aveva avuto successo soltanto perch� non esistevano dei Pot�mkin (147) e dei Suvorov da mettergli di fronte; ma era anche convinto del fatto che in Europa non ci fosse alcun contrasto politico, che non ci fosse la guerra e che si assistesse soltanto a una commedia da marionette, recitata da uomini che fingevano di occuparsi di cose serie. Il principe Andr�j sopportava allegramente le canzonature del padre sugli uomini del tempo; anzi, con evidente piacere, lo stuzzicava a parlare e lo ascoltava. - Tutto ci� che � avvenuto nel passato pare sempre buono e bello, - disse - ma forse che lo stesso Suvorov non cadde nell'insidia tesagli da Moreau (148) e dalla quale non seppe uscire? - Chi ti ha detto questo? Chi te lo ha detto? - grid� il principe. - Suvorov! - E respinse violentemente il piatto che Tich�n afferr� al volo. - Suvorov! rifletti, principe Andr�j... Due uomini ci sono stati: Fridrik (149) e Suvorov... Moreau? Ma Moreau sarebbe stato fatto prigioniero, se Suvorov avesse avuto le mani libere... Ma egli doveva occuparsi dell'"Hofs-Kriegs-Wurst-Schnaps-Rat" (150) e non era affare da poco! Andrete l� e li conoscerete anche voi! Se non � riuscito a venirne a capo Suvorov, come volete che possa farlo Micha�l Kutuz�v? No, mio caro, - prosegu� - con i vostri generali non ce la farete contro Buonaparte: ci vorrebbero generali francesi che si divorerebbero l'uno con l'altro. Si � mandato il tedesco Pahlen (151) a New York, in America, a cercare il francese Moreau - disse, alludendo all'invito fatto quell'anno a Moreau affinch� entrasse al servizio della Russia. - Erano forse tedeschi i Pot�mkin, i Suvorov, gli Orl�v (152)? No, mio caro, o laggi� voialtri siete tutti fuori di senno o sono impazzito io. Dio vi protegga, ma staremo a vedere. Buonaparte, intanto, � considerato da loro un gran condottiero! Ah, ah! - Io non dico che tutte le disposizioni date sinora siano ottime - dichiar� il principe Andr�j; - tuttavia non riesco a capire come possiate giudicare a questo modo Buonaparte. Ridete quanto volete, ma Buonaparte resta pur sempre un grande condottiero! - Micha�l Iv�novic'! - grid� il vecchio principe all'architetto che, alle prese con l'arrosto, sperava di essere stato dimenticato. - Non vi ho detto che Buonaparte � un grande stratega? Ecco, egli dice la stessa cosa. - Certamente, eccellenza! - rispose l'architetto. Il principe rise di nuovo del suo riso secco e freddo. - Buonaparte � nato con la camicia. Ha dei magnifici soldati. Per prima cosa ha fatto la guerra soltanto contro i Tedeschi, e soltanto i buoni a niente non riescono a sconfiggere i Tedeschi. Da che mondo � mondo, tutti li hanno battuti, e loro non hanno mai battuto nessuno... all'infuori di se stessi. Proprio su di loro Buonaparte ha fondato la propria gloria! E a questo punto, il principe cominci� a enumerare gli errori commessi, secondo lui, da Bonaparte sia nelle campagne sia negli affari di stato. Il figlio non obiettava, ma era evidente che, qualsiasi argomento venisse addotto, non avrebbe mutato opinione. Ascoltava trattenendosi dal ribattere e meravigliandosi che quel vecchio, che da tanti anni viveva isolato in campagna, potesse essere al corrente con tanti particolari e tanta sottigliezza della situazione politica e militare dell'Europa di quegli ultimi anni. - Tu credi che io, perch� sono vecchio, non capisca il vero stato attuale delle cose? - concluse. - Figurarsi! Di notte non dormo... e ci penso. Dimmi, infine, se puoi, perch� Buonaparte sia un grande condottiero... In che modo l'ha dimostrato? - Sarebbe una cosa troppo lunga - rispose il figlio. - Ma smettila con il tuo Buonaparte! "Mademoiselle Bourienne, voil� encore un admirateur de votre goujat d'empereur!" [153. Signorina Bourienne, ecco un altro ammiratore di quel cafone del vostro imperatore!] - esclam� ad alta voce, in perfetta lingua francese. - "Vous savez que je ne suis pas bonapartiste, mon prince..." [154. Voi sapete, principe, che io non sono bonapartista]. - �Dieu sait quand reviendra...� - canticchi� il principe in falsetto. E, con una risatina, ancora pi� stonata, si alz� da tavola. La giovane principessa, durante la discussione e durante il resto del pranzo, non aveva parlato, guardando come spaventata ora la principessina M�rija ora il suocero. Quando si alzarono da tavola, prese per mano la cognata e la condusse nella stanza attigua. - "Comme c'est un homme d'esprit votre p�re! - le disse; - c'est � cause de cela peut-�tre qu'il me fait peur!" [155. Che uomo geniale � vostro padre! Forse � per questo che mi fa paura!]. - Oh, � tanto buono! - rispose la principessina. CAPITOLO 25. Il principe Andr�j partiva la sera successiva. Il vecchio principe, senza mutare le sue abitudini, dopo pranzo si era gi� ritirato nelle proprie stanze. La principessa Liza era nella camera della cognata. Il principe Andr�j, in abito da viaggio senza spalline, era intento, con il cameriere, agli ultimi preparativi. Aveva gi� esaminato personalmente la carrozza e la sistemazione dei bagagli e dato ordine di attaccare i cavalli. Nella camera non rimanevano pi� che gli oggetti che egli portava sempre con s�: un cofanetto, un grande servizio d'argento di piatti e posate, due pistole turche e la sciabola, dono del padre, che gliel'aveva portata dall'assedio di Ocak�v (156). Tutti questi oggetti da viaggio erano tenuti dal conte in perfetto ordine: lucenti come se fossero nuovi, nelle loro custodie di panno, accuratamente legati da cordoncini. Al momento di una partenza o di un mutamento di vita, tutti gli uomini portati a riflettere sui propri atti fanno, di solito, un serio esame delle loro idee. Di solito, in circostanze del genere, si controlla il passato e si fanno progetti per l'avvenire. Il volto del principe Andr�j aveva un'espressione buona e pensosa. Egli, con le mani dietro la schiena, percorreva rapidamente la stanza da un angolo all'altro, guardando avanti a s� e scuotendo di tanto in tanto il capo, con aria pensierosa. Lo rattristava il fatto di partire per la guerra o gli doleva di dover lasciare la moglie? Forse l'una e l'altra cosa; non desiderando, per�, di essere sorpreso nello stato d'animo in cui si trovava, allorch� ud� un rumore di passi in anticamera, sciolse rapidamente le braccia e si ferm� davanti allo scrittoio, fingendo di essere intento a chiudere la fodera del suo astuccio, e assunse la consueta espressione calma e impenetrabile. Erano i passi pesanti della principessina M�rija. - Mi hanno detto che hai gi� dato ordine di attaccare i cavalli - disse ella, ansimando un po' forse perch� era venuta di corsa. - Vorrei parlare un momento con te a tu per tu. Sa Iddio per quanto tempo staremo lontani! Non ti dispiace che io sia venuta? Sei molto mutato, Andrjuscia - soggiunse, come per giustificare la sua domanda. Pronunziando il nome di Andrjuscia, ella aveva sorriso. Evidentemente le riusciva strano pensare che quell'uomo bello e severo fosse quello stesso Andrjuscia, quel ragazzetto magro e birichino che era stato il compagno della sua infanzia. - Dov'� Liza? - egli domand�, rispondendo con un sorriso alla domanda della sorella. - Era cos� stanca che si � addormentata sul divano della mia camera. Ah, Andr�j! Che tesoro di moglie hai! - osserv�, mettendosi a sedere sul divano, davanti al fratello. - E' una bimba, una cara bimba allegra e adorabile. Le voglio tanto, tanto bene! Il principe Andr�j taceva, ma la principessina not� che sul viso di lui era comparsa un'espressione un tantino ironica e sprezzante. - Ma bisogna essere indulgenti verso certe piccole debolezze; chi non ne ha, Andr�j? Non dimenticare che essa � stata educata ed � vissuta nel gran mondo. E poi, anche la sua attuale condizione non � affatto rosea. Bisogna sempre mettersi nei panni degli altri. "Tout comprendre, c'est tout pardonner" [157. Tutto comprendere � tutto perdonare]. Pensa che cosa deve essere per lei, poveretta, dopo la vita alla quale � stata avvezza, separarsi dal marito, rimanere sola in campagna e, per di pi�, nella sua condizione! E' una cosa molto penosa. Il principe Andr�j sorrise guardando la sorella, come si sorride quando si ascolta una persona che ci pare di conoscere sino in fondo all'anima. - Anche tu vivi in campagna e non trovi che sia una vita tanto terribile - disse. - La cosa � diversa. E poi, che c'entro io? Io non desidero n� posso desiderare un'altra vita perch� non conosco che questa. Ma pensa, Andr�j, che cosa significa per una donna giovane, abituata alla vita di mondo, seppellirsi, nel fiore degli anni, in campagna, sola... perch� il babbo � sempre occupato e io... tu mi conosci... sai quanto io sia povera di risorse per una donna abituata alla societ� elegante. Soltanto "mademoiselle" Bourienne... - Non mi va affatto a genio la vostra Bourienne... - dichiar� il principe Andr�j. - Oh no! E' una cara e buona creatura e, soprattutto, degna di piet�. Non ha pi� nessuno al mondo. A dire il vero, non solo non mi � necessaria, ma direi che mi � d'impaccio. Io, tu lo sai, sono sempre stata una selvaggia e ora pi� che mai mi piace star sola. Ma nostro padre vuol molto bene a "mademoiselle" Bourienne. Lei e Micha�l Iv�novic' sono le due sole persone verso le quali egli � sempre buono e gentile, perch� tutti e due hanno molti obblighi verso di lui. Come dice Sterne (158): �Noi amiamo le persone non tanto per il bene che ci hanno fatto, quanto per il bene che noi abbiamo fatto loro�. Nostro padre raccolse sul lastrico la Bourienne, orfana e sola, ed essa � molto buona. E al babbo piace assai sentirla leggere. Alla sera gli fa lettura ad alta voce. E legge veramente bene. - Dimmi, Marie, io penso che tu spesso debba soffrire per il carattere di nostro padre: � cos�? - chiese a un tratto il principe Andr�j. La principessina M�rija rimase dapprima stupita a quella domanda, e poi fu presa quasi da sgomento. - Soffrire! - mormor�. - Io soffrire? - Egli � sempre stato severo e mi pare che ora stia diventando anche un po' crudele... - disse il principe Andr�j, a bella posta, per stuzzicare la sorella e metterla alla prova, parlando a quel modo del padre. - Tu sei buono con tutti, Andr�j, ma hai dei pensieri orgogliosi, - disse la principessina, seguendo il filo dei propri pensieri pi� che le parole del fratello - e questo � un grave peccato. Com'� possibile giudicare il proprio padre? E, se anche lo fosse, quale altro sentimento che non sia di venerazione potrebbe suscitare un uomo come nostro padre? Io mi sento tanto contenta, tanto felice con lui! Vorrei soltanto che tutti voi foste felici come lo sono io. Il fratello scosse il capo, incredulo. - Una sola cosa mi addolora, e te la dir� francamente, Andr�j: � il suo modo di pensare per quanto riguarda la religione. Non riesco a capire come un uomo della sua intelligenza non sappia vedere ci� che � chiaro come il giorno e possa smarrirsi cos�! In questo consiste veramente la mia infelicit�. Per�, in questi ultimi tempi, ho notato un'ombra di miglioramento. Le sue facezie sono meno caustiche, egli ha ricevuto un monaco, con il quale ha avuto un lungo colloquio. - Ah, mia cara, temo che tu e quel monaco sprechiate la vostra polvere! - disse il principe Andr�j, ironico e affettuoso a un tempo. - Oh, "mon ami"! Io non faccio che supplicare Iddio, e spero che Egli mi esaudir�. Andr�j, - soggiunse timidamente, dopo un minuto di silenzio - ti devo rivolgere una preghiera... - Che cosa, mia cara? - Promettimi prima che non mi dirai di no. Non ti coster� nulla e non � niente che sia indegno di te. Mi daresti una grande consolazione. Promettimi, Andrjuscia! - ripet�, mettendo una mano nella borsetta dove prese qualcosa che non lasci� scorgere e che costituiva, senza dubbio, l'oggetto della sua preghiera, come se non potesse mostrarlo prima di aver ricevuto la promessa: e intanto fissava, con sguardo timido e supplichevole, il fratello. - Anche se la cosa mi dovesse costare un grande sforzo... - rispose Andr�j, come se avesse indovinato di che cosa si trattava. - Pensa quello che vuoi! So che tu sei come nostro padre... Pensa quello che vuoi, ma fallo per me. Fallo, te ne prego! Il padre di nostro padre, nostro nonno, l'ha portata in tutte le guerre... - E non si decideva a tirar fuori dalla borsetta l'oggetto che teneva tra le mani. - Me lo prometti, dunque? - Certo, di che si tratta? - Andr�j, io ti benedico con questa piccola immagine, e tu promettimi che non te ne separerai mai... Me lo prometti? - Purch� non pesi tanto da tirarmi gi� il collo, ti prometto di portarla per farti piacere - rispose il principe Andr�j, ma in quel momento, notando l'espressione addolorata della sorella all'udire le sue parole scherzose, si pent� di averle pronunziate. - Ne sono molto lieto, mia cara, molto lieto davvero - soggiunse subito. - Anche tuo malgrado, anche senza che tu lo sappia, Egli ti salver�, giacch� soltanto in Lui sono la verit� e la grazia - disse la principessina M�rija con la voce tremante per l'emozione, mentre porgeva al fratello, con gesto solenne, una vecchia immagine ovale del Salvatore con un volto nero e ricoperto d'argento, appeso a una catenella pure d'argento, di squisita fattura. Ella si fece il segno della croce, baci� l'immagine e la diede ad Andr�j. - Te ne prego, Andr�j... fallo per me! Dai grandi occhi di lei spirava una luminosa luce di timida bont�. Quegli occhi illuminavano il volto magro e malaticcio della principessina e lo rendevano bellissimo. Il fratello volle prendere l'immagine, ma ella gli ferm� la mano. Andr�j cap�, si fece il segno della croce e baci� l'effige del Salvatore. Il suo viso esprimeva nello stesso tempo tenerezza (egli era un po' commosso) e una lieve canzonatura. - "Merci, mon ami!" Ella lo baci� in fronte e riprese il suo posto sul divano. Per qualche tempo rimasero in silenzio. - Dunque, Andr�j, sii buono e generoso come sei sempre stato. Non giudicare severamente Liza - prese a dire la principessina. - Essa � cos� cara, cos� buona, e la sua condizione � ora tanto penosa! - Mi pare, Mascia, di non aver detto nulla che suoni rimprovero per mia moglie o che dimostri che io non sia contento di lei. Perch� mi parli cos�? La principessina M�rija arross� e tacque come una colpevole. - Io non ti ho detto nulla, ma c'� chi ti ha gi� parlato... E questo mi addolora. Chiazze rosse comparvero sul collo, sulle guance e sulla fronte della principessina M�rija. Ella voleva dire qualcosa, ma non poteva parlare. Il fratello credette di capire: la piccola principessa, dopo pranzo, aveva pianto, aveva rivelato i suoi timori di un parto difficile e si era lamentata della sua sorte, del suocero e del marito. Dopo aver pianto, si era addormentata. Il principe Andr�j prov� piet� per la sorella. - Sappi una cosa, Mascia: io non posso rimproverare, non ho rimproverato e non rimproverer� mai nulla a mia moglie, ma non posso neppure rimproverare nulla a me stesso nei miei rapporti con lei. E cos� sar� sempre, in qualsiasi circostanza io mi debba trovare. Ma se tu vuoi proprio sapere la verit�... se vuoi sapere se io sono felice... ebbene, ti devo dire di no. E lei � felice? No. Perch�? Non lo so... Dopo aver detto queste cose, si alz�, si avvicin� alla sorella e, chinatosi su di lei, le diede un bacio sulla fronte. I bellissimi occhi gli si illuminarono di una luce intelligente e buona, di uno splendore inconsueto, ma non guardavano la sorella bens�, al di sopra della testa di lei, il vano buio della porta rimasta aperta. - Andiamo da Liza: devo salutarla. Oppure va' tu sola, svegliala e io ti raggiunger� tra poco. Petruska! - grid� al cameriere.- Vieni qui, prendi questo e mettilo sul sedile, al lato destro. La principessina M�rija si alz� e si avvi� verso la porta. Ad un tratto si ferm� e disse: - "Andr�, si vous aviez la foi, vous vous seriez adress� � Dieu, pour qu'il vous donne l'amour que vous ne sentez pas et votre pri�re aurait �t� exauc�e" [159. Andr�j, se aveste fede, vi sareste rivolto a Dio per pregarlo di darvi l'amore che non sentite, e la vostra preghiera sarebbe stata accolta]. - S�, forse... - rispose il principe Andr�j. - Va, Mascia, io vengo subito. Mentre si recava in camera della sorella, nella galleria che univa i due corpi del fabbricato, il principe Andr�j incontr� "mademoiselle" Bourienne, che gli sorrise amabilmente. Era la terza volta, in quel giorno, che incontrava la francese in luoghi isolati e sempre ella gli rivolgeva un sorriso innocente ed estatico. - "Ah, je vous croyais chez vous!" [160. Oh, vi credevo in camera vostra!] - disse, arrossendo, chiss� perch�, e abbassando gli occhi. Il principe Andr�j la guard� severamente, mentre il suo viso assunse di colpo un'espressione di collera. Egli non le disse nulla ma le guard� la fronte e i capelli, non gli occhi, con un tale disprezzo che quella arross� e si allontan� senza dire una parola. Allorch� egli giunse alla camera della sorella, la principessa si era gi� svegliata e la sua allegra vocetta che ammassava in fretta una parola dopo l'altra si udiva anche oltre la porta chiusa. Ella parlava come se volesse rifarsi del tempo perduto durante un lungo silenzio. - "Non, mais figurez-vous, la vieille comtesse Zouboff avec de fausses boucles et la bouche pleine de fausses dents, comme si elle voulait d�fier les ann�es... Ah, ah, Marie!" [161. No, ma pensate un po', la vecchia contessa Zubov con i riccioli finti, con la bocca piena di denti finti, come se volesse sfidare gli anni... Ah, ah, M�rija!]. Il principe Andr�j aveva gi� udito dalla bocca della moglie quella stessa frase sulla principessa e quella stessa risata gi� almeno cinque volte in presenza di estranei. Entr� piano nella stanza. La principessa, piccola, grassoccia e rossa in viso, con un lavoro tra le mani, sedeva in una poltrona e parlava incessantemente, rievocando ricordi e persino frasi pietroburghesi. Il principe Andr�j le si avvicin�, le accarezz� il capo e le chiese se si fosse riposata dal viaggio. Ella gli rispose e riprese subito la conversazione interrotta. Una carrozza a sei cavalli era ferma davanti all'ingresso. Era una notte d'autunno tanto scura che il cocchiere non riusciva a scorgere il timone. Sulla scalinata andava e veniva gente munita di lanterne. La grande casa aveva tutte le ampie finestre illuminate. Nell'anticamera erano riuniti i domestici che desideravano salutare il giovane principe; in sala si trovavano tutte le persone di casa: Mich�il Iv�novic', "mademoiselle" Bourienne, la principessina M�rija e la principessa Liza. Il principe Andr�j era stato chiamato nel suo studio dal padre, che voleva congedarsi da lui a tu per tu. Tutti attendevano che uscissero. Allorch� il principe Andr�j era entrato nello studio, il principe con gli occhiali sul naso e in veste da camera bianca, con la quale non riceveva nessuno all'infuori del figlio, era seduto allo scrittoio, intento a vergare una lettera. Si volse e domand�: - Parti? - e continu� a scrivere. - Sono venuto a salutarvi. - Dammi un bacio qui! - E gli indic� una guancia. - E grazie, grazie! - Perch� mi ringraziate? - Ti ringrazio perch� non perdi il tuo tempo attaccato alle gonnelle di una donna. Il dovere innanzi tutto. Grazie, ancora grazie! - E continu� a scrivere, mentre gocce d'inchiostro gli cadevano dalla penna scricchiolante sul foglio. - Se mi devi dire qualcosa, parla. Posso fare insieme le due cose: scrivere e ascoltare... - soggiunse. - Vorrei parlarvi di mia moglie. Gi� cos� mi vergogno di lasciarla qui, sotto la vostra responsabilit�... - Storie! Dimmi che cosa ti occorre... - Quando mia moglie sar� vicina al momento del parto, fate venire da Mosca un ostetrico... perch� l'assista. Il vecchio principe smise di scrivere e, come se non capisse, fiss� severamente il figlio. - So che nessuno pu� aiutare, se non aiuta la natura! - disse il principe Andr�j, evidentemente turbato. - Sono convinto che su un milione di casi, uno solo ha esito sfavorevole... ma questo � un desiderio suo e anche mio. Le hanno raccontato un mucchio di cose, ha fatto dei brutti sogni e ora ha paura. - Uhm... uhm... - borbott� il vecchio principe, riprendendo scrivere. - Lo far�. Firm� la lettera, si volt� rapidamente verso il figlio e si mise a ridere. - Brutta faccenda, eh? - Che cosa babbo? - Tua moglie! - disse rapidamente il vecchio principe, in tono significativo. - Non capisco! - obiett� il figlio. - Ma non c'� niente da fare, mio caro, sono tutte cos�. Ma non temere, non dir� nulla a nessuno, e tu lo sai. Il principe afferr� la mano del figlio con la sua piccola e ossuta, la strinse fissandolo negli occhi, con quello sguardo che pareva leggere sino in fondo all'anima e rise di nuovo, freddamente come sempre. Il figlio sospir� e confess�, con quel sospiro, che suo padre l'aveva compreso. Il vecchio pieg� e suggell� la lettera con l'abituale rapidit� di gesti; poi respinse il sigillo, la ceralacca e la carta. - Che ci vuoi fare? E' bella! Far� tutto ci� che desideri, sta' tranquillo! - disse a scatti, mentre sigillava. Andr�j tacque; gli faceva piacere, ma nello stesso tempo gli dispiaceva, che il padre l'avesse capito. Il vecchio si alz� e porse al figlio la lettera. - Ascolta, - gli disse - non devi preoccuparti per tua moglie: tutto quanto � possibile fare, sar� fatto. Ora senti: eccoti una lettera per Micha�l Ilarj�novic' (162). Gli ho scritto perch� ti dia un buon posto e non ti lasci rimanere per molto tempo suo aiutante di campo: � un brutto lavoro! Digli che lo ricordo e gli voglio sempre bene. E scrivimi, dicendomi come ti avr� accolto. Se sar� buono con te, servilo con devozione, e ricordati che il figlio di Nikol�j Andr�evic' Bolkonskij non deve prestar servizio presso nessuno per pura grazia. Be', ora vieni qui. Parlava con una rapidit� tale che non gli permetteva di completare le parole, ma il figlio era abituato e lo capiva. Lo condusse presso lo scrittoio, apr� un cassetto e tir� fuori un quaderno coperto dalla sua scrittura grossa, lunga e fitta. - Probabilmente morir� prima di te. Sappi che qui sono scritte le mie memorie, da consegnare, dopo la mia morte, all'imperatore. Qui ci sono anche la ricevuta di un deposito bancario e una lettera: si tratta di un premio per chi scriver� la storia delle guerre di Suvorov. Dev'essere trasmesso all'Accademia. Qui ci sono certi miei appunti: li leggerai quando non ci sar� pi� e ne trarrai vantaggio. Andr�j non disse al padre che certamente sarebbe vissuto ancora a lungo. Capiva che non bisognava dirlo. - Eseguir� tutto, babbo! - rispose. - Bene, e ora addio! - Diede al figlio la mano da baciare e lo abbracci�. - Ricordati di una sola cosa, principe Andr�j: se dovessi cadere in battaglia, io, povero vecchio, ne avr� gran dolore... - Tacque improvvisamente, ma poi riprese con voce acuta: - Ma se venissi a sapere che non ti comporti come si conviene al figlio di Nikol�j Bolkonskij, ne avr�... vergogna! - Questo potevate anche non dirmelo, babbo! - rispose il figlio, sorridendo. Il vecchio tacque. - Vorrei ancora rivolgervi una preghiera - riprese il principe Andr�j: - se mi nascesse un figlio e io restassi ucciso in guerra, non allontanatelo come gi� vi ho detto ieri, ma fate che egli cresca accanto a voi. Ve ne prego! - Non vuoi che lo dia a tua moglie, dunque? - chiese il vecchio, e si mise a ridere. I due uomini, seduti l'uno di fronte all'altro, tacevano. Gli occhi mobilissimi del vecchio erano fissi in quelli del figlio. La parte inferiore del viso ebbe un tremito. - Ci siamo salutati... ora va'! - esclam� a un tratto. - Va'! - ripet�, quasi gridando con voce irritata e spalanc� la porta dello studio. - Che c'�? Che succede? - domandarono la principessina M�rija e la cognata al principe Andr�j e al vecchio, apparso per un momento nella veste da camera bianca, senza parrucca e con gli occhiali, che gridava con voce irritata. Il principe Andr�j sospir� e non rispose. - Be'! - disse, rivolgendosi alla moglie, e quel �be'� fu beffardo e freddo, come se le dicesse: �Adesso potete continuare a discorrere delle vostre sciocchezze...�. - "Andr�, d�j�?" - chiese la piccola principessa, facendosi pallida e volgendo al marito uno sguardo sgomento. Egli l'abbracci�. Ella mand� un grido e gli cadde svenuta tra le braccia. Con precauzione egli la scost� dalla spalla sulla quale era appoggiata, la guard� in viso e la depose con cura su una poltrona. - "Adieu, Marie!" - disse piano alla sorella. Si baciarono si strinsero la mano, poi egli usc� rapidamente dalla stanza. La principessa giaceva in poltrona, mentre "mademoiselle" Bourienne le stropicciava le tempie. La principessina M�rija, sorreggendo la cognata, con i begli occhi pieni di lacrime, continuava a guardare la porta dalla quale era uscito il fratello e faceva un segno di croce verso di lui. Dallo studio giungeva, simile a una serie di spari, il rumore ripetuto e rabbioso che faceva il principe, soffiandosi il naso. Il principe Andr�j si era appena allontanato, quando la porta dello studio si apr� con violenza e apparve la severa figura del vecchio avvolto nella veste da camera bianca. - E' andato? Bene... - disse, guardando accigliato la piccola principessa svenuta e, scuotendo il capo con aria di rimprovero e di disapprovazione, si ritir�, sbattendo la porta. NOTE. N. 1. Genova e Lucca vengono dette �feudi� della famiglia Bonaparte, poich� la prima venne annessa all'impero francese da Napoleone nel 1805 assieme alla Liguria, mentre Lucca, eretta a principato il 24 giugno 1805, venne concessa in appannaggio da Napoleone a sua sorella Elisa (1777-1820), che nel 1797 aveva sposato Felice Baciocchi e che nel 1809-14 fu pure nominata da Napoleone granduchessa di Toscana. La grafia �italiana� di �Buonaparte� (anzich� quella francese di �Bonaparte�) ha qui e anche in altri dialoghi un valore di presa di posizione politica: essa veniva utilizzata infatti dai legittimisti per rinfacciare a Napoleone la sua origine italiana. (Alla nascita di Napoleone, nel 1769, la Corsica era ancora possesso genovese, e quindi italiano). N. 2. L'imperatrice madre M�rija F�dorovna (1759-1828) fu la seconda moglie dello zar Paolo Primo (1754-1801) e matrigna di Alessandro Primo Pavlovic' (1777-1825). Dopo aver avuto una benefica influenza sul marito autocrate e avverso alla cultura europea dei suoi tempi, fu poi da lui duramente tiranneggiata. N. 7. Nikol�j Nikol�evi'c Novosilz�v (1761-1836), statista russo, ciambellano dell'imperatore Alessandro Primo, era stato incaricato di una mediazione di pace tra Napoleone e l'Inghilterra. N. 9. L'Austria, ancora incerta nel suo atteggiamento verso Napoleone, aveva compiuto diversi gesti che giustificavano i �sospetti� di Anna P�vlovna: nel 1787 infatti aveva cercato di concludere una pace separata durante la guerra russo-turca e nel 1799 era cessata, per colpa dell'Austria, l'alleanza militare austro-russa. N. 10. Alessandro Primo (1777-1825), figlio di Paolo Primo e nipote di Caterina Seconda (1729-1796), zar dal 1801. S'impegn� subito in una politica di riforme, valendosi anche della collaborazione di M. M. Speranskij ( 1772-1839). A. A. Arakceev ( 1769-1834) lo influenz� invece in senso conservatore. Infine A. N. Golicyn (1773-1844) e V. U. von Kr�dener (1764-1824) ne stimolarono le tendenze misticheggianti che si espressero anche nell'utopico progetto della Santa Alleanza, che si proponeva di instaurare tra i sovrani europei vincoli di fraternit� cristiana. N. 11. L'isola di Malta venne conquistata da Napoleone nel 1798 e riconquistata nel 1800 dall'Inghilterra. Quando questa rifiut� nel 1803 di sgombrare la guarnigione, secondo gli impegni presi nel 1802, scoppi� la guerra anglo-francese, in cui venne coinvolta anche la Russia. N. 12. Karl August von Hardenberg (1750-1822), feldmaresciallo e diplomatico prussiano, ministro degli esteri dal 1803 al 1806, partecip� al Congresso di Vienna (1815) come cancelliere di stato. N. 14. Ferdinand F�dorovic Wintzingerode (1770-1818), feldmaresciallo e diplomatico russo; prest� servizio dal 1805 al 1812, quando venne preso prigioniero a Mosca; combatt� anche nelle campagne del 1813 e 1814; venne sconfitto da Napoleone a Saint-Dizier. N. 15. In questo personaggio Tolst�j raffigur� l'abate fiorentino Scipione Piattoli (1749-1809). Espulso dall'universit� e dalla citt� di Modena per aver scritto un saggio contro la sepoltura nelle chiese, viaggi� per l'Europa; re Stanislao di Polonia lo mand� in missione a Dresda, ma gli Austriaci lo presero prigioniero, tenendolo in cattivit� dal 1794 al 1800. Recatosi a Pietroburgo, fece amicizia col principe A. Cartoritzkij (1770-1861). N. 17. Johann Kaspar Lavater (1741-1801), filosofo e teologo svizzero, creatore della fisiognomia. N. 21. Micha�l Ilarj�novic' Kutuz�v, principe di Smol�nsk, maresciallo russo (1745-1813), partecip� a tutte le guerre della fine del regno di Caterina Seconda, conseguendo il grado di maggiore generale. Servendo agli ordini di Suvorov di cui fu ammiratore e amico, nel 1788, durante la battaglia di Ocak�v perdette l'occhio destro. Successivamente fu mandato da Caterina Seconda a Costantinopoli come ambasciatore e da Paolo Primo fu fatto governatore della Finlandia e ambasciatore a Berlino. Sotto Alessandro Primo prese parte alla battaglia di Austerlitz (2 dicembre 1805) come comandante delle truppe russe alleate di quelle austriache. La battaglia, sconsigliata da Kutuz�v, ebbe esito negativo e nel corso di essa Kutuz�v venne ferito. In seguito ebbe il governo della Lituania e di Kiev. Nel 1812, mentre Napoleone, invasa la Russia, passava di successo in successo, fu chiamato alla testa delle forze russe e instaur� una tattica temporeggiatrice e difensiva che lo mise in disaccordo con altri comandanti. Ricevuto l'ordine dallo zar di difendere a ogni costo Mosca contro Napoleone, si trincer� presso Borodin�, sulle rive della Moscova e, dopo una sanguinosa battaglia, abbandon� il campo, ritirandosi ordinatamente. Mentre Napoleone entrava in Mosca, Kutuz�v guadagnava tempo, fingendo di avviare trattative per una tregua. Il 18 ottobre attacc� improvvisamente Gioacchino Murat, e Napoleone ordin� la ritirata verso sud-ovest; il 24 ottobre i Francesi batterono le armate di Kutuz�v a Malo-Jar�slavetz, aprendosi il passo con la forza, ma, sotto l'incalzare della cavalleria cosacca, dovettero continuare la ritirata verso occidente. Kutuz�v insegu� i Francesi da vicino, li batt� presso Smol�nsk (per cui ebbe il titolo di principe e il grado di maresciallo), li decim� sulla Beresina e prosegu� la marcia sino in territorio prussiano dove, occupata Lipsia, mor� in conseguenza delle fatiche sopportate, mentre stava per assumere il comando di tutti gli eserciti della coalizione antinapoleonica. Mente strategica non comune, Kutuz�v colp� la fantasia popolare. La sua figura, contrapposta da Tolst�j in "Guerra e pace" a quella di Napoleone, risalta per le sue doti di umanit�, e lo scrittore gli d� un intenso rilievo storico-psicologico tale da farne quasi uno dei protagonisti dell'opera. N. 29. Caterina Seconda la Grande (1729-1796). Principessa di origini tedesche, spos� Pietro Terzo (1728-1762) nel 1745 e gli succedette come zarina nel 1762, quando il marito venne tolto di mezzo da una congiura organizzata da G. Orl�v (1734-1783). Ammiratrice dei filosofi-enciclopedisti (come Voltaire, d'Alembert, Grimm, Diderot), s'ispirava ad un dispotismo illuminato, anche sull'esempio di Giuseppe Secondo d'Austria (1741-1790) e Federico Secondo il Grande di Prussia (1712-1786). Dopo la rivolta di Pugac�v (1742-1775), avvenuta nel 1773, e per suggerimento del nuovo favorito G. A. Pot�mkin (1739- 1791), abbandon� ogni disegno riformistico, garant� i privilegi dei nobili ed aggrav� le gi� precarie condizioni dei servi della gleba. N. 30. Louis-Antoine di Cond�, duca d'Enghien (1772-1804), con il quale si estinse la casata di Enghien, fece parte dell'armata di emigrati francesi guidata dal nonno Louis-Henri principe di Cond� (1736-1818) e di cui faceva parte anche suo padre Louis-Henri (1756- 1830). Scioltasi l'armata nel 1801, il duca d'Enghien si ritir� ad Ettenheim, nel granducato del Baden. Nella notte tra il 15 e il 16 marzo 1804 venne sequestrato da alcuni emissari di Napoleone. Trasferito a Vincennes, fu fucilato nella notte del 21 marzo dopo un processo sommario; venne quindi sepolto nel fossato del castello. Con quella esecuzione, il Primo Console stroncava tutti i tentativi dei realisti per fare del principe un luogotenente generale del regno, con il compito di preparare la restaurazione dei Borboni; essa per� gli alien� molte simpatie, tra cui quella di Chateaubriand. Esumato nel 1816, il duca d'Enghien venne sepolto nella cappella del castello di Vincennes. N. 31. Luigi Quindicesimo (1710-1774) divenne re di Francia nel 1715. I fatti principali del suo regno, disastroso per la Francia, furono la guerra contro la Spagna, le guerre per la successione polacca e per la successione austriaca, la guerra dei sette anni, durante la quale la Francia perse gran parte delle sue colonie, l'espulsione dei Gesuiti, e l'acquisto della Lorena e della Corsica. Nello stesso tempo una larga corruzione si manifestava in tutti gli strati della societ� francese. Voltaire, Montesquieu, Rousseau e gli enciclopedisti denunciarono gli abusi e la corruzione della monarchia assoluta, preparando cos� la rivoluzione, che scoppi� sotto il successore di Luigi Quindicesimo, Luigi Sedicesimo (1754-1793). Ci� spiega il grido di esultanza con il quale la notizia della sua morte venne accolta dalla folla parigina. N. 39. "Mademoiselle George": nome d'arte di Marguerite-Jos�phine Weimar (1787-1867): attrice drammatica francese, amante di Napoleone all'epoca del Consolato. Nel 1808-1812 abit� e lavor� a Pietroburgo e a Mosca. N. 41. Nikol�j Petrovic' Rumjanz�v (1754-1826), uomo di stato russo. Divenuto senatore sotto lo zar Paolo Primo, dal 1802 al 1811 fu ministro del commercio; nel 1807 divenne anche ministro degli affari esteri e nel 1809 cancelliere. N. 42. Aleks�ndr Nikol�evic' Golicyn (1773-1844), principe. Nel 1805 divenne procuratore generale del Santo Sinodo; dal 1816 al 1824 fu ministro dell'istruzione pubblica. Confronta anche "Epilogo", Parte prima, nota 5. N. 43. Si tratta dell'incoronazione di Napoleone come re d'Italia, che ebbe luogo a Milano il 26 maggio 1805. N. 47. Luigi Sedicesimo (1754-1793), nipote di Luigi Quindicesimo. Nel 1770 spos� Maria Antonietta d'Austria (1755-1793), figlia di Francesco Primo e Maria Teresa. Nel 1774 divenne re di Francia. Debole nei confronti della moglie, invisa ai Francesi, regn� in un momento di gravi difficolt� economiche e sociali per il paese; gli sforzi dei suoi ministri Turgot e Necker risultarono in gran parte insufficienti e inadeguati. La convocazione degli Stati generali nel 1789 si rivel� una mossa politicamente sbagliata, poich� la situazione gli sfugg� completamente di mano. Avendo infine tentato di fuggire all'estero per mettersi alla testa delle forze antirivoluzionarie, risult� definitivamente squalificato agli occhi dei rivoluzionari, che esigettero la condanna a morte sia di Luigi Sedicesimo che di Maria Antonietta. Sulla ghigliottina per� pure la sorella di Luigi Sedicesimo, Elisabetta (1764-1794). N. 54. "Il contratto sociale", celebre opera filosofica di Jean Jacques Rousseau (1712-1778). In questo scritto il celebre filosofo e pedagogista, uno dei precursori della rivoluzione francese e della democrazia moderna, pone a fondamento del corpo politico una convenzione liberamente stipulata tra tutti i suoi membri, con cui ciascuno si obbliga verso tutti gli altri, donde deriva il reciproco dovere di tutti verso ciascuno. Tra le forme di governo, l'aristocrazia � giudicata la migliore. N. 55. Brumaio � il secondo mese dell'anno repubblicano francese. E' famoso il 18 brumaio dell'anno ottavo (9 novembre 1799) quando Bonaparte, reduce dall'Egitto, abbatt� il Direttorio. N. 58. Comune in provincia di Verona, in cui Napoleone riport� un'importante vittoria sugli Austriaci (15-17 novembre 1796). N. 59. La citt� di Giaffa, porto mediterraneo che attualmente costituisce un sobborgo di Tel Aviv, venne conquistata da Napoleone nel marzo 1799 dopo un lungo assedio. L'esultanza delle truppe vittoriose fu di breve durata, poich� scoppi� ben presto una grave peste. L'episodio della visita di Napoleone agli appestati di Giaffa venne immortalato in un celebre dipinto del 1804 di Antoine Jean Gros (1771-1835), che nel 1799 dipinse pure un �Bonaparte al ponte d'Arcole�. N. 64. I "Commentari De bello gallico" e "De bello civili" di Caio Giulio Cesare (101-44 avanti Cristo) sono un modello di memorie militari. N. 70. Cos� viene familiarmente chiamato l'orso in Russia. N. 71. Il reggimento Sem�novskii era un reggimento di fanteria della Guardia, costituito da Pietro il Grande (1672-1725) nel 1687. N. 72. Moneta d'oro del valore di circa dieci rubli. N. 73. Piccola cittadina della Volinia. N. 76. Canale di Pietroburgo. N. 79. In italiano nel testo. N. 80. Celebre cantante italiana, che si esib� a Mosca come prima donna di una compagnia tedesca nell'inverno 1805-1806. N. 81. St�phanie F�licit� du Crest de Saint-Aubin, contessa di Genlis (1746-1830), scrittrice francese. Sposando il conte di Genlis, divenne nipote di Madame de Montesson, segretamente sposata nel 1773 da Luigi Filippo d'Orl�ans (1725-1785), che l'introdusse al Palais Royal. Nominata dama d'onore della duchessa di Chartres, nuora del duca di Orl�ans, divenne educatrice dei suoi figli (tra i quali il futuro re Luigi Filippo), distinguendosi per i suoi originali e moderni metodi pedagogici. Dapprima favorevole alla rivoluzione, fu poi costretta a lasciare la Francia. Soggiorn� in Inghilterra, Svizzera, Germania, e solo nel 1802 pot� rientrare in patria. Napoleone le assegn� una pensione e la nomin� ispettrice delle scuole elementari. Scrisse un centinaio di opere, particolarmente romanzi pedagogici. Il suo nome � legato soprattutto alle "Memorie inedite sul secolo decimottavo" (1825), che suscitarono un grosso scandalo. N. 82. E' il celebre club o circolo inglese di Mosca fondato nel 1770, chiuso da Paolo Primo e riaperto da Alessandro Primo nel 1802; la sua massima fioritura ebbe luogo nel 1820-1850. L'edificio in cui si riunivano i pi� alti funzionari e il gran mondo moscovita e che era celebre per la buona cucina (curata dal cuoco Feoktisti) e per i tavoli del gioco delle carte � stato ora adibito a museo della rivoluzione. N. 84. Per attutire il rumore delle carrozze in prossimit� della casa in cui si trovava il malato. N. 90. William Pitt detto il secondo Pitt (1759-1806), statista e oratore, primo ministro a 24 anni, introdusse efficaci riforme nella vita politica della Gran Bretagna e si fece animatore di tutte le coalizioni contro la Francia. N. 92. Boulogne-sur-mer, citt� francese (Pas-de-Calais), strategico porto sulla Manica. Gi� nel 43 dopo Cristo serv� di base ai Romani per l'invasione della Britannia. Dal 1803 al 1805 Napoleone vi stanzi� un grosso accampamento militare e arm� una forte flotta in vista di un grande sbarco nell'isola. N. 93. Pierre Charles Jean-Baptiste Sylvestre Villeneuve (1763-1806), ammiraglio francese. Scampato al disastro di Abukir (1798), nel 1804 venne incaricato da Napoleone di attirare Nelson (1758-1805), insieme alla flotta inglese, al largo delle Antille e di ritornare quindi con forze franco-spagnole nella Manica, in modo da operare lo sbarco in Inghilterra. Il piano fall� perch� Villeneuve dapprima dovette cercare rifugio nel porto di Cadice e infine fu duramente sconfitto da Nelson a Trafalgar. N. 95. E' il manifesto promulgato da Alessandro Primo il primo settembre 1805. In realt� gi� dal 10 agosto l'esercito russo si era mosso al comando di Kutuz�v da Pietroburgo per unirsi a quello austriaco. N. 99. Aleks�ndr Vasilevic' Suvorov (o Suvarov) (1729-1800), celebre maresciallo russo, si segnal� nella Guerra dei Sette anni e soprattutto nelle guerre contro i Turchi e represse implacabilmente le insurrezioni della Bessarabia e della Polonia. Inviato in Italia nel 1799, vinse i Francesi a Cassano d'Adda, alla Trebbia e a Novi e li cacci� dalla valle del Po. Mandato poi in Germania dovette ritirarsi davanti alle vittoriose truppe francesi. N. 101. Romanza molto nota nella Russia di quel tempo, musicata da Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791). N. 102. I versi recitati da Nikol�j sono di Dmitrij Aleks�ndrovic' Kavelin (1778-1851), scrittore, massone, seguace di M. L. Magnitzkij (1778-1855). N. 103. Danza popolare, caratterizzata da un rapido e forte battere di tacchi. N. 106. Erano le persone incaricate della preparazione dei funerali. N. 123. Paolo Primo (1754-1801), figlio di Pietro Terzo (1728-1762) e di Caterina Seconda (1729-1796). Sovrano autocratico e crudele, avvi� una politica filonapoleonica e antibritannica. Fu ucciso in un complotto organizzato da Panin (1770-1837) e von Pahlen (1745-1826). N. 124. La battuta del vecchio principe s'ispira a "Julie ou la Nouvelle H�lo�se", il celebre romanzo pubblicato nel 1761 da Jean Jacques Rousseau (su cui confronta qui sopra, nota 54). N. 125. E' il titolo di un'opera di Karl Eckhartshausen (1752-1803), scrittore mistico tedesco. La sua opera principale, "Gef�hle und Tempel der Natur", godette in Russia di grande notoriet�, soprattutto dopo la citazione che ne fece N. V. Gogol' (1809-1852) in "Anime morte". N. 132. Jan Ladislav Dussek (1760-1812), compositore boemo, fece parte di una famiglia di musicisti. Dal 1790 al 1800 soggiorn� a Londra; fu poi a Parigi, a servizio di Talleyrand. Tipico artista di transizione, Dussek pu� essere considerato un classico quanto alle strutture formali; offr� tuttavia qualche spunto anche a Beethoven, Schuman e Liszt. Nel 1796 redasse pure un metodo per pianoforte. N. 140. Ivan Iv�novic'' Michelson (1740-1847), generale russo, comandante di corpo d'armata durante la terza coalizione antifrancese. N. 141. Aleks�ndr Iv�novic'' Osterman-Tolst�i (1770-1857), conte, generale russo: combatt� a Borodin� e prese parte alle campagne del 1805-1809 e del 1813. N. 142. La Pomerania � la regione costiera del Baltico compresa tra il Meclemburg ad ovest, la Prussia vera e propria ad est e il Brandeburgo a sud. La parte ad ovest dell'Oder, con Stettino, con i trattati di Westfalia (1648), venne assegnata alla Svezia. Dopo la disfatta svedese del 1700-1721 la Prussia incamer� tutto il territorio fino al Peene. L'ultimo tratto della Pomerania svedese, invaso da Napoleone nel 1812, venne ceduto nel 1814 alla Danimarca in cambio della Norvegia. Dopo la Seconda guerra mondiale, la Pomerania orientale � posta sotto l'amministrazione polacca, e la popolazione tedesca � stata espulsa. N. 144. Rjurik (morto verso 1'879), principe varengo-russo, capo dei Variaghi, identificabile forse con il normanno Rorik, rifugiatosi in Danimarca dopo aver devastato la regione parigina e le coste inglesi. Stabilitosi a Novgorod verso l'860 vi fond� una signoria considerata tradizionalmente come l'embrione dello stato russo. Gli successe Helgi, detto anche Oleg il Saggio (morto nel 912). N. 147. Grigorij Aleks�ndrovic' Pot�mkin (1739-1791), generale e uomo politico russo. Dopo aver favorito l'ascesa al trono di Caterina Seconda (1729-1796), ne divenne l'amante. Dal 1774 al 1776 ricopr� la carica di primo ministro. Sottrasse la Crimea ai Turchi e fond� Sebastopoli. N. 148. Jean-Victor Moreau (1763-1813), generale francese, capo dell'armata del Reno nel 1795, partecip� nel 1796 alla campagna d'Italia. I suoi trionfi ingelosirono il Bonaparte che lo fece arrestare, accusandolo di tramare con i realisti. Dopo due anni di carcere and� in Spagna e negli Stati Uniti, dove lo raggiunsero le proposte di Alessandro Primo, e torn� in Europa. Nel 1813 fu consigliere degli alleati contro la Francia e contribu� al loro successo. Fu ferito mortalmente durante la battaglia di Dresda. N. 149. Federico Secondo il Grande (1712-1786) re di Prussia, insigne condottiero, combatt� nella guerra di successione austriaca e in quella dei Sette anni. N. 150. Consiglio aulico di guerra della salsiccia e dell'acquavite. N. 151. Peter von Pahlen (1745-1826), uomo politico e dignitario di Corte; fu tra i capi della rivolta di palazzo che port� al trono Alessandro Primo nel 1801. N. 152. Grigorii Orl�v (1734-1783), celebre favorito di Caterina Seconda, che poi gli prefer� Pot�mkin. N. 156. Porto dell'Ucraina conquistato dai Russi nel 1737, ripreso dai Turchi e di nuovo dai Russi nel 1788. N. 158. Laurence Sterne (1713-1768), scrittore inglese, autore del famoso romanzo "Viaggio sentimentale". N. 162. Nome patronimico di Kutuz�v. PARTE SECONDA. CAPITOLO 1. Nell'ottobre 1805 l'esercito russo occupava i villaggi e le citt� dell'arciducato d'Austria e nuovi reggimenti che continuavano ad arrivare dalla Russia opprimevano con i loro acquartieramenti gli abitanti e si accampavano attorno alla fortezza di Braunau (1), che era il quartier generale del comandante in capo Kutuz�v. L'11 ottobre 1805 uno dei reggimenti di fanteria, appena giunto a Braunau, si era accampato a mezzo miglio dalla citt�, in attesa che il comandante lo passasse in rivista. Nonostante che la localit� non fosse russa (frutteti, recinti di pietra, tetti di tegole, montagne che si profilavano in lontananza), nonostante che la popolazione fosse straniera e guardasse con curiosit� i soldati, il reggimento aveva tutto l'aspetto di un qualsiasi reggimento russo che si preparasse a una rivista in una qualsiasi localit� dell'interno della Russia. L'ordine per l'ispezione del comandante in capo era giunto a sera durante l'ultima tappa. Bench� il testo della comunicazione non apparisse molto chiaro al comandante del reggimento e fosse sorto il problema se bisognasse presentarsi o no in tenuta di marcia, era stato deciso dal Consiglio dei capi di battaglione di presentare il reggimento in uniforme di parata, basandosi sul principio che � sempre meglio, in fatto di ossequio, eccedere piuttosto che mancare. E i soldati, dopo una marcia di trenta miglia, dovettero, senza poter chiudere occhio, passare tutta la notte a rammendare e a ripulire le divise. All'alba il reggimento, invece di una folla allungata e disordinata quale era stata il giorno avanti, si presentava come una massa ordinata di duemila uomini, ciascuno dei quali conosceva il proprio posto e il proprio ufficio e su cui ogni cinghietta e ogni bottone erano in ordine e brillavano, accuratamente lucidati. Non soltanto l'apparenza era perfetta, ma se al generalissimo fosse venuto in mente di guardare sotto ogni giubba, avrebbe visto una camicia di bucato e se avesse voluto esaminare gli zaini vi avrebbe trovato tutti gli oggetti prescritti dal regolamento, "filo e sapone", come dicono i soldati. Vi era una cosa, tuttavia, per cui nessun soldato poteva sentirsi tranquillo: la calzatura. Pi� della met� degli uomini aveva gli stivali rotti, ma tale manchevolezza non era imputabile al comandante del reggimento poich�, nonostante le sue ripetute e insistenti richieste, l'amministrazione militare austriaca non gli aveva fornito il materiale, e il reggimento aveva gi� marciato per mille miglia. Il comandante del reggimento era un generale attempato, sanguigno, dalle sopracciglia e le fedine brizzolate, pi� largo dal petto alla schiena che non da una spalla all'altra. Indossava una divisa nuova di zecca, dalle pieghe stirate e dalle grosse spalline dorate che facevano apparire pi� alte le spalle massicce. Aveva l'aspetto di un uomo che stava per compiere felicemente uno degli atti pi� importanti della sua vita. Camminava davanti alle truppe schierate, sussultando a ogni passo e con la schiena un po' curva. Si capiva che ammirava il suo reggimento, che ne era orgoglioso e che ad esso aveva dedicato tutte le sue forze spirituali; ma, nonostante ci�, quel suo modo di camminare esitante e indeciso rivelava che, oltre agli interessi militari, occupavano una non piccola parte del suo animo anche gli interessi mondani e quelli per il gentil sesso. - Dunque, mio caro Michailo Mitric', - disse a un comandante di battaglione che avanzava sorridendo e che aveva come il generale un aspetto felice - ci � toccata una nottata ben faticosa... Ma mi pare che quanto al reggimento non ci sia niente da dire... non � dei peggiori, vi pare? Il comandante di battaglione cap� l'allegra ironia di quelle parole e si mise a ridere. - Non sfigurerebbe neppure sulla piazza d'armi di Tzarizyn... - Cosa? - chiese il generale. In quel momento, sulla strada che proveniva dalla citt� e sulla quale erano stati disposti soldati in vedetta, comparvero due cavalieri: un aiutante di campo seguito da un cosacco. L'aiutante di campo era stato mandato dal quartier generale per precisare al comandante del reggimento ci� che non era ben chiaro nel comunicato del giorno prima e precisamente che il generalissimo desiderava vedere il reggimento come se fosse in marcia: gli uomini in cappotto, le armi nei foderi e senza preparazione alcuna. Il giorno precedente, un membro del Consiglio di guerra austriaco era giunto da Vienna presso Kutuz�v con la proposta e l'ordine di ricongiungersi al pi� presto con l'esercito dell'arciduca Ferdinando (2) e di Mack (3), ma Kutuz�v, non ritenendo utile quel congiungimento, tra le altre dimostrazioni per sostenere la propria opinione, aveva intenzione di far vedere al generale austriaco le tristi condizioni in cui gli giungevano le truppe dalla Russia. A questo scopo voleva muovere incontro al reggimento e, quanto pi� deplorevoli ne fossero state le condizioni, tanto pi� la cosa gli avrebbe fatto piacere. L'aiutante di campo, pur ignorando questo particolare, comunic� al comandante del reggimento l'ordine del generalissimo: i soldati dovevano essere in tenuta di marcia perch�, in caso contrario, il generalissimo sarebbe stato malcontento. A quell'ordine, il comandante del reggimento abbass� il capo, alz� in silenzio le spalle e con gesto irritato allarg� le braccia. - Abbiamo combinato un bell'affare! - esclam�. - Ve l'avevo detto, Michailo Mitric', che siamo in marcia e quindi ci vuole l'uniforme da campagna - aggiunse in tono di rimprovero al comandante di battaglione. - Ah, mio Dio! - aggiunse, e si fece avanti con passo deciso. - Signori comandanti di battaglione! - grid� con voce usa al comando. - Sergenti maggiori! - e poi:- Verr� presto? - chiese, volgendosi all'aiutante di campo con una certa espressione di cortesia rispettosa, che evidentemente si riferiva alla persona di cui parlava. - Tra un'ora, credo. - Faremo in tempo a cambiare tenuta? - Non so, generale... Il comandante del reggimento, avvicinatosi alle truppe, diede personalmente l'ordine di cambiarsi e di indossare il cappotto. I comandanti di compagnia si misero a correre tra i loro uomini; i sergenti maggiori si agitarono (i cappotti non erano in ordine perfetto) e tutti i reparti sino allora immobili e silenziosi, si scomposero, si mossero, gridarono. Da tutte le parti i soldati andavano e venivano di corsa, sollevavano le spalle togliendosi gli zaini, ne tiravano fuori i cappotti e, alzando le braccia, se li infilavano. Mezz'ora dopo, i reparti erano di nuovo nell'ordine di prima, ma da neri erano diventati grigi. Il comandante del reggimento ricomparve con la sua andatura saltellante e guard� di lontano i suoi uomini. - Che c'� ancora? Che cosa significa questo? - grid� ad un tratto, fermandosi. - Dov'� il capitano della terza compagnia? - Comandante della terza compagnia, dal generale! Comandante della terza compagnia, dal generale! - si ud� gridare tra le file, mentre un aiutante di campo corse a cercare l'ufficiale che non rispondeva. Quando finalmente le voci zelanti che gridavano in mezzo alla confusione giunsero all'interessato, l'ufficiale spunt� da dietro la propria compagnia e, sebbene fosse un uomo gi� attempato e non abituato a correre, saltellando sulla punta dei piedi si precipit� verso il generale. Il suo viso esprimeva l'inquietudine di uno scolaro al quale si ordina di ripetere una lezione non studiata. Sul viso rosso (che rivelava mancanza di sobriet�) erano apparse delle chiazze e le labbra tremavano. Il comandante del reggimento lo squadrava dalla testa ai piedi, mentre egli, avvicinandosi, rallentava a mano a mano il passo. - Un bel giorno farete indossare ai vostri soldati il "saraf�n" (4)... Che significa questo? - grid�, sporgendo le mascelle e indicando tra le file della terza compagnia, un soldato in cappotto di panno grezzo, diverso da tutti gli altri. - E voi, dove vi eravate nascosto? Stiamo aspettando il comandante in capo, e voi vi allontanate dal vostro posto? Vi insegner� io a vestire gli uomini con la casacchina, in attesa di una rivista! Il capitano, senza distogliere gli occhi dal viso del comandante, serrava sempre pi� forte le due dita alla visiera del berretto, come se da quella pressione dipendesse la sua salvezza. - Be', perch� tacete? E chi � quello laggi�, vestito da ungherese? - disse in tono severamente scherzoso il comandante. - Eccellenza... - Eccellenza che cosa? Eccellenza! Eccellenza, Eccellenza che cosa nessuno lo sa. - Eccellenza, quello � D�lochov, l'ufficiale che � stato degradato - rispose a bassa voce il capitano. - Degradato a feldmaresciallo, forse, o a soldato? E, se � degradato a soldato, deve vestire come tutti gli altri, in uniforme. - Eccellenza, voi stesso lo avete autorizzato a vestirsi cos� per le marce. - Autorizzato! Autorizzato! Gi�, con voi giovanotti, � sempre cos� - disse il comandante del reggimento, calmandosi un po'.- Autorizzato! Vi si dice una cosa, e voi... - e tacque un momento. - Vi si dice una cosa, e voi ecco... Insomma, vestite i vostri soldati come si deve - concluse, irritandosi di nuovo. E, voltatosi verso l'aiutante di campo, continu� con la sua andatura saltellante a passare in rivista il reggimento. Si vedeva che era soddisfatto della sua sfuriata e che, camminando davanti ai soldati, cercava un pretesto per un'altra lavata di testa. Dopo aver rimproverato un ufficiale per i gradi non abbastanza lucidi e un altro perch� non perfettamente allineato, si avvicin� alla terza compagnia. - Cos� si sta in fila? Dov'� il tuo piede destro? Dov'� il tuo piede? - grid� con un'espressione di sofferenza nella voce, gi� a cinque uomini di distanza da D�lochov, che indossava un cappotto azzurro. D�lochov lentamente drizz� la gamba piegata e fiss� il viso del generale con i suoi occhi chiari e sfrontati. - Perch� un cappotto azzurro? Via! Sergente maggiore, fate rivestire questa can... - Ma non fin� la frase. - Generale, io ho il dovere di obbedire ai vostri ordini, ma non sono obbligato a sopportare... - interruppe vivamente D�lochov. - Nei ranghi non si parla! Non si parla, non si parla! - Non sono obbligato a sopportare gli insulti - concluse a voce alta e chiara D�lochov. Gli occhi del generale e del soldato si incrociarono. Il generale tacque, tirandosi nervosamente la sciarpa troppo tesa. - Vogliate indossare un altro cappotto, per favore - disse dopo un momento, e si allontan�. CAPITOLO 2. - Arriva! - grid� in quel momento un soldato di vedetta. Il comandante del reggimento arross�, corse al suo cavallo, afferr� con le mani tremanti la staffa, chin� il corpo, balz� in sella, sguain� la spada e, con il viso raggiante e risoluto, torse la bocca di lato e si precipit� a dare il suo comando. Il reggimento ondeggi� per un attimo, poi rimase immobile. - At-ten-ti! - grid� il generale con una voce che scuoteva l'anima, gioiosa per lui stesso, severa per il reggimento, rispettosa verso il superiore che si avvicinava. Per l'ampia strada polverosa, fiancheggiata da due file di alberi, avanzava al piccolo trotto un'alta carrozza viennese dipinta d'azzurro, dalle ruote leggermente scricchiolanti. Dietro alla carrozza cavalcavano gli ufficiali del s�guito e un drappello di croati. Accanto a Kutuz�v stava seduto un generale austriaco, la cui giubba bianca spiccava stranamente tra le divise nere dei russi. La carrozza si ferm� a breve distanza dal reggimento. Kutuz�v e il generale austriaco stavano discorrendo sottovoce e Kutuz�v sorrise appena quando, con passo pesante, scese dal predellino come se non ci fossero l� davanti quei duemila uomini che, trattenendo il respiro, guardavano fissi lui e il loro comandante. Rison� un ordine, di nuovo il reggimento si scosse, presentando le armi. In un silenzio di tomba si lev� la debole voce del generale in capo. Il reggimento unanime url�: �Evviva vostra eccellenza!�. E, da capo, tutto fu silenzio. Dapprima Kutuz�v rest� ritto e immobile allo stesso posto, mentre il reggimento gli sfilava davanti; poi, insieme con il generale in divisa bianca, accompagnato dal suo s�guito, cominci� a percorrere le file. Dal modo con cui aveva salutato il generale in capo, bevendolo con gli occhi, dal modo con cui, moderando il passo saltellante si chinava in avanti seguendo il superiore, scattando a ogni parola e a ogni gesto di lui, era evidente che il comandante del reggimento adempiva con maggior piacere i suoi doveri di inferiore che quelli di capo. Il reggimento, grazie alla sua severit� e alle sue cure, era in condizioni eccellenti a confronto con quelle degli altri giunti da poco a Braunau. Tra ritardatari e malati, mancavano soltanto 217 uomini e tutto era in ordine perfetto, eccetto le calzature. Kutuz�v passava tra le file, fermandosi qua e l�, rivolgendo qualche parola affettuosa agli ufficiali che aveva conosciuto durante la campagna di Turchia e talvolta anche ai soldati. Guardando gli stivali, pi� volte croll� tristemente il capo e li indic� al generale austriaco, come per dire che, pur non volendo rimproverare nessuno, non poteva non notare che erano assai malandati. Ogni volta, il comandante del reggimento correva un po' avanti, temendo di perdere sia pure una sola parola del generalissimo che riguardasse il suo reggimento. Dietro Kutuz�v, a una distanza cos� breve che ogni sua parola, anche se pronunziata a bassa voce, potesse essere udita, camminavano una ventina di ufficiali del s�guito. Essi discorrevano tra di loro e di tanto in tanto ridevano. Seguiva assai da vicino il generale un bell'aiutante di campo: era il principe Bolkonskij, che aveva al fianco il collega Nesvitzkij, ufficiale di stato maggiore, alto, molto grasso, dal bel viso buono e sorridente e dagli occhi dolci. Nesvitzkij tratteneva a stento il riso, eccitato da un bruno ufficiale degli ussari che gli camminava a fianco. L'ufficiale degli ussari, senza sorridere e senza mai mutare l'espressione degli occhi immobili, guardava con aria seria la schiena del comandante del reggimento e imitava ogni sua mossa: ogni volta che quello sussultava e faceva un inchino, l'ufficiale degli ussari faceva esattamente lo stesso. Nesvitzkij rideva e dava gomitate agli altri perch� guardassero quel burlone. Kutuz�v camminava lentamente e pigramente davanti a quelle migliaia di occhi che quasi schizzavano dalle orbite per seguirlo. Arrivato alla terza compagnia, tutto a un tratto si ferm�. Il s�guito, non avendo preveduto quella sosta, involontariamente gli si trov� quasi addosso. - Ah, Timochin! - esclam� il generalissimo, riconoscendo il capitano dal naso rosso che aveva avuto una lavata di capo per il cappotto azzurro. Pareva impossibile riuscire ad irrigidirsi pi� di quanto aveva fatto Timochin, mentre il suo comandante lo rimproverava. Ma quando il generalissimo gli rivolse la parola, il capitano si irrigid� a tal punto da far pensare che non avrebbe potuto resistere oltre, se Kutuz�v l'avesse guardato ancora e perci� Kutuz�v, che evidentemente aveva capito la sua situazione e desiderava ogni bene al capitano, si affrett� a voltar la testa dall'altra parte, ma sul suo viso grasso, sfregiato da una cicatrice, pass� il lampo di un sorriso. - Un altro compagno di Isma�l (5) - disse. - Un valoroso ufficiale! Sei contento di lui? - chiese, rivolto al comandante del reggimento. E questi, imitato come da uno specchio a lui invisibile dall'ufficiale degli ussari, ebbe un sussulto, avanz� e rispose: - Molto contento, eccellenza! - Nessuno di noi � esente da qualche debolezza - disse Kutuz�v, sorridendo e allontanandosi. - Quel capitano era un devoto di Bacco... Il comandante del reggimento si turb�, come se fosse lui colpevole, e non rispose. In quel momento l'ufficiale degli ussari not� il riso del capitano dal naso rosso e la pancia fortemente ritirata indietro e lo imit� cos� bene che Nesvitzkij non pot� trattenersi dal ridere. Kutuz�v si volt�. Ma era evidente che l'ussaro poteva atteggiare il proprio viso come voleva; nel momento in cui Kutuz�v si voltava, l'ufficiale riusc� a fare una smorfia e ad assumere, immediatamente dopo, un'espressione seria, rispettosa e innocente. La terza compagnia era l'ultima e Kutuz�v si era fatto pensieroso, cercando evidentemente di richiamarsi qualcosa alla memoria. Il principe Andr�j si stacc� dal s�guito e gli disse sottovoce, in francese: - Mi avete ordinato di ricordarvi il degradato D�lochov, che si trova in questo reggimento. - Dov'� D�lochov? - chiese Kutuz�v. D�lochov, che aveva gi� indossato il cappotto grigio dei soldati, non aspett� di essere chiamato. La sua snella figura di soldato biondo, dagli occhi azzurri, usc� dalle file, avanz� verso il generalissimo e present� le armi. - Un reclamo? - domand� Kutuz�v, corrugando leggermente le sopracciglia. - Questo � D�lochov - disse il principe Andr�j. - Ah! - esclam� Kutuz�v. - Spero che la lezione ti servir�. Fa' il tuo dovere. L'imperatore � magnanimo. E io non mi dimenticher� di te, se ti comporterai bene. I chiari occhi azzurri guardavano ora il generalissimo con lo stesso ardire con cui prima avevano guardato il comandante del reggimento, e la loro espressione parve abolire quel velo convenzionale che separava il comandante supremo dal soldato semplice... - Io domando soltanto una cosa, eccellenza - disse con la sua voce sonora, ferma e lenta. - Domando soltanto che mi sia dato il modo di cancellare la mia colpa e di dimostrare la mia devozione all'imperatore e alla Russia. Kutuz�v si volt�. Nei suoi occhi lampeggi� lo stesso sorriso di quando si era allontanato dal capitano Timochin. Si volt� e aggrott� la fronte, come se volesse dire che quanto gli diceva D�lochov e quanto gli avesse potuto ancora dire egli lo sapeva da un gran pezzo, gli era venuto a noia e non era affatto ci� che occorreva. Volse le spalle e si avvi� verso la carrozza. Il reggimento si dispose per compagnie e si diresse ai quartieri che gli erano stati assegnati, a breve distanza da Braunau dove sperava di calzarsi, vestirsi e riposarsi dopo le faticose marce. - Non mi serbate rancore, vero, Proch�r Ign�tevic'? - chiese il comandante del reggimento, dopo essersi avvicinato al capitano Timochin che camminava in testa alla terza compagnia. Il viso del comandante del reggimento esprimeva, dopo la rivista felicemente conclusa, una incontenibile gioia. - E' il servizio... non � possibile altrimenti... A volte, di fronte al reggimento, capita di riscaldarsi... Mi scuser� io per primo, voi mi conoscete... Ha espresso il suo vivo compiacimento! - E tese la mano al comandante di compagnia. - Ma figuratevi, generale, come potrei osare... - rispose il capitano, mentre il naso gli si faceva pi� rosso del consueto, ed egli sorrideva mostrando il vuoto lasciato da due denti anteriori spezzati sotto Isma�l dal calcio di un fucile. - Riferite al signor D�lochov di star tranquillo che non lo dimenticher�. E, a proposito, ditemi una cosa che volevo sempre domandarvi: che cosa fa? Come si comporta? - Quanto al servizio � molto a posto, eccellenza, ma... quanto al carattere... - disse Timochin. - Ah, com'� il carattere? - Va a giorni, eccellenza - rispose il capitano. - Qualche volta � intelligente, ragionevole, buono; qualche volta, invece, diventa una bestia. In Polonia, se lo volete sapere, per poco non uccise un ebreo... - Eh s�, eh s�... tuttavia bisogna compatire un giovane che � in disgrazia. Ha relazioni notevoli, quindi voi... - disse il comandante del reggimento. - Obbedir�, eccellenza - rispose Timochin, facendo capire con un sorriso di aver compreso il desiderio del suo superiore. - Ma s�, ma s�... Il comandante del reggimento cerc� tra le file D�lochov e ferm� il cavallo. - Al primo scontro, le spalline! - gli disse. D�lochov lo guard�, non rispose e non mut� l'espressione ironica della bocca sorridente. - Tutto � andato bene - prosegu� il comandante del reggimento.- Agli uomini un bicchiere di acquavite da parte mia - aggiunse in modo che i soldati sentissero. - Grazie a tutti! Sia lodato Iddio! - E, oltrepassata quella compagnia, pass� a un'altra. - Be', � davvero un brav'uomo, con lui si presta bene servizio - dichiar� Timochin all'ufficiale subalterno che gli camminava a fianco. - Un vero re di cuori! - (Cos� era stato soprannominato il comandante del reggimento) rispose, ridendo, l'ufficiale subalterno. Il buon umore dei superiori dopo la rivista si era trasmesso ai soldati. Le compagnie marciavano allegramente. Da ogni parte si intrecciavano le parole degli uomini. - Chi diceva che Kutuz�v � cieco da un occhio? - E come no? E' guercio. - No, mio caro, ha pi� occhi di te. E ha guardato tutto: stivali e pezze da piedi... - Quando si � fermato e ha guardato i miei... be', ho pensato... - E quell'altro, l'austriaco che era con lui, sembrava spalmato di gesso. Bianco come farina ! Immagino come puliranno le divise! - Senti un po', Fedjosc�v, ha detto quando cominceranno i combattimenti? Tu gli stavi vicino... Dicevano tutti che "Bunaparte" era qui a Braunau! - "Bunaparte" qui a Braunau? Che inventi, imbecille? Che cosa non sa lui! Ora � il prussiano che si ribella, e l'austriaco lo tiene sottomesso. Quando quello si sar� calmato, allora comincer� la guerra con Bunaparte. E tu dici che "Bunaparte" � a Braunau? Si vede proprio che sei scemo. Ascolta meglio, un'altra volta! - Ah, quei diavoli di furieri! Guarda, la quinta compagnia sta gi� svoltando nel villaggio; loro avranno gi� cotto il rancio, e noi non saremo ancora arrivati! - Ehi, tu, diavolo, dammi un po' di galletta... - Ma tu, caro, mi hai dato il tabacco, ieri? Be', fa lo stesso: prendi, to'! - Se almeno si facesse qui una sosta: se no, si marcia ancora per cinque chilometri senza mangiare... - Sarebbe una bella cosa, eh, se questi Tedeschi ci dessero le loro carrozze. Si cammina bene, in carrozza... - Ma qui, mio caro, la gente � povera. Prima erano tutti polacchi, sempre gente che sta sotto la Russia, ma adesso sono tutti Tedeschi. - Avanti i cantori! - grid� il capitano. Da diverse file uscirono allora venti uomini e si misero in testa alla compagnia. Il tambur maggiore, capo dei cori, si volt� verso di loro, fece un cenno con la mano e inton� la lenta canzone militare che comincia: �Non � l'aurora, non � il sole che si � levato...� e che termina con le parole: �Ah, quanta gloria conquisteremo con pap� Kamenskij (6)...�, Questa canzone, composta in Turchia, veniva ora cantata in Austria con una sola variazione: invece di pap� Kamenskij, i soldati dicevano: �pap� Kutuz�v�. Staccando queste ultime parole alla maniera militare e fatto un gesto con le mani come se gettasse qualcosa in terra, il tambur maggiore, un bel soldato sui quarant'anni, guard� severamente i cantori e aggrott� il viso. Poi, convinto che tutti gli sguardi fossero fissi su di lui, fece il gesto di sollevare cautamente sopra la testa, con ambo le mani, un invisibile oggetto prezioso, di tenerlo cos� qualche secondo e poi come scagliandolo risolutamente, attacc�: �O tu casa, casa mia!� �Casa mia, tutta nuova...� ripresero venti voci, e il sonatore di castagnette, nonostante il peso dello zaino, balz� arditamente fuori dalle file e, messosi a camminare all'indietro, in testa alla compagnia, cominci� ad agitare le spalle, facendo il gesto di minacciare qualcuno con le sue castagnette. I soldati, dondolando le braccia al ritmo della musica, marciavano a lunghi passi, istintivamente accordandovisi. Dietro la compagnia si ud� un rumore di ruote, uno scricchiolio di molle e uno scalpitio di cavalli. Kutuz�v e il suo s�guito ritornavano in citt�. Il comandante in capo fece un segno che i soldati continuassero a marciare liberamente e il suo viso e quello degli ufficiali del s�guito assunsero un'espressione soddisfatta all'udire quei canti e al vedere quel soldato che ballava e l'andatura allegra e ardita della compagnia. Nella seconda fila di destra, lungo la quale passava la carrozza, colpiva lo sguardo un soldato dagli occhi azzurri: era D�lochov che, con una grazia particolare e svelta, camminava a tempo di musica e fissava in viso gli ufficiali che gli passavano a lato con l'aria di compiangere chi, in quel momento, non marciava con la compagnia. L'ufficiale degli ussari che faceva parte del s�guito di Kutuz�v e che aveva scimmiottato il comandante del reggimento, rimase un po indietro dalla carrozza e si avvicin� a D�lochov. Quell'ussaro, Zerk�v, un tempo a Pietroburgo aveva fatto parte di quella scapigliata compagnia capeggiata da D�lochov. Zerk�v aveva incontrato all'estero D�lochov, gi� degradato, ma non aveva ritenuto necessario riconoscerlo. Ora, dopo le parole di Kutuz�v al degradato, si volse a lui con la cordialit� di un vecchio amico: - Come va, caro? - chiese tra il frastuono della musica, adeguando il passo del cavallo a quello della compagnia. - Come va? - ripet� freddamente D�lochov. - Lo vedi... La vivace canzone conferiva un particolare significato all'allegro tono disinvolto con cui Zerk�v parlava e alla decisa freddezza della risposta di D�lochov. - Be', come te la cavi con i superiori? - chiese l'ussaro. - Non c'� male. Sono brave persone. E tu, come hai fatto a cacciarti nello stato maggiore? - Addetto a servizi speciali. Tacquero entrambi un poco. �Con il braccio destro ella ha lanciato il falco�, diceva la canzone, suscitando un senso istintivo di allegria. La loro conversazione sarebbe stata probabilmente diversa se non si fosse svolta con l'accompagnamento di quel canto. - E' vero che gli Austriaci sono stati sconfitti? - chiese D�lochov. - Chi lo sa? Dicono... - Sono contento - rispose D�lochov, in tono secco e deciso, come voleva la canzone. - Vieni da noi qualche sera, giocheremo a faraone - disse Zerk�v. - Avete molto denaro adesso? - Vieni. - Non � possibile! Ho dato la mia parola: non bevo e non gioco sino a quando non avr� riconquistato le spalline. - Al primo combattimento... - Allora si vedr�. E di nuovo tacquero ambedue. - Se ti occorre qualche cosa, vieni da noi: allo stato maggiore ti aiuteranno tutti - disse Zerk�v. D�lochov sorrise. - Non ti preoccupare: se ho bisogno di qualche cosa, non lo domander�, me lo prender�. - Be', dicevo cos�... - Dicevo cos� anch'io... - Addio. - Sta' bene. �...In alto e lontano Al paese natio...�. Zerk�v spron� il cavallo che per tre volte si impenn� e scalpit�, incerto su quale zampa partire; infine si decise, si slanci� veloce al galoppo, anch'esso sul ritmo della canzone, oltrepass� la compagnia e raggiunse la carrozza. CAPITOLO 3. Al ritorno dalla rivista, Kutuz�v, sempre accompagnato dal generale austriaco, pass� nel suo studio e, chiamato l'aiutante di campo, ordin� che gli si portassero alcuni documenti relativi alle condizioni delle truppe e le lettere avute dall'arciduca Ferdinando che comandava l'esercito di prima linea. Il principe Andr�j Bolkonskij entr� con le carte richieste. Dinanzi alla tavola, su cui era spiegato un piano delle operazioni, sedevano Kutuz�v e il generale, membro del Consiglio superiore di guerra austriaco. - Ah! - disse Kutuz�v, volgendosi verso Bolkonskij, come se con questa parola lo invitasse ad aspettare, e continu� in francese il discorso iniziato. - Io dico soltanto questo, generale - prosegu� Kutuz�v con una gradevole eleganza di espressione e di accenti che imponeva l'attenzione a ogni parola che egli pronunziava senza fretta e che egli stesso ascoltava con evidente piacere. - Io dico soltanto questo, generale, che se la questione dipendesse dal mio personale desiderio, la volont� di sua maest� l'imperatore Francesco (7) sarebbe esaudita da un pezzo. Da molto tempo avrei accontentato l'arciduca; e, credetemi sul mio onore, che per me personalmente sarebbe un gran sollievo cedere il comando supremo dell'armata a generali pi� esperti e pi� abili di me dei quali l'Austria � tanto ricca, liberando cos� me stesso da questa pesantissima responsabilit�. Ma sovente le circostanze sono pi� forti di noi, generale... E sorrise con un'espressione che voleva dire: �Avete pieno diritto di non credermi, e il fatto che mi crediate o no mi � assolutamente indifferente, ma non avete alcun motivo per dirmelo, e questo � l'essenziale�. Il generale austriaco aveva l'aria scontenta, ma non pot� non rispondere con lo stesso tono cortese. - Al contrario - disse egli con voce irritata e seccata, in aperta contraddizione con le parole lusinghiere che stava per pronunziare; - al contrario, la partecipazione di vostra eccellenza all'impresa comune � molto apprezzata da sua maest�, ma noi riteniamo che l'attuale lentezza privi il glorioso esercito russo e i suoi comandanti di quegli allori che sono usi cogliere sui campi di battaglia - concluse, con una frase evidentemente preparata in anticipo. Kutuz�v fece un inchino, senza modificare il proprio sorriso. - E io sono convinto e, in base all'ultima lettera inviatami da sua altezza l'arciduca Ferdinando, ritengo che le truppe austriache, sotto la guida di un capo abilissimo qual � il generale Mack, abbiano gi� riportato una vittoria decisiva e non abbiano pi� bisogno del nostro aiuto. Il generale aggrott� le sopracciglia. Sebbene non si avessero ancora notizie sicure sulla sconfitta degli Austriaci, troppe circostanze ormai confermavano le voci pessimistiche e perci� l'ipotesi di Kutuz�v circa una vittoria austriaca aveva tutta l'aria di una canzonatura. Ma Kutuz�v continuava a sorridere serenamente, sempre con la stessa espressione che affermava il suo diritto a una supposizione del genere. E infatti, l'ultima lettera di Mack, giuntagli dal campo, gli aveva comunicato la notizia delle vittorie riportate e gli riferiva circa la vantaggiosa posizione strategica dell'esercito. - Dammi quella lettera - disse Kutuz�v al principe Andr�j. - Ecco, vogliate ascoltarne voi stesso il contenuto - e sempre con lo stesso sorriso canzonatorio agli angoli delle labbra, lesse in tedesco al generale austriaco il brano seguente della lettera dell'arciduca Ferdinando: �Wir haben vollkommen zusammengehaltene Kr�fte, nahe an 70000 Mann, um den Feind, wenn er den Lech passierte, angreifen und schlagen zu k�nnen. Wir konnen, da wir Meister von Ulm sind, den Vorteil, auch von beiden Ufern der Donau Meister zu bleiben, nicht verlieren; mithin auch jeden Augenblick wenn der Feind den Lech nicht passierte, die Donau ubersetzen, uns auf seine Communikations-Linie werfen, die Donau unterhalb repassieren und dem Feinde, wenn er sich gegen unsere treue Allirte mit ganzer Macht wenden wollte, seine Absicht alsobald vereilten. Wir werden auf solche Weise dem Zeitpunkt, wo die Kaiserlich-Russische Arm�e ausgerustet sein wird, muthig entgegenharren, und sodann leicht gemeinschaftlich die M�glichkeit finden, dem Feinde das Schicksal zu bereiten, so er verdient�. [8. �Noi disponiamo di circa settantamila uomini perfettamente concentrati in modo da poter attaccare e battere il nemico qualora attraversasse il Lech. Poich� occupiamo Ulma, possiamo conservare il vantaggio di dominare anche le due rive del Danubio e quindi, in caso che il nemico non attraversasse il Lech, passare il Danubio e piombare in qualsiasi momento sulle sue linee di comunicazione, riattraversare pi� in basso il Danubio e rendere vano il disegno del nemico se questi volesse volgersi contro i nostri fedeli alleati. In tal modo aspetteremo con animo fermo il momento in cui l'esercito imperiale russo sia fermo per poter cogliere l'occasione di infliggere al nemico la sorte che si merita�]. Terminata la lettura di quel periodo, Kutuz�v trasse un profondo respiro e guard� con espressione benevola e attenta il membro del Consiglio superiore della guerra. - Ma voi, eccellenza, conoscete la saggia regola che prescrive di supporre sempre il peggio - disse il generale austriaco, desiderando evidentemente di finirla con gli scherzi e di entrare nel vivo dell'argomento. Senza volerlo, si volse a guardare l'aiutante di campo. - Scusate, generale - interruppe Kutuz�v, volgendosi anch'egli verso il principe Andr�j. - Senti, caro, portami tutti i rapporti dei nostri informatori che ha Kozlovskij (9). Ecco qui due lettere del conte Nostitz (10), ecco la lettera dell'arciduca Ferdinando, ed ecco ancora queste carte - concluse, porgendogli alcuni fogli. - Con tutto questo materiale redigerai accuratamente, in lingua francese, un memorandum di tutte le notizie che abbiamo relative alle operazioni dell'esercito austriaco. E poi lo consegnerai a sua eccellenza. Il principe Andr�j chin� la testa, facendo intendere con quel gesto di aver capito sin dalle prime parole non solo ci� che gli era stato detto, ma anche ci� che Kutuz�v avrebbe desiderato dirgli. Prese le carte, fece un inchino e, camminando leggermente sul tappeto, entr� nella sala di ricevimento. Quantunque non fosse trascorso molto tempo dacch� aveva lasciato la Russia, il principe Andr�j era molto mutato. Nell'espressione del viso, nei gesti, nel modo stesso di camminare, non si notavano quasi pi� quel senso di simulazione, di stanchezza, di indolenza di un tempo; ora egli aveva l'aspetto di un uomo che non ha tempo di pensare all'impressione che pu� produrre sugli altri e che � occupato in un lavoro piacevole e interessante. Il suo volto esprimeva una maggior soddisfazione di s� e di coloro che gli stavano attorno; lo sguardo e il sorriso erano pi� sereni e attraenti. Kutuz�v, che egli aveva raggiunto ancora in Polonia, lo aveva accolto molto affettuosamente, gli aveva promesso di non dimenticarlo, lo aveva scelto tra gli altri aiutanti di campo, l'aveva portato con s� a Vienna ove gli affidava gli incarichi pi� importanti. Da Vienna, Kutuz�v aveva scritto al suo vecchio compagno d'armi, al padre del principe Andr�j: �Vostro figlio promette di diventare un ufficiale eccezionale per la fermezza e la coscienza con cui compie i suoi doveri. Mi considero fortunato di avere al mio fianco un simile ufficiale�. Nello stato maggiore di Kutuz�v, tra i colleghi e nell'esercito in genere, il principe Andr�j, proprio come gi� nella migliore societ� di Pietroburgo, godeva di due reputazioni assolutamente opposte: alcuni, e costituivano la minoranza, lo consideravano un essere eccezionale, diverso da loro e da tutti gli altri, si attendevano da lui grandi cose, lo ascoltavano, lo ammiravano, lo imitavano e con costoro egli era semplice e affabile; gli altri, ed erano i pi�, non avevano simpatia per lui, lo ritenevano pieno di boria, freddo e antipatico. E con questi ultimi, il principe Andr�j si comportava in modo da essere rispettato e persino temuto. Uscito dal gabinetto di lavoro di Kutuz�v, il principe Andr�j, con le carte in mano, si avvicin� a un suo collega, l'aiutante di campo Kozlovskij, che sedeva presso la finestra con un libro in mano. - Ebbene, principe? - gli chiese Kozlovskij. - Ha ordinato di preparare un rapporto dal quale risulti il motivo per cui non avanziamo. - E perch�? Il principe Andr�j si strinse nelle spalle. - Ci sono notizie da Mack? - prosegu� Kozlovskij. - No. - Se fosse vero che � stato sconfitto, la notizia sarebbe arrivata. - Penso di s� - disse il principe Andr�j, dirigendosi verso l'uscio, ma proprio in quel momento entrava, chiudendosi con violenza l'uscio alle spalle, un generale austriaco, in cappotto, con la testa fasciata da un fazzoletto nero e l'Ordine di Maria Teresa al collo. Il principe Andr�j si ferm�. - Il generalissimo Kutuz�v? - chiese rapidamente il generale austriaco con duro accento tedesco, guardando a destra e a sinistra e avanzando, senza fermarsi, verso il gabinetto da lavoro di Kutuz�v. - Il generalissimo � occupato - disse Kozlovskij, avvicinandosi in fretta al nuovo venuto e sbarrandogli il passo.- Chi devo annunziare? L'ignoto generale guard� dall'alto in basso, con un certo disprezzo Kozlovskij, che era di bassa statura, come stupefatto di non essere riconosciuto. - Il generalissimo � occupato - ripet� con calma Kozlovskij. Il viso del generale si rabbui�, le sue labbra si storsero e tremarono. Estrasse un taccuino, scrisse rapidamente alcune parole a matita, strapp� il foglio, lo consegn� e, avvicinatosi a passo rapido alla finestra, si lasci� cadere su una sedia e volse gli occhi attorno, quasi chiedendosi perch� mai lo guardassero. Dopo un momento alz� il capo, allung� il collo come se si preparasse a dire qualcosa, ma subito dopo, quasi stesse canticchiando con noncuranza tra s� e s�, emise uno strano suono che immediatamente soffoc�. La porta del gabinetto da lavoro si apr� e sulla soglia comparve Kutuz�v. Il generale dalla testa fasciata, curvandosi come se volesse evitare un pericolo, con rapidi e lunghi passi delle gambe sottili, si avvicin� a Kutuz�v. - Vous voyez le malheureux Mack [11. Ecco dinanzi a voi lo sventurato Mack!] - disse con voce spezzata. Il viso di Kutuz�v, che stava ritto sulla soglia, rimase per qualche secondo assolutamente immobile. Poi su di esso pass� ondeggiando un fremito, e la sua fronte si spian�; chin� rispettosamente il capo, chiuse gli occhi e si scost� facendo passare Mack avanti a s� e chiudendo egli stesso la porta alle proprie spalle. La voce che gi� circolava circa la sconfitta degli Austriaci e la capitolazione sotto Ulma di tutto l'esercito, era confermata. Mezz'ora dopo, alcuni aiutanti di campo vennero inviati in diverse direzioni ad annunziare che le truppe russe, sino allora inattive, avrebbero dovuto affrontare il nemico. Il principe Andr�j era uno dei pochi ufficiali dello stato maggiore che dimostrasse il massimo interesse per l'andamento generale della guerra. Al vedere Mack e all'udire i particolari della sua sconfitta, comprese che la campagna era per met� perduta, comprese quanto fosse difficile la situazione dell'esercito russo, e immagin� rapidamente quanto esso doveva attendersi e quale parte avrebbe dovuto sostenere. Involontariamente provava un senso di letizia al pensiero dell'umiliazione subita dalla tracotante Austria e al pensiero che forse tra una settimana egli stesso avrebbe assistito e partecipato a uno scontro tra Russi e Francesi, il primo, dopo Suvorov. Tuttavia, pur temendo il genio di Bonaparte che avrebbe potuto rivelarsi superiore al valore dell'esercito russo, non poteva ammettere la possibilit� di una sconfitta per il suo eroe. Agitato e turbato da questi pensieri, il principe Andr�j si avvi� verso la sua camera per scrivere, come faceva ogni giorno, a suo padre. Nel corridoio s'imbatt� nel collega Nesvitzkij e in quel burlone di Zerk�v; come sempre, i due ridevano di qualche cosa. - Perch� sei tanto cupo? - domand� Nesvitzkij, che aveva notato il suo viso pallido e gli occhi luccicanti del principe Andr�j. - Non c'� proprio di che essere allegri! - rispose Bolkonskij. Mentre il principe Andr�j si tratteneva con Nesvitzkij e con Zerk�v, dall'altra estremit� del corridoio giungevano Strauch, il generale austriaco addetto allo stato maggiore di Kutuz�v quale sovrintendente all'approvvigionamento dell'esercito russo, e un membro del Consiglio superiore della guerra, arrivato il giorno precedente. L'ampiezza del corridoio permetteva che i generali passassero liberamente accanto agli ufficiali, ma Zerk�v, scostando con una spinta Nesvitzkij, gli disse con voce affannata: - Vengono! Vengono! Fate largo! Lasciate libero il passaggio, per favore! I generali passavano, evidentemente desiderosi di sottrarsi a ossequi imbarazzanti. Sul viso del faceto Zerk�v apparve a un tratto uno stupido sorriso di gioia incontenibile. - Eccellenza, - disse egli in tedesco, facendosi avanti e rivolgendosi al generale austriaco - ho l'onore di porgervi le mie congratulazioni. Aveva chinato la testa e, con quell'aria goffa dei bambini che imparano a ballare, prese a battere ora l'uno ora l'altro tacco. Il generale, membro del Consiglio di guerra austriaco, lo guard� severamente; ma accortosi della seriet� di quello stupido sorriso non pot� rifiutare un momento di attenzione. Aggrott� un po' il viso e dimostr� di essere pronto ad ascoltare. - Ho l'onore di congratularmi con voi; il generale Mack � arrivato in ottima salute, salvo una leggera ferita qui - aggiunse con un sorriso radioso e toccandosi la testa. Il generale si accigli� e and� oltre. - "Gott, wie naiv!" [12. Dio, com'� ingenuo!] - esclam� con rabbia, gi� lontano di alcuni passi. Nesvitzkij, con uno scoppio di risa, abbracci� il principe Andr�j, ma Bolkonskij, fattosi ancora pi� pallido, con un'espressione di collera sul viso, lo scost� e si volt� verso Zerk�v. L'agitazione nervosa che gli avevano causato la vista di Mack, le notizie della situazione e il pensiero di ci� che attendeva l'esercito russo, trovava uno sfogo nell'irritazione per l'inopportuno scherzo di Zerk�v. - Se voi, egregio signore, - disse con voce tagliente, mentre la mascella inferiore gli tremava - volete fare il buffone, io non posso certo impedirvelo; ma vi assicuro che se, in mia presenza, oserete ancora permettervi certe pagliacciate, vi insegner� come dovete comportarvi. Nesvitzkij e Zerk�v erano cos� stupefatti per quella sfuriata che guardarono in silenzio Bolkonskij, con gli occhi sbarrati. - Ma come? Io non ho fatto che congratularmi - disse Zerk�v. - Non scherzo, e vi prego di tacere! - grid� Bolkonskij e preso per un braccio Nesvitzkij, si allontan� da Zerk�v che non sapeva che cosa rispondere. - Che hai, mio caro? - gli chiese Nesvitzkij, cercando di calmarlo. - E me lo chiedi? - rispose il principe Andr�j, fermandosi in preda a violenta agitazione. - Devi capire che, o siamo ufficiali che serviamo il nostro imperatore e la nostra patria e ci rallegriamo dei comuni successi e ci rattristiamo per le sconfitte, o siamo dei lacch� che non si interessano affatto di ci� che riguarda il loro padrone. "Quarante mille hommes massacr�s et l'arm�e de nos alli�s d�truite, et vous trouvez l� le mot pour rire" - disse, come se quella frase pronunziata in francese desse maggior vigore alla propria opinione. - "C'est bien pour un gar�on de rien, comme cet individu, dont vous avez fait un ami, mais pas pour vous, pas pour vous" [13. Quarantamila uomini massacrati, l'esercito dei nostri alleati distrutto, e voi potete scherzarci su! (...) Vada per un ragazzetto da nulla, come quell'individuo di ci cui siete diventato amico, ma non per voi, non per voi...]. Soltanto un ragazzaccio pu� divertirsi cos� - continu� il principe Andr�j, in russo, pronunziando le parole con accento francese, perch� aveva notato che Zerk�v poteva ancora udirlo. Rimase in attesa di una risposta, ma Zerk�v gli volt� le spalle e usc� dal corridoio. CAPITOLO 4. Il reggimento degli ussari di P�vlograd era accampato a due miglia da Braunau. Lo squadrone, al quale apparteneva come alfiere Nikol�j Rost�v, era stanziato nel villaggio tedesco di Saltzeneck. Al capo dello squadrone, capitano Denissov, conosciuto in tutta la divisione di cavalleria come Vaska Denissov, era stato assegnato il migliore alloggio del villaggio. Il giovane Rost�v, da quando aveva raggiunto il proprio reggimento in Polonia, alloggiava insieme con il comandante dello squadrone. L'11 ottobre, giorno in cui il quartier generale era in subbuglio per la notizia della sconfitta subita da Mack, al comando dello squadrone la vita trascorreva tranquilla come al solito. Denissov, che per tutta la notte aveva perduto alle carte, non era ancora rincasato quando Rost�v, di buon mattino, era gi� di ritorno, a cavallo, dall'aver provveduto al foraggiamento. In uniforme di alfiere, si avvicin� alla scaletta della casa, ferm� il cavallo e, gettata indietro con gesto deciso e giovanile una gamba, rimase un attimo sulla staffa come se gli dispiacesse staccarsi dall'animale e infine salt� a terra e chiam� l'ordinanza. - A te, amico Bondarenko - disse all'ussaro che si precipitava verso il cavallo. - Fallo passeggiare un po' - prosegu� con quel tono gioioso e fraterno con il quale i bravi ragazzi, quando sono felici, si rivolgono a tutti. - Signors�, eccellenza - rispose l'ucraino, accennando allegramente con il capo. - E bada, sai, di farlo passeggiare adagino. Un altro ussaro si era intanto avvicinato al cavallo, ma Bondarenko aveva gi� afferrato le briglie. Era evidente che l'alfiere dava mance abbondanti e che era vantaggioso servirlo. Rost�v accarezz� l'animale sul collo, poi sulla groppa e si ferm� all'entrata. �Bene! E' proprio un buon cavallo� disse tra s� e, sorridendo, si agganci� al fianco la sciabola e sal� di corsa la scaletta, facendo risonare gli speroni. Il padrone di casa, un tedesco, in maglia di lana e con il berretto in testa, tenendo in mano il forcone con il quale stava rivoltando il letame, si affacci� alla porta della stalla. Il suo viso, non appena ebbe scorto Rost�v, si illumin� di gioia. Sorrise e, felice di salutare il giovane, ripet� due volte: - "Sch�n, gut Morgen! Sch�n, gut Morgen! [14. Buongiorno! Buongiorno!]. - "Sch�n fleissig!" - disse Rost�v, sorridendo con quel gioioso, cordiale sorriso che non abbandonava mai il volto vivace. - "Hoch Oesterreicher! Hoch Russen! Kaiser Alexander hoch!" [15. Gi� al lavoro! (...) Evviva gli Austriaci! Evviva i Russi! Evviva lo zar!] - disse al tedesco, ripetendo le parole che il padrone usava spesso. Il tedesco si mise a ridere, usc� dalla stalla, si lev� il berretto e agitandolo sopra la testa, grid�: - "Und die ganze Welt hoch!" [16. Evviva anche tutto il mondo!]. Anche Rost�v agit� il berretto sopra la testa, imitando il tedesco e ridendo gli fece eco: - "Und vivat die ganze Welt!" . Sebbene non vi fosse alcun particolare motivo di gioia n� per il tedesco che ripuliva la sua stalla, n� per Rost�v che ritornava dopo aver fatto incetta di foraggio, quei due uomini si guardarono con entusiasmo felice e cordialit� fraterna, si fecero scambievoli cenni in segno di affetto e si separarono sorridendo; il contadino rientr� nella stalla e Rost�v nella casa che abitava con Denissov. - Dov'� il tuo padrone? - chiese a Lavruska, lo scaltro servo di Denissov, noto a tutto il reggimento. - Da ieri non � rientrato. Certamente avr� perduto al gioco - rispose Lavruska. - Ormai lo so: quando vince torna presto a casa per vantarsi ma, se non rientra sino al mattino, vuol dire che ha perduto, e allora sar� di pessimo umore. Volete il caff�? - S�, portalo, portalo... Dopo dieci minuti Lavruska ricomparve con il caff�. - Sta venendo! - avvert�. - Ora sono guai... Rost�v guard� dalla finestra e vide Denissov che veniva verso casa. Era quasi un ometto di piccola statura, con la faccia rossa, gli occhi neri lucenti, i baffi e capelli scuri e arruffati. Portava il mantello sbottonato, ampi pantaloni sgualciti e il berretto da ussaro, ammaccato e buttato all'indietro sulla nuca. Cupo in viso e a testa bassa, si avvicinava alla scaletta. - Lavruska! - grid� forte, con voce irritata, pronunziando male la "erre". - Su, idiota, aiutami a levarmi il mantello! - E' quello che sto facendo - si sent� rispondere dalla voce di Lavruska. - Ah, sei gi� alzato? - chiese Denissov, entrando nella camera. - Da un pezzo - rispose Rost�v; - sono gi� andato per il foraggio e ho visto "Fr�ulein Mathilde" [17. Signorina Matilde]. - Bene! E io ieri sera ho perso come un figlio di cane! - grid� Denissov. - Che scalogna! Una vera disdetta. Appena te ne sei andato via, � cominciata la iella. Ehi, tu, portami il t�! Denissov, contorcendo il volto in una specie di sorriso e mettendo in mostra i denti piccoli e forti, cominci� ad arruffarsi i fitti e ispidi capelli con entrambe le mani dalle dita corte. - E che diavolo mi ha trascinato da quel Topo - (era il soprannome di un collega) continu� Denissov, stropicciandosi con le mani la fronte e il viso. - Figurati che non mi ha dato neppure una carta buona, neppure una! Denissov prese la pipa accesa che Lavruska gli porgeva, la strinse forte nel pugno e, facendone uscire il tabacco fumante, percosse con essa il pavimento, continuando a gridare. Fin� con lo spezzarla e la butt� via. Tacque un poco, poi a un tratto guard� allegramente Rost�v con i suoi occhi scintillanti. - Se almeno ci fossero delle donne! Ma qui, all'infuori che bere, non si pu� fare altro. Auguriamoci che presto ci sia da menare le mani! Ehi, chi va l�? - chiese a un tratto, voltandosi verso la porta, all'udire dei passi pesanti che si fermarono con un tintinnio di speroni e un rispettoso tossicchiare al di l� dell'uscio. - Il maresciallo d'alloggio! - rispose Lavruska. Le smorfie sulla faccia di Denissov si accentuarono. - Andiamo male - disse, gettando a Rost�v il borsellino con qualche moneta d'oro. - Rost�v, mio caro, conta quanto c'� dentro e poi caccia il borsellino sotto il guanciale - disse, e usc� incontro al maresciallo d'alloggio. Rost�v prese il denaro e, distribuite macchinalmente le monete in due mucchietti, uno di quelle nuove e uno di quelle vecchie, cominci� a contarle. - Ah, salve, Teljanin! Ieri mi hanno sistemato bene! - giunse dalla stanza attigua la voce di Denissov. - Da chi? Da Bykrov, eh, dal Topo? Lo sapevo - rispose con voce acuta, e s�bito dopo entr� nella stanza il tenente Teljanin, un ufficiale del loro stesso squadrone. Rost�v cacci� il borsellino sotto il guanciale e strinse la piccola mano sudaticcia che gli veniva tesa. Teljanin, prima della campagna, era stato espulso dalla Guardia per non si sapeva quale motivo. Al reggimento si comportava benissimo, ma nessuno aveva simpatia per lui e Rost�v, pi� degli altri, non riusciva a vincere e a nascondere la propria invincibile avversione verso quell'ufficiale. - Ebbene, giovane cavaliere, come vi pare il mio Gracik? - (Gracik era il cavallo da sella che Teljanin aveva venduto a Rost�v). Il tenente non guardava mai in viso la persona con cui parlava; i suoi occhi si spostavano continuamente da un oggetto all'altro. - Vi ho visto passare, oggi. - Non c'� male, � un discreto cavallo - rispose Rost�v, bench� l'animale, pagato da lui settecento rubli, non valesse nemmeno la met� - Per� si � messo a zoppicare un po' dalla zampa anteriore sinistra... - aggiunse. - Gli si � spaccato lo zoccolo! Non � nulla. Vi mostrer� io, vi insegner� come ribadire i chiodi. - S�, insegnatemelo, ve ne prego - disse Rost�v. - Senz'altro, non � un segreto. E mi ringrazierete per quel cavallo, ne sono certo! - Allora lo far� portare qui - disse Rost�v, desiderando di liberarsi da Teljanin, e usc� per dare l'ordine. Nel vestibolo, Denissov, con la pipa in bocca, stava accoccolato sulla soglia dell'uscio, di fronte al maresciallo d'alloggio che gli faceva rapporto. Alla vista di Rost�v, Denissov aggrott� la fronte e, indicando con il pollice al di sopra della spalla, la stanza in cui Teljanin era rimasto solo, fece una smorfia ed ebbe un gesto di disgusto. - Ah, quel giovanotto proprio non mi va! - disse, senza preoccuparsi della presenza del maresciallo d'alloggio. Rost�v alz� le spalle, come per dire: �Neppure a me, ma che ci vuoi fare?� e, dato l'ordine riguardante il cavallo, torn� da Teljanin. Teljanin era ancora seduto nello stesso atteggiamento indolente in cui l'aveva lasciato Rost�v e si stava fregando le piccole mani bianche. �Vi sono certe fisionomie veramente ripugnanti� pens� Rost�v, rientrando in camera. - E allora, avete dato ordine che vi conducano il cavallo? - chiese Teljanin, alzandosi e guardandosi attorno con noncuranza. - S�. - Ma andiamoci noi. Sono passato di qui soltanto per sapere da Denissov qualcosa circa gli ordini di ieri. Li avete ricevuti, Denissov? - Non ancora. Dove andate? - A insegnare a questo giovanotto come si deve ferrare un cavallo - rispose Teljanin. Uscirono sul terrazzino e si avviarono verso la scuderia. Il tenente insegn� come il cavallo doveva essere ferrato e se ne and�. Quando Rost�v rientr�, trov� sul tavolo una bottiglia di vodka e un salame. Denissov, seduto l� accanto, faceva scricchiolare la penna sopra un foglio di carta. Con aria cupa alz� gli occhi in viso a Rost�v. - Scrivo a lei - disse. Punt� i gomiti sulla tavola, con la penna in mano e, evidentemente felice dell'occasione che gli si presentava di dire a viva voce ci� che si accingeva a scrivere, si mise a raccontare la sua lettera all'amico. - Vedi, mio caro, sino a che non si ama, si dorme. Siam figli della polvere... ma, non appena ti innamori, eccoti un dio, puro come nel primo giorno della creazione... Chi altri c'�? Mandalo al diavolo! Ora non ho tempo! - grid� a Lavruska che, senza dimostrare la minima timidezza, gli si era avvicinato. - Chi volete che sia? Avete dato l'ordine voi stesso: � il maresciallo, venuto per il denaro. Denissov aggrott� il viso, fu sul punto di gridare qualcosa, ma tacque. �Brutto affare� disse tra s� e s�. - Quanto � rimasto nel borsellino? - chiese a Rost�v. - Sette rubli nuovi e tre vecchi. - Ah, brutto affare davvero! Perch� te ne stai l� impalato? Manda via il maresciallo... - grid�. - Ti prego, Denissov, prendi il denaro in prestito da me: io ne ho - offr� Rost�v, arrossendo. - Non mi piace farmi prestar denaro, non mi piace! - borbott� Denissov. - Se non accetti il mio denaro, da amico, mi offendi. Ti assicuro che ne ho - ripet� Rost�v. - Ma no... no! Denissov si avvicin� al letto per prendere il borsellino da sotto il guanciale. - Dove l'hai messo, Rost�v? - Sotto il primo guanciale. - Ma non c'�! Denissov gett� a terra i due guanciali: il borsellino non c'era. - Un bel fatto! - Aspetta: non l'avrai mica fatto cadere? - chiese Rost�v alzando un guanciale dopo l'altro e scuotendolo. Tolse dal letto e scosse anche la coperta, ma non trov� traccia del borsellino. - Che me ne sia scordato? Ma no, no... Anzi, ho pensato che l'avresti messo sotto la testa, come un tesoro - disse Rost�v- e l'ho messo qui. Dov'� adesso? - chiese, rivolto a Lavruska. - Io non sono nemmeno entrato. Sar� dove l'avete messo. - Ma non c'�. - Vi succede sempre cos�: gettate la roba chi sa dove, e poi ve ne dimenticate. Guardatevi in tasca! - No! Se non avessi pensato al tesoro, potrebbe anche darsi, ma ricordo benissimo di averlo messo l� - rispose Rost�v. Lavruska butt� per aria il letto, ci guard� sotto, frug� in tutta la stanza, poi si ferm� in mezzo e rimase immobile. Denissov, in silenzio, aveva seguito i movimenti di Lavruska e, quando costui allarg� le braccia con aria stupita, dicendo che il borsellino non c'era, guard� Rost�v. - Rost�v, non vuoi mica scherzare... Rost�v, sentendo su di s� lo sguardo di Denissov, sollev� gli occhi e nello stesso momento li riabbass�. Tutto il sangue che gli aveva fatto nodo in gola, gli sal� di colpo al viso e agli occhi; non poteva pi� respirare. - E in camera non c'era stato nessuno eccetto voi e il tenente. Quindi dev'essere qui, da qualche parte - insist� Lavruska. - E tu, fantoccio del diavolo, muoviti e cerca! - grid� Denissov, facendosi paonazzo e, con gesto minaccioso, si slanci� verso l'ordinanza. - Il borsellino c'era e si deve trovare; se no, fruster� tutti a sangue. Rost�v, squadrando Denissov, si abbotton� la giubba, si affibbi� la sciabola e si mise il berretto. - Ti dico che il borsellino c'era - gridava Denissov, scrollando per le spalle Lavruska e sbattendolo contro il muro. - Denissov, lascialo: io so chi l'ha preso - disse Rost�v, avviandosi verso l'uscio, senza sollevare gli occhi. Denissov si ferm�, riflett� un momento e, avendo evidentemente compreso a chi avesse voluto alludere Rost�v, lo prese per un braccio. - Sciocchezze! - grid� cos� forte che le vene del collo e della fronte gli si gonfiarono come corde. - Ti dico che sei impazzito. Non permetter� una cosa simile... Il borsellino � qui: lever� la pelle a questa canaglia a forza di frustate e vedrai che salter� fuori. - Io so chi l'ha preso - ripet� Rost�v con voce tremante, e mosse un altro passo verso l'uscio. - E io ti ripeto di non osare una cosa simile - grid� ancora Denissov, slanciandosi verso l'alfiere, per trattenerlo. Ma Rost�v liber� il braccio con furore, come se si trattasse del suo peggior nemico e gli piant� gli occhi addosso. - Ma tu capisci quel che dici? - gli chiese con la voce che tremava. - All'infuori di me, nella stanza non � entrato nessuno. Dunque vuol dire che se non � come dico io, allora... Non pot� finire la frase e usc� a precipizio dalla stanza. - Ah! Andate al diavolo tu e tutti gli altri! - furono le ultime parole che gli giunsero alle orecchie. Rost�v si rec� all'alloggio di Teljanin. - Il signore non � in casa, � andato allo stato maggiore - gli disse l'attendente. - E' forse accaduto qualcosa? - chiese, sorpreso dal viso sconvolto dell'alfiere. - No, no, nulla... - Proprio per poco non l'avete trovato - aggiunse l'attendente. Lo stato maggiore si trovava a tre miglia da Saltzeneck. Rost�v, senza rientrare in casa, prese il cavallo e si diresse alla sede del comando. In quel villaggio, occupato dallo stato maggiore, c'era un'osteria frequentata dagli ufficiali, alla quale Rost�v si diresse. All'ingresso scorse il cavallo di Teljanin. Nella seconda saletta, il tenente sedeva a tavola, davanti a un piatto di salame e a una bottiglia di vino. - Ah, siete venuto qui anche voi, giovanotto? - disse sorridendo e sollevando le sopracciglia. - S� - rispose Rost�v, come se pronunziare quella parola gli costasse un'enorme fatica, e sedette alla tavola accanto. Tacevano entrambi. In quella saletta si trovavano anche due tedeschi e un ufficiale russo. Nessuno parlava e non si udiva altro all'infuori del rumore dei coltelli contro i piatti e del masticare rumoroso del tenente. Quando Teljanin ebbe finito di far colazione, tir� fuori dalla tasca un borsellino doppio, con le dita bianche e delicate ne apr� il fermaglio e ne prese una moneta d'oro. Sollevate poi le sopracciglia, la porse al cameriere. - Presto, per favore - disse. La moneta d'oro era nuova. Rost�v si alz� e si avvicin� a Teljanin. - Permettetemi di guardare questa borsa - disse con voce appena udibile. Con gli occhi che correvano da tutte le parti, ma con le sopracciglia sempre sollevate, Teljanin porse il borsellino. - S�... � un bel borsellino... s�, s�... - disse in fretta e, tutto a un tratto, si fece pallido. - Guardate pure, giovanotto! Rost�v prese il borsellino, lo guard�, guard� il denaro che conteneva e poi fiss� Teljanin. Il tenente, secondo la sua abitudine, volgeva lo sguardo su tutto ci� che lo circondava e, a un tratto, parve farsi molto allegro. - Quando saremo a Vienna spender� tutto, ma qui, in queste misere cittaduzze, non si sa davvero come fare! - disse, e aggiunse: - Ridatemi il borsellino, giovanotto, me ne vado! Rost�v taceva. - E voi che fate? Aspettate che vi servano la colazione? Si mangia benino qui. Datemi il borsellino, dunque! Tese la mano e fece il gesto di prenderlo. Rost�v glielo porse. Teljanin lo prese e lo mise nella tasca dei calzoni, mentre le sopracciglia gli si sollevavano leggermente e la bocca si schiudeva appena, come se volesse dire: �S�, mi metto il mio borsellino in tasca, cosa molto semplice e che non riguarda nessuno�. - Ebbene, giovanotto? - disse poi, traendo un sospiro e fissando Rost�v di sotto le sopracciglia sollevate. Un lampo pass� con la rapidit� di una scintilla elettrica dagli occhi di Teljanin a quelli di Rost�v e viceversa, e poi ancora e ancora, tutto nello spazio di un minuto. - Venite qui - disse Rost�v, afferrando Teljanin per un braccio e trascinandolo quasi sotto la finestra. - Questo denaro � di Denissov, e voi lo avete preso... - gli bisbigli� all'orecchio, - Cosa? Cosa? Come osate? - disse Teljanin. Ma quelle parole risonarono come un grido lamentoso e come una preghiera che invoca piet�. Non appena Rost�v ebbe udito il suono di quella voce, l'enorme peso del dubbio gli cadde dal cuore. Prov� un senso di gioia e insieme di piet� per quell'infelice che gli stava dinanzi; ma bisognava andare sino in fondo. - Sa Iddio che cosa penser� qui la gente - mormor� Teljanin, prendendo il berretto e dirigendosi verso una stanza vuota; - dobbiamo spiegarci. - So quello che dico e lo dimostrer� - dichiar� Rost�v. - Io... Il viso spaventato e pallido di Teljanin prese a tremare; gli occhi correvano rapidamente di qua e di l�, ma volti sempre in basso non osavano sollevarsi verso il viso di Rost�v. Poi si udirono dei singhiozzi: - Conte, non rovinate un giovane... Eccovi questo maledetto denaro, prendetelo... - E lo gett� sulla tavola. - Ho un padre vecchio... una madre... Rost�v prese il denaro, evitando lo sguardo di Teljanin e, senza dir parola, usc� dalla stanza. Ma, giunto accanto all'uscio, si ferm� e torn� indietro. - Mio Dio, - disse con le lacrime agli occhi; - come avete potuto fare una cosa simile? - Conte... - rispose Teljanin, avvicinandosi al giovane. - Non mi toccate! - esclam� Rost�v, indietreggiando. - Se proprio questo denaro vi occorre, tenetelo! - Gli gett� il borsellino e usc� di corsa dall'osteria. CAPITOLO 5. La sera di quello stesso giorno, si svolse in casa di Denissov una animatissima conversazione tra gli ufficiali dello squadrone. - E io insisto nel dirvi, Rost�v, che dovete fare le vostre scuse al comandante del reggimento - esclamava, rivolgendosi al giovane ufficiale rosso in viso e turbato, un capitano in seconda, alto, dai capelli grigi, un enorme paio di baffi e i lineamenti pronunziati sulla faccia rugosa. Il capitano in seconda Kirsten era stato per ben due volte degradato a soldato semplice per questioni di onore e per due volte aveva riconquistato il grado perduto. - Non permetter� a nessuno di affermare che mento! - grid� Rost�v. - Egli mi ha detto che mentivo, io gli ho risposto che il mentitore era lui e non ritratter� nulla. Mi metta pure di servizio tutti i giorni, mi metta agli arresti, se vuole, ma nessuno mi costringer� a scusarmi perch� se lui, comandante del reggimento, ritiene indecoroso per s� di darmi soddisfazione, allora... - Ma suvvia, mio caro, ascoltatemi - lo interruppe il capitano Kirsten con la sua voce da basso, accarezzandosi lentamente i lunghi baffi. - Voi in presenza di altri ufficiali, avete detto al colonnello che un collega ha rubato... - Non � colpa mia se la conversazione � avvenuta in presenza di altri ufficiali. Forse non dovevo parlare davanti a loro, ma io non sono un diplomatico. Sono entrato negli ussari proprio perch� pensavo che qui non ci fosse bisogno di tante sottigliezze... e lui mi dice che mento... Deve quindi darmi soddisfazione. - D'accordo, nessuno pensa che siate un vigliacco, ma non si tratta di questo. Domandate a Denissov se � mai possibile che un alfiere pretenda soddisfazione da un colonnello... Denissov ascoltava la discussione con aria cupa, mordicchiandosi un baffo, con l'evidente desiderio di non prendervi parte. Alle parole del capitano Kirsten, scosse il capo negativamente. -Voi, in presenza di altri ufficiali, - continu� il capitano - gli avete parlato di quella porcheria e Bogdanyc' - (cos� si chiamava il colonnello) - vi ha richiamato all'ordine. - Non mi ha richiamato all'ordine, ha detto che mentivo! - D'accordo, ma voi gli avete risposto delle stupidaggini e dovete scusarvi. - Per nulla al mondo! - grid� Rost�v. - Non mi aspettavo da voi una simile ostinazione - disse in tono serio e severo il capitano in seconda. - Voi non volete fare le vostre scuse mentre, mio caro, siete colpevole non solo davanti a lui, ma davanti a tutto il reggimento e a tutti noi. E vi dico perch�: se aveste prima riflettuto, se vi foste consigliato su come comportarvi in questa faccenda... ma invece no, avete tirato diritto e, in presenza degli altri ufficiali, avete spifferato ogni cosa. Che resta ora da fare al colonnello? Dovrebbe sottoporre a giudizio l'ufficiale e disonorare tutto il reggimento? E dovrebbe coprirlo di fango per colpa di una sola canaglia? Dovrebbe far questo, secondo voi? Ma secondo noi no, no davvero. E Bogdanyc' ha fatto bene a dirvi che mentivate. E' una cosa spiacevole, ma � colpa vostra. E ora che si vuole soffocare la faccenda, voi, per presuntuosit� e orgoglio, rifiutate di scusarvi e volete raccontare tutto. Vi secca essere di servizio ogni giorno, vero? Ma che vi costa chiedere scusa a un vecchio e onesto ufficiale? Bogdanyc', qualunque sia il suo carattere, � pur sempre un vecchio colonnello onesto e coraggioso e cos� vi sentite offeso; ma non vi importa di gettare fango su tutto il reggimento! - La voce del capitano in seconda incominciava a tremare. - Voi, mio caro, siete da poco qui tra noi; oggi vi trovate qui e domani potreste essere chi sa dove come aiutante di campo; perci� ve ne infischiate che si dica: �Tra gli ufficiali del reggimento di P�vlograd ci sono dei ladri!�. Ma a noialtri questo non � indifferente, no! Non � cos�, Denissov? A noi � forse indifferente? Denissov continuava a tacere e non si muoveva; di tanto in tanto i suoi neri occhi lucenti si volgevano a Rost�v. - Voi insistete nel vostro punto di vista, non volete scusarvi,- prosegu� il capitano - ma a noi vecchi, che siamo cresciuti nel reggimento e che nel reggimento se Dio vorr� moriremo, sta a cuore il suo onore, e Bogdanyc' lo sa. Oh, quanto ci sta a cuore, mio caro! E ci� che fate non � bello, non � affatto bello. Che vi offendiate o no, io dico sempre la verit�. Non � bello, no! E il capitano in seconda si alz� e volt� le spalle a Rost�v. - E' vero, per tutti i diavoli! - grid� Denissov, scattando in piedi. - Suvvia, Rost�v, per favore! Rost�v, arrossendo e impallidendo, guardava ora l'uno ora l'altro ufficiale. - No, signori, no... non dovete supporre che io... Capisco benissimo e avete torto se supponete che io... per me... Anche a me sta a cuore l'onore del reggimento... e ve lo dimostrer� con i fatti. Anche per me l'onore della bandiera... Ebbene, s�, � vero che ho torto! - aveva le lacrime agli occhi. - Ho torto, assolutamente torto... Cosa volete di pi�? - Cos� va bene, conte! - disse il capitano in seconda, volgendosi verso di lui e battendogli la grossa mano sulla spalla. - Te lo dicevo io che � un bravo ragazzo, te lo dicevo! - esclam� Denissov. - Cos� va bene, conte - ripet� il capitano, come se in premio di aver ammesso il proprio torto lo gratificasse del titolo. - E adesso andate a presentare le vostre scuse. - Signori, far� tutto, tutto... nessuno udr� pi� uscire una parola dalla mia bocca, - disse Rost�v con voce supplichevole- ma scusarmi non posso... Quanto � vero Dio, non posso; dite quello che volete! Come faccio a presentare le mie scuse, come un bambino che chieda perdono? Denissov rise. - Peggio per voi! Bogdanyc' � un uomo capace di serbar rancore: pagherete cara la vostra ostinazione! - disse il capitano in seconda Kirsten. - Ma non si tratta di ostinazione, ve lo giuro! Non so esprimere quello che sento, non posso... - Come volete! - interruppe il capitano. - Dove si � nascosto quel mascalzone? - chiese a Denissov. - Si � dato malato. Domani, per ordine superiore sar� esonerato dal servizio - rispose Denissov. - Dev'essere proprio una malattia, la sua: non si pu� spiegare in altro modo - disse il capitano in seconda. - Malattia o non malattia, si guardi bene dal farsi vedere... se no, l'ammazzo! - grid� Denissov con furore. Nella stanza entr� Zerk�v. - Tu? Come mai sei qui? - chiesero gli ufficiali, volgendosi al nuovo venuto. - Si riprende la marcia, signori. Mack si � arreso prigioniero con tutto l'esercito! - Non � vero! - L'ho veduto io stesso... - Ma come? Hai visto Mack in carne e ossa? Con le braccia e con le gambe? - In marcia! In marcia! Una bottiglia a Zerk�v per la notizia che ci ha portato. E come mai sei capitato qui? - Mi hanno mandato al reggimento per colpa di quel diavolo di Mack. Un generale austriaco ha fatto le sue lagnanze perch� mi sono congratulato con lui per l'arrivo di Mack... E tu, Rost�v, che hai? Pare che tu esca dal bagno... - Eh, mio caro, da due giorni siamo in un tale subbuglio, qui... Poco dopo entr� l'aiutante di campo e conferm� la notizia portata da Zerk�v. L'ordine di mettersi in marcia era per l'indomani. - In marcia, signori! - Siano grazie a Dio! Siamo rimasti fermi abbastanza! CAPITOLO 6. Kutuz�v aveva ripiegato su Vienna, distruggendo alle proprie spalle il ponte sull'Inn (a Braunau) e quello sul Traun (a Linz). Il 23 ottobre le truppe russe passavano l'Enns. I carriaggi, le artiglierie, le colonne dei soldati attraversarono in pieno giorno la citt� di Enns, al di qua e al di l� del ponte. Era una giornata d'autunno, tiepida e piovosa. L'ampia visuale che si apriva sotto l'altura su cui erano schierate le batterie russe che difendevano il ponte, ora scompariva dietro un velo di pioggia obliqua ora, a un tratto, si allargava e, alla luce del sole, tutte le cose apparivano chiare e splendenti come se fossero coperte di lacca. In basso si scorgeva la cittadina con le sue case bianche dai tetti rossi, la cattedrale e il ponte, ai due lati del quale si accalcavano e fluivano le truppe russe. Oltre la svolta del Danubio si vedevano alcune imbarcazioni, un'isola, un castello con il parco circondato dalle acque dell'Enns che in quel punto si buttano nel Danubio, e si distinguevano la riva sinistra del fiume tutta coperta di rocce e di foreste di abeti, le cime verdeggianti e le gole azzurrine dei monti che andavano svanendo in una misteriosa lontananza. Emergevano in mezzo a un'abetaia, fitta come una foresta vergine, le torri di un monastero e di fronte, lontano, sulla sponda opposta dell'Enns, apparivano le pattuglie nemiche. Tra i cannoni postati sull'altura, stava il comandante della retroguardia che, con il suo ufficiale d'ordinanza, esaminava con un cannocchiale il terreno; un po' indietro Nesvitzkij, mandato dal generalissimo alla retroguardia, stava seduto sull'affusto di un cannone. Il cosacco che lo accompagnava gli aveva portato una borsa e una fiaschetta, e Nesvitzkij offriva agli ufficiali pasticcini e doppio K�mmel autentico. I colleghi lo circondavano allegramente, alcuni in ginocchio, altri seduti alla turca sull'erba umida. - Non era davvero uno sciocco quel principe austriaco che si � fatto costruire qui il suo castello! Un posto incantevole... Ma perch� non mangiate, signori? - chiese Nesvitzkij. - Grazie infinite, principe - rispose uno degli ufficiali, lieto di parlare con un personaggio cos� importante dello stato maggiore. - E' davvero un posto bellissimo. Siamo passati davanti al parco e abbiamo visto due cervi. E che stupenda costruzione! - Guardate, principe - disse un altro, il quale aveva una gran voglia di prendere ancora dei pasticcini ma, poich� non osava, fingeva di osservare il paesaggio. - Vedete? I nostri fanti sono gi� arrivati laggi�... Guardate, l� in fondo, dietro al villaggio, ce ne sono tre che trascinano qualcosa... Scommetto che svaligeranno il castello! - disse con tono di evidente approvazione. - Eh gi�, certo - rispose Nesvitzkij. - Io vorrei arrampicarmi lass� - aggiunse, sgranocchiando con la bocca rossa e umida un pasticcino; - mi piacerebbe veramente! - E indicava le torri del monastero che si ergevano sul monte. Sorrise mentre gli occhi socchiusi gli si illuminarono. - Sarebbe bello davvero! Gli ufficiali scoppiarono in una risata. - Si potrebbe spaventare un po' quelle monachelle! Si dice che vi siano lass� delle giovani italiane... In verit�, darei cinque anni di vita per... - Tanto pi� che, senza dubbio, si annoieranno - disse, ridendo, il pi� ardito degli ufficiali. Nel frattempo l'ufficiale d'ordinanza, ritto pi� innanzi sull'altura, indicava qualcosa al generale, il quale volse il binoccolo da quella parte. - S�, s�, � proprio cos�, � proprio cos� - disse irritato, abbassando il binoccolo e stringendosi nelle spalle. - E' proprio cos�: i Francesi ci attaccheranno mentre attraverseremo il fiume. E che cosa stanno facendo laggi� i nostri? Sulla riva opposta si vedeva, anche a occhio nudo, il nemico con le sue batterie dalle quali si lev� una spirale di fumo bianco latte; subito dopo si ud� una detonazione lontana e si videro le nostre truppe affrettarsi per attraversare il fiume. Nesvitzkij si alz� sbuffando e si avvicin� sorridendo al generale. - Posso offrirvi qualcosa, eccellenza? - Brutta faccenda! - esclam� il generale, senza rispondergli.- I nostri hanno indugiato troppo. - Volete che faccia una corsa laggi�, eccellenza? - chiese Nesvitzkij. - S�, andate, ve ne prego - rispose il generale e ripet� l'ordine dato in precedenza, in ogni particolare. - Dite agli ussari di attraversare per ultimi il fiume e di incendiare il ponte non appena l'avranno attraversato, come ho gi� ordinato... e che controllino bene il materiale infiammabile gi� preparato sul ponte stesso. - Benissimo - disse Nesvitzkij. Fece venire il cosacco con il cavallo, gli ordin� di riporre la borsa e la fiaschetta e balz� in sella con leggerezza, nonostante il peso del suo corpo. - Vi assicuro che poi vado a trovare le monachelle - disse agli ufficiali che lo guardavano sorridendo. Indi si allontan�, discendendo lungo il sinuoso sentiero montano. - Ora a voi, capitano: vediamo un po' se li centrate! - disse il generale, rivolgendosi al capitano della batteria. - Divertitevi un po'! - I serventi ai pezzi! - comand� l'ufficiale. Un minuto dopo arrivarono di corsa gli artiglieri e caricarono allegramente i cannoni. - Prima batteria, a voi! - comand� il capitano. La prima batteria fece fuoco. Con un assordante colpo metallico, l'arma spar� e la granata, sibilando, pass� a volo sulla testa dei nostri e, senza aver raggiunto il nemico, rivel� con una fumata il punto in cui era caduta e scoppiata. I volti dei soldati e degli ufficiali assunsero una espressione di gioia a quel fragore; tutti balzarono in piedi e osservarono con attenzione i movimenti delle nostre truppe che si vedevano, gi� in basso, cos� distintamente come se fossero sul palmo della mano e, dirimpetto, quelle del nemico che si avvicinava. In quel momento il sole usc� del tutto dalle nuvole e lo splendido fragore di quell'unica cannonata si fuse con il fulgore del sole in una sola sensazione di ardimento e di allegria. CAPITOLO 7. Due granate nemiche avevano gi� oltrepassato volando il ponte, sul quale si accalcavano un'enorme quantit� di soldati. A met� ponte il principe Nesvitzkij, sceso da cavallo, stava ritto con il grosso corpo appoggiato al parapetto. Ridendo si volgeva indietro verso il suo cosacco che, ad alcuni passi di distanza, teneva per le briglie i due cavalli. Non appena il principe si accingeva a proseguire, soldati e carri lo urtavano e lo immobilizzavano contro il parapetto e a lui non restava altro da fare che sorridere. - Ehi, amico - diceva il cosacco a un soldato alla guida di un traino di salmerie che premeva contro la fanteria ammassata attorno ai veicoli e ai cavalli. - Non potresti aspettare? Lo vedi, no, che deve passare un generale? Ma il conducente, senza prestar alcuna attenzione al titolo di generale, gridava contro i soldati che gli sbarravano la strada. - Ehi, paesani, tenete la sinistra. Aspettate! Ma i paesani, stretti spalla a spalla, impigliandosi con le baionette, si movevano sul ponte senza intervallo, come una massa compatta. Il principe Nesvitzkij, chino sul parapetto, vedeva le onde rapide e fragorose dell'Enns che, confondendosi, si frangevano contro il pilone del ponte e si inseguivano tumultuose. Guardando il ponte, vedeva onde simili, ma viventi: onde di soldati, di berretti, di chep� con le fodere, di zaini, di baionette, di lunghi fucili e, sotto i chep�, le facce dagli zigomi larghi, dalle guance incavate e dall'espressione stanca e inebetita; vedeva onde di piedi che si trascinavano nel fango viscido e appiccicoso di cui il ponte era coperto. Di tanto in tanto, tra le ondate regolari dei soldati, simile a uno spruzzo di schiuma bianca tra le acque dell'Enns, emergeva la figura di un ufficiale dal mantello chiaro e dalla fisionomia che si distingueva da quelle dei soldati; a tratti, come una scheggia di legno galleggiante sul fiume, appariva sul ponte, trascinato dalle ondate della fanteria, un ussaro appiedato, un attendente o un abitante della citt�; a momenti, ancora, come una trave navigante sulla superficie del fiume, passava sul ponte, premuto da ogni parte, il carro di una compagnia o di qualche ufficiale, carico sino alla cima e coperto di cuoio. - Ma guarda che roba! E' come se si fosse rotta una diga... - esclam� il cosacco, fermandosi disperato. - C'� ancora molta gente che deve passare? - Un milione di uomini meno uno! - rispose scherzosamente un soldato che indossava un cappotto lacero, e poi scomparve. Lo seguiva un altro, un veterano. - Se "quello" - ("quello" era il nemico) - adesso si mette a sparare sul ponte - diceva con aria cupa il vecchio soldato al compagno - ti assicuro che dimenticherai persino di grattarti. E pass� oltre. Dietro a lui ne veniva un altro, sopra un carro. - Dove diavolo hai cacciato le fasce da piedi? - chiedeva un attendente che seguiva di corsa il veicolo e vi frugava dentro. E pass� anche quello, insieme con il carro. Dietro a questi camminava un gruppo di soldati molto allegri, che, senza dubbio, avevano bevuto. - Con che soddisfazione, caro il mio uomo, gli ha dato sui denti con il calcio del fucile! - diceva allegramente uno di essi, dal cappotto molto rialzato, facendo un ampio gesto con le braccia. - Guarda, guarda... del prosciutto dolce! - gli rispondeva un altro, ridendo. E anch'essi passarono, cosicch� Nesvitzkij non pot� mai sapere chi fosse stato colpito sui denti e che cosa c'entrasse il prosciutto... - Eh, che fretta! Perch� "quello" ha sparato un colpo, pensano gi� che ci ammazzeranno tutti! - disse un sottufficiale in tono sprezzante e beffardo. - Quando la granata mi � passata davanti agli occhi, zietto mio, poco � mancato che morissi! - disse un giovane soldato dalla bocca enorme, trattenendosi a stento dal ridere. - Ti giuro che ho avuto una paura con i fiocchi! - aggiunse, quasi vantandosi della sua pusillanimit�. E anch'egli pass� oltre. Dietro a lui veniva un veicolo assolutamente diverso dagli altri che erano transitati sino allora. Era un carro tedesco, trainato da due cavalli, che pareva carico di un'intera casa, lo guidava un tedesco e, dietro, vi era legata una bella mucca pezzata dalle mammelle enormi. Sulle sponde del carro stavano sedute una donna con un lattante, una vecchia e una robusta giovinetta tedesca dalle guance rubiconde. Erano evidentemente abitanti del luogo, fatti sgombrare, e ai quali avevano concesso il permesso di passare. Gli occhi di tutti i soldati si volsero alle donne e, mentre il carro procedeva avanzando a passo rapido, tutte le osservazioni dei soldati riguardavano soltanto le due giovani donne. Un sorriso quasi identico, che rivelava pensieri sconvenienti, errava sulla bocca di tutti... - Vedi un po', anche la salsiccia se ne va! - Vendimi la mamma! - disse un altro, calcando sull'ultima sillaba, rivolgendosi al tedesco che, con gli occhi bassi, adirato e impaurito, camminava a grandi passi. - Com'� tutta in ghingheri, accidenti! - Che ne diresti, F�dotov, di stare con loro? - Ne ho gi� viste tante, fratello! - Dove andate? - chiese un ufficiale di fanteria che stava mangiando una mela e guardava anch'egli con un mezzo sorriso la bella ragazza. Il tedesco, chiudendo gli occhi, significava di non capire. - Vuoi? Prendi! - disse l'ufficiale, porgendo la mela alla giovinetta. Ella sorrise e accett�. Nesvitzkij, come tutti coloro che erano sul ponte, non distolse lo sguardo dalle donne sino a che non furono passate. E, quando furono passate, vennero ancora e ancora soldati simili agli altri, che facevano gli stessi discorsi, e alla fine, a un tratto, tutti si fermarono. Come spesso accade, all'uscita del ponte i cavalli di un carro di compagnia si impuntarono e tutta la folla fu costretta ad aspettare. - Ma perch� si fermano laggi�? Che confusione! - esclamavano i soldati. - Non spingere, diamine! Non puoi aspettare? Sar� molto peggio quando "quello" incendier� il ponte. Guardate... anche quell'ufficiale non riesce a passare... - si udiva dire da ogni parte da quella massa di uomini fermi, che si guardavano l'un l'altro e premevano avanti verso l'uscita del ponte. Mentre stava chino sulla spalletta a guardare le acque dell'Enns, Nesvitzkij ud� a un tratto un rumore, nuovo per lui, che si stava avvicinando rapidamente... il rumore di qualcosa di grosso che, con un tonfo fragoroso, cadesse nell'acqua. - Ma guarda dove mira! - disse severamente un soldato che gli stava vicino, volgendosi a quel rumore. La folla si mosse di nuovo. Nesvitzkij cap� che si era trattato di un proiettile. - Ehi, cosacco, dammi il cavallo! - disse. - E voi, fatevi da parte. Largo! Largo! Con grande fatica raggiunse il cavallo. Senza smettere di gridare, si spinse avanti. I soldati si serravano l'un contro l'altro per fargli strada, ma poi di nuovo gli si strinsero addosso, tanto da schiacciargli una gamba. I pi� vicini non ne avevano colpa, giacch� essi stessi venivano spinti dagli altri. - Nesvitzkij! Nesvitzkij! Tu qui, brutto muso! - grid� alle sue spalle una voce rauca. Nesvitzkij si volt� e vide, a quindici passi di distanza, separato da lui dalla massa viva della fanteria che avanzava, Vaska Denissov, rosso, nero, arruffato, con il berretto sulla nuca e il "dolman" (18) spavaldamente gettato su una spalla. - Ordina tu a questi demoni di lasciarmi passare! - gridava Denissov, che si trovava evidentemente in preda a un accesso di furore, sprizzando scintille dalle pupille nere come il carbone nel bianco infiammato degli occhi, e agitando la sciabola ancora nel fodero, che egli teneva con la piccola mano nuda, rossa come il viso. - Ehi, Vaska! - rispose gioiosamente Nesvitzkij. - Che fai? - Non si pu� far passare lo squadrone - grid� Vaska Denissov, mostrando rabbiosamente i denti bianchi e spronando Beduino, il suo bel purosangue morello che, sbattendo le orecchie sotto le punture delle baionette contro le quali urtava, sbuffava e gettava attorno a s� spruzzi di schiuma che gli usciva dal morso, scalpitando sulle assi del ponte, e sembrava pronto a saltare il parapetto, se appena il suo cavaliere glielo avesse permesso. - Ma che fanno? Montoni sembrano, niente altro che montoni! Indietro! Fate largo! Fermi l�, con quel carro, diavolo... Vi prendo a sciabolate, sapete... - sbraitava e, snudata la sciabola, cominciava a rotearla. I soldati, con le facce spaventate, si strinsero l'uno all'altro, e Denissov riusc� ad avvicinarsi a Nesvitzkij. - Come mai oggi non sei brillo? - chiese Nesvitzkij a Denissov, allorch� questi gli fu accanto. - Non ti danno nemmeno il tempo di bere! - rispose Vaska Denissov. - Non fanno altro che trascinare il reggimento di qua e di l�. Se si deve combattere, ebbene, si combatta! Ma lo sa il diavolo che cosa sta succedendo adesso! - Come sei elegante, oggi! - osserv� Nesvitzkij, guardando il "dolman" nuovo e la gualdrappa del collega. Denissov sorrise, cav� dalla tasca della sella un fazzoletto che sparse un'ondata di essenze profumate e lo cacci� sotto il naso di Nesvitzkij. - Non si pu� fare diversamente: vado a battermi! Mi sono sbarbato, mi sono lavato i denti e mi sono profumato! La figura imponente di Nesvitzkij, accompagnato dal suo cosacco, e la decisione con cui Denissov roteava la sciabola e gridava come un dannato, fecero s� che i due ufficiali riuscissero ad attraversare il ponte e a fermare la fanteria. Nesvitzkij trov� allo sbocco il colonnello al quale doveva trasmettere l'ordine e, compiuta la sua missione, torn� indietro. Dopo essersi aperta la via, Denissov si ferm� in capo al ponte. Trattenendo il suo stallone che si slanciava scalpitando verso i suoi, fissava lo squadrone che gli veniva incontro. Le assi del ponte risonarono del limpido suono degli zoccoli come se fossero pochi cavalli al galoppo, e lo squadrone, in fila per quattro, con gli ufficiali in testa, si allung� sul ponte e cominci� a uscire dall'altra parte. I fantaccini fermi, ammassati presso il ponte con i piedi nel fango, osservavano gli ussari puliti ed eleganti che passavano davanti a loro, con quel particolare senso di ostilit� che sempre si manifesta quando si incontrano truppe appartenenti a corpi diversi. - Che giovanotti eleganti! Ma quelli vanno al Podn�vinskoe (19)! - A che servono costoro? Soltanto per far bella figura! - Fanteria, non sollevar polvere! - disse, scherzando, un ussaro il cui cavallo, scalpitando, aveva fatto schizzare spruzzi di fango su un fantaccino. - Se tu avessi fatto due marce con lo zaino in spalla, i tuoi alamari non sarebbero cos� lustri! - ribatt� il fante, togliendosi con la manica il fango dalla faccia... - Non sei un uomo tu, ma un uccello a cavallo... - Eh, Zikin, se mettessero te su un cavallo, saresti elegante anche tu! - esclam� un caporale, rivolgendosi a uno sparuto soldatino curvo sotto il peso dello zaino. - Mettiti un bastone tra le gambe ed eccoti a cavallo! - scherz� l'ussaro, e si allontan�. CAPITOLO 8. Anche il resto della fanteria, stringendosi a imbuto in capo al ponte, lo percorreva a passo rapido. Finalmente passarono tutti i carri, la calca diminu� e l'ultimo battaglione si accinse all'attraversamento. Soltanto gli ussari dello squadrone di Denissov restavano all'altra estremit�, di fronte al nemico che, gi� visibile in lontananza dalle alture, non si vedeva ancora dal ponte perch� l'orizzonte dell'avvallamento, in cui scorreva il fiume, era limitato da un colle che si ergeva a non pi� di mezzo miglio di distanza. Davanti si stendeva uno spazio libero, nel quale si movevano pattuglie di nostri cosacchi in ricognizione. A un tratto, in cima all'altura opposta alla strada, comparvero truppe in cappotto turchino e pezzi di artiglieria. Erano i Francesi. Un drappello di cosacchi raggiunse al trotto i piedi del monte. Tutti gli ufficiali e i soldati dello squadrone di Denissov, sebbene cercassero di parlare di cose indifferenti e di guardare da una parte e dall'altra, non cessavano di pensare a quanto stava accadendo l� sulla montagna e continuamente volgevano lo sguardo alle macchie azzurre che apparivano all'orizzonte e nelle quali riconoscevano truppe nemiche. Il tempo, dopo mezzogiorno, si era rimesso al bello, e il sole declinante dardeggiava i suoi ultimi raggi sul Danubio e sulle cupe montagne circostanti. Tutto era silenzio; solo a tratti giungevano, da quell'altura, i suoni delle trombe e le grida del nemico. Tranne qualche pattuglia non c'era pi� nessuno tra lo squadrone e il nemico; li separava uno spazio vuoto di circa trecento "sagen" (20). I Francesi avevano cessato di sparare e perci� si avvertiva pi� chiaramente la vaga esistenza di quella linea invisibile e minacciosa che separa due eserciti nemici. �A un passo al di l� di quella linea, che ricorda quella che divide i vivi dai morti, vi � l'ignoto, la sofferenza, la morte. E che c'� laggi�, al di l� di quel campo, di quell'albero e di quel tetto illuminato dal sole? Nessuno lo sa, eppure ognuno lo vorrebbe sapere: � terribile il pensiero di oltrepassare quella linea ma nello stesso tempo si desidera oltrepassarla e non si ignora che, presto o tardi, bisogner� farlo e rendersi conto di che cosa c'� di l�, dall'altra parte, come si dovr� inevitabilmente conoscere che cosa si nasconde oltre la morte... Eppure si � forti, sereni, sani, allegri ed eccitati e attorno a noi vi � gente sana, forte e ugualmente eccitata...�. Cos� sente, se pur proprio non lo pensa, ogni uomo di fronte al nemico, e una simile sensazione conferisce a tutto ci� che accade in quei momenti una forza particolare e una gioiosa intensit� di impressioni. Sulla collina dov'era il nemico, apparve il fumo leggero di uno sparo, e un proiettile pass� sibilando sopra le teste degli ussari dello squadrone. Gli ufficiali, che erano riuniti in un gruppo, si dispersero per tornare ai loro posti. Gli ussari presero ad allineare con cura i cavalli. Nello squadrone tutto taceva. Gli uomini guardavano dalla parte del nemico e verso il comandante, in attesa di ordini. Passarono sibilando un secondo e un terzo proiettile. Era evidente che il nemico mirava agli ussari; ma la granata, sibilando con rapidit� uniforme, volava sopra le teste dei soldati e andava a cadere, chiss� dove, alle loro spalle. Gli ussari non si voltavano ma, a ogni sibilo di proiettile che passava a volo, tutti insieme, come obbedendo a un comando, con le facce diverse eppure uniformi, trattenevano il respiro sino a che il proiettile era in volo, si rizzavano sulle staffe e poi ricadevano sulla sella. I soldati, senza voltar la testa, si sbirciavano a vicenda, osservando curiosi l'espressione dei compagni. Su ogni faccia, da quella di Denissov a quella del trombettiere, affiorava attorno alle labbra e al mento un tratto comune, un'espressione di desiderio di lotta, di eccitamento, di impazienza. Il maresciallo d'alloggio, con le sopracciglia aggrottate, guardava i soldati, come se minacciasse un castigo. L'alfiere Mironov si curvava sul cavallo al passaggio di ogni granata. Rost�v, che stava sul fianco sinistro in groppa al suo Gracik, azzoppato ma sempre imponente, aveva l'espressione felice di uno scolaro chiamato a sostenere un esame alla presenza di un gran pubblico, esame in cui � sicuro di far bella figura. Con occhi limpidi e tranquilli, guardava tutti come se chiedesse attenzione alla perfetta calma con cui si comportava sotto i proiettili. Ma anche sul suo viso appariva, suo malgrado, attorno alla bocca, quel medesimo segno di un certo non so che di nuovo e di severo. - Chi � che s'inchina laggi�? Alfiere Mironov, non sta bene fare cos�! Guardate verso di me! - grid� Denissov, che non poteva star fermo e si agitava sul suo cavallo davanti allo squadrone. Il volto camuso e scuro di Vaska Denissov, tutta la sua piccola persona arruffata, le mani dalle vene sporgenti e dalle dita corte e coperte di peli con cui stringeva l'elsa della sciabola sguainata, erano quasi quelli di sempre, specialmente verso sera, dopo che aveva bevuto un paio di bottiglie. Era soltanto pi� rosso del solito e, traendo indietro la testa come fanno gli uccelli quando bevono e cacciando senza piet� con i piccoli piedi gli speroni nei fianchi del suo docile Beduino, galopp�, con il busto piegato all'indietro, verso l'altro fianco dello squadrone e ordin� con voce rauca che si esaminassero accuratamente le pistole. Si avvicin� a Kirsten. Il capitano in seconda gli venne incontro, al passo, sulla sua giumenta dall'ampia groppa. Il capitano dai lunghi baffi era serio come di consueto; soltanto gli occhi gli brillavano pi� del solito. - Non credo - disse a Denissov - che arriveremo a batterci. Vedrai che torneremo indietro. - Lo sa il diavolo che cosa fanno! - brontol� Denissov. - Ah, Rost�v - grid� rivolto al giovane alfiere, notando l'allegra espressione del suo viso. - Ci sei arrivato, eh? E gli rivolse un sorriso di approvazione, compiacendosi evidentemente del contegno del giovane. Rost�v si sent� completamente felice. In quel momento comparve sul ponte il colonnello comandante. Denissov gli galopp� incontro. - Eccellenza, date ordine di attaccare! Li metteremo in fuga. - Ma che attaccare! - rispose il comandante con voce annoiata, facendo una smorfia come per scacciare una mosca importuna. - Perch� siete qui, voi? Non vedete che gli esploratori si ritirano? Fate ripiegare lo squadrone! Lo squadrone riattravers� il ponte e si allontan� dalla zona battuta dal nemico, senza aver perduto un solo uomo. Lo segu� il secondo squadrone che era agli avamposti, e infine le ultime pattuglie di cosacchi abbandonarono quella riva del fiume. I due squadroni di P�vlograd, dopo avere attraversato il ponte, risalirono, uno dopo l'altro, sulla montagna. Il colonnello comandante Karl Bogdanyc' Schubert si avvicin� allo squadrone di Denissov e prosegu� al passo, a breve distanza da Rost�v, senza fare la minima attenzione a lui sebbene, dopo il loro scontro a proposito di Teljanin, fosse quella la prima volta che si vedevano. E ora Rost�v, che l� al fronte si sentiva in potere di quell'uomo verso il quale sapeva di essere colpevole, non distoglieva gli occhi dalla schiena atletica, dalla nuca bionda e dal collo rosso del comandante. Ora pareva a Rost�v che Bogdanyc' fingesse soltanto indifferenza e che avesse come unico scopo di mettere alla prova il suo coraggio e allora si raddrizzava in sella e si guardava allegramente attorno; ora si immaginava che Bogdanyc' gli cavalcasse a bella posta accanto soltanto per mostrargli il proprio ardimento, ora pensava che il suo nemico avrebbe lanciato lo squadrone in attacco disperato, proprio con l'intenzione di punire lui, Rost�v; e ora, infine, si figurava che dopo l'attacco il colonnello gli si sarebbe avvicinato per stendere generosamente la mano a lui, ferito, in segno di riconciliazione. Zerk�v, la cui aitante figura era ben conosciuta nel reggimento di P�vlograd, che da poco aveva lasciato, si avvicin� al colonnello. Dopo il suo allontanamento dallo stato maggiore, Zerk�v non era pi� ritornato al reggimento, dicendo di non essere tanto sciocco da voler tirare la carretta al fronte quando, stando allo stato maggiore, avrebbe potuto senza far nulla ricevere un maggior compenso, ed era riuscito a farsi nominare ufficiale di ordinanza del principe Bagrati�n (21). Veniva ora dal suo ex-superiore con un ordine del comandante della retroguardia. - Colonnello, - disse con cupa seriet�, rivolto al nemico di Rost�v e guardando i colleghi - l'ordine � di fermarsi e di incendiare il ponte. - Chi ha dato quest'ordine? - chiese il colonnello con fare burbero. - Io non so "chi abbia dato l'ordine" - rispose l'ufficiale; ma a me il principe ha ordinato: �Va' a dire al colonnello di far retrocedere immediatamente gli ussari e di incendiare il ponte� Dopo Zerk�v, si present� al colonnello degli ussari un altro ufficiale del s�guito con lo stesso ordine. E, subito dopo, su un cavallo cosacco che a stento lo portava al galoppo, arriv� il grosso Nesvitzkij. - Ma come, colonnello? - grid� mentre ancora galoppava. - Vi avevo detto di incendiare il ponte... e adesso qualcuno ha travisato l'ordine. Laggi� tutti sembrano impazziti e non si capisce pi� nulla. Il colonnello, senza affrettarsi, ferm� il reggimento e disse a Nesvitzkij: - Mi avete parlato di materie infiammabili, ma non mi avete affatto detto di incendiare il ponte. - Ma come, mio caro - esclam� Nesvitzkij, dopo essersi fermato, levandosi il berretto e lisciandosi con la mano grassoccia i capelli umidi di sudore; - come posso non avervi detto di incendiare il ponte, dato che vi � stato messo il materiale infiammabile? - Io, per voi, non sono affatto �mio caro�, signor ufficiale di stato maggiore, e voi non mi avete detto di incendiare il ponte! Conosco il servizio e l'abitudine di eseguire rigorosamente gli ordini. Voi avete detto che il ponte sarebbe stato incendiato, ma chi dovesse incendiarlo non lo potevo sapere dallo Spirito Santo... - Gi�, sempre cos� - disse Nesvitzkij, facendo un gesto con la mano. - E tu, come mai sei qui? - prosegu�, rivolto a Zerk�v. - Per lo stesso motivo. Ma tu sei tutto bagnato, addirittura da torcere... - Voi avete detto, signor ufficiale di stato maggiore... - continuava il colonnello in tono offeso. - Colonnello, - lo interruppe l'ufficiale del s�guito - bisogna far presto, se no il nemico spinger� avanti i cannoni per sparare a mitraglia! Il colonnello, senza aprire bocca, guard� l'ufficiale del s�guito, il grosso ufficiale di stato maggiore e Zerk�v, e aggrott� le sopracciglia. - Dar� fuoco al ponte! - esclam� con voce solenne, come se con ci� volesse significare che, nonostante le noie che gli procuravano, avrebbe ugualmente compiuto il proprio dovere. Battendo con le lunghe gambe muscolose il cavallo, come se l'animale fosse colpevole di tutto, il colonnello si spinse davanti al secondo squadrone, quello stesso in cui prestava servizio Rost�v agli ordini di Denissov e comand� di tornare indietro verso il ponte. �S�, � cos�� pens� Rost�v. �Vuol mettermi alla prova!�. Il cuore gli si strinse e il sangue gli sal� al viso. �Sia pure; vedr� che non sono un vigliacco!�. E di nuovo sulle facce allegre degli uomini dello squadrone riapparve quell'espressione seria di quando si erano trovati a portata del tiro francese. Rost�v, senza distogliere gli occhi, guardava il proprio nemico, il colonnello comandante, con il desiderio di vedere sul volto di lui la conferma delle proprie supposizioni; ma il colonnello non si volt� neppure un attimo verso Rost�v e come sempre, quando era alla testa dei suoi uomini, aveva uno sguardo severo e solenne. Rison� un ordine. - Presto! Presto! - esclamarono alcune voci accanto a lui. Impigliandosi con le sciabole nelle briglie e affrettandosi tra un tintinnar di speroni, gli ussari smontavano da cavallo senza sapere quali ordini dovessero eseguire e si facevano il segno della croce. Rost�v ormai non guardava pi� il colonnello: non aveva tempo. Temeva, con uno stringimento di cuore, di restare indietro dai suoi uomini. La mano gli tremava mentre dava le briglie all'attendente e sentiva che il sangue gli affluiva al cuore a ondate. Denissov, piegandosi all'indietro e gridando qualcosa, gli pass� accanto. Rost�v non vedeva nulla oltre agli ussari che si agitavano attorno a lui, inceppandosi negli speroni e facendo tintinnare le sciabole. - Una barella! - grid� una voce alle sue spalle. Rost�v non pens�, l� per l�, che cosa significasse la richiesta di una barella; correva e cercava soltanto di essere avanti a tutti, ma proprio all'imbocco del ponte, non avendo guardato dove metteva i piedi, fin� nel fango viscido e pestacchiato, inciamp� e cadde con le mani avanti. Gli altri lo sorpassarono. - Da tutt'e due le parti, capitano! - sent� risonare la voce del colonnello comandante che, cavalcando avanti, si era fermato a breve distanza dal ponte, con un'espressione di gaiezza e di trionfo. Rost�v, pulendosi sui calzoni le mani imbrattate di fango, si volt� a guardare il suo nemico e volle correre avanti, supponendo che quanto pi� riusciva ad avanzare, tanto meglio sarebbe stato. Ma Bogdanyc', pur senza averlo n� guardato n� riconosciuto, grid�: - Chi � che corre in mezzo al ponte? A destra, alfiere! Indietro! - url� furioso, e si volse a Denissov il quale, per far mostra del proprio coraggio, si era spinto a cavallo sin sulle assi del ponte. - Perch� arrischiare cos�, capitano? Sarebbe meglio che smontaste! - disse il colonnello. - Eh, quello trova sempre un capro espiatorio - borbott� Vaska Denissov, e rimase in sella. Frattanto Nesvitzkij, Zerk�v e l'ufficiale del s�guito stavano in gruppo fuori dal tiro nemico e guardavano ora quel piccolo gruppo di uomini dal chep� giallo, tunica verde scuro, alamari ricamati e calzoni azzurri che s'agitavano presso il ponte, ora, dall'altra parte, i cappotti turchini che avanzavano, in lontananza, e i gruppi di uomini e cavalli ch'era facile riconoscere come artiglieri. �Daranno o non daranno fuoco al ponte? Chi arriver� prima? Arriveranno in tempo i nostri incendiari o i Francesi avanzeranno e li annienteranno a colpi di mitraglia?�. Erano queste le domande che, loro malgrado, si ponevano con il cuore stretto tutti quei soldati, raccolti in massa e che nella chiara luce della sera osservavano il ponte e gli ussari e, sull'opposta riva, i cappotti turchini avanzanti con le baionette e i cannoni. - Ahi! Gli ussari passeranno un brutto momento! - disse Nesvitzkij. - Ormai stanno per essere a un tiro di mitraglia! - E' stato male mandarci tanta gente! - osserv� l'ufficiale del s�guito. - Infatti bastavano due uomini in gamba: sarebbe stato lo stesso- riprese Nesvitzkij. - Ah, eccellenza, - intervenne Zerk�v, senza distogliere gli occhi dagli ussari, ma sempre con quel suo tono ingenuo dal quale era difficile capire se parlasse seriamente o no. - Ah, eccellenza, che dite? Mandare due uomini? Ma chi allora ci darebbe la croce di Vladimiro? Cos�, anche se le prenderanno, si potr� sempre proporre tutto lo squadrone per una decorazione e ottenere per s� un nastrino. Il nostro Bogdanyc' sa quello che fa. - Ehi - disse l'ufficiale del s�guito - questa � mitraglia!- E indic� i cannoni francesi che venivano staccati dagli avantreni e portati rapidamente innanzi. Dalla parte dei Francesi, nei gruppi dove stavano i pezzi di artiglieria, apparve un fiocco di fumo e quasi contemporaneamente un secondo e un terzo e, nel momento in cui si udiva il rombo del primo colpo ne apparve un quarto. Poi si udirono due scoppi, uno dopo l'altro; infine, un terzo. - Oh! - grid� Nesvitzkij come se avesse provato un acuto dolore, afferrando per un braccio l'ufficiale del s�guito. - Guardate, uno � caduto... � caduto... - Due, mi pare... - Se fossi io lo zar, non farei mai la guerra - dichiar� Nesvitzkij, volgendosi dall'altra parte. Intanto i cannoni francesi venivano ricaricati in fretta. La fanteria, in cappotto turchino, avanzava di nuovo correndo verso il ponte. E, di nuovo, a intervalli diversi, riapparvero le nuvolette di fumo, e colpi di mitraglia investirono crepitando il ponte dal quale si lev� un fumo densissimo. Ora Nesvitzkij non poteva pi� vedere ci� che accadeva sul ponte. Gli ussari erano riusciti a incendiarlo, e le batterie francesi sparavano su di loro, non gi� per impedire che compissero la loro opera, ma perch� i pezzi erano stati caricati e dovevano pur sparare su un obiettivo. I Francesi riuscirono a sparare altri tre colpi prima che gli ussari tornassero ai loro cavalli. Due di questi colpi andarono a vuoto e la mitraglia pass� oltre, ma l'ultima scarica cadde in mezzo al gruppo degli ussari e ne atterr� tre. Rost�v, preoccupato dei suoi rapporti con Bogdanyc', si ferm� sul ponte, non sapendo che cosa fare. Non c'era nessuno da sciabolare (come egli si era sempre immaginato di dover fare in combattimento) e non poteva neppure aiutare a incendiare il ponte poich� non aveva preso con s�, come gli altri soldati, la paglia attorcigliata. Ritto e immobile, si guardava attorno allorch� sul ponte si ud� come un crepitio di nocciuole e uno degli ussari, quello che gli stava pi� vicino, cadde con un gemito sul parapetto. Rost�v accorse, insieme con altri, verso di lui. Di nuovo qualcuno grid�: �Una barella!�. Quattro uomini afferrarono l'ussaro e lo sollevarono. - Oooh!... Lasciatemi stare, in nome di Cristo! - grid� il ferito; ma lo tirarono su ugualmente e lo stesero sulla barella. Nikol�j Rost�v si volt� dall'altra parte e, come se cercasse qualcosa, prese a guardare lontano, l'acqua del Danubio, il cielo, il sole! Come gli parve bello, azzurro, calmo e profondo il cielo! Come splendente e fulgido il sole che tramontava! Come lucenti le acque azzurre del Danubio lontano! E ancora pi� belli i monti azzurrognoli laggi�, dietro il fiume, e il monastero, e le gole misteriose, e le foreste di abeti velate di nebbia sino alle cime. L� tutto era silenzioso e felice... �Nulla, null'altro io desidererei, se io fossi laggi�...� pensava Rost�v. �In me e in questo sole c'� tanta felicit�, e qui... gemiti, sofferenze, paure e questa incertezza angosciosa e questa fretta... Ecco, gridano di nuovo qualcosa e di nuovo tutti corrono e io correr� con gli altri ed ecco... ecco, la morte � su di me, attorno a me... Un attimo, e io non vedr� mai pi� questo sole, quest'acqua, queste gole...�. In quel momento il sole cominci� a nascondersi dietro le nuvole; davanti a Rost�v comparvero altre barelle. E le barelle, il terrore della morte, l'amore per il sole e per la vita, tutto si confuse in un'unica sensazione di angosciosa inquietudine. �Signore Iddio, Tu che sei nel cielo, salvami, perdonami, proteggimi!� mormor� il giovane. Gli ussari raggiunsero i cavalli, le voci si fecero pi� sonore e pi� calme, le barelle scomparvero alla vista. - Ebbene, amico, hai sentito l'odore della polvere? - gli grid� all'orecchio la voce di Vaska Denissov. �Tutto � finito, ma io sono un vile, s� sono un vile!� pens� Rost�v e, sospirando profondamente, prese dalle mani dell'attendente le briglie di Gracik e rimont� in sella. - Era mitraglia? - chiese a Denissov. - E che razza di mitraglia! - rispose gridando Denissov. - Abbiamo lavorato con coraggio... ma che po' po' di lavoro! La carica � ben altra cosa: tiri sciabolate a quei cani ma qui, lo sa il diavolo che roba �... pare di essere al bersaglio. E Denissov si allontan� dirigendosi verso il gruppo formato dal colonnello comandante, da Nesvitzkij, da Zerk�v e dall'ufficiale del s�guito. �Eppure credo che nessuno se ne sia accorto...� pens� Rost�v. E infatti nessuno si era accorto di nulla, perch� a tutti era nota la sensazione provata dal giovane alfiere che non era mai stato al fuoco. - Ci sar� un bel rapporto e io, sta' a vedere, sar� promosso sottotenente! - disse Zerk�v. - Riferite al principe Bagrati�n che ho incendiato il ponte! - dichiar� il colonnello con aria solenne e soddisfatta. - E se sar� interrogato sulle perdite subite? - Inezie! - rispose sottovoce il colonnello. - Due ussari feriti e uno ucciso sul colpo... - aggiunse con evidente gioia, incapace di trattenere un sorriso felice, pronunziando con voce chiara le parole: "ucciso sul colpo". CAPITOLO 9. Inseguito da un esercito francese di centomila uomini comandato da Bonaparte, accolto ostilmente dalla popolazione dei paesi che attraversava, senza pi� fiducia nei propri alleati, provato dalla mancanza di viveri, e costretto ad agire fuori di ogni prevedibile condizione di guerra, l'esercito russo di trentacinquemila uomini, al comando di Kutuz�v, indietreggiava rapidamente a valle del Danubio, fermandosi soltanto l� dov'era raggiunto dal nemico e difendendosi con azioni di retroguardia quanto era indispensabile per ritirarsi senza perdere i carriaggi. Erano avvenuti scontri a Lambach, ad Amstetten e a Melk; ma, nonostante il coraggio e la saldezza di cui i Russi davano prova, riconosciuti dallo stesso nemico contro il quale i Russi si battevano, i risultati di quei fatti d'arme si riassumevano in una ritirata sempre pi� rapida. Le truppe austriache, che avevano evitato la capitolazione sotto Ulma e che presso Braunau si erano unite a Kutuz�v, si erano poi separate dall'esercito russo, e Kutuz�v si vedeva ridotto a disporre soltanto delle sue deboli e gi� esauste forze. Non si poteva nemmeno pi� pensare a difendere Vienna. Invece di una guerra offensiva, profondamente meditata secondo le leggi della nuova scienza strategica e il cui piano era stato consegnato a Kutuz�v dal Consiglio superiore della guerra durante il suo soggiorno a Vienna, l'unico obiettivo quasi irraggiungibile che si presentasse ora al generalissimo russo consisteva nel congiungersi alle truppe che affluivano dalla Russia, senza permettere lo sfacelo del suo esercito, come era accaduto a Mack sotto Ulma. Il 28 ottobre, Kutuz�v pass� con il suo esercito sulla riva sinistra del Danubio e per la prima volta si ferm�, lasciando il fiume tra le sue truppe e il grosso dell'esercito francese. Il 30 attacc� e sconfisse la divisione Mortier (22) che si trovava sulla riva sinistra del fiume. In quel combattimento, per la prima volta furono conquistati trofei: una bandiera, alcuni cannoni e due generali nemici. Per la prima volta, dopo due settimane di ritirata l'esercito russo si ferm� e dopo il combattimento non solo rimase padrone del campo, ma ricacci� indietro i Francesi. Quantunque le truppe fossero mal equipaggiate, lacere, ridotte di un terzo a causa dei soldati rimasti indietro, dei caduti, dei feriti e dei malati lasciati sull'altra sponda del Danubio con una lettera di Kutuz�v che li raccomandava all'umanit� del nemico, quantunque i grandi ospedali e le case di Krems trasformate in altrettanti ospedali non fossero sufficienti ad accogliere tutti i malati e i feriti, nonostante tutto questo, dico, la sosta a Krems e la vittoria riportata su Mortier avevano notevolmente rianimato le truppe. In tutto l'esercito e nel quartiere generale circolavano le voci pi� liete, per quanto assolutamente false, circa il supposto avvicinarsi di colonne russe, circa chi sa quale vittoria riportata dagli austriaci e circa la ritirata di Bonaparte terrorizzato. Il principe Andr�j si era trovato durante il combattimento accanto al generale austriaco Schmidt (23), caduto in quello scontro. Il suo cavallo era stato ferito e una pallottola aveva scalfito leggermente il braccio al cavaliere. Per particolare favore del comandante in capo, egli era stato incaricato di portare la notizia di quella vittoria alla corte austriaca che non si trovava gi� pi� a Vienna, minacciata dall'esercito francese, ma a Brunn. La stessa notte del combattimento, agitato, ma non stanco (malgrado l'apparenza delicata, il principe Andr�j poteva sopportare la stanchezza fisica molto meglio delle persone pi� robuste), giunto a cavallo a Krems con il rapporto di Dochturov (24) a Kutuz�v, il principe Andr�j fu spedito come corriere quella notte stessa a Brunn. L'essere inviato come corriere significava allora, per un ufficiale russo, un gran passo nella carriera, oltre alla sicura prospettiva di una ricompensa. La notte era scura, stellata; la strada si stagliava nera tra la neve caduta il giorno avanti, quello della battaglia. Ora rievocando le impressioni del combattimento trascorso, ora immaginando lietamente l'impressione che avrebbe prodotto con l'annunzio della vittoria, ora ricordando gli addii del comandante in capo e dei colleghi, il principe Andr�j viaggiava in carrozza da posta, in preda ai sentimenti di un uomo che, dopo avere aspettato a lungo, abbia finalmente raggiunto l'inizio della felicit� desiderata. Non appena chiudeva gli occhi, gli pareva di riudire le scariche dei fucili, il rombo delle cannonate, che si fondevano con il fragore delle ruote e la sensazione della vittoria. A tratti si figurava i Russi in fuga e se stesso ucciso; ma subito ritornava alla realt�, felice come se per la prima volta venisse a sapere che tutto ci� non era mai accaduto e che, al contrario, erano i Francesi che si erano dati alla fuga. Riandava da capo con il ricordo a tutti i particolari della vittoria, al proprio sereno coraggio durante il combattimento e poi, calmatosi, riprendeva a sonnecchiare.... Alla cupa notte stellata segu� un limpido e gaio mattino. La neve si scioglieva al sole, i cavalli galoppavano rapidi, e a destra e a sinistra balenavano campi, foreste e villaggi, nuovi e di aspetto diverso. A una delle stazioni di posta egli raggiunse un convoglio di feriti russi. L'ufficiale che lo guidava, sdraiato sul primo carro, urlava, lanciando volgari ingiurie a un soldato. In ognuno dei carri tedeschi traballanti sulla strada sassosa, stavano sei e anche sette od otto feriti fasciati, pallidi e sudici. Alcuni di essi discorrevano (egli ud� parlare in russo), altri sbocconcellavano del pane, i pi� gravi tacevano e guardavano con il dolce interessamento dei malati il corriere che passava al galoppo davanti a loro. Il principe Andr�j ordin� di fermare il convoglio e chiese a un soldato in quale azione fosse stato ferito. - Ieri l'altro sul Danubio - rispose il soldato. Il principe Andr�j trasse di tasca il borsellino e gli diede tre monete d'oro. - Per tutti - disse, volgendosi all'ufficiale che si avvicinava. - Guarite presto, ragazzi! - aggiunse ai soldati. - C'� ancora molto da fare... - Che notizie ci sono, signor aiutante di campo? - chiese l'ufficiale, evidentemente desideroso di iniziare una conversazione. - Buone!... Avanti! - grid� poi al postiglione il principe, e la carrozza prosegu� al trotto. Era ormai buio quando il principe Andr�j entr� a Brunn e si vide circondato dalle alte case, dalle luci delle botteghe, delle finestre e dei lampioni, dal rumore delle ruote delle eleganti carrozze rotolanti sul selciato e da tutta quell'atmosfera di grande, animata citt� che esercita sempre tanto fascino su un militare dopo la vita del campo. Il principe Andr�j, malgrado la rapida corsa e la notte insonne, appressandosi al palazzo imperiale si sentiva pieno di energia come il giorno innanzi, e forse pi�. Soltanto i suoi occhi brillavano di un ardore febbrile e i pensieri si susseguivano con rapidit� e chiarezza. Gli si presentarono di nuovo al vivo tutti i particolari del combattimento, non pi� vaghi e confusi ma ben precisi nella sintetica esposizione che mentalmente stava preparando per l'imperatore Francesco. Al vivo gli si presentavano le domande che per caso potevano essergli rivolte dall'imperatore e le risposte che egli avrebbe potuto dare. Supponeva che l'avrebbero subito ammesso alla presenza del sovrano. Ma quando giunse al grande ingresso del palazzo gli corse incontro un funzionario che, riconosciuto in lui un corriere, lo guid� a un'altra entrata. - A destra, dopo il corridoio, "Euer Hochgeboren" [25. Vostra nobilt�], troverete l'aiutante di campo di servizio - gli disse il funzionario. - Egli vi condurr� dal ministro della guerra. L'aiutante di campo in servizio, che venne incontro al principe Andr�j, lo preg� di aspettare e si rec� dal ministro. Dopo cinque minuti ritorn� e molto cortesemente fece passare davanti a s� il principe Andr�j e lo condusse attraverso il corridoio sino al gabinetto di lavoro del ministro della guerra. L'aiutante di campo, con la sua estrema cortesia, pareva volersi preservare da qualsiasi tentativo di familiarit� da parte dell'ufficiale russo. Il gioioso sentimento, da cui il principe Andr�j era invaso, and� notevolmente affievolendosi mentre si avvicinava alla porta del gabinetto del ministro della guerra. Si sentiva offeso, e quel senso di offesa si mut� nello stesso istante, senza che egli se ne rendesse conto, in un senso di disprezzo che non aveva alcun fondamento. Ma il suo spirito pronto e vivace gli sugger� contemporaneamente il punto di vista che gli dava il diritto di disprezzare tanto l'aiutante di campo quanto il ministro. �A costoro deve certo parere molto facile conquistare una vittoria non avendo mai annusato l'odore della polvere�, pens�. Socchiudendo gli occhi con aria sprezzante, entr� lentamente nel gabinetto del ministro. Il suo sentimento di disprezzo crebbe ancora quando vide il ministro che, seduto a un gran tavolo, per i primi due minuti non prest� alcuna attenzione a colui che era entrato. Il ministro teneva chinata la testa calva, dalle tempia grigie, tra due candele di cera e leggeva attentamente un foglio sul quale via via andava scrivendo annotazioni con la matita. Finiva di leggere senza alzare il capo, quando si ud� un rumore di passi e la porta si apr�. - Prendete e trasmettete! - ordin� il ministro al suo aiutante, porgendogli una carta e continuando a ignorare la presenza del corriere. Il principe Andr�j ebbe l'impressione che fra tutte le cose di cui si occupava il ministro della guerra, le operazioni dell'esercito di Kutuz�v fossero quasi prive di interesse o che, per lo meno, fosse necessario dare al corriere russo tale impressione. �Ma a me di queste cose non importa proprio nulla�, pens� il principe. Il ministro smosse altre carte, le ordin� accuratamente in modo che i margini combaciassero e alz� la testa. Aveva un volto energico e intelligente, ma nel preciso momento in cui si volse verso il principe Andr�j l'espressione intelligente e decisa di quel volto si trasform�, per un atto evidentemente volontario e cosciente: sulla sua faccia si fiss� uno stupido, artificioso sorriso che non cercava di nascondere la sua artificiosit�, il sorriso dell'uomo abituato a ricevere, uno dopo l'altro, molti postulanti. - Da parte del feldmaresciallo Kutuz�v? - chiese. - Spero che si tratti di buone notizie... C'� stato uno scontro con Mortier? Una vittoria? Era tempo! Prese il dispaccio che era a suo nome e cominci� a leggerlo con espressione di tristezza. - Ah, mio Dio! Mio Dio! Schmidt, che disgrazia! - esclam� in tedesco. - Che disgrazia! Che disgrazia! Dopo aver scorso con gli occhi il dispaccio, lo pose sul tavolo e guard� il principe Andr�j, riflettendo evidentemente su qualche cosa. - Ah, che disgrazia! - ripet�. - L'azione voi dite, che � stata decisiva? (�Tuttavia Mortier non � stato fatto prigioniero� riflett�). Sono molto lieto che abbiate portato buone notizie, sebbene questa vittoria sia stata pagata assai cara con la morte di Schmidt. Sua maest� vorr� certo vedervi, ma non oggi. Grazie, andate intanto a riposarvi. Domani, dopo la rivista, trovatevi all'uscita. Del resto, vi far� avvertire. Lo stupido sorriso, scomparso mentre parlava, torn� a sfiorare il volto del ministro della guerra. - Arrivederci, vi ringrazio molto. Sua maest� l'imperatore vorr� certo vedervi - ripet�, e abbass� il capo in segno di saluto. Quando il principe Andr�j fu uscito dal palazzo, sent� che tutto l'interesse e tutto il giubilo suscitati dalla vittoria erano stati consegnati ed erano rimasti nelle mani indifferenti del ministro della guerra e del suo cortese aiutante. Il corso dei suoi pensieri mut� istantaneamente: la battaglia gli parve un ricordo di un lontano, lontanissimo tempo. CAPITOLO 10. Il principe Andr�j si ferm� a Br�nn in casa di un conoscente: il diplomatico russo Bilibin. - Ah, mio caro principe, non potrei accogliere un ospite pi� gradito - disse Bilibin, andandogli incontro. - Franz, le valigie del principe in camera mia - aggiunse rivolgendosi al domestico che aveva introdotto Bolkonskij. - Dunque, principe, siete messaggero di vittoria? Benissimo. E io, come vedete, sono malato... Il principe Andr�j, dopo essersi lavato e dopo avere cambiato abito, entr� nell'elegante studio del diplomatico e prese posto alla tavola apparecchiata per il pranzo. Bilibin sedette tranquillamente davanti al camino. Il principe, che dopo il viaggio e specialmente dopo tutte le campagne era stato privo di qualsiasi comodit� di pulizia o di eleganza, provava ora una gradevole sensazione di riposante benessere tra gli agi di quella vita di lusso alla quale era avvezzo sin dall'infanzia. Gli era molto gradito, dopo l'accoglienza austriaca di potere discorrere, sia pure non in russo (essi parlavano in francese) con un compatriota il quale condivideva molto probabilmente la generale avversione ( in quel periodo particolarmente sentita) che tutti i Russi nutrivano per gli Austriaci. Bilibin era uno scapolo sui trentacinque anni, appartenente allo stesso ceto sociale del principe Andr�j. Si conoscevano sin da Pietroburgo, ma si erano molto avvicinati specialmente durante l'ultimo soggiorno del principe Andr�j con Kutuz�v a Vienna. Come il principe Andr�j prometteva di andare lontano nella carriera militare, cos�, e ancor pi�, Bilibin prometteva di salire anche pi� in alto nella diplomazia. Era un uomo ancor giovane, ma non pi� un giovane diplomatico, giacch�, incominciata la carriera a sedici anni, era stato a Parigi e a Copenhagen e ora, a Vienna, occupava un posto molto importante. Il cancelliere e il nostro ambasciatore a Vienna lo conoscevano e ne avevano grande stima. Egli non era uno di quei diplomatici cos� numerosi che, per essere ottimi diplomatici, hanno l'obbligo di avere soltanto qualit� negative, di non fare certe determinate cose e di saper parlare in francese; egli era uno di quei diplomatici che amano e sanno lavorare cosicch�, malgrado la sua pigrizia, passava talvolta intere notti a tavolino. Lavorava sempre bene, qualunque fosse la natura del lavoro. Non lo interessava la domanda: �Perch�?� ma soltanto la domanda: �Come?�. Gli era indifferente in che cosa consistesse l'affare diplomatico, ma provava un vivo piacere nello stendere in breve tempo con abilit� ed eleganza una circolare, un promemoria o un rapporto. Bilibin era apprezzato non solo in quanto era abile nello scrivere, ma anche per l'arte con la quale sapeva comportarsi nell'ambiente delle "alte sfere". Bilibin amava la conversazione quanto amava il lavoro, soltanto per� quando essa poteva essere elegante e spiritosa. In societ� aspettava sempre l'occasione opportuna per dire qualcosa di notevole e solo in questo caso prendeva parte al discorso. La sua conversazione era sempre costellata di frasi originali, spiritose, eleganti e di interesse generale, che venivano preparate nel laboratorio intimo di Bilibin, composte espressamente in modo accessibile anche alla gente mediocre affinch� potessero essere facilmente ricordate e portate da un salotto all'altro. E infatti "les mots de Bilibine se colportaient dans les salons de Vienne" [26. Le battute di Bilibin si ripetevano nei salotti di Vienna], come si diceva, e spesso avevano effetto sui cosiddetti affari importanti. Il suo volto magro, stanco, giallognolo, era tutto solcato da rughe profonde che apparivano sempre lavate e pulite accuratamente come la punta delle dita dopo un bagno. La mobilit� di quelle rughe costituiva il gioco principale della sua fisionomia. Ora gli si increspava la fronte in grandi pieghe e le sopracciglia si alzavano, ora queste si abbassavano e attorno alle guance si formavano grosse rughe. Gli occhi piccoli, profondamente infossati, avevano uno sguardo diritto e sempre gaio. - Suvvia, raccontatemi ora le vostre gesta - disse all'ospite. Bolkonskij con molta modestia, parlando pochissimo di s�, descrisse il combattimento vittorioso e l'accoglienza del ministro della guerra. - "Ils m'ont re�u avec ma nouvelle, comme un chien dans un jeu de quilles" [27. Mi hanno ricevuto, con la mia notizia, come un cane in chiesa] - concluse. Bilibin sorrise e le rughe del suo volto si spianarono alquanto. - "Cependant, mon cher", - rispose, osservandosi a distanza un'unghia e arricciando la pelle sopra l'occhio sinistro - "malgr� la haute estime que je professe pour" gli ortodossi combattenti russi, "j'avoue que votre victoire n'est pas des plus victorieuses" [28. Tuttavia, mio caro, nonostante l'alta stima che professo per (...), confesso che la vostra vittoria non � delle pi� vittoriose]. Continu� poi a parlare in francese, dicendo in russo soltanto le parole alle quali voleva dare un significato spiccatamente sprezzante. - Ma come? Siete piombato con tutto il peso della vostra massa sul povero Mortier, che aveva soltanto una divisione, e questo Mortier ve lo siete lasciato sfuggire? Dov'� dunque la vittoria? - Tuttavia, parlando seriamente, possiamo dire senza vanteria, di aver fatto qualcosa di meglio di quanto si fece a Ulma - rispose il principe Andr�j. - Perch� non avete fatto prigioniero un maresciallo, almeno uno? - Perch� in battaglia non tutto avviene come si vorrebbe e non in modo cos� regolare come in una rivista. Noi contavamo, come gi� vi ho detto, di trovarci alle spalle del nemico alle sette antimeridiane e non vi eravamo arrivati neppure alle cinque pomeridiane. - E perch� non siete arrivati alle sette del mattino? Bisognava arrivare - disse Bilibin sorridendo. - Bisognava arrivare assolutamente a quell'ora! - E perch� non avete suggerito al Bonaparte, per via diplomatica, che avrebbe fatto meglio a lasciar Genova? - disse sullo stesso tono il principe Andr�j. - Lo so - interruppe Bilibin. - Voi pensate che l'effettuare la cattura di un maresciallo � molto facile standosene seduti su di un divano davanti al caminetto. Verissimo; tuttavia perch� non avete preso Mortier? E non dovete meravigliarvi se non soltanto il ministro della guerra ma anche l'augusto imperatore e re Francesco non si mostrer� entusiasta per la vostra vittoria. E neppure io, povero segretario dell'ambasciata russa, provo alcuna gioia particolare... Guard� diritto negli occhi il principe Andr�j e subitamente la sua fronte si copr� di rughe. - Ora tocca a me, mio caro, chiedervi: �Perch�?� - disse Bolkonskij. - Vi confesso che non capisco; pu� darsi che qui entrino in gioco certe finezze diplomatiche che sono al di sopra della mia modesta intelligenza, ma non capisco; Mack perde un'intera armata; l'arciduca Ferdinando e l'arciduca Carlo (29) non danno segno di vita e commettono errori sopra errori; alla fine il solo Kutuz�v riporta un'autentica vittoria, spezza lo "charme" [30. l'incantesimo] dei Francesi, e il ministro della guerra non si interessa neppure di conoscere i particolari di questa vittoria! - Proprio per questo, mio caro. "Voyez-vous, mon cher"; evviva per lo zar, per la Russia, per la fede! "Tout �a est bel et bon" [31. Vedete, mio caro; tutto ci� � bello e buono], ma che importa a noi, alla corte austriaca, intendo dire, che importa delle vostre vittorie? Recateci la bella notizia di una vittoria dell'arciduca Ferdinando, "un archiduc vaut l'autre" [32. Un arciduca vale l'altro] come sapete, sia pure la vittoria in un combattimento sopra una compagnia di pompieri di Buonaparte, e allora sarebbe un'altra faccenda: faremmo magari sparare i cannoni a salve. Ma questa vostra vittoria pare fatta apposta per canzonarci. L'arciduca Carlo non fa nulla, l'arciduca Ferdinando si copre di vergogna. Voi abbandonate Vienna, non la difendete pi� "comme si vous nous disiez" [33. Come se ci diceste]: �Dio � con noi, e andate con Dio voi e la vostra capitale!�. Avevamo un generale al quale tutti volevano bene, Schmidt; lo esponete sotto il tiro nemico e poi ci fate i rallegramenti per la vittoria! Confessate che non si poteva trovare nulla di pi� irritante della notizia che avete portato. "C'est comme un fait expr�s, comme un fait expr�s!" [34. Pare fatto apposta, pare fatto apposta!]. Inoltre anche se aveste riportato una vittoria splendida, anche se l'arciduca Carlo vi avesse contribuito, che cosa sarebbe mutato nell'andamento della guerra? E' ormai troppo tardi, adesso che Vienna � occupata dalle truppe francesi. - Come, occupata? Vienna � occupata? - Non solo Vienna � occupata, ma Buonaparte � a Sch�nbrunn (35) e il nostro caro conte Wrbna (36) va da lui a ricevere ordini! Dopo la stanchezza e le impressioni del viaggio, dopo l'accoglienza ricevuta e soprattutto dopo il pranzo, Bolkonskij sentiva di non capire tutta l'importanza di ci� che il diplomatico gli diceva. - Questa mattina � stato qui il conte Lichtenfeld - prosegu� Bilibin - e mi ha mostrato una lettera in cui era descritta in ogni particolare la parata dei Francesi a Vienna. "Le prince Murat et tout le tremblement..." [Il principe Murat e tutto il diavolo a quattro...] (37). Vedete dunque che la vostra vittoria non pu� rallegrare molto e che voi non potete essere accolto come un salvatore... - A me, personalmente, non importa proprio niente! - disse il principe Andr�j, cominciando a rendersi conto che la notizia della vittoria di Krems avesse in realt� ben poca importanza di fronte a un fatto grave come l'occupazione della capitale dell'Austria. - Ma come mai Vienna � stata occupata? Il ponte e la famosa "t�te de pont" [38. testa di ponte]? E il principe Auersperg (39)? Si diceva da noi che il principe Auersperg difendesse la citt� - soggiunse. - Il principe Auersperg si trova da questa parte, dalla nostra parte, e ci difende; credo che ci difenda molto male, ma insomma, ci difende! E Vienna � dall'altra parte. No, il ponte non � ancora stato preso e spero che non lo sar� perch� � minato e c'� l'ordine di farlo saltare. In caso contrario noi da un bel pezzo ci troveremmo tra i monti della Boemia, e voi con il vostro esercito passereste un brutto quarto d'ora tra due fuochi. - Ma questo non significa tuttavia che la campagna sia finita disse il principe Andr�j. - Io penso, invece, che sia proprio finita. E cos� la pensano qui anche i pezzi grossi, i quali per� non osano confessarlo. Succeder� ci� che io prevedevo all'inizio della campagna, che non sar� cio� la vostra "�chauffour�e de" [scaramuccia di] D�renstein" (40) e, in genere, non sar� la polvere da sparo a decidere la faccenda, ma quelli che l'hanno inventata - disse Bilibin ripetendo una delle sue battute di spirito, spianando la fronte e restando per un momento in silenzio. - Ora si tratta solo di sapere che cosa risulter� dal colloquio a Berlino tra l'imperatore Aleks�ndr e il re di Prussia (41). Se la Prussia entrer� nell'alleanza "on forcera la main � l'Autriche" [42. si forzer� la mano all'Austria] e ci sar� la guerra. Se questo non accadr�, si tratter� allora soltanto di mettersi d'accordo circa il luogo in cui formulare i preliminari di una nuova Campoformio (43). - Ma che genio straordinario, quel "Buonaparte"! - esclam� a un tratto il principe Andr�j, serrando a pugno la piccola mano e battendola sul tavolo. - E che fortuna ha quell'uomo! - Buonaparte? - chiese Bilibin corrugando la fronte e facendo cos� comprendere che stava per pronunziare una delle sue battute di spirito. - Buonaparte? - ripet� calcando forte sulla "u".- Penso per� che adesso che da Sch�nbrunn detta legge all'Austria, "il faut lui faire grace de l'u" [44. bisogna fargli grazia della "u"]. Io introduco decisamente l'innovazione e lo chiamo Bonaparte, "tout court" [45. semplicemente]. - Ma possibile che pensiate seriamente che la campagna sia finita? - chiese il principe Andr�j. - Ecco ci� che penso. L'Austria � rimasta giocata e, dato che non � abituata a esserlo, si vendicher�. Ma � stata giocata innanzitutto perch� le sue province sono devastate ("on dit que" la truppa ortodossa "est terrible pour le pillage") [46. Si dice che la truppa ortodossa sia terribile in quanto a saccheggi], l'esercito � distrutto, la capitale � presa e tutto questo "pour les beaux yeux" [47. Per i begli occhi] di sua maest� il re di Sardegna (48). Quindi, "entre nous, mon cher", ho la sensazione che ci ingannino, fiuto rapporti con la Francia e una pace segreta (49), naturalmente conclusa a parte. - Non pu� essere! - esclam� il principe Andr�j. - Sarebbe troppo sleale! - "Qui vivra verra" [50. Chi vivr�, vedr�] - ribatt� Bilibin, la cui fronte si spian� di nuovo come per significare la fine della conversazione. Quando il principe Andr�j fu nella camera che gli era stata preparata, quando si stese tra candide lenzuola e pos� la testa su un guanciale soffice e profumato, sent� lontana, lontanissima da s� la battaglia di cui aveva portato la notizia. L'alleanza prussiana, il tradimento dell'Austria, il nuovo trionfo del Bonaparte, la rivista e l'udienza dell'imperatore Francesco per il giorno dopo costituivano l'oggetto dei suoi pensieri. Chiuse gli occhi, ma nello stesso istante gli rintronarono nelle orecchie le cannonate, il crepitio dei fucili, lo strepito delle ruote della carrozza, ed ecco di nuovo davanti a lui scendere dalla montagna i moschettieri in fila indiana, ecco i Francesi sparare, ed egli sentiva il cuore battergli con forza nel petto mentre insieme con Schmidt correva avanti a cavallo, le pallottole gli fischiavano attorno allegramente ed egli provava, decuplicato, quel senso della gioia di vivere che non aveva provato pi� dal tempo dell'infanzia. Si svegli�... �S�, tutto questo � accaduto!� si disse felice, sorridendo a se stesso come un fanciullo e si riaddorment� di un profondo sonno giovanile. CAPITOLO 11. La mattina seguente si svegli� tardi. Richiamando al pensiero le impressioni del giorno prima si ricord�, innanzi tutto, che doveva presentarsi all'imperatore e ricord� il ministro della guerra, il cortese aiutante di campo austriaco, Bilibin e la conversazione della sera precedente. Indoss�, per recarsi a palazzo, l'uniforme di gala che da molto tempo non vestiva pi� e, fresco, vivace e bello, con il braccio tuttora fasciato, entr� nel gabinetto di lavoro di Bilibin, dove gi� si trovavano quattro signori appartenenti al corpo diplomatico. Bolkonskij conosceva gi� il principe Ippol�t Kuragin segretario dell'ambasciata. Bilibin gli present� gli altri. I signori che frequentavano Bilibin, mondani, giovani, ricchi e allegri, costituivano, qui come a Vienna, un gruppetto a s�, che Bilibin, il quale ne era il capo, soleva chiamare �i nostri�, "les n�tres". Questo gruppetto, formato quasi unicamente da diplomatici, non aveva evidentemente alcun interesse n� per la guerra, n� per la politica, ma soltanto interessi relativi al gran mondo, ad alcune dame e al lavoro di cancelleria. Essi accolsero con evidente piacere come uno dei �loro� (onore che concedevano a pochi) il principe Andr�j. Per cortesia e per iniziare la conversazione, gli rivolsero alcune domande sull'esercito russo e sulle battaglie, ma ben presto la conversazione torn� ad aggirarsi su scherzi allegri e su insignificanti pettegolezzi. - Ma la cosa pi� divertente, - disse uno, raccontando l'insuccesso di un collega diplomatico - la cosa pi� divertente � che il cancelliere gli ha detto chiaro e tondo che la sua nomina a Londra � una promozione e che tale doveva considerarla. Ve lo immaginate come � rimasto a queste parole? - Ma ci� che � peggio, signori, � che io tradisco Kuragin: quel poveretto � in disgrazia e questo don Giovanni, quest'uomo terribile, ne approfitta! Il principe Ippol�t che era sdraiato in una poltrona con le gambe sui bracciuoli rise forte. - "Parlez-moi de �a" [51. Sentiamo, sentiamo!] - disse. - O don Giovanni! O serpente! - esclamarono alcune voci. - Voi non sapete, Bolkonskij, - disse Bilibin rivolgendosi al principe Andr�j - che tutti gli orrori commessi dall'esercito francese (stavo per dire: dall'esercito russo) sono nulla a paragone di quelli di cui quest'uomo si rende colpevole verso le donne. - "La femme est la compagne de l'homme" [52. La donna � la compagna dell'uomo] - disse il principe Ippol�t, e si mise a guardare attraverso l'occhialino le gambe che teneva sollevate. Bilibin e i "nostri" scoppiarono a ridere, guardandolo negli occhi. Il principe Andr�j si rese conto che quell'Ippol�t del quale, doveva pur confessarlo, era stato quasi geloso a causa di sua moglie, non era che il buffone di quella compagnia. - Voglio proprio farvi divertire con Kuragin - disse Bilibin sottovoce a Bolkonskij. - Quando ragiona di politica � straordinario, bisogna vedere che importanza! And� a sedere accanto a Kuragin e, corrugando la fronte, attacc� a parlare di politica. Il principe Andr�j e gli altri li attorniarono. - "Le cabinet de Berlin ne peut pas exprimer un sentiment d'alliance" - cominci� Ippol�t, guardandoli tutti con sussiego "sans exprimer... comme dans sa derni�re note... vous comprenez... vous comprenez... et puis si Sa Majest� l'Empereur ne d�roge pas au principe de notre alliance... Attendez, je n'ai pas fini" - disse al principe Andr�j, afferrandolo per un braccio. - "Je suppose que l'intervention sera plus forte que la non-intervention. Et..." - tacque per un po'. - "On ne pourra pas imputer � la fin de non-recevoir notre d�p�che du 28 novembre. Voil� comment tout cela finira" [53. Il gabinetto di Berlino non pu� manifestare un'intenzione di alleanza senza esprimere... come nella sua ultima nota... voi capite... voi capite... e poi se sua maest� l'imperatore non viene meno ai princ�pi della nostra alleanza... Aspettate, non ho finito. Suppongo che l'intervento sar� pi� forte del non-intervento. E.. Non si potr� imputare, come ragione del nostro non-intervento, il dispaccio del 28 novembre. Ecco come finir� tutta la faccenda.]. E lasci� il braccio di Bolkonskij facendo capire cos� che aveva definitivamente concluso il suo discorso. - "Demosth�ne, je te reconnais au caillou que tu as cach� dans ta bouche d'or!" [54. Demostene, ti riconosco dal sasso che hai nascosto nella tua bocca d'oro] - esclam� Bilibin, agitando per il piacere la folta capigliatura. Tutti ridevano e Ippol�t rideva pi� forte di tutti. Era evidente che soffriva, che gli mancava il respiro, ma che non poteva frenare quel riso violento che gli tendeva la faccia sempre immobile. - E ora sappiate, signori. - disse Bilibin - che Bolkonskij � mio ospite in casa e qui a Br�nn, e io voglio fargli godere, per quanto posso, tutti i divertimenti della vita locale. Se fossimo a Vienna, la cosa sarebbe stata facile ma qui, "dans ce vilain trou morave" � difficile e io prego voi tutti di aiutarmi. "Il faut lui faire les honneurs de Br�nn" [55. In questo brutto paesucolo della Moravia. (...) Bisogna fargli gli onori di Br�nn]. Voi incaricatevi del teatro, io della societ� e voi, Ippol�t, si capisce, delle donne. - Bisogna fargli conoscere Am�lie: � un incanto! - disse uno dei "nostri", baciandosi la punta delle dita. - Insomma si tratta di condurre a sentimenti pi� umani questo soldato sanguinario - disse Bilibin. - Non so, signori miei, se potr� approfittare della vostra ospitalit�, e intanto � ora che vi lasci - disse Bolkonskij, guardando l'orologio. - Dove andate? - Dall'imperatore. - Oh! Oh! Oh! - Arrivederci, dunque, Bolkonskij! Arrivederci, principe! Venite a pranzo presto... Ci occuperemo di voi - dissero parecchie voci. - Cercate di lodare il pi� possibile la regolarit� degli approvvigionamenti e delle marce quando parlerete con l'imperatore - consigli� Bilibin, accompagnando l'ospite sino in anticamera. - Lo farei, - rispose questi sorridendo - ma, per quanto ne so, proprio non posso. - In ogni modo parlate quanto pi� potete! Le udienze sono la sua passione: in quanto a lui, non gli piace e non sa discorrere, come vedrete. CAPITOLO 12. Uscito dai suoi appartamenti, l'imperatore Francesco si limit� a fissare il principe Andr�j, che stava ritto nel posto assegnatogli tra gli ufficiali austriaci, e gli fece solo un cenno lieve con la testa. Ma dopo la riunione lo stesso aiutante di campo della sera prima comunic� a Bolkonskij, con estrema cortesia, il desiderio espresso dall'imperatore di dargli udienza. Il sovrano lo accolse stando in piedi in mezzo alla sala. Prima che il colloquio avesse inizio, il principe Andr�j fu colpito dall'aria impacciata dell'imperatore, che non sapeva cosa dire e che era arrossito. - Dite, quando incominci� il combattimento? - chiese poi in fretta. Il principe Andr�j rispose. A questa domanda ne seguirono altre non meno banali: �Stava bene Kutuz�v? Da quanto tempo aveva lasciato Krems?� e altre del genere. L'imperatore parlava con un'espressione tale come se il suo unico scopo consistesse nel fare un determinato numero di domande. Le risposte poi, cosa oltremodo evidente, non lo interessavano affatto. - A che ora � iniziato il combattimento? - ripet� l'imperatore. - Non potrei dire a vostra maest� a che ora � iniziato sulla linea del fronte, ma a D�renstein, dove mi trovavo io, le truppe iniziarono l'azione alle sei pomeridiane - rispose Bolkonskij, animandosi e supponendo che gli si offrisse l'occasione di fare una descrizione completa, che aveva gi� pronta nella mente, di tutto ci� che sapeva e aveva veduto. Ma l'imperatore sorrise e lo interruppe. - Quante miglia? - Da dove e sino a dove, maest�? - Da D�renstein a Krems. - Tre miglia e mezzo, maest�. - I Francesi hanno abbandonato la riva sinistra? - Secondo il rapporto degli esploratori, gli ultimi hanno attraversato il fiume nella notte stessa, servendosi di zattere. - Vi � foraggio sufficiente a Krems? - Il foraggio non � stato provveduto in quantit� sufficiente, ma... L'imperatore lo interruppe. - A che ora venne ucciso il generale Schmidt? - Alle sette, mi pare. - Alle sette? Molto triste, veramente molto triste! L'imperatore disse che ringraziava e s'inchin�. Il principe Andr�j usc� e i cortigiani lo attorniarono. Da ogni parte gli rivolgevano sguardi e parole affettuose. L'aiutante di campo del giorno avanti lo rimprover� perch� non si era fermato a palazzo e gli offr� la sua casa. Il ministro della guerra gli si avvicin� e si rallegr� con lui per l'Ordine di Maria Teresa di terzo grado, che l'imperatore gli aveva accordato. Il ciambellano dell'imperatrice lo invit� da parte di sua maest�. Anche l'arciduchessa desiderava vederlo. Bolkonskij non sapeva a chi rispondere e per alcuni secondi tacque, raccogliendo i propri pensieri. L'ambasciatore russo gli appoggi� una mano sulla spalla, lo condusse presso la finestra e cominci� a discorrere con lui. Contrariamente alle previsioni di Bilibin, la notizia della vittoria da lui portata fu accolta con gioia. Fu ordinato un "Te Deum" di ringraziamento, Kutuz�v fu insignito della gran croce di Maria Teresa e tutto l'esercito ricevette ricompense. Bolkonskij ebbe inviti da tutti e fu costretto a trascorrere l'intera mattinata facendo visita alle pi� importanti autorit� austriache. Terminate le visite alle cinque pomeridiane, compilando mentalmente una lettera al padre sulla battaglia alla quale aveva preso parte e sul suo viaggio a Br�nn, il principe Andr�j torn� a casa di Bilibin. All'ingresso era fermo un calesse per met� carico di bagagli, e Franz, il servo del diplomatico, comparve sulla soglia portando a fatica una valigia. (Prima di ritornare da Bilibin, il principe Andr�j era entrato in una libreria a far provvista di libri in vista della campagna e ci si era trattenuto a lungo). - Che succede? - chiese Bolkonskij. - "Ack! Erlaucht!" - rispose Franz, caricando a fatica la valigia sul calesse. - "Wir ziehen noch weiter. Der B�sewicht ist schon wieder hinter uns her!" [56. Ah, eccellenza! Andiamo ancora pi� lontano! Quello scellerato ci sta di nuovo alle spalle]. - Come? Cosa? - domand� il principe Andr�j. Bilibin gli usc� incontro. Sul suo viso sempre tanto calmo si leggeva una viva emozione. - "Non, non, avouez que c'est charmant" - diceva - "cette histoire du pont de Thabor" - (un ponte di Vienna). - "Ils l'ont pass� sans coup f�rir" [57. No, no, confessate che � carina questa storia del ponte di Thabor. L'hanno passato senza colpo ferire]. Il principe Andr�j non capiva. - Ma di dove venite per non sapere una cosa gi� nota a tutti i vetturini della citt�? - Vengo dall'arciduchessa e l� non ho sentito dire nulla... - E non avete visto che dappertutto si sta sgomberando? - No... Ma che succede? - domand� con impazienza il principe Andr�j. - Che succede? Succede che i Francesi hanno passato il ponte difeso da Auersperg; il ponte non � stato fatto saltare e ora Murat corre verso Br�nn dove giunger� oggi o domani. - Giunger� qui? E perch� non hanno fatto saltare il ponte dal momento che era minato? - Lo domando a voi. Nessuno lo sa, nemmeno Buonaparte! Bolkonskij si strinse nelle spalle. - Ma se il ponte � stato attraversato, significa che l'esercito � perduto: rimarr� tagliato fuori - disse. - Proprio questo � il bello! - rispose Bilibin. - Ascoltate. I Francesi, come vi ho detto, entrano in Vienna. E tutto va bene, benissimo. Il giorno dopo, cio� ieri, i signori marescialli Murat, Lannes (58) e Belliard (59) montano a cavallo e vanno verso il ponte... Notate che sono tutti e tre guasconi. �Signori�, dice uno dei tre, �voi sapete che il ponte di Thabor � minato e controminato, e che ha una formidabile "t�te de pont" difesa da quindicimila uomini che hanno l'ordine di farlo saltare e di impedirci di passare. Ma il nostro sovrano, l'imperatore Napoleone, sar� ben contento se noi prenderemo il ponte. Andiamoci noi tre e prendiamolo!�. �Andiamo�, rispondono gli altri. Vanno, prendono il ponte, lo attraversano e ora, con tutto l'esercito, sono da questa parte del Danubio e si dirigono verso di noi, su di voi e sulle vostre linee di comunicazione. - Smettetela di scherzare! - disse con volto triste e serio il principe Andr�j. Quella notizia gli era a un tempo penosa e piacevole. Non appena aveva saputo che l'esercito russo si trovava in una situazione cos� disperata, gli si era affacciato il pensiero che proprio a lui fosse riservata l'impresa di salvarlo da quella situazione e che sarebbe stata questa la sua Tolone, quella che dalla condizione di ufficiale sconosciuto gli avrebbe aperto la via della gloria. Ascoltando Bilibin, egli calcolava gi� come, raggiunto l'esercito, avrebbe dato al Consiglio di guerra l'unico suggerimento che potesse salvare l'esercito stesso e come a lui solo sarebbe stata affidata la realizzazione di quel piano. - Smettetela di scherzare! - ripet�. - Non scherzo - continu� Bilibin. - Nulla di pi� vero e di pi� triste! Quei signori, dunque, arrivano soli sul ponte, agitando dei fazzoletti bianchi, affermano che c'� un armistizio e che essi, i marescialli, sono venuti per parlamentare con il principe Auersperg. L'ufficiale di servizio li lascia entrare nella "t�te de pont". Essi gli raccontano una quantit� di frottole, gli dicono che la guerra � finita, che l'imperatore Francesco ha fissato un colloquio con il Bonaparte, che essi vorrebbero vedere il principe Auersperg e cos� via... L'ufficiale manda a cercare Auersperg. Questi signori abbracciano gli ufficiali, scherzano, si mettono a cavalcioni sui cannoni e intanto un battaglione francese entra alla chetichella sul ponte, rovescia in acqua i sacchi contenenti le materie infiammabili e si avvicina alla "t�te de pont". Finalmente compare il tenente generale in persona, il nostro caro principe Auersperg von Mattern... �Caro nemico! Orgoglio dell'esercito austriaco! Eroe della guerra turca! L'inimicizia � finita: possiamo stringerci la mano! L'imperatore Napoleone arde dal desiderio di conoscere il principe Auersperg�. A farla breve, questi signori, che non per nulla sono guasconi, stordiscono il principe con una valanga di parole, egli � cos� lusingato da quella rapida amicizia stabilitasi con i marescialli francesi, cos� abbagliato dal mantello e dalle penne di struzzo di Murat "qu'il ne voit que du feu et oublie celui qu'il devait faire, faire sur l'ennemi" [60. Che non vede che il loro fuoco e dimentica quello che doveva far lui sul nemico]. (Nonostante la vivacit� del suo discorso, Bilibin, a questo punto, non dimentic� di fare una breve pausa dopo la sua battuta di spirito per dar modo che fosse apprezzata). - Il battaglione francese, intanto, si precipita sul ponte, rende inservibili i cannoni e il ponte � preso. Ma ecco ora il pi� bello - continu� calmando l'agitazione con il fascino del proprio racconto; - ecco il pi� bello: il sergente addetto al cannone che doveva dare il segnale dell'accensione delle mine per far saltare il ponte, questo sergente, dunque, quando vede le truppe francesi correre sul ponte si accinge a sparare, ma Lannes gli ferma la mano. Il sergente, che senza dubbio era pi� intelligente del suo generale, si avvicina ad Auersperg e gli dice: �Principe, vi stanno ingannando: ecco i Francesi!�. Murat capisce che, se si lascia parlare il sergente, il colpo fallisce. Con finto stupore, da vero guascone, si rivolge ad Auersperg e gli dice: �Non riconosco pi� la disciplina austriaca, famosa in tutto il mondo! Voi permettete che un vostro subalterno vi parli cos�?�. "C'est g�nial. Le prince d'Auersperg se pique d'honneur et fait mettre le sergent aux arr�ts. Non, mais avouez que c'est charmant toute cette histoire du pont de Thabor. Ce n'est ni b�tise, ni l�chet�..." [61. E' geniale. Il principe di Auersperg, punto sul vivo, fa mettere il sergente agli arresti. Suvvia, confessate che questa storia del ponte di Thabor � straordinaria... Non � n� stupidit� n� vilt�...]. - "C'est trahison, peut-�tre" [62. E' tradimento, forse...] - disse il principe Andr�j, immaginando al vivo i cappotti grigi, le ferite, il fumo della polvere, il crepitio delle pallottole e la gloria che lo attendeva. - "Non plus. Cela met la Cour dans de trop mauvais draps" - continu� Bilibin. - "Ce n'est ni trahison, ni l�chet�, ni b�tise; c'est comme � Ulm..." - e parve riflettere, cercando l'espressione adatta. - "C'est, c'est du Mack... Nous sommes mack�s" [63. Neppure. Questo metterebbe la Corte nei pasticci. Non � n� tradimento n� vilt� n� stupidit�, � come ad Ulma... E', � roba da Mack... Siamo stati �mackati�] - concluse Bilibin, sentendo di aver coniato una nuova parola, fresca fresca, che sarebbe stata ripetuta, chiss� quante volte. Le rughe che sino a quel momento erano state raccolte sulla fronte, si spianarono rapidamente in segno di soddisfazione e, sorridendo leggermente, cominci� a guardarsi le unghie. - Dove andate? - chiese a un tratto al principe Andr�j che si era alzato e si dirigeva verso la sua camera. - Parto. - Per dove? - Ritorno all'esercito. - Ma non volevate trattenervi ancora un paio di giorni? - Invece parto subito. E il principe Andr�j, dopo aver dato gli ordini per la partenza, si ritir� nella sua camera. - Sapete, mio caro? - disse Bilibin, raggiungendolo. - Ho pensato a voi. Perch� dovreste partire? E a dimostrazione dell'indiscutibilit� del suo argomento, il viso gli si spian� completamente. Il principe Andr�j guard� con aria interrogativa il suo interlocutore e non rispose. - Perch� dovreste partire? Lo so, voi pensate che sia vostro dovere correre a raggiungere l'esercito ora che esso � in pericolo. Lo capisco, "mon cher, c'est de l'h�ro�sme" [64. Mio caro, � eroismo]. - Niente affatto - rispose il principe Andr�j. - Ma voi che siete un "philosophe", siatelo per intero: guardate le cose sotto un altro punto di vista e vi convincerete che il vostro dovere � invece quello di risparmiarvi. Lasciate queste cose agli altri, a coloro che non sono buoni a nulla... Nessuno vi ha ordinato di tornare indietro e nessuno vi ha detto di partire da qui... Potete dunque rimanere e venire con noi, sin dove ci condurr� il nostro disgraziato destino. Si dice che andremo a Olm�tz... E Olm�tz � una citt� molto graziosa. Potremo viaggiare tranquillamente insieme nella mia carrozza. - Smettetela di scherzare, Bilibin - disse Bolkonskij. - Vi parlo con tutta sincerit� e amicizia. Ragionate. Per dove e perch� partite adesso, mentre potete rimanere qui? Le probabilit� che vi aspettano sono due - e cos� dicendo raggrinz� la pelle della fronte: - o la pace sar� conclusa prima che raggiungiate l'esercito o subirete la disfatta e la vergogna con tutta l'armata di Kutuz�v. E Bilibin spian� la fronte, sentendo che il suo dilemma era inattaccabile. - Su questo argomento non posso ragionare - rispose freddamente il principe Andr�j e pens�: �Parto per salvare l'esercito!�. - "Mon cher, vous �tes un h�ros" [65. Mio caro, voi siete un eroe] - dichiar� Bilibin. CAPITOLO 13. Quella stessa notte, dopo essersi accomiatato dal ministro della guerra, Bolkonskij part� per raggiungere l'esercito, senza neppure sapere dove l'avrebbe trovato e temendo di cadere tra le mani dei Francesi sulla strada di Krems. A Br�nn tutti i cortigiani facevano le valigie e spedivano i bagagli pi� voluminosi a Olm�tz. Presso Etzeldorf, il principe Andr�j si trov� sulla strada su cui con la massima fretta e tra una immensa confusione avanzava l'esercito russo. La strada era cos� ingombra di carriaggi che non gli fu possibile percorrerla in carrozza. Fattosi dare dal comandante dei cosacchi un cavallo e un soldato, il principe Andr�j, stanco e affamato, oltrepassati i carri, cavalc� alla ricerca del generalissimo e della sua vettura. Correvano voci molto inquietanti circa la situazione dell'esercito, e la vista di quelle truppe che fuggivano disordinatamente le confermavano. �Cette arm�e russe que l'or de l'Angleterre a transport�e des extr�mit�s de l'univers, nous allons lui taire �prouver le m�me sort (le sort de l'arm�e d'Ulm)� [66. �A questo esercito russo, che l'oro dell'Inghilterra ha trasportato dai confini estremi del mondo, faremo sperimentare la stessa sorte (la sorte dell'esercito di Ulma)�]: gli tornavano alla mente le parole del proclama di Napoleone al suo esercito prima dell'inizio della campagna, e tali parole provocarono in lui l'ammirazione per il geniale eroe e insieme il senso dell'orgoglio ferito e la speranza della gloria. �E se non restasse altra prospettiva se non quella di morire?�, pens�. �Che farci, se sar� necessario? Morir�, non peggio degli altri�. Il principe Andr�j guardava con disprezzo quell'infinito numero di distaccamenti, di carri, di parchi di artiglierie e poi ancora carri, carri, carri di ogni forma possibile che cercavano di sorpassarsi e, in tre o quattro file, sbarravano la strada fangosa. Da ogni parte, indietro e davanti, ovunque giungesse l'udito, si sentiva un incessante fragore di ruote, un continuo stridio di cassoni, di carrette, di affusti di cannoni, calpestio di cavalli, schiocchi di fruste grida di incitamento, imprecazioni di soldati, di attendenti e di ufficiali. Ai lati della strada si vedevano a ogni passo cavalli caduti, scuoiati o no, carrette rotte presso le quali, in attesa di chi sa che cosa, sedevano soldati isolati, soldati staccatisi dai loro reparti, che si dirigevano in folla verso i villaggi vicini o ne venivano, trascinando galline, montoni, fieno e sacchi colmi di chi sa che cosa. Alle discese e alle salite, la folla diventava pi� fitta, e clamori ininterrotti riempivano l'aria. I soldati, nel fango sino alle ginocchia, sollevavano a forza di braccia cannoni e carri, facevano schioccare le fruste, gli zoccoli dei cavalli scivolavano, le tirelle si spezzavano e i petti degli uomini si schiantavano per la violenza del gridare. Gli ufficiali, che dirigevano il movimento, andavano avanti e indietro tra i carri. Le loro voci si udivano appena, nel tumultuoso urlio generale, e si capiva dai loro visi che essi disperavano di poter frenare quel disordine caotico. �"Voil� la ch�re" truppa ortodossa�, pens� Bolkonskij, ricordando le parole di Bilibin. Per domandare a uno qualsiasi di quegli uomini dove si trovasse il generale in capo, si avvicin� a un carro. Proprio di fronte a lui avanzava uno strano veicolo, a un solo cavallo, evidentemente costruito in modo primitivo da qualche soldato, un non so che di mezzo tra un carro coperto, un calessino e una carrozza. Guidava il veicolo un militare, e sotto al soffietto di cuoio, al di l� del parafango, sedeva una donna, tutta avvolta in scialli. Il principe Andr�j si avvicin� e gi� stava per interrogare il conducente allorch� la sua attenzione fu attratta dalle grida disperate della donna seduta nel veicolo. L'ufficiale che guidava il convoglio stava percuotendo il soldato a cassetta, perch� costui voleva oltrepassare gli altri, e una violenta scudisciata aveva colpito il soffietto. La donna emetteva grida acutissime. Vedendo il principe Andr�j, si sporse di sotto il mantice e, agitando le braccia scarne, tratte di sotto i pesanti scialli, urlava: - Aiutante! Signor aiutante! Per amor di Dio, difendeteci! Che cosa succeder�? Io sono la moglie del medico del settimo reggimento cacciatori... Non ci lasciano passare; siamo rimasti indietro, abbiamo perduto i nostri... - Ti ridurr� in poltiglia! Torna indietro! - gridava al soldato l'ufficiale furibondo. - Torna indietro con la tua sgualdrina! - Signor aiutante di campo, difendeteci! Che succede? - urlava la moglie del medico. - Lasciate passare questa vettura. Non vedete che c'� una donna?- disse il principe Andr�j, avvicinandosi all'ufficiale. L'ufficiale lo guard� e, senza rispondere, si volse di nuovo al soldato. - Non ti lascio passare! Indietro! - Lasciatelo passare, vi dico - ripet� a denti stretti il principe Andr�j. - Ma tu chi sei? - gli grid� a un tratto l'ufficiale, ebbro di furore. - Chi sei tu? Sei per caso il comandante? - urlava accentuando il "tu". - Qui comando io e non tu. Indietro, tu!- ripet� al soldato - o ti ridurr� in poltiglia. Evidentemente quest'espressione gli piaceva molto. - L'ha servito a dovere, l'aiutante! - rison� una voce alle spalle. Il principe Andr�j vedeva che l'ufficiale si trovava in uno di quegli accessi di incoercibile furore in cui non si sa pi� ci� che si dice. Vedeva che il suo intervento in difesa della moglie del medico lo esponeva a ci� che egli temeva pi� di ogni cosa al mondo, a ci� che si chiama "ridicule" [67. il ridicolo], ma il suo istinto lo consigliava diversamente. L'ufficiale non aveva ancora finito di pronunziare le ultime parole che gi� il principe Andr�j, con il viso stravolto dalla collera, gli spinse contro il cavallo e alz� il frustino. - La-scia-te passare! - url�. L'ufficiale fece un gesto di stizza con la mano e si allontan� in fretta. - Tutto il disordine � sempre causato da loro, da questi ufficiali dello stato maggiore... - brontol�. - Fate ci� che volete. Il principe Andr�j, senza neppure alzare gli occhi, si allontan� in fretta dalla moglie del medico che lo chiamava suo salvatore e, ripensando con disgusto ai minimi particolari di quella scena umiliante, galopp� verso il villaggio dove, gli avevano detto, si trovava il generalissimo. Giunto al villaggio, smont� da cavallo e si diresse alla prima casa con l'intenzione di riposarsi un poco, di rifocillarsi e di riordinare e mettere in chiaro i pensieri umilianti che lo tormentavano. �Questa � una banda di malfattori, non � un esercito!� diceva a se stesso, mentre si avvicinava alla finestra della prima casa, allorch� si sent� chiamare per nome da una voce nota. Si volt�. Alla finestrella stava affacciato il bel viso di Nesvitzkij, il quale masticava qualche cosa con le labbra carnose e agitando le mani gli faceva cenno di entrare. - Bolkonskij! Bolkonskij! Non mi senti? Vieni, spicciati! - gridava. Il principe Andr�j, entrando nella casa, scorse Nesvitzkij e un altro aiutante che stavano facendo uno spuntino. Si volsero subito a Bolkonskij per chiedergli se sapesse qualcosa di nuovo. Sui loro visi cos� noti il principe Andr�j lesse un'espressione di turbamento e di inquietudine, espressione che si notava in modo particolare sul volto sempre ridente di Nesvitzkij. - Dov'� il comandante in capo? - chiese Bolkonskij. - L�, in quella casa - rispose l'aiutante, indicandogliela. - Dunque � vero che si fa la pace e si capitola? - chiese Nesvitzkij. - Lo chiedo a voi. Non so nulla salvo questo, che ho stentato non poco ad arrivare sin qui. - E qui da noi, mio caro, che orrore! Confesso la mia colpa amico... ho riso di Mack e adesso ci tocca ben di peggio - disse Nesvitzkij. - Ma siediti, mangia qualcosa. - Adesso, principe, non trovereste n� una carrozza n� altro e sa Iddio dove sar� il vostro P�tr - disse l'altro aiutante. - Dov'� il quartiere generale? - Passeremo la notte a Zna�m. - Quanto a me, ho caricato su due cavalli ci� che mi occorre - disse Nesvitzkij. - Mi hanno costruito dei basti eccellenti. Pu� darsi che si debba fuggire anche attraverso i monti della Boemia. Le cose vanno male, mio caro. Ma che hai? Non ti devi sentir bene per rabbrividire cos�... - osserv� Nesvitzkij notando che il principe Andr�j tremava come se avesse toccato una bottiglia di Leida (68). - Non � nulla! - rispose il principe Andr�j. Aveva ripensato in quel momento al recente incontro con la moglie del medico e con l'ufficiale che guidava il convoglio. - Che fa qui, il generalissimo? - chiese poi. - Non ci capisco nulla - rispose Nesvitzkij. - E io capisco una cosa sola: che tutto � disgustoso, disgustoso, disgustoso... - esclam� il principe Andr�j, e si diresse verso la casa dove si era fermato il comandante supremo. Passando accanto alla carrozza di Kutuz�v, ai malandati cavalli da sella del s�guito e dei cosacchi, che parlavano ad alta voce tra di loro, il principe Andr�j entr� nel vestibolo. Come gli era stato detto, Kutuz�v si trovava in quella casa insieme con il principe Bagrati�n e con Weirother (69), il generale austriaco che aveva sostituito Schmidt, ucciso. Nel vestibolo, il piccolo Kozlovskij stava seduto sui calcagni davanti a uno scritturale. Questi, con i paramani della divisa rimboccati, scriveva rapidamente su un barile rovesciato. Il viso di Kozlovskij era disfatto: diceva chiaramente che egli non aveva chiuso occhio tutta la notte. Guard� il principe Andr�j e non gli fece neppure un cenno di saluto. - La seconda linea... Hai scritto? - prosegu� a dettare allo scrivano. - Il reggimento dei granatieri di Kiev, di Pod�lja... - Non cos� in fretta, eccellenza - disse lo scrivano in tono irritato e poco rispettoso, fissando in viso Kozlovskij. Al di l� della porta si ud� in quel momento la voce vivace e scontenta di Kutuz�v, interrotta da un'altra voce sconosciuta. Dal suono di quelle voci, dall'indifferenza con cui Kozlovskij lo aveva guardato, dal poco rispettoso comportamento dello scrittore stanco, dal fatto che Kozlovskij e lo scritturale sedevano per terra a cos� breve distanza dal generalissimo, dalle risate rumorose dei cosacchi che custodivano i cavalli sotto le finestre, da tutto ci� insomma, il principe Andr�j intuiva che doveva essere avvenuto qualcosa di grave e di doloroso. Con insistenza si mise a interrogare Kozlovskij. - Subito, principe - rispose costui. - Sto dettando le disposizioni per Bagrati�n. - E' la capitolazione? - Niente capitolazione. Sono state date disposizioni per il combattimento. Il principe Andr�j si diresse verso l'uscio, di l� del quale giungevano le voci. Ma nel momento in cui stava per aprirlo, le voci tacquero, l'uscio si spalanc� e Kutuz�v, con il suo naso aquilino nella faccia grassa, comparve sulla soglia. Il principe Andr�j stava ritto davanti a Kutuz�v, ma dalla espressione dell'unico occhio vivo del generale si capiva che i pensieri e le preoccupazioni erano tanto intensi da impedirgli quasi di vedere davanti a s�. Guardava in viso il suo aiutante di campo e non lo riconosceva. - Dunque, hai finito? - chiese a Kozlovskij. - Un momento ancora, eccellenza. Bagrati�n, un uomo di media statura dal viso duro e immobile, tipicamente orientale, magro, non ancora vecchio, usc� dietro il comandante supremo. - Ho l'onore di presentarmi - ripet� ad alta voce il principe Andr�j, porgendo un plico. - Ah, da Vienna? Bene. Dopo, dopo... Kutuz�v, accompagnato da Bagrati�n, and� sino alla soglia. - Sicch�, addio, principe - disse Kutuz�v a Bagrati�n. - Cristo ti accompagni. Ti benedico per la tua grande impresa. Il viso di Kutuz�v si raddolc� all'improvviso, gli occhi gli si riempirono di lacrime. Con la sinistra attir� a s� Bagrati�n mentre con la destra, su cui brillava un anello, gli faceva con un gesto evidentemente abituale il segno della croce; poi gli offr� la grassa guancia da baciare, ma Bagrati�n lo baci� sul collo. - Cristo ti accompagni! - ripet� Kutuz�v, e si diresse verso la propria carrozza, dicendo al principe Andr�j: - Sali con me. - Eccellenza, vorrei rendermi utile qui. Permettetemi di restare nel distaccamento del principe Bagrati�n. - Siediti! - ripet� Kutuz�v e, notando che Bolkonskij esitava, aggiunse: - Anche a me sono necessari dei bravi ufficiali. Presero posto nella carrozza e per qualche minuto procedettero in silenzio. - Abbiamo ancora dinanzi a noi molte cose da fare - disse Kutuz�v, con un'espressione di perspicacia senile, quasi avesse capito ci� che avveniva nell'animo di Bolkonskij. - Se domani la decima parte del suo distaccamento mi ritorna sana e salva, ne ringrazier� il Signore - aggiunse Kutuz�v, quasi parlando a se stesso. Il principe Andr�j lo guard� e, suo malgrado, gli saltarono agli occhi gli orli accuratamente lavati della cicatrice sulla tempia di Kutuz�v, l� dove il proiettile di Isma�l gli aveva forato il cranio e accecato l'occhio. �S��, pens�, �egli ha il diritto di parlare con tanta tranquillit� della morte di quegli uomini!�. - E' appunto per questo che vi prego di mandarmi con quel distaccamento - disse. Kutuz�v non rispose. Pareva avesse gi� dimenticato ci� che aveva detto, ed era immerso in profonde riflessioni. Dopo cinque minuti, sobbalzando dolcemente sulle flessibili molle della carrozza, Kutuz�v si volse al principe Andr�j. Sul suo viso non vi era pi� traccia di commozione. Con fine ironia, interrog� l'aiutante di campo sul suo colloquio con l'imperatore, su quanto si diceva a corte, sullo scontro di Krems e su alcune signore di loro comune conoscenza. CAPITOLO 14. Il primo novembre Kutuz�v ricevette da uno dei suoi informatori una notizia da cui risult� che l'armata che egli comandava si trovava in una condizione quasi disperata. L'informatore riferiva che i Francesi, dopo aver passato con forze imponenti il ponte di Vienna, marciavano verso la linea su cui Kutuz�v doveva collegarsi con le truppe che provenivano dalla Russia. Se Kutuz�v decideva di fermarsi a Krems, centocinquantamila uomini dell'esercito di Napoleone gli avrebbero chiuso ogni via di comunicazione, avrebbero accerchiato il suo esercito stremato, ed egli si sarebbe cos� trovato nelle condizioni di Mack a Ulma. Se Kutuz�v decideva, invece, di abbandonare la strada che lo conduceva da Krems a Olm�tz per unirsi alle truppe provenienti dalla Russia, sarebbe stato costretto a inoltrarsi, senza vie tracciate, nelle sconosciute regioni delle montagne boeme, dove avrebbe dovuto difendersi dalle soverchianti forze nemiche e abbandonare ogni speranza di riunirsi a Bukshevden (70). Se infine stabiliva di indietreggiare sulla strada da Krems a Olm�tz, per unirsi con le truppe provenienti dalla Russia, avrebbe corso il rischio di essere preceduto su quella strada dai Francesi, che gi� avevano passato il ponte di Vienna, e costretto ad accettare battaglia durante la marcia, con il gravame dei bagagli e delle salmerie, contro un nemico tre volte pi� numeroso che lo circondava da due parti. Kutuz�v scelse quest'ultimo partito. I Francesi, come aveva riferito l'informatore, dopo aver attraversato il fiume a Vienna, si dirigevano a marce forzate verso Zna�m, che si trovava sulla linea di ritirata di Kutuz�v, a pi� di cento miglia davanti a lui. Raggiungere Zna�m prima dei Francesi significava avere una grande speranza di salvare l'esercito; lasciare ai Francesi la possibilit� di precederlo voleva dire far subire all'esercito una vergognosa sconfitta, quale quella di Ulma, o la totale disfatta. Ma arrivare prima dei Francesi con tutto l'esercito, era impossibile. La marcia dei Francesi, da Vienna a Zna�m, era pi� breve e migliore di quella che i Russi dovevano compiere da Krems a Zna�m. La notte stessa in cui ricevette quella notizia, Kutuz�v mand� in avanguardia i quattromila uomini di Bagrati�n, a destra, attraverso le montagne, dalla via Krems-Zna�m a quella Vienna-Zna�m. Bagrati�n doveva compiere quella marcia senza soste, fermarsi con il fronte verso Vienna e Zna�m alle spalle e, qualora fosse riuscito a prevenire i Francesi, doveva trattenerli quanto pi� potesse. Kutuz�v stesso, con tutti i bagagli, mosse verso Zna�m. Dopo aver percorso quarantacinque miglia tra i monti, in una notte tempestosa, con dei soldati affamati e scalzi, senza tracce di strade, e aver perduto per via un terzo dei suoi uomini, Bagrati�n arriv� a Hollabr�nn, sulla strada Vienna-Zna�m alcune ore prima dei Francesi, che da Vienna avanzavano verso Hollabr�nn. Kutuz�v doveva marciare ancora una giornata intera, con i suoi carriaggi, per giungere a Zna�m, e pertanto Bagrati�n avrebbe dovuto salvare l'esercito con soli quattromila uomini affamati ed esausti, trattenere per ventiquattro ore tutto l'esercito nemico che stava per incontrarsi con lui a Hollabr�nn, il che era evidentemente impossibile. Ma la capricciosa fortuna rese possibile l'impossibile. Il successo dell'inganno mediante il quale, senza alcuna lotta, era caduto il ponte di Vienna nelle mani dei Francesi, indusse Murat a tentare di ingannare anche Kutuz�v. Murat, incontrando il debole distaccamento di Bagrati�n sulla strada di Zna�m, credette di avere a che fare con tutto l'esercito di Kutuz�v. Per annientarlo completamente volle aspettare le altre truppe rimaste indietro sulla strada di Vienna e, a tale scopo, propose un armistizio di tre giorni, a condizione che l'uno e l'altro esercito rimanessero fermi nelle loro rispettive posizioni e non facessero alcun movimento. Murat assicurava che erano state iniziate trattative di pace e che proponeva l'armistizio per evitare un inutile spargimento di sangue. Il generale austriaco, conte Nostitz, che era agli avamposti, credette alle parole dei parlamentari di Murat, e si ritir�, scoprendo il distaccamento di Bagrati�n. Un altro parlamentare, con le stesse notizie di trattative di pace, si present� alle linee russe a proporre un armistizio di tre giorni. Bagrati�n rispose che non poteva n� accettare, n� respingere la proposta e, per mezzo di un aiutante di campo, mand� a informare Kutuz�v della proposta che gli era stata fatta. L'armistizio era, per Kutuz�v, l'unico mezzo per guadagnar tempo, per dar modo di riposare allo stanco distaccamento di Bagrati�n e per far compiere ai carriaggi (il cui movimento avveniva di nascosto ai Francesi) almeno un giorno di marcia in pi� verso Zna�m. La proposta di armistizio offriva dunque l'unica e inattesa possibilit� di salvare l'esercito. Avuta la notizia, Kutuz�v mand� immediatamente il generale aiutante Wintzingerode al campo nemico. Egli doveva non solo accettare l'armistizio, ma anche proporre le condizioni per una capitolazione; frattanto Kutuz�v mandava i suoi aiutanti pi� indietro, con l'ordine di affrettare il pi� possibile i movimenti dei carriaggi di tutto l'esercito sulla strada Krems-Zna�m. L'esausto, affamato distaccamento di Bagrati�n doveva, per coprire questa marcia di carriaggi, restare immobile di fronte a un nemico otto volte superiore. Le previsioni di Kutuz�v si avverarono sia riguardo alla proposta di una capitolazione che non obbligava a nulla e che pot� dare a una parte dei carriaggi il tempo di passare, sia riguardo all'errore di Murat che non doveva tardare a risultare evidente. Non appena Napoleone, che si trovava a Sch�nbrunn, a venticinque miglia da Hollabr�nn, ebbe ricevuto il rapporto di Murat e il progetto di armistizio e di capitolazione, e si avvide dell'inganno, scrisse a Murat la lettera seguente: �Au prince Murat. Sch�nbrunn, 25 brumaire en 1805, � huit heures du matin. �Il m'est impossible de trouver des termes pour vous exprimer mon m�contentement. Vous ne commandez que mon avantgarde et vous n'avez pas le droit de faire d'armistice sans mon ordre. Vous me faites perdre le fruit d'une campagne. Rompez l'armistice sur-le-champ et marchez � l'ennemi. Vous lui ferez d�clarer que le g�n�ral qui a sign� cette capitulation n'avait pas le droit de le faire, qu'il n'y a que l'Empereur de Russie qui ait ce droit. �Toutes les fois cependant que l'Empereur de Russie ratifierait la dite convention, je la ratifierai; mais ce n'est qu'une ruse. Marchez, d�truisez l'arm�e russe... Vous etes en position de prendre son bagage et son artillerie. L'aide de camp de l'Empereur de Russie est un... Les officiers ne sont rien, quand ils n'ont pas de pouvoir; celui-ci n'en avait point... Les Autrichiens se sont laiss�s jouer pour le passage du pont de Vienne, vous vous laissez jouer par un aide de camp de l'Empereur. Napol�on�. [71. �Al principe Murat. Sch�nbrunn, il 25 brumaio 1805, alle ore otto del mattino. �Mi � impossibile trovare le parole adatte per esprimervi il mio malcontento. Voi comandate soltanto la mia avanguardia e non avete il diritto di concludere un armistizio senza mio ordine. Mi fate perdere il frutto di una campagna. Rompete immediatamente l'armistizio e marciate contro il nemico. Gli farete sapere che il generale che ha firmato questa capitolazione non aveva alcun diritto di farlo e che tale diritto spetta unicamente all'imperatore di Russia. Qualora l'imperatore di Russia ratificasse detta convenzione, la ratificher� anch'io; ma questa non � che un'astuzia. Marciate, distruggete l'esercito russo... Siete in condizioni di prendere i suoi carriaggi e le sue artiglierie. L'aiutante di campo dell'imperatore di Russia � un... Gli ufficiali non contano nulla, quando non hanno poteri, e costui non ne aveva. Gli Austriaci si sono lasciati ingannare dal passaggio del ponte di Vienna, voi vi lasciate ingannare dall'aiutante di campo dell'imperatore. Napoleone�]. Un aiutante di campo dell'imperatore part� al galoppo con questa terribile lettera per Murat. Lo stesso Bonaparte, non fidandosi dei suoi generali, mosse di persona con tutta la sua guardia verso il campo di battaglia, temendo che la vittima gli potesse sfuggire, ma i quattromila uomini di Bagrati�n, accesi allegramente i fuochi, si scaldavano, si asciugavano e si cucinavano per la prima volta la "kascia" (72) dopo tre giorni, e nessuno dei soldati sapeva o prevedeva quale sorte gli si stava preparando. Alle quattro del pomeriggio il principe Andr�j, che aveva ripetuto con insistenza la sua preghiera a Kutuz�v, arriv� a Grunt e si present� a Bagrati�n. L'aiutante di Bonaparte non aveva ancora raggiunto il corpo di Murat, e il combattimento non era ancora cominciato. Nel distaccamento di Bagrati�n non si sapeva nulla dell'andamento generale delle cose e si parlava di pace, pur non credendo in tale possibilit�. Si parlava della battaglia, ma non si riteneva che fosse imminente. Bagrati�n, che conosceva Bolkonskij come l'aiutante preferito di Kutuz�v e nel quale il generalissimo riponeva maggior fiducia, lo ricevette con particolare e cortese benevolenza; gli spieg� che in giornata o il giorno seguente avrebbe avuto probabilmente luogo la battaglia e gli lasci� piena libert� di stare con lui durante il combattimento o di recarsi alla retroguardia per sorvegliare l'ordine della ritirata, la quale cosa �era pure importantissima�. - E' probabile, d'altra parte, che oggi non si combatta - concluse Bagrati�n, come per rassicurare il principe Andr�j. �Se costui � uno dei soliti zerbinotti dello stato maggiore�, pens�, �mandato qui per avere una decorazione, l'avr� anche restando alla retroguardia; se poi vuole restare con me, ed � un ufficiale coraggioso, resti pure... potr� essere utile�, pens� Bagrati�n. Il principe Andr�j, senza rispondere, gli chiese il permesso di visitare la posizione e di studiare il dislocamento delle truppe per rendersi conto dove gli convenisse andare in caso gli toccasse eseguire qualche ordine. L'ufficiale di servizio del distaccamento, un bell'uomo dalla divisa elegante, con un anello di brillanti all'indice, e che parlava male, ma volentieri, il francese, si offr� di accompagnarlo. Da ogni parte si vedevano ufficiali inzuppati d'acqua, dallo sguardo triste, che sembravano cercare qualche cosa, e soldati che trascinavano dal villaggio porte, panche, palizzate. - Vedete, principe, non possiamo liberarci da costoro - disse l'ufficiale di stato maggiore, indicando quegli uomini. - I comandanti sono troppo deboli. E qui - e indic� la tenda montata dal vivandiere - qui si riuniscono e non si muovono pi�. Proprio stamattina li ho cacciati via tutti quanti e ora, come vedete, la tenda � di nuovo piena. Avviciniamoci, principe, e cacciamoli via un'altra volta. E' questione di un minuto. - Entriamo, cos� prender� anch'io un po' di pane e formaggio - disse il principe che non aveva ancora fatto in tempo a mangiare un boccone. - Perch� non me l'avete detto, principe? Vi avrei offerto la mia ospitalit�. Smontarono da cavallo ed entrarono nella tenda del vivandiere. Alcuni ufficiali dalle facce stanche e arrossate stavano seduti davanti alle rozze tavole e mangiavano e bevevano. - Ma come, signori! - esclam� l'ufficiale di stato maggiore, con il tono di rimprovero di chi abbia gi� ripetuto parecchie volte la stessa cosa... - Non sapete che non � permesso assentarsi dai propri reparti? Il principe ha dato ordine che nessuno si muova. E anche voi, signor capitano in seconda, siete qui - disse, volgendosi a un ufficiale di artiglieria piccolo, magro e sporco il quale, senza stivali (li aveva dati al vivandiere perch� li facesse asciugare), con i soli calzini, si era alzato in piedi davanti ai due che entravano, sorridendo in modo non del tutto naturale. - Non vi vergognate, capitano Tuscin? - prosegu� l'ufficiale di stato maggiore. - Mi pare che, nella vostra qualit� di artigliere, dovreste dare il buon esempio, ed ecco che siete senza stivali. Se venisse dato l'allarme, stareste davvero bene in tali condizioni! - (L'ufficiale di stato maggiore sorrise).- Vogliate tornare tutti al vostro posto, tutti! - aggiunse in tono autoritario. Il principe Andr�j sorrise suo malgrado, guardando il capitano Tuscin. In silenzio e sempre sorridendo, appoggiandosi ora sopra un piede ora sopra l'altro, egli volgeva interrogativamente i grandi occhi buoni e intelligenti ora sul principe Andr�j, ora sull'ufficiale di stato maggiore. - I soldati dicono che scalzi si va pi� comodi - mormor� il capitano Tuscin sorridendo e facendosi rosso, con l'evidente desiderio di uscire dall'imbarazzante situazione in cui si trovava, usando il tono scherzoso. Ma ancor prima di aver finito di parlare, sent� che la sua spiritosaggine non era accolta e che non serviva a nulla. E rimase imbarazzato. - Vogliate ritirarvi - gli disse l'ufficiale di stato maggiore, cercando di mantenersi serio. Il principe Andr�j guard� ancora una volta la figura minuta dell'artigliere. Essa aveva un non so che di particolare, di assolutamente non militaresco, un po' comico ma straordinariamente simpatico. L'ufficiale di stato maggiore e il principe Andr�j salirono a cavallo e proseguirono. Usciti dal villaggio, tra un continuo andirivieni di soldati e di ufficiali di varie armi, videro alla loro sinistra trinceramenti appena scavati, rosseggianti di argilla fresca. Alcuni battaglioni di soldati, in maniche di camicia nonostante soffiasse un vento freddo, vi lavoravano attorno come bianche formiche; da dietro le scarpate, mani invisibili lanciavano incessantemente fuori palate di argilla rossastra. I due ufficiali, avvicinandosi al trinceramento, lo osservarono e passarono oltre. Proprio dietro la trincea videro alcune diecine di soldati che si avvicendavano senza posa, venendo di corsa dal trinceramento. Dovettero tapparsi il naso e mettere al trotto i cavalli per allontanarsi da quella mefitica atmosfera. - "Voil� l'agr�ment des camps, monsieur le prince" [73. Ecco le delizie del campo, signor principe!] - disse l'ufficiale di servizio. Salirono sulla collina di fronte. Da quell'altura gi� si vedevano i Francesi. Il principe Andr�j si ferm� e si mise ad osservare. - Una nostra batteria � piazzata l� - disse l'ufficiale di stato maggiore, indicando il punto culminante della collina. - Ed � appunto la batteria di quell'originale che abbiamo visto senza scarpe. Di lass� si domina tutto: andiamoci, principe. - Vi ringrazio moltissimo, ma andr� avanti da solo - rispose il principe Andr�j, desiderando liberarsi dall'ufficiale di stato maggiore. - Vi prego, non disturbatevi! L'ufficiale si ferm�, e il principe Andr�j prosegu� solo. Quanto pi� procedeva e si avvicinava al nemico, tanto pi� le truppe apparivano gaie e ordinate. Il disordine e l'abbattimento pi� impressionante, il principe li aveva notati alcune ore prima in quel convoglio sulla strada di Zna�m che egli aveva percorso quella mattina stessa, a dieci miglia dai Francesi. Anche a Grunt aveva avvertito un turbamento diffuso e un senso indefinito di paura. Ma ora, quanto pi� si avvicinava alle posizioni nemiche, tanto pi� l'aspetto delle nostre truppe appariva sicuro e pieno di fiducia. I soldati erano bene allineati, vestiti di cappotti grigi, e il sergente maggiore e il comandante della compagnia contavano gli uomini puntando il dito contro il petto del soldato capofila e ordinandogli di alzar la mano; soldati sparpagliati all'intorno trascinavano tronchi e fascine e costruivano baracche, ridendo e chiacchierando allegramente tra di loro; attorno ai fuochi del bivacco si affollavano davanti alle caldaie, nudi o vestiti, e facevano asciugare le camicie e le pezze da piedi o rattoppavano stivali e cappotti. In una compagnia il rancio era pronto e i soldati, con le facce avide, guardavano i pentoloni fumanti e aspettavano che l'ufficiale, seduto su una trave di fronte alla baracca del cantiniere, assaggiasse la zuppa che il cantiniere gli porgeva in una ciotola di legno. In un'altra compagnia pi� fortunata - poich� non tutti avevano la vodka - gli uomini si erano stretti attorno al sergente maggiore, un tipo dalle spalle larghe e dal viso butterato che, inclinando una botticella, versava da bere nei coperchi delle gavette che, a turno, gli uomini gli porgevano. I soldati, con espressione beata portavano il coperchio alle labbra, lo vuotavano e, sciacquatasi la bocca, l'asciugavano con la manica del cappotto e si allontanavano con il viso atteggiato a una pi� allegra espressione. Tutte le fisionomie erano calme, come se quegli uomini non si trovassero davanti al nemico prima di una battaglia nella quale almeno una met� di essi sarebbero rimasti sul terreno, ma come se si fossero riuniti in un luogo qualunque del loro paese, in attesa di una tranquilla sosta. Dopo aver attraversato il reggimento dei cacciatori e le file dei granatieri di Kiev, bei giovani robusti intenti anch'essi a pacifiche operazioni, il principe Andr�j, a breve distanza dalla baracca del comandante del reggimento, che spiccava tra le altre, giunse sul fronte di un plotone di granatieri davanti al quale era disteso per terra un uomo nudo. Due soldati lo tenevano saldamente e altri due, sollevando certe bacchette flessibili, gli sferzavano ritmicamente il dorso. La vittima emetteva grida strazianti. Un grasso maggiore andava avanti e indietro lungo lo schieramento e, senza badare a quegli urli, diceva: - Per un soldato, rubare � una vergogna: un soldato dev'essere onesto, nobile e coraggioso; se un soldato deruba un compagno vuol dire che non ha onore, che � una canaglia. Picchiate ancora, ancora! Si sentivano soltanto i colpi sibilanti della sferza e gli urli disperati, ma simulati. - Ancora, ancora! - ripeteva il maggiore. Un giovane ufficiale, con il viso atteggiato a doloroso stupore, si allontan� dal soldato punito, volgendo uno sguardo interrogativo all'aiutante che gli passava vicino. Giunto alla linea degli avamposti, il principe Andrej pass� lungo il fronte. Le nostre linee e quelle nemiche, schierate rispettivamente a destra e a sinistra, erano lontane l'una dall'altra, ma al centro, nel punto in cui quella mattina erano passati i parlamentari, si erano a tal punto ravvicinate che gli uomini potevano vedersi in viso e parlarsi. Oltre ai soldati che in quel punto occupavano la linea, c'erano dall'una e dall'altra parte molti curiosi i quali stavano a guardare, sorridendo, quei nemici strani e per loro sconosciuti. Nonostante il divieto di avvicinarsi alle linee sino dal mattino i comandanti non erano riusciti a liberarsi dai curiosi. I soldati non guardavano ormai pi� i Francesi, ma facevano le proprie osservazioni su coloro che si avvicinavano e si annoiavano in attesa del cambio. Il principe Andr�j si ferm� ad osservare i Francesi. - Guarda! Guarda! - diceva un soldato a un commilitone indicandogli un moschettiere russo che con un ufficiale si era avvicinato alle linee e parlava fitto e animato a un granatiere francese. - Senti come discorre bene! Neppure il francese pu� stargli dietro! Eh, Sidorov? - Aspetta, ascolta... Uh, come parla bene! - rispose Sidorov, che aveva fama di conoscere bene il francese. Il soldato che i due si indicavano ridendo era D�lochov. Il principe Andr�j lo riconobbe e tese l'orecchio alle sue parole. D�lochov, insieme con il suo capitano, era venuto sulla linea dal fianco sinistro dove si trovava il suo reggimento. - Suvvia, ancora, ancora! - insisteva il comandante della compagnia, chinandosi in avanti e cercando di non perdere nemmeno una di quelle parole che pur non comprendeva. - Pi� in fretta, per favore! Cosa dice? D�lochov non rispose al capitano; era tutto accalorato nella discussione con il granatiere francese. Com'era naturale, parlavano della campagna. Il francese, confondendo i Russi con gli Austriaci, voleva sostenere che i Russi si erano arresi e si erano dati alla fuga dal giorno della battaglia di Ulma, D�lochov dimostrava che i Russi non si erano arresi ma che, anzi, avevano battuto i Francesi. - Qui abbiamo l'ordine di cacciarvi - disse D�lochov - e vi cacceremo. - Badate piuttosto di non essere presi con tutti i vostri cosacchi - ribatt� il granatiere francese Gli spettatori francesi che ascoltavano ridevano. - Vi faremo ballare come ballavate al tempo di Suvorov ("on vous fera danser") - disse D�lochov. - "Qu'est-ce qu'il chante?" [74. Che diavolo dice, costui?] - domand� un francese. - "De l'histoire ancienne" - gli rispose un altro, che aveva capito che si trattava delle guerre passate. - "L'Empereur va lui faire voir � votre Souvara, comme aux autres..." [75. Vecchia storia... L'imperatore gliela far� vedere al vostro Suvar�, e a tutti gli altri...]. - Buonaparte... - ricominciava D�lochov, ma il francese lo interruppe. - Macch� Buonaparte! L'imperatore... - grid� incollerito. - Il diavolo se lo porti, il vostro imperatore! E D�lochov imprec� in russo in modo volgare e soldatesco e gettatosi il fucile in spalla, si allontan�. - Andiamo, Iv�n Lukic' - disse al capitano. - Ecco il modo di parlare dei Francesi! - esclamarono i soldati che erano in linea. - Ora tocca a te, Sidorov! Sidorov strizz� gli occhi, e, rivolgendosi ai Francesi, cominci� a balbettare fitto fitto parole incomprensibili. - Car�, mal�, taf�, saf�, mut�r, kask� - farfugliava, cercando di dare alla propria voce intonazioni espressive. - Oh! oh! Ah, ah, ah! - scoppi� tra i soldati una risata cos� clamorosa e allegra che, propagatasi al di l� della linea, giunse sino al Francesi, cosicch� pareva che non restasse altro da fare che scaricare i fucili, far saltare le cartucce e separarsi per tornare ciascuno alla propria casa. Ma i fucili rimasero carichi, le feritoie delle case continuarono a guardare minacciose e, come prima, i cannoni, staccati dagli affusti, rimasero puntati gli uni contro gli altri. CAPITOLO 16. Dopo aver percorso tutta la linea delle truppe dal fianco destro sino al sinistro, il principe Andr�j sal� verso la batteria dalla quale, secondo le parole dell'ufficiale di stato maggiore, la vista poteva spaziare sui due campi. Giuntovi, scese da cavallo e si ferm� accanto a uno dei quattro cannoni staccati dagli affusti. Davanti ai pezzi passeggiava un artigliere di sentinella che fu sul punto di mettersi sull'attenti davanti all'ufficiale ma che, a un segno di lui, riprese il suo andare e venire a passi regolari e monotoni. Dietro ai pezzi stavano gli avantreni e, dietro ancora, i pali per attaccare i cavalli, e i fuochi di bivacco degli artiglieri. A sinistra, non lontano dall'ultimo cannone, sorgeva una capannuccia di rami intrecciati, costruita da poco, dalla quale uscivano le voci animate degli ufficiali. Dalla batteria la vista spaziava realmente sull'allineamento di quasi tutte le truppe russe e della maggior parte di quelle nemiche. Proprio di fronte alla batteria, sull'orizzonte dell'altura dirimpetto, si vedeva il villaggio di Sch�ngraben; pi� a sinistra e pi� a destra si potevano distinguere in tre punti, tra il fumo dei loro bivacchi, ammassamenti di truppe francesi, la maggior parte delle quali si dovevano evidentemente trovare nel villaggio stesso e dietro la collina. A sinistra del villaggio, si scorgeva in mezzo a fumo qualcosa che sembrava una batteria ma che, a occhio nudo, non si poteva distinguere bene. L'ala destra russa era scaglionata su di un'altura piuttosto ripida che dominava le posizioni francesi. Vi era stata scaglionata la nostra fanteria e all'orlo estremo si vedevano i dragoni. Al centro, l� dove si trovava la batteria di Tuscin e donde il principe Andr�j osservava le posizioni, il declivio era pi� dolce e conduceva direttamente al ruscello che ci separava da Sch�ngraben. A sinistra le truppe russe si stendevano sino a una foresta dove fumavano i fuochi dei nostri fanti, occupati a raccoglier legna. La linea dei Francesi era pi� lunga della nostra ed era chiaro che essi avrebbero potuto facilmente accerchiarci dai due lati. Dietro le nostre posizioni si apriva un burrone scosceso e profondo, che avrebbe reso assai difficile l'indietreggiamento dell'artiglieria e della cavalleria. Il principe Andr�j, poggiato un gomito su un cannone e tirato fuori un taccuino, tracciava per proprio uso un piano di disposizione delle truppe. In due punti fece delle annotazioni con la matita con l'intenzione di comunicarle a Bagrati�n. Riteneva, in primo luogo, che fosse necessario ammassare tutta l'artiglieria nel centro e, in secondo, che si dovesse arretrare la cavalleria di l� del burrone. Il principe Andr�j, che si trovava tuttora al s�guito del comandante supremo, seguiva i movimenti delle masse e gli ordini generali, e studiava sempre le descrizioni delle battaglie della storia e immaginava suo malgrado anche quell'azione imminente nelle linee generali. Alla mente gli si presentavano soltanto le due seguenti grandi ipotesi: �Se il nemico inizia l'attacco sul fianco destro� diceva a se stesso �i granatieri di Kiev e i cacciatori di Pod�lja dovranno difendere le loro posizioni sino a che non saranno raggiunti dalle riserve del centro. In tal caso, i dragoni possono assalire l'ala nemica e sfondarla. Se invece l'attacco avr� luogo al centro, noi collocheremo su questa altura la batteria centrale e, cos� protetti, faremo ripiegare l'ala sinistra e indietreggeremo a scaglioni sino al burrone...�. - No, mio caro - diceva intanto quella simpatica voce che gli sembrava di conoscere; - io dico che se fosse possibile sapere quello che ci sar� dopo la morte, nessuno la temerebbe pi�. E' cos�, mio caro! Un'altra voce pi� giovane lo interruppe: - Paura o no, non la si pu� evitare... - Eppure si ha paura! Eh, voialtri dotti - s'intromise una terza voce robusta, interrompendo le altre due; - voi, artiglieri, siete sempre molto dotti perch� potete sempre portarvi dietro la vodka e uno spuntino. - E l'uomo dalla voce robusta, che doveva essere un ufficiale di fanteria, proruppe in una risata. - Eppure si ha paura - prosegu� la prima voce, quella che al principe Andr�j pareva di conoscere. - La paura dell'ignoto, ecco tutto. Si ha un bel dire che l'anima sale al cielo... Noi sappiamo che il cielo non esiste, che sopra di noi c'� soltanto l'atmosfera... Di nuovo la voce robusta interruppe l'artigliere. - Suvvia, Tuscin, offriteci un po' del vostro liquore di erbe! disse. �Ah, ecco, � quel capitano che ho visto scalzo nella tenda del vivandiere�, pens� il principe Andr�j, riconoscendo con piacere la simpatica voce filosofeggiante. - Ora ve l'offrir� - rispose Tuscin; - tuttavia, comprendere la vita futura... - E non complet� la frase. In quell'istante si ud� nell'aria un sibilo: si avvicinava rapidissimo, crescendo di forza di attimo in attimo, e una granata, come se non avesse finito di dire tutto ci� che doveva, si conficc� violentemente in terra non lontano dalla capanna, sollevando con forza non umana frammenti e sassi. Il suolo trem� gemendo all'urto spaventoso. In quello stesso istante balz� fuori dalla capannuccia, primo fra tutti, il piccolo Tuscin, con la pipa all'angolo della bocca; il viso buono e intelligente era un po' pallido. Dietro di lui usc� il giovane dalla bella voce, un ardito ufficiale di fanteria che, abbottonandosi la giubba, and� di corsa verso la sua compagnia. CAPITOLO 17. Il principe Andr�j, a cavallo, fermo davanti alla batteria, guardava il fumo del cannone che aveva lanciato il proiettile. Gli occhi percorsero il vasto spazio che si stendeva sotto il suo sguardo: vedeva soltanto le masse dei Francesi che, poco prima immobili, si agitavano e vedeva che a sinistra vi era effettivamente una batteria, al di sopra della quale indugiava ancora il fumo della cannonata. Due cavalieri francesi, probabilmente due aiutanti di campo, galoppavano, lungo il pendio della collina, ai piedi della quale avanzava, nettamente visibile, una breve colonna nemica per un rinforzo della linea. Il fumo della cannonata non si era ancora dissipato quando ne apparve un secondo e si ud� un'altra detonazione. La battaglia era incominciata. Il principe Andr�j volt� il cavallo e part� al galoppo verso Grunt, in cerca del principe Bagrati�n. Alle sue spalle udiva il cannoneggiamento farsi via via pi� frequente e pi� rumoroso. Evidentemente i nostri cominciavano a rispondere. In basso, nel punto in cui erano passati i parlamentari, echeggiarono colpi di fucile. Lemairrois (76), latore della dura lettera di Bonaparte, aveva appena raggiunto Murat il quale, mortificato e desideroso di rimediare al proprio errore, aveva subito dato ordine alle sue truppe di muovere verso il centro e aveva iniziato l'aggiramento dei due fianchi dei Russi sperando di annientare, prima che annottasse e ancor prima dell'arrivo dell'imperatore, il piccolo distaccamento che aveva davanti a s�. �Ci siamo! La battaglia � incominciata!�, pens� il principe Andr�j, sentendo il sangue affluirgli pi� rapido al cuore. �Ma dove e come potr� trovare la mia Tolone (77)?�. Nel ripassare davanti a quelle compagnie che un quarto d'ora prima mangiavano la "kascia" e bevevano vodka, vedeva ovunque gli stessi rapidi movimenti degli uomini che si allineavano e mettevano in ordine i fucili e sul viso di tutti ritrovava quello stesso senso di animazione che riempiva il suo cuore. �Ci siamo! E' cominciata! Una cosa terribile e allegra insieme!�, diceva il volto di ogni ufficiale e di ogni soldato. Ancor prima di giungere ai lavori di fortificazione, vide nella luce crepuscolare della nuvolosa giornata autunnale alcuni cavalieri che gli venivano incontro. Quello in testa, in "burka" (78) e berretto caucasico, che montava un cavallo bianco, era il principe Bagrati�n. Il principe Andr�j si ferm� per aspettarlo. Bagrati�n trattenne a sua volta il cavallo e, riconosciuto Bolkonskij, lo salut� con un cenno del capo, continuando a guardare davanti a s�, lontano, mentre il principe Andr�j gli comunicava ci� che aveva veduto. L'espressione �E' cominciata! Ci siamo!� appariva persino sul volto bruno e deciso del principe Bagrati�n, dagli occhi semichiusi e torbidi, come se non avesse dormito a sufficienza. Il principe Andr�j, con curiosit� inquieta, guardava fissamente quel viso immobile, e avrebbe voluto sapere se quell'uomo in quel momento pensava e sentiva, e che cosa precisamente pensasse e sentisse. �C'� qualcosa dietro quella faccia immobile?�, si chiedeva il principe Andr�j, guardandolo. Bagrati�n fece con il capo un cenno di approvazione alle parole di lui e disse: �Sta bene� con un tono che pareva significasse che tutto quanto era avvenuto e gli veniva ora comunicato corrispondeva precisamente alle sue previsioni. Il principe Andr�j, ansimante per la veloce galoppata, parlava in fretta. Bagrati�n pronunziava le parole con il suo accento orientale, particolarmente lento, come se ritenesse inutile affrettarsi. Tuttavia spinse al trotto il suo cavallo verso la batteria di Tuscin. Il principe Andr�j si un� agli ufficiali del s�guito. Dietro al principe Bagrati�n cavalcavano un ufficiale del s�guito, l'aiutante personale del principe Zerk�v, l'ufficiale d'ordinanza, un ufficiale di stato maggiore di servizio che montava un bel cavallo inglese, e un funzionario civile, un auditore che, per curiosit�, aveva chiesto il permesso di assistere alla battaglia. L'auditore, un uomo atticciato, dalla faccia grossa, dal sorriso ingenuo e gioioso, guardava attorno a s� da tutte le parti, sballottato dal suo cavallo, e tra gli ussari, i cosacchi, gli aiutanti di campo risaltava bizzarramente con il suo soprabito di pelo di cammello, su una sella da furiere. - Costui ha voglia di vedere una battaglia, - disse Zerk�v a Bolkonskij, indicandogli l'auditore - ma ha gi� mal di stomaco dalla paura... - Suvvia, smettetela! - rispose l'auditore con un sorriso raggiante, ingenuo e astuto insieme, come se fosse lusingato di essere oggetto delle celie di Zerk�v e come se si sforzasse di parere pi� stupido di quanto in realt� non fosse. - "Tr�s dr�le, mon monsieur prince" [79. Molto divertente, mio signor principe!] - disse l'ufficiale di stato maggiore di servizio. (Ricordava che in francese al titolo di "principe" viene aggiunto un particolare attributo, ma non riusciva pi� a ricordare quale) (80). Intanto, mentre si erano avvicinati alla batteria di Tuscin, cadde davanti a loro una granata. - Cos'� accaduto? - domand� l'auditore con un ingenuo sorriso. - Una focaccia francese - rispose Zerk�v. - Ah, e con queste, dunque, uccidono? Che orrore! - esclam� l'auditore. E pareva che fosse fuori di s� dal piacere. Aveva appena finito di parlare quando si ud� di nuovo, improvvisamente, un orribile sibilo che fin� con un tonfo su qualcosa di liquido e sc... sc... scli�p... il cosacco che cavalcava dietro l'auditore, un po' a destra, ruzzol� a terra con il cavallo. Zerk�v e l'ufficiale di servizio si chinarono sulla sella e fecero girare i cavalli. L'auditore si ferm� davanti al cosacco e lo guard� con curiosit�, attentamente. L'uomo era morto, il cavallo si dibatteva ancora. Il principe Bagrati�n si volse con aria accigliata e, resosi conto del motivo che aveva causato quella confusione, guard� subito altrove con indifferenza come se volesse dire: �Ma mette conto occuparsi di simili sciocchezze?�. Ferm� il cavallo da provetto cavaliere, si chin� un po' in avanti e raddrizz� la sciabola che gli si era impigliata nel mantello. Era una sciabola antica, diversa da quelle che si portavano allora. Il principe Andr�j si ricord� di aver sentito dire che Suvorov aveva regalato la propria sciabola a Bagrati�n, e quel ricordo, in quel momento, gli fu particolarmente gradito. Raggiunsero la batteria presso la quale aveva sostato Bolkonskij, quando osservava il campo di battaglia. - Chi comanda questa compagnia? - chiese il principe Bagrati�n al sottufficiale di guardia che stava presso i cannoni. Aveva fatto quella domanda, ma in realt� voleva chiedere: �Voi, qui, non avete un po' di paura?�. Il sottufficiale cap�. - Il capitano Tuscin, eccellenza - grid� con voce allegra mettendosi sull'attenti, un artigliere dai capelli rossi e dalla faccia coperta di lentiggini. - Bene, bene - disse Bagrati�n e, facendo mentalmente dei calcoli, si spinse sino all'ultimo cannone della batteria. Mentre egli si avvicinava part� da quel cannone, assordando lui e il s�guito, un colpo e nella nube di fumo che avvolse tutto a un tratto il pezzo, si scorsero gli artiglieri che, afferrandolo, facevano grandi sforzi per rimetterlo a posto. Il soldato numero uno alto e dalle ampie spalle, balz� indietro a gambe larghe verso la ruota; il numero due, con mani tremanti, introdusse la carica nella bocca. Un ometto un po' curvo, l'ufficiale Tuscin, corse avanti, incespicando nell'affusto e, senza vedere il generale, si mise a guardare lontano, riparandosi gli occhi con la piccola mano. - Aggiungi ancora due linee e la mira andr� bene - grid� con la esile vocetta alla quale si sforzava di dare una baldanza che non concordava con la sua persona. - Il secondo! - strill�.- Fuori, Medvedev! Bagrati�n chiam� l'ufficiale e Tuscin si avvicin� al generale con un movimento timido e goffo e, portando tre dita alla visiera salut� non al modo con cui salutano i militari, ma come benedicono i preti. Bench� i cannoni di Tuscin fossero destinati a sparare sull'avvallamento sottostante, egli sparava proiettili contro il villaggio di Sch�ngraben che si scorgeva l� di fronte e davanti al quale si movevano grandi masse di Francesi. Nessuno aveva ordinato a Tuscin contro che cosa e con che cosa sparare, ma egli, consigliatosi con il suo sergente maggiore, Zacharcenko, che teneva in grande considerazione, aveva deciso che sarebbe stato utile incendiare il villaggio. - Sta bene! - approv� Bagrati�n, dopo avere ascoltato il rapporto dell'ufficiale e prese a osservare il campo di battaglia che gli si stendeva dinanzi, come intento a pensare qualcosa. I Francesi erano avanzati soprattutto dal lato destro. Un po' sotto l'altura, sulla quale stava il reggimento di Kiev, nell'avvallamento del fiume, si udiva un incessante rumore di fucilate che dava uno stringimento al cuore e, molto pi� a destra, oltre la linea dei dragoni, l'ufficiale del s�guito indic� al principe una colonna di Francesi che aggirava il fianco russo. A sinistra l'orizzonte era limitato dalla foresta vicina. Il principe Bagrati�n ordin� ai due battaglioni del centro di andare a rinforzare la destra. L'ufficiale del s�guito os� far osservare al principe che, partiti quei due battaglioni, le batterie sarebbero rimaste senza copertura. Il principe Bagrati�n si volt� verso l'ufficiale del s�guito e lo guard� in silenzio, con gli occhi torbidi. Al principe Andr�j l'osservazione dell'ufficiale pareva che fosse giusta e che su di essa non ci fosse da discutere. Ma in quel momento stesso giunse al galoppo l'aiutante di campo del comandante del reggimento che occupava l'avvallamento, e annunzi� che ingenti forze francesi avanzavano nella pianura, che il reggimento era disperso e ripiegava verso i granatieri di Kiev. Il principe Bagrati�n chin� il capo in segno di consenso e di approvazione. Tenendo il cavallo al passo, mosse verso destra e mand� il suo aiutante di campo dai dragoni con l'ordine di attaccare i Francesi. L'inviato torn� dopo mezz'ora con la notizia che il comandante del reggimento dei dragoni aveva gi� ritirati i suoi battaglioni di l� dal burrone, giacch� un terribile fuoco di artiglieria diretto contro di essi gli cagionava inutili perdite di uomini e perci� aveva appiedato i tiratori, facendoli nascondere nel bosco. - Sta bene! - disse Bagrati�n. Mentre egli si allontanava dalla batteria si sent� sparare anche da sinistra, nel bosco, e poich� la distanza era troppo grande perch� egli potesse giungere a tempo, di persona, il principe Bagrati�n vi mand� Zerk�v a dire al generale in capo, quello stesso che a Braunau aveva presentato il proprio reggimento a Kutuz�v, di indietreggiare oltre il burrone il pi� presto possibile, giacch� l'ala destra probabilmente non sarebbe stata in grado di trattenere a lungo il nemico. E si dimentic� di Tuscin e del battaglione che avrebbe dovuto proteggerlo. Il principe Andr�j ascoltava con molta attenzione i discorsi di Bagrati�n con i comandanti e gli ordini che egli dava, e con vivo stupore si rendeva conto che in realt� non si davano ordini, ma che il principe Bagrati�n cercava soltanto di fare apparire che tutto ci� che si faceva per necessit�, per caso, per iniziativa dei singoli comandanti, fosse fatto, se non per ordine suo, almeno in concordanza con le sue intenzioni. E il principe Andr�j not� anche che, grazie al tatto dimostrato da Bagrati�n nonostante la casualit� degli avvenimenti e l'indipendenza di essi dalla volont� del comandante, la presenza di lui aveva una grandissima importanza. I comandanti che si avvicinavano a Bagrati�n con il volto sfatto, si rasserenavano; i soldati e gli ufficiali lo salutavano allegramente, si rianimavano in sua presenza ed era evidente che davanti a quell'uomo cercavano di mettere in mostra il loro valore. CAPITOLO 18. Giunto al punto culminante della nostra ala destra, il principe Bagrati�n cominci� a scendere verso quella parte da cui si udiva giungere un tambureggiare di fucileria e dove, a causa del denso fumo, non si vedeva nulla. Quanto pi� il principe e il s�guito si avvicinavano all'avvallamento, tanto meno si vedeva, ma si sentiva sempre pi� prossimo il vero campo di battaglia. Cominciarono a incontrare dei feriti. Uno, con la testa sanguinante, senza berretto, era trascinato e sorretto da due soldati. Rantolava e vomitava. Un proiettile doveva averlo colpito alla bocca e alla gola. Un altro ferito che veniva loro incontro camminava coraggiosamente da solo, senza fucile, gridando forte e agitando il braccio per il dolore della ferita recente dalla quale il sangue sgorgava come da una bottiglia, scorrendogli sul cappotto. L'espressione del viso era pi� atterrita che sofferente: era stato colpito un minuto prima. Attraversata la strada, gli ufficiali cominciarono a scendere lungo un pendio scosceso e sul declivio videro alcuni uomini stesi a terra; poi venne loro incontro una frotta di soldati, alcuni dei quali non erano feriti. Quegli uomini, respirando a stento, salivano su per la china e, nonostante la presenza del generale, gesticolavano parlando ad alta voce. Pi� innanzi, in mezzo al fumo si intravedevano gi� le file dei cappotti grigi, e un ufficiale, scorto il principe Bagrati�n, si mise a correre dietro ai soldati che se ne andavano, gridando loro di tornare indietro. Bagrati�n si avvicin� alle file lungo le quali, ora qua ora l�, crepitavano numerose fucilate che impedivano di udire le parole e le grida di comando. L'aria era impregnata del fumo della polvere, le facce dei soldati annerite apparivano animatissime. Alcuni pulivano i fucili con le bacchette, altri versavano polvere nel focone o estraevano cartucce dalle giberne, altri ancora sparavano. Ma contro chi sparavano? Non era possibile vederlo, a causa del fumo stagnante, che il vento non disperdeva. Si udivano abbastanza spesso i rumori piacevoli di un ronzio e di un fischio. �Che � mai questo?�, pens� il principe Andr�j, avvicinandosi a quella folla di soldati. �Non pu� essere una linea giacch� sono in mucchio, non pu� trattarsi di un attacco giacch� non si muovono e non mi pare sia un quadrato giacch� non sono disposti come dovrebbero...�. Il colonnello comandante del reggimento, un vecchietto magro, dall'aspetto debole, con un sorriso simpatico e con le palpebre che gli coprivano pi� che a met� gli occhi senili conferendogli una dolce espressione, si accost� al principe Bagrati�n e lo accolse come un padrone di casa accoglie un ospite che gli � caro. Rifer� al principe che i Francesi avevano sferrato un attacco di cavalleria contro il suo reggimento e che, nonostante l'attacco fosse stato respinto, il reggimento aveva perduto pi� della met� dei suoi uomini. Il comandante parl� di attacco respinto, inventando quel termine militare per significare ci� che era accaduto al suo reggimento ma, in realt�, egli stesso ignorava ci� che era successo alle sue truppe durante quella mezz'ora e non poteva dire con certezza se l'attacco fosse stato respinto realmente o se il reggimento fosse stato sbaragliato. Sapeva soltanto che all'inizio dell'azione molte pallottole e granate avevano investito le sue truppe e ucciso molti uomini; che poi qualcuno aveva gridato: �La cavalleria!� e i nostri si erano messi a sparare. Ma avevano sparato sino a quel momento non sulla cavalleria che si era allontanata, ma sui fanti francesi che erano apparsi nell'avvallamento e tiravano sui nostri. Il principe Bagrati�n chin� il capo come per indicare che tutto era avvenuto proprio secondo i suoi desideri e le sue previsioni. Poi, rivoltosi all'aiutante di campo, gli ordin� di far discendere dall'altura due battaglioni del sesto cacciatori, davanti ai quali erano passati poco prima. In quell'istante il principe Andr�j fu colpito dal cambiamento avvenuto sul volto che esprimeva ora la decisione concentrata e felice dell'uomo che in una giornata di grande calura si accinge a prendere la rincorsa per buttarsi nell'acqua fresca. Gli occhi non erano pi� vaghi e assonnati, n� l'aspetto era quello di chi si finge profondamente assorto: quegli occhi rotondi erano adesso animati e duri, occhi di sparviero, che guardavano diritto innanzi a s�, con entusiasmo e insieme con un certo disprezzo, senza evidentemente posarsi su nulla in particolare, sebbene nei suoi gesti sussistesse tuttora la lentezza metodica e misurata di prima. Il colonnello comandante scongiur� il principe Bagrati�n di tornare indietro, allontanandosi da quella localit� troppo pericolosa. - Ve ne supplico, eccellenza, per amor di Dio! - diceva e, come per cercare aiuto, guardava l'ufficiale del s�guito che voltava le spalle. - Ecco, guardate! E accennava ai proiettili che senza posa sibilavano, ronzavano e fischiavano attorno a loro. Parlava con il tono di preghiera e di rimprovero con cui parlerebbe un falegname al signore che avesse in mano la scure: �Noi ci siamo abituati, ma a voi verranno i calli alle mani!�. Parlava come se quei proiettili non potessero colpire lui, ma solo il principe; e quegli occhi semichiusi conferivano alle sue parole un'espressione ancora pi� persuasiva. L'ufficiale di stato maggiore un� finalmente a quelle del colonnello le sue esortazioni, ma il principe Bagrati�n non rispose; ordin� soltanto di far cessare il fuoco e di schierarsi in modo da far posto ai due battaglioni che si avvicinavano. Mentre egli parlava, la cortina di fumo che nascondeva l'avvallamento, come mossa da una mano invisibile, fu spinta da destra a sinistra dal vento che aveva preso a soffiare e, tutto a un tratto si apr� dinanzi a loro la visuale dell'altura opposta sulla quale si movevano i Francesi. Gli occhi di tutti si fissarono involontariamente su questa colonna nemica che, snodandosi gi� per i declivi della montagna, avanzava verso di loro. Gi� si distinguevano i berretti di pelliccia dei soldati; gi� si potevano discernere gli ufficiali dagli uomini di truppa e gi� appariva la bandiera che sbatteva contro l'asta. - Marciano bene! - osserv� qualcuno del s�guito di Bagrati�n. La testa della colonna aveva gi� raggiunto l'avvallamento. Lo scontro doveva aver luogo da quella parte del pendio... I resti del nostro reggimento, gi� impegnato nella battaglia, si scostavano verso destra, riordinandosi; dietro di loro, disperdendo i ritardatari, avanzavano in ordine i due battaglioni del sesto cacciatori. Non erano ancora giunti dove si trovava Bagrati�n, ma gi� si udiva il passo cadenzato e pesante di quella massa di uomini. Sul fianco sinistro, vicino pi� degli altri a Bagrati�n, camminava un comandante di compagnia, un uomo robusto, con viso rotondo dall'espressione sciocca e lieta, quello stesso che era uscito dalla capannuccia. E si vedeva che in quel momento non pensava ad altro che a passare con aria baldanzosa e marziale davanti ai suoi superiori. Con espressione soddisfatta di s�, camminava leggero sulle gambe muscolose come se galleggiasse, drizzandosi senza il minimo sforzo e distinguendosi, per questa sua leggerezza, dal passo pesante dei soldati, che misuravano il proprio a quello di lui. Portava lungo la gamba la sciabola sguainata, lunga e sottile (una sciabolina ricurva che non pareva neppure un'arma) e, ora guardando i superiori, ora dietro di s�, si voltava con la persona vigorosa e flessibile senza mai perdere il passo. Pareva che tutte le forze del suo animo fossero tese all'unico scopo di passare nel modo migliore possibile davanti ai superiori e, rendendosi conto di riuscire nell'intento, si sentiva felice. �Sinistr... sinistr... sinistr...�, pareva dire tra s� a ogni passo e, regolandosi su quella cadenza, avanzava il muro dei soldati, ognuno con un'espressione di severit� diversa, sotto il peso dello zaino e del fucile, come se ciascuno di quella centinaia di uomini ripetesse mentalmente a ogni passo: �Sinistr... sinistr... sinistr...�. Un maggiore grasso, ansimando e perdendo il passo, girava attorno a un cespuglio della strada: un soldato ritardatario, con il fiato grosso e il viso spaventato per la sua colpevolezza, raggiungeva di corsa la compagnia; un proiettile squarciando l'aria, pass� al di sopra della testa del principe Bagrati�n e del s�guito e, sulla cadenza �sinistr... sinistr...�, colp� la colonna. - Serrate le file! - rison� forte la voce del comandante di compagnia. I soldati, facendo arco, girarono attorno a qualche cosa nel punto in cui era caduto il proiettile, e un vecchio sottufficiale decorato, dopo essersi fermato un momento presso i caduti, raggiunse la propria fila, con un saltello cambi� piede e si rimise a marciare regolarmente, guardando attorno con aria irritata. �Sinistr... sinistr... sinistr...� pareva risonare in quel silenzio minaccioso e nel rumore monotono dei piedi che battevano il terreno. - Bravi ragazzi! - disse il principe Bagrati�n. - Contenti... ooh... ooh! - tuon� nelle file la risposta d'uso. Un soldato dal viso arcigno, che camminava a sinistra, si volt�, nel gridare, verso Bagrati�n con un'espressione che voleva significare: �Lo sappiamo da noi...�; un altro, senza voltarsi, quasi temesse di distrarsi, spalanc� la bocca, lanci� il suo grido e prosegu�. Fu dato l'ordine di fermarsi e di deporre gli zaini. Bagrati�n percorse a cavallo le file che gli erano passate davanti e poi scese di sella. Diede le briglie al suo cosacco, si lev� e gli consegn� la "burka", si sgranch� le gambe e si aggiust� il berretto. La colonna francese, ufficiali in testa, apparve sotto l'altura. - Con l'aiuto di Dio! - esclam� Bagrati�n con voce forte e chiara; poi si volt� verso il fronte dello schieramento e, facendo dondolare leggermente le braccia, con il passo goffo e impacciato del cavallerizzo, avanz� sul terreno ineguale, su cui pareva facesse fatica a camminare. Il principe Andr�j sentiva che una invincibile, ignota forza lo spingeva avanti e ne prov� una gioia profonda (81). Ormai i Francesi erano vicinissimi; ormai il principe Andr�j, che camminava accanto a Bagrati�n, distingueva chiaramente le spalline rosse, le sciarpe e persino i visi dei Francesi. (Vedeva benissimo tra gli altri, un vecchio ufficiale francese che con i piedi volti in fuori, coperti dalle ghette, saliva faticosamente la china, afferrandosi ai cespugli). Il principe Bagrati�n non diede altri ordini e, muto, continu� a camminare davanti alle file. A un tratto, in mezzo ai Francesi, scoppi� una granata, poi una seconda e una terza... diffondendo fumo tra le scomposte file nemiche, e crepitarono gli spari. Alcuni dei nostri caddero, tra cui l'ufficiale dalla faccia rotonda che poco prima marciava con tanto zelo baldanzoso. Ma nell'istante in cui si ud� il primo sparo, Bagrati�n si guard� attorno e grid�: - Urr�! - Urr�-�-�-�! - gli rispose un lungo urlo che percorse tutta la linea russa e, oltrepassando il principe Bagrati�n e sorpassandosi l'un l'altro, i nostri soldati, in folla confusa ma allegri e vivaci, corsero verso la montagna, inseguendo le sbaragliate truppe francesi. CAPITOLO 19. L'attacco del sesto cacciatori assicur� la ritirata dell'ala sinistra. Al centro, l'azione della dimenticata batteria di Tuscin che era riuscita a incendiare Sch�ngraben, aveva arrestato il movimento dei Francesi i quali, occupati a spegnere l'incendio, che il vento propagava, diede ai Russi il tempo di ritirarsi. La ritirata del centro, attraverso il burrone, avveniva frettolosamente e con grande rumore, tuttavia le truppe, ritirandosi, non confondevano i reciproci comandi. Ma l'ala sinistra, che era stata contemporaneamente attaccata e accerchiata da preponderanti forze francesi al comando di Lannes e che era composta dai reggimenti dei fanti di Az�v e di Pod�lja e dagli ussari di P�vlograd, era in rotta. Bagrati�n mand� Zerk�v dal comandante dell'ala sinistra con l'ordine di effettuare immediatamente la ritirata anche da quella parte. Zerk�v, senza togliere la mano dalla visiera, spron� il cavallo e part� al galoppo, ma poco dopo essersi allontanato da Bagrati�n, le forze lo tradirono. Fu preso da una invincibile paura, che gli imped� di recarsi dove esisteva il pericolo. Arrivato in vicinanza delle truppe dell'ala sinistra, egli corse non dove si combatteva, ma si mise a cercare il generale e i comandanti l� dove non potevano essere, e cos� non fu in grado di trasmettere l'ordine. Il comando dell'ala sinistra apparteneva per diritto di anzianit� al comandante di quel reggimento che nei pressi di Braunau era stato passato in rivista da Kutuz�v e nel quale prestava servizio, come semplice soldato, D�lochov. Invece il comando dell'estrema ala sinistra era stato assegnato al comandante del reggimento di P�vlograd, al quale apparteneva Rost�v; e in conseguenza di ci� avvenne un equivoco. I due capi erano molto ostili l'uno all'altro e, mentre sul fianco destro l'azione gi� da un pezzo era impegnata e i Francesi incominciavano a ritirarsi, quei due erano occupati in discussioni che non avevano altro scopo se non quello di offendersi a vicenda. Quanto ai reggimenti, poi, sia quello di cavalleria sia quello di fanteria, non erano affatto preparati al combattimento imminente. Gli uomini, dall'ultimo soldato al generale, non aspettavano la battaglia e in tutta tranquillit� attendevano alle occupazioni di ogni giorno: i soldati di cavalleria a nutrire i cavalli, quelli di fanteria a raccogliere legna. - Se lui ha un'anzianit� di grado superiore alla mia, - diceva il colonnello tedesco degli ussari, facendosi rosso e volgendosi a un aiutante di campo - faccia pure quello che vuole. Io non posso sacrificare i miei uomini. Trombettiere! Suona la ritirata! Ma l'urgenza di agire si imponeva. Il cannoneggiamento e la fucileria, confondendosi, tuonavano a destra e nel centro, e i cappotti francesi dei tiratori di Lannes gi� attraversavano la diga del mulino e si allineavano dall'altra parte, distante due tiri di fucile. Il colonnello del reggimento di fanteria con la sua andatura scattante si avvicin� al cavallo, mont� in sella e, ergendo il corpo il pi� possibile, and� dal comandante del reggimento di P�vlograd. I due comandanti si scambiarono un cordiale saluto, ma con il cuore colmo di ira trattenuta. - Vi ripeto, colonnello, - diceva il generale - che proprio non posso lasciare met� dei miei uomini nel bosco. Vi prego pertanto di occupare la posizione e di prepararvi all'attacco ripet�. - E io vi prego di non immischiarvi nei fatti che non vi riguardano - rispose il colonnello, esasperato. - Se foste di cavalleria... - Non sono di cavalleria, colonnello, ma un generale russo e, se non lo sapete... - So benissimo, eccellenza! - grid� a un tratto il colonnello, cacciando avanti il cavallo e facendosi molto rosso in viso. - Vogliate compiacervi di ispezionare la linea: e vi convincerete che questa posizione non vale nulla. Io non voglio far distruggere il mio reggimento per farvi piacere. - Voi passate i limiti, colonnello. Qui non si tratta affatto di far piacere a me, e non vi permetto di dire cose simili. Il generale, accettando l'invito del colonnello a una gara di bravura, aggrottando il viso e raddrizzandosi sulla persona, si avvi� con lui in direzione della linea come se tutti i loro dissidi stessero per essere risolti laggi�, agli avamposti, sotto il tiro dei proiettili. Non appena vi furono giunti, alcune pallottole passarono sibilando sulle loro teste, ed essi si fermarono in silenzio. Alla linea non c'era nulla da vedere, giacch� anche dal luogo dove si trovavano poco prima era evidente che la cavalleria non avrebbe potuto agire in mezzo ai cespugli e alle forre e che i Francesi stavano aggirando l'ala sinistra. Il generale e il colonnello si guardavano a vicenda con aria severa e significativa, simili a due galletti pronti al combattimento, aspettando inutilmente l'uno dall'altro un segno di vigliaccheria. Entrambi ressero alla prova. Poich� non c'era nulla da dire e poich� nessuno dei due voleva fornire all'avversario un pretesto all'accusa di essersi per primo sottratto al fuoco, sarebbero rimasti a lungo cos�, a dimostrarsi reciprocamente il loro coraggio, se in quel momento nel bosco, quasi alle loro spalle, non si fossero uditi un crepitio di fucileria e sorde grida confuse... I Francesi si erano scagliati contro i soldati che raccoglievano la legna. Gli ussari ormai non potevano pi� indietreggiare con i fanti: la linea francese, a sinistra, tagliava loro la ritirata. Adesso bench� il terreno fosse tutt'altro che propizio, era indispensabile attaccare per aprirsi un passaggio. Lo squadrone, cui apparteneva Rost�v, il quale aveva avuto appena il tempo di montare a cavallo, era fermo di fronte al nemico. Di nuovo, come gi� al ponte dell'Enns, tra lo squadrone e il nemico non c'era nessuno; li divideva soltanto la terribile linea dell'ignoto e del terrore, simile a quella che separa i vivi dai morti. Tutti i soldati ne sentivano la presenza e ognuno si chiedeva emozionato se l'avrebbero superata o no. Il colonnello avanz� sul fronte della linea, irritato, rispose in un modo purchessia alle domande degli ufficiali e, come un uomo disperatamente deciso a far valere la propria volont�, diede un ordine. Nessuno aveva detto nulla di preciso, ma gi� nello squadrone circolava la voce dell'attacco imminente. Echeggi� il comando di allinearsi e sibilarono le sciabole tratte dal fodero. Ma ancora nessuno si moveva. Le truppe dell'ala sinistra, fanti e ussari, sentivano che neppure i loro capi sapevano che cosa fare e l'indecisione dei capi si comunicava alla truppa. �Fosse presto, presto�, pensava Rost�v, sentendo che stava finalmente per giungere il momento di provare l'entusiasmo dell'attacco del quale gli avevano tanto parlato i suoi compagni ussari. - Con l'aiuto di Dio, ragazzi! - rison� la voce di Denissov. - Al trotto, "marche"! Nella prima fila le groppe dei cavalli ondeggiarono. Gracik tese le redini e si avvi� con slancio. A destra, Rost�v vedeva le prime file dei suoi ussari e pi� lontano, in avanti, una striscia scura che non riusciva a definire bene ma che ritenne fosse il nemico. Si udivano in lontananza colpi di fucile. - Accelerate il trotto! - rison� il comando, e Rost�v sent� il suo Gracik abbassare la groppa e mettersi al galoppo. Egli ne indovinava in anticipo i movimenti e diventava via via pi� allegro. Not� davanti a s� un albero isolato. Dapprima quell'albero gli stava davanti a met� di quella striscia scura, che gli pareva cos� terrificante, ma ecco che quella linea era ormai sorpassata e, non solo non vi era l� nulla di terrificante, ma tutto si faceva pi� vivace e pi� gaio. �Oh, quanti fendenti�, pensava Rost�v, stringendo l'elsa della sciabola. - Urr�-�-�! - gridavano voci da ogni parte. �Se mi capita ora qualcuno a tiro...�, si diceva Rost�v, ed eccitando con gli speroni Gracik super� gli altri, lanciando l'animale a tutta corsa. Gi� si distingueva il nemico. A un tratto lo squadrone fu spazzato come da un'immensa scopa. Rost�v alz� la sciabola preparandosi a menar fendenti, ma in quel momento il soldato Nik�tenko, che gli galoppava davanti, scomparve dal suo campo visivo ed egli ebbe, come in un sogno, la sensazione di continuare a galoppare in avanti con una velocit� incredibile, eppure stava fermo sempre nello stesso posto. Alle sue spalle sopraggiunse al galoppo Bondarc�k, un ussaro che conosceva, gli piomb� quasi addosso e lo guard� con ira. Il cavallo di Bondarc�k s'impenn�, poi pass� oltre. �Che succede? Perch� non vado avanti? Sono caduto! Sono morto?�, si domand� e si rispose in un attimo Rost�v. Era ormai solo in mezzo al campo. Invece dei cavalli galoppanti e delle schiere degli ussari, vedeva attorno la terra immobile e le stoppie della pianura. Sotto di s� sentiva il tepore del sangue. �No, sono soltanto ferito... Il cavallo � morto�. Gracik tent� di sollevarsi sulle zampe anteriori, ma ricadde subito pesando sulle gambe del suo cavaliere. Dalla testa di Gracik fluiva copioso il sangue. L'animale si dibatteva e non riusciva a drizzarsi. Rost�v volle alzarsi in piedi, ma anch'egli ricadde: la sciabola si era impigliata nella sella. Non sapeva pi� dove fossero i nostri e dove i Francesi. Attorno non si vedeva nessuno. Riusc� infine a liberare le gambe e si alz�. �Dove, da che parte si trova ora quella linea che separava cos� nettamente i due eserciti?�, si chiedeva, senza poter rispondere. �Che mi sia accaduto qualcosa di brutto? Accadono davvero simili casi e allora che cosa bisogna fare?�, si chiese, rizzandosi in piedi; in quel momento sent� che qualcosa di inutile gli pendeva dal braccio sinistro intorpidito. Era la mano che non gli pareva pi� sua. La guard� con attenzione, cercandovi accuratamente il sangue. �Ecco, viene gente�, pens� con gioia, vedendo alcuni soldati che correvano verso di lui. �Essi mi aiuteranno!�. Li precedeva un uomo con la testa coperta da uno strano berretto, che indossava un cappotto azzurro, con la faccia nera, abbronzata, dal naso adunco. Due altri, molti altri, lo seguivano. Uno di loro disse qualcosa di strano non in russo. Fra quelli che seguivano, simili al primo, con lo stesso berretto in testa, vi era un ussaro russo. Lo tenevano per le braccia! Dietro di lui veniva il suo cavallo, condotto per la briglia. �Certo � un nostro prigioniero... S�... Possibile che prendano anche me? E chi sono costoro?�, si chiedeva Rost�v, non credendo ai propri occhi. �Possibile che siano Francesi?�. Egli guardava i Francesi che si avvicinavano e, sebbene un secondo prima galoppasse per assalirli e sbaragliarli, la loro vicinanza gli pareva ora talmente orribile da non poter credere ai propri occhi. �Chi sono? Perch� corrono? Vengono contro di me? E perch�? Per uccidermi? Per uccidere me cui tutti vogliono tanto bene?�. E si ricord� dell'affetto che per lui avevano la madre, la famiglia, gli amici, e gli parve impossibile che i nemici avessero l'intenzione di ucciderlo. �Eppure potrebbero farlo!�. Rimase in piedi per pi� di dieci secondi, senza muoversi e senza comprendere la situazione in cui si trovava. Il primo francese, quello dal naso aquilino, gli era gi� cos� vicino che ormai ne poteva distinguere l'espressione; e la fisionomia accesa ed estranea di quell'uomo che avanzava correndo agilmente verso di lui, trattenendo il fiato e con la baionetta inastata, spavent� Rost�v. Egli estrasse la pistola ma, anzich� sparare, la scagli� contro il francese e poi, imponendosi uno sforzo sovrumano, fugg� verso i cespugli. Non correva pi�, ora, con quella sensazione di dubbio e di lotta che aveva provato camminando sul ponte dell'Enns, ma piuttosto con quella della lepre che sfugge ai cani. Un solo, unico senso di indicibile paura per la sua giovinezza felice lo dominava tutto! Saltando velocemente tra i solchi del campo, con quella stessa precipitazione con cui soleva giocare a rincorrersi, volgeva di tanto in tanto indietro il pallido, giovane viso buono, e un brivido di orrore gli gelava la schiena. �No, � meglio non guardare�, pens�, ma, dopo aver raggiunto i cespugli, si gir� ancora una volta. I Francesi erano rimasti indietro; il primo di essi, anzi, proprio nel momento in cui egli guardava, aveva mutato la corsa in passo e, girandosi indietro, gridava forte qualcosa al compagno che lo seguiva. Rost�v si ferm�. �No, non � cos�... non � possibile che essi volessero uccidermi�. E frattanto sentiva che il braccio sinistro gli pesava come se reggesse un carico di due "pud" (82). Non poteva pi� correre. Il francese si ferm� e prese la mira. Rost�v chiuse gli occhi e si chin�. Uno, due proiettili gli volarono accanto ronzando. Raccolte le ultime forze, si prese il braccio sinistro con la mano destra e corse sino ai cespugli. Fra i cespugli stavano i tiratori russi. CAPITOLO 20. I reggimenti di fanteria, assaliti di sorpresa, uscivano di corsa dal bosco e le compagnie, mescolandosi le une con le altre, scappavano in turbe disordinate. Un soldato atterrito aveva detto due parole senza senso, terribili in guerra: �Siamo accerchiati!�. E questa frase, insieme con la paura, si era propagata tra le masse degli uomini. - Accerchiati! Tagliati fuori! Siamo perduti! - gridavano i fuggiaschi. Il comandante del reggimento, nel momento stesso in cui ud� le fucilate e le grida alle sue spalle, cap� che qualcosa di molto grave era accaduto al suo reggimento e il pensiero che lui, un ufficiale esemplare che aveva prestato servizio per tanti anni, che non si era mai macchiato della pi� lieve colpa, potesse essere accusato dai superiori di negligenza o di mancanza di capacit�, lo colp� a tal punto che, dimenticando il colonnello di cavalleria che faceva opposizione e la propria dignit� di generale, ma dimenticando, e in modo assoluto, il pericolo e l'istinto di conservazione, tenendosi al pomo della sella e spronando il cavallo, si slanci� al galoppo verso il reggimento, sotto una pioggia di proiettili che, fortunatamente, passavano tutti al di sopra di lui. Egli anelava a una cosa sola: sapere di che si trattava, provvedere in qualsiasi modo a riparare l'errore, se mai errore ci fosse stato da parte sua, per non essere incolpato, lui, un ufficiale modello che da ventidue anni prestava servizio. Passato felicemente al galoppo in mezzo ai Francesi, si avvicin� al campo di battaglia, al di l� del bosco attraverso il quale correvano i Russi che, sordi a ogni comando, scendevano precipitosi gi� per la collina. Era giunto quel momento di esitazione che decide della sorte di una battaglia: quella folla disordinata di soldati in fuga avrebbe ascoltato la voce del loro comandante o, dopo avergli rivolto un'occhiata, sarebbe corsa oltre? Nonostante il grido disperato del comandante, prima cos� terribile per i suoi soldati, nonostante la sua faccia congestionata e stravolta e il roteare della sua sciabola, gli uomini continuavano a fuggire, a gridare, a sparare in aria e non obbedivano pi� ad alcun ordine. L'esitazione spirituale che decide la sorte delle battaglie, evidentemente si stava risolvendo dalla parte della paura. Il generale, tossendo per il continuo gridare e per il fumo della polvere, si ferm� disperato. Tutto pareva perduto; ma proprio in quel momento i Francesi, che attaccavano i nostri, improvvisamente, senza alcuna causa apparente, fuggirono indietro e scomparvero dal margine del bosco, mentre dal folto sbucavano qua e l� dei fucilieri russi. Era la compagnia di Timochin, la sola che fosse rimasta in ordine e che, nascostasi in un fosso, attaccava ora inaspettatamente i nemici. Timochin si slanci� verso i Francesi con un urlo cos� selvaggio, con un'audacia cos� folle e una decisione cos� ebbra, tenendo in pugno la sciabola, che i Francesi, prima di aver avuto il tempo di riprendersi, gettarono le armi e si diedero alla fuga. D�lochov, che correva a fianco di Timochin, uccise a bruciapelo un francese e fu il primo ad afferrare per il bavero un ufficiale costringendolo ad arrendersi. I fuggiaschi allora ritornarono, le compagnie si ricomposero e i Francesi, che erano riusciti a dividere in due parti le truppe dell'ala sinistra, furono momentaneamente respinti, cosicch� le riserve poterono riunirsi e gli sbandati si fermarono. Il comandante del reggimento stava presso il ponte con il maggiore Ekonomov, e le compagnie che avevano indietreggiato sfilavano davanti a loro quando ad un tratto un soldato gli si avvicin�, si aggrapp� alla sua staffa e gli si appoggi� quasi addosso. Quel soldato indossava un cappotto di ordinario panno turchino, non portava n� zaino n� berretto; la sua testa era bendata e una giberna francese gli penzolava a tracolla. Teneva in pugno una sciabola, pure francese. Era pallidissimo, i suoi occhi azzurri fissavano arditamente il comandante e la bocca sorrideva. Bench� questi fosse occupato a impartire ordini al maggiore Ekonomov, non pot� fare a meno di dar retta a quel soldato. - Eccellenza, ecco due trofei ! - esclam� D�lochov, mostrando la sciabola e la cartucciera francese. - Ho fatto prigioniero un ufficiale... ho fermato una compagnia... - D�lochov ansimava per la stanchezza e parlava, arrestandosi di tanto in tanto per pigliare fiato. - Tutta la compagnia lo pu� testimoniare. Vi prego, eccellenza, ricordatevene! - Va bene, va bene - rispose il comandante, voltandosi di nuovo verso il maggiore Ekonomov. Ma D�lochov non si allontan�; sciolse il fazzoletto che gli fasciava il capo e mostr� la ferita sanguinante tra i capelli. - Un colpo di baionetta, sono rimasto in prima fila. Ricordatevene eccellenza! La batteria di Tuscin era stata dimenticata e soltanto alla fine della battaglia, continuando a udire un cannoneggiamento al centro, il principe Bagrati�n vi mand� prima un ufficiale di stato maggiore e poi il principe Andr�j con l'ordine di farla indietreggiare senza indugio. Le truppe di copertura che proteggevano i cannoni di Tuscin si erano gi� allontanate per ordine di non si sa chi; ma la batteria continuava a sparare, e non era stata presa dai Francesi solo perch� il nemico non poteva supporre l'audacia di sparare con quattro cannoni senza alcuna difesa. Anzi il tiro energico e insistente di quella batteria faceva supporre al nemico che in quel punto fossero concentrate le principali forze russe; per ben due volte aveva tentato di attaccare quella posizione e per ben due volte era stato respinto dai proiettili di quei quattro cannoni isolati, posti su quell'altura. Ben presto, dopo la partenza del principe Bagrati�n, Tuscin riusc� a incendiare Sch�ngraben. - Uh, che confusione! Brucia! Guarda che fumo! Bene! bene' Che fumo! - dicevano i serventi, pieni di ammirazione. Tutti i cannoni senza un ordine sparavano verso l'incendio. Quasi per dargli pi� forza i soldati a ogni sparo gridavano: - Bene! Bravo! Ecco, cos�! - L'incendio, propagato dal vento, si estendeva rapidamente. Le colonne francesi, dopo essere arrivate al villaggio, si ritiravano; ma come per vendicarsi di quell'insuccesso, il nemico port�, pi� a destra del villaggio, dieci cannoni e cominci� a sparare contro Tuscin. Per la gioia infantile suscitata dall'incendio e dall'entusiasmo per il successo riportato contro i Francesi, i nostri artiglieri non si accorsero di quella batteria se non quando prima due, poi quattro proiettili vennero a cadere in mezzo ai loro pezzi: uno di essi abbatt� due cavalli, mentre un altro stroncava di netto una gamba a un soldato addetto ai cassoni. Ma l'entusiasmo, una volta suscitato, non diminu�; mut� solamente direzione. I cavalli uccisi furono sostituiti con quelli di un affusto di riserva, i feriti trasportati altrove e i quattro pezzi rivolti contro la batteria francese di dieci cannoni. L'ufficiale, compagno di Tuscin, era stato ucciso all'inizio dell'azione; nel volgere di un'ora, diciassette serventi furono colpiti, ma gli artiglieri erano pur sempre allegri e pieni di animazione. Due volte i soldati di Tuscin avevano notato che a breve distanza sotto di loro erano comparsi i Francesi, e due volte spararono a mitraglia contro gli assalitori. Il piccolo uomo dai movimenti indecisi e goffi chiedeva di continuo al suo attendente "un po' di pipa per questo", come diceva e, facendo sprizzare le scintille, correva avanti mentre riparandosi gli occhi con la piccola mano, osservava i Francesi. - Sbaragliateli, ragazzi! - gridava, ed egli stesso afferrava le ruote del cannone e svitava le viti. Agitandosi in mezzo al fuoco, stordito dai colpi incessanti ognuno dei quali lo faceva sussultare, Tuscin, senza lasciare la pipa, correva da un cannone all'altro, ora contando le cariche, ora aggiustando il tiro, ora facendo sostituire i cavalli uccisi o feriti, e gridava con la sua voce sottile, acuta e indecisa. Il suo viso si animava sempre di pi�. Soltanto quando uno dei soldati cadeva ucciso o ferito, aggrottava le sopracciglia e, allontanandosi dalla vittima, strepitava contro i soldati che, come al solito, indugiavano a sollevare il ferito e a portar via il morto. Quegli uomini, per la maggior parte dei bei giovani come sempre in artiglieria (pi� alti di due teste e due volte pi� larghi di spalle del loro ufficiale), simili a bambini in una situazione difficile, guardavano il comandante, e la espressione del viso di lui si rifletteva fedelmente sui loro. A causa di quel terribile frastuono, della necessit� di essere continuamente attento e attivo, Tuscin non provava il minimo senso di paura, e il pensiero di poter essere ucciso o ferito non gli passava neppure per la mente. Anzi, diventava sempre pi� animato e pi� allegro. Gli pareva che fosse passato gi� molto tempo dal minuto in cui aveva visto il nemico e aveva sparato il primo colpo e che il breve spazio del campo sul quale si trovava fosse un luogo a lui noto e familiare da chiss� quanto. Bench� ricordasse tutto, calcolasse e facesse quello che in una condizione come la sua poteva fare il migliore ufficiale, egli si trovava in uno stato molto simile al delirio febbrile o all'ubriachezza. Dal rumore assordante prodotto dai suoi cannoni, dal sibilo e dallo scoppio delle granate nemiche, dalla vista dei serventi ansimanti, trafelati e rossi in viso che si affaccendavano attorno ai pezzi, da quella del sangue degli uomini e dei cavalli, e delle nuvolette di fumo del nemico (dopo le quali, ogni volta, piombava una granata sbattendo in terra un uomo, un cannone o un cavallo), dalla vista di tutte queste cose insieme, si muoveva nella sua testa una specie di mondo fantastico che gli dava in quel momento piacere e gioia. Nella sua immaginazione i cannoni nemici non erano cannoni, ma pipe dalle quali un invisibile fumatore faceva uscire spirali di fumo. - Toh, un'altra fumata - diceva Tuscin a mezza voce, parlando a se stesso, mentre dalla collina dirimpetto si levava un pennacchio grigio che il vento, spingendolo verso sinistra, faceva simile a una striscia. - Adesso bisogna aspettare la palla e mandarla indietro. - Che cosa comandate, signor capitano? - chiedeva un sottufficiale che gli stava vicino, udendo mormorare qualche cosa. - Niente... una granata... - rispondeva. - Su, avanti la nostra "Matvevna" - borbottava tra s�. La "Matvevna" nella sua immaginazione era il pi� grosso cannone della fila, un cannone di vecchio modello. I Francesi, vicini ai loro pezzi, gli parevano formiche. Il numero uno del secondo pezzo, bel giovane e gran bevitore, era per lui �lo zio�. Tuscin lo guardava pi� spesso degli altri e si rallegrava a ogni suo gesto. Il crepitio dei fucili, che gi� alle falde della collina ora s'indeboliva ora cresceva, era per lui il respiro di qualcuno. Con attenzione seguiva il crescere e il calare alterno di quei suoni. - Senti, ha respirato, ha respirato di nuovo - diceva. Immaginava se stesso come un uomo di statura gigantesca, dalla forza prodigiosa che, con ambo le mani, scagliava bombe contro i Francesi. - Su, Matvevna, su, cara, non ci tradire! - stava dicendo allontanandosi dal pezzo quando, al di sopra della sua testa, tuon� a un tratto una strana voce sconosciuta. - Capitano Tuscin! Capitano! Si volt�, spaventato. Colui che lo chiamava era quello stesso ufficiale di stato maggiore che lo aveva scacciato da Grunt e che ora gli gridava con voce ansimante: - Che fate? Siete impazzito, capitano? Gi� due volte avete ricevuto l'ordine di ritirarvi, e voi... �Che cosa vogliono da me?�, pensava Tuscin, guardando spaventato il suo superiore. - Io... niente... - disse, portando due dita alla visiera. - Io... Ma il colonnello non fin� di dire ci� che voleva. Una palla, che gli pass� vicinissima, lo costrinse a chinarsi sul cavallo. Tacque e non appena riapr� bocca per dire ancora qualche cosa, un altro proiettile lo interruppe. Allora volt� il cavallo e galopp� via. - Ritirarsi! Ritirarsi tutti! - grid� di lontano. I soldati si misero a ridere. Un momento dopo arriv� un aiutante di campo con lo stesso ordine. Era il principe Andr�j. Arrivando presso i cannoni, la prima cosa che vide fu un cavallo staccato dall'affusto, con una zampa spezzata che nitriva dal dolore accanto agli altri cavalli attaccati. Il sangue colava dalla ferita come una fontana. Tra gli avantreni giacevano parecchi morti. Un proiettile dietro l'altro gli passavano sibilando sopra la testa mentre si avvicinava, ed egli sent� un tremito nervoso percorrergli la schiena. Ma il solo pensiero di aver paura bast� a ridargli coraggio. �Io non posso aver paura�, pens�, e lentamente scese di sella in mezzo ai cannoni. Trasmise l'ordine e rimase nella batteria. Aveva deciso di assistere alla ritirata dei pezzi dalla posizione. Insieme con Tuscin, scavalcando i cadaveri e dando ordini sotto l'imperversare del fuoco dei Francesi, provvide a ritirare i cannoni. - E' venuto poco fa un superiore, ma si � affrettato ad andarsene al galoppo - disse un sottufficiale al principe Andr�j. - Non ha fatto come voi, eccellenza... Il principe Andr�j non diceva nulla a Tuscin. Erano talmente occupati entrambi che sembrava non si vedessero nemmeno. Quando, dopo aver posto sugli avantreni i due soli cannoni rimasti intatti, essi si misero per il declivio (un cannone spezzato e un obice furono abbandonati), il principe Andr�j si avvicin� a Tuscin. - Arrivederci! - gli disse, tendendogli la mano. - Arrivederci, caro - rispose Tuscin. - Arrivederci, anima buona, amico mio! - aggiunse, mentre gli occhi, chiss� perch�, gli si riempivano di lacrime. CAPITOLO 21. Il vento si era calmato: le basse nuvole nere sopra il campo di battaglia si confondevano all'orizzonte con il fumo della polvere. Si era fatto buio e nell'oscurit� tanto pi� vivo spiccava il bagliore degli incendi. Il cannoneggiamento andava cessando, ma continuava pi� frequente e pi� vicino il crepitio delle fucilate. Appena Tuscin si allontan� con i suoi cannoni, passando attorno o sopra ai feriti, dalla zona battuta dal nemico e discese nell'avvallamento, gli vennero incontro i superiori e gli aiutanti di campo tra i quali anche l'ufficiale di stato maggiore e Zerk�v, che, mandato due volte, non era mai arrivato alla batteria di Tuscin. Tutti costoro, interrompendosi l'un l'altro, davano e trasmettevano ordini sul come e dove andare, e gli facevano osservazioni e rimproveri. Tuscin non dava ordini e taceva, timoroso di parlare perch� sentiva che a ogni parola sarebbe scoppiato a piangere, senza sapere egli stesso perch�, e rimaneva indietro a cavallo del suo ronzino di artiglieria. Quantunque ci fosse stato l'ordine di abbandonare i feriti, molti di essi si trascinavano dietro ai resti della batteria e supplicavano di venir messi sui cannoni. Quello stesso coraggioso ufficiale di fanteria che prima della battaglia era corso fuori dalla capannuccia di Tuscin, giaceva, con una pallottola nel ventre, sull'affusto della Matvevna. Ai piedi dell'altura un alfiere degli ussari, sorreggendosi un braccio con l'altro, si avvicin� a Tuscin e chiese che lo facesse salire e sedere. - Capitano, per amor di Dio, ho un braccio contuso - disse timidamente. - Per amor di Dio, non posso camminare, per amor di Dio! Si vedeva che il giovane alfiere aveva gi� chiesto pi� volte di farsi caricare e aveva sempre ricevuto un rifiuto. Pregava con voce esitante, che suscitava piet�. - Fatemi mettere su, per amor di Dio! - Fatelo salire, fatelo salire! - esclam� Tuscin. - Tu, zio, distendigli sotto il tuo cappotto - disse al suo soldato prediletto. - E l'ufficiale ferito dov'�? - L'abbiamo scaricato: era morto - rispose qualcuno. - Salite e sedetevi, caro, sedetevi. Stendigli sotto il tuo cappotto, Antonov. Quell'alfiere era Rost�v. Con un braccio si teneva l'altro, era pallido e un tremito febbrile gli agitava la mascella inferiore. Lo posero sulla Matvevna, su quello stesso pezzo dal quale avevano scaricato l'ufficiale morto. Il cappotto ripiegato era intriso di sangue che imbratt� i calzoni e le mani di Rost�v. - Siete ferito, caro? - domand� Tuscin, avvicinandosi al cannone su cui era seduto Rost�v. - No, sono contuso. - Ma perch� c'� del sangue sull'affusto? - E' dell'altro ufficiale, eccellenza, che ne ha perduto tanto... - rispose un artigliere, asciugando il sangue con la manica del cappotto, quasi scusandosi della poca pulizia del cannone. Trascinati i cannoni a fatica e con l'aiuto della fanteria su per l'erta e raggiunto il villaggio di Gunthersdorf, le truppe ebbero l'ordine di fermarsi. L'oscurit� era ormai tale che, a dieci passi di distanza, non era possibile distinguere le uniformi dei soldati; il fuoco di fucileria cominciava a cessare. Tutto a un tratto, vicino, dalla parte destra, si udirono di nuovo grida e spari; i lampi dei colpi squarciavano qua e l� le tenebre. Era l'ultimo attacco dei Francesi al quale rispondevano i soldati russi asserragliati nelle case del villaggio. Di nuovo tutti si precipitarono fuori dal villaggio, ma i cannoni di Tuscin non potevano pi� muoversi, e gli artiglieri, Tuscin e Rost�v si guardarono in silenzio, in attesa del loro destino. La sparatoria and� scemando e da una viuzza laterale sbucarono alcuni soldati che parlavano animatamente tra di loro. - Petr�v, sei sano e salvo? - domandava uno. - Li abbiamo sistemati a dovere, fratello. Adesso non torneranno pi� - diceva un altro. - Non ci si vede affatto! Come hanno fatto a non sparare sui loro? E' buio pesto, compagni! Non ci sar� qualcosa da bagnarsi la gola? I Francesi erano stati respinti un'altra volta. E di nuovo i cannoni di Tuscin, immersi nel buio pi� completo, circondati come da una cornice dalla fanteria rumoreggiante, si misero in moto. Nell'oscurit�, pareva scorresse un fiume invisibile e cupo sempre nella stessa direzione, con un rumore incessante di voci, di sussurri, di scalpitio di cavalli. Nel clamore generale attraverso tutti quei suoni, si distinguevano pi� netti, nelle tenebre della notte, i gemiti dei feriti. Pareva che i loro lamenti empissero di s� il buio nel quale si muovevano le truppe: quei lamenti e quelle tenebre si fondevano in un'unica cosa. Dopo un po', un'agitazione intensa si propag� tra quella folla che camminava: qualcuno era passato, con il suo s�guito, su un cavallo bianco e nel passare aveva detto qualcosa. - Che ha detto? Dove si va, ora? Ci si deve fermare oppure no? Ha ringraziato? - si levavano da ogni parte le domande avide e curiose, e tutta quella massa di uomini in movimento comincio ad accalcarsi su se stessa (evidentemente i soldati che erano pi� avanti, si erano fermati), e corse voce che era giunto l'ordine di sostare. E tutti, cos� come stavano marciando, si fermarono nella strada fangosa. Si accesero i fuochi e pi� alte si fecero le voci. Il capitano Tuscin, impartiti gli ordini alla compagnia, mand� un soldato a cercare un posto di medicazione o un medico per Rost�v e si sedette accanto al fal� che i soldati avevano acceso sulla strada. Anche Rost�v si trascin� sino al fuoco. Un tremito febbrile causato dal dolore, dal freddo, dall'umidit� gli squassava il corpo. Un sonno invincibile gli faceva chiudere gli occhi, ma la sofferenza che gli tormentava il braccio e per cui non riusciva a trovare una posizione, gli impediva di dormire. Ora chiudeva gli occhi ora guardava il fuoco che gli appariva di un rosso ardente, ora la figura curva e debole di Tuscin, seduto alla turca accanto a lui. I grandi occhi buoni e intelligenti di Tuscin lo fissavano con simpatia e compassione. Rost�v sentiva che Tuscin avrebbe voluto aiutarlo, con tutto il cuore, ma non poteva far nulla. Da tutte le parti si udivano i rumori, i passi e le parole di coloro che passavano a piedi o a cavallo e della fanteria che tutto attorno si dava da fare per accamparsi. I suoni delle voci, dei passi, dello scalpiccio degli zoccoli dei cavalli nel fango, il crepitio vicino e lontano della legna che bruciava, si fondevano in una specie di unico ondeggiante rumore. Ora non scorreva gi� pi� nelle tenebre l'invisibile fiume; adesso pareva un mare cupo e tenebroso che si calma dopo la tempesta. Rost�v guardava e ascoltava senza nulla comprendere di quanto avveniva davanti e attorno a lui. Un soldato di fanteria si avvicin� al fuoco, si accoccol� sui calcagni, avvicin� le mani alla fiamma e volse il viso dall'altra parte. - Permettete, vossignoria? - chiese, rivolgendosi interrogativamente a Tuscin. - Mi sono allontanato dalla mia compagnia, signoria, e non so pi� dove si trovi. Un bel guaio! Insieme con il soldato si era avvicinato al fuoco un altro con una guancia fasciata, il quale, rivolgendosi a Tuscin, lo preg� di far spostare un poco i cannoni per permettere a un carro di passare. Dietro al comandante della compagnia giunsero correndo due soldati che si ingiuriavano e si picchiavano furiosamente strappandosi di mano, a vicenda, uno stivale. - Come? L'hai raccattato tu? Sei svelto, sai... - gridava uno dei due con voce rauca. Poi si avvicin� un soldato magro e pallido con il collo avvolto in una benda insanguinata, che con voce irritata chiese agli artiglieri un po' d'acqua da bere. - E che, devo morire come un cane? - disse. Tuscin ordin� che gli fosse portata dell'acqua. Venne poi di corsa un soldato tutto allegro a chiedere un po' di fuoco per la fanteria. - Un po' di fuoco ben caldo anche per la fanteria! Statevi bene, paesani e grazie per il fuoco! Ve lo restituiremo con gli interessi - disse, portandosi via nell'oscurit� un tizzone fiammeggiante. Poi passarono davanti al fal� altri quattro soldati che portavano qualcosa di molto pesante entro un cappotto teso. Uno di essi incespic�. - Al diavolo! Hanno messo la legna in mezzo alla strada! - brontol�. - E' morto, a che scopo continuiamo a portarlo? - disse un altro. - Andate voi! E anch'essi scomparvero nel buio con il loro triste fardello. - Dunque, vi fa molto male il braccio? - chiese Tuscin a Rost�v, a bassa voce. - S�, molto male... - Vossignoria, dal generale! Vi aspetta nell'"izb�" (83) qui accanto - disse un cannoniere che si era avvicinato a Tuscin. - Subito, mio caro! Tuscin si alz� e, rassettandosi un poco la divisa, si allontan� dal fuoco... A breve distanza dal fal� acceso dagli artiglieri, in una "izb�" preparata per lui, il principe Bagrati�n sedeva a cena, discorrendo con alcuni ufficiali superiori riuniti attorno al tavolo. C'erano tra gli altri il vecchietto dagli occhi semichiusi, intento a rosicchiare avidamente un osso di montone, il generale che aveva ventidue anni di servizio esemplare, rosso in viso per aver bevuto acquavite e mangiato copiosamente, l'ufficiale di stato maggiore con l'anello all'indice, Zerk�v che guardava tutto con occhi inquieti e il principe Andr�j, pallido, con le labbra serrate e gli occhi lucidi di febbre. Appoggiata in un angolo dell'"izb�" c'era la bandiera presa ai Francesi, e l'auditore dalla faccia ingenua ne palpava la stoffa e, perplesso, scuoteva il capo, forse perch� si interessava veramente all'aspetto di quel trofeo o forse perch�, affamato com'era, si sentiva triste nel veder mangiare gli altri che non gli offrivano nulla, per mancanza di posate. Nell'"izb�" vicina si trovava un colonnello francese fatto prigioniero dai dragoni. Accanto a lui si affollavano i nostri ufficiali e lo guardavano incuriositi. Il principe Bagrati�n ringraziava personalmente i singoli capi e li interrogava sui particolari della battaglia e sulle perdite subite. Il comandante del reggimento passato in rivista da Kutuz�v a Braunau riferiva al principe che, appena cominciata la battaglia, egli si era ritirato dal bosco, aveva riunito i soldati occupati a far legna e, fattili passare avanti, con due battaglioni aveva assalito alla baionetta i Francesi e li aveva sbaragliati. - Appena mi accorsi, eccellenza, che il primo battaglione si stancava, mi appostai sulla strada e mi dissi: �Lascer� passare questi qui e li accoglier� con una mitragliata�, e cos� feci. Quel comandante del reggimento aveva tanto desiderato agire cos� e si rammaricava talmente di non esserci riuscito che gli pareva che tutto ci� che raccontava fosse realmente accaduto. E, chi sa, forse era realmente accaduto! Com'era possibile, in una confusione di quel genere, distinguere ci� che era accaduto da ci� che non lo era? - Devo inoltre far notare, eccellenza, - prosegu�, ricordando la conversazione tra D�lochov e Kutuz�v e il suo ultimo incontro con il degradato - che il soldato degradato D�lochov ha fatto prigioniero, in mia presenza, un ufficiale francese e si � distinto in modo particolare. - E qui ho veduto, eccellenza, l'attacco effettuato dal reggimento di P�vlograd - s'intromise Zerk�v, guardando attorno con inquietudine giacch� in quel giorno non aveva visto affatto gli ussari, dei quali aveva soltanto sentito parlare da un ufficiale di fanteria. - Hanno sfondato due quadrati, eccellenza. Alle parole di Zerk�v, alcuni ufficiali sorrisero, credendo che come sempre, egli scherzasse. Ma, resisi conto che quanto egli diceva tendeva a glorificare le armi russe e la battaglia di quel giorno, ridiventarono seri, bench� molti di loro sapessero benissimo che ci� che aveva detto Zerk�v era una menzogna priva di qualsiasi fondamento. - Vi ringrazio tutti, signori! Tutte le armi si sono comportate eroicamente: fanteria, artiglieria, cavalleria. Ma perch� mai, al centro sono stati abbandonati due cannoni? - chiese poi, cercando qualcuno con lo sguardo. (Il principe Bagrati�n non si informava dei cannoni dell'ala sinistra: sapeva benissimo che l�, sin dall'inizio della battaglia, tutti i pezzi erano stati abbandonati). - Mi pare di averlo domandato a voi - soggiunse poi rivolgendosi all'ufficiale di stato maggiore di servizio. - Uno dei due era ridotto in condizioni inservibili - rispose l'ufficiale interpellato; - quanto all'altro non so capire; mi sono trattenuto io stesso nella batteria tutto il tempo e me ne sono allontanato adesso... Faceva caldo sul serio lass�... - aggiunse modestamente. Qualcuno disse che il capitano Tuscin era nel villaggio e che un soldato era stato mandato a chiamarlo. - Ma voi, ecco, ci siete stato - disse il principe Bagrati�n, rivolgendosi a Bolkonskij. - E come! E solo per poco non ci siamo incontrati - intervenne l'ufficiale di stato maggiore, sorridendo gentilmente a Bolkonskij. - Non ho avuto il piacere di vedervi - rispose il principe Andr�j, in tono freddo e reciso. Tutti ammutolirono. Sulla soglia comparve Tuscin che si insinu� timidamente tra i generali. Confuso come sempre, alla vista dei superiori, girando nell'"izb�" angusta attorno ai generali, non vide l'asta della bandiera e incespic�. - Per quale motivo un cannone � stato abbandonato? - chiese Bagrati�n, aggrottando le sopracciglia, non tanto all'indirizzo del capitano quanto a quello di coloro che ridevano, fra i quali Zerk�v, la cui voce si udiva pi� forte di tutte. Ora soltanto, di fronte al minaccioso superiore, Tuscin si rendeva conto dell'orrore della propria colpa e della propria vergogna di essere ancora vivo, dopo aver perduto due cannoni. Era cos� agitato che, sino a quel momento, non ci aveva pensato. Le risate degli ufficiali accrescevano il suo turbamento; ritto davanti a Bagrati�n, con la mascella inferiore che tremava, riusc� appena a balbettare: - Non so, eccellenza... Non c'erano uomini in numero sufficiente, eccellenza... - Avreste potuto prenderli dalle truppe di copertura! Che non ci fossero truppe di copertura, pur essendo questa la pura verit�, Tuscin non lo disse. Temeva di "compromettere", dicendo una cosa simile, qualche alto ufficiale e, muto, con gli occhi fissi, guardava in viso Bagrati�n, come lo scolaro impappinato guarda il suo esaminatore. Segu� un silenzio abbastanza lungo. Il principe Bagrati�n, che evidentemente non voleva mostrarsi severo, non sapeva che cosa dire; gli altri non osavano intervenire. Il principe Andr�j guardava furtivamente Tuscin mentre le dita delle sue mani erano agitate da un tremito nervoso. - Eccellenza, - disse rompendo all'improvviso il silenzio con la sua voce tagliente - vi siete degnato di mandarmi alla batteria del capitano Tuscin. Io ci sono stato e ho trovato i due terzi degli uomini e dei cavalli uccisi, due cannoni ridotti in pezzi e nessuna truppa di copertura. Il principe Bagrati�n e Tuscin guardavano con eguale fissit� il principe Andr�j che parlava, cercando di frenare la propria agitazione. - E se mi permettete, eccellenza, di esprimere la mia opinione,- prosegu� questi - vi dir� che il successo della giornata � dovuto in gran parte all'azione di questa batteria e all'eroica resistenza del capitano Tuscin e dei suoi soldati - disse il principe Andr�j e, senza attendere risposta, si alz� e si allontan� dalla tavola. Il principe Bagrati�n guard� Tuscin e poich�, evidentemente, non voleva mettere in dubbio il reciso giudizio di Bolkonskij, e non si sentiva nello stesso tempo in grado di accettarlo per intero, chin� la testa e disse a Tuscin che poteva ritirarsi. Il principe Andr�j usc� dietro di lui. - Vi ringrazio, caro, mi avete salvato! - gli disse Tuscin. Il principe Andr�j lo guard� e senza parlare si allontan�. Si sentiva triste e aveva il cuore oppresso. Tutto ci� che avveniva era cos� strano e cos� diverso da quanto egli aveva sperato... �Chi sono? Perch� fanno cos�? Che cosa vogliono? Quando finir� tutto questo?�, pensava Rost�v, seguendo con lo sguardo le ombre che si muovevano attorno a lui. Il dolore al braccio si faceva sempre pi� tormentoso. Il sonno lo vinceva, davanti agli occhi gli danzavano tanti cerchietti rossi e l'impressione prodotta in lui dalle voci, dai visi dei presenti, insieme con il senso della sua solitudine, si confondevano con il dolore fisico che lo faceva soffrire. Erano essi, quei soldati, feriti e non feriti, erano essi che lo schiacciavano e lo opprimevano, gli serravano e legavano le vene e i nervi, bruciavano la carne del braccio e della spalla rotta. Per liberarsi di loro, chiuse gli occhi. Per un attimo dimentic� ogni cosa, ma in quel breve momento di oblio vide in sogno un infinito numero di cose: vide sua madre e la grande mano bianca di lei, vide le spalle magroline di S�nja, gli occhi ridenti di Natascia, Denissov con la sua voce e i suoi baffi, e Teljanin, e rivisse tutta la storia con Teljanin e Bogdanyc'. Tutta quella storia era una cosa sola con un soldato dalla voce tagliente e quella storia e quel soldato tenevano stretto il suo braccio senza mai lasciarlo, glielo schiacciavano e glielo tiravano sempre nella stessa direzione, infliggendogli terribili tormenti. Egli cercava di allontanarsi da loro, ma essi non lasciavano nemmeno per un minuto la sua spalla. Questa non gli avrebbe fatto male, sarebbe stata sana se non gliel'avessero tirata: ma era impossibile liberarsi. Apr� gli occhi e guard� in alto. Il nero velo della notte era sospeso a breve distanza dalla luce delle braci. In quella luce turbinava un nevischio leggero. Tuscin non era ancora tornato, il medico non veniva. Egli era solo; soltanto un piccolo soldato tutto nudo stava seduto dall'altra parte del fuoco e si scaldava il magro corpo giallognolo. �Non sono pi� necessario a nessuno!�, pensava Rost�v. �Nessuno mi aiuta, nessuno ha piet� di me. Eppure anch'io, tempo fa, ero a casa mia, forte, allegro, amato�. Sospir�, e il suo sospiro fin� in un gemito. - Soffrite, eh? - chiese il soldatino, agitando la camicia sopra il fuoco e senza aspettare risposta, dopo aver tossito forte, aggiunse: - Quanti e quanti sono stati storpiati, oggi! Che orrore! Rost�v non ascoltava ci� che diceva il soldato. Guardava i lievi fiocchi di neve che turbinavano al di sopra delle fiamme e ricordava l'inverno russo, la casa tiepida e luminosa, la soffice pelliccia, le slitte veloci, il suo corpo sano e vigoroso e tutto l'affetto tenerissimo della famiglia. �E perch�, poi, sono venuto qui?�, pensava. Il giorno seguente i Francesi non rinnovarono l'attacco e i resti del corpo di Bagrati�n si riunirono all'armata di Kutuz�v. NOTE. N. 1. Braunau: citt� austriaca, sul fiume Inn, nella quale nacque nel 1889 Adolf Hitler. N. 2. Ferdinando Carlo Giuseppe di Asburgo-Este (1781-1850), arciduca d'Austria. Sottrattosi alla capitolazione di Ulma, combatt� in Boemia contro i Bavaresi alleati di Napoleone. Fu governatore generale dell'Ungheria (1816) e della Galizia ( 1830). Dal 1846 si ritir� in Italia. N. 3. Karl Mack (1752-1828), feldmaresciallo austriaco, si lasci� accerchiare a Ulma da Napoleone nell'ottobre 1805, capitolando con ventimila uomini senza combattere. Condannato a venti anni di prigionia, venne poi liberato e riabilitato. N. 4. Costume nazionale delle donne russe. N. 5. Citt� dell'Ucraina, nel delta del Danubio (ramo Kilia). Fondata probabilmente dai Genovesi, pass� pi� volte dai Turchi ai Russi e viceversa. Per i Russi venne conquistata nel 1788 da Suvorov. Annessa alla Romania nel 1919, l'attuale Izmail � ritornata possesso russo nel 1944. N. 6. Micha�l F�dorovic' Kamenskij (1738-1809), conte, feldmaresciallo russo. Nel 1806 venne nominato generale in capo dell'esercito russo, ma tenne la carica solo sei giorni. Ritiratosi a vita privata, non molto tempo dopo fu ucciso dai suoi servi. N. 7. Francesco Secondo (1768-1835): imperatore tedesco (1792-1806) e, col nome di Francesco Primo, imperatore d'Austria (1804-1835). Era figlio di Leopoldo Secondo, granduca di Toscana e imperatore. Coinvolto nelle guerre provocate dalla rivoluzione francese, perse progressivamente molti territori, fino a dover riconoscere la Confederazione del Reno e abdicare alla corona del Sacro Romano Impero (1806). Sua figlia Maria Luisa divenne sposa di Napoleone. Il congresso di Vienna (1815) gli restitu� la maggior parte dei territori sottrattigli, ma nel dicembre 1814 rinunci� alla restaurazione dell'impero; nel 1815 Francesco Primo divenne presidente della Confederazione germanica. N. 9. Micha�l Timof�evic Kozlovskij, principe, colonnello russo; nel 1807 comandava un battaglione del reggimento Preobrazenskij. N. 10. Nostitz (1768-1840), generale austriaco. Avendo abbandonato le sue posizioni ad Hollabr�nn, nel 1805 venne accusato di alto tradimento. Nel 1807 faceva parte dell'esercito russo. N. 18. Cappa da signora o da ufficiale, con maniche larghe e rotonde. Deriva da una voce turca, "doliman", giuntaci attraverso gli Ungheresi. N. 19. Podn�vinskoe: localit� moscovita che, particolarmente nei giorni di festa, veniva percorsa a piedi o in carrozza per il passeggio. N. 20. Misura lineare antica, corrispondente a poco pi� di due metri. N. 21. P�tr Iv�novic' Bagrati�n (1765-1812), generale russo, luogotenente preferito del maresciallo Suvorov. Nel 1812, durante la campagna napoleonica in Russia, fu alla testa della seconda armata dell'ovest e venne ferito mortalmente nella battaglia della Moscova. Il suo carattere ardito fu sempre in contrasto con la tendenza temporeggiatrice di Kutuz�v, come risulta anche dalla presente opera di Tolst�j che attribu� al generale Bagrati�n la qualit� di saper infondere fiducia ai suoi uomini con il metodo singolare di approvare sempre i movimenti tattici anche sfavorevoli, come se fossero stati da lui ordinati e calcolati. Mor� in seguito alle ferite riportate nella battaglia di Borodin�. N. 22. Edouard Adolphe Casimir Mortier (1768-1835), duca di Treviso, maresciallo di Francia. Comandante della Giovane Guardia durante la campagna di Russia, fu l'ultimo generale a lasciare Mosca. Creato Pari da Luigi Diciottesimo, fu poi destituito per essersi rifiutato di far parte della Corte marziale che doveva giudicare Ney. Nel 1819 torn� alla camera dei Pari, fu ambasciatore in Russia, presidente del Consiglio e ministro della guerra. Fu ucciso nel corso dell'attentato della �macchina infernale� (venticinque canne di fucile su un sostegno di legno) di G. Fieschi - cospiratore e avventuriero c�rso - contro Luigi Filippo. N. 23. Schmidt, generale austriaco, intimo di Francesco Primo, nel 1805 al seguito di Kutuz�v. N. 24. Dmitrij Serg�evic' Dochturov (1756-1816), generale russo. Prese parte alla guerra contro la Svezia ( 1789-1790) e alle campagne antinapoleoniche del 1805-1807 e 1812-1813. N. 29. Carlo d'Austria (1771-1847), arciduca, figlio di Leopoldo Secondo e fratello di Francesco Secondo (confronta sopra, nota 7). Alla testa delle truppe imperiali del Reno nel 1796 respinse Jourdain e Moreau e nel 1801 sconfisse Massena a Zurigo. Nel 1806 divenne ministro della guerra e riorganizz� l'esercito austriaco; perse per� la battaglia decisiva di Wagram (1809), in cui fu pure ferito. Caduto in disgrazia anche per le sue idee liberali, non partecip� alle campagne del 1813-1815. N. 35. Sch�nbrunn � il ben noto castello imperiale ad ovest di Vienna, trasformato e ultimato da Maria Teresa d'Austria, verso il 1750. Dopo la vittoria di Wagram Napoleone vi dett� la pace di Sch�nbrunn o di Vienna (1809); ma in quello stesso castello mor�, nel 1832, suo figlio, il Re di Roma o Duca di Reichstadt. N. 36. Rudolph Wrbna (1761-1823), conte e uomo di stato austriaco. Nel 1805 fece da intermediario tra Francesi e Austriaci. N. 37. Gioacchino Murat (1771-1815) fu uno dei pi� valenti generali napoleonici. Ebbe gran parte nella vittoria di Austerlitz e costrinse Carlo Quarto di Spagna a rendersi a discrezione a Baiona. Napoleone, che nel 1800 gli aveva dato in moglie la sorella Carolina e nel 1806 lo aveva fatto granduca di Berg, nel 1808 lo cre� re di Napoli. Nel 1812 partecip� alla battaglia della Moscova ma, dopo Lipsia, si avvicin� all'Austria. Poi siccome gi� nella prima parte del Congresso di Vienna si tent� la restaurazione borbonica, al ritorno di Napoleone dall'Elba, marci� contro gli Austriaci e lanci� da Rimini il famoso proclama. Sconfitto a Tolentino (1815) e respinto in Francia, pass� in Corsica e di qui, con pochi soldati, s'imbarc� verso il suo regno; sbarcato a Pizzo di Calabria, fu arrestato e, dopo un sommario processo, condannato a morte. Venne fucilato il 13 ottobre 1815. N. 39. Auersperg von Mattern (1740-1822), principe, feldmaresciallo austriaco: come viene narrato anche dal Tolst�j poco pi� innanzi, cadde nel tranello tesogli dal Murat. Per questo venne processato. N. 40. Scaramuccia di D�renstein. Ricordiamo che D�renstein � un villaggio dell'Austria meridionale in cui ebbe luogo uno scontro tra Mortier e Kutuz�v. N. 41. Alessandro Primo si rec� nell'ottobre 1805 a Berlino onde persuadere il re di Prussia Federico Guglielmo Terzo (1770-1840) ad entrare in guerra contro Napoleone. In realt�, nonostante gli accordi segreti di Potsdam, Federico Guglielmo Terzo entr� in guerra solo nel settembre 1806, dopo che era nata la Confederazione del Reno e Napoleone si era rifiutato di cedergli l'Hannover. N. 43. Campoformio (ora Campoformido), comune in provincia di Udine, noto per il trattato di pace tra l'Austria e la Francia (1797), con cui l'Austria cedeva alla Francia i Paesi Bassi, Milano e Mantova, ricevendone in compenso Venezia, l'Istria e la Dalmazia. N. 48. L'armistizio di Cherasco e la pace di Parigi del 1796 avevano sottratto al regno di Sardegna, governato allora da Vittorio Amedeo Terzo (1726-1796), Nizza e la Savoia. A Potsdam la Prussia aveva posto come condizione del suo intervento la restituzione di questi territori, proposta sotto forma di ultimatum a Napoleone. N. 49. Di fronte alla travolgente avanzata napoleonica, l'imperatore d'Austria mand� a pi� riprese proposte di pace a Napoleone. Lo fece perfino il 13 novembre 1805, subito dopo la presa di Vienna; ma naturalmente senza alcun esito. N. 55. Jean Lannes (1769-1809), duca di Montebello e maresciallo di Francia. Fece la campagna d'Egitto e partecip� al colpo di stato del 18 brumaio. Si distinse a Montebello e a Marengo, e nel 1809 conquist� Saragozza. Fu ferito mortalmente alla battaglia di Essling, villaggio presso Vienna, celebre per una sanguinosa battaglia tra Austriaci e Francesi. N. 56. Augustin Belliard (1769-1828), generale francese, capo di stato maggiore di Dumouriez e destituito dopo la morte di lui, ricominci� la carriera come volontario. Partecip� alla campagna d'Italia, d'Egitto e dell'Impero. Serv� il suo paese come uomo politico e diplomatico anche sotto Luigi Diciottesimo e Luigi Filippo. N. 68. E' il pi� antico condensatore elettrostatico. Il prototipo fu costruito nel 1746 da tre studiosi di Leida. N. 69. Franz von Weirother (1754-1807), teorico militare e Capo di Stato maggiore dell'esercito austriaco. N. 70. F�dor F�dorovic', conte di Bukshevden (1750-1811) esonerato dallo zar Paolo Primo, fu richiamato da Alessandro Primo dalla Germania dove si era rifugiato. Partecip� alla battaglia di Austerlitz. N. 72. Specie di polentina di grano bollito in acqua o latte. N. 76. Jean L�onard Fran�ois Lemarrois (1776-1836) generale francese, aiutante di campo di Napoleone. N. 77. Tolone: com'� noto, fu proprio nell'assedio di questa citt� che Napoleone, in qualit� di capitano di artiglieria, ebbe modo di distinguersi. Tolone, consegnata dai monarchici francesi a una flotta anglo-spagnola nell'aprile 1973, venne riconquistata dai repubblicani rivoluzionari il 19 dicembre 1793. N. 78. Lungo mantello di panno simile al feltro. N. 80. La corretta espressione francese � �mon prince�, mio principe, senza �monsieur�. N. 81. Fu questo l'attacco di cui Thiers scrive: �Les Russes se conduisirent vaillamment et, chose rare � la guerre, on vit deux masses d'infanterie marcher r�solument l'une contre l'autre, sans qu'aucune des deux c�de avant d'etre abord�e� (I Russi si comportarono valorosamente e, cosa rara in guerra, si videro due masse di fanteria affrontarsi risolutamente, senza che nessuna delle due cedesse prima di venire attaccata), e Napoleone, all'isola di Sant'Elena, disse: �Quelques bataillons russes montr�rent de l'intr�pidit�� (Alcuni battaglioni russi si mostrarano veramente coraggiosi). (Nota dell'autore). N. 82. Vecchia misura corrispondente a chilogrammi 16,38. N. 83. Casa di contadini costruita per lo pi� in legno. PARTE TERZA. CAPITOLO 1. Il principe Vassilij non meditava mai a lungo sui suoi progetti e ancor meno pensava di far del male al suo prossimo per trarne un vantaggio qualsiasi. Era soltanto un uomo di mondo che, avendo avuto molto successo in societ�, si era a tale successo assuefatto. Secondo le circostanze e i suoi incontri con il prossimo, andava incessantemente elaborando entro di s� piani e progetti di cui egli stesso non si rendeva esattamente conto, ma che costituivano il principale interesse della sua vita. Non si trattava mai di uno o due progetti soltanto, ma di diecine, alcuni dei quali gli si abbozzavano appena nella mente, altri si realizzavano, altri finivano nel nulla. Per esempio, egli non diceva mai a se stesso: �Quell'uomo ora � molto potente; io devo conquistarne la fiducia e l'amicizia e, per mezzo suo, ottenere un sussidio�, e nemmeno si diceva: �Ecco, Pierre � diventato ricco; bisogna che mi dia dattorno per fargli sposare mia figlia e prendere in prestito da lui i quarantamila rubli che mi occorrono�, ma nel momento stesso in cui si imbatteva in un uomo influente, il suo istinto gli diceva che quell'uomo poteva essergli utile; allora il principe Vassilij gli si avvicinava e alla prima occasione, senza premeditazione, per puro istinto, lo adulava, diventava suo amico e gli diceva quello che occorreva dire. A Mosca, Pierre si trov� a contatto con il principe Vassilij che si adoper� per farlo nominare gentiluomo di camera, titolo che allora equivaleva al grado di consigliere di stato, e insist� per portare con s� il giovane a Pietroburgo e per indurlo a stabilirsi da lui. Come per caso, e nello stesso tempo con la sicurezza assoluta che cos� dovesse essere, il principe Vassilij si adoperava in ogni modo per far s� che Pierre sposasse sua figlia. Se il principe avesse preparato in anticipo i suoi piani, non avrebbe potuto avere tanta naturalezza di modi, tanta semplicit� e familiarit� nei suoi rapporti con le persone di condizione sociale superiore o inferiore alla sua. Ma c'era un non so che per cui si sentiva sempre attratto dagli uomini pi� ricchi e pi� forti di lui, ed egli aveva il dono rarissimo di cogliere con precisione il momento in cui doveva e poteva approfittarne. Pierre, diventato all'improvviso ricchissimo e conte Bezuchov, dopo la solitudine e la spensieratezza di prima, si sent� a tal punto attorniato di gente e talmente occupato che soltanto a letto riusciva a rimanere solo con se stesso. Doveva firmare documenti, presentarsi in uffici pubblici, della cui importanza non aveva alcuna idea, doveva interrogare su mille cose il suo amministratore, recarsi nelle sue propriet� vicino a Mosca e ricevere una quantit� di persone che prima non volevano neanche sapere che egli esistesse e che ora si sarebbero afflitte e offese se egli non avesse voluto vederle. Queste svariate persone - uomini d'affari, parenti, conoscenti - erano tutte ugualmente ben disposte e affettuose verso il giovane erede e tutte si mostravano con ogni evidenza indiscutibilmente convinte delle alte qualit� di Pierre. Egli udiva di continuo frasi di questo genere: �Con la vostra eccezionale bont��, oppure �Dato il vostro buon cuore�, o anche �Voi, conte, che siete tanto onesto� e ancora: �Se egli fosse intelligente come voi� e via di questo passo, cosicch� cominciava davvero a credere alla propria straordinaria bont� e alla propria eccezionale intelligenza tanto pi� che, nell'intimo del suo cuore, gli era sempre parso di essere davvero molto buono e intelligente. Persino le persone, un tempo malevole e ostili, erano diventate affettuose e tenere verso di lui. La principessa pi� anziana, quella rabbiosa, dal busto troppo lungo e dai capelli lisci come una bambola, dopo i funerali era entrata in camera di Pierre. Con gli occhi bassi e rossa in viso, gli aveva detto di deplorare vivamente i malintesi avvenuti tra di loro e di non sentirsi in diritto di chiedergli cosa alcuna oltre al permesso, dopo la sventura che l'aveva colpita, di rimanere ancora per qualche settimana nella casa che amava tanto e nella quale si era tanto sacrificata. Nel pronunziare queste parole non seppe frenarsi e scoppi� in pianto. Sconvolto dal fatto che quella principessa-statua avesse potuto mutare a quel modo, Pierre le aveva preso una mano e le aveva chiesto scusa, senza sapere bene lui stesso per che cosa. Da quel giorno la principessa incominci� a lavorare a maglia una sciarpa di lana per Pierre e divenne nei suoi riguardi una donna completamente diversa. - Devi farlo per lei, "mon cher"; pensa che ella ha sofferto molto a causa del povero defunto! - gli disse il principe Vassilij, dandogli da firmare una certa carta in favore della principessina. Il principe Vassilij aveva deciso che fosse opportuno gettare quell'osso - un assegno di trentamila rubli - alla povera principessina, perch� non le potesse venire in mente di parlare della partecipazione di lui, il principe, nella faccenda del portafoglio a mosaico. Pierre firm� l'assegno e da quel giorno la principessina divenne ancora pi� buona. Anche le sorelle cominciarono a mostrarsi pi� affettuose verso l'erede; e soprattutto la minore, la pi� graziosa, quella con il neo, spesso turbava Pierre con i suoi sorrisi e il suo confondersi quando lo vedeva. A Pierre sembrava naturale che tutti gli volessero bene e gli sarebbe parso cos� strano che qualcuno gli fosse ostile da non poter dubitare della sincerit� delle persone che lo attorniavano. Inoltre non aveva tempo di porsi delle domande sulla sincerit� o l'ipocrisia di quella gente. Non aveva mai tempo per nulla e si sentiva sempre in uno stato di ebbrezza placida e gaia. Si rendeva conto di trovarsi al centro di un importante movimento generale; sentiva che tutti si aspettavano qualcosa da lui e che, se non avesse fatto questo qualcosa, avrebbe rattristato molte persone privandole delle loro speranze; e si rendeva anche conto che, se avesse fatto questa o quell'altra cosa, tutto sarebbe andato bene. Perci� faceva quello che si esigeva da lui, anche se quel �bene� rimaneva sempre e soltanto un'attesa... In quel primo tempo, chi si occup� pi� di tutti degli affari di Pierre e di Pierre stesso, era stato il principe Vassilij. Questi, dal giorno della morte del conte Bezuchov, non si era pi� staccato dal giovane. Il principe Vassilij aveva l'aria dell'uomo straordinariamente occupato dagli affari, stanco, oppresso, il quale tuttavia non poteva abbandonare in balia della sorte e degli imbroglioni quel giovane inesperto, figlio, "apr�s tout" [1. dopo tutto], di un suo caro amico e possessore di una cos� enorme ricchezza. Nei pochi giorni che pass� a Mosca, dopo la morte del conte Bezuchov, spesso mandava a chiamare Pierre o si recava personalmente da lui per elencargli tutto ci� che doveva fare, con un tale tono di stanchezza e di sicurezza insieme come se ogni volta dicesse: �Vous savez que je suis accabl� d'affaires et que ce n'est que par pure charit� que je m'occupe de vous, et puis vous savez bien que ce que le vous propose est la seule chose faisable� [2. �Voi sapete che sono oberato dagli affari e che solo per carit� mi occupo di voi, e inoltre sapete benissimo che ci� che vi propongo � l'unica cosa da farsi�.]. - Dunque, amico mio, domani finalmente partiremo - gli disse un giorno, socchiudendo gli occhi, tastandogli con le dita il gomito e parlandogli come se si trattasse di una cosa gi� combinata tra di loro da molto tempo e ormai immutabilmente decisa. - Domani finalmente si parte, e io ti dar� un posto nella mia carrozza. Sono molto contento. Qui l'essenziale � fatto. Io sarei dovuto essere partito da un pezzo. Guarda qui che cosa ho ricevuto dal cancelliere. Gli avevo parlato di te, ed eccoti ora iscritto al corpo diplomatico e nominato gentiluomo di camera. Adesso la carriera diplomatica ti � aperta. Nonostante l'espressione accentuata di stanchezza e di fermezza insieme con cui erano state pronunziate queste parole, Pierre, che aveva meditato cos� a lungo sulla carriera da scegliere, avrebbe voluto ribattere qualche cosa. Ma il principe Vassilij lo prevenne con quella sua voce bassa e turbata che escludeva ogni possibilit� di interrompere il suo discorso e della quale si serviva quando giudicava necessario convincere qualcuno. - "Mais, mon cher", io l'ho fatto anche per me, per la mia coscienza, e non devi quindi ringraziarmi. Nessuno mai si lagna di essere troppo amato; d'altronde, tu sei libero e puoi rinunziarvi anche domani. Ma deciderai tu stesso a Pietroburgo. Ed � ormai tempo che ti allontani da tanti ricordi dolorosi. - E il principe Vassilij sospir�. - Cos� �, cos� �, anima mia. Il mio cameriere partir� nella tua carrozza. Ah, ecco, quasi me ne dimenticavo - aggiunse ancora il principe Vassilij: - tu sai, "mon cher", che io avevo certi conti da aggiustare con il defunto; cos� mi trattengo ci� che ho riscosso ieri dalla propriet� di Rjaz�n. Tu non ne hai bisogno. Poi regoleremo i conti... Quello che il principe Vassilij aveva �riscosso dalla propriet� di Rjaz�n� e che aveva trattenuto per s� ammontava ad alcune migliaia di rubli di tributo dei servi della gleba... Anche a Pietroburgo, come a Mosca, un'atmosfera di tenera amicizia avvolse Pierre. Egli non pot� rifiutare il posto, o meglio il titolo (in realt� non faceva nulla) che gli aveva fatto ottenere il principe Vassilij, e le conoscenze, gli inviti, le occupazioni di societ� furono tante che, ancor pi� che a Mosca, Pierre provava una sensazione di stordimento e di fretta e, insieme, quella di un bene impreciso che pareva sempre vicino ma che ancora non si manifestava. Del gruppo dei suoi amici scapoli molti non si trovavano pi� a Pietroburgo. La Guardia era partita per la guerra, D�lochov era stato degradato, Anatolij prestava servizio in una citt� di provincia, il principe Andr�j si trovava all'estero e pertanto Pierre non poteva pi� trascorrere le notti come un tempo e come gli piaceva, n� sfogare qualche volta l'animo suo nelle affettuose conversazioni con un amico pi� anziano e stimato. Tutto il suo tempo era occupato dai pranzi, dalle feste di ballo, specialmente in casa del principe Vassilij, dove in compagnia della grassa principessa, sua moglie, e della bellissima Elen, trascorreva le sue serate. Anna P�vlovna Scerer, come tutti gli altri, aveva mostrato a Pierre quale mutamento era avvenuto nella buona societ� verso di lui. Un tempo, Pierre, in presenza di Anna P�vlovna, aveva la sensazione che tutto ci� che diceva fosse sconveniente, inopportuno, senza tatto, che certi discorsi, che giudicava saggi allorch� li formulava dentro di s�, diventassero sciocchi non appena li faceva ad alta voce, mentre, invece, le frasi pi� stupide di Ippol�t diventavano spiritose e piacevoli. Ora, al contrario, qualsiasi cosa egli dicesse, riusciva "charmant". Se anche Anna P�vlovna non lo dichiarava apertamente, egli capiva che ella aveva voglia di dirlo e che si tratteneva dal farlo unicamente per un riguardo alla modestia di lui. Al principio dell'inverno 1805-1806 Pierre ricevette da Anna P�vlovna il consueto bigliettino rosa d'invito al quale ella aveva aggiunto: �Vous trouverez chez moi la belle H�l�ne, qu'on ne se lasse jamais de voir� [3. �Troverete in casa mia la bella Elen, che non ci si stanca mai di ammirare]. Leggendo queste parole, Pierre sent� per la prima volta che tra lui ed Elen si era creato un certo legame riconosciuto da tutti, e questo pensiero, pur sgomentandolo un poco come se costituisse per lui un obbligo che non poteva mantenere, gli piacque nello stesso tempo come una supposizione divertente. Quella serata da Anna P�vlovna non era dissimile dalla prima; soltanto la novit� che ella offriva ai suoi ospiti non era pi� Mortemart, ma un diplomatico arrivato da Berlino che portava i particolari pi� recenti sul soggiorno dell'imperatore Aleks�ndr a Potsdam e sul giuramento dei due amici di difendere, con una indissolubile alleanza, la giusta causa contro il nemico del genere umano. Pierre venne accolto da Anna P�vlovna con una sfumatura di tristezza che evidentemente si riferiva alla recente perdita subita dal giovane, cio� alla morte del conte Bezuchov (tutti si ritenevano sempre in dovere di convincere Pierre del suo profondo dolore per la morte del padre, che egli non aveva quasi conosciuto) e tale tristezza era assolutamente uguale a quella tristezza che la stessa Anna P�vlovna ostentava quando le capitava di nominare l'augusta imperatrice M�rija F�dorovna. Pierre ne fu molto lusingato. Anna P�vlovna aveva disposto nel salotto i vari gruppi con la sua consueta abilit�. Il gruppo principale, di cui facevano parte il principe Vassilij e i generali, ebbe il privilegio di accogliere il diplomatico; un altro era raccolto intorno alla tavola su cui si serviva il t�: Pierre avrebbe voluto unirsi al primo, ma Anna P�vlovna, la quale si trovava nello stato di eccitazione di un condottiero sul campo di battaglia, preso da migliaia di idee nuove e luminose che ha a stento il tempo di realizzare, non appena ebbe visto Pierre gli tocc� con un dito la manica: - "Attendez, j'ai des vues sur vous pour ce soir" - e intanto guard� Elen e sorrise. - "Ma bonne H�l�ne", - soggiunse - "il faut que vous soyez charitable pour ma pauvre tante, qui a une adoration pour vous. Allez lui tenir compagnie pour dix minutes" [4. Aspettate, ho delle mire su di voi per questa sera... Mia cara Elen, bisogna che abbiate un po' di carit� per la mia povera zia, che ha per voi una vera adorazione. Fatele compagnia per dieci minuti.]. E, perch� non vi dobbiate annoiare troppo, eccovi il vostro amabile conte che non rifiuter� di seguirvi. La bellissima si diresse verso la zia, ma Anna P�vlovna trattenne ancora Pierre presso di s�, come se dovesse dargli un'ultima indispensabile indicazione. - Non � vero che � incantevole? - disse al giovane, indicando la bella fanciulla che si allontanava con andatura maestosa. - "Et quelle tenue!" [5. E che portamento!]. Per una ragazza cos� giovane quale tatto, quale capacit� di comportarsi! Tutto ci� le viene dal cuore! Felice l'uomo al quale essa apparterr�! Con lei accanto, anche il meno mondano dei mariti giunger�, sia pure suo malgrado, a una posizione brillantissima: Non vi pare? Volevo soltanto conoscere la vostra opinione... - e Anna P�vlovna lasci� Pierre. Pierre aveva risposto in tutta sincerit� ad Anna P�vlovna, di essere d'accordo con lei circa il contegno di Elen in societ�. Se egli qualche volta pensava alla fanciulla, ne riconosceva senza fatica la bellezza e l'intelligenza calma ed eccezionale di cui dava prova restandosene dignitosamente silenziosa in societ�. La zia accolse nel suo cantuccio i due giovani, ma pareva voler nascondere la propria adorazione per Elen per manifestare piuttosto la sua paura per la nipote Anna P�vlovna. Guardava verso di lei con l'aria di domandarle che cosa dovesse fare con quei due. Allontanandosi da loro, Anna P�vlovna tocc� di nuovo con il dito la manica di Pierre e gli disse: - "J'esp�re que vous ne direz plus qu'on s'ennuie chez moi" [6. Spero che non direte pi� che in casa mia ci si annoia] - e volse uno sguardo ad Elen. La fanciulla sorrise con un'espressione che pareva dire che ella non ammetteva la possibilit� che qualcuno potesse vederla senza andare in estasi. La zia toss�, ingoi� la saliva e dichiar� in francese ad Elen di essere lietissima di vederla; poi si volse a Pierre con il medesimo saluto e la medesima espressione del viso. Durante la conversazione noiosa e zoppicante, la fanciulla guardava Pierre e gli sorrideva con quel suo luminoso, affascinante sorriso che aveva per tutti. Ma Pierre era ormai abituato a quel sorriso che gli diceva cos� poco, e non vi bad� affatto. La zia parlava intanto della collezione di tabacchiere del defunto conte Bezuchov e mostrava la propria. La principessina Elen chiese di osservare meglio il ritratto del marito della zia, dipinto sul coperchio. - Deve essere un lavoro di Vinesse - disse Pierre, ricordando un famoso miniaturista e, chinandosi sulla tavola per prendere in mano la tabacchiera, prest� nello stesso tempo orecchio ai discorsi che si svolgevano all'altro tavolo. Si alz� per fare il giro, ma la zia gli porse la tabacchiera dietro le spalle di Elen, la quale si abbass� un poco in avanti affinch� essa potesse far passare il braccio e si guard� attorno, sorridendo. Come sempre ai ricevimenti e in ossequio alla moda del tempo, indossava un abito molto scollato davanti e dietro. Il busto di lei, che a Pierre era sempre parso di marmo, venne a trovarsi cos� vicino a lui che involontariamente egli colse con i suoi occhi miopi il fascino vivo delle spalle e del collo, cos� presso le sue labbra che gli sarebbe bastato chinarsi ancora un poco per sfiorarli. Pierre avvertiva il tepore di quel corpo, la dolcezza del profumo che esso emanava, lo scricchiolio delle stecche del busto a ogni movimento della fanciulla. Non vedeva pi�, ora, una bellezza marmorea che formava un tutto unico con il vestito, ma vedeva e sentiva l'incanto di quel corpo appena coperto dall'abito. E, dopo averla vista e sentita cos� una volta, non fu pi� in grado di vederla diversamente, cos� come non possiamo pi� tornare all'inganno dopo che esso ci sia stato chiarito. �Non vi eravate dunque ancora accorto di quanto sono bella?�, pareva dirgli Elen. �Non vi siete accorto che sono una donna? Gi�, una donna, che potrebbe appartenere a chiunque, anche a voi�, diceva il suo sguardo. E in quel preciso momento Pierre ebbe la sensazione che Elen non soltanto poteva, ma doveva diventare sua moglie e che non poteva essere diversamente. In quel momento lo seppe con la stessa certezza con cui l'avrebbe saputo se si fosse trovato con lei davanti all'altare. Come sarebbe avvenuto? Quando? Lo ignorava; non sapeva neppure se sarebbe stato un bene (sentiva anzi, chiss� perch�, che sarebbe stato un male), ma era certo che ci� sarebbe avvenuto. Abbass� gli occhi, li rialz� di nuovo e avrebbe voluto continuare a vedere Elen come una bella donna lontana da lui e a lui estranea, come era stato per il passato, ma non ci riusciva pi�. Non ci riusciva pi� come uno che, guardando attraverso la nebbia un'erba selvatica nella steppa, la creda un albero e poi, resosi conto che si tratta di erba, non pu� pi� crederlo un albero. Elen gli era terribilmente vicino, lo aveva ormai in suo potere. E tra loro due non esistevano pi� altri ostacoli all'infuori della loro stessa volont�. - "Bon, je vous laisse dans votre petit coin. Je vois que vous y �tes tr�s bien" [7. Bene, vi lascio nel vostro angolino. Vedo che ci state a meraviglia] - rison� la voce di Anna P�vlovna. E Pierre, spaventato, cercando di rammentare se avesse compiuto qualcosa di sconveniente, si guard� attorno, arrossendo. Gli sembrava che tutti sapessero gi� quello che gli era accaduto. Poco dopo, quando si avvicin� al gruppo principale, Anna P�vlovna gli disse: - "On dit que vous embellissez votre maison de P�tersbourg" - (Era vero; l'architetto aveva affermato che occorrevano lavori di abbellimento e Pierre, senza neppure sapere il perch�, faceva restaurare la sua immensa casa di Pietroburgo). - "C'est bien, mais ne d�m�nagez pas de chez le prince Basile. Il est bon d'avoir un ami comme le prince" - aggiunse, rivolgendo un sorriso al principe. - "J'en sais quelque chose. N'est-ce pas?" [8. Si dice che state rimodernando la vostra casa di Pietroburgo. (...) Fate bene, ma non lasciate la casa del principe Vassilij. E' una buona cosa avere un amico come lui. (...) Io ne so qualcosa, non � vero?]. E voi siete ancora cos� giovane, avete ancora bisogno di consigli! Non vi dispiaccia se abuso dei miei diritti di persona anziana... - E tacque, come fanno sempre le donne aspettando che si dica loro qualcosa dopo che esse hanno accennato alla loro et�. - Ma se prendete moglie, allora � tutt'altra cosa... - E Anna P�vlovna avvolse i due giovani in uno sguardo significativo. Pierre non guardava Elen ed Elen non guardava lui, eppure la sentiva sempre cos� terribilmente vicina. Mormor� qualche cosa e arross�. Ritornato a casa, Pierre non riusciva a prender sonno, pensando a ci� che gli era successo. Ma che cosa gli era successo, infine? Niente! Aveva soltanto capito che quella donna, conosciuta sin dall'infanzia, e della quale, quando gli si diceva che era una bellezza, soleva distrattamente rispondere: �S�, � bella�, poteva appartenergli. �Ma � una sciocca, ho detto io stesso che � una sciocca� pensava. �C'� qualcosa di non bello nel sentimento che ha destato in me, qualcosa di proibito. Mi hanno raccontato che suo fratello Anatolij era innamorato di lei e lei di lui, che ne segu� tutta una deplorevole storia e che per questo Anatolij fu fatto allontanare. L'altro suo fratello � Ippol�t... Suo padre � il principe Vassilij... No, non � una cosa che vada bene!�, pensava; ma proprio mentre faceva questi ragionamenti che restavano campati per aria, sorrideva e si rendeva conto che un'altra serie di ragionamenti stava seguendo i primi, e cio�, mentre si confessava la nullit� di Elen, sognava che sarebbe potuta diventare sua moglie, amarla, ed essere tutta diversa da quella che sembrava; sognava che tutto ci� che egli aveva pensato e sentito dire di lei poteva anche non essere vero. E di nuovo non la vedeva pi� come la figlia del principe Vassilij, ma vedeva tutto il suo corpo coperto soltanto dall'abito grigio. �Ma perch� mai una simile idea � passata per il mio cervello?�. E ancora una volta si ripeteva che quel matrimonio era una cosa impossibile, una cosa disonesta contro natura... Ricord� le parole e lo sguardo di Anna P�vlovna quando gli aveva accennato alla casa, ricord� le mille allusioni del principe e di altri e fu preso, infine, dal terrore di essersi ormai impegnato in qualche modo a un'azione che evidentemente era riprovevole e che egli non doveva compiere. Ma nel momento stesso in cui esprimeva a se stesso questa decisione, in un altro cantuccio della sua anima, sorgeva l'immagine di lei in tutta la sua femminile bellezza. CAPITOLO 2. Nel novembre del 1805, il principe Vassilij doveva recarsi a fare un giro di ispezione in quattro governatorati. Si era procurato quell'incarico per cogliere nel tempo stesso l'occasione di visitare i suoi poderi in rovina e, dopo aver preso con s� il figlio Anatolij (nella cittadina dove era di guarnigione), di recarsi con lui a visitare il principe Nikol�j Andr�evic' Bolkonskij, allo scopo di concludere il matrimonio di Anatolij con la figliuola di quel vecchio ricchissimo. Ma prima di partire e di cercare di realizzare questi nuovi progetti, il principe Vassilij aveva bisogno di definire la questione con Pierre il quale, � vero, in quegli ultimi tempi trascorreva intere giornate in casa (ossia dal principe Vassilij presso il quale alloggiava) e, pur essendo, in presenza di Elen, bizzarro, turbato, sciocco (come dev'essere un innamorato), non si decideva ancora a fare la domanda di matrimonio. �Tout �a est bel et bon, mais il faut que �a finisse!� [9. Tutto questo � bello e buono, ma � ora che finisca!] si disse una mattina il principe Vassilij con un sospiro di tristezza, nel rendersi conto che Pierre, che pure aveva molti obblighi con lui (pazienza, che Cristo lo protegga!), in quella faccenda non si comportava molto bene. �Giovent�... leggerezza... be' siamo d'accordo�, pens� il principe Vassilij, compiacendosi della propria indulgente bont�, �mais il faut que �a finisse! Posdomani � l'onomastico di L�lin (10), inviter� qualcuno e, se egli non capir� quello che deve fare, ci penser� io a farglielo capire. S�, ci penser� io. Sono il padre!�. Nel mese e mezzo trascorso dall'ultimo ricevimento in casa di Anna P�vlovna e dopo quella notte inquieta e insonne, nella quale Pierre aveva deciso che sposare Elen sarebbe stata una sventura, che doveva evitare partendo, non aveva saputo tuttavia lasciare la casa del principe e sentiva con terrore che ogni giorno di pi� egli, agli occhi della gente, si legava a Elen; sentiva che gli era ormai impossibile tornare a considerarla come prima, che non aveva la forza di allontanarsi e che, per quanto terribile fosse, avrebbe dovuto unire il proprio destino a quello della fanciulla. Forse poteva ancora salvarsi, ma non passava giorno senza che in casa del principe Vassilij (il quale riceveva piuttosto raramente) non ci fossero ricevimenti ai quali Pierre era obbligato a partecipare se non voleva rovinare il piacere generale e deludere l'attesa di tutti. Il principe Vassilij, nei pochi momenti in cui si trovava in casa, quando passava accanto a Pierre gli tirava la mano verso il basso, gli offriva distrattamente la guancia rasata e rugosa da baciare e diceva: �A domani� oppure: �Vieni a pranzo, se no, non ti vedo mai� oppure ancora: �E' per te che resto� e via di seguito. E bench� il principe Vassilij quando restava per Pierre (cos� affermava) non gli dicesse nemmeno una parola, Pierre non aveva il coraggio di deludere la sua aspettativa. Ogni giorno si ripeteva la stessa cosa: �Devo una buona volta capirla, devo rendermi conto di quello che �. Mi sbagliavo prima o mi sbaglio adesso? No, non � una sciocca; � una ragazza stupenda!�, si diceva talvolta. �Non commette mai errori, non dice mai sciocchezze. Parla poco, ma quello che dice � sempre semplice e chiaro: dunque non � una sciocca. Non si � mai turbata e non si turba mai: dunque non � una donna corrotta!�. Spesso gli accadeva di iniziare con lei una conversazione, di pensare ad alta voce, e ogni volta ella gli rispondeva o con una osservazione breve ma assai sensata, che dimostrava come l'argomento non la interessasse, oppure con un sorriso silenzioso e uno sguardo che dicevano a Pierre, meglio di qualsiasi altra cosa, la sua superiorit�. E aveva sempre ragione considerando tutti i ragionamenti una sciocchezza a paragone di quel suo incantevole sorriso. Elen gli si rivolgeva sempre con un sorriso gioioso, pieno di fiducia, riservato unicamente a lui, nel quale c'era qualcosa di pi� significativo di quanto non vi fosse nel consueto sorriso che sempre illuminava il suo volto. Pierre sapeva come tutti aspettassero che lui, finalmente, dicesse una parola, che varcasse una certa linea e sapeva anche che presto o tardi l'avrebbe varcata; ma una specie di terrore incomprensibile lo afferrava al solo pensiero di quel gravissimo passo. Mille volte in quelle sei settimane durante le quali si era sentito sempre pi� trascinato verso quell'abisso spaventoso, Pierre aveva detto a se stesso: �Ma che � mai questo? Ci vuole decisione! E non ne ho, forse?�. Voleva decidersi, ma sentiva con sgomento che in quell'occasione gli mancava la risolutezza di cui si sapeva dotato e che, effettivamente, faceva parte del suo carattere. Pierre apparteneva a quel numero di persone che sono forti soltanto quando si sentono assolutamente a posto con la coscienza. Ma dal giorno in cui, in casa di Anna P�vlovna, il desiderio si era impadronito di lui mentre si chinava verso Elen per osservare la tabacchiera, un inconsapevole senso di colpa paralizzava la sua capacit� di decisione. Nel giorno dell'onomastico di Elen, in casa del principe Vassilij cenavano alcuni tra gli amici pi� intimi e i parenti pi� stretti. A tutti costoro si era fatto capire che in quel giorno doveva decidersi la sorte della festeggiata. Gli ospiti erano raccolti attorno alla tavola. La principessa Kur�gina, una donna dall'aspetto maestoso che un tempo era stata molto bella, aveva preso posto a capo tavola. Alla sua destra e alla sua sinistra sedevano gli ospiti di pi� riguardo: un vecchio generale, sua moglie, e Anna P�vlovna; all'estremit� della tavola le persone pi� giovani, gli ospiti meno importanti e la gente di casa tra cui Pierre ed Elen vicini. Il principe Vassilij non cenava, e passeggiava attorno alla tavola in una lieta disposizione d'animo. Di tanto in tanto, si sedeva accanto all'uno o all'altro degli invitati, a ognuno dei quali rivolgeva distrattamente una parola gentile, fuorch� a Pierre e ad Elen, dei quali pareva ignorare la presenza. Il principe Vassilij comunicava brio a tutti quanti. Le candele di cera diffondevano una vivida luce, l'argenteria e i cristalli brillavano, i gioielli delle signore scintillavano come l'oro e l'argento delle spalline degli ufficiali. Attorno al tavolo giravano i servitori in livrea rossa; tintinnavano i coltelli, i bicchieri, i piatti e si udiva il brusio animato delle conversazioni. A un'estremit� della tavola si sentiva un vecchio ciambellano che giurava amore appassionato a una vecchia baronessa e le sonore risate della dama; all'altra estremit� si parlava dell'insuccesso di una certa M�rija Vikt�rovna, mentre al centro il principe Vassilij, il quale aveva riunito attorno a s� alcuni ascoltatori, sorridendo scherzosamente descriveva alle dame l'ultima seduta, quella di mercoled�, al Consiglio di stato, durante la quale il nuovo governatore generale militare di Pietroburgo, Serg�j Kuzm�c' Vjazm�tinov (11), aveva ricevuto e letto il famoso proclama mandato dall'imperatore Aleks�ndr P�vlovic' dal suo quartier generale; in quel proclama l'imperatore, rivolgendosi a Serg�j Kuzm�c', diceva che da ogni parte gli giungevano affermazioni di devozione del popolo, che quella di Pietroburgo gli era particolarmente gradita, che andava orgoglioso di essere a capo di una tale nazione e che faceva ogni sforzo per esserne degno. Il proclama cominciava con queste parole: �Serg�j Kuzm�c'! Da ogni parte ci giungono voci...� eccetera. - Sicch� - domand� una signora - non � andato oltre le parole �Serg�j Kuzm�c'�. - No, no... non una parola di pi� - rispose il principe Vassilij ridendo. - �Serg�j Kuzm�c'... da ogni parte... da ogni parte... Serg�j Kuzm�c'...�. Il povero Vjazm�tinov non aveva potuto dire di pi�. Parecchie volte aveva ripreso la lettura, ma non appena diceva �Serg�j� era preso dai singhiozzi... �Kuzm�c'...� e gi� lacrime... �da ogni parte�, ma il pianto lo soffocava a tal punto che non pot� proseguire e si dovette, alla fine, pregare un altro che leggesse. - Kuzm�c'... da tutte le parti... e gi� lacrime... - ripeteva qualcuno ridendo. - Non siate cattivi! - disse Anna P�vlovna, dall'altra parte del tavolo, minacciando con un dito. - "C'est un si brave et excellent homme notre bon Viasmitinoff..." [12. E' una cos� eccellente persona, � un tal brav'uomo il nostro Vjazm�tinov!]. Gli ospiti ridevano di cuore. Nei posti d'onore della tavola, tutti parevano molto allegri, sotto l'influsso delle pi� diverse e vivaci disposizioni d'animo; soltanto Pierre ed Elen, seduti quasi all'estremit� della tavola, erano vicini e tacevano; sul viso di entrambi raggiava un luminoso sorriso, non certamente provocato da Serg�j Kuzm�c'; era un sorriso di turbamento di fronte ai loro sentimenti. Qualsiasi cosa gli altri dicessero e per quanto potessero ridere e scherzare, per quanto gustassero i cibi e facessero onore ai vini del Reno, al "saut�" e al gelato, per quanto cercassero di evitare con lo sguardo quella coppia e volessero apparire indifferenti e disattenti, si avvertiva ugualmente, chiss� perch�, dalle occhiate loro lanciate di tanto in tanto, che l'aneddoto di Serg�j Kuzm�c', le risate, l'apprezzamento per i buoni cibi non erano che finzione, che la vera attenzione di tutti era rivolta soltanto a quei due: Pierre ed Elen. Il principe Vassilij metteva in ridicolo i singhiozzi di Serg�j Kuzm�c', ma nello stesso tempo lanciava un'occhiata alla figlia; mentre rideva, l'espressione del suo viso pareva dire: �Bene, bene... tutto va bene; oggi si decide ogni cosa�. Anna P�vlovna lo minacciava con il dito a proposito del "notre bon Viasmitinoff", ma negli occhi di lei, che si erano fuggevolmente posati su Pierre, il principe Vassilij aveva letto le felicitazioni per il suo futuro genero e per la fortuna della figlia. La vecchia principessa, offrendo con un triste sospiro il vino alla sua vicina e rivolgendo uno sguardo irritato alla figliuola, pareva dire: �Eh s�, ormai a noi non rimane che accontentarci di bere un po' di vino dolce, mia cara; ora tocca a questa giovent� di essere cos� insolentemente felice�. �Che sciocchezza vado raccontando, come se davvero mi interessassero!� pensava il diplomatico guardando i visi raggianti dei due innamorati. �Quella e la felicit�!�. Tra gli interessi artificiosi e meschini che univano quel gruppo di persone, dominava ora il sentimento semplice dell'attrazione reciproca di un uomo e di una donna, due creature giovani e sane Quel sentimento umano aveva soffocato tutto il resto e volteggiava leggero su quel fatuo, vuoto chiacchierio. Le frasi scherzose non erano realmente allegre, le notizie non offrivano alcun interesse, l'animazione non era sincera. E non soltanto gli invitati, ma persino i domestici che servivano a tavola parevano sentire la stessa cosa e dimenticavano a tratti le regole del servizio fermandosi a guardare la bella Elen dal volto radioso e la grossa faccia agitata e felice di Pierre. Persino le candele parevano concentrare la loro luce soltanto su quei due volti felici. Pierre sentiva di essere al centro di tutto, e questa sensazione lo rallegrava e lo imbarazzava nello stesso tempo. Si trovava nella condizione di un uomo immerso profondamente in un suo lavoro: non vedeva e non sentiva nulla chiaramente, e soltanto a tratti e all'improvviso gli balenavano nella mente pensieri isolati e sensazioni diverse. �Cos� tutto � gi� finito!�, pensava. �E com'� avvenuto? Cos� presto! Ora so che non per lei sola, non per me solo ma per tutti la cosa deve fatalmente accadere. Tutti l'aspettano, tutti ne sono talmente convinti che io non posso, no, non posso deluderli. Ma come avverr�? Lo ignoro, ma so che avverr�, che avverr� certamente!�, si diceva Pierre, guardando quelle superbe spalle che splendevano proprio sotto i suoi occhi. A tratti era preso da un senso di vergogna. Si sentiva imbarazzato di essere, lui solo, il centro dell'attenzione generale, di apparire un uomo felice agli occhi di tutti, di apparire, con il suo brutto viso, una specie di Paride, il fortunato possessore di Elen. �Forse succede sempre cos� e cos� deve essere...�, diceva a se stesso. �E del resto, che cosa ho fatto perch� le cose prendessero questa piega? Quale � stato l'inizio? Sono partito da Mosca insieme con il principe... e allora non c'era ancora nulla... Poi, perch� accettai di essere suo ospite? Cominciai una sera a giocare a carte con lei, le raccolsi la borsetta, con lei feci qualche passeggiata in carrozza. Ma quando, quando � veramente cominciato tutto questo?�. Ed ecco, ora egli stava al suo fianco come fidanzato, la vedeva, sentiva la sua vicinanza, il suo respiro, avvertiva ogni movimento e la sfolgorante bellezza di lei. Poi, a un tratto, gli pareva che non Elen, ma lui fosse cos� bello e che per questo tutti lo guardavano; allora, felice della generale ammirazione, sollevava il petto, alzava la testa e gioiva della propria felicit�. All'improvviso una voce, la voce nota di qualcuno, gli dice due volte la stessa cosa. Ma Pierre � cos� assorto che non capisce che cosa si voglia da lui. - Ti domando quando hai ricevuto la lettera di Bolkonskij! - ripet� per la terza volta il principe Vassilij. - Ma come sei distratto, mio caro! Il principe Vassilij sorride, e Pierre vede che tutti sorridono a lui e ad Elen. �Be', visto che lo sapete tutti�, dice Pierre a se stesso, �ebbene, s�, � vero�, e anch'egli sorride con il suo dolce infantile sorriso, e sorride anche Elen. - Quando l'hai ricevuta? Veniva da Olm�tz? - ripet� il principe Vassilij che pareva aver bisogno di quell'informazione per risolvere una questione su cui stava discutendo. �Ma come si pu� parlare di simili sciocchezze o anche solo pensarci?�, dice Pierre a se stesso. - S�, da Olm�tz - risponde con un sospiro. Dopo cena Pierre segu� gli altri e accompagn� la sua dama in salotto. Gli ospiti presero ad accomiatarsi e alcuni se ne andarono, senza aver salutato Pierre ed Elen. Altri, come se non volessero distogliere la fanciulla dalla sua importante occupazione, le si avvicinarono per un momento e se ne andavano subito, senza permettere che li accompagnasse alla porta. Il diplomatico taceva uscendo dal salotto con aria triste; gli appariva tutta la vanit� della sua carriera diplomatica a paragone della felicit� di Pierre. Il vecchio generale brontol� irritato quando la moglie gli chiese come stesse la sua gamba. �Eh, che vecchia stupida!�, pens�. �Ecco Elen Vass�levna: quella, anche a cinquant'anni, sar� una bellezza!�. - Credo di potervi porgere i miei rallegramenti - sussurr� Anna P�vlovna alla principessa baciandola con effusione. - Se non avessi l'emicrania, resterei... La principessa non rispose; era tormentata dall'invidia per la felicit� di sua figlia. Pierre, mentre gli invitati se ne andavano, rimase a lungo solo con Elen nel salottino dove si erano seduti. Spesso, anche prima di quella sera, era rimasto a tu per tu con lei, ma non le aveva mai parlato di amore. Ora sentiva che era necessario farlo, ma non sapeva decidersi a compiere quell'ultimo passo. Si vergognava: aveva la sensazione di occupare l�, accanto ad Elen, il posto di un altro. �Non � per te questa felicit��, pareva dirgli una voce interna, �essa � per coloro che non hanno quello che hai tu�. Ma bisognava pur dire qualche cosa, ed egli cominci� a parlare. Le chiese se era stata soddisfatta della serata. La fanciulla, come sempre, gli rispose con semplicit� che quell'ultimo onomastico era stato per lei uno dei pi� piacevoli. Alcuni tra i parenti pi� stretti rimanevano ancora, riuniti nel salone. Il principe Vassilij, con andatura indolente, si avvicin� a Pierre. Questi si alz� e disse che era ormai tardi, ma il principe Vassilij gli volse uno sguardo cos� severo e interrogativo, come se quelle parole fossero tanto strane da non poter essere neppure ascoltate. Ma poi l'espressione severa scomparve, il principe Vassilij prese Pierre per una mano, tirandola in gi�, lo fece risedere e gli sorrise affettuosamente. - Be', L�lin, come va? - disse, rivolto subito alla figlia con il tono negligente della tenerezza abituale, proprio dei genitori che vezzeggiano i figli sin dall'infanzia, ma che il principe Vassilij usava per imitare gli altri genitori. Poi si volse di nuovo a Pierre. - �Serg�j Kuzm�c'... da ogni parte...� - ripet�, sbottonandosi il bottone superiore del panciotto. Pierre sorrise, ma dal suo sorriso si capiva che non era la storiella di Serg�j Kuzm�c' che in quel momento interessava il principe Vassilij; e a sua volta il principe cap� che Pierre aveva capito. Borbott� qualche parola e usc�. A Pierre parve che anche il principe Vassilij fosse turbato. La vista del turbamento di quel vecchio uomo di mondo commosse Pierre; egli si volse a guardare Elen: anche il viso della fanciulla appariva turbato e sembrava che i suoi occhi dicessero: �Che volete, la colpa � vostra!�. �Devo decidermi a fare questo passo, assolutamente, ma non posso, non posso...�, pensava Pierre, e subito si mise a parlare di cose indifferenti; chiese di Serg�j Kuzm�c' e in che cosa consistesse l'aneddoto che egli non aveva sentito bene; ma Elen, sorridendo, gli rispose che neppure lei lo sapeva. Quando il principe Vassilij rientr� nel salotto, la principessa parlava a bassa voce di Pierre con un'anziana signora. - Senza dubbio, "c'est un parti tr�s brillant, mais le bonheur, ma ch�re..." [13. E' un partito ottimo, ma la felicit�, mia cara...]. - "Les mariages se font dans les cieux" [14. I matrimoni si combinano in cielo] - rispose la vecchia signora. Il principe Vassilij, come se non udisse le signore, and� a sedersi su un divano, in un angolo, e chin� gli occhi e parve assopirsi. Si scosse quando la testa fu per cadergli sul petto. - Aline - disse alla moglie. - "Allez voir ce qu'ils font" [15. Andate a vedere che cosa fanno]. La principessa si avvicin� all'uscio, vi pass� davanti con aria significativa e indifferente insieme e lanci� un'occhiata nel salotto. Pierre ed Elen erano ancora allo stesso posto e discorrevano. - Nulla di nuovo - disse al marito. Il principe Vassilij aggrott� le sopracciglia, storse la bocca, le guance gli tremarono con quell'espressione volgare e antipatica che gli era propria; si scosse, si alz�, gett� la testa all'indietro e, passando davanti alle signore, entr� con andatura decisa nel salottino. A passo rapido si avvicin� allegramente a Pierre, con un aspetto cos� insolitamente solenne che il giovane a quella vista si alz� di scatto, come spaventato. - Dio sia lodato! - esclam�. - Mia moglie mi ha detto tutto! - Con un braccio circond� Pierre, con l'altro la figlia. - Mia cara L�lin, sono molto, molto contento! - La voce gli trem�. - Volevo molto bene a tuo padre.. e lei sar� per te una buona moglie... Che Iddio vi benedica! Abbracci� la figlia, poi ancora Pierre, e lo baci� con la bocca vizza. Aveva realmente le lacrime agli occhi. - Principessa, vieni qui! - grid�. La principessa entr� e si mise a piangere. Anche l'anziana dama si pass� il fazzoletto sugli occhi. Pierre fu baciato da tutti e baci� parecchie volte la mano alla bella Elen. Poco dopo i due giovani furono di nuovo lasciati soli. �Le cose dovevano andare cos�, non potevano andare diversamente�, pens� Pierre; �perci� � inutile che io mi domandi se � un bene o un male. E' senza dubbio un bene che tutto sia deciso e che sia finito il tormentoso dubbio di prima�. Pierre, in silenzio, teneva tra le sue la mano della fidanzata e guardava lo splendido seno di lei che si sollevava e si abbassava. - Elen! - disse ad alta voce, e s'interruppe. �In questi casi�, pens�, �bisogna dire qualcosa di particolare�, ma non riusc� a ricordare che cosa si dovesse precisamente dire. La guard� in viso. Ella gli si fece pi� vicina e il suo viso arross�. - Ah, levatevi questi... questi.. come si chiamano, questi... e indicava gli occhiali. Pierre se li tolse e i suoi occhi, oltre all'espressione strana, comune a tutti coloro che si tolgono gli occhiali, aveva uno sguardo spaurito e interrogatore. Voleva chinarsi sulla mano di lei e baciargliela ancora, ma Elen, con un movimento del capo rapido e inatteso, gli afferr� la testa e lo baci� sulla bocca. L'espressione del suo viso, totalmente mutata, e che rivelava uno sgradevole smarrimento, colp� Pierre. �Ormai � troppo tardi... tutto � finito... ma io l'amo!�, pens�. - "Je vous aime!" - mormor�, ricordandosi quello che si deve dire in simili casi; ma quelle parole ebbero un suono cos� insulso che si vergogn� di averle pronunziate. Un mese e mezzo dopo egli era sposato e, felice possessore, come tutti dicevano, di una bellissima moglie e di molti milioni, and� a stabilirsi a Pietroburgo nella grande casa, completamente rimessa a nuovo, del conte Bezuchov. CAPITOLO 3. Il vecchio principe Nikol�j Andr�evic' Bolkonskij ricevette nel dicembre del 1805 una lettera dal principe Vassilij, che gli annunziava il suo arrivo insieme con il figlio. (�Parto per un giro di ispezioni e, si capisce, non mi sar� difficile una diversione di un centinaio di miglia per venirvi a salutare, mio stimato benefattore�, scriveva. �Mi accompagner� il mio Anatolij, che deve raggiungere il suo reggimento, e io spero che gli permetterete di esprimervi personalmente la profonda stima e devozione che, come suo padre, egli nutre per voi�). - Ah, benissimo, non occorre neppure portare M�rija in societ�: i pretendenti arrivano da soli - osserv� imprudentemente la giovane principessa, quando seppe quella notizia. Il principe Nikol�j Andr�evic' aggrott� le sopracciglia e non disse nulla. Due settimane dopo l'arrivo della lettera, verso sera giunsero i domestici del principe Vassilij, che precedevano il padrone, e il giorno dopo arriv� il principe in persona con il figlio. Il vecchio Bolkonskij non aveva mai avuto un'opinione molto buona circa il carattere del principe Vassilij, e specialmente negli ultimi tempi, quando, sotto il regno di Pavel e di Aleks�ndr, il principe Vassilij aveva fatto notevoli progressi nei gradi e negli onori. Ora poi che, dalle allusioni contenute nella lettera e dalle parole della piccola principessa, aveva capito di cosa si trattasse, la mediocre opinione sul conto del principe Vassilij si era mutata nell'animo del principe Nikol�j Andr�evic' in un sentimento di malevolo disprezzo. Parlando di lui sbuffava continuamente. Il giorno dell'arrivo degli ospiti il principe Nikol�j Andr�evic' era particolarmente inquieto e di cattivo umore. Sia che la causa di tale disposizione d'animo fosse l'arrivo del principe, sia che di tale arrivo fosse scontento perch� era di cattivo umore, fatto si � che il malumore c'era, tanto che Tich�n, sin dal mattino, aveva sconsigliato l'architetto dal presentarsi al principe con la sua relazione. - Sentite come cammina? - disse Tich�n, attirando l'attenzione dell'architetto sul rumore dei passi del principe. - Cammina battendo forte con tutta la pianta del piede... e non sappiamo che... Tuttavia, alle nove precise come al solito, il principe usc� per la passeggiata con la sua pelliccetta di velluto dal bavero di zibellino e con il berretto della stessa pelliccia. Il giorno prima era caduta molta neve. Il sentiero che il principe Nikol�j Andr�evic' soleva percorrere per andare alle serre era stato ripulito, i segni della scopa erano visibili qua e l� sulla neve spazzata, una pala stava conficcata nei morbidi cumuli nevosi ammucchiati ai due lati del sentierino. Il principe fece il giro delle serre, del cortile e delle costruzioni annesse, taciturno e aggrottato. - Ma con la slitta si pu� passare? - chiese all'intendente che lo accompagnava a casa, somigliantissimo al padrone per il comportamento e i modi dignitosi. - La neve � alta, eccellenza... Ho gi� dato ordine di spazzare il viale. Il principe approv� con un cenno del capo e si avvi� verso la scalinata d'ingresso. �Sia ringraziato il Signore�, pens� l'intendente. �La burrasca � passata!�. - Non era facile passare, eccellenza - aggiunse l'intendente. - A quanto ho sentito dire, eccellenza, un ministro verr� a trovare vostra eccellenza... Il principe si volse di scatto verso l'intendente e lo fiss� con lo sguardo corrucciato. - Cosa? Un ministro? E che ministro? E chi ha dato l'ordine? - grid� con la voce dura e penetrante. - Non avete fatto pulire per la principessina mia figlia, e per il ministro s�! Non conosco ministri, io! - Eccellenza, io credevo... - Credevi! - grid� il principe pronunziando le parole in modo sempre pi� rapido e slegato. - Credevi! Briganti! Canaglie! Ti insegner� io a credere! - e, alzato il bastone verso l'intendente, lo avrebbe colpito se quest'ultimo non avesse istintivamente evitato il colpo. - Credevi! Canaglie! - continuava a gridare il principe sempre pi� in fretta. Ma bench� Alpatyc', spaventato della propria audacia di aver osato scansare il colpo, si fosse avvicinato al principe, abbassando umilmente dinanzi a lui la testa calva, o forse proprio per questo, pur continuando a urlare: - Canaglie! Si ricopra la strada di neve! - Il principe non alz� una seconda volta il bastone e raggiunse precipitosamente la casa. Prima di pranzo, la principessina e "mademoiselle" Bourienne, sapendo che il principe era di pessimo umore, lo stavano aspettando, rimanendo in piedi: "mademoiselle" Bourienne con un viso raggiante che pareva voler dire: �Io non so nulla, sono quella di sempre!� e la principessina M�rija, pallida, spaventata e con gli occhi bassi. La cosa pi� penosa per la principessina M�rija era il fatto di sapere che, in circostanze simili, bisognava agire come "mademoiselle" Bourienne, ma che purtroppo lei non poteva. Le pareva che, se avesse finto di non accorgersi di nulla, il padre avrebbe pensato che lei non si curava delle sue preoccupazioni; se poi si fosse dimostrata anche lei triste e di cattivo umore, egli avrebbe detto (come gi� altre volte era accaduto) che aveva un viso da funerale e altre cose del genere. Il principe guard� il viso spaurito della figlia e sbuff�: - Can... ovvero stupida! - brontol�. �E quell'altra non c'�! Avranno gi� spettegolato insieme...�, pens�, a proposito della piccola principessa che non si trovava in sala da pranzo. - Dov'� la principessa? - chiese. - Si nasconde? - Non si sente molto bene - rispose "mademoiselle" Bourienne, sorridendo allegramente. - E' una cosa comprensibile, nello stato in cui si trova. - Ehm... ehm! - bofonchi� il principe, e sedette a tavola. Il piatto non gli sembr� abbastanza pulito; vi fece notare una macchia e lo butt� via. Tich�n l'afferr� al volo e lo diede al maggiordomo. La piccola principessa non era indisposta, ma aveva una paura cos� invincibile del principe che, informata del cattivo umore di lui, aveva deciso di non lasciare le sue stanze. - Temo per il bambino - aveva detto a "mademoiselle" Bourienne. - Sa Iddio che cosa pu� accadere se mi spavento! La piccola principessa viveva a Lissia-Gori in preda a un continuo senso di timore e di antipatia verso il vecchio principe, antipatia di cui non si rendeva conto, perch� la paura la soverchiava a tal punto che essa non provava alcun altro sentimento. L'antipatia le era ricambiata da parte del suocero, ma era soffocata dal disprezzo. La principessa, nel suo soggiorno a Lissia-Gori, si era affezionata soltanto a "mademoiselle" Bourienne, trascorreva con lei giornate intere, la pregava di dormire nella sua camera e spesso parlava con lei del suocero, criticandolo. - "Il nous arrive du monde, mon prince" - disse "mademoiselle" Bourienne, spiegando il tovagliolo con le sue piccole mani rosee. - "Son excellence le prince Kouraguine avec son fils, � ce que j'ai entendu dire?" [16. Aspettiamo gente, signor principe. Sua eccellenza il principe Kuragin con suo figlio, a quanto ho sentito dire]. - Uhm... s�... un'eccellenza da poco... Sono stato io a farlo entrare nell'amministrazione - rispose il principe in tono sprezzante. - Quanto al figlio, poi, non riesco a capire perch� debba venire qui. Forse la principessa Lizaveta K�rlovna e la principessina M�rija lo sanno; io ignoro davvero perch� conduca qui suo figlio. Per me, non ne sentivo affatto il bisogno. - E guard� la figlia che si era fatta rossa. - Non stai bene? Che ti senti? Forse per paura del ministro, come ha detto oggi quel baggiano di Alpatyc'? - No, "mon p�re". Per quanto avesse scelto male l'argomento di conversazione, "mademoiselle" Bourienne non tacque, ma continu� a parlare delle serre, della bellezza di un nuovo fiore appena sbocciato, e il principe, dopo la minestra, parve un po' rabbonito. Quando si alz� da tavola and� dalla nuora. La piccola principessa, seduta a un tavolino da lavoro, discorreva con la cameriera Mascia. Alla vista del vecchio principe, si fece pallida. Era molto mutata. Si poteva dire, ora, pi� brutta che bella. Le guance erano un po' cascanti, il labbro superiore era pi� che mai staccato dall'inferiore, e gli occhi parevano tirati all'ingi�. - S�, sento una certa pesantezza - rispose al principe che le chiedeva come stesse. - Ti occorre qualche cosa? - No, "merci, mon p�re". - Bene, bene... Usc� e raggiunse la stanza della servit� dove trov� Alpatyc', ritto e a capo chino. - E' stata ributtata la neve sulla strada? - S�, eccellenza; perdonate, eccellenza, in nome di Dio... � stato soltanto per la mia stupidit�. Il principe lo interruppe e rise del suo riso innaturale. - Bene, bene... Tese ad Alpatyc' la mano da baciare, poi si ritir� nel suo studio. Verso sera arriv� il principe Vassilij. Domestici e cocchieri gli andarono incontro sul viale e con urla e grida fecero passare le slitte sulla strada, di nuovo a bella posta ricoperta di neve, e lo condussero a un'ala della casa dove, per lui e per Anatolij, erano state preparate due camere distinte. Anatolij, toltasi la giubba, sedeva con le mani sui fianchi davanti a una tavola, su un angolo della quale teneva distrattamente fissi i suoi grandi, bellissimi occhi. Egli soleva considerare la sua vita come un piacere ininterrotto che qualcuno, chiss� perch�, si era impegnato a organizzare per lui. Allo stesso modo, considerava ora quella visita a un burbero vecchio e a una brutta e ricca ereditiera. Secondo lui, tutto ci� poteva riuscire molto bello e divertente. �Ma perch� non sposarla, se � cos� ricca? La ricchezza non guasta mai�, pensava Anatolij. Si fece la barba, si profum� con una cura e un'eleganza che erano ormai per lui un'abitudine, e, con quell'espressione bonaria e conquistatrice insieme che gli era innata, tenendo alta la bella testa, entr� nella camera del padre. Accanto al principe Vassilij si affaccendavano due camerieri che lo aiutavano a vestirsi; egli si guardava vivacemente attorno e al figlio che entrava fece un cenno con il capo come se volesse dire: �Bene! Ti voglio proprio cos�!�. - Senza scherzi, babbo, � proprio tanto brutta? Eh? - domand� in francese come continuando un discorso gi� molte volte iniziato durante il viaggio. - Basta con queste sciocchezze! Bada soltanto a dimostrarti rispettoso e assennato con il vecchio principe. - Se comincer� a brontolare me ne andr� - disse Anatolij. - Non posso soffrire i vecchi bisbetici... - Ricordati che tutto il tuo avvenire dipende da questo. Frattanto, nella stanza delle cameriere, non solo era gi� noto l'arrivo del ministro con il figlio, ma anche il loro aspetto esteriore era gi� stato descritto in ogni particolare. La principessina M�rija, tutta sola nella sua camera, tentava invano di dominare il suo profondo turbamento. �Perch� hanno scritto? Perch� Liza me ne ha parlato? No, no, la cosa non � possibile!�, diceva a se stessa, guardandosi nello specchio. �Come entrer� in salotto? Anche se quel giovane mi piacesse, non potrei pi� ormai essere con lui quella che sono�. Il solo pensiero dello sguardo di suo padre le riempiva l'anima di sgomento. La piccola principessa e "mademoiselle" Bourienne avevano gi� avuto dalla cameriera Mascia tutte le informazioni necessarie: avevano saputo che il figlio del ministro era un bel giovane colorito, dalle sopracciglia nere, e che, mentre il padre trascinava a fatica i piedi, nel salire le scale, egli, come un'aquila, le aveva fatte a volo a tre gradini per volta. Avute queste informazioni, la piccola principessa e "mademoiselle" Bourienne, le cui voci animate si sentivano mentre esse percorrevano ancora il corridoio, entrarono nella camera della principessina M�rija. - "Ils sont arriv�s, Marie!" [17. Sono arrivati, M�rija!]. Lo sapete? - disse la principessa Liza, facendo dondolare il ventre ingrossato e lasciandosi pesantemente cadere su una poltrona. Non indossava gi� pi� la camicetta che portava al mattino, ma uno dei suoi abiti pi� belli, aveva i capelli acconciati con molta cura ma l'eccitazione del suo viso non riusciva tuttavia a nascondere i tratti avvizziti e cascanti. Vestita nel modo con cui soleva presentarsi alle serate mondane di Pietroburgo, appariva pi� evidente quanto fosse imbruttita. Anche in "mademoiselle" Bourienne si poteva notare un miglioramento, sia pure impercettibile nella "toilette", che conferiva al suo volto fresco e grazioso una maggiore attrattiva. - "Eh bien, et vous restez comme vous �tes, ch�re princesse" - disse. - "On va venir annoncer que ces messieurs sont au salon: il faudra descendre, et vous ne faites pas un petit brin de toilette!" [18. Ebbene, principessina, voi restate cosi come siete? Tra poco verranno ad annunziarci che quei signori si trovano gi� in salotto: bisogna scendere, e voi non avete ancora fatto un pochino di toeletta]. La piccola principessa si alz� dalla poltrona, chiam� la cameriera con una scampanellata e in fretta, allegramente, si mise a combinare e a realizzare un abbigliamento per la principessina M�rija. Essa si sentiva ferita nella propria dignit� per il solo fatto che l'arrivo del probabile fidanzato la turbava tanto e ancora di pi� la umiliava la circostanza che le sue due amiche non sospettavano neppure che le cose potessero svolgersi diversamente. Dire quanto si vergognasse per s� e per loro significava rendere palese il proprio turbamento; ma il rifiutare l'aiuto nell'abbigliarsi che esse le offrivano avrebbe dato origine a insistenti e prolungati scherzi. Si fece di fiamma, la luce dei suoi begli occhi si spense, il viso le si copr� di chiazze e, con quella sgradevole espressione di vittima che le era abituale, si abbandon� con rassegnazione alle mani di "mademoiselle" Bourienne e di Liza. Le due donne si davano sinceramente da fare per renderla bella; era cos� brutta che nessuna delle due avrebbe potuto mai pensare di avere in lei una rivale e perci� sinceramente e fermamente convinte come tutte le donne che un vestito riesca ad abbellire qualsiasi viso, si accinsero a vestirla. - No davvero, mia buona amica, il vestito che hai addosso non va - diceva Liza, guardando di lato la principessina. - Fatti portare il vestito "massac�"! Pensa che forse si sta oggi decidendo la tua sorte. E questo vestito troppo chiaro non va bene, non va proprio bene! Non era il vestito che non andava, erano il viso e tutta la persona della principessina, ma "mademoiselle" Bourienne e la piccola principessa non se ne rendevano conto, pareva loro che mettere un nastro azzurro nei cappelli pettinati all'ins�, togliere la sciarpa azzurra dal vestito marrone o qualche altro mutamento del genere avrebbero migliorato le cose. Dimenticavano che non era possibile mutare il viso spaurito e la figura della principessina e che perci�, per quanto variassero la cornice e gli ornamenti a quel volto, esso continuava a rimanere triste e brutto. Dopo due o tre cambiamenti ai quali la principessina M�rija si prest� con assoluta docilit�, la piccola principessa le gir� attorno due volte per osservare l'effetto dell'acconciatura alta (una pettinatura che le alterava il viso e la imbruttiva), l'abito di "massac�" ornato di una sciarpa azzurra, le aggiust� qui una piega del vestito, l� diede un colpetto alla sciarpa con la piccola mano e poi la guard�, piegando il capo ora da una parte ora dall'altra. - No, cos� non va! - dichiar� in tono deciso battendo le mani. - "Non, Marie, d�cid�ment �a ne vous va pas. Je vous aime mieux dans votre petite robe grise de tous les jours. Non, de gr�ce faites cela pour moi [19. No, M�rija, cos� non va proprio. Vi preferisco con il vostro abitino grigio di tutti i giorni. Vi prego, fatelo per me]. K�tja, - disse volgendosi alla cameriera - riporta il vestito grigio della principessina e vedrete, "mademoiselle" Bourienne, come glielo abbellir� - disse con un sorriso che pregustava la sua soddisfazione artistica. Ma quando K�tja ebbe portato il vestito richiesto, la principessina M�rija stava ancora seduta immobile davanti allo specchio, osservando il proprio viso; e nello specchio vedeva gli occhi pieni di lacrime e la bocca tremante, pronta ai singhiozzi. - "Voyons, ch�re princesse", - esclam� "mademoiselle" Bourienne - "encore un petit effort" [20. Suvvia, principessa, ancora un piccolo sforzo]. La principessa Liza prese il vestito dalle mani della cameriera si riavvicin� alla cognata. - Adesso combineremo un insieme, semplice e grazioso. La voce di lei, di "mademoiselle" Bourienne e quella di K�tja, che rideva per non so che cosa, si fondevano in un gaio cinguettio simile a un canto di uccelli. - Non, laissez-moi! [21. No, lasciatemi!] - disse la principessina, e quella voce ebbe un tono cos� serio e pieno di sofferenza che il cinguettio cess� immediatamente. Le tre donne guardarono i suoi grandi, bellissimi occhi pensosi e pieni di lacrime che si alzavano su di loro limpidi e supplichevoli e capirono che sarebbe stato inutile insistere, e anche crudele. - "Au moins, changez de coiffure" - disse la piccola principessa.- "Je vous disais" - aggiunse in tono di rimprovero, rivolgendosi a "mademoiselle" Bourienne: - "Marie a une de ces figures auxquelles ce genre de coiffure ne va pas du tout, mais du tout, du tout. Changez, de gr�ce" [22. Almeno cambiate la pettinatura. Ve lo dicevo, io, che M�rija ha uno di quei visi cui non si addice assolutamente una pettinatura di questo genere. Cambiatela, per favore]. - "Laissez-moi, laissez-moi, tout �a m'est parfaitement �gal" [23. Lasciatemi, lasciatemi, per me tutto � assolutamente indifferente!] - rispose la voce che tratteneva a stento le lacrime. "Mademoiselle" Bourienne e la principessa Liza dovettero confessare a se stesse che la principessina M�rija, vestita a quel modo, era veramente brutta, pi� brutta del solito; ma ormai era troppo tardi. La principessina le guardava con quell'espressione pensosa e triste che esse ben conoscevano, un'espressione che non ispirava loro alcun timore (la principessina non destava mai in alcuno tale sentimento), ma sapevano che, quando sul viso di lei compariva quell'espressione, ella diventava taciturna e irremovibile nelle sue decisioni. - "Vous changerez, n'est-ce pas?" [24. Cambierete pettinatura, nevvero?] - disse Liza e poich� la principessina non rispose, Liza usc� dalla stanza. La principessina M�rija rimase sola, ma non accontent� la cognata, e non solo non mut� acconciatura, ma non si guard� neppure allo specchio. Essa, con gli occhi fissi a terra e le braccia abbandonate lungo i fianchi, taceva e pensava. Vedeva con l'immaginazione uno sposo, un uomo forte, un essere energico, dominatore, dal fascino misterioso, che la trasportava improvvisamente nel suo mondo, diverso e felice. Vedeva con il pensiero un bambino "suo", simile a quello che aveva visto il giorno innanzi in grembo alla figlia della nutrice, mentre le si attaccava al seno. Il marito, l� accanto, guardava affettuosamente lei e il bimbo. �Ma no, questo � impossibile! Sono troppo brutta!�, pensava. - Favorite per il t�. Il principe sta per venire - disse attraverso la porta la voce della cameriera. M�rija si scosse, ebbe paura del suo fantasticare, si alz�, prima di scendere entr� nella stanza delle icone e, fissando lo sguardo su di una grande immagine annerita del Salvatore, illuminata da una lampada, rimase immobile per alcuni minuti a mani giunte. Un dubbio tormentoso opprimeva l'anima della fanciulla. Avrebbe un giorno provato la gioia dell'amore terreno per un uomo? Nel pensare al matrimonio, la principessina M�rija aveva sempre sognato anche la felicit� domestica e i figli, ma pi� di ogni altra cosa e con maggiore ardore segreto desiderava l'amore terreno... e quel sentimento era tanto pi� forte quanto pi� ella cercava di nasconderlo agli altri e a se stessa. �Mio Dio�, si diceva, �come posso scacciare dalla mia mente questi pensieri diabolici? Come posso allontanare da me, per sempre, i pensieri cattivi per poter compiere tranquillamente la Tua volont�?�. Aveva appena formulato questa domanda, e gi� Iddio le rispondeva nel suo stesso cuore: �Non desiderare nulla per te, non cercare nulla, evita di turbarti, non invidiare nessuno. L'avvenire degli uomini e il tuo destino devono esserti ignoti, ma vivi in modo tale da essere pronta a tutto. Se Iddio vorr� metterti alla prova nel dovere del matrimonio, sii pronta a compiere la Sua volont��. Con questo pensiero tranquillizzante (ma conservando ugualmente la speranza del suo sogno proibito di felicit� terrena), la principessina M�rija si fece sospirando il segno della croce e poi scese, senza pensare n� al vestito, n� alla pettinatura, n� a come sarebbe entrata in salotto, n� che cosa avrebbe detto. Quale importanza potevano avere queste cose a paragone della predestinazione di Dio, senza la volont� del quale non cade un capello dalla testa dell'uomo? CAPITOLO 4. Quando la principessina M�rija entr� nel salotto, vi si trovavano gi� il principe Vassilij con il figlio, intenti a discorrere con la principessa Liza e con "mademoiselle" Bourienne. Allorch� ella fece il suo ingresso con la sua pesante andatura, battendo sui talloni, gli uomini e "mademoiselle" Bourienne si alzarono, e la piccola principessa, indicandola agli ospiti, disse: - "Voil� Marie!" [25. Ecco M�rija!]. Con una sola occhiata la fanciulla vide tutti i particolari di ciascuno. Not� la faccia del principe Vassilij che, al primo vederla, si fece seria per un attimo, ma che torn� subito sorridente; not� il viso della piccola principessa che spiava con curiosit�, sul volto degli ospiti, l'impressione prodotta loro da M�rija; not� persino "mademoiselle" Bourienne con il suo nastro, il suo bel viso e il suo sguardo vivace di sempre, fisso su di �lui�; ma �lui� non pot� vederlo. Vide soltanto qualcosa di alto di bello, di luminoso che si avvicinava mentre ella entrava nella stanza. Dapprima le si accost� il principe Vassilij, ed ella baci� la testa calva che si chinava sulla sua mano (26) e alle parole di lui rispose che �s�, lo ricordava molto bene�. Poi fu la volta di Anatolij, che ella continuava a non vedere. Sent� soltanto una mano morbida stringere con forza la sua e sfior� appena con le labbra la fronte bianca sulla quale erano impomatati con cura dei magnifici capelli biondi. Quando finalmente lo guard�, fu colpita dalla sua bellezza. Anatolij, con il pollice della mano destra infilato tra due bottoni della giubba, il petto in fuori e la schiena rientrante, dondolandosi su una gamba, la guardava in silenzio, con la testa leggermente inclinata, gli occhi allegri, evidentemente pensando a tutt'altro che a lei. Anatolij non era n� pronto, n� vivace, n� buon parlatore, ma possedeva in compenso certe qualit� preziose in societ�, quali una calma e una sicurezza che nulla riusciva a turbare. Se un uomo, timido di natura, tace in un primo incontro e se lascia capire che sente l'inopportunit� del proprio silenzio e del proprio desiderio di trovare qualcosa da dire, le cose andranno male, ma Anatolij taceva e, facendo dondolare una gamba, osservava allegramente l'acconciatura della principessina. Era chiaro che avrebbe potuto cos� tranquillamente tacere ancora a lungo. �Se qualcuno si sente imbarazzato per il mio silenzio parlate voi, io non ne ho voglia�, pareva voler dire. Oltre a ci�, nei suoi rapporti con le donne, Anatolij aveva quel comportamento atto a ispirare loro la curiosit�, lo spavento e persino l'amore; il comportamento che dimostra la sprezzante coscienza della propria superiorit�. Aveva l'aria di dire: �Vi conosco, vi conosco... perch� dovrei darmi da fare per voi? Sareste felici, eh, se lo facessi!�. Probabilmente egli non pensava affatto cos� davanti alle donne (e forse non lo pensava davvero perch� in genere pensava pochissimo), ma le sue arie e il suo comportamento parevano veramente significare qualcosa di simile. La principessina avvert� tutto questo e, quasi volesse dimostrargli che non osava neppure pensare di destare il suo interesse, rivolse la parola al vecchio principe. La conversazione procedeva generale e molto animata, specialmente grazie alla vocina della principessa Liza e al suo labbruzzo superiore troppo corto ornato di lieve peluria che metteva in mostra i denti bianchissimi. Ella aveva accolto il principe Vassilij con quel modo scherzoso che usano spesso le persone allegramente loquaci, e che consiste nel supporre che tra la persona alla quale ci si rivolge cos� e chi parla siano stabilite da lungo tempo consuetudini scherzose, divertenti ricordi comuni che non tutti conoscono, mentre tali ricordi non esistono affatto, come in realt� non esistevano tra la piccola principessa e il principe Vassilij. Il principe ben volentieri si adatt� a quel tono; la piccola principessa implic� in quei ricordi di avvenimenti piacevoli mai accaduti anche Anatolij, che essa quasi non conosceva. Pure "mademoiselle" Bourienne condivideva quei comuni ricordi e persino la principessina M�rija si sentiva trascinata con piacere in quelle allegre memorie. - Ora almeno godremo completamente della vostra compagnia, caro principe - disse la piccola principessa, rivolgendosi, naturalmente in francese, al vecchio principe. - Non sar� pi� come alle serate da Annette, dove voi fuggivate sempre. "Cette ch�re Annette"... La ricordate? - Ah, ma voi non mi vorrete mica parlare di politica come Annette! - E il nostro tavolino da t�? - Oh, s�! - E voi, perch� non venivate mai da Annette? - chiese ad Anatolij la piccola principessa. - Eh, ma io lo so, lo so! - disse strizzando gli occhi; - vostro fratello Ippol�t mi ha parlato delle vostre avventure. Oh! - e lo minacci� con il dito. - Conosco anche le vostre birichinate di Parigi! - E a te, Ippol�t non ha detto nulla? - chiese il principe Vassilij, rivolgendosi al figliuolo e tenendo stretta la mano della principessa Liza, come se questa avesse voluto fuggire ed egli fosse riuscito a stento a trattenerla. - Non ti ha mai detto come lui si era invaghito della graziosa principessa e come lei "le mettait � la porte? Oh, c'est la perle des femmes, princesse!" [27. Lo metteva alla porta. Oh, una perla di donna, principessa!] - esclam� rivolto alla principessa M�rija. Dal canto suo, "mademoiselle" Bourienne, al sentir nominare Parigi, non pot� astenersi dal partecipare alla conversazione generale. Si permise di chiedere ad Anatolij se avesse lasciato Parigi da parecchio tempo e se quella citt� gli piacesse. Anatolij rispose assai volentieri alla francesina e, guardandola e sorridendo, si mise a discorrere con lei della sua citt� natale. Non appena entrato in salotto e veduta la graziosa "mademoiselle" Bourienne, Anatolij aveva deciso che anche l� a Lissia-Gori non si sarebbe annoiato. �E' molto carina!�, pensava, osservandola. �Molto carina, questa damigella di compagnia. Speriamo che la porti con s� quando diventer� mia moglie�, si disse. �La petite est gentille� [28. La piccola � carina]. Il vecchio principe si vestiva lentamente nello studio, e, accigliato, pensava a ci� che doveva fare. L'arrivo di quegli ospiti lo contrariava assai. �Cosa sono per me il principe Vassilij e suo figlio? Il principe Vassilij � un fanfarone, vuoto, e suo figlio dev'essere della stessa forza�, brontolava tra i denti. Era irritato perch� la presenza di quei due risollevava nel suo animo una questione mai risolta e sempre soffocata, una questione a proposito della quale il vecchio principe continuava a ingannare se stesso: si sarebbe mai risolto a separarsi dalla principessina M�rija e darla a un marito? Il principe non si era mai posto in modo chiaro e deciso questa domanda, sapendo in anticipo che si sarebbe risposto secondo giustizia; ma la giustizia contrastava, pi� ancora che con i suoi sentimenti, con le stesse possibilit� della sua esistenza. Il vecchio principe Nikol�j Andr�evic', infatti, non poteva concepire la propria vita senza la presenza della figliuola anche se, apparentemente, se ne curava pochissimo. �E perch� dovrebbe sposarsi?�, pensava. �Senza dubbio per essere infelice. Ecco l'esempio di Liza: essa ha sposato Andr�j e se anche pu� sembrare difficile trovare un marito migliore di lui, � forse contenta della sua sorte? E chi prender� M�rija per amore? E' brutta, sgraziata. La sposerebbero per le sue relazioni e il suo denaro. Non ci sono forse donne che vivono senza marito e sono ancora pi� felici?�. Questo si diceva, mentre stava vestendosi, il principe Nikol�j Andr�evic', e intanto sentiva che la questione, sempre rimandata, esigeva ormai una soluzione immediata. Era chiaro che il principe Vassilij aveva condotto a Lissia-Gori suo figlio con l'intenzione di fare una regolare domanda di matrimonio e forse in quella stessa giornata, o nella seguente, egli avrebbe chiesto una risposta definitiva. Il nome e la posizione sociale erano buoni. �Be', io non sarei contrario�, si diceva il principe �purch� egli sia degno di lei. Ed � quello che vedremo!�. - S�, � quello che vedremo - ripet� ad alta voce. - E' quello che vedremo! - E, a passi svelti e decisi come sempre, entr� nel salotto, con una rapida occhiata avvolse tutti i presenti, osserv� il cambiamento di vestito della principessa Liza, il nastro della Bourienne e l'orribile pettinatura della figlia, i sorrisi di "mademoiselle" e di Anatolij e l'isolamento della principessina M�rija nella conversazione generale. �Si � acconciata come una stupida!�, pens�, rivolgendo un'occhiata rabbiosa alla figlia. �Ma non si vergogna? E lui non si degna neppure di guardarla!�. Si avvicin� al principe Vassilij. - Buon giorno, buon giorno! Felice di vedervi! - �Per un caro amico sette miglia non allungano la strada� come dice il proverbio - rispose il principe Vassilij, rapidamente come sempre, con disinvolta familiarit�. - Ecco il mio secondogenito: vi prego di volergli bene e di essere indulgente verso di lui. Il principe Nikol�j Andr�evic' guard� Anatolij. - Un bel giovanotto! - disse. - Suvvia, vieni qui e dammi un bacio - e gli porse la guancia. Anatolij baci� il vecchio guardandolo con una calma curiosit� e aspettando da lui, da un momento all'altro, una di quelle originali uscite di cui il padre gli aveva parlato. Il principe Nikol�j Andr�evic' sedette al suo solito posto nell'angolo del divano, avvicin� a s� una poltrona per il principe Vassilij, gliela indic� e prese a interrogarlo sull'andamento delle novit� e delle faccende politiche. Sembrava che ascoltasse con attenzione il racconto del principe Vassilij, ma intanto non cessava di guardare la principessina M�rija. - Cosicch� scrivono gi� da Potsdam? - disse, ripetendo le ultime parole del principe Vassilij; poi a un tratto si alz� e si avvicin� alla figlia. - E' per accogliere gli ospiti che ti sei acconciata cos�, eh? Bella, bella davvero! - le disse. - Ti sei fatta una pettinatura nuova per i nostri visitatori ma io, in loro presenza, ti dico che non avresti dovuto agghindarti a questo modo senza il mio permesso. - Sono stata io, "mon p�re" - intervenne la piccola principessa, facendosi rossa. - Voi siete libera di fare quello che vi piace, - rispose il principe Nikol�j Andr�evic', inchinandosi davanti alla nuora - ma lei non ha bisogno di farsi pi� brutta di quello che �: lo � gi� abbastanza. E riprese il suo posto senza pi� badare alla figlia che aveva le lacrime agli occhi. - Al contrario: a me pare che quella pettinatura stia molto bene alla principessina - intervenne il principe Vassilij. - Dunque, mio caro giovane principe... come ti chiami? Vieni qui, discorriamo un po' e facciamo conoscenza - disse il principe Nikol�j Andr�evic', rivolgendosi ad Anatolij. �Ecco, la farsa sta per cominciare�, pens� Anatolij e, sorridendo, and� a sedersi accanto al vecchio. - Dunque, mio caro, voi, a quanto si dice, siete stato educato all'estero. Non come "tuo" (29) padre e io che abbiamo imparato a leggere da un diacono. Ditemi, caro, ora servite nella Guardia a cavallo, vero? - chiese il principe, fissando il giovane da vicino. - No, sono passato nell'esercito - rispose Anatolij, che si tratteneva a fatica dal ridere. - Ah, benissimo! Sicch� volete servire lo zar e la patria? Siamo in guerra. Un giovanotto come voi deve prestare servizio, certo, deve prestare servizio. Siete in prima linea? - No, principe. Il nostro reggimento � in marcia, e io faccio parte... di che cosa faccio parte, pap�? - chiese Anatolij al padre, con una bella risata. - Ah, ah! Bel modo di servire la patria, bel modo davvero! Di che cosa faccio parte! - esclam� ridendo il principe Nikol�j Andr�evic' . E Anatolij rise ancora pi� forte. A un tratto il principe Nikol�j Andr�evic' aggrott� il viso. - Bene, bene, va' pure... - disse al giovane il quale, sorridendo, ritorn� presso le signore. - Cos� li hai fatti educare all'estero i tuoi figli, principe Vassilij? - domand� il vecchio al padre del giovane. - Ho fatto quello che ho potuto e vi dir� che l'educazione di laggi� � molto migliore della nostra. - S�, oggigiorno � tutto diverso, tutto nuovo. Bravo ragazzo! Su, andiamo un po' nel mio studio. Prese sotto braccio il principe Vassilij e lo condusse con s�. Il principe Vassilij, rimasto a tu per tu con l'amico, gli espresse il suo desiderio e le sue speranze. - Che cosa credi? - chiese aspramente il vecchio principe. - Credi forse che io la voglia tenere con me a ogni costo, che non possa separarmi da lei? Figurarsi! - continu� in tono irritato. - Magari domani stesso! Ti dico subito, per�, che voglio conoscere meglio colui che diventer� mio genero. Tu conosci i miei princ�pi: tutto deve essere chiaro come la luce del sole! Domani la interrogher� davanti a te: se lei lo desidera, lui pu� restare qui un po' di tempo; resti pure e io intanto vedr� e rifletter�. - E il principe sbuff�. - Se lo sposi pure, M�rija, a me non importa niente! - grid� con quella stessa voce acuta e penetrante con cui aveva salutato suo figlio Andr�j. - Vi parler� francamente - rispose il principe Vassilij con il tono dell'uomo astuto, convinto dell'inutilit� dell'astuzia di fronte a un interlocutore molto intelligente; - tanto voi leggete nel cuore delle persone. Anatolij non � un genio, ma � un ragazzo buono e onesto, ed � un ottimo figlio. - Bene, bene, vedremo. Come sempre accade alle donne vissute a lungo sole, senza compagnia di uomini, le tre signore di casa del principe Nikol�j Andr�evic', all'arrivo di Anatolij, avevano sentito ugualmente che sino a quel momento la loro vita non era stata vera vita. La capacit� di pensare, di sentire, di osservare si era decuplicata all'istante in tutte e tre e, come se la loro esistenza fosse stata sino a quel giorno avvolta nelle tenebre, apparve improvvisamente illuminata da una luce nuova e vivificatrice. La principessina M�rija non pensava pi� alla sua faccia e alla sua pettinatura; nemmeno se ne ricordava. Il viso bello e aperto dell'uomo che forse sarebbe diventato suo marito assorbiva tutta la sua attenzione. Egli le pareva buono, energico, deciso, risoluto e magnanimo. Era convinta che fosse cos�. Mille sogni sulla sua futura vita di famiglia le pullulavano nell'immaginazione, sogni che lei cercava di scacciare e di nascondere. �Ma non sono forse troppo fredda con lui?�, si chiedeva la fanciulla. �Io cerco di contenermi perch� segretamente mi sento gi� troppo vicina a lui; ma egli non conosce questi miei pensieri e potrebbe anche credere di essermi antipatico!�. E la principessina si sforzava, senza tuttavia riuscirvi, di essere gentile con il nuovo ospite. �La pauvre fille! Elle est diablement laide!� [30. Povera ragazza, � terribilmente brutta!] pensava intanto di lei Anatolij. "Mademoiselle" Bourienne, anch'essa eccitata al massimo grado per l'arrivo del giovanotto, aveva pensieri di tutt'altro genere. Naturalmente la bella ragazza, priva di una ben definita posizione sociale, senza parenti, senza amici e persino senza patria, non poteva pensare di dedicare tutta la sua esistenza al servizio del principe Nikol�j Andr�evic', leggergli i libri ad alta voce, accontentandosi dell'amicizia della principessina M�rija. Ella aspettava da un pezzo il principe russo che, di colpo, avrebbe saputo apprezzare la sua superiorit� sulle principesse brutte, mal vestite, sgraziate, si sarebbe innamorato di lei e l'avrebbe portata via; ed ecco che, finalmente, era arrivato un principe russo! "Mademoiselle" Bourienne aveva una sua storia sentita raccontare da una zia e che essa stessa aveva completato, una storia che le piaceva ripetersi durante le sue fantasticherie. Era la storia di una ragazza sedotta alla quale appariva in sogno la povera madre, "la pauvre m�re", e la rimproverava di essersi data ad un uomo, senza il matrimonio. "Mademoiselle" Bourienne spesso si commoveva sino alle lacrime, immaginando di raccontare questa vicenda a �lui�, il seduttore. Ora questo �lui�, un vero principe russo, era apparso. Egli l'avrebbe portata via, poi dopo la commovente apparizione della "pauvre m�re", l'avrebbe sposata. Cos� si delineava nella mente di "mademoiselle" Bourienne la sua futura storia mentre discorreva di Parigi con Anatolij. Ella non faceva alcun calcolo (non rifletteva mai su quanto faceva), ma tutto quello che immaginava era gi� da lungo tempo pronto nella sua mente e ora si condensava, semplicemente, attorno ad Anatolij al quale desiderava e cercava di piacere quanto pi� fosse possibile. La principessa Liza, come un vecchio cavallo di reggimento che nitrisce all'udire squillare le trombe, dimentica del suo stato, si preparava inconsciamente al consueto galoppo della civetteria, senz'alcun proposito, senza alcuna intenzione di lotta, ma con una ingenua e spensierata allegria. Sebbene Anatolij, quando si trovava in una compagnia femminile, avesse l'abitudine di recitare la parte dell'uomo seccato di vedersi corteggiato dalle donne, provava ora una soddisfazione vanitosa nel costatare l'effetto che produceva su quelle tre creature. Inoltre egli cominciava a sentire per la graziosa e provocante Bourienne quell'appassionata sensazione animalesca che soleva impossessarsi di lui con straordinaria rapidit� e che spesso lo spingeva agli atti pi� volgari e pi� arditi. Dopo il t�, tutti passarono nella saletta dei divani, e la principessina fu pregata di sonare il clavicembalo. Anatolij si appoggi� allo strumento davanti a lei, accanto a "mademoiselle" Bourienne e si mise a guardare la principessina con occhi ridenti e allegri. La fanciulla, con un'emozione timida e lieta insieme, sentiva su di s� quello sguardo. La sonata prediletta la trasportava in un mondo di intima poesia e lo sguardo che sentiva su di s� avvolgeva quel mondo in un'atmosfera poetica anche maggiore. Ma lo sguardo di Anatolij quantunque fisso su di lei, non seguiva lei ma i movimenti del piedino di "mademoiselle" Bourienne, che egli premeva con il suo, sotto il clavicembalo. Anche "mademoiselle" Bourienne guardava la principessina nei cui bellissimi occhi leggeva una espressione nuova di timida e gioiosa speranza. �Come mi vuol bene�, pensava la principessina M�rija. �Come sono felice ora e come potr� esserlo in seguito con un'amica cos� e con un simile marito! Ma sar� veramente mio marito?�, si chiedeva, senza osare di alzare lo sguardo sul viso di lui, i cui occhi sentiva sempre fissi su di s�. La sera, quando dopo cena tutti si separarono, Anatolij baci� la mano alla principessina che, non sapendo neppur lei stessa come, ebbe l'ardire di guardare il bel volto maschile che era cos� vicino ai suoi occhi miopi. Poi Anatolij si avvicin� a "mademoiselle" Bourienne per baciar la mano anche a lei (una cosa sconveniente, ma egli faceva tutto con grande semplicit� e sicurezza), e "mademoiselle" Bourienne, arrossendo, guard� spaventata la principessina. �Quelle d�licatesse!� [31. Che delicatezza!] pens� la principessina. �Possibile che Am�lie (cos� si chiamava "mademoiselle" Bourienne) creda che io possa essere gelosa di lei e che non apprezzi l'affettuosa tenerezza e la devozione che ha per me?�. Si avvicin� alla francesina e la baci� con trasporto. Anatolij si accost� alla piccola principessa per baciare la mano anche a lei. - "Non, non, non! Quand votre p�re m'�crira que vous vous conduisez bien, je vous donnerai ma main � baiser. Pas avant" [32. No, no, no! Quando vostro padre mi avr� scritto che vi comportate bene, allora vi dar� la mano da baciare. Prima no!]. E, sorridendo, alz� un ditino con aria minacciosa e lasci� la stanza. CAPITOLO 5. Tutti si separarono e quella notte nessuno, a eccezione di Anatolij che si addorment� non appena fu a letto, ripos� a lungo. �Possibile che questo estraneo, quest'uomo bello e buono debba diventare mio marito?�, si chiedeva la principessina M�rija, e la paura, che non provava quasi mai, si impadron� di lei. Temeva di guardarsi attorno. Le sembrava che qualcuno fosse l�, dietro il paravento, in quell'angolo buio e che quel qualcuno fosse lui, il demonio, lui, il giovane dalla fronte bianca, dalle sopracciglia nere e dalla bocca rossa. Chiam� la cameriera e la preg� di rimanere a dormire nella sua camera. "Mademoiselle" Bourienne quella sera passeggi� a lungo nel giardino d'inverno, aspettando invano qualcuno, ora sorridendogli, ora commossa sino alle lacrime dalle immaginarie parole della "pauvre m�re" che le rimproverava il suo fallo. La principessa Liza brontolava contro la cameriera perch� il letto non era stato fatto bene, non poteva restar coricata n� su un fianco n� sul petto. In qualsiasi modo si voltasse, il ventre quella sera le dava pena e fastidio. E quella sera gliene dava pi� del solito perch� la presenza di Anatolij l'aveva riportata vivamente indietro nel tempo, in un tempo diverso, in cui le cose non erano cos� e tutto si svolgeva per lei in modo facile e piacevole. In giubbetto e cuffia, se ne stava seduta sulla poltrona, mentre K�tja assonnata e con la treccia sfatta, batteva e rivoltava per la terza volta il pesante materasso, borbottando incomprensibili parole. - Ti ho detto che � tutto gobbe e rientranze! - ripeteva la piccola principessa. - Sarei tanto contenta di potermi addormentare, e non � colpa mia se il materasso me lo impedisce!- E la sua voce era tremula come quella di una bimba che sia l� l� per piangere. Neppure il vecchio principe dormiva. Tich�n, attraverso il sonno, lo sentiva sbuffare e camminare nervosamente. Al vecchio principe pareva di essere stato offeso nella persona di sua figlia e l'offesa era tanto pi� grande in quanto non riguardava direttamente lui ma un'altra persona, quella fanciulla che egli amava pi� di se stesso. Si era detto che avrebbe riflettuto bene su tutta la faccenda e avrebbe trovato la soluzione migliore da adottare, ma intanto non faceva che irritarsi sempre di pi�. �E' bastato il primo venuto ed ecco che suo padre e tutto il resto sono dimenticati... Corre di sopra in camera sua si pettina, scodinzola e diventa un'altra! E' contenta all'idea di lasciare suo padre! Sa benissimo che io me ne accorgo, ma che gliene importa? E intanto io vedo che quell'idiota non ha occhi che per la Bourienne! Bisogner� mandarla via quella... E che mancanza di fierezza per non capirlo, se non per s�, visto che fierezza non ne ha, almeno per me. Bisogna pur far capire che quell'idiota non pensa a lei, ma solo a guardare la Bourienne. No, non ha proprio orgoglio, ma le mostrer� io come...�. Il vecchio principe sapeva che dicendo alla figlia che s'ingannava, che Anatolij corteggiava la Bourienne avrebbe eccitato l'amor proprio della principessina in modo tale da vincere la partita, ossia realizzare il suo desiderio di non separarsi dalla figlia... Questo pensiero lo calm� alquanto. Chiam� Tich�n e cominci� a svestirsi. �Li ha condotti qui il diavolo, quei due!�, pensava, mentre Tich�n gli copriva con la camicia da notte il corpo magro e secco, dal petto coperto di peli grigi. �Io non li ho chiamati, costoro! Sono venuti a sconvolgere la mia vita che non avr� pi� lunga durata�. - Al diavolo! - ripet�, mentre la sua testa non sbucava ancora chiusa nella camicia. Tich�n conosceva quell'abitudine di esprimere talvolta ad alta voce i propri pensieri e perci� con viso impassibile sopport� lo sguardo rabbioso e interrogativo che lampeggiava al di sopra della camicia. - Sono andati a letto? - chiese il principe. Tich�n, come ogni bravo servitore, indovinava la direzione dei pensieri del padrone. Comprese che la domanda si riferiva al principe Vassilij e a suo figlio e rispose: - Si sono degnati di coricarsi, eccellenza, e hanno gi� spento il lume. - Non c'� motivo, non c'� motivo... - borbott� in fretta il principe e, cacciati i piedi nudi nelle pantofole e le mani nelle tasche della veste da camera, si avvicin� al divano sul quale soleva dormire. Sebbene tra Anatolij e "mademoiselle" Bourienne non fosse stata detta nemmeno una parola, essi si erano perfettamente intesi a proposito della prima parte del romanzo, quella precedente l'apparizione della "pauvre m�re"; avevano capito di avere molte cose da dirsi in segreto e perci�, appena alzati, cominciarono a cercare l'occasione per incontrarsi a quattr'occhi. Mentre la principessina M�rija si recava all'ora consueta dal padre, "mademoiselle" Bourienne e Anatolij si incontravano nel giardino d'inverno. Quella mattina la principessina M�rija si avvicin� alla porta dello studio paterno con una insolita trepidazione. Le pareva che non soltanto tutti sapessero che in quel giorno si sarebbe decisa la sua sorte, ma che sapessero anche quali fossero i suoi pensieri. Leggeva questa impressione nel viso di Tich�n e del domestico del principe Vassilij che, incontratala nel corridoio mentre portava l'acqua calda al padrone, le si era inchinato profondamente. Quella mattina il vecchio principe si dimostr� particolarmente affettuoso e sollecito verso la figlia, la quale conosceva assai bene quella sollecitudine; era la stessa che gli compariva sul viso nei momenti in cui le sue mani secche si serravano a pugno per il dispetto quando essa non riusciva a risolvere un problema di aritmetica e lui, alzandosi, si scostava e lei ripeteva a voce bassa sempre le stesse parole. Il principe entr� subito in argomento e cominci� a parlare dandole del �voi�. - Mi � stata fatta una proposta che vi riguarda - disse, sorridendo in modo poco naturale. - Penso abbiate gi� indovinato che il principe Vassilij � venuto qui portando con s� il suo pupillo - (chi sa perch� il principe Nikol�j Andr�evic' chiamava cos� Anatolij) - non certo per i miei begli occhi... Ieri mi ha fatto una proposta che vi riguarda e poich� conoscete i miei princ�pi lascio a voi la decisione. - In che senso vi debbo intendere, "mon p�re"? - disse la principessina, impallidendo e poi arrossendo. - In che senso intendermi! - grid� il padre con voce irritata. Il principe Vassilij ti trova di suo gradimento come nuora e chiede la tua mano per il suo pupillo. Ecco in che senso devi intendermi... e come, se non cos�? Lo chiedo a te. - Non so come voi la pensiate, "mon p�re" - mormor� la principessina. - Io? Io? Ma che c'entro io? Lasciatemi da parte. Non sono io che devo sposarmi. Che ne pensate voi? E' questo che si desidera sapere. La principessina capiva che suo padre non vedeva favorevolmente la cosa, ma pens� che in quel momento o mai pi� si sarebbe decisa la sua sorte. Abbass� gli occhi per evitare lo sguardo del padre, quello sguardo che, lo sentiva, la rendeva incapace di pensare, ma, per abitudine, capace soltanto di ubbidire, e disse: - Io non desidero altro che fare la vostra volont�. Ma se dovessi esprimere ci� che desidero... Non riusc� a compiere la frase: il principe l'interruppe. - Benissimo! - grid�. - Egli prender� te, la tua dote e per giunta anche "mademoiselle" Bourienne. Quella sar� la moglie e tu... Il principe tacque: si era accorto dell'impressione che quelle parole avevano prodotto sulla figlia. Ella aveva chinato il capo e stava per piangere. - Su, su, ho scherzato! - disse. - Ricorda per� una cosa, figliuola: io mi attengo al principio che una ragazza ha pieno diritto di scelta e quindi ti lascio assoluta libert�. Ma ricorda che dalla tua decisione dipende la felicit� della tua vita. Di me non ti preoccupare... - Ma... io non so, "mon p�re"... - Non c'� niente da dire! Lui fa quello che gli � stato ordinato: � pronto a sposare te come qualsiasi altra; per� tu sei libera di scegliere. Va' in camera tua, rifletti e, tra un'ora, ritorna qui e davanti a lui dirai s� o no. So che andrai a pregare. S�, prega pure o, meglio, rifletti. Va' ! S� o no, s� o no, s� o no! - gridava ancora quando la principessina, vacillante come in mezzo alla nebbia, usciva dallo studio. La sua sorte si era decisa e decisa felicemente. Ma quello che il padre aveva detto relativamente alla Bourienne era un'insinuazione terribile. Ammesso anche che non fosse vero, era pur sempre terribile, ed essa non poteva non pensarci. Camminava diritto avanti a s� attraverso il giardino d'inverno, senza nulla vedere e sentire quando, all'improvviso, il noto bisbiglio di "mademoiselle" Bourienne la riscosse. Sollev� gli occhi e a due passi da s� scorse Anatolij che abbracciava la francesina e le mormorava qualcosa. Anatolij, con un'espressione di collera sul bel viso, guard� la principessina M�rija e al primo momento non si stacc� neppure dalla Bourienne che, dal canto suo, non la vedeva. �Chi � l�? Perch�? Aspettate un momento�, pareva dire la faccia di Anatolij. La principessina M�rija li guardava ammutolita. Non riusciva a capire. Finalmente "mademoiselle" Bourienne lanci� un grido e fugg� precipitosamente. Anatolij con un allegro sorriso si inchin� alla principessina, come invitandola a ridere di quel caso strano e, stringendosi nelle spalle, si avvi� verso la porta che conduceva nelle sue stanze. Un'ora pi� tardi, Tich�n and� a chiamare la principessina M�rija. Disse che il principe la desiderava e aggiunse che insieme con il padre si trovava anche il principe Vassilij Serg�evic'. Quando Tich�n era entrato dalla principessina, essa, seduta sul divano, teneva tra le braccia la Bourienne in lacrime e le accarezzava dolcemente i capelli. I bellissimi occhi della principessina, tranquilli e luminosi come sempre, guardavano con affettuosa tenerezza e compassione il visino grazioso di "mademoiselle" Bourienne. - "Non, princesse, je suis perdue pour toujours dans votre coeur" [33. No, principessa, nel vostro cuore non c'� pi� posto per me!] - diceva "mademoiselle" Bourienne. - "Pourquoi? Je vous aime plus que jamais," - rispondeva la principessina M�rija - "et je t�cherai de faire tout ce qui est en mon pouvoir pour votre bonheur" [34. Perch�? Io vi voglio pi� bene che mai, e cercher� di far tutto ci� che posso per la vostra felicit�]. - "Mais vous me m�prisez, vous si pure, vous ne comprendrez jamais cet �garement de la passion. Ah, ce n'est que ma pauvre m�re..." [35. Ma voi mi disprezzate, voi, cos� pura, non potrete mai capire lo smarrimento della passione. Oh, solo la mia povera madre...]. - "Je comprends tout" [36. Capisco tutto] - rispose la principessina, con un sorriso triste. - Calmatevi, amica mia... Ora andr� da mio padre - disse, e lasci� la stanza. Quando la fanciulla entr�, il principe Vassilij, seduto in una poltrona con le gambe accavallate e la tabacchiera tra le mani, sorrideva intenerito e pareva che lui stesso compatisse la propria commozione. Si affrett� a portare una presa di tabacco al naso. - "Ah, ma bonne, ma bonne" - disse, alzandosi e prendendole tutte e due le mani. Sospir� e aggiunse: - "Le sort de mon fils est en vos mains. D�cidez, ma bonne, ma ch�re, ma douce Marie, que j'ai toujours aim�e comme ma fille" [37. Mia cara, mia cara. Il destino di mio figlio � nelle vostre mani. Decidete, mia buona, mia cara, mia dolce M�rija, alla quale ho sempre voluto bene come a una figliuola]. Si scost�, e una vera lacrima brill� nei suoi occhi. - Fr... fr... - sbuffava intanto Nikol�j Andr�evic'. - Ecco qui, il principe Vassilij, a nome del suo pupillo... ossia di suo figlio, chiede la tua mano. Vuoi o non vuoi diventare la moglie del principe Anatolij Kuragin? Rispondi: s� o no - grid�. - Poi io mi riservo il diritto di esprimere la mia opinione, semplicemente la mia opinione - aggiunse il principe Nikol�j Andr�evic', rivolgendosi al principe Vassilij e rispondendo al suo sguardo supplichevole. - S� o no? - Il mio desiderio, "mon p�re", � di non lasciarvi mai, di non separare mai la mia vita dalla vostra. Non voglio sposarmi - rispose decisamente la fanciulla, fissando i suoi bellissimi occhi sul padre e sul principe Vassilij. - Sciocchezze, sciocchezze, stupidaggini, assurdit�! - grid� il principe Nikol�j Andr�evic', aggrottando le sopracciglia e, presa la figlia per mano, l'attir� a s�; non la baci�, ma si limit� a sfiorarle la fronte con la fronte, e le strinse cos� forte la mano che serrava tra le sue che il viso della fanciulla si contrasse, ed ella mand� un grido. Il principe Vassilij si alz�. - "Ma ch�re, je vous dirai que c'est un moment que je n'oublierai jamais, jamais; mais, ma bonne, est-ce que vous ne nous donnerez pas un peu d'esp�rance de toucher ce coeur si bon, si g�n�reux. Dites, que peut-�tre... L'avenir est si grand. Dites: peut-�tre" [38. Mia cara, posso dirvi che questo � un momento che non dimenticher� mai, mai; ma, mia cara, non ci vorrete dare un filo di speranza che un giorno questo vostro cuore cosi buono e generoso possa commuoversi? Diteci che forse... L'avvenire � cos� lungo. Dite: forse]. - Principe, ci� che ho detto � tutto quello che ho nel cuore. - Vi ringrazio per l'onore che m'avete fatto, ma non sar� mai la moglie di vostro figlio. - Bene, l'argomento � chiuso, mio caro. Sono molto lieto di averti veduto, molto lieto. Va' principessina, va' in camera tua- disse il vecchio principe. - Molto, molto lieto di averti veduto - ripet�, abbracciando il principe Vassilij. �La mia vocazione � un'altra�, pensava intanto la fanciulla; �la mia vocazione � di essere felice di un'altra felicit�: la felicit� dell'amore e del sacrificio. E, per quanto mi costi, far� la felicit� della povera Am�lie. Lo ama cos� appassionatamente! Ed � cos� profondamente pentita! Far� tutto quanto sta in me perch� si sposino. Se Anatolij non e ricco, dar� io a lei i mezzi, li chieder� a mio padre, li chieder� ad Andr�j. Sar� felice quando lei sar� sua moglie. E' cos� disgraziata, sola, in terra straniera, senza aiuto! Mio Dio, con quanta passione deve amarlo se ha potuto smarrirsi cos�! Chi sa, forse avrei fatto anch'io come lei...�, pensava la principessina M�rija. CAPITOLO 6. Da molto tempo la famiglia Rost�v non aveva pi� notizie di Nik�luska. Solo verso la met� dell'inverno, il conte ricevette una lettera, sulla cui busta riconobbe la calligrafia del figlio. Con quella lettera in mano, il conte, vagamente spaventato, corse in punta di piedi nella sua stanza da lavoro cercando di non essere visto, vi si rinchiuse e cominci� a leggere. Anna Mich�jlovna, non appena fu informata dell'arrivo della lettera (ella sapeva sempre tutto ci� che succedeva in casa), entr� a passi silenziosi nello studio e trov� il conte con il foglio tra le mani che singhiozzava e rideva contemporaneamente. Anna Mich�jlovna, bench� i suoi affari si fossero ormai sistemati, continuava a vivere in casa Rost�v. - "Mon bon ami?" [39. Mio buon amico?] - domand� con tristezza, in tono interrogativo, gi� pronta a commuoversi. Il conte singhiozz� pi� forte. - Nik�luska... una lettera... � stato ferito... "ma ch�re"... la contessa... promosso ufficiale... Sia lodato Iddio! Come faremo a comunicare questo alla contessuccia? Anna Mich�jlovna gli sedette accanto, asciug� col proprio fazzoletto le lacrime di lui e quelle che erano cadute sul foglio; poi lesse la lettera, tranquillizz� il conte e concluse che prima dell'ora del pranzo e del t� avrebbe preparato la contessa, e che poi, dopo il t�, con l'aiuto di Dio, le avrebbe spiegato tutto. Durante il pranzo, Anna Mich�jlovna parl� delle vicende della guerra e di Nik�luska; chiese due volte, sebbene lo sapesse benissimo, quando era giunta l'ultima lettera di lui, e disse che era molto probabile che prestissimo, forse quel giorno stesso, arrivasse uno scritto del giovane. A ognuna di queste allusioni, quando la contessa cominciava a turbarsi e guardava ansiosa ora il conte ora Anna Mich�jlovna, quest'ultima, con la massima naturalezza, riconduceva la conversazione su argomenti insignificanti. Natascia, che di tutta la famiglia era la persona pi� capace di cogliere le sfumature delle intenzioni, degli sguardi e dell'espressione delle fisionomie, sin dall'inizio del pranzo stava attentissima e capiva che tra suo padre e Anna Mich�jlovna doveva esserci qualcosa che si riferiva a suo fratello, e che Anna Mich�jlovna stava preparando il terreno per comunicare questo qualcosa. Per quanto ardita (Natascia sapeva quanto sua madre fosse sensibile a ogni notizia che riguardava Nik�luska), non si arrischi� durante il pranzo a far domande; per l'inquietudine non mangi� nulla e si agit� continuamente sulla sedia senza dar retta alle osservazioni della governante. Appena terminato il pranzo, essa si affrett� a correre dietro ad Anna Mich�jlovna, la raggiunse nella stanza dei divani e le si butt� al collo. - Zia cara, ditemi, cosa � successo? - Niente, tesoro... - No, anima mia, cara... non vi lascio: sono certa che voi sapete qualcosa. Anna Mich�jlovna scosse la testa. - "Vous �tes une fine mouche, mon enfant" [40. Siete una furbacchiona, bimba mia!] - disse. - E' arrivata una lettera di Nikol�j? E' certo! - grid� Natascia leggendo gi� la risposta affermativa sul viso di Anna Mich�jlovna. - Ma in nome di Dio, sii prudente: tu sai quanto una notizia simile possa colpire la tua "maman". - Sar� prudente, sar� prudente, ma parlate. Non volete dir nulla? E allora vado subito dalla mamma... Anna Mich�jlovna in poche parole mise Natascia al corrente del contenuto della lettera, a patto per� che non ne accennasse a nessuno. - Parola d'onore! - rispose Natascia, facendosi il segno della croce. - Non dir� nulla a nessuno - e corse subito da S�nja. - Nik�lenka... � ferito, c'� una lettera... - esclam� in tono lieto e solenne. - Nicolas! - riusc� soltanto a dire S�nja, facendosi improvvisamente pallida. Natascia, al vedere l'impressione prodotta su S�nja dalla notizia della ferita di suo fratello, ne comprese per la prima volta il senso doloroso. Si gett� tra le braccia di S�nja e pianse. - Solo un poco... una ferita leggera... ma l'hanno promosso ufficiale; ora sta bene, lo scrive lui stesso - disse tra le lacrime. - Come si vede che voialtre donne siete tutte piagnucolose! - esclam� P�tja, camminando a gran passi decisi su e gi� per la stanza. - Io sono tanto contento, invece, proprio tanto contento che mio fratello si sia distinto. Voi non sapete che piagnucolare. Non capite proprio nulla! Natascia sorrise tra le lacrime. - Tu hai letto la lettera? - chiese S�nja. - No, non l'ho letta, ma lei mi ha detto che ormai � tutto passato e che � gi� ufficiale. - Sia ringraziato Iddio! - rispose S�nja, facendosi il segno della croce. - Ma se non ti avesse detto la verit�? Andiamo da "maman". P�tja continuava a passeggiare avanti e indietro per la stanza. - Se io fossi al posto di Nik�luska, - salt� su a dire - ne avrei uccisi chi sa quanti di questi francesacci! Sono dei vili! Ne avrei ammazzati tanti da farne un mucchio alto cos�! - prosegu� P�tja. - Taci, P�tja, quanto sei stupido! - Non io sono stupido, � stupido chi piange per delle sciocchezze! - dichiar� il ragazzino. - Te lo ricordi, tu? - chiese Natascia dopo un minuto di silenzio. S�nja sorrise. - Se ricordo Nicolas? - No, S�nja, ti chiedo se te lo ricordi, se ti ricordi di tutto- rispose Natascia con un gesto pieno di zelo, evidentemente desiderando di dare alle sue parole il significato pi� serio. - Anch'io mi ricordo di Nik�lenka... di Bor�s invece non mi ricordo affatto. - Ma come? Non ti ricordi di Bor�s? - chiese S�nja con stupore. - Non � che non me lo ricordi, so com'�, ma non lo ricordo come Nik�lenka. Se chiudo gli occhi, lui lo vedo subito, ma Bor�s no... - (E chiuse gli occhi). - No, non vedo proprio niente! - Ah, Natascia! - esclam� S�nja, con aria solenne, e guard� seriamente l'amica, come se la considerasse indegna di ascoltare ci� che stava per dirle e come se parlasse con un'altra persona con cui non fosse possibile scherzare. - Ho preso ad amare tuo fratello e, qualsiasi cosa possa accadere a me o a lui, non cesser� mai di amarlo per tutta la vita. Natascia, stupita, con gli occhi pieni di curiosit�, guardava S�nja senza parlare. Sentiva che quello che S�nja diceva era la verit�, che l'amore di cui la fanciulla parlava esisteva realmente ma che lei, Natascia, non aveva ancora mai provato nulla di simile. Credeva a un sentimento del genere, ma non lo capiva. - Gli scriverai? - domand�. S�nja si fece pensierosa. La questione se dovesse o no scrivere a Nikol�j e che cosa dovesse dirgli era una questione che la tormentava. Ora che egli era ufficiale e un eroe ferito, sarebbe stato bello ricordarsi di lui, quasi volendo rammentargli l'impegno che aveva preso con lei? - Non so... credo che, se mi scriver�, gli risponder� - disse la fanciulla, arrossendo. - E non ti vergognerai a scrivergli? S�nja sorrise. - No. - Io mi vergognerei se dovessi scrivere a Bor�s... non gli scriverei... - E perch� vergognarsi? - Cos�... non lo so. Mi vergognerei. - Io lo so perch� si vergogna - s'intromise P�tja, ancora offeso dalla precedente osservazione di Natascia. - Perch� � stata innamorata di quel giovanottone con gli occhiali - (cos� P�tja indicava il suo omonimo, il nuovo conte Bezuchov), - ora � innamorata del "cantante"... - (P�tja parlava dell'italiano che insegnava canto a Natascia); - ecco perch� si vergogna! - Sei stupido, P�tja - rispose Natascia. - Non pi� di te, comare mia, - disse il novenne P�tja, come se fosse stato un vecchio brigadiere. La contessa era stata preparata dalle allusioni di Anna Mich�jlovna durante il pranzo. Rientrata in camera e sedutasi nella sua poltrona non distoglieva gli occhi dal ritratto in miniatura del figlio che ornava il coperchio della tabacchiera, mentre i suoi occhi erano pieni di lacrime. Anna Mich�jlovna, con la lettera in mano, si avvicin� in punta di piedi alla camera della contessa, e si ferm�. - Non entrate - disse al vecchio conte che la seguiva. - Verrete dopo... - e si chiuse l'uscio alle spalle. Il conte appoggi� l'orecchio alla serratura e rimase in ascolto. Sulle prime ud� soltanto uno scambio di parole indifferenti, poi la sola voce di Anna Mich�jlovna che parl� a lungo e infine un grido seguito da un silenzio: poi di nuovo le due voci che discorrevano in tono gioioso, e finalmente dei passi; e Anna Mich�jlovna gli apr� l'uscio. La sua faccia aveva l'espressione fiera di un chirurgo che, terminata una difficile amputazione, introduce il pubblico ad ammirare il risultato della sua abilit�. - "C'est fait!" [41. Fatto!] - disse al conte, indicando con un gesto solenne la contessa che teneva in una mano la tabacchiera con il ritratto e nell'altra la lettera e posava le labbra ora su questa ora su quella. Alla vista del marito, essa gli tese le braccia, gli serr� la testa calva, continuando, al di sopra di questa, a fissare la lettera e il ritratto e infine, per potervi ancora appoggiare le labbra, scost� dolcemente la testa calva. Vera, Natascia, S�nja e P�tja entrarono e la lettura cominci�. Nella lettera erano descritte brevemente la campagna e le due battaglie alle quali aveva partecipato Nik�luska e la promozione a ufficiale. Aggiungeva che baciava le mani a "maman" e a "papa", chiedendo la loro benedizione e mandava un bacio a Vera, a Natascia e a P�tja. Inoltre salutava "monsieur" Schelling, "madame" Schloss e la bambinaia e pregava che si baciasse per lui la cara S�nja, che egli amava sempre allo stesso modo e della quale si ricordava sempre. A queste parole S�nja arross� con tanta violenza che le spuntarono le lacrime e, non avendo la forza di sostenere lo sguardo dei presenti rivolto su di lei, scapp� in sala, si mise a correre, piroett� facendo gonfiare come un pallone la sua gonna leggera e poi, rossa in viso e sorridente, si sedette per terra. La contessa piangeva. - Perch� piangete, "maman"? - domand� Vera. - Di tutto quello che scrive c'� da rallegrarsi, non da piangere. Era verissimo, ma il conte, la contessa e Natascia, tutti quanti, la guardarono con aria di rimprovero. �A chi somiglia, questa?�, pens� la contessa. La lettera di Nik�lenka fu riletta cento volte e quelli che erano giudicati degni di ascoltarla, dovevano andare dalla contessa che non se la lasciava sfuggire dalle mani. Vennero i precettori, le bambinaie, M�tenka, alcuni conoscenti, e ogni volta la contessa rileggeva la lettera con un piacere sempre nuovo, e ogni volta scopriva in essa ignorate virt� del suo Nik�luska. Come le pareva strano, come la rallegrava il pensiero che vent'anni prima ella avvertiva muoversi in lei con le piccole membra, quel figlio per il quale ella bisticciava con il marito perch� lo viziava, quel figlio che aveva imparato prima a dire "pera" e poi "donna", come le pareva strano che quel figlio si trovasse ora lontano, in terra straniera, in un ambiente estraneo, e fosse un eroico guerriero, solo, senza guida e senza aiuto e agisse ormai da persona adulta. La universale, secolare esperienza che insegna come i figli, con insensibile cammino, dalla culla in poi diventino uomini, non aveva valore per la contessa. La trasformazione di quel bimbo in uomo, passando a grado a grado per i vari periodi della crescita, era per lei straordinario come se mai milioni e milioni di esseri non fossero diventati uomini percorrendo la stessa strada. E, come vent'anni prima non poteva credere che la minuscola creatura che viveva in lei, accanto al suo cuore, avrebbe gridato, succhiato il suo latte e parlato, cos� ora non poteva credere che quella stessa creatura potesse essere diventata l'individuo forte e coraggioso, il modello di figlio e di uomo che era ora, a quanto si poteva giudicare da quella lettera. - E che stile! Come scrive bene! - diceva leggendo la parte descrittiva della lettera. - E che animo! Di s� non dice nulla, neppure una parola! Parla invece di un certo Denissov; eppure egli � senza dubbio il pi� coraggioso di tutti. Non dice nulla delle sue sofferenze. Che cuore! Come lo riconosco! E come si � ricordato di tutti! Non ha dimenticato nessuno... Lo dicevo sempre, sempre io... sin da quando era piccolino cos�... Per pi� di una settimana tutti in casa prepararono minute e copiarono in bella copia le lettere per Nik�luska. Per il vigile zelo della contessa e per cura del conte, si raccolsero gli oggetti necessari e il denaro occorrente per la divisa e per tutto ci� di cui potesse avere bisogno il nuovo ufficiale. Anna Mich�jlovna, donna molto pratica, aveva saputo procurare per s� e per suo figlio una protezione speciale anche per quanto riguardava la corrispondenza. Aveva modo di rispedire la sua posta al granduca Konstant�n P�vlovic' che comandava la Guardia. I Rost�v supponevano che l'indirizzo: "Guardia russa all'estero" fosse un indirizzo pi� che sufficiente e che, se una lettera arrivava al granduca comandante della Guardia, non c'era ragione perch� non pervenisse anche al reggimento di P�vlograd che doveva trovarsi l� nelle vicinanze. Perci� fu deciso di mandare lettere e denaro per mezzo di un corriere, a Bor�s, il quale avrebbe dovuto far recapitare tutto a Nik�luska. Le lettere erano del vecchio conte, della contessa, di P�tja, di Vera, di Natascia, di S�nja, accompagnate dai seimila rubli per la divisa e da alcuni oggetti che il conte mandava a suo figlio. CAPITOLO 7. Il 12 di novembre l'esercito di Kutuz�v, accampato presso Olm�tz, si preparava a essere passato in rivista, il giorno seguente, dai due imperatori: di Russia e di Austria. La Guardia, non appena giunta dalla Russia, aveva trascorso la notte a quindici miglia da Olm�tz e la mattina dopo, alle dieci precise, raggiunse direttamente il campo della rivista. Nikol�j Rost�v ricevette quel giorno un biglietto da Bor�s, con cui gli comunicava che il reggimento Izmajlovskij avrebbe passato la notte a quindici miglia da Olm�tz e che lui, Bor�s, lo aspettava per consegnargli una lettera e del denaro. Il denaro, in particolare, era necessario a Rost�v ora che, reduce dalla campagna di guerra, le truppe si erano fermate presso Olm�tz dove i vivandieri e gli ebrei austriaci, ben provvisti, che gremivano il campo, erano in grado di offrire ogni genere di tentazioni. Al reggimento di P�vlograd si susseguivano banchetti per festeggiare le decorazioni e le ricompense ottenute sul campo, e frequenti viaggi di piacere a Olm�tz, da un'ungherese, una certa Karolina, che, giunta da poco, aveva aperto una trattoria dove parecchie belle ragazze servivano i clienti. Rost�v aveva recentemente festeggiato la propria promozione a ufficiale, aveva acquistato Beduino, il bel morello di Denissov, ed era pieno di debiti con i compagni e i vivandieri. Ricevuto il biglietto di Bor�s, part� con un collega per Olm�tz dove si trattenne a pranzare, bere una bottiglia di vino e poi, a cavallo, si avvi� da solo verso l'accampamento della Guardia a cercare il suo amico d'infanzia. Rost�v non era ancora riuscito a mutare uniforme: indossava una giubba un po' logora da alfiere con la croce di San Giorgio, da soldato, un paio di pantaloni con il fondo di cuoio e portava una sciabola da ufficiale con la dragona. Montava un cavallo del Don, comperato da un cosacco durante la campagna; e il berretto ammaccato da ussaro era spavaldamente posato sulle ventitr�. Mentre si avvicinava all'accampamento del reggimento Izmajlovskij, Rost�v pensava allo stupore di Bor�s e di tutti gli altri suoi compagni della Guardia alla vista del suo aspetto marziale di ussaro che aveva combattuto. La Guardia aveva partecipato a tutta la campagna di guerra come a una passeggiata militare, facendo sfoggio di eleganza e di disciplina. Le marce erano state brevi, gli zaini venivano caricati sui carri e a ciascuna tappa le autorit� austriache offrivano agli ufficiali pranzi eccellenti. I reggimenti entravano nella citt� e ne uscivano accompagnati dalla banda e durante tutta la campagna (cosa di cui la Guardia andava orgogliosa), per ordine del granduca, i soldati avevano marciato al passo e gli ufficiali a piedi, ai loro posti. Bor�s, durante tutta la campagna, aveva marciato e si era fermato insieme con Berg, ora gi� comandante di compagnia. Berg, avuto il comando di una compagnia durante la campagna per la sua precisione e la sua diligenza, era riuscito a conquistarsi la fiducia dei capi e aveva sistemato molto vantaggiosamente i suoi affari dal punto di vista economico. Bor�s, per parte sua, aveva fatto molte conoscenze con persone che potevano essergli utili, e mediante una lettera di raccomandazione di Pierre, aveva conosciuto il principe Andr�j Bolkonskij, con l'aiuto del quale sperava di ottenere un posto nello stato maggiore del generalissimo. Berg e Bor�s, vestiti con accurata eleganza, si riposavano, dopo la marcia del giorno avanti, nel lindo e ben arredato alloggio che era stato loro assegnato, seduti a una tavola rotonda, e giocavano a scacchi. Berg fumava una lunga pipa che teneva tra le ginocchia. Bor�s, con la sua consueta precisione, ammucchiava a piramide, con le bianche mani sottili, i pezzi degli scacchi fuori gioco, in attesa delle mosse di Berg, e fissava il suo avversario, evidentemente assorto nel gioco, come sempre, pensando soltanto a ci� che lo teneva occupato in quel momento. - Ebbene, come ve la cavate? - disse Bor�s. - Faremo il possibile - rispose Berg, toccando un pezzo, ma ritirando poi, subito la mano. In quel momento la porta si apr�. - Ah, eccolo, finalmente! - grid� Rost�v. - E c'� anche Berg! Ah tu, "pet� sanf�n, all� cusc� dormir" (42) - esclam�, ripetendo le parole della bambinaia di cui un tempo rideva con Bor�s. - Santi benedetti, come sei cambiato! - Bor�s si alz� per andare incontro a Rost�v ma, alzandosi, non trascur� di mettere a posto i pezzi degli scacchi che cadevano e fece il gesto di abbracciare l'amico, ma Nikol�j si tir� indietro. Con quel particolare senso della giovent� che teme le vie battute e vuole esprimere i propri sentimenti in modo nuovo, personale e diverso da come li esprimono, spesso fingendo, gli anziani, Nikol�j voleva fare qualcosa di insolito, incontrando l'amico: voleva dargli un pizzicotto o uno spintone e, soprattutto, non abbracciarlo n� baciarlo come facevano tutti. Bor�s, invece, calmo e affettuoso, abbracci� e baci� tre volte Rost�v. Erano trascorsi sei mesi da quando i due giovani si erano visti l'ultima volta e, poich� erano in quel periodo in cui i giovani compiono i primi passi nella vita, costatarono l'uno nell'altro straordinarie trasformazioni: le tracce del tutto nuove che quegli ambienti, nei quali avevano percorso quei primi passi della vita, avevano lasciato in loro. Erano entrambi molto mutati dal loro ultimo incontro e fremevano dal desiderio di mostrarsi reciprocamente i mutamenti avvenuti. - Eh, voi, maledetti lucidatori di pavimenti! Freschi e puliti come di ritorno da una passeggiata... altro che noi poveracci...- esclam� Rost�v con una voce baritonale completamente nuova per Bor�s, mentre con baldanza soldatesca indicava i suoi calzoni sporchi di fango. Al vociare di Rost�v, la padrona di casa, una tedesca, comparve sulla soglia. - Carina, eh? - disse Rost�v, strizzando un occhio. - Perch� gridi tanto? Vuoi spaventare tutti, tu... - osserv� Bor�s. - Non ti aspettavo oggi - aggiunse. - Ieri soltanto t'ho mandato un biglietto per mezzo di un mio conoscente, aiutante di campo di Kutuz�v, Bolkonskij. Non credevo che te lo facesse avere cos� presto... Ebbene, come stai? Hai gi� avuto il battesimo del fuoco? Rost�v, senza rispondere, batt� la mano sulla croce di San Giorgio, da soldato, che gli pendeva da un cordone della giubba e, mostrato il braccio fasciato, guard� Berg con un sorriso. - Come vedi... - disse. - Ah, cos�, dunque? Bene, bene - esclam� Bor�s, pure sorridendo. - Anche noi abbiamo fatto una bella campagna. Tu sai che il principe ereditario � sempre venuto con il nostro reggimento, cosicch� noi abbiamo goduto di tutte le comodit� e di tutti i vantaggi. In Polonia, pranzi, feste, ricevimenti, balli da non descriversi! Il principe ereditario � stato molto affabile con tutti noi ufficiali. E i due amici si misero a raccontare, uno le sue orge di ussaro e della vita di accampamento, l'altro i vantaggi e le comodit� del servizio alle dipendenze di personaggi altolocati. - Ah, si sa, la Guardia! - esclam� Rost�v. - Suvvia, manda a prendere un po' di vino. Bor�s aggrott� le sopracciglia. - Se proprio lo vuoi... - disse. E, avviandosi al letto, prese di sotto ai candidi guanciali il borsellino e ordin� che gli fosse portato il vino. - Ed eccoti il denaro e le lettere - aggiunse. Rost�v prese le lettere e, buttato il denaro sul divano, punt� i gomiti sul tavolo e cominci� a leggere. Dopo poche righe, gett� su Berg uno sguardo adirato. Incontrandone lo sguardo, Rost�v si copr� il viso con la lettera. - Per�... un bel po' di denaro vi hanno mandato - osserv� Berg, accennando alla pesante borsa che era affondata un poco nell'imbottitura del divano. - Noialtri, conte, dobbiamo accontentarci di vivere con i nostri stipendi. Quanto a lui, vi dir�... - Sentite, mio caro Berg, - disse Rost�v - quando riceverete da casa una lettera e vi troverete in compagnia di un amico al quale vorrete rivolgere chiss� quante domande, e io mi trover� presente, me ne andr� subito, per non disturbarvi. Datemi retta, andatevene per favore da qualche parte... magari al diavolo! - grid� e subito dopo, afferratolo per le spalle, lo guard� affettuosamente, volendo evidentemente addolcire la villania delle proprie parole e aggiunse: - Sapete, eh, che non dovete prendervela a male... Mio caro, vi parlo a cuore aperto come a un nostro vecchio conoscente. - Ma figuratevi, conte, capisco benissimo - disse Berg, alzandosi e parlando con voce gutturale. - Andate dai padroni di casa: vi hanno invitato - lo consigli� Bor�s. Berg indoss� una giubba pulita di fresco, senza una macchiolina n� un granello di polvere, si pettin� davanti allo specchio sollevando i capelli sulle tempie, come li portava l'imperatore Aleks�ndr P�vlovic' e, persuaso da un'occhiata di Rost�v che la sua giubba aveva fatto effetto, usc� dalla stanza con un affabile sorriso. - Oh, sono un vero animale - esclam� Rost�v, continuando a leggere. - Perch�? - chiese Bor�s. - Ah, che porco sono io... che non ho mai scritto alla mia famiglia, causando loro tanta ansia! Che porco! - rispose arrossendo. - Suvvia, manda Gavrilo a prendere il vino! Beviamo dunque! Tra le lettere dei parenti ne era acclusa una di raccomandazione per il principe Bagrati�n, che la vecchia contessa, su consiglio di Anna Mich�jlovna, si era procurata per mezzo di conoscenti e che mandava al figlio, pregandolo di consegnarla a destinazione e di trarne profitto. - Che sciocchezze! Non ne ho proprio bisogno - disse Rost�v, buttando la lettera sotto la tavola. - Perch� la butti via? - chiese Bor�s. - E' una lettera di raccomandazione: non so che farmene! - Come, non sai che fartene di una lettera di raccomandazione? - domand� Bor�s. - Questa lettera ti sar� invece molto utile. - Non mi sar� utile un bel niente, e io non andr� a fare l'aiutante di nessuno. - E perch�? - chiese Bor�s. - E' una carica da lacch�! - Vedo che sei sempre lo stesso sognatore... - replic� Bor�s, scuotendo la testa. - E tu lo stesso diplomatico. Ma parliamo d'altro. Come va, dunque? - domand� Rost�v. - Eh, come vedi... Finora tutto � andato bene, ma ti confesso che desidererei molto essere nominato aiutante di campo e non restare al fronte. - Perch�? - Perch� quando si � avviati alla carriera militare, bisogna cercare di percorrerla brillantemente, quanto pi� sia possibile. - Eh gi�! - disse Rost�v, evidentemente pensando ad altro. Egli fissava con uno sguardo interrogativo gli occhi dell'amico, ed era chiaro che cercava invano la soluzione di un problema. Il vecchio Gavrilo port� il vino. - Non credi che ora sia il caso di mandare a chiamare Alfonse Karlyc'? - chiese Bor�s. - Egli berr� con te. Io non bevo. - S�, s�, chiamalo! Ma che tipo � questo tuo tedesco? - chiese Rost�v con un sorriso sprezzante. - E' un ottimo uomo, molto onesto e molto simpatico - rispose Bor�s. Rost�v fiss� di nuovo l'amico negli occhi e sospir�. Berg ritorn� e attorno alla bottiglia di vino la conversazione dei tre ufficiali si anim�. I due della Guardia ripresero a descrivere a Rost�v le loro marce e le feste che erano state loro offerte in Russia, in Polonia e all'estero. Riferirono parole e atti del loro comandante, il granduca, raccontarono aneddoti relativi alla sua bont� e al suo carattere focoso. Berg, secondo la sua abitudine, taceva quando la conversazione non lo riguardava personalmente ma, a proposito della bont� e della focosit� del granduca, narr� con vero piacere come in Galizia fosse riuscito a parlargli di persona mentre ispezionava i reggimenti e montava su tutte le furie per i movimenti irregolari delle truppe. Con un simpatico sorriso sulle labbra raccont� come il granduca, preso da un accesso di collera, gli si fosse avvicinato gridando �Arnauti! (43)� (Arnauti era l'espressione preferita del principe ereditario quando era in preda alla collera) e subito aveva fatto chiamare il comandante della compagnia. - Lo credete, conte? Non mi spaventai affatto perch� sapevo di aver ragione. Vedete, conte, posso dire, senza vantarmi, di sapere a memoria tutti gli ordini del giorno del reggimento e conosco il regolamento come il "Pater noster". Perci�, conte, la mia compagnia non � mai trascurata e io avevo quindi la coscienza tranquilla. Mi presentai - Berg si alz� e mostr� come si era presentato con la mano alla visiera. (In realt� sarebbe stato difficile esprimere con il viso un maggior rispetto e un maggior compiacimento per se stesso). - Mi sollev� di peso, come si suole dire, e mi diede una di quelle lavate di testa che non so descrivere, urlando: �Arnauti! Al diavolo! In Siberia!� - continuava Berg, sorridendo maliziosamente. - Sapevo di aver ragione e perci� stavo muto come un pesce; non � vero, conte? �Ehi, hai perso la lingua?� urla il granduca. E io ancora zitto. Lo credereste, conte? Il giorno dopo, sull'ordine del giorno, nessun accenno alla faccenda. Ecco ci� che significa non perdere la testa! Proprio cos�, conte - concluse Berg, riprendendo la pipa e lanciando in aria cerchietti di fumo. - S�, s�... giustissimo - disse Rost�v, sorridendo. Ma Bor�s, notando che Rost�v aveva intenzione di burlarsi di Berg, fece volutamente prendere alla conversazione una piega diversa. Preg� Rost�v di raccontare come e dove era stato ferito. Rost�v gradiva l'argomento e perci� prese a raccontare, animandosi sempre pi� a mano a mano che la narrazione procedeva. Descrisse ai due amici lo scontro di Sch�ngraben, proprio come di solito raccontano di una battaglia coloro che vi hanno partecipato, ossia come avrebbero voluto che i fatti si fossero svolti, come ne hanno sentito parlare da altri, come risulta pi� interessante, ma trascurando completamente la realt�. Rost�v era un giovane onesto e leale, che a nessun costo avrebbe detto volutamente una bugia. Cominci� il suo racconto con l'intenzione di narrare le cose com'erano avvenute veramente ma, senza rendersene conto, si mise suo malgrado a inventare. Se avesse narrato la pura verit� a quegli ascoltatori che, proprio come lui stesso, avevano gi� sentito parecchie volte la descrizione di una carica di cavalleria e gi� ne avevano un'idea chiara e precisa, aspettavano quindi un racconto che vi corrispondesse, o essi non gli avrebbero prestato fede o, il che era peggio, avrebbero pensato fosse colpa di Rost�v se non gli era accaduto ci� che suole generalmente accadere a chi racconta una carica di cavalleria. Egli non poteva raccontare cos� semplicemente che, mentre tutta la squadra si era lanciata al galoppo, lui era caduto da cavallo, slogandosi un braccio e che, con quanta forza aveva in corpo, era fuggito nel bosco per salvarsi da un francese. Inoltre per raccontare le cose semplicemente com'erano accadute, occorreva un grande sforzo su di s�: dire la verit� � molto difficile e avviene di rado che i giovani ne siano capaci. I due ascoltatori, del resto, si aspettavano che descrivesse come si fosse lanciato furente nella battaglia, che raccontasse come, dimentico di s�, fosse piombato nel quadrato nemico, facendosi largo con lo sferrare fendenti a destra e a sinistra, come la sua sciabola avesse lacerato la carne dell'avversario e come infine, spossato, fosse ruzzolato a terra... e cose simili. Ed egli raccont� loro tutto questo. A met� del racconto, mentre diceva: �Tu non puoi immaginare quale sentimento strano di furore si provi al momento dell'assalto� entr� nella stanza il principe Andr�j Bolkonskij. Il principe, al quale piaceva sostenere la parte di protettore dei giovani, lusingato dal fatto che si ricercasse la sua protezione, e ben disposto verso Bor�s, il quale il giorno innanzi aveva saputo acquistarsi la sua simpatia, desiderava appagare il desiderio del giovane. Mandato da Kutuz�v a portare certi documenti al granduca ereditario, egli era venuto dal giovane ufficiale sperando di trovarlo solo. Entrato nella stanza e vedendo quell'ussaro che raccontava avventure di guerra (una specie di uomini che il principe Andr�j non poteva sopportare), sorrise amichevolmente a Bor�s, aggrott� le sopracciglia socchiudendo gli occhi nel guardare Rost�v e, dopo essersi inchinato leggermente, sedette con aria stanca e indolente sul divano. Era visibilmente contrariato per essere capitato in una cattiva compagnia. Rost�v lo comprese e si fece di brace. Ma, in fondo, non gliene importava nulla giacch� si trattava di una persona estranea. Ma poi, guardando Bor�s, vide che egli pure pareva vergognarsi di quel suo ussaro di prima linea. Nonostante il tono sgradevole e ironico del principe Andr�j, nonostante il generico disprezzo che, dal suo punto di vista di combattente, egli nutriva per tutti gli aiutanti di stato maggiore, ai quali evidentemente apparteneva il nuovo venuto, Rost�v si sent� imbarazzato, arross� e tacque. Bor�s domand� quali notizie ci fossero allo stato maggiore e che cosa si dicesse, se la domanda non era indiscreta, dei nostri piani. - Probabilmente si andr� avanti - rispose Bolkonskij, che certo non voleva dire di pi� in presenza di estranei. Berg approfitt� dell'occasione per informarsi, in modo particolarmente cortese, se, come si era sentito dire, i comandanti di compagnia avrebbero avuto d'ora innanzi una doppia indennit� di foraggi. A questa domanda il principe Andr�j rispose con un sorriso che non poteva parlare di una cos� importante questione di stato, e Berg rise allegramente. - Per quanto vi riguarda - disse poi il principe Andr�j, rivolgendosi a Bor�s - parleremo pi� tardi - e guard� Rost�v. - Venite da me dopo la rivista e faremo tutto il possibile. Dopo aver dato un'occhiata alla stanza, si volse a Rost�v senza degnarsi di notare l'imbarazzo infantile e invincibile da cui era dominato, che stava trasformandosi in collera, e gli domand�: - Se non erro, voi stavate parlando dello scontro di Sch�ngraben: c'eravate? - S�, c'ero - rispose Rost�v con ira, quasi volesse con quel tono offendere l'aiutante. Bolkonskij not� lo stato d'animo dell'ussaro e gli parve divertente. E sorrise con un po' di disprezzo. - Gi�, ora su quello scontro si fanno molti racconti. - S�, le versioni sono molte - disse Rost�v ad alta voce, guardando alternativamente Bor�s e Bolkonskij con gli occhi fiammeggianti. - S�, le versioni sono molte... ma i nostri racconti, i racconti di coloro che si sono trovati sotto il fuoco nemico, hanno veramente peso, un peso ben diverso da quello che hanno i racconti di certi bellimbusti dello stato maggiore che ricevono delle ricompense senza far nulla! - E ai quali supponete che io appartenga? - domand� il principe Andr�j, con un sorriso calmo e particolarmente gentile. Un sentimento strano di collera e nello stesso tempo di rispetto per la tranquillit� di quell'uomo cominci� a manifestarsi nell'animo di Rost�v. - Non parlo di voi - disse egli. - Non vi conosco e, lo confesso, non desidero conoscervi. Parlo degli ufficiali dello stato maggiore, in genere. - Ed ecco che cosa vi dico - lo interruppe in tono calmo e autorevole il principe Andr�j. - Voi volete offendermi, e io sono pronto ad ammettere che la cosa � facilissima, qualora non abbiate sufficiente rispetto per voi stesso; ma dovete ammettere che il luogo e il momento sono scelti male. Fra pochi giorni ci troveremo tutti a un grande duello, molto pi� serio: e oltre a ci� Drubetzk�j, che dice di essere un vostro vecchio amico, non � affatto colpevole se la mia fisionomia ha la sfortuna di non piacervi. A ogni modo - soggiunse alzandosi - sapete il mio nome e sapete dove trovarmi; ma non dimenticate che io non considero affatto offeso n� voi n� me, e il mio consiglio di uomo pi� attempato � quello di non dare alcun seguito a questa questione. Dunque, Drubetzk�j, vi aspetto venerd� dopo la rivista. Arrivederci - concluse il principe Andr�j, e usc� con un cenno di saluto ai due giovani. Soltanto allorch� il principe si fu allontanato, Rost�v pens� a quello che avrebbe dovuto rispondergli e si irrit� ancora di pi� per non aver detto nulla. Ordin� che gli fosse subito condotto il suo cavallo, si accomiat� senza alcuna cordialit� da Bor�s e se ne and�. Recarsi il mattino seguente al quartier generale e sfidare a duello quel borioso aiutante, oppure lasciar perdere tutto? Questo problema lo torment� durante tutto il percorso del ritorno. Ora pensava con ira al piacere che avrebbe provato nel vedere la paura di quell'uomo piccolo, debole e orgoglioso davanti alla sua pistola, ora invece sentiva con stupore che, tra tutti gli uomini che conosceva, quello che pi� avrebbe desiderato avere come amico era appunto quel piccolo aiutante di campo che gli era tanto odioso... CAPITOLO 8. Il giorno dopo l'incontro di Bor�s con Rost�v ebbe luogo la rivista delle truppe austriache e russe, sia di quelle fresche, appena giunte dalla Russia, sia di quelle che erano tornate dalla campagna di guerra di Kutuz�v. I due imperatori, quello russo con il granduca ereditario e quello austriaco con l'arciduca, passarono in rivista l'esercito alleato, forte di ottantamila uomini. Sin dalle prime ore del mattino le truppe, in divisa perfetta, cominciarono a muoversi e ad allinearsi sul campo prospiciente la fortezza. Ora si muovevano migliaia di piedi, di baionette, di bandiere sventolanti, che, al comando degli ufficiali, si fermavano, si giravano, occupavano gli spazi vuoti, lasciandosi sorpassare da altre masse di fanteria con divise diverse; ora l'elegante cavalleria, in uniformi rosse, azzurre, verdi ricamate, passava con uno scalpitare e un tintinnare cadenzato, preceduta dalla banda, su cavalli morelli, bai, grigi; ora allineandosi in una lunga fila al suono metallico di cannoni sobbalzanti sui loro affusti lucidi e scintillanti accompagnata dall'odore delle micce, avanzava lenta, tra i fanti e i cavalieri, l'artiglieria e andava a occupare i posti che le erano riservati. Non soltanto i generali in divisa da parata, corpo grasso o magro serrato alla vita sino all'impossibile, con i colli rossi stretti dal colletto, in sciarpa e decorazioni; non soltanto gli ufficiali, eleganti e impomatati, ma ogni soldato, con la faccia fresca ben lavata e ben rasata, con la divisa spazzolata sino a essere lucida, e ogni cavallo, strigliato e lustro come seta, con la criniera lisciata e pettinata; tutti sentivano che qualcosa di molto importante e molto solenne stava per avvenire. Ciascun generale e ciascun soldato avvertiva la propria nullit�, si sentiva un granello di polvere in quel mare umano, e nello stesso tempo aveva coscienza della propria forza come parte di quell'enorme tutto. Sin dall'alba erano cominciati i preparativi pieni di zelo e di fervore e alle dieci tutto era nell'ordine prescritto. Le truppe erano allineate su un immenso campo. Tutto l'esercito era disposto su tre file: davanti la cavalleria, poi l'artiglieria e, pi� indietro, la fanteria. Tra un piano e l'altro si apriva come una strada. Le tre parti dell'esercito erano nettamente separate l'una dall'altra: le truppe di Kutuz�v (tra le quali in prima linea, sul fianco destro, stava il reggimento di P�vlograd), i reggimenti dell'esercito e della Guardia venuti dalla Russia e l'esercito austriaco. Ma tutti erano ordinati lungo una sola linea, sotto un unico comando. Come il vento tra le foglie, pass� un fruscio inquieto: �Vengono, vengono!�. Si udirono voci sgomente, e l'inquietudine degli ultimi preparativi pass� come una ondata attraverso le truppe. Dalla parte di Olm�tz comparve un gruppo di cavalieri che avanzava e nello stesso momento, bench� l'aria fosse calma, una leggera brezza percorse le schiere, agitando appena le bandierine delle lance, e le bandiere spiegate fremettero attorno alle aste. Pareva che quel lieve sventolio esprimesse la gioia di tutto l'esercito per l'avvicinarsi dei due sovrani. Una voce si lev�: �Attenti!�. Questo comando, come il canto del gallo all'alba, fu ripetuto da altre voci, qua e l�. Poi tutto tacque. In quel silenzio di morte non si udiva pi� che uno scalpitare di cavalli: era il seguito degli imperatori. I sovrani cavalcarono verso il fianco dello schieramento, e le trombe del primo reggimento di cavalleria lanciarono nell'aria le loro note squillanti. Sembrava che non soltanto i trombettieri, ma tutto l'esercito emettesse quei suoni di giubilo, rallegrandosi dell'avvicinarsi dei due sovrani. Attraverso quelle note si ud�, sola e distinta, la carezzevole voce giovanile dell'imperatore Aleks�ndr. Egli pronunzi� il saluto, e il primo reggimento rispose con un formidabile �Urr�!� cos� potente, cos� gioioso e prolungato che gli uomini stessi rimasero come sgomenti per il loro numero e per la forza dell'enorme massa che essi costituivano. Rost�v, fermo nella prima fila dell'esercito di Kutuz�v - la prima schiera a cui l'imperatore si era avvicinato - provava lo stesso sentimento che provava ciascun uomo di quell'esercito: l'oblio di se stesso, la coscienza orgogliosa della forza e dell'entusiasmo appassionato per colui che era il centro di quel trionfo. Sentiva che una parola di quell'uomo sarebbe bastata perch� tutta quella massa (e anche lui, insignificante granello che ne faceva parte) si buttasse nel fuoco o nell'acqua, pronto al delitto, alla morte o al pi� sublime eroismo... e perci� egli non poteva fare a meno di fremere e di sentirsi venir meno il cuore alla vista di colui che si avvicinava e che avrebbe potuto dire quella parola. - Urr�! Urr�! Urr�! - si gridava da tutte le parti, e un reggimento dopo l'altro accoglieva l'imperatore al suono delle trombe; poi gli �urr�� si alternavano agli squilli festosi che, rinforzandosi e crescendo di continuo, si fondevano in un rombo assordante. Sino a che il sovrano non si era avvicinato, ogni reggimento, muto e immobile, pareva un corpo senza vita; ma non appena l'imperatore gli stava innanzi, il reggimento si animava e rumoreggiava, unendo i suoi clamori a quelli di tutta la linea gi� passata in rivista. Al rombo assordante e terribile di tutte quelle voci, tra le masse degli uomini immobili, come impietriti nei loro quadrati, si movevano con noncurante ma ordinata simmetria e, soprattutto, con disinvoltura, le centinaia di cavalieri del s�guito precedute da due uomini: i due imperatori. Su di loro era concentrata l'appassionata, contenuta attenzione di quella massa di soldati. L'imperatore Aleks�ndr, giovane e bello nell'uniforme della Guardia a cavallo, con tricorno messo un po' di traverso, con il viso simpatico e la voce non robusta ma sonora, aveva una grande forza di attrazione. Rost�v era vicino ai trombettieri e di lontano, grazie alla sua vista acuta, aveva riconosciuto l'imperatore e ne seguiva l'avvicinarsi. Quando il sovrano fu a una distanza di venti passi e Nikol�j pot� distinguere chiaramente, in ogni particolare, il bel viso giovanile e felice dell'imperatore, prov� un senso di tenerezza e di entusiasmo che non aveva provato mai. Tutto, nel sovrano, ogni gesto, ogni lineamento, gli pareva affascinante. Fermatosi davanti al reggimento di P�vlograd, lo zar disse qualcosa in francese all'imperatore d'Austria e sorrise. Alla vista di quel sorriso, anche Rost�v cominci� involontariamente a sorridere e si sent� animato da un amore sempre pi� grande per il suo imperatore. Avrebbe voluto manifestarglielo in qualche modo, ma sapeva che ci� era impossibile e gli veniva voglia di piangere. Lo zar chiam� a s� il comandante del reggimento e gli disse alcune parole. �Mio Dio, che cosa accadrebbe se il sovrano mi parlasse?� pensava Rost�v. �Morirei di gioia...!�. L'imperatore si volse anche agli ufficiali: - Signori, - disse, e ogni parola pareva a Rost�v una parola che scendesse nel suo animo dal cielo - vi ringrazio tutti con tutto il cuore! Come sarebbe stato felice Rost�v se in quel momento avesse potuto morire per il suo zar! - Voi avete meritato le bandiere dell'Ordine di San Giorgio, e ne sarete degni! �Oh, poter morire, morire per lui!�, pensava Rost�v. Il sovrano disse ancora qualche altra cosa che a Rost�v sfugg�, e i soldati con tutta la forza dei loro polmoni gridarono: �Urr�!�. Anche Rost�v, curvandosi sulla sella, grid� con forza, desiderando di farsi persino male gridando, pur di poter esprimere tutto il suo entusiasmo per il sovrano. L'imperatore rimase ancora qualche secondo fermo davanti agli ussari, come indeciso. �Come pu� l'imperatore essere indeciso?�, si chiese Rost�v, ma poi anche quell'atteggiamento incerto gli parve grandioso e pieno di fascino, come qualsiasi altra cosa l'imperatore facesse. L'incertezza del sovrano non dur� che un istante. Il piede dell'imperatore tocc� con la punta aguzza e stretta dello stivale - secondo la moda del tempo - la sua cavalla baia di razza inglese; la mano chiusa nel guanto bianco raccolse le redini, ed egli pass� oltre, seguito dall'onda agitata dei suoi aiutanti. Si allontanava sempre di pi�, si fermava davanti ad altri reggimenti e in breve Rost�v non riusc� pi� a vedere che il pennacchio bianco attraverso la folla degli ufficiali del s�guito che circondava l'imperatore. Tra gli ufficiali del s�guito Rost�v aveva notato anche Bolkonskij che cavalcava con indolente trascuratezza. Si ricord� del battibecco che aveva avuto con lui il giorno innanzi e si domand� ancora se dovesse o non dovesse sfidarlo. �Certamente no� pens� questa volta Rost�v. �Vale forse la pena pensare a cose simili in un momento come questo? In un momento di amore, di entusiasmo, di abnegazione, che valore possono avere i nostri litigi e i nostri risentimenti? Io voglio bene a tutti, ora, e perdono tutti!�. Quando l'imperatore ebbe passato in rivista quasi tutti i reggimenti, le truppe cominciarono a sfilare in parata davanti a lui; e Rost�v, sul suo Beduino recentemente comperato da Denissov pass� in coda al suo squadrone in modo da trovarsi isolato e perfettamente visibile al sovrano. Prima di giungergli davanti, Rost�v, da cavaliere esperto spron� due volte Beduino e lo mise felicemente a quel trotto focoso e marziale che Beduino prendeva quando si scaldava. Piegando sul petto il muso bianco di schiuma, tenendo ritta la coda e quasi volando per l'aria senza toccare terra, sollevando alte e con grazia le zampe, Beduino pass� in modo stupendo, come se anch'esso sentisse su di s� lo sguardo del sovrano. Rost�v stesso, le gambe all'indietro, il ventre in dentro, sentendosi un tutto unico con il cavallo, con il viso aggrottato ma raggiante, "alla diavola", come diceva Denissov, pass� davanti allo zar. - Bravi gli ussari di P�vlograd! - esclam� il sovrano. �Mio Dio, come sarei felice se egli mi ordinasse in questo momento di gettarmi nel fuoco!�, pens� Rost�v. Quando la rivista fu terminata, gli ufficiali, quelli venuti di recente e quelli di Kutuz�v, si riunirono in gruppi e si misero a parlare delle ricompense, degli Austriaci e delle loro uniformi, dello schieramento del Bonaparte e della difficile condizione in cui si sarebbe trovato ora, specialmente quando fosse giunto anche il corpo d'armata di Essen, e la Prussia si fosse alleata a noi. Ma nei diversi gruppi si parlava soprattutto dell'imperatore Aleks�ndr, si ripetevano le sue parole, i suoi gesti, e tutti ne erano entusiasti. Un unico desiderio era nell'animo di ognuno: il desiderio di non indugiare a marciare contro il nemico sotto il comando di Aleks�ndr. Agli ordini di un simile capo sarebbe stato impossibile non riportare la vittoria, qualunque fosse l'avversario. Cos�, dopo la rivista, pensavano Rost�v e la maggior parte degli ufficiali. E tutti, in quel momento, erano certi di vincere, pi� certi che se avessero gi� sbaragliato il nemico in due grandi battaglie. CAPITOLO 9. Il giorno successivo a quello della rivista Bor�s, indossata la sua divisa pi� bella e accompagnato dagli auguri di successo del suo amico Berg, si rec� ad Olm�tz, da Bolkonskij, per approfittare delle buone intenzioni di lui e procurarsi una posizione migliore e pi� desiderabile di tutte, quella di aiutante di campo di un personaggio importante, che, nell'esercito, gli pareva la migliore. �E' facile per Rost�v al quale il padre manda decine di migliaia di rubli�, pensava, �affermare di non voler fare il lacch� di nessuno; ma io, che non ho nulla, all'infuori della mia testa, devo pensare alla carriera e non posso lasciarmi sfuggire, senza approfittarne, una buona occasione!�. A Olm�tz, quel giorno, non trov� il principe Andr�j, ma la vista della citt� che ospitava il quartier generale, il Corpo diplomatico e dove abitavano i due imperatori con i loro seguiti, i cortigiani e i dignitari, accrebbe in lui il desiderio di appartenere a quel mondo superiore. Egli non conosceva nessuno e, nonostante la sua elegante uniforme della Guardia, tutte quelle persone altolocate che passavano per le strade in lussuose carrozze, con pennacchi nastri e decorazioni, militari o cortigiani, parevano essere cos� smisuratamente al di sopra di lui, ufficialetto della Guardia, da non potere neppure volere ammettere la sua esistenza. Nella residenza del generalissimo Kutuz�v, dove si rec� a cercare Bolkonskij, tutti gli aiutanti di campo, e persino le ordinanze, lo guardarono come se volessero fargli capire che di ufficiali come lui ne venivano moltissimi ma che ormai avevano annoiato tutti. Nonostante ci� o, piuttosto, a cagione di ci�, il giorno seguente, il 15, egli ritorn� a Olm�tz e, recatosi nella casa abitata da Kutuz�v, chiese di Bolkonskij. Il principe Andr�j era in casa e Bor�s venne introdotto in una vasta sala dove probabilmente in altri tempi si ballava e dove ora si trovavano cinque letti, dei mobili disparati, una tavola, delle sedie, un clavicembalo. Un aiutante di campo, in veste da camera persiana, sedeva a un tavolo, accanto alla porta, e scriveva. Un altro, il rosso e grasso Nesvitzkij, era sdraiato su di un letto con le mani sotto la testa e rideva con un ufficiale che gli sedeva accanto. Un terzo sonava al clavicembalo un valzer viennese, un altro ancora, appoggiato allo strumento, cantava. Bolkonskij non c'era. Nessuno di questi signori, al vedere Bor�s, mut� posizione. Quello che scriveva e al quale Bor�s si era rivolto, voltandosi sgarbatamente gli disse che Bolkonskij era di servizio e che, se aveva bisogno di vederlo, doveva andare nella sala d'attesa, passando quella porta che era l�, a sinistra. Bor�s ringrazi� e si rec� in sala d'aspetto dove gi� si trovavano una decina di ufficiali e alcuni generali. Nel momento in cui Bor�s entrava, il principe Andr�j, con gli occhi sprezzantemente socchiusi (aveva quell'espressione di stanchezza cortese che dice chiaramente: se non fosse un dovere non perderei neppure un minuto a discorrere con voi) ascoltava un vecchio generale russo decorato, dal viso di un rosso acceso che, rigido e con aria di ossequio servile e militaresco, gli comunicava qualcosa. - Bene: favorite attendere - disse in russo al generale, ma con quella pronunzia francese con cui soleva parlare quando voleva essere sprezzante e, avendo visto Bor�s, senza pi� badare al vecchio generale che gli correva dietro pregandolo di ascoltarlo ancora, gli fece un cenno con il capo e and� verso di lui con un lieto sorriso. In quel momento Bor�s cap� chiaramente quello che aveva gi� sospettato da un pezzo, ossia che nell'esercito, oltre alla disciplina e alle norme di subordinazione scritte dal regolamento, che tutto il reggimento e anche lui conoscevano, esistevano altre e pi� importanti norme di subordinazione, quelle che ora costringevano quel generale impettito, dal viso paonazzo, ad aspettare rispettosamente, mentre il capitano principe Andr�j trovava pi� comodo per s� intrattenersi con il sottotenente Drubetzk�j. E Bor�s decise pi� fermamente che mai di prestare d'ora innanzi il suo servizio non secondo la disciplina scritta sui regolamenti, ma secondo le leggi di questa subordinazione non scritta. Sentiva che il solo fatto di essere stato raccomandato al principe Andr�j lo rendeva superiore a un generale il quale, in altre circostanze, al fronte, avrebbe potuto annientare lui, semplice sottotenente della Guardia. Il principe Andr�j gli si avvicin� e gli porse la mano. - Mi dispiace molto che ieri non mi abbiate trovato... Ho trascorso tutta la giornata in compagnia dei Tedeschi. Siamo andati con Weirother a verificare l'ordine di operazione. Quando i Tedeschi si mettono a essere pignoli, non la finiscono pi�! Bor�s sorrise, come se capisse ci� a cui il principe aveva accennato come cosa comunemente nota, mentre era la prima volta che udiva il nome di Weirother e anche le parole �ordine di operazione�. - Dunque, mio caro, vi sta sempre a cuore di essere nominato aiutante di campo? Ho pensato a voi in questo tempo. - S� - disse Bor�s, chiss� perch�, arrossendo. - Avrei intenzione di rivolgermi al generalissimo, al quale ha scritto in mio favore il principe Kuragin. Vorrei pregarlo per avere quel posto, - aggiunse quasi per scusarsi - perch� temo che la Guardia non sia destinata a partecipare ai combattimenti. - Bene, bene... parleremo di tutto - rispose il principe Andr�j. - Lasciatemi soltanto annunziare questo signore e sono subito da voi. Mentre il principe Andr�j andava ad annunziare il generale dal viso paonazzo, questi che evidentemente non condivideva i punti di vista di Bor�s sui vantaggi della disciplina non scritta, lanci� una tale occhiata a quell'audace sottotenente che gli aveva impedito di finire il suo discorso con l'aiutante che Bor�s si sent� imbarazzato. Volse il capo e aspett� con impazienza che il principe Andr�j ritornasse dal gabinetto del generalissimo. - Ecco, mio caro, che cosa avrei pensato per voi - disse il principe Andr�j quando furono ritornati nella grande sala dov'era il clavicembalo. - E' inutile che vi presentiate al generalissimo: egli sarebbe molto cortese con voi, vi inviterebbe a pranzo, - (�questo non sarebbe poi tanto male per quella tale subordinazione�, pens� Bor�s) - ma non otterreste alcun altro risultato. Di aiutanti e ufficiali d'ordinanza ce ne sar� tra poco un battaglione. Ecco invece cosa faremo: ho un buon amico, il generale aiutante di campo dell'imperatore, il principe Dolgorukov (44), che � un'ottima persona. Quantunque non lo sappiate, il fatto si � che adesso Kutuz�v, il suo stato maggiore e noi tutti non contiamo un bel niente; tutto si � concentrato nell'imperatore. Noi andremo dunque da Dolgorukov, dal quale devo per l'appunto passare. Gli ho gi� parlato di voi e vedremo se gli sar� possibile trovarvi una sistemazione presso di s� oppure qualche posto... pi� vicino al sole. Il principe Andr�j si animava sempre in modo particolare quando gli capitava di guidare un giovane e di aiutarlo ad avere successo nel mondo. Sotto il pretesto dell'aiuto da offrire a un altro, aiuto che per orgoglio non avrebbe mai accettato per s�, egli veniva a trovarsi in quegli ambienti che procuravano il successo e che lo attiravano. Con molto piacere, quindi, si interessava di Bor�s e con lui si rec� dal principe Dolgorukov. Era gi� sera avanzata quando varcarono la soglia del palazzo occupato dagli imperatori e dai loro seguiti. In quello stesso giorno si era tenuta una seduta del Consiglio superiore di guerra, alla quale avevano assistito tutti i membri del Consiglio stesso e i due sovrani. In quella seduta, contrariamente al parere degli anziani generali - Kutuz�v e il principe Schwarzenberg (45) - si era deciso di prendere immediatamente l'offensiva e di dare al Bonaparte battaglia campale. La seduta era appena finita quando il principe Andr�j, accompagnato da Bor�s, entr� nel palazzo, chiedendo del principe Dolgorukov. Tutti i personaggi del quartiere generale si trovavano ancora in grande agitazione per la vittoria riportata quel giorno in Consiglio dal partito dei giovani. Le voci dei temporeggiatori, che avevano consigliato di aspettare ancora qualche avvenimento prima di iniziare l'offensiva, erano state cos� unanimemente soffocate e le loro obiezioni respinte con prove cos� evidenti circa i vantaggi di un'offensiva immediata, che l'argomento di cui si era trattato in Consiglio - quello della futura battaglia e della vittoria considerata come certissima - sembravano non essere nel futuro, ma appartenere ormai al passato. Tutti i vantaggi erano per noi: forze immense che senza dubbio superavano quelle di Napoleone si trovavano concentrate in un unico punto; le truppe, eccitate dalla presenza dei sovrani, si mostravano impazienti di combattere; la posizione strategica su cui si doveva operare era nota sino ai minimi particolari al generale austriaco Weirother che era a capo dell'esercito (per un caso fortunato l'anno precedente le truppe avevano fatto le manovre proprio sul terreno dove ora avrebbero dovuto battersi i Francesi); il terreno prescelto era conosciuto e riportato sulle mappe in ogni particolare, e infine Bonaparte, evidentemente indebolito, non prendeva alcuna iniziativa. Dolgorukov, uno dei pi� convinti partigiani dell'offensiva, era appena tornato dalla seduta del Consiglio, stanco morto ma pieno di fervore e orgoglioso per la vittoria riportata. Il principe Andr�j gli present� il suo protetto, ma Dolgorukov, dopo aver stretto cortesemente e con forza la mano di Bor�s, non gli disse una sola parola e, incapace evidentemente di astenersi dall'esprimere le idee che in quel momento tanto lo preoccupavano, si rivolse in francese al principe Andr�j: - Ah, mio caro, che battaglia abbiamo sostenuto! Voglia soltanto Iddio che quella che ne sar� la conseguenza abbia un esito altrettanto vittorioso. Per�, mio caro, - continu�, parlando a scatti e con grande animazione - devo riconoscere la mia manchevolezza di fronte agli Austriaci e in particolare di fronte a Weirother. Che ammirevole esattezza, che meticolosit�, che conoscenza del paese, che capacit� di prevedere tutte le possibilit�, tutte le condizioni, tutti i minimi particolari! Insomma, mio caro, i vantaggi delle condizioni nelle quali ci troviamo non si potrebbero immaginare migliori. La precisione austriaca, unita al valore russo: che volete di pi�? - Dunque l'attacco � definitivamente deciso? - domand� Bolkonskij. - Vi dir�, mio caro, che mi pare che Buonaparte non sappia decisamente a qual santo votarsi. Forse sapete gi� che oggi � giunta una sua lettera all'imperatore - aggiunse Dolgorukov con un sorriso significativo. - Ah, davvero? E che cosa scrive? - chiese Bolkonskij. - Che cosa pu� scrivere? Tralal�, lal�, lal�... eccetera... tanto per guadagnare tempo. Vi accerto che ormai � nelle nostre mani; questo � sicuro. Ma la cosa pi� divertente di tutte - disse, scoppiando improvvisamente in una bonaria risata - � che non si sapeva come indirizzargli la risposta. Al console no, all'imperatore, va da s�, no... quindi, secondo me, al generale Buonaparte. - Ma tra il non riconoscerlo imperatore e il chiamarlo generale Buonaparte, c'� una bella differenza - osserv� Bolkonskij. - Per l'appunto... - lo interruppe Dolgorukov, in fretta e sempre ridendo. - Voi conoscete Bilibin: � un uomo molto intelligente. Consigliava di indirizzare: �All'usurpatore e al nemico del genere umano�. E Dolgorukov scoppi� in una fragorosa risata. - E niente altro? - chiese Bolkonskij. - Tuttavia Bilibin, da uomo intelligente e spiritoso quale �, ha trovato un indirizzo serio. - Quale ? - �Al capo del governo francese, "au chef du gouvernement fran�ais"� - rispose Dolgorukov con soddisfazione e seriet�. - Non vi pare azzeccato? - D'accordo; ma non credo che ne sar� entusiasta - osserv� Bolkonskij. - Per niente! Mio fratello lo conosce: ha pranzato spesso con lui, in casa dell'attuale imperatore, a Parigi, e mi diceva di non aver mai conosciuto un diplomatico pi� fine e pi� astuto: un misto di finezza francese e di ciarlataneria italiana! Conoscete la storia dei suoi rapporti con il conte Mark�v (46)? Il conte Mark�v era il solo che sapeva come ci si doveva comportare con lui. Lo conoscete l'aneddoto del fazzoletto? E' fantastico! E il loquace Dolgorukov, rivolgendosi ora a Bor�s, ora al principe Andr�j, raccont� come il Bonaparte, desiderando mettere alla prova il nostro ambasciatore Mark�v, lasci� cadere a bella posta davanti a lui il fazzoletto e si ferm�, guardandolo e aspettando, probabilmente, che Mark�v lo raccogliesse. Ma Mark�v aveva lasciato subito cadere il proprio vicino a quello di Bonaparte e si era chinato a raccoglierlo, senza tirare su l'altro. - Delizioso! - esclam� Bolkonskij. - Ma ecco, principe, io sono venuto qui da voi per pregarvi di far qualcosa per questo giovane ufficiale che... Egli non pot� finire la frase. Un aiutante di campo entr� ed annunzi� a Dolgorukov che l'imperatore lo attendeva. - Ah, mi dispiace! - esclam� Dolgorukov, affrettandosi ad alzarsi e stringendo la mano a Bolkonskij e a Bor�s. - Sar� lietissimo, come voi sapete, di fare tutto ci� che dipende da me sia per voi sia per questo giovanotto. - Strinse ancora una volta la mano a Bor�s con un'espressione di bonaria e sincera disinvoltura.. - A un'altra volta! Bor�s era molto turbato al pensiero del potere supremo al quale in quel momento si sentiva cos� vicino. Era conscio di essere a contatto con quelle molle che guidavano tutti i movimenti di quelle enormi masse di uomini di cui egli, nel suo reggimento, sentiva di essere una piccolissima parte. Passati nel corridoio, dietro a Dolgorukov, incontrarono un uomo di bassa statura, in abiti borghesi, che usciva dall'appartamento dell'imperatore, nel quale Dolgorukov stava per entrare. Il viso di quell'uomo aveva un'espressione di vivissima intelligenza e la mascella inferiore prominente, che tuttavia non lo deturpava, gli conferiva un aspetto vivace e astuto. Quell'uomo di bassa statura fece un amichevole cenno del capo a Dolgorukov e con uno sguardo freddo e fisso squadr� il principe Andr�j, venendo diritto verso di lui e aspettando evidentemente che questi lo salutasse e gli cedesse il passo. Il principe Andr�j non fece n� una cosa n� l'altra; il suo viso assunse un'espressione di collera e il giovane, voltandosi, pass� rasente il muro del corridoio. - Chi �? - chiese Bor�s. - E' uno degli uomini pi� ragguardevoli ma pi� antipatici che esistano. E' il ministro degli affari esteri, il principe Adam Ciartoritzskij (47). Queste - disse Bolkonskij con un sospiro che non pot� trattenere mentre uscivano dal palazzo - sono le persone che decidono della sorte dei popoli. Il giorno seguente le truppe si misero in marcia e, prima della battaglia di Austerlitz, Bor�s non pot� rivedere n� Bolkonskij n� Dolgorukov e rimase per un certo tempo ancora nel reggimento Izmailovskij. CAPITOLO 10. Il giorno 16, all'alba, lo squadrone di Denissov, al quale apparteneva Nikol�j Rost�v e che faceva parte del corpo del principe Bagrati�n, lasci� il suo accantonamento per entrare, come si dice, in azione e, dopo aver percorso un miglio, dietro ad altre colonne, venne fermato sulla strada maestra. Rost�v vide passare avanti a s� i cosacchi, il primo e il secondo squadrone degli ussari, alcuni battaglioni di fanteria con le artiglierie e infine i generali Bagrati�n e Dolgorukov con i loro aiutanti di campo. Tutta la paura che aveva avuto, come gi� l'altra volta nell'imminenza dell'attacco, tutta la lotta interna sostenuta per vincerla, e tutti i sogni sul modo di distinguersi, da vero ussaro, nella prossima battaglia, erano stati inutili. Lo squadrone rimase nella riserva e Nikol�j Rost�v pass� tutta la giornata in preda alla noia e alla tristezza. Alle nove antimeridiane ud� davanti a s� scariche di fucileria e grida �urr��; vide alcuni feriti che venivano trasportati indietro e infine scorse un intero distaccamento di cavalleria francese, circondato da un centinaio di cosacchi. Evidentemente il combattimento era gi� finito ed era chiaro che, sebbene non molto importante, doveva avere avuto buon esito. I soldati e gli ufficiali che tornavano indietro parlavano di una brillante vittoria, dell'occupazione della citt� di Wischau e della cattura di tutto uno squadrone francese. Il cielo era limpido dopo la leggera brinata della notte, e lo splendore di quella soleggiata giornata autunnale coincideva con la notizia della vittoria, notizia portata non solo dal racconto di chi vi aveva preso parte, ma anche dall'espressione gioiosa dei volti dei soldati, degli ufficiali e degli aiutanti di campo che continuavano a ripassare davanti a Rost�v. E tanto pi� si stringeva il cuore di Nikol�j che aveva inutilmente sofferto tutta la paura che precede una battaglia e che aveva trascorso nell'inattivit� quel giorno cos� pieno di allegria! - Rost�v, vieni qui, beviamo per scacciare il dolore! - grid� Denissov, sedendosi sul ciglio della strada, davanti a una bottiglia e un pacco di antipasti. Gli ufficiali dello squadrone si erano riuniti in circolo discorrendo e mangiucchiando le provviste di Denissov. - Ecco che ne portano un altro! - osserv� uno di essi, indicando un prigioniero, un dragone francese che procedeva a piedi tra due cosacchi. Uno di questi teneva per le briglie il grande e bel cavallo del prigioniero francese. - Vendimi quel cavallo! - grid� Denissov al cosacco. - Prego, vossignoria... Gli ufficiali si alzarono e attorniarono i cosacchi e il prigioniero. Il dragone era un giovane alsaziano che parlava francese con accento tedesco. Ansimava per l'emozione, era rosso in viso e, sentendo parlare francese, si mise a discorrere in fretta con gli ufficiali, rivolgendosi ora all'uno ora all'altro. Diceva che non sarebbe stato fatto prigioniero se il suo "caporal" non lo avesse mandato a prendere certe gualdrappe dove, e lui glielo aveva detto, c'erano i Russi. E a ogni parola aggiungeva: "mais qu'on ne fasse pas du mal � mon petit cheval" [48. Ma non fate del male al mio cavallino] e accarezzava l'animale. Si vedeva che non capiva bene dove si trovasse. Ora si scusava di essersi lasciato prendere, ora si immaginava di trovarsi davanti ai suoi superiori e si vantava di aver sempre fatto il proprio dovere da buon soldato. Nella nostra retroguardia aveva portato con s�, in tutta la sua franchezza, l'atmosfera dell'esercito francese, che ci era cos� estranea e poco nota. I cosacchi vendettero il cavallo per due luigi e lo comper� Rost�v, che aveva ricevuto da casa molto denaro e che era il pi� ricco tra gli ufficiali. - "Mais qu'on ne fasse pas du mal � mon petit cheval" - ripet� ingenuamente l'alsaziano a Rost�v quando il cavallo fu consegnato a un ussaro. Rost�v, sorridendo, tranquillizz� il dragone e gli diede del denaro. - "All�, all�!" (49) - disse il cosacco, toccando il braccio del prigioniero, perch� si mettesse in cammino. - L'imperatore! L'imperatore! - si ud� a un tratto esclamare tra gli ussari. Tutti accorrevano e si agitavano, e Rost�v vide avanzare sulla strada alcuni cavalieri dai pennacchi bianchi sul berretto. In un momento tutti furono ai loro posti, in attesa. Rost�v non ricordava e non si rendeva conto di come fosse accorso al suo posto e come fosse montato in sella. In un attimo svanirono il suo rammarico di non aver preso parte all'azione, il suo stato d'animo triste e annoiato della vigilia in mezzo a quei visi sin troppo noti; in un attimo si dilegu� ogni pensiero che riguardava se stesso; egli era completamente sommerso dal senso di felicit� che suscitava in lui la vicinanza dell'imperatore. Quella vicinanza lo compensava della perdita di quella giornata. Era felice come un innamorato in attesa di un tanto desiderato convegno! Non osava guardarsi attorno tra le file, ma pur senza volgersi sentiva con istinto appassionato l'avvicinarsi del sovrano. E non lo sentiva soltanto per il rumore degli zoccoli dei cavalli che si udiva sempre pi� forte, ma lo sentiva perch�, a misura che il rumore aumentava, tutto attorno a lui diventava pi� luminoso, pi� gioioso, pi� festoso. Sempre pi� si accostava a Rost�v quel sole che diffondeva attorno a s� i raggi di una luce pi� dolce e pi� maestosa, ed egli gi� aveva l'impressione di essere avvolto dal loro calore. Gi� udiva la sua voce, quella voce calma, carezzevole, solenne e insieme cos� semplice. Come Rost�v presentiva, si fece un silenzio di tomba in mezzo al quale rison� la voce dell'imperatore. - "Les hussards de P�vlograd?" [50. Gli ussari di P�vlograd?] disse, in tono interrogativo. - "La r�serve, sire" [51. La riserva, sire] - rispose un'altra qualunque voce umana, dopo quella sovrumana che aveva detto: �Les hussards de P�vlograd?�. Il sovrano arriv� all'altezza di Rost�v e si ferm�. Il viso dell'imperatore era ancora pi� bello di quanto non lo fosse alla rivista, tre giorni prima. Era illuminato dalla luce di una felice giovinezza, di una giovinezza cos� ingenua da far pensare alla vivacit� di un fanciullo quattordicenne; ma nello stesso tempo era il viso raggiante di un grande imperatore. Per caso, mentre osservava lo squadrone, gli occhi del sovrano incontrarono quelli di Rost�v e per due secondi appena vi si fissarono. Comprese l'imperatore quello che accadeva nell'animo di Rost�v? (A Rost�v parve che egli avesse capito tutto). I suoi occhi azzurri si soffermarono per due secondi sulla faccia di Rost�v, il quale ebbe l'impressione che da quegli occhi azzurri si diffondesse una luce mite e dolcissima. Poi a un tratto il sovrano sollev� le sopracciglia, con un movimento brusco della gamba sinistra colp� il cavallo e prosegu� al galoppo. Il giovane imperatore non aveva saputo resistere al desiderio di assistere al combattimento e, nonostante le insistenze dei cortigiani per impedirglielo, a mezzogiorno, staccatosi dalla terza colonna, che egli seguiva, galopp� verso l'avanguardia. Non era ancor giunto all'altezza degli ussari, che alcuni aiutanti gli erano venuti incontro con la notizia del felice esito dello scontro. Il combattimento, che non aveva avuto altro successo se non la cattura di uno squadrone nemico, gli venne descritto come una splendida vittoria sui Francesi e fu per questo che l'imperatore e tutto l'esercito, specialmente prima che il fumo della polvere del campo di battaglia si fosse dissipato, credettero che i Francesi fossero stati realmente sconfitti e costretti a ritirarsi. Pochi minuti dopo il passaggio dell'imperatore, fu dato l'ordine di avanzare ad alcuni squadroni del reggimento di P�vlograd. A Wischau, una piccola cittadina tedesca, Rost�v vide ancora una volta l'imperatore. Sulla piazza, dove prima che il sovrano giungesse aveva avuto luogo un notevole scambio di colpi di fucile, giacevano alcuni soldati morti o feriti, che non si erano ancora potuti trasportare altrove. L'imperatore, circondato dal suo s�guito militare e civile, montava un cavallo sauro, diverso da quello del giorno della rivista, dalla coda tagliata all'inglese e, chinato un poco sul fianco e reggendo con gesto grazioso l'occhialetto d'oro, guardava un soldato che giaceva sul selciato, senza l'elmo e con la testa insanguinata. Quel ferito era tanto sudicio, rozzo e ripugnante, che Rost�v giudic� offensiva la sua vicinanza all'imperatore. Il giovane vide che le spalle un po' curve del sovrano, quasi fossero percorse da un brivido di freddo, sussultarono e not� che con il piede sinistro spron� nervosamente il fianco della sua cavalcatura che, ormai avvezza, volgeva attorno uno sguardo indifferente, senza muoversi dal posto. Un aiutante di campo smont� da cavallo e, preso il ferito sotto le ascelle, lo adagi� su di una barella. Il soldato gemette. - Pi� piano, pi� piano! Non � possibile fare pi� piano? - disse l'imperatore che pareva soffrire pi� del soldato morente. Poi si allontan�. Rost�v vide che l'imperatore aveva le lacrime agli occhi e lo sent� dire a Ciartoritzskij, in francese: - Che orribile cosa, che orribile cosa la guerra! "Quelle terrible chose que la guerre!". Le truppe d'avanguardia si disposero davanti a Wischau, di fronte alla linea degli avamposti nemici che per tutta la giornata, ad ogni scaramuccia, avevano ceduto terreno ai Russi. Vennero trasmessi all'avanguardia i ringraziamenti del sovrano, furono promesse ricompense e i soldati ebbero doppia razione di acquavite. Ancora pi� allegri che nella notte precedente brillarono i fuochi del bivacco e pi� gioiosi echeggiarono i canti dei soldati. Denissov quella sera festeggi� la sua promozione a maggiore e Rost�v, che aveva bevuto parecchio, alla fine del banchetto propose un brindisi alla salute dell'imperatore, ma non �dell'augusto imperatore� come si dice nei banchetti ufficiali, ma �alla salute del sovrano, dell'uomo buono, magnanimo e affascinante. S�, beviamo alla sua salute e alla sicura nostra vittoria sui Francesi!�. - Se gi� prima ci siamo battuti - continu� - senza cedere ai Francesi, come sotto Sch�ngraben, che faremo ora che abbiamo l'imperatore che ci guida? Moriremo tutti e moriremo con gioia per lui. Non � cos�, signori? Forse non mi esprimo bene... ho bevuto molto, ma questi sono i miei sentimenti e, credo, anche i vostri. Alla salute di Aleks�ndr Primo, urr�! - Urr�! - ripeterono le voci esaltate degli ufficiali. E il vecchio capitano Kirsten non grid� meno forte n� con meno entusiasmo di Rost�v, giovane di vent'anni. Quando gli ufficiali ebbero bevuto e rotto i bicchieri, Kirsten ne emp� ancora altri e, in maniche di camicia, con un bicchiere in mano, si avvicin� al fal� dei soldati e, con il braccio alzato, rimase fermo davanti a loro in atteggiamento maestoso e solenne, con i suoi lunghi baffi grigi e il petto bianco che si intravedeva attraverso la camicia aperta, illuminato dalla luce delle fiamme. - Ragazzi, alla salute del nostro sovrano imperatore, alla nostra vittoria sul nemico, urr�! - grid� con la sua voce forte dal timbro baritonale di vecchio ussaro. Gli ussari si strinsero attorno a lui e risposero con un altissimo, unanime grido. A notte tarda, quando tutti si furono separati, Denissov batt� con la mano grossa e corta sulla spalla del suo caro Rost�v. - Poich� in guerra non si sa di chi innamorarsi, ecco che costui si � innamorato dell'imperatore - disse. - Denissov, non scherzare su questo argomento - esclam� Rost�v. - Si tratta di un sentimento tanto alto, tanto nobile... - Lo credo, amico mio, lo credo... Lo approvo e lo condivido. - No, tu non capisci ! E Rost�v, alzatosi, si mise a passeggiare tra i fuochi del bivacco, pensando alla gioia di morire non gi� per salvargli la vita (a questo non osava nemmeno pensare), ma semplicemente per morire sotto gli occhi dell'imperatore. Egli era veramente innamorato del suo sovrano, della gloria delle armi russe e della speranza nel futuro trionfo. E non era il solo a provare quel sentimento in quei memorabili giorni che precedettero la battaglia di Austerlitz: i nove decimi dei soldati e degli ufficiali russi di allora erano innamorati, se pure con minore entusiasmo, del loro imperatore e della gloria delle armi russe. CAPITOLO 11. Il giorno seguente, l'imperatore si trattenne a Wischau. Il suo medico personale Villiers (52) fu pi� volte chiamato presso di lui. Al quartier generale e fra le truppe pi� vicine si diffuse la notizia che il sovrano fosse indisposto. Non prendeva cibo e quella notte, dicevano coloro che gli erano vicini, aveva dormito male. Il malessere dell'imperatore non aveva altra causa che la forte impressione prodotta sul suo animo sensibile dalla vista dei feriti e dei morti. All'alba del giorno 17, fu accompagnato a Wischau, protetto dalla bandiera bianca, un ufficiale francese che chiedeva una udienza all'imperatore di Russia. Quell'ufficiale era Savary (53). L'imperatore si era appena addormentato e perci� Savary dovette aspettare. Verso mezzogiorno venne ammesso alla presenza del sovrano e mezz'ora dopo ritornava agli avamposti dell'esercito francese, accompagnato dal principe Dolgorukov. A quanto si sentiva dire, lo scopo della venuta di Savary era quello di proporre all'imperatore russo un incontro con Napoleone. Con grande gioia e orgoglio di tutto l'esercito, la proposta di quell'incontro era stata respinta e, in sua vece, fu mandato con Savary il principe Dolgorukov, il vincitore di Wischau, per intavolare trattative con Napoleone qualora, contrariamente a tutte le supposizioni, esse contenessero un reale desiderio di pace. A sera, quando ritorn�, Dolgorukov and� direttamente dall'imperatore e si trattenne a lungo a quattr'occhi con lui. Il 18 e il 19 di novembre le truppe procedettero di altre due tappe e, dopo brevi scaramucce, gli avamposti nemici indietreggiarono. Sin dal mezzogiorno del 19, cominciarono a verificarsi nelle alte sfere dell'esercito un intenso movimento e un'animazione indaffarata, che dur� sino al mattino successivo, 20 novembre giorno in cui fu sferrata la memorabile battaglia di Austerlitz (54). Sino al mezzogiorno del 19, i discorsi animati, l'andirivieni frettoloso, le corse avanti e indietro degli aiutanti di campo si limitarono al quartiere generale di Kutuz�v e allo stato maggiore dei comandanti delle colonne. Verso sera, attraverso gli ordini portati dagli aiutanti di campo, il movimento si diffuse in tutti i reparti dell'esercito e nella notte dal 19 al 20, la massa degli ottantamila uomini dei sovrani alleati si lev� dagli accampamenti e risonando ondeggi� tumultuosa, come un'enorme tela lunga dieci miglia. Quel movimento concentrato che aveva avuto inizio il mattino nel quartier generale degli imperatori e che aveva dato la spinta al moto successivo era simile alla spinta iniziale della ruota centrale dei grandi orologi che si vedono sulle torri. Una ruota si muove lentamente, la seguono una seconda, poi una terza e via via si mettono a girare, sempre pi� rapidamente, ruote, pulegge, ingranaggi, cominciano a sonare i "carillons", a balzar fuori le figurine e ritmicamente iniziano a muoversi le lancette, segnando il risultato del movimento generale. Come nel meccanismo dell'orologio, cos� in quello militare, il movimento, una volta iniziato, continua sino al risultato finale; altrettanto inerti e immobili restano le parti del meccanismo sino a quando la trasmissione del moto non sia giunta sino a loro. Ed ecco che allora cominciano a stridere sugli assi le ruote, ingranandosi con i loro dentini, a fischiare le pulegge che girano rapidamente, mentre la ruota vicina resta immobile e fissa come se dovesse per centinaia di anni mantenere quella immobilit�; ma poi, a un certo momento, ecco che una leva la tocca ed essa, obbedendo all'impulso generale, cigola, gira, e si confonde in un'unica azione comune di cui le sono incomprensibili il risultato e lo scopo. Come nell'orologio il risultato del complesso moto delle varie, innumerevoli rotelle e pulegge non � altro che un lento e regolare spostamento delle lancette che indicano il tempo, cos� il risultato di tutti i complessi movimenti umani di quei centosessantamila Russi e Francesi, l'effetto di tutte quelle passioni, dei desideri, dei rimpianti, dei pentimenti, delle sofferenze, delle umiliazioni, degli slanci orgogliosi, della paura, degli entusiasmi di tutti quegli uomini, fu soltanto la sconfitta della battaglia di Austerlitz, detta anche la battaglia dei tre imperatori, cio� un lento movimento della lancetta della storia sul quadrante della storia dell'umanit�. Il principe Andr�j era quel giorno di servizio e non si era allontanato mai dal generalissimo. Alle sei pomeridiane, Kutuz�v giunse al quartier generale degli imperatori e, dopo essersi trattenuto per poco con il sovrano, si rec� presso il gran maresciallo di Corte, conte Tolst�j. Bolkonskij approfitt� di quel momento per recarsi da Dolgorukov a raccogliere notizie e particolari sull'azione. Il principe Andr�j sentiva che Kutuz�v era turbato e contrariato per qualche motivo e che al quartier generale non erano soddisfatti di lui; si rendeva conto che tutti i personaggi del quartier generale imperiale si comportavano verso il vecchio ufficiale come persone che sanno quello che altri ignorano; perci� desiderava parlare con Dolgorukov. - Ah, buongiorno, "mon cher" - esclam� Dolgorukov che stava prendendo il t� con Bilibin. - Domani � il gran giorno. Che fa il vostro vecchio? E' di malumore? - Non posso dire che sia proprio di malumore, ma ho l'impressione che desidererebbe essere ascoltato. - Ma l'hanno gi� ascoltato nel Consiglio di guerra e sar� ascoltato ancora, purch� parli assennatamente. Certo � che ritardare e aspettare, ora che Buonaparte teme pi� di tutto una battaglia campale � assolutamente impossibile. - Ma voi l'avete veduto? - chiese il principe Andr�j. - Com'� questo Buonaparte? Che impressione vi ha fatto? - S�, l'ho veduto e mi sono convinto che egli teme una battaglia campale pi� di ogni cosa al mondo - ripet� Dolgorukov, dando evidente e grande importanza a questa conclusione che egli aveva tratto dal suo colloquio con Napoleone. - Se non avesse timore della battaglia, perch� avrebbe chiesto un colloquio, iniziato trattative e, soprattutto, perch� sarebbe indietreggiato, mentre la ritirata � cosa tanto contraria alla sua tattica bellica? Credetemi: egli ha paura, veramente paura della battaglia campale. La sua ora � sonata. Ve lo assicuro io. - Ma ditemi, com'�? - insist� il principe Andr�j. - E' un uomo in soprabito grigio, il quale desiderava molto che io lo chiamassi �vostra maest�� ma che, con suo gran dispiacere, non ha ricevuto da me alcun titolo. E' un uomo cos�, niente di pi� - rispose Dolgorukov, guardando Bilibin con un sorriso. - Nonostante il mio profondo rispetto per Kutuz�v, - prosegu� - affermo che saremmo davvero degli sciocchi se aspettassimo non so cosa, dando cos� a Napoleone il modo di andarsene o di ingannarci, proprio ora in cui � sicuramente nelle nostre mani. No, non bisogna dimenticare Suvorov e le sue regole: non mettersi mai nelle condizioni dell'attacco, ma essere sempre i primi ad attaccare. Credetemi, in guerra l'energia dei giovani � spesso una guida migliore di tutta l'esperienza dei vecchi temporeggiatori! - Ma in quale posizione lo attaccheremo? Sono andato oggi agli avamposti e nessuno pu� dire con precisione dove sia concentrato il grosso delle sue forze - disse il principe Andr�j. Egli avrebbe voluto esporre a Dolgorukov il piano di battaglia che aveva preparato. - Ah, ma questo non ha assolutamente alcuna importanza! - rispose in fretta Dolgorukov, alzandosi e spiegando sulla tavola una carta. - Tutte le eventualit� sono previste: se si trova a Br�nn... E il principe Dolgorukov, rapidamente e con poca chiarezza, si mise a spiegare il piano del movimento aggirante di Weirother. Il principe mosse alcune obiezioni e cominci� a spiegare il proprio piano che poteva essere dello stesso valore di quello di Weirother ma che aveva un difetto: quello di Weirother era gi� stato approvato. Non appena il principe Andr�j cominci� a dimostrare gli svantaggi di quel piano e i vantaggi del proprio, Dolgorukov cess� di ascoltarlo e prese a guardare distrattamente, anzich� la carta, la faccia del suo interlocutore. - Del resto, oggi si terr� da Kutuz�v un Consiglio di guerra; potrete approfittarne per esporre le vostre idee - consigli� Dolgorukov. - Lo far� - rispose il principe Andr�j, scostando da s� la carta. - Ma su che cosa discutete, signori miei? - intervenne Bilibin che sino a quel momento aveva ascoltato sorridendo allegramente quella conversazione e che ora, era chiaro, si preparava a scherzare. - Sia domani giorno di vittoria o di sconfitta, la gloria dell'esercito russo � assicurata. Oltre al vostro Kutuz�v non c'� un solo comandante russo. I comandanti sono: "Herr General" Wimpfen (55), "le comte" de Langeron (56), "le prince" de Liechtenstein (57), "le prince" de Hohenlohe (58) e "enfin Prsch... Prsch... et ainsi de suite, comme tous les noms polonais" [E infine Prsch... Prsch... e cos� via come tutti i nomi polacchi] (59). - "Taisez-vous, mauvaise langue!" [60. Tacete, linguaccia!] - disse Dolgorukov. - Non � vero: attualmente ci sono gi� due russi: Milor�dovic' (61) e Dochturov e ce ne sarebbe anche un altro, il conte Arakceev (62), se non avesse i nervi troppo scossi. - Credo per� che Micha�l Ilarj�novic' sia ormai uscito - disse il principe Andr�j. - Vi auguro fortuna e successo, signori - aggiunse e, dopo aver stretto la mano a Dolgorukov e a Bilibin, usc�. Rientrando nel suo alloggio, il principe Andr�j non seppe trattenersi dal chiedere a Kutuz�v, che gli sedeva accanto silenzioso, che cosa pensasse della battaglia del giorno successivo. Kutuz�v guard� severamente il suo aiutante di campo e dopo una breve pausa gli rispose: - Penso che saremo sconfitti. L'ho detto al conte Tolst�j e l'ho pregato di riferirlo all'imperatore. Sai che cosa mi ha risposto? �Eh, mon cher g�n�ral, je me m�le de riz et de cotelettes, m�lez-vous des affaires de la guerre� [63. �Eh, mio caro generale, io mi occupo di riso e di bistecche, e voi occupatevi delle faccende della guerra�]. Gi�, mi ha risposto proprio cos�. CAPITOLO 12. Alle dieci di sera, Weirother arriv�, portando i suoi piani da Kutuz�v, dov'era riunito il Consiglio di guerra. Tutti i comandanti in capo erano stati convocati presso il generalissimo e tutti, a eccezione del principe Bagrati�n, che si era rifiutato di intervenire, si trovarono all'ora indicata. Weirother, che aveva preparato il piano per la prossima battaglia, offriva per la sua vivacit� e la sua impazienza un sorprendente contrasto con Kutuz�v, scontento e assonnato, che funzionava svogliatamente da presidente e da guida del Consiglio di guerra. Appariva evidente che Weirother si sentiva alla testa di un movimento ormai inarrestabile. Era come un cavallo tra le stanghe di un carro che, presa la rincorsa, scenda precipitosamente lungo un pendio. Era lui a trascinare? Oppure a essere trascinato? Non lo sapeva, ma andava a rotta di collo, senza avere ormai pi� il tempo di riflettere sull'esito della sua corsa precipitosa. Quella sera Weirother era andato due volte a osservare personalmente gli avamposti nemici; due volte era stato dai sovrani da quello russo e da quello austriaco, per fare rapporti e dare chiarimenti, e poi nel suo ufficio, dove aveva dettato in tedesco le ultime disposizioni. Era giunto da Kutuz�v in condizioni di estrema stanchezza. Tutto preso, evidentemente, dai suoi pensieri, si dimenticava persino di essere cortese con il generalissimo: lo interrompeva, parlava in fretta e non molto chiaramente, senza guardare in faccia l'interlocutore, senza rispondere alle domande che gli venivano rivolte. Era tutto inzaccherato di fango e aveva un aspetto compassionevole, stanco e smarrito ma, nello stesso tempo, sicuro di s� e pieno d'orgoglio. Kutuz�v abitava in un piccolo castello a breve distanza da Ostralitz. In un'ampia sala, trasformata in studio del generalissimo, erano riuniti lo stesso Kutuz�v e i membri del Consiglio di guerra. Stavano bevendo il t�. Non aspettavano che il principe Bagrati�n per dare inizio alla seduta. Alle otto giunse l'ufficiale d'ordinanza di Bagrati�n con la notizia che il principe non poteva intervenire. Il principe Andr�j entr� per informare della cosa il generalissimo e, approfittando del permesso avuto in precedenza da Kutuz�v di assistere alla seduta, rimase nella sala. - Poich� il principe Bagrati�n non verr�, possiamo incominciare - dichiar� Weirother, alzandosi rapidamente dal suo posto e avvicinandosi al tavolo su cui era stesa una grande mappa dei dintorni di Br�nn. Kutuz�v con la giubba sbottonata da cui, come liberato, emergeva il grasso collo, era seduto in una poltrona alla Voltaire con le mani un po' gonfie, da vecchio, simmetricamente posate sui bracciuoli, e quasi dormiva. Al suono della voce di Weirother, apr� a fatica il suo unico occhio. - S�, s�, ve ne prego, � gi� tardi - e, fatto un cenno con il capo, l'abbass� di nuovo sul petto e chiuse gli occhi. Se in un primo momento i membri del Consiglio avevano potuto supporre che Kutuz�v fingesse di dormire, i suoni che cominciarono a sfuggirgli dal naso durante la lettura di Weirother, dimostrarono che in quel momento, per il generale in capo, si trattava di una cosa assai pi� importante che non fosse il dimostrare il proprio disprezzo per il piano di battaglia. Si trattava per lui dell'invincibile bisogno umano di abbandonarsi al sonno. Egli dormiva veramente. Weirother, con il gesto dell'uomo troppo occupato per permettersi di perdere anche un solo minuto, lanci� un'occhiata verso Kutuz�v e, convinto che dormiva, prese un foglio e a voce alta e monotona cominci� a leggere l'ordine di operazione della prossima battaglia, iniziando dal titolo: �Ordine di operazioni per l'attacco alle posizioni nemiche dietro Kobelnitz e Sokolnitz, 20 novembre 1805�. La disposizione era difficile e complessa. Nell'originale era detto: �Da der Feind mit seinem linken Flu'gel an die mit Wald bedeckten Berge lehnt und sich mit seinem rechten Fl�gel l�ngs Kobelnitz und Sokolnitz hinter die dort befindlichen Teiche zieht, wir im Gegentheil mit unserem linken Fl�gel seinem rechten sehr debordiren, so ist es vortheilhaft letzteren Fl�gel des Feindes zu attakiren, besonders wenn wir die D�rfer Sokolnitz und Kobelnitz im Besitze haben, wodurch wir dem Feind zugleich in die Flanke fallen und ihn auf der Fl�che zwischen Schlapenitz und dem Th�rassa-Walde verfolgen konnen, indem wir den Defileen von Schlapanitz und Bellowitz ausweichen, welche die feindliche Front decken. Zu diesem Endzwecke ist es nothig... Die erste Kolonne marschirt... Die zweite Kolonne marschirt... Die dritte Kolonne marschirt...�, [64. �Poich� il nemico trova protezione all'ala sinistra delle sue forze appoggiandole alle falde delle montagne boscose e stende l'ala destra al di l� degli stagni che vi si trovano, lungo Kobelnitz e Sokolnitz e noi, al contrario, sopravvanziamo di molto con la nostra ala sinistra la sua ala destra, ci conviene attaccare quest'ultima, soprattutto avendo in nostro possesso i villaggi di Sokolnitz e di Kobelnitz, per cui nel medesimo tempo possiamo attaccare di sorpresa il fianco del nemico e inseguirlo nelle pianure tra Schlapanitz e la foresta di Thuras, evitando le gole tra Schlapanitz e Bellowitz, che coprono lo schieramento nemico. A tale scopo � necessario... La prima colonna marcer�... La seconda colonna marcer�... La terza colonna marcer�...�] eccetera leggeva Weirother. I generali sembravano ascoltare di mala voglia il complesso piano delle operazioni. Il biondo e alto generale Bukshevden stava in piedi, con le spalle appoggiate alla parete, e, fissando gli occhi su una candela accesa, sembrava che non ascoltasse e che non volesse neppure far credere agli altri di ascoltare. Proprio dirimpetto a Weirother, fissando su di lui gli occhi spalancati e lucenti, sedeva, in atteggiamento marziale, il rubicondo Milor�dovic', con le mani posate sulle ginocchia e i gomiti in fuori, i baffi all'ins� e le spalle sollevate. Egli taceva ostinatamente, guardando in viso Weirother e abbassava gli occhi soltanto quando il capo di stato maggiore austriaco smetteva di parlare. In quei momenti Milor�dovic' volgeva occhiate significative sugli altri generali; ma da quelle occhiate significative era impossibile capire se egli approvasse o disapprovasse, se fosse contento o no del piano delle operazioni. Pi� vicino a Weirother di tutti gli altri stava il conte Langeron il quale, con un fine sorriso sul volto di francese meridionale, sorriso che dur� per tutto il tempo della lettura, si guardava le dita sottili che facevano rapidamente girare una tabacchiera d'oro con un ritratto sul coperchio. Nel bel mezzo di uno dei periodi pi� lunghi della lettura, egli arrest� il movimento rotatorio della tabacchiera, alz� il capo e, con una piega di antipatica cortesia agli angoli delle labbra sottili, interruppe Weirother e fu sul punto di dire qualcosa; ma il generale austriaco, continuando imperterrito la lettura, aggrott� il viso e agit� i gomiti come se volesse dire: �Dopo mi esporrete le vostre idee; per adesso favorite osservare la carta e ascoltare�. Langeron sollev� gli occhi con espressione di stupore, e si volse verso Milor�dovic' come cercando una spiegazione e, incontrando lo sguardo di lui denso di significati ma che non significava nulla, abbass� tristemente gli occhi e riprese a far roteare la tabacchiera tra le dita sottili. - "Une le�on de g�ographie" [65. Una lezione di geografia] - disse come tra s� ma abbastanza forte perch� lo sentissero. Przebyscevskij con rispettosa ma dignitosa cortesia piegava con la mano l'orecchio verso Weirother, con l'atteggiamento di chi � tutto preso dall'attenzione. Il piccolo Dochturov sedeva proprio di fronte a Weirother con aria modesta e zelante e, chino sulla carta spiegata, studiava coscienziosamente lo schieramento e il terreno che non conosceva. Parecchie volte preg� Weirother di ripetere alcune parole che non aveva ben compreso e alcuni difficili nomi di villaggi. Weirother lo accontentava, e Dochturov prendeva appunti. Quando la lettura, durata pi� di un'ora, fu finita, Langeron ferm� di nuovo la tabacchiera e, senza guardare Weirother e nessun altro in modo particolare, cominci� a esporre le difficolt� di attuazione di un piano come quello, piano che supponeva note le condizioni del nemico, mentre tali condizioni potevano mutare di continuo, dato che il nemico era in movimento. Le osservazioni di Langeron erano giuste, ma si capiva che il loro scopo era soprattutto quello di far sentire al generale Weirother, che aveva letto il suo piano di schieramento con la boriosa sicurezza di chi si trova davanti a scolaretti, che egli non era in presenza di ignoranti, ma di uomini capaci di insegnare qualcosa a lui, in fatto di questioni militari. Allorch� la monotona voce di Weirother tacque Kutuz�v aveva aperto gli occhi, come un mugnaio che si desta quando si interrompe il soporifero rumore delle ruote del mulino. Ascolt� ci� che diceva Langeron e, come se volesse chiedere: �Ah, vi occupate ancora di queste sciocchezze?�, si affrett� a chiudere gli occhi e chin� il capo pi� di prima. Cercando di ferire quanto pi� velenosamente fosse possibile Weirother nel suo amor proprio di autore militare, Langeron dimostrava che Bonaparte poteva facilmente attaccare invece di subire l'attacco e in tal modo rendere assolutamente vano il piano operativo dei suoi avversari. Weirother rispose a tutte le osservazioni con un sorriso calmo e sprezzante preparato, era chiaro, per qualsiasi obiezione, indipendentemente da ci� che gli sarebbe stato detto. - Se egli avesse potuto attaccare, ci avrebbe attaccati oggi - disse. - Supponete dunque che non abbia forze sufficienti? - chiese Langeron. - E' molto se ha quarantamila uomini - rispose Weirother, con il sorriso indulgente di un medico al quale un cerusico voglia indicare un rimedio. - Se � cos�, egli prepara la sua rovina aspettando il nostro attacco - obiett� Langeron con un fine, ironico sorriso, guardando Milor�dovic' che gli era vicino, per avere approvazione e conferma. Ma Milor�dovic' in quel momento non pensava affatto a ci� che i suoi colleghi stavano discutendo. - "Ma foi" [66. In fede mia] - disse. - Vedremo domani sul campo di battaglia. Weirother sorrise di nuovo con quel sorriso che pareva voler dire che gli sembrava ridicolo e strano incontrare delle obiezioni da parte dei generali russi ed essere costretto a dimostrare cose delle quali non soltanto lui, ma anche i due imperatori erano pi� che convinti. - Il nemico ha spento i fuochi e laggi� nel suo accampamento si ode un rumore continuo - disse. - Cosa significa? O si ritira, ed � la sola cosa che dobbiamo temere, o cambia posizione - e, cos� dicendo, sorrise. - Ma se anche occupasse la posizione di Thuras, non farebbe altro che evitarci delle difficolt� e tutte le disposizioni resterebbero valide sino ai minimi particolari. - E in che modo? - chiese il principe Andr�j che gi� da un pezzo aspettava il momento per esprimere i propri dubbi. Kutuz�v si svegli�, toss� e guard� i generali. - Signori, le disposizioni per le operazioni di domani, anzi, per oggi giacch� � gi� passata la mezzanotte, non possono essere cambiate - disse. - Voi le avete udite, e noi tutti compiremo il nostro dovere. Prima della battaglia non c'� nulla di pi� importante che... - e tacque un momento - nulla di pi� importante che fare una bella dormita. E fece l'atto di alzarsi. I generali si inchinarono e uscirono. Era gi� passata la mezzanotte. Anche il principe Andr�j lasci� la sala. Il Consiglio di guerra, davanti al quale il principe Andr�j non aveva potuto esporre, come sperava, il suo progetto, lasci� in lui una impressione vaga e confusa. Chi aveva ragione? Dolgorukov e Weirother o Kutuz�v, Langeron e quanti altri non approvavano il piano di attacco? Non lo sapeva. �Ma possibile che Kutuz�v non abbia potuto esprimere direttamente all'imperatore le sue idee? Possibile che non possa agire diversamente? Possibile che per considerazioni personali di alcuni cortigiani si debbano mettere a repentaglio migliaia di vite e anche la mia, la mia vita?�, diceva tra s�. �S�, � possibilissimo che domani io resti ucciso�, pens�. E a un tratto, all'idea della morte, una quantit� di ricordi, i pi� lontani e i pi� intimi, gli si ridestarono nella mente; ricord� l'ultimo saluto al padre e alla moglie, ricord� i primi tempi del suo amore, la gravidanza di lei e prov� per Liza e per se stesso un senso di piet�. In preda a un'agitazione nervosa e commossa, usc� dalla casupola in cui alloggiava con Nesvitzkij e si mise a passeggiare davanti a essa. La notte era avvolta dalla nebbia, attraverso la quale filtrava misteriosamente la luce della luna. �S�, domani�, pensava, �forse domani tutto sar� finito per me, forse questi ricordi non avranno pi� alcun significato. Domani, probabilmente, anzi certamente, - ne ho il presentimento - dovr� finalmente mostrare per la prima volta ci� di cui sono capace�. E si figur� la battaglia, la sconfitta, il concentramento della mischia in un punto solo, lo smarrimento e la confusione di tutti i capi. Ed ecco che quel momento felice, quella sua Tolone da tanto tempo attesa finalmente gli si offre. Egli esprime con chiara fermezza la sua opinione a Kutuz�v, a Weirother e agli imperatori. Tutti sono colpiti dalla giustezza delle sue considerazioni, ma nessuno si assume la responsabilit� di realizzarle. Allora egli si mette alla testa di un reggimento, di una divisione, pone come condizione che nessuno interferisca nei suoi piani, conduce la sua divisione nel punto decisivo e da solo riporta la vittoria... �E la morte e la sofferenza?�, sussurra dentro di lui un'altra voce. Ma il principe Andr�j non ascolta questa voce e continua a fantasticare sui suoi successi. La battaglia che segue � preparata e organizzata da lui solo. Egli ha il titolo di ufficiale di ordinanza di Kutuz�v, ma in realt� � lui, Andr�j Bolkonskij, che fa tutto. E' lui solo che vince la battaglia. Kutuz�v viene esautorato ed egli � nominato generalissimo... �E poi?�, sussurra di nuovo l'altra voce, �e poi, se prima di fare tutto ci� non sarai ferito, ucciso, ingannato, e poi?�. �E poi�, risponde a se stesso il principe Andr�j, �e poi non so che cosa accadr�, non so e non voglio sapere. Ma se voglio questo, se voglio la gloria, se voglio che gli uomini mi conoscano, mi amino, non ho alcuna colpa di volerlo, di non voler altro che questo, di vivere soltanto per questo, s�, soltanto per questo! Non lo dir� mai a nessuno ma, mio Dio, che cosa devo fare se non amo nulla fuorch� la gloria l'amore degli uomini? La morte, le ferite, la perdita della famiglia, nulla mi spaventa! Per quanto mi possano essere cari mio padre, mia sorella, mia moglie - le persone che amo di pi� - le darei subito tutte, anche se ci� possa parere terribile e innaturale, per un momento di gloria e di trionfo, per essere amato da uomini che non conosco e non conoscer� mai, ecco, proprio per l'amore di questi uomini�, pensava, prestando orecchio ai discorsi che si svolgevano nel cortile dell'abitazione di Kutuz�v, dove echeggiavano le voci degli attendenti che preparavano i bagagli. Una voce, probabilmente quella del cocchiere, canzonando il vecchio cuoco di Kutuz�v, che il principe Andr�j conosceva e che si chiamava Tit, diceva: - Tit, ehi, Tit? - Che vuoi? - rispondeva il vecchio. - Tit, va' a trebbiare il grano - diceva il burlone. - Va' al diavolo! - risonava un'altra voce, coperta dalle risate dei domestici e degli attendenti. �Eppure io li amo e voglio trionfare soltanto per tutti costoro; anelo soltanto a questa forza misteriosa e a questa gloria che sento passare sopra di me, qui, in mezzo a questa nebbia!�. CAPITOLO 13. Rost�v si trovava quella notte con il suo plotone agli avamposti del distaccamento di Bagrati�n. I suoi ussari erano sparsi a due a due lungo la linea; egli stesso la percorreva a cavallo, cercando di lottare contro il sonno che irresistibilmente lo vinceva. Alle sue spalle era visibile un'enorme distesa nella quale erano disseminati i fuochi di bivacco del nostro esercito, che ardevano confusamente nella nebbia. Davanti a lui buio e foschia... Per quanto Rost�v aguzzasse lo sguardo in quella lontananza brumosa, non vedeva nulla; ora gli pareva di scorgere qualcosa di grigio o di nero, ora alcuni fuochi balenavano laggi� dove doveva trovarsi il nemico, ora gli pareva che tutto fosse frutto della sua vista. Gli si chiudevano gli occhi e nell'immaginazione gli sorgevano di volta in volta vuoi l'imperatore, vuoi Denissov, vuoi i suoi ricordi moscoviti: egli si affrettava ad aprire di nuovo gli occhi e l� davanti a s� vedeva la testa e le orecchie del cavallo sulla cui groppa stava seduto, le nere figure degli ussari quando si avvicinava a sei passi da loro e, in lontananza, ancora oscurit�, ancora nebbia. �Perch� no? Pu� darsi benissimo�, pensava Rost�v, �che l'imperatore mi incontri, mi dia un incarico come a un qualunque altro ufficiale e mi dica: "Va' in ricognizione laggi�". Molte volte ho sentito dire come per puro caso abbia conosciuto un ufficiale e l'abbia preso con s�. Ah, se mi prendesse con s�! Come vigilerei su di lui, come gli direi tutta la verit�, come gli denunzierei coloro che lo ingannano!�. E Rost�v, per immaginarsi con vivezza il proprio affetto e la propria devozione per il sovrano, si raffigurava un nemico o un traditore tedesco, ed egli non solo lo uccideva con piacere, ma lo schiaffeggiava su tutte due le guance davanti all'imperatore. A un tratto, un grido lontano lo riscosse. Egli sussult� e apr� gli occhi. �Dove sono? Ah s�, agli avamposti. Parola d'ordine e controparola sono: timone e Olm�tz. Peccato che il nostro squadrone sia di riserva, domani!�, pens�. �Chieder� di essere mandato al fuoco: forse questa sar� l'unica occasione per vedere l'imperatore. Gi�, tra poco � l'ora del cambio. Far� ancora un giro e poi andr� dal generale e gli esprimer� il mio desiderio�. Si raddrizz� sulla sella e spinse innanzi il cavallo per ispezionare ancora una volta la linea dei suoi ussari. Gli pareva che il buio fosse meno fitto. A sinistra si vedeva una salita lievemente illuminata e, di fronte, un'altura nera che sembrava diritta come un muro. Su quell'altura spiccava una macchia bianca che Rost�v non sapeva assolutamente definire: era una radura in un bosco illuminata dalla luna o neve non ancora sciolta o un gruppo di case bianche? Gli parve persino che su quella macchia bianca qualcosa si muovesse. �Certo � neve quella macchia; una macchia, "une tache"� [67. una macchia], pens� Rost�v. �Ma no, non � "une tache"...�. �Natascia, sorella, occhi neri... Na... taska... Come si meraviglier� quando le dir� che ho visto l'imperatore! Nataska, prendi...�. - Pi� a destra, signoria, qui ci sono dei cespugli - disse la voce di un ussaro davanti al quale Rost�v, mezzo addormentato, stava passando. Rost�v alz� il capo che gli penzolava quasi sino alla criniera del cavallo e si ferm� accanto all'ussaro. Un sonno giovanile, infantile quasi lo vinceva inesorabilmente. �A che cosa stavo pensando? Non voglio dimenticarlo. Come parler� all'imperatore? No... no... questo avverr� domani. Ah ecco s�... pensavo di attaccare... ma chi? Gli ussari e i baffi... Un ussaro con i baffi passava sempre per la via Tversk�ja a Mosca: ho pensato a lui una volta proprio davanti alla casa di Gurev... il vecchio Gurev... Eh s�, � un gran bravo ragazzo Denissov! Ma tutte queste sono sciocchezze. Ci� che importa � che adesso l'imperatore � qui. Quando mi ha guardato, voleva dirmi qualcosa, ma non ha osato... No, ero io che non osavo. Ma sono sciocchezze... l'essenziale � di non dimenticare quello che ho pensato di importante, sicuro... Na... taska... attaccare... s�, s�, s�, va bene!�. E di nuovo la testa si abbassava verso la criniera del cavallo. A un tratto gli parve che gli sparassero addosso. �Che �? Che �? Gi�, da' sciabolate. Che �?�, disse svegliandosi. Nell'attimo in cui apriva gli occhi, Rost�v ud� davanti a s�, laggi� dov'era il nemico, le grida prolungate di migliaia di voci. Il suo cavallo e quello dell'ussaro che cavalcava al suo fianco drizzarono le orecchie. Nel punto da cui si sentiva giungere quel frastuono, si accese e si spense prima un fuoco, poi un altro e lungo tutta la linea delle truppe francesi, sulle colline, brillarono pi� fuochi mentre si moltiplicavano incessantemente le grida. Rost�v udiva delle parole francesi, ma non poteva distinguerle. Era un rombo fatto di troppe voci. Adesso si riusciva soltanto a sentire: aaa! e rrr!! - Che cos'�? Che ne pensi? - domand� Rost�v all'ussaro che era al suo fianco. - E' il nemico? L'ussaro non rispose. - Ehi, non senti? - chiese Rost�v, dopo aver atteso un po' la risposta. - E chi lo pu� sapere, signoria? - rispose di malavoglia l'ussaro. - Giudicando dalla posizione dovrebbe trattarsi del nemico, no? - ripet� Rost�v. - Pu� darsi di s�, pu� darsi di no - disse l'ussaro. - E' buio, non si sa... Ehi, ehi, tu... - grid� al cavallo che si agitava sotto di lui. Anche il cavallo di Rost�v era molto irrequieto: si mosse nervosamente, scalpit� con gli zoccoli sulla terra indurita dal gelo, ascoltando le voci e guardando i fuochi. Le grida, crescendo di continuo, si fusero infine in un unico clamore generale quale poteva essere prodotto soltanto da un esercito di migliaia di uomini. I fuochi si propagavano sempre di pi�, forse accesi lungo tutta la linea francese. Rost�v non aveva pi� sonno. Le grida allegre e trionfali dell'esercito nemico lo eccitavano. Ora distingueva chiaramente le parole: �Vive l'empereur! Vive l'empereur!� [68. Viva l'imperatore! Viva l'imperatore!]. - E non devono essere lontani, forse l�, dietro il ruscello - disse all'ussaro che gli stava vicino. Costui si limit� a sospirare senza rispondere, e toss� irritato. Lungo la linea degli ussari rison� lo scalpitio di un cavallo al trotto e dalla nebbia notturna emerse a un tratto, simile a un enorme elefante, la figura di un sottufficiale degli ussari. - Signor tenente, i generali! - disse il nuovo venuto, avvicinandosi a Rost�v. Rost�v, continuando a voltarsi dalla parte dei fuochi e delle grida, trott� con il suo subalterno incontro ad alcuni cavalieri che avanzavano lungo la linea. Uno di essi montava un cavallo bianco. Il principe Bagrati�n con il principe Dolgorukov e i loro aiutanti di campo erano venuti a osservare quello strano fenomeno dei fuochi e delle grida dell'esercito nemico. Rost�v, avvicinatosi a Bagrati�n, fece il suo rapporto e, unitosi agli aiutanti di campo, ascolt� quello che dicevano i generali. - Credetemi, - disse il principe Dolgorukov, rivolto a Bagrati�n - non � che un'astuzia; egli si � ritirato e ha ordinato alla retroguardia di accendere i fuochi e di fare rumore per trarci in inganno. - Non credo... - rispose Bagrati�n; - sin da ieri sera li ho visti su quella collina; se si fossero ritirati se ne sarebbero andati anche di l�. Signor ufficiale, - continu�, rivolgendosi a Rost�v - sono ancora laggi� i suoi esploratori? - Ieri sera c'erano; ora non posso saperlo, eccellenza. Se me l'ordinate, andr� a vedere con i miei ussari - disse Rost�v. Bagrati�n si ferm� e, senza rispondere, cercava di distinguere nella nebbia il viso di Rost�v. - Be' andate a vedere - gli disse dopo un breve silenzio. - Signors�. Rost�v spron� il cavallo, chiam� il sottufficiale Fedcenko e altri due ussari, comand� loro di seguirlo e si diresse al trotto lungo il pendio, dirigendosi verso il punto da cui giungevano incessanti le grida, in preda a una lieta emozione per il fatto di andare, solo con i suoi due uomini, verso quella lontananza nebbiosa, misteriosa e piena di pericoli, dove nessuno era andato prima di lui. Bagrati�n gli grid� dall'alto di non oltrepassare il ruscello, ma Rost�v finse di non aver udito e, senza fermarsi, continu� ad andare sempre pi� lontano, ingannandosi di continuo, scambiando gli arbusti per alberi, i borri per uomini e spiegandosi poi, uno dopo l'altro, i propri errori. Scesa la collina a trotto serrato, non vedeva pi� n� fuochi dei Russi, n� quelli del nemico, ma udiva pi� alte e pi� distinte le grida dei Francesi. Gi� nella pianura, davanti a s�, scorse qualcosa che sembrava un fiume, ma quando fu pi� vicino riconobbe una strada maestra. Uscito sulla strada, trattenne il cavallo, incerto se dovesse seguirla o attraversarla soltanto e proseguire, per i campi neri, verso la collina opposta. Seguire la strada, che brillava tra la nebbia, era meno pericoloso perch� pi� facilmente si poteva vedere se vi fossero degli uomini. - Seguitemi! - disse e, dopo aver traversato la strada al galoppo, si spinse su per l'altura verso il luogo in cui la sera aveva veduto un picchetto francese. - Signoria, eccoli! - grid� alle sue spalle uno degli ussari. E Rost�v non aveva ancora potuto distinguere una massa scura apparsa improvvisamente nella nebbia, quando brill� una fiamma, si ud� una detonazione e un proiettile ronz� in alto, in mezzo alla nebbia, con un suono dolente e tacque. Un secondo fucile non spar�, ma brill� una fiamma sul focone. Rost�v volt� il cavallo e torn� indietro al galoppo. Con intervalli diversi si udirono altri quattro colpi e altre quattro pallottole passarono sibilando e producendo suoni diversi l'uno dall'altro. Rost�v, trattenendo il cavallo eccitato dai colpi come il suo cavaliere, continu� al passo. �Bene, bene! Ancora! Ancora�, diceva dentro di lui una voce allegra. Ma le fucilate erano cessate. Soltanto quando fu vicino a Bagrati�n, Rost�v lanci� il cavallo al galoppo e portando la mano alla visiera si accost� al generale. Dolgorukov insisteva nella sua opinione, secondo la quale i Francesi si ritiravano e avevano acceso dei fuochi soltanto per trarre in inganno gli avversari. - Ma questo cosa prova? - stava dicendo, mentre Rost�v si accostava. - Possono essersi ritirati e aver lasciato qualche picchetto. - Evidentemente non se ne sono ancora andati tutti, principe - disse Bagrati�n. - Domani, domani mattina sapremo tutto . - Eccellenza, il picchetto di ieri sera � ancora sulla collina, allo stesso posto - rifer� Rost�v, chino in avanti, continuando a tener la mano alla visiera e incapace di frenare il sorriso di gioia, provocato in lui dalla corsa e specialmente dal fischiare delle pallottole. - Va bene, va bene - disse Bagrati�n; - vi ringrazio, signor ufficiale. - Eccellenza, permettetemi di rivolgervi una preghiera. - Di che si tratta? - Domani il mio squadrone dovr� rimanere di riserva: permettetemi di pregarvi di aggregarmi al primo squadrone. - Come vi chiamate ? - Conte Rost�v. - Bene. Restate con me come ufficiale d'ordinanza. - Sei figlio di Ilj� Andr�evic'? - chiese Dolgorukov. Ma Rost�v non gli rispose. - Allora posso sperare, eccellenza? - Dar� gli ordini opportuni. �Domani, chiss�, � possibile che mi si mandi dall'imperatore con qualche messaggio�, pens� Rost�v. �Dio sia lodato!�. Le grida e i fuochi nel campo nemico erano causati dal fatto che, mentre tra le file si leggeva un proclama di Napoleone, questi, a cavallo, passava tra i suoi bivacchi. I soldati, vedendolo, accendevano fasci di paglia e gridando: �Vive l'empereur!� gli correvano dietro. Ecco il testo del proclama di Napoleone: �Soldati! L'esercito russo si leva contro di voi per vendicare l'esercito austriaco di Ulma. Sono quegli stessi battaglioni che voi sbaragliaste presso Hollabr�nn e che poi inseguiste incessantemente sino a qui. Le posizioni che noi occupiamo sono formidabili e mentre i nemici marceranno per girare attorno alla mia destra, noi presenteremo il fianco! Soldati! Io stesso guider� i vostri battaglioni. Star� lontano dal fuoco se voi, con il vostro consueto coraggio, porterete nelle file nemiche il disordine e il turbamento; ma se la vittoria rimanesse, anche per un solo istante, incerta, vedreste il vostro imperatore esporsi per primo ai colpi dei nemici, perch� non pu� esservi incertezza nella vittoria, soprattutto in questa giornata, nella quale � in gioco l'onore della fanteria francese, cos� necessario all'onore dell'intera nazione. �Non si scompongano le file con il pretesto di portar via i feriti! Ognuno si metta bene in mente l'idea che bisogna vincere questi mercenari dell'Inghilterra, animati da tanto odio verso la nostra nazione. Questa vittoria metter� fine alla nostra campagna e noi potremo ritornare ai nostri alloggiamenti invernali, dove ci aspettano le nuove truppe che ora si stanno formando in Francia; allora la pace sar� degna del mio popolo, di voi e di me Napoleone�. CAPITOLO 14. Alle cinque del mattino l'oscurit� era ancora completa. Le truppe del centro, della riserva e il fianco destro di Bagrati�n stavano tuttora immobili, ma all'ala sinistra, le colonne di fanteria di cavalleria e di artiglieria che dovevano per prime scendere dalle alture ad attaccare l'ala destra dei Francesi e respingerla, secondo il piano, entro i monti della Boemia, gi� si agitavano e cominciavano a levare il campo. Il fumo dei fal�, nei quali si gettava tutto ci� che era ingombrante, pungeva gli occhi. Faceva freddo ed era buio. Gli ufficiali bevevano in fretta il t� e facevano colazione; i soldati masticavano le gallette, pestavano i piedi per scaldarsi e stavano riuniti attorno ai fuochi, gettando sulla legna i resti delle baracche, le sedie, i tavoli, le ruote, i mastelli e tutte le cose superflue che non si potevano trasportare. Le guide austriache delle colonne passavano tra le truppe russe e davano il segnale dell'avanzata imminente. Non appena un ufficiale austriaco compariva presso la tenda di un comandante di reggimento, il reggimento cominciava a prepararsi: i soldati lasciavano i fuochi, accatastavano gli zaini nelle carrette, nascondevano la pipa negli stivali, prendevano i fucili e si allineavano. Gli ufficiali si abbottonavano la giubba, si agganciavano le sciabole e gli zaini e, gridando, percorrevano le file dei loro uomini, gli addetti alle salmerie e gli attendenti attaccavano i cavalli, caricavano e legavano i carri. Gli aiutanti di campo, i comandanti di battaglione e di reggimento, montavano in sella, si facevano il segno della croce, impartivano gli ultimi ordini, le istruzioni, gli incarichi ai soldati delle salmerie che rimanevano indietro. Si udiva lo scalpiccio uniforme di migliaia di piedi. Le colonne si mettevano in moto, senza nulla sapere della loro meta, senza vedere, a causa dei compagni che li circondavano, del fumo e della nebbia diventata pi� fitta, n� il luogo che lasciavano, n� quello verso il quale si avviavano. Il soldato in marcia � circondato, limitato e trascinato dal suo reggimento come il marinaio lo � dalla nave che lo porta. Per quanto vada lontano, per quanto strane, sconosciute e pericolose siano le latitudini che tocca, dappertutto e sempre ha attorno a s�, - come il marinaio ha ovunque la stessa tolda, gli stessi alberi, le stesse sartie della nave - i medesimi compagni, le solite file, il consueto sergente Iv�n Mitric', l'immancabile cane della compagnia, Zucka, i medesimi superiori. Raramente il soldato desidera conoscere le latitudini in cui la sua nave si trova; ma nel giorno della battaglia, Dio sa come e di dove, nello spirito delle truppe si diffonde, uguale per tutti, una nota austera che preannunzia l'avvicinarsi di qualcosa di decisivo e di solenne, che eccita in ciascuno un'avida curiosit�. Nei giorni di battaglia il soldato cerca di uscire dagli interessi del suo reggimento, tende l'orecchio, aguzza gli occhi e si informa avidamente su ci� che avviene attorno a lui. La nebbia era tanto fitta che, quantunque spuntasse il giorno, non si vedeva a dieci passi di distanza. I cespugli sembravano alberi enormi, i luoghi piani parevano burroni o declivi. Dappertutto, da ogni parte, si poteva urtare contro un nemico invisibile. Ma le colonne marciarono a lungo, sempre in mezzo a quella nebbia, scendendo e salendo colline, oltrepassando giardini e orti, in un paese nuovo, ignoto; senza mai incontrare il nemico. I soldati, anzi, venivano a sapere che davanti e dietro a loro, nella stessa direzione, si movevano altre colonne russe e ogni soldato marciava con il cuore sereno perch� aveva la sicurezza che dove andava lui - non sapeva dove - andavano anche molti altri dei nostri. - Sai, sono passati anche quelli di Kursk - si diceva tra le file. - E' incredibile, fratello mio, pensare alla massa di uomini che si sono riuniti! Guardavo ieri sera quando si accendevano i fuochi e non se ne vedeva la fine! Proprio come a Mosca, parola mia! Nonostante che non uno dei comandanti delle colonne percorresse le file e parlasse con i soldati (i comandanti delle colonne come abbiamo veduto nella riunione del Consiglio di guerra erano di malumore e scontenti dell'azione intrapresa e perci� si limitavano a eseguire gli ordini senza preoccuparsi di tener su il morale dei soldati) nonostante questo, i soldati procedevano allegramente come sempre quando vanno all'attacco. Ma dopo circa un'ora di marcia nella nebbia fitta, la maggior parte della truppa fu costretta a fermarsi e attraverso le file si diffuse la dolorosa consapevolezza di un grande disordine e di una grande confusione. E' difficile dire come si propaghi tale sensazione, ma � certo che essa si propaga rapida e sicura, inavvertita e irresistibile, come l'acqua in un luogo scosceso. Se l'esercito russo fosse stato solo, senza alleati, sarebbe forse passato ancora molto tempo prima che quella sensazione confusa di disordine diventasse comune certezza: ma ora, provando un piacere particolare e naturale, nell'attribuire la colpa della disorganizzazione alla stupidit� dei Tedeschi, tutti erano convinti dell'esistenza di una pericolosa confusione dovuta a quei divoratori di salsicce. - Che succede? Perch� ci fermiamo? Ci siamo gi� imbattuti con i Francesi? - No, non si sente nulla... sparerebbero. - Ci siamo tanto affrettati a metterci in moto e ora eccoci fermi in mezzo alla campagna! Sono sempre loro, quei maledetti Tedeschi, a rovinare tutto! Quei demoni senza un po' di cervello ! - Io li farei marciare davanti, ma quelli, non aver paura, si accalcano alle nostre spalle. E intanto noi qui fermi, senza mangiare! - Insomma, ci si muove, l�? Dicono che la cavalleria abbia sbarrato la strada - disse un ufficiale. - Ah, quei maledetti Tedeschi! Non conoscono neppure il loro paese - osserv� un altro. - Di quale divisione siete? - grid� un aiutante di campo, avvicinandosi. - Della diciottesima. - Ma allora, perch� siete qui? Gi� da un pezzo dovreste essere pi� avanti. Ora non potete muovervi prima di sera... - I soliti ordini insensati: non sanno neppur loro quello che fanno! - esclam� un ufficiale, e si allontan�. Poi pass� un generale che, irritatissimo, si mise a gridare frasi violente in una lingua che non era la russa. - Tafa-lafa... che diavolo dice quello? Non si capisce un accidenti! - esclam� un soldato, facendo il verso al generale che gi� si era allontanato. - Io li fucilerei, quei vigliacchi! - Avevamo l'ordine di trovarci alle nove sul posto e non siamo ancora arrivati a mezza strada. Che perfetta organizzazione! - si ripeteva da diverse parti. E quello slancio di energia, manifestatosi nella truppa all'inizio della marcia, incominciava a mutarsi in stizza e collera contro gli ordini assurdi e contro i Tedeschi. Ecco qual era, in realt�, la causa della confusione: durante il movimento della cavalleria austriaca, che marciava all'ala sinistra, il comando superiore, costatando che il centro russo era troppo lontano dall'ala destra, aveva dato ordine alla cavalleria di spostarsi sulla destra. Alcune migliaia di cavalli stavano perci� passando ora davanti alla fanteria, la quale era costretta ad aspettare. In testa era sorta una discussione tra il comandante della colonna austriaca e un generale russo. Questi strepitava, pretendendo che la cavalleria si fermasse; l'austriaco cercava di dimostrargli che la colpa non era sua, ma dei comandi superiori. Frattanto le truppe erano costrette a star ferme: si annoiavano ed erano gi� di morale. Dopo un'ora, finalmente, poterono riprendere la marcia e cominciarono a scender gi� per la collina. La nebbia, rada sulla cima, diventava sempre pi� densa, l� dove le truppe erano scese. Avanti, nella nebbia fitta, si udirono alcune scariche di fucileria, dapprima a intervalli irregolari: tra... tra ta ta e poi sempre pi� regolari e pi� frequenti. Il combattimento si iniziava sul fiumiciattolo Goldbach. Non avendo previsto di incontrare a valle il nemico sul fiume e scontratisi in esso per caso, senza una parola di incoraggiamento dai loro capi, con la convinzione di essere arrivati tardi e, soprattutto, senza nulla vedere n� davanti n� attorno a loro a causa della nebbia, i Russi scambiavano, con lentezza e senza alcuna energia, qualche fucilata con i nemici, avanzavano e di nuovo si fermavano, non ricevendo a tempo gli ordini dei comandanti e degli aiutanti di campo, che vagavano qua e l�, in mezzo alla nebbia, attraverso quel terreno sconosciuto, senza riuscire a trovare i loro reparti. Cos� cominci� la battaglia per la prima, seconda e terza colonna, giunte alle falde della collina. La quarta, con la quale si trovava lo stesso Kutuz�v, era ferma sulle alture di Pratzen. In basso, dove l'azione era iniziata, la nebbia infittiva sempre di pi�. In alto si era diradata, ma non era tuttavia possibile vedere ci� che avveniva di fronte. Si trovavano le forze nemiche a distanza di circa dieci miglia come noi supponevamo, oppure laggi�, in quella fascia di nebbia? Sino a dopo le otto, nessuno pot� saperlo. Erano le nove antimeridiane. La nebbia, gi� in basso, formava ancora un mare grigio e compatto, ma sul villaggio di Schlapanitz, sull'altura dove si trovava Napoleone attorniato dai suoi marescialli, l'aria era perfettamente limpida. Il cielo sopra di lui era chiaro e azzurro, e l'enorme disco del sole, simile a un immenso sughero galleggiante, ondeggiava sulla superficie di un mare di nebbia color del latte. Non soltanto tutte le truppe francesi, ma anche Napoleone con il suo stato maggiore, si trovavano non oltre il fiume e al di l� dei villaggi di Sokolnitz e di Schlapanitz - dietro ai quali avevamo intenzione di disporre le nostre posizioni e di attaccare battaglia - ma al di qua di essi e tanto vicino alle truppe russe che Napoleone poteva distinguere a occhio nudo, in mezzo a esse, un cavaliere da un fante. Napoleone, un po' innanzi ai suoi marescialli, montava un piccolo cavallo grigio di razza araba e indossava un cappotto turchino, quello stesso con cui aveva fatto la campagna d'Italia. Muto, guardava le colline che si profilavano vagamente nella nebbia e sulle quali, in lontananza, si movevano le truppe russe e porgeva orecchio alle scariche di fucileria echeggianti nella valle. In quel momento, sul suo viso magro, non un muscolo si moveva; gli occhi sfavillanti erano immobili e fissi in un sol punto. Le sue previsioni risultavano giuste: le truppe russe erano in parte gi� discese nella valle, sino agli stagni e ai laghi, in parte lasciavano quelle alture di Pratzen che egli aveva intenzione di occupare e che considerava come chiave di volta della posizione. Attraverso la nebbia, nell'avvallamento formato da due alture accanto al villaggio di Pratzen, egli vedeva le colonne russe, con le loro baionette luccicanti, marciare sempre nella stessa direzione e scomparire, una dopo l'altra, nel mare di nebbia. Dalle informazioni ricevute la sera innanzi, dal rumore delle ruote e dei passi uditi la notte agli avamposti, dal movimento disordinato delle colonne russe, da tutti i calcoli fatti, Napoleone era convinto che gli alleati lo credevano lontano, innanzi a s�, che le colonne in moto verso Pratzen costituivano il centro dell'esercito russo e che quel centro era gi� abbastanza debole per essere attaccato con successo. Tuttavia non voleva ancora iniziare l'azione. Quello era per lui un giorno solenne, l'anniversario della sua incoronazione. Prima dell'alba, aveva preso sonno per alcune ore e poi riposato, allegro, fresco, in quella felice disposizione d'animo in cui tutto pare possibile e tutto riesce, era salito a cavallo e si era recato sul campo. Immobile, guardava le alture che si profilavano attraverso la nebbia, e sul suo viso freddo era impressa quella particolare sfumatura di gioia sicura e meritata, che si pu� scorgere sul volto di un giovane innamorato e felice. I marescialli, alle sue spalle, non osavano distrarre la sua attenzione. Egli guardava a volta a volta le alture di Pratzen e il sole che, sempre pi� luminoso, sorgeva al di sopra della nebbia. Quando l'astro del giorno emerse del tutto e con una luce accecante brill� sui campi e su quell'immenso grigiore, Napoleone, come se non aspettasse altro per iniziare la battaglia, liber� dal guanto la destra fine e bianca, fece un cenno ai marescialli e diede ordine di attaccare. I marescialli, accompagnati dagli aiutanti di campo, galopparono via in diverse direzioni e pochi minuti dopo il grosso dell'esercito francese avanz� rapidamente verso quelle alture di Pratzen che l'esercito russo andava via via abbandonando, continuando a scendere verso sinistra, gi� nella valle. CAPITOLO 15. Alle otto Kutuz�v mosse a cavallo verso Pratzen, alla testa della quarta colonna di Milor�dovic', quella che doveva occupare le posizioni delle colonne di Przebyscevskij e di Langeron, gi� discese a valle. Egli salut� gli uomini del reggimento che era innanzi e ordin� di mettersi in marcia, dimostrando cos� di avere intenzione di guidare personalmente quella colonna. Giunto al villaggio di Pratzen, si ferm�. Il principe Andr�j, che faceva parte del suo numerosissimo s�guito, gli stava alle spalle di qualche passo. Egli si sentiva turbato, irritato e nello stesso tempo risoluto e calmo come chiunque veda ormai vicino un momento da tanto desiderato. Era fermamente convinto che quella giornata sarebbe stata la sua Tolone o il suo Ponte d'Arcole: come le cose si sarebbero svolte non lo sapeva, ma era certo che quello che pensava sarebbe accaduto. Conosceva il terreno e la posizione delle nostre truppe quanto poteva conoscerli qualsiasi ufficiale dell'esercito. Aveva gi� dimenticato il piano strategico da lui ideato, che ormai, era chiaro, non era pi� realizzabile. Adesso, aderendo al piano di Weirother, il principe Andr�j rifletteva sulle possibili eventualit� nelle quali sarebbero stati utili le sue rapide considerazioni e la sua risolutezza. In basso, a sinistra, in mezzo alla nebbia, si udivano le scariche di fucileria scambiate da truppe invisibili. Pareva al principe Andr�j che l� si fosse concentrata la battaglia, che l� si sarebbe trovato il maggior ostacolo; �l��, pensava, �io sar� mandato con una brigata o con una divisione e l�, con la bandiera in pugno, mi lancer�, travolgendo tutto quanto trover� sulla mia strada�. Egli non poteva guardare con indifferenza le bandiere dei battaglioni che passavano. Di continuo, alla vista di ciascuna di esse, gli sorgeva il pensiero: forse con questa o forse con quest'altra dovr� guidare all'assalto le truppe! La nebbia della notte aveva lasciato sulle alture una brina che si trasformava in rugiada, ma che si stendeva ancora negli avvallamenti come un mare di un bianco lattiginoso. Gi� nella valle, a sinistra, dove erano discese le nostre truppe e donde provenivano le scariche di fucileria non si vedeva nulla. Al di sopra delle alture il cielo era limpido, di un luminoso azzurro, e a destra splendeva lo sfavillante disco del sole. Di fronte, in lontananza, sull'altra riva del mare di nebbia, si vedevano emergere le colline boscose sulle quali doveva trovarsi l'esercito nemico: infatti si scorgeva confusamente qualche cosa. A destra, dove la Guardia, immersa nella foschia, lasciava dietro di s� l'eco di un rumore continuo di passi e di ruote, di tanto in tanto balenava un luccichio di baionette; a sinistra, dietro il villaggio, masse altrettanto numerose di cavalleria avanzavano e scomparivano nella bruma. Davanti e dietro, marciava la fanteria. Il generalissimo, fermo all'uscita del villaggio, guardava le truppe che gli sfilavano davanti. Quella mattina, Kutuz�v sembrava stanchissimo e irritato. La fanteria che stava passando davanti a lui si ferm� senza aver ricevuto alcun ordine, avendo evidentemente incontrato qualche ostacolo pi� avanti, sulla sua strada. - Ma insomma, dite che si dispongano per colonne di battaglioni e che girino attorno al villaggio - grid� irritato Kutuz�v a un generale che gli si era avvicinato. - Possibile che non comprendiate, eccellenza, mio egregio signore, che non ci si pu� distendere in sfilata per la strada di un villaggio mentre si va contro il nemico? - Io pensavo, eccellenza, di dispormi in colonna dopo l'uscita dal villaggio - rispose il generale. Kutuz�v ebbe una risata dispettosa. - Bell'affare davvero! Fareste lo spiegamento proprio di fronte al nemico! Ottima idea! - Il nemico � ancora lontano, eccellenza. Secondo il piano delle operazioni... - Ma che piano, ma che piano! - grid� stizzosamente Kutuz�v. - Chi ve l'ha detto? Vi prego di fare quello che vi si ordina. - Signors�, eccellenza. - "Mon cher", - sussurr� Nesvitzkij al principe Andr�j - "le vieux est d'une humeur de chien" [69. Il vecchio � di pessimo umore]. Un generale austriaco, dal pennacchio verde sul cappello e con una giacca bianca, si avvicin� al galoppo a Kutuz�v e gli domand�, a nome dell'imperatore, se la quarta colonna fosse gi� impegnata nell'azione. Kutuz�v, senza rispondergli, si volt� dalla parte opposta e il suo sguardo si pos� per caso sul principe Andr�j, che era l� accanto. Al vedere Bolkonskij, il generalissimo addolc� l'espressione cattiva e amara del suo sguardo, come se volesse significare che il suo aiutante di campo non aveva alcuna colpa di quanto stava accadendo. E, senza dar risposta al messaggero austriaco, si rivolse a Bolkonskij: - "Allez voir, mon cher, si la troisi�me division a d�pass� le village. Dites-lui de s'arr�ter et d'attendre mes ordres" [70. Andate a vedere, mio caro, se la terza divisione ha oltrepassato il villaggio. Ditele di fermarsi e di attendere i miei ordini]. Non appena il principe Andr�j si fu mosso, Kutuz�v lo richiam�. - "Et demandez-lui si les tirailleurs sont post�s" - aggiunse. - "Ce qu'ils font, ce qu'ils font!" [71. E informatevi se hanno disposto i tiratori scelti. Che cosa fanno! Che cosa fanno!] - esclam� quasi tra s�, sempre senza rispondere all'austriaco. Il principe Andr�j part� al galoppo per eseguire l'ordine. Sorpassati tutti i battaglioni che marciavano davanti a lui, ferm� la terza divisione e costat� che, realmente, avanti alle nostre colonne non c'era una linea di fucilieri. Il comandante che era alla testa del reggimento, fu molto stupito per l'ordine che il generalissimo gli mandava di far appostare i suoi tiratori. Era infatti convinto di avere davanti a s� altre truppe e che il nemico fosse lontano almeno dieci miglia. Effettivamente, davanti non si vedeva nulla, a eccezione di una distesa deserta in pendio e coperta da una fitta nebbia. Dopo aver trasmesso a nome del comandante supremo l'ordine di riparare alla negligenza commessa, il principe Andr�j torn� indietro al galoppo. Kutuz�v era ancora fermo al posto di prima e con il vecchio, grosso corpo afflosciato sulla sella, sbadigliava a occhi chiusi. Le truppe non si movevano pi�, ma stavano immobili con i fucili a pied'arm. - Bene, bene - disse al principe Andr�j, e si volt� verso un generale che, con l'orologio in mano, affermava che era tempo di mettersi in marcia, poich� tutte le colonne dell'ala sinistra erano gi� discese al fondo valle. - Arriveremo in tempo, eccellenza - disse Kutuz�v, sbadigliando. - Arriveremo in tempo! - ripet�. In quel momento, alle spalle di Kutuz�v, si udirono in lontananza le grida acclamanti dei reggimenti, che si propagarono in un attimo avvicinandosi alle colonne russe. Si capiva che il personaggio cui esse erano dirette doveva passare al galoppo. Quando anche i soldati del reggimento davanti al quale stava Kutuz�v, unirono le loro voci a quelle che giungevano senza posa, egli si tir� un po' in disparte e, accigliato, si volt� a guardare. Sulla strada di Pratzen pareva galoppasse un intero squadrone di variopinti cavalieri. Due di essi precedevano gli altri a gran velocit�. Uno in uniforme nera con pennacchio bianco, montava un sauro dalla coda ritta, all'inglese; l'altro in divisa bianca era in sella a un cavallo nero. Erano i due imperatori con il loro s�guito. Kutuz�v, con l'affettazione di un subalterno che si trovi in linea, comand� l'attenti alle truppe e poi, salutando, si avvicin� all'imperatore. La sua persona e i suoi modi erano improvvisamente mutati: egli aveva assunto l'aria di un subalterno che non discute e, affettando un rispetto eccessivo che sembr� colpire in modo sgradevole l'imperatore Aleks�ndr, gli si avvicin� salutando. La sfumatura di un'impressione fastidiosa, simile a una sfilacciatura di nebbia su un cielo chiaro, pass� veloce sul viso giovane e felice dell'imperatore e si dilegu�. Dopo che era stato indisposto, egli appariva pi� magro che sul campo di Olm�tz dove Bolkonskij l'aveva veduto per la prima volta fuori della Russia; ma la stessa affascinante fusione di maestosit� e di dolcezza illuminava i suoi bellissimi occhi grigi (72) e sulle sue labbra sottili affiorava la medesima, varia mobilit� di espressione improntata soprattutto alla fiduciosa ingenuit� della giovinezza. Alla rivista di Olm�tz, il sovrano era apparso al principe Andr�j pi� maestoso; qui gli sembrava pi� allegro e pi� energico. Dopo quella galoppata di tre miglia, era accalorato e, fermando il cavallo, respir� a pieni polmoni e volse lo sguardo sui visi giovanili e animati come il suo, degli ufficiali del s�guito. Ciartoritzskij, Novosilz�v, il principe Volkonskij (73), Stroganov (74) e gli altri, tutti elegantemente vestiti, tutti giovani e allegri, montati su cavalli di pregio, freschi, appena appena un po' sudati, si erano fermati dietro il sovrano, conversando e sorridendo. L'imperatore Francesco, un giovane dal viso lungo e colorito, stava molto eretto in sella al suo bellissimo stallone morello e con aria preoccupata guardava lentamente attorno a s�. Chiam� uno dei suoi aiutanti di campo vestiti di bianco e gli domand� qualche cosa. �Forse avr� voluto sapere a che ora sono partiti� pens� il principe Andr�j, osservando la sua vecchia conoscenza con un sorriso che non riusciva a trattenere, al ricordo dell'udienza che gli era stata concessa. Il s�guito dei due imperatori era costituito da scelti giovani ufficiali d'ordinanza, russi e austriaci, della Guardia e di altri reggimenti di linea. Tra di loro, alcuni conducevano a mano, coperti da ricche gualdrappe ricamate, i cavalli di ricambio degli imperatori. Come attraverso una finestra spalancata irrompe all'improvviso dai campi una ventata di aria fresca in una stanza afosa, cos� da quella bella, brillante giovent�, giunta al galoppo, spir� sull'immusonito stato maggiore un'ondata di giovinezza, di energia, di sicurezza nel successo. - Perch� non cominciate, Micha�l Ilarj�novic'? - chiese frettolosamente l'imperatore a Kutuz�v, guardando nello stesso tempo, con cortesia, l'imperatore Francesco. - Aspetto maest� - rispose Kutuz�v inchinandosi rispettosamente. L'imperatore abbass� il capo e tese l'orecchio, accigliandosi e mostrando di non aver capito. - Aspetto, maest� - ripet� Kutuz�v (e il principe Andr�j not� che il labbro inferiore del generalissimo era agitato da un tremito anormale mentre pronunziava la parola �aspetto�). - Le colonne non sono ancora tutte riunite, maest�. L'imperatore aveva udito, ma si cap� che la risposta non gli era piaciuta: alz� le spalle un po' curve, guard� Novosilz�v che gli stava vicino e parve che con quello sguardo volesse lagnarsi di Kutuz�v. - Ma noi, Micha�l Ilarj�novic', non siamo sul campo di Tzaritzyn, dove non si comincia una rivista sino a che non sono arrivati tutti i reggimenti - osserv� il sovrano, guardando di nuovo l'imperatore Francesco come per invitarlo, se non a partecipare al colloquio, almeno ad ascoltare; ma l'imperatore Francesco continuava a guardarsi attorno e non udiva. - E' appunto per questo, maest�, che non comincio - disse Kutuz�v con voce sonora, come per evitare la possibilit� di non essere sentito, e di nuovo un tremito pass� sul suo viso. - Non comincio proprio perch� non siamo a una rivista, maest�, e nemmeno sul campo di Tzaritzyn - soggiunse con voce chiara e cortese. Nel s�guito dell'imperatore, tutti i visi espressero contrariet� e biasimo, e gli ufficiali si scambiarono un'occhiata. �Per quanto sia vecchio, non dovrebbe, in nessun caso, parlare cos� all'imperatore�, dicevano quei visi. Il sovrano lo guard� fisso e con attenzione negli occhi, aspettando che egli dicesse ancora qualche cosa. Ma Kutuz�v, chinata la testa, pareva, anche da parte sua, aspettare. Il silenzio dur� quasi un minuto. - Del resto, se vostra maest� me lo comanda... - disse poi sollevando il capo e riprendendo il suo tono di prima, di generale ottuso che non discute, ma ubbidisce. Spron� il cavallo e, chiamato a s� il comandante della colonna di Milor�dovic', gli diede l'ordine di avanzare. L'esercito si mosse di nuovo; due battaglioni del reggimento di N�vgorod e un battaglione di quello di Apser�n sfilarono dinanzi all'imperatore. Mentre passava il battaglione di Apser�n, Milor�dovic', rosso in viso, senza cappotto, con le decorazioni sulla giubba e con il bicorno dall'enorme pennacchio piantato sulle ventitr�, galopp� in avanti e, salutando baldanzosamente, ferm� di colpo il cavallo davanti al sovrano. - Dio sia con voi, generale - gli disse l'imperatore. - "Ma foi, sire, nous ferons ce que sera dans notre possibilit�, sire!" [75. In fede mia, sire, faremo tutto quanto � nelle nostre possibilit�, sire!] - rispose lietamente Milor�dovic', provocando tra i signori del s�guito un sorriso beffardo per la sua cattiva pronunzia francese. Milor�dovic' fece voltare bruscamente il suo cavallo e and� a mettersi a qualche passo alle spalle del sovrano. I soldati del reggimento di Apser�n, eccitati dalla presenza dell'imperatore, sfilarono davanti ai due sovrani con passo ritmico e baldanzoso. - Ragazzi! - grid� Milor�dovic' con voce possente, allegra e sicura, eccitato a tal punto dalle scariche di fucileria, dalla battaglia imminente e dall'aspetto marziale con cui sfilavano gli arditi soldati di Apser�n, gi� suoi compagni sotto Suvorov, da dimenticare la presenza dell'imperatore. - Ragazzi, non sar� questo il primo villaggio che avrete conquistato! - Felici di riuscire! - risposero i soldati, gridando. A quel grido inatteso, il cavallo dell'imperatore s'impenn�. Quel cavallo che l'imperatore aveva montato in Russia durante le riviste e le parate, portava ora qui, sul campo di Austerlitz, il suo cavaliere, sopportandone i colpi distratti del piede sinistro, drizzando le orecchie al crepitio delle fucilate, proprio come aveva fatto in piazza d'armi, senza comprendere il significato di quelle fucilate, n� quello della vicinanza dello stallone morello dell'imperatore Francesco, n� di tutto quanto diceva, pensava e sentiva colui che lo cavalcava. L'imperatore si volse con un sorriso a uno dei suoi intimi, indicandogli i bravi soldati di Apser�n, e gli disse qualcosa. CAPITOLO 16. Kutuz�v, accompagnato dai suoi aiutanti di campo, seguiva al passo i fucilieri. Dopo aver percorso mezzo miglio in coda alla colonna, si ferm� accanto a un casolare isolato (che probabilmente era stato un'osteria) che sorgeva nel punto in cui la strada si biforcava. Tutt'e due le strade scendevano a valle e lungo entrambe avanzavano le truppe. La nebbia cominciava a diradarsi e a circa due miglia di distanza si distinguevano vagamente le truppe nemiche sulle alture dirimpetto. A sinistra, in basso, le scariche di fucileria si udivano pi� distintamente. Kutuz�v si ferm� e parl� con il generale austriaco. Il principe Andr�j, un po' indietro, li osservava attentamente; desiderando veder meglio, chiese a un aiutante di campo il binoccolo. - Guardate, guardate - rispose questi, fissando non le truppe lontane, ma il declivio dell'altura di fronte a s�. - Sono Francesi! I due generali e gli aiutanti di campo afferrarono anch'essi il binoccolo, strappandoselo a vicenda di mano. A un tratto le loro facce si trasformarono, e un'espressione di terrore le copr�. I Francesi, che tutti supponevano a dieci miglia di distanza, erano inaspettatamente comparsi l� davanti. - E' il nemico? No! Ma s�, guardate... E' proprio il nemico. Come mai? - esclamarono alcune voci all'intorno. Il principe Andr�j vide a occhio nudo, in basso a destra, una folta colonna di Francesi, a non pi� di cinquecento passi dal luogo in cui si trovava Kutuz�v, che saliva il pendio incontro al reggimento di Apser�n. �Ecco, l'ora decisiva � venuta! E' giunto per me il momento di agire!�, pens� il principe Andr�j e, spronato il cavallo, si avvicin� a Kutuzov. - Bisogna fermare il reggimento di Apser�n, eccellenza! - grid�. Ma in quel momento tutto fu avvolto dal fumo, mentre il fuoco di fucileria echeggi� vicinissimo e una voce ingenuamente spaventata gridava, a due passi dal principe Andr�j: �Eh, fratelli, � finita!�. Quella voce parve un comando e, al suono di essa, tutti si diedero alla fuga. Una folla confusa, sempre crescente, si precipitava indietro correndo verso il luogo dove cinque minuti prima le truppe erano sfilate davanti agli imperatori. E non solo era difficile fermarla ma era quasi impossibile non essere trascinati dalla sua irruenza. Bolkonskij cercava soltanto di non lasciarsi tagliar fuori da quella massa disordinata e si guardava attorno stupito, senza riuscire a comprendere ci� che accadeva davanti ai suoi occhi. Nesvitzkij con il viso paonazzo, dall'espressione rabbiosa e irriconoscibile gridava a Kutuz�v che, se non si fosse allontanato subito, sarebbe certamente stato fatto prigioniero. Kutuz�v non si mosse e senza rispondere, estrasse di tasca il fazzoletto. Aveva una guancia insanguinata. Il principe Andr�j si fece largo sino a lui. - Siete ferito? - gli domand�, trattenendo a stento il tremito della mascella. - La ferita non � qui, ma l� - rispose Kutuz�v, premendo il fazzoletto sulla guancia sanguinante e indicando con l'altra mano i fuggiaschi. - Fermateli! - grid�, ma nello stesso momento, certo convinto dell'impossibilit� della cosa, spron� il cavallo e si slanci� verso destra. Ma una nuova ondata di fuggiaschi lo raggiunse e lo trascin� indietro. I soldati che fuggivano formavano una massa cos� compatta che, una volta capitati l� in mezzo, era difficile potersi liberare. Chi gridava: �Muoviti, perch� ti fermi?�, chi, in quello stesso punto, si voltava indietro e sparava in aria; chi dava colpi persino al cavallo che montava Kutuz�v. Con grandi sforzi il generalissimo riusc� a liberarsi da quella fiumana di gente e, uscitone a sinistra con il suo s�guito ridotto a meno della met�, si slanci� nella direzione da cui provenivano le cannonate pi� vicine. Il principe Andr�j, liberatosi egli pure dalla stretta della massa dei fuggiaschi, sempre tentando di non allontanarsi da Kutuz�v, vide sul declivio della collina, in mezzo al fumo, una batteria russa che sparava ancora e un gruppo di Francesi che correva verso di essa. Pi� innanzi, la fanteria russa era immobile: non andava avanti a portar aiuto alla batteria e non indietreggiava per seguire i fuggiaschi. Un generale a cavallo si stacc� da quella fanteria immobile e si avvicin� a Kutuz�v, il cui s�guito era ridotto a soli quattro uomini. Tutti erano pallidi e si guardavano senza dir nulla. - Fermate quei miserabili! - url�, ansimando Kutuz�v al comandante del reggimento, indicando i fuggiaschi; ma, proprio in quel momento, quasi a punirlo di quelle parole, innumerevoli proiettili, come uno stormo di uccelli, passarono volando e sibilando sul reggimento e sul s�guito del generalissimo. I Francesi attaccavano la batteria e, visto Kutuz�v, sparavano contro di lui. Quella scarica fer� a una gamba il comandante del reggimento; alcuni soldati furono uccisi e il sottotenente che reggeva la bandiera se la lasci� sfuggire di mano; la bandiera vacill� e cadde, impigliandosi nei fucili dei soldati vicini. I soldati senza averne avuto l'ordine, cominciarono a far fuoco. - Oh! - gemette Kutuz�v con un'espressione disperata. - Bolkonskij - mormor� con voce tremante, conscio della propria senile debolezza. - Bolkonskij, che succede? - soggiunse, indicando il battaglione disorganizzato e il nemico che avanzava. Ma, ancor prima che avesse finito di parlare, il principe Andr�j con il pianto in gola per la rabbia e per la vergogna era balzato da cavallo per correre verso la bandiera. - Ragazzi, avanti! - grid� con voce infantilmente stridula. �Ecco, ecco!�, pensava il principe Andr�j mentre, afferrata l'asta della bandiera, ascoltava con piacere i sibili dei proiettili diretti, evidentemente, proprio contro di lui. Alcuni soldati caddero. - Urr�! - grid� il principe Andr�j, reggendo a stento tra le mani la pesante bandiera, e si slanci� in avanti, con la certezza che tutto il battaglione lo avrebbe seguito. E infatti soltanto per pochi passi egli corse avanti da solo. Un soldato si mosse, un altro lo segu� e infine l'intero battaglione si slanci� e lo sorpass� gridando �urr�!�. Un sottufficiale del battaglione afferr�, correndo, la bandiera che vacillava, troppo pesante per le mani delicate del principe Andr�j, ma fu ucciso subito. Il principe Andr�j riusc� ad afferrare ancora una volta la bandiera e, trascinandola per l'asta, continu� a correre insieme con il battaglione. Vedeva dinanzi a s� i nostri artiglieri: alcuni si battevano, altri abbandonavano i cannoni e gli correvano incontro; vedeva anche i soldati della fanteria francese impadronirsi dei cavalli degli artiglieri e affrettarsi a voltare i cannoni. Insieme con il battaglione, il principe Andr�j era gi� a venti passi dalla batteria. Udiva sopra di s� il sibilo ininterrotto delle pallottole mentre vedeva incessantemente, alla sua destra e alla sua sinistra, soldati che gemevano cadendo. Ma non fermava lo sguardo su di essi: teneva gli occhi fissi soltanto su quello che avveniva di fronte a lui, l� dov'era la batteria. Distingueva nettamente la figura di un artigliere dai capelli rossi e con il chep� a sghimbescio che tirava a s� un caricatore che un soldato francese cercava di strappargli. Vedeva gi� chiaramente l'espressione smarrita e insieme inferocita di quei due uomini che evidentemente non capivano che cosa stessero facendo. �Che fanno, costoro?�, pensava il principe Andr�j, guardandoli. �Perch� l'artigliere rosso non fugge, dal momento che non ha pi� armi? E perch� il francese non lo uccide? Non far� in tempo a fuggire sin qui, che l'altro si ricorder� di avere un fucile e far� fuoco contro di lui�. Infatti un altro francese, con il fucile spianato, correva verso i due avversari e la sorte dell'artigliere dai capelli rossi, che ancora non capiva ci� che l'attendeva e si era trionfalmente impadronito del caricatore, stava per decidersi... Il principe Andr�j non vide per� come la cosa and� a finire. Ebbe l'impressione che uno dei soldati che gli erano pi� vicini lo colpisse sul capo con un grosso bastone. Non prov� un forte dolore; ci� che lo contrariava era il fatto che quel dolore lo distraeva e gli impediva di vedere quello che stava guardando. �Che c'�? Sto cadendo? Le gambe mi si piegano?�, pens�, e cadde supino. Apr� gli occhi sperando di vedere come fosse finita la lotta tra il francese e gli artiglieri; desiderava sapere se l'artigliere dai capelli rossi fosse stato ucciso o no e se i cannoni fossero caduti nelle mani dei nemici oppure fossero salvi. Ma non vide nulla. Sopra di lui non c'era pi� niente, pi� niente se non il cielo, il cielo alto, infinitamente alto, non sereno eppure infinitamente profondo, sul quale correvano dolcemente delle nuvole grigie. �Che dolcezza, che calma, che solennit�! Tutto diverso da quando io correvo!�, pens� il principe Andr�j. �Non � pi� come quando tutti gridavano e fuggivano, come quando l'artigliere e il francese si contendevano furenti il caricatore... Allora le nuvole non galleggiavano cos� alte in questo profondo cielo infinito! Perch� mai non lo vedevo, poco fa, questo cielo cos� profondo? E come sono felice di averlo finalmente conosciuto! S�, tutto � vanit�, tutto � inganno, fuorch� questo cielo senza fine! Nulla, nulla esiste se non questa immensit�. Ma non esiste neanche il cielo... nulla esiste all'infuori di questo silenzio e di questa pace... E sia lodato Iddio�. CAPITOLO 17. Alle nove, sull'ala destra di Bagrati�n, la battaglia non era ancora cominciata. Non volendo cedere alle pretese di Dolgorukov, che lo incitava a dare inizio all'azione, e desiderando declinare ogni responsabilit�, Bagrati�n propose a Dolgorukov di mandare a chiedere ordini dal generalissimo. Bagrati�n sapeva che, data la distanza di quasi dieci miglia che separava un'ala dall'altra, anche se l'inviato non fosse stato ucciso (com'era assai probabile) e anche supponendo che costui trovasse (cosa molto difficile) il comandante supremo, non sarebbe potuto tornare con gli ordini prima di sera. Bagrati�n volse sul s�guito lo sguardo dei grandi occhi assonnati e privi di espressione, e il primo viso che colp� la sua attenzione fu quello infantile di Rost�v, trepidante di ansiosa speranza. Mand� lui. - E se, eccellenza, se incontrassi sua maest� prima del generalissimo? - chiese Rost�v, immobile, con la mano alla visiera. - Potete fare l'ambasciata a sua maest� - disse Dolgorukov, affrettandosi a parlare prima di Bagrati�n. Finito il suo turno di servizio agli avamposti, Rost�v aveva potuto dormire un po' avanti lo spuntar del giorno e ora si sentiva allegro, ardito, deciso, con quella elasticit� di movimenti, quella sicurezza nella propria fortuna e quella disposizione di spirito che fa apparire ogni cosa facile, gaia, possibile. Quella mattina tutti i suoi desideri erano stati esauditi: si dava una battaglia campale alla quale egli prendeva parte; per di pi� era ufficiale d'ordinanza di un generale coraggiosissimo e, inoltre, veniva mandato in missione presso Kutuz�v o forse presso lo stesso imperatore. Il mattino era limpido, il suo cavallo in ottima forma. Si sentiva colmo di gioia e di felicit�. Non appena ricevuto l'ordine, spron� il cavallo e galopp� dapprima lungo le linee occupate dalle truppe di Bagrati�n, non ancora impegnate nell'azione; poi entr� nello spazio occupato dalla cavalleria di Uvarov (76) e qui not� i primi movimenti e i primi indizi dell'imminente combattimento; oltrepassata la cavalleria di Uvarov, ud� chiaramente avanti a s� le cannonate e le scariche di fucileria. I colpi si facevano sempre pi� forti. Nell'aria fresca del mattino non si diffondeva pi� come prima, a intervalli regolari, l'eco di due, tre colpi di fucileria e poi di una o due cannonate, ma lungo i declivi dei colli di Pratzen, si udiva il crepitio della fucileria interrotto da tiri di artiglieria cos� frequenti che talora alcuni colpi di cannone non risonavano pi� distintamente, ma si fondevano in un solo rombo ininterrotto. Sulle pendici dei monti le vampate dei fucili parevano fuggire e rincorrersi, e il fumo dei cannoni si infittiva in globi che si allargavano e si fondevano insieme. Tra il fumo si notavano, al luccichio delle baionette, le masse di fanteria in movimento e le linee serrate dell'artiglieria, con i suoi cassoni verdi. Sopra una piccola altura Rost�v ferm� un momento il cavallo per osservare ci� che avveniva; ma, per quanto aguzzasse lo sguardo, non pot� comprendere n� distinguere nulla: laggi�, in mezzo al fumo, si agitavano uomini, e truppe si muovevano avanti e indietro. Perch�? Chi erano? Dove andavano? Non era possibile capirlo. Quella vista e quei rumori non solo non destavano in Rost�v alcun sentimento di timore, ma non facevano che accrescere nel suo animo coraggio, energia e decisione. �Ancora, ancora, su; ancora pi� forte�, pensava, rivolgendosi mentalmente a quel frastuono, e di nuovo riprendeva a galoppare lungo la linea, spingendosi sempre pi� lontano e penetrando infine nella zona delle truppe che gi� combattevano. �Non so come si svolgeranno le cose laggi��, pensava, �ma certo tutto andr� benissimo�. Dopo aver oltrepassato alcuni reparti austriaci, Rost�v si avvide che il fronte dello schieramento immediatamente successivo (si trattava della Guardia) era gi� impegnato nell'azione. �Tanto meglio! Vedr� tutto da vicino!�, pens�. Stava cavalcando lungo la prima linea. Alcuni cavalieri gli venivano incontro al galoppo. Erano i nostri ulani della Guardia che tornavano all'attacco con le file in disordine. Rost�v li evit�, si avvide che uno di essi era coperto di sangue e galopp� oltre. �Questo non mi riguarda�, si disse. Non fece in tempo a percorrere un centinaio di passi che alla sua sinistra apparve, a un tratto, su una vastissima estensione di terreno, un'enorme massa di cavalieri, in divise bianche splendenti, che gli venivano incontro a trotto veloce. Rost�v lanci� il suo cavallo a spron battuto per uscire dalla loro strada e sarebbe riuscito a evitarli se essi avessero mantenuto un'andatura costante, ma quelli acceleravano la loro corsa sicch� alcuni cavalli gi� galoppavano. Rost�v sentiva sempre pi� nitidamente il calpestio degli zoccoli e il tintinnio delle armi e sempre pi� distinti gli apparivano i cavalli, le persone e persino i visi. Erano i nostri cavalieri della Guardia che andavano alla carica contro la cavalleria francese che le veniva incontro. La Guardia galoppava, ma tratteneva ancora i cavalli. Rost�v gi� vedeva le facce dei cavalieri, udiva il comando: �Avanti avanti!� urlato da un ufficiale che spingeva alla massima velocit� il suo purosangue. Temendo di essere travolto e trascinato irresistibilmente nell'attacco contro i Francesi, continuava a galoppare lungo il fronte con quanta forza aveva il suo cavallo, ma non fece in tempo a evitarli. Il cavaliere pi� esterno della fila, un uomo grande e grosso dalla faccia butterata, si accigli�, furioso di trovarsi davanti Rost�v contro il quale doveva inevitabilmente cozzare. Costui lo avrebbe senza dubbio atterrato con il suo Beduino (Rost�v si sentiva cos� piccolo e debole a paragone di quegli uomini giganteschi e dei loro cavalli) se non gli fosse venuta l'idea di agitare lo scudiscio contro gli occhi del cavallo che gli precipitava contro. Il pesante, altissimo morello s'impenn�, drizzando le orecchie ma il cavaliere butterato gli butt� nei fianchi i potenti speroni e l'animale, agitando la coda e tendendo il collo, galopp� oltre con la rapidit� del fulmine. Appena i cavalieri della Guardia ebbero superato Rost�v, egli li ud� gridare: �Urr�!� e, voltatosi indietro, vide che le prime file gi� si scontravano con altre file di soldati in divisa straniera dalle spalline rosse, senza dubbio Francesi. Poi non pot� vedere pi� nulla perch� subito dopo da qualche parte i cannoni cominciarono a sparare e tutto fu avvolto nel fumo. Nel momento in cui i cavalieri della Guardia, dopo averlo evitato, scomparvero nel fumo, Rost�v esit�, domandandosi se dovesse seguirli o andare l� dove era stato mandato. Era questo il magnifico attacco della Guardia russa a cavallo che meravigli� gli stessi Francesi. Rost�v fu atterrito quando in seguito venne a sapere che di quella enorme massa di bellissimi soldati, di giovani, ricchi e brillanti ufficiali e alfieri che gli erano passati accanto galoppando su migliaia di cavalli di gran pregio, erano rimasti in vita, dopo la carica, soltanto diciotto. �Perch� invidiare gli altri? La mia ora non tarder� e tra poco, forse, vedr� l'imperatore!�, pens� Rost�v e si allontan� al galoppo. Giunto all'altezza dei reparti della fanteria e della Guardia, si rese conto che essa era bersagliata dall'artiglieria nemica non tanto perch� sentiva fischiare i proiettili quanto perch� in faccia ai soldati egli lesse l'inquietudine e in faccia agli ufficiali una strana solennit� guerriera. Mentre passava dietro una delle linee dei reggimenti di fanteria della Guardia, ud� una voce chiamarlo per nome. - Rost�v! - Chi mi chiama? - domand�, non riconoscendo Bor�s. - Lo sai? Siamo capitati in prima linea! Il nostro reggimento � andato all'attacco! - disse Bor�s sorridendo di quel felice sorriso dei giovani che per la prima volta affrontano il battesimo del fuoco. Rost�v si ferm�. - Ebbene, com'� andata? - disse. - Li abbiamo respinti! - rispose vivacemente Bor�s, diventando loquace. - Non puoi immaginare... E Bor�s si mise a raccontare che la Guardia, ferma su una posizione e avendo veduto davanti a s� certe truppe, le aveva sulle prime scambiate per truppe austriache, quando all'improvviso, dai proiettili che quelle lanciavano, aveva capito di trovarsi in prima linea, e di dovere, inaspettatamente, entrare in azione. Rost�v, senza ascoltare oltre Bor�s, spron� il cavallo. - Dove vai? - chiese Bor�s. - Da sua maest�, per una missione. - Eccolo! - disse Bor�s, il quale aveva capito che Rost�v cercasse sua altezza anzich� sua maest�. Egli indic� il granduca che, a un centinaio di passi da loro, con l'elmo e la divisa di ufficiale della Guardia a cavallo, con le spalle alte e le sopracciglia aggrottate, gridava qualcosa a un ufficiale austriaco in divisa bianca, pallidissimo. - Ma quello � il granduca, e io devo parlare al generalissimo o all'imperatore! - disse Rost�v, e spron� il cavallo. - Conte, conte! - grid� allora Berg, che era eccitato quanto Bor�s, accorrendo dalla parte opposta. - Conte, sono stato ferito alla mano destra - (mentre parlava mostrava la mano insanguinata e bendata con un fazzoletto) - e non mi sono ritirato! Conte, tengo la sciabola con la mano sinistra: nella famiglia dei von Berg, conte, erano tutti cavalieri! Berg disse ancora qualcosa ma Rost�v, senza dargli pi� ascolto, si era allontanato. Oltrepassata la Guardia e uno spazio vuoto Rost�v, per non capitare di nuovo in prima linea come quando si era trovato proprio sotto la carica della cavalleria, si avvi� lungo le linee delle truppe della riserva, passando alla larga dal punto in cui si udivano pi� forti le scariche di fucileria e gli spari dei cannoni. A un tratto, davanti a s� e dietro alle nostre truppe, in un luogo nel quale non poteva neppur vagamente supporre la presenza del nemico, ud� delle fucilate vicinissime. �Che vuol dire questo?� si chieste Rost�v. �Il nemico alle nostre spalle? Non � possibile...�, pens�, e a un tratto fu assalito da un'orribile paura per se stesso e per l'esito della battaglia. �Comunque sia�, pens�, �ora non posso certo ritornare indietro. Devo cercare il generalissirno qui, e, se tutto � perduto, il mio dovere � di morire con gli altri�. Il presentimento funesto, che si era a un tratto impadronito di Rost�v, andava diventando certezza a mano a mano che egli si spingeva pi� innanzi nello spazio occupato da una massa di truppe diverse, oltre Pratzen. - Che �? Che succede? A chi tirano? Chi spara? - domandava Rost�v ai soldati russi e austriaci che accorrevano in fuga disordinata, tagliandogli la strada. - Eh, lo sa il diavolo! Siamo sconfitti! Tutto � perduto... - gli rispondevano in russo, in tedesco, in ceco, le bande dei fuggiaschi che non capivano pi� di lui che cosa stesse accadendo. - Abbasso i Tedeschi! - grid� uno. - Che il diavolo se li porti, quei traditori. - "Zum Henker diese Russen!" [77. Al diavolo, questi Russi!] borbott� un tedesco. Alcuni feriti si trascinavano lungo la strada. Invettive, grida, gemiti si confondevano in un unico generale frastuono. Gli spari erano cessati. Come pi� tardi venne a sapere Rost�v, si trattava di soldati russi e austriaci che sparavano gli uni contro gli altri. �Mio Dio! Che � mai questo?�, pensava Rost�v. �Anche qui, dove a ogni istante pu� vederli l'imperatore! Ma no... no... certamente si tratta di pochi vigliacchi. Passer�... non � possibile che succedano queste cose... Purch� io riesca a far presto, a passar oltre!�, pensava. Rost�v non poteva ammettere l'idea della disfatta e della fuga. Quantunque vedesse i cannoni e le truppe francesi sui colli di Pratzen, proprio l� dove gli avevano dato l'incarico di andare a cercare il generalissimo, non poteva e non voleva credere che quella fosse la realt�. CAPITOLO 18. Rost�v aveva l'ordine di cercare Kutuz�v o l'imperatore nei pressi del villaggio di Pratzen; ma non soltanto essi non vi si trovavano, ma non c'era neppure un capo. S'incontravano solo bande diverse di truppe disorganizzate. Sforz� il cavallo gi� spossato per oltrepassare al pi� presto quella turba ma, quanto pi� andava innanzi, tanto pi� cresceva il disordine tumultuoso. Sulla strada maestra, dove era uscito, si affollavano carrozze ed equipaggi di ogni specie, soldati russi e austriaci di tutte le armi, feriti e non feriti. Tutta quella folla tumultuava e ribolliva sotto il cupo fragore delle granate francesi collocate sulle alture di Pratzen. - Dov'� l'imperatore? Dov'� Kutuz�v? - domandava Rost�v a quanti poteva fermare; ma da nessuno riusciva a ottenere una risposta. Infine, afferrato per il bavero un soldato, lo costrinse a rispondere. - Eh, mio caro, da un pezzo sono scappati tutti quanti! - rispose il soldato, ridendo di chi sa che cosa e dibattendosi per liberarsi dalla stretta di Rost�v. Lasciato quel soldato, che certo era ubriaco, il giovane ufficiale ferm� il cavallo dell'attendente o del palafreniere di un personaggio importante e si mise a interrogarlo. L'ordinanza inform� Rost�v che un'ora prima l'imperatore era stato portato via in gran fretta, per quella stessa strada, gravemente ferito. - Non � possibile! - esclam� Rost�v. - Forse si tratta di qualcun altro... - L'ho visto con i miei occhi - ribatt� l'attendente con un sorriso presuntuoso. - E lo conosco bene l'imperatore: l'ho visto chi sa quante volte a Pietroburgo come ora vedo voi. Era seduto in carrozza pallido, pallidissimo... Quando hanno lanciato al galoppo i quattro morelli, santi benedetti, ci � passato davanti come un fulmine. Li conosco bene i cavalli dell'imperatore e conosco bene anche Ilj� Ivanyc', e Ilj� Ivanyc' non fa il cocchiere se non per lo zar. Rost�v lasci� andare il cavallo dell'attendente e stava per proseguire quando un ufficiale ferito che passava l� accanto gli rivolse la parola: - Chi cercate? - gli domand�. - Il generale in capo? E' stato ucciso da un obice che l'ha colpito in pieno petto, davanti al nostro reggimento. - Ucciso no, ma ferito - corresse un altro ufficiale. - Ma chi? Kutuz�v? - chiese Rost�v. - No, non lui, quell'altro... come si chiamava? Ma non importa. Ben pochi sono rimasti vivi... Andate da quella parte, verso quel villaggio, dove si � riunito tutto il comando - soggiunse l'ufficiale, indicando il villaggio di Hostieradek, e si allontan�. Rost�v procedeva al passo, non sapendo pi� da chi e dove andare. L'imperatore ferito, la battaglia perduta! Ormai non era pi� possibile dubitarne. Seguiva la direzione che gli era stata indicata verso il villaggio di cui distingueva in lontananza il campanile e la chiesa. Perch� avrebbe dovuto affrettarsi? Che cosa poteva dire, ormai, all'imperatore o a Kutuz�v se pure fossero stati vivi e illesi? - Andate da quella parte, eccellenza, se no sarete certamente ucciso' - gli grid� un soldato. - Sarete ucciso! - Che stai dicendo? - intervenne un altro. - Da che parte vuoi che vada? Di qui � pi� vicino. Rost�v riflett� per un momento e poi si avvi� proprio nella direzione che gli avevano indicata come pi� pericolosa. �Ormai tutto � indifferente! Se l'imperatore � ferito, perch� dovrei cercare di evitare i pericoli?�, pensava. E raggiunse quella parte del terreno dove erano stati uccisi in maggior numero i soldati in fuga da Pratzen. I Francesi non avevano ancora occupato quella localit� che i Russi, rimasti vivi o feriti, avevano abbandonato da un pezzo. Sul terreno, come biche su un buon campo, giacevano dai dieci ai quindici morti o feriti per ogni "dessiatina" (78) di terra. I feriti strisciando, si erano riuniti a gruppi di due o tre e si udivano le loro grida e i loro lamenti, forse talvolta simulati, come parve a Rost�v. Per non vedere tutti quegli uomini che soffrivano, il giovane mise il cavallo al trotto, e prov� un senso di paura. Egli non temeva per la sua vita, ma per il suo coraggio che gli era necessario e che, lo sapeva, non avrebbe sopportato la vista di quei disgraziati. I Francesi, che avevano smesso di sparare su quel campo disseminato di morti e di feriti, perch� ormai non vi si trovava pi� una persona viva, scorgendo a un tratto un aiutante di campo che lo attraversava, puntarono su di lui i pezzi e lanciarono parecchie granate. L'impressione prodotta da quei sibilanti, terribili suoni e da quei morti che lo circondavano, si trasform� per Rost�v in una sensazione di orrore e di piet� per se stesso. Ricord� l'ultima lettera della madre. �Che cosa proverebbe� pens�, �se mi vedesse ora qui, in questo campo, sotto il tiro dei cannoni nemici puntati su di me?�. Nel villaggio di Hostieradek c'erano truppe russe che si erano ritirate dal campo di battaglia e che, pur appartenendo a corpi e ad armi diverse, apparivano discretamente ordinate. L� il tiro dei cannoni francesi non li poteva raggiungere e il fragore degli spari pareva lontano. Tutti vedevano e dicevano ormai chiaramente che la battaglia era perduta. Nessuno sapeva indicare a Rost�v dove fosse l'imperatore n� dove fosse Kutuz�v, ed egli non sapeva pi� a chi domandare. Alcuni assicuravano che fosse vera la notizia circa la ferita dell'imperatore, altri dicevano che era falsa e ne spiegavano la diffusione con il fatto che effettivamente, nella carrozza imperiale, era stato portato via di galoppo dal campo di battaglia il gran maresciallo di Corte conte Tolst�j pallido e spaventato il quale, con gli altri del s�guito dell'imperatore, si era recato sul campo. Un ufficiale rifer� a Rost�v di aver notato nel villaggio, a sinistra, la presenza di alcuni pezzi grossi del comando. Rost�v si rec� nel luogo indicato senza speranza di trovare qualcuno, ma soltanto per sgravio di coscienza. Dopo aver percorso circa tre miglia e aver oltrepassato le ultime truppe russe, vide presso un orto, circondato da un fossato, due cavalieri in sosta. Uno dei due, che aveva un pennacchio bianco sul chep�, parve a Rost�v che non gli fosse sconosciuto; l'altro, che non conosceva, in sella a uno stupendo cavallo fulvo che Rost�v aveva certamente gi� veduto, si avvicin� al fossato, spron� e, allentando le briglie, salt� leggermente dall'altra parte. Soltanto un po' della terra smossa dagli zoccoli del cavallo cadde dall'orlo del fossato. Fatto poi voltare bruscamente l'animale, ripet� il salto e rispettosamente si volse al cavaliere dal pennacchio bianco, invitandolo, evidentemente, a fare la stessa cosa. Ma l'altro, la cui figura pareva nota a Rost�v e, chiss� perch�, teneva avvinta a s� l'attenzione del giovane, fece con il capo e con la mano un cenno negativo e proprio da quel cenno Rost�v riconobbe il suo adorato e pianto sovrano. �Ma non pu� essere lui, solo, in questo campo deserto!�, pensava Rost�v. In quel momento l'imperatore volt� il capo e Rost�v pot� vedere i lineamenti amati e cos� vivamente impressi nella sua memoria. L'imperatore era pallido, aveva le guance incavate e gli occhi infossati, ma tanto pi� grandi erano il fascino e la dolcezza dei suoi tratti! Rost�v si sent� felice, costatando la falsit� delle voci sulla ferita dell'imperatore. Si sent� felice di averlo veduto. Sapeva di potere, anzi di dovere, rivolgersi direttamente a lui per rifargli la domanda che Dolgorukov gli aveva ordinato di fargli. Ma come un giovane innamorato che trema e si turba, non osando dire quello che � il sogno delle sue notti e si guarda attorno smarrito quasi cercando un aiuto e la possibilit� di rimandare e di fuggire quando giunge il tanto sospirato minuto di trovarsi a tu per tu con lei, cos� Rost�v, che aveva raggiunto ci� che pi� desiderava al mondo, non sapeva come avvicinarsi al sovrano, e mille considerazioni gli si affacciavano per persuaderlo che era una cosa impossibile, sconveniente e inopportuna. �Ma come? Avrei l'aria di essere contento di approfittare del fatto che egli � solo e abbattuto. In questo momento di tristezza gli pu� essere penoso e imbarazzante la vista di una persona sconosciuta; e poi, che cosa potrei dirgli ora che, al solo guardarlo mi sento mancare il cuore e mi si inaridisce la bocca?�. Non uno degli innumerevoli discorsi che egli aveva preparato mentalmente, rivolgendosi all'imperatore, gli tornava ora alla memoria. Erano discorsi preparati per la maggior parte per circostanze ben diverse, che egli pronunziava per lo pi� nei momenti della vittoria e dei trionfi e specialmente quando, gravemente ferito, giaceva sul letto di morte, mentre l'imperatore lo ringraziava per il suo eroico comportamento ed egli, esalando l'estremo respiro, gli dimostrava con i fatti il suo devoto amore. �E poi, come farei a chiedergli ordini riguardanti l'ala destra, dal momento che ormai sono le quattro pomeridiane e la battaglia � perduta? No, decisamente non devo avvicinarmi a lui, non devo turbarlo nelle sue meditazioni. Preferisco mille volte la morte piuttosto che ricevere uno sguardo irritato o suscitare in lui una cattiva impressione�, decise Rost�v e, con il cuore colmo di amarezza e di disperazione, si allontan� continuando, tuttavia, a guardare l'imperatore immobile e sempre nel medesimo atteggiamento indeciso. Mentre Rost�v, immerso in quelle considerazioni, si allontanava tristemente, si trov� per caso a passare da l� il capitano von Toll (79) che, vedendo il sovrano, gli offr� i suoi servigi e lo aiut� a superare a piedi il fossato. L'imperatore, desiderando riposarsi e sentendosi poco bene, si mise a sedere sotto un melo e von Toll rimase accanto a lui. Rost�v da lontano vide con rammarico e con invidia von Toll parlare a lungo e animatamente con il sovrano e vide il sovrano che, evidentemente piangendo, si copriva gli occhi con la mano e stringeva quella di von Toll. �E pensare che potrei essere io al suo posto!�, si disse il giovane e, trattenendo a fatica lacrime di piet� per la sorte dell'imperatore, si allontan� disperato, senza sapere dove si dirigesse e perch�. La sua disperazione era tanto pi� profonda in quanto si rendeva conto che la propria debolezza era la causa di tanto dolore. Avrebbe potuto... non solo potuto ma dovuto avvicinarsi all'imperatore: gli si era offerta un'occasione unica per dimostrargli la sua devozione e non ne aveva approfittato... �Che ho fatto!�, pens�. Volt� il cavallo e ritorn� dove aveva veduto poco prima il sovrano, ma al di l� del fossato non c'era pi� nessuno. Passavano soltanto carri e vetture. Da un conducente Rost�v venne a sapere che lo stato maggiore di Kutuz�v si trovava non lontano di l�, e precisamente nel villaggio verso il quale si dirigevano i veicoli. E Rost�v li segu�. Davanti a lui camminava il palafreniere di Kutuz�v che conduceva alcuni cavalli con la gualdrappa. Seguiva una carrozza e, dietro ancora. un vecchio domestico del generalissimo, in berretto, pellicciotto, e con le gambe storte. - Tit, ehi, Tit! - chiam� il palafreniere. - Che vuoi? - rispose distrattamente il vecchio. - Tit, va' a trebbiare! - Scemo, puah! - rispose il vecchio e, irritato, sput�. Camminavano per un po' in silenzio e poi riprendevano a scherzare. Alle cinque pomeridiane la battaglia era definitivamente perduta su tutto il fronte. Pi� di cento cannoni erano gi� caduti nelle mani dei Francesi. Przebyscevskij con il suo corpo d'armata aveva deposto le armi. Le altre colonne, dimezzate, si ritiravano in masse disordinate. Il resto delle truppe di Langeron e di Dochturov si accalcava confusamente attorno agli stagni, sulle dighe e presso il villaggio di Auhest. Alle sei soltanto attorno alla chiusa di Auhest si udiva ancora il rombo dei cannoni dei Francesi che avevano postato parecchie batterie sul pendio delle colline di Pratzen e sparavano contro le nostre truppe che si ritiravano. Alla retroguardia, Dochturov e gli altri raccoglievano i battaglioni e si difendevano a fucilate contro la cavalleria francese che li inseguiva. Annottava. Sulla stretta diga di Auhest, dove per tanti anni si era tranquillamente seduto il vecchio mugnaio con il berretto in testa e la lenza in mano, mentre il nipotino con le maniche della camicia rimboccate cercava di afferrare nel secchio i palpitanti pesciolini d'argento; su quella stessa diga dove per tanti, tanti anni i Moravi, in berrettoni di pelo e grosse giubbe turchine, passavano, pacificamente su carri a due cavalli carichi di grano e per la stessa strada ritornavano bianchi di farina; su quella stessa diga ora, tra carriaggi e cannoni, sotto i cavalli e tra le ruote, si pigiavano uomini stravolti dal terrore della morte, scavalcandosi l'un l'altro, passando sopra i moribondi, uccidendo, soltanto per essere poi ugualmente uccisi, dopo qualche passo. A intervalli brevissimi, di dieci secondi, in mezzo a quella densa folla cadeva una palla di cannone e scoppiava una granata uccidendo e coprendo di sangue coloro che si trovavano vicini. D�lochov, ferito a un braccio, appiedato, con dieci o dodici soldati della sua compagnia (era gi� stato promosso ufficiale) e il comandante del reggimento, ancora a cavallo, erano i soli superstiti del loro reggimento. Sospinto dalla folla, quel pugno di uomini si accalcava verso l'imboccatura della diga e, premuto da tutte le parti aveva dovuto fermarsi perch� pi� avanti un cavallo era caduto sotto un cannone e la folla si affaccendava per tirarlo fuori. Una cannonata uccise alcuni soldati dietro di loro; un'altra colp� qualcuno e fece schizzare del sangue su D�lochov. La folla premette disperatamente in avanti, avanz� di alcuni passi, si ferm�. �Ancora cento passi e sono salvo... Se resto qui ancora dieci minuti, � la morte sicura...�, ciascuno pensava. D�lochov, che era in mezzo alla folla, si slanci� verso il margine esterno della diga, facendo ruzzolare a terra due soldati e corse sul ghiaccio sdrucciolevole, che copriva lo stagno. - Voltate quel cannone! - gridava, correndo sul ghiaccio che scricchiolava sotto di lui. - Voltatelo! Regge! Il ghiaccio resisteva, s�, ma s'incurvava e scricchiolava, ed era evidente che stava per aprirsi non solo sotto il peso del cannone e della folla, ma anche sotto quello del solo D�lochov. Tutti lo guardavano e si serravano sulla riva senza decidersi a scendere sul ghiaccio. Il comandante del reggimento, che era sull'orlo, a cavallo, alz� la mano e apr� la bocca, rivolgendosi a D�lochov. All'improvviso un proiettile sibil� passando cos� basso che tutti si chinarono. Si ud� come un tonfo in una pozza: il generale e il cavallo caddero in un lago di sangue. Nessuno si volse a guardare, nessuno pens� a sollevare il generale. - Va' sul ghiaccio! Avanti! Va' sul ghiaccio! Voltate quel cannone! Non senti? - gridarono insieme, dopo che la palla aveva colpito il generale, molte voci di soldati che non sapevano neppur loro perch� lo facessero. Uno degli ultimi cannoni che salivano sulla diga and� sul ghiaccio. Una turba di soldati si mise a correre, scendendo la diga, sullo stagno gelato. Sotto il peso di uno dei primi, il ghiaccio si ruppe, una gamba dell'uomo si immerse nell'acqua; egli cerc� di rizzarsi e sprofond� sino alla cintola. I soldati pi� vicini esitarono, il conducente del cannone ferm� il cavallo, ma alle sue spalle risonavano ancora le stesse grida: �Avanti, avanti sul ghiaccio! Perch� si fermano?�. E urli di terrore serpeggiavano tra la folla. I soldati che circondavano i cannoni agitavano le braccia e battevano i cavalli per farli girare e avanzare. Gli animali, recalcitrando, si mossero. Il ghiaccio, che reggeva gli uomini appiedati, si spacc� per un ampio tratto, e una quarantina di uomini che vi erano sopra, gettandosi avanti e indietro tra urla di spavento, caddero nell'acqua e affogarono. Le palle di cannone continuavano a sibilare a intervalli regolari e piombavano sul ghiaccio, nell'acqua e, pi� spesso, in mezzo alla folla che copriva la diga, le sponde e lo stagno. CAPITOLO 19. Sul poggio di Pratzen giaceva il principe Andr�j Bolkonskij, nello stesso posto in cui era caduto, tenendo in pugno l'asta della bandiera. Perdeva sangue e, senza rendersene conto, emetteva a tratti un gemito sommesso, pietoso e infantile. Verso sera cess� di lamentarsi e svenne. Non seppe mai quanto fosse durato il suo deliquio. A un tratto sent� di essere vivo e di soffrire per un violento dolore che gli straziava la testa. �Dov'� quel cielo profondo che prima non conoscevo e che ho visto oggi per la prima volta?�, fu il suo immediato pensiero. �E anche questa acuta sofferenza mi era ignota... S�, non sapevo nulla di nulla, sinora... Ma dove sono?�, si chiese. Tese l'orecchio e ud� un calpestio di zoccoli che si avvicinava e alcune voci che parlavano in francese. Apr� gli occhi. Sopra di lui c'era di nuovo quello stesso cielo profondo sul quale galleggiavano le nuvole che salivano sempre pi� su e attraverso le quali si scorgeva l'infinito azzurro. Egli non volt� la testa e non vide coloro che, a giudicare dal rumore degli zoccoli e delle voci, si erano fermati e si avvicinavano a lui. Quei cavalieri erano Napoleone e due suoi aiutanti di campo. Percorrendo il campo di battaglia, Bonaparte impartiva gli ultimi ordini per rinforzare le batterie che sparavano sulla diga di Auhest, e osservava gli uccisi e i feriti rimasti sul campo di battaglia. - "De beaux hommes!" [80. Bella gente!] - disse Napoleone, guardando un granatiere russo caduto che, con la faccia contro il suolo e la nuca annerita, giaceva bocconi con un braccio proteso lontano, gi� irrigidito dalla morte. - "Les munitions des pi�ces de position sont �puis�es, sire!" [81. Le munizioni per i pezzi in postazione sono finite, sire!] - gli disse in quel momento un aiutante di campo che veniva dalle batterie puntate verso Auhest. - "Faites avancer celles de la r�serve" [82. Fate portare quelle della riserva] - ordin� Napoleone e, fatti alcuni passi, si ferm� presso il principe Bolkonskij che giaceva supino accanto all'asta della bandiera, il cui drappo era stato preso dai Francesi come trofeo. - "Voil� une belle mort" [83. Ecco una bella morte] - disse Napoleone, guardando il principe Andr�j. Il principe Andr�j comprese che quelle parole si riferivano a lui e che chi parlava era Napoleone, giacch� aveva udito chiamare �sire� colui che le aveva pronunziate. Ma le voci gli giungevano come il ronzio di una mosca. Non solo non lo interessavano, ma vi bad� appena e le dimentic� subito. La testa gli ardeva: sentiva di perdere sangue e vedeva sopra di s� il cielo lontano, profondo e infinito. Sapeva che colui che parlava era Napoleone, il suo eroe, ma in quel momento Napoleone gli pareva un uomo straordinariamente piccolo e insignificante, a paragone con ci� che stava accadendo tra la sua anima e quel cielo profondo e infinito sul quale correvano, inseguendosi, le nuvole. Gli era assolutamente indifferente chi fosse colui che era l� e che cosa egli dicesse, era soltanto contento per il fatto che degli uomini gli si fossero fermati vicino e desiderava soltanto che lo aiutassero a ritornare alla vita, che gli pareva adesso tanto bella giacch� soltanto adesso la capiva in modo cos� diverso. Raccolse tutte le forze che gli restavano per muoversi, articolare un suono qualsiasi. Agit� un poco una gamba ed emise un gemito debole e doloroso che impietos� anche lui stesso. - Oh, � vivo! - esclam� Napoleone. - Sollevate da terra questo giovane, "ce jeune homme", e portatelo al posto di soccorso. Detto ci�, Napoleone si allontan�, movendo incontro al maresciallo Lannes che, alzando il cappello, sorridendo e congratulandosi per la vittoria, veniva verso l'imperatore. Il principe Andr�j non ricord� null'altro, perse i sensi per l'intenso dolore provato mentre lo adagiavano sulla barella, per le scosse inevitabili durante il trasporto e per l'esame doloroso della ferita al posto di medicazione. Rinvenne soltanto alla fine della giornata quando, con altri ufficiali russi feriti e prigionieri, venne portato all'ospedale. Durante questo secondo trasporto si sent� meglio e fu in condizione di guardare attorno a s� e di parlare. Le prime parole che ud�, riavendosi, furono quelle dell'ufficiale francese di scorta che diceva in fretta: - Fermatevi qui. L'imperatore passer� tra poco e gli far� piacere vedere questi prigionieri. - Oggi ce ne sono tanti, quasi tutto l'esercito russo � prigioniero... e pu� darsi che ormai si sia gi� annoiato di vederne - obiett� un altro ufficiale. - Be', tuttavia... Questo qui, dicono, comandava tutta la Guardia dell'imperatore Aleks�ndr - osserv� il primo che aveva parlato, e indic� un ufficiale russo ferito nella bianca divisa della Guardia a cavallo. Bolkonskij riconobbe in lui il principe Repn�n (84) che incontrava spesso nei salotti di Pietroburgo. Accanto giaceva un altro ufficiale ferito della Guardia a cavallo, un ragazzo di diciannove anni. Bonaparte, sopraggiunto al galoppo, ferm� il cavallo. - Chi � il superiore in grado? - chiese, alla vista dei prigionieri . Gli fu nominato il colonnello principe Repn�n. - Voi comandavate la Guardia dell'imperatore Aleks�ndr? - chiese Napoleone. - Comandavo solo uno squadrone - rispose Repn�n. - Il vostro reggimento ha compiuto con onore il proprio dovere. - La lode di un grande capitano � il premio migliore per un soldato - rispose Repn�n. - E ve la faccio con piacere - disse Napoleone, e aggiunse: - Chi � questo giovane accanto a voi? Il principe Repn�n fece il nome del tenente Suchtelen (85). Dopo averlo guardato, Napoleone disse sorridendo: - "Il est venu bien jeune se frotter � nous" [86. E' venuto troppo giovane a battersi con noi]. - La giovinezza non impedisce di aver coraggio - mormor� con voce rotta Suchtelen. - Magnifica risposta! - esclam� Napoleone. - Giovanotto, voi andrete lontano. Il principe Andr�j, messo in prima fila davanti all'imperatore in quel trofeo di prigionieri, non poteva sfuggire all'attenzione di Napoleone. Ricordandosi, evidentemente, di averlo visto sul campo di battaglia, si rivolse a lui, usando quello stesso appellativo di giovanotto, "jeune homme", insieme con il quale Bolkonskij gli era rimasto impresso nella memoria. - "Et vous, jeune homme?" - chiese volgendosi a lui. - Come vi sentite, "mon brave?" [87. E voi, giovanotto? Come vi sentite, mio coraggioso?]. Bench� cinque minuti prima il principe Andr�j fosse stato in grado di poter dire alcune parole ai soldati che l'avevano portato l�, ora, fissando gli occhi di Napoleone, taceva... In quel momento tutti gli interessi che preoccupavano Napoleone gli parevano cos� meschini e il suo eroe stesso con la sua piccola ambizione, con quella sua gioia per la vittoria, cos� insignificante a confronto con quel profondo cielo, giusto e buono, da lui veduto e compreso, che non pot� rispondergli. Tutto ora gli sembrava inutile e piccolo di fronte al severo e maestoso slancio del pensiero suscitato in lui dalla debolezza, dal dolore fisico, dalla perdita di sangue e dall'attesa della morte vicina. Guardando negli occhi Napoleone, il principe Andr�j pensava alla vanit� della grandezza, alla vanit� della vita di cui nessuno poteva capire il significato, alla vanit� ancora pi� grande della morte di cui nessuno tra i vivi poteva intendere e spiegare il senso. L'imperatore, senza aspettare la risposta, si volt� e, mentre si allontanava, ordin� a un ufficiale superiore: - Si abbiano per questi signori le massime cure, siano portati al mio bivacco. Voglio che il mio dottor Larrey (88) esamini le loro ferite. Arrivederci, principe Repn�n! - e, spronato il cavallo, se ne and� al galoppo. Sul suo viso splendevano la soddisfazione di se stesso e la felicit�. I soldati che avevano trasportato il principe Andr�j e che gli avevano tolto la piccola immagine d'oro che la principessina M�rija gli aveva messo al collo (89), costatata la benevolenza con cui l'imperatore aveva trattato il prigioniero, si affrettarono a restituirgliela. Il principe Andr�j non vide chi gliela aveva rimessa n� come, ma sopra l'uniforme, sul petto, era ricomparsa, tutto a un tratto, la medaglietta appesa alla sottile catenina d'oro. �Come sarebbe bello�, pens� il principe Andr�j, guardando quell'immagine che con tanta commozione e affetto la sorella gli aveva messo al collo, �come sarebbe bello se tutto fosse cos� limpido e semplice come sembra alla principessina M�rija! Come sarebbe bello sapere dov'� possibile cercare aiuto in questa vita e cosa ci aspetta quando essa � finita, l� oltre la tomba! Come sarei felice e tranquillo se ora potessi dire: Signore, perdonami! Ma a chi lo direi? La forza indefinita, incomprensibile, inaccessibile alla quale non posso rivolgermi, ma che neppure so esprimere a parole, � il gran Tutto o il Nulla?�, diceva a se stesso. �Oppure � quel Dio cucito qui, in questo amuleto datomi dalla principessina M�rija? Nulla, nulla vi � di certo all'infuori della vanit� di ci� che posso comprendere e della maest� di qualcosa di incomprensibile e di troppo grande!�. Le barelle si mossero. Ogni scossa gli procurava un dolore insopportabile; la febbre era salita, ed egli cominciava a delirare. Il pensiero del padre, della moglie, della sorella, del figlio che doveva nascere, della tenerezza provata la notte prima della battaglia, la figura del piccolo, insignificante Napoleone, e su tutto ci� il cielo profondo e infinito, costituivano le visioni confuse e vaghe del suo delirio. Gli si affacciarono alla mente la vita tranquilla e la dolce felicit� familiare di Lissia-Gori. E gi� godeva di quella felicit�, quando, a un tratto, ecco comparire il piccolo Napoleone con il suo sguardo indifferente, limitato e felice della sventura altrui, e allora i dubbi, le sofferenze ritornavano, e soltanto il cielo prometteva tranquillit� e pace. Verso il mattino tutti questi sogni si mescolarono e si confusero nel caos e nelle tenebre del delirio e dell'incoscienza che, secondo il parere dello stesso Larrey, medico di Napoleone, sarebbero finiti con la morte piuttosto che con la guarigione. - "C'est un sujet nerveux et bilieux" - disse Larrey, - "il n'en r�chappera pas" [90. E' un soggetto nervoso e bilioso; non se la caver�]. Insieme con gli altri feriti in condizioni disperate, il principe Andr�j fu affidato alle cure degli abitanti del luogo. NOTE. N. 10. Diminutivo di Elena. N. 11. Serg�j Kuzmic' Vjazmitinov (1749-1819). Generale di fanteria, fu vicepresidente del Consiglio di guerra dal 1802, poi ministro della guerra. Dal 1805 al 1811 fu governatore di Pietroburgo, nel 1812 ministro della polizia e, lo stesso anno, presidente del Consiglio dei ministri. N. 26. Era usanza che la donna baciasse il capo dell'uomo che le stava baciando la mano. N. 29. Sic. N. 42. "Petits enfants, allez coucher, dormir". (Ragazzini, andate a letto a dormire). N. 43. �Arnauti� � una denominazione, di origine turca, della popolazione albanese. In Russia venivano denominati �arnauti� gli albanesi d'origine che abitavano nel distretto di Izmail, nella Bessarabia. N. 44. P�tr Petrovic' Dolgorukov (1771-1806). Mandato in missione presso Napoleone prima della battaglia di Austerlitz, convinto della supremazia russa, favor� il precipitare degli avvenimenti. Durante la battaglia di Austerlitz comandava la fanteria del corpo di Bagrati�n. N. 45. Karl Philipp Schwarzenberg (1771-1820) feldmaresciallo austriaco, comandante degli alleati contro Napoleone. Tra gli incarichi diplomatici che ebbe, vi fu anche quello di trattare le nozze del Bonaparte con Maria Luisa Asburgo. N. 46. Arkadij Iv�novic' Mark�v (1747-1827), diplomatico russo che prest� servizio sotto Caterina Seconda, Paolo Primo e Alessandro Primo. Negli anni 1801-1803 fu ambasciatore a Parigi, che dovette lasciare perch� risultato sgradito a Napoleone. N. 47. Adam Ciartoritzskij (1770-1861), di origine polacca, fu una figura eminente non solo del mondo russo, ma anche di quello internazionale europeo. Opera sua � la politica ostile a Napoleone del governo russo durante la quarta coalizione. Dopo la pace di Tilsit, lasci� la Russia e si ritir� in Polonia, curandone gli interessi. N. 49. "Allez allez!" (Andate, andate!). N. 52. Jakov Vass�levic' Villiers (1765-1854), barone russo di origini scozzesi, medico celebre. Dal 1809 al 1838 fu presidente dell'Accademia medico-chirurgica. N. 53. Anne-Jean-Marie-Ren� Savary (1774-1833), nominato duca di Rovigo dopo la battaglia di Friedland (1807). Fu aiutante di campo di Napoleone in Egitto e a Marengo; divenuto colonnello della gendarmeria popolare assunse anche il ruolo di capo della polizia segreta. Dopo aver guidato l'armata spagnola, succedette a Fouch� nel 1810 come responsabile del ministero della polizia. Durante la monarchia di Luglio fu comandante in capo in Algeria. Redasse interessanti "Memorie per servire alla storia dell'imperatore Napoleone", pubblicate nel 1828. N. 54. Com'� noto, i Russi rifiutarono fino al 1919 di riconoscere la riforma del calendario stabilita da papa Gregorio Tredicesimo (1502- 1585; papa dal 1572) con la bolla �Inter gravissimas� del 1582. Una delle conseguenze pi� vistose della riforma gregoriana del calendario fu la soppressione dei giorni 5-14 ottobre 1582. Alle datazioni �ortodosse� di Tolst�j, per avere la datazione del calendario occidentale, bisogna aggiungere perci� 12 giorni. E infatti la battaglia di Austerlitz di cui si parla in queste pagine ebbe luogo il 2 dicembre 1805. N. 55. Max Wimpfen (1770-1807), generale austriaco, aggregato nel 1805 allo Stato maggiore di Kutuz�v. N. 56. Alexander F., conte di Langeron (1763-1831), dopo essere stato ufficiale regalista francese, nel 1789 pass� a servizio della Russia, per la quale prese parte alle guerre contro i Turchi e contro Napoleone. A Odessa conobbe A. S. Puskin. N. 57. Johann Joseph, principe di Liechtenstein (1760-1836), feldmaresciallo austriaco. Diresse i negoziati che portarono alla pace di Presburgo (1805) e firm� per l'Austria il trattato di Sch�nbrunn. N. 58. Friedrich Ludwig, principe di Hohenlohe (1746-1818), generale di origini prussiane, partecip� alle battaglie di Austerlitz e Jena. N. 59. Si tratta di Ignatij Jakovlevic' Przebyscevskij (n. 1775), il quale prese parte alla battaglia di Austerlitz come comandante della terza colonna dell'esercito russo. Fatto prigioniero, al suo ritorno in patria venne processato e degradato a soldato semplice per la durata di un mese, trascorso il quale decise di ritirarsi dal servizio. N. 61. Micha�l Andr�evic' Milor�dovic'' (1771-1825) partecip� alla guerra russo-turca e a tutte le campagne napoleoniche. Fu governatore di Pietroburgo e cadde per le ferite infertegli dai ribelli durante l'insurrezione decabrista. N. 62. Aleks�j Andr�evic' Arakceev (1769-1834), generale di artiglieria, favorito di Alessandro Primo, fu ministro della guerra. Noto per la sua durezza e la sua crudelt�. N. 72. "Quandoque bonus dormitat Homerus!". Qui, e in pochi altri casi, il Tolst�j ha una disattenzione e descrive come �grigi� gli occhi dell'imperatore, che descrive invece come �azzurri� nel corso della rivista (confronta capitolo 10) e altrove. N. 73. P�ter Mich�ilovic' Volkonskij (1776-1852), generale-aiutante di campo di Alessandro Primo. Si distinse nella battaglia di Austerlitz. N. 74. Pavel Aleks�ndrovic' Stroganov (1774-1817), amico d'infanzia di Alessandro Primo e, in seguito, suo aiutante di campo. Partecip� alla battaglia di Austerlitz, fu a Londra con incarichi diplomatici e infine si distinse a Borodin�. N. 76. F�dor Petrovic' Uvarov (1770-1824) protesse la ritirata dei Russi ad Austerlitz con la cavalleria. Combatt� anche a Borodin�. Partecip� a tutte le campagne contro Napoleone. N. 78. Misura pari a circa un ettaro. N. 79. K�rl F�dorovic' von Toll (1777-1842), traduttore in russo dell'ordine di operazioni di Weirother, che pervenne ai vari comandi a battaglia gi� iniziata. Capo di Stato maggiore nel 1830, partecip� nello stesso anno alla repressione dell'insurrezione polacca. N. 84. Nikol�j Grigorevic' Repn�n (1778-1833), principe, generale e aiutante di campo. Ferito al petto e alla testa ad Austerlitz, venne fatto prigioniero con soli 18 uomini del suo celebre quarto squadrone di cavalleria della Guardia. N. 85. Pavel Petrovic' Suchtelen (1788-1833), conte, generale e aiutante di campo. Ad Austerlitz ricopriva il grado di cornetta; ferito e fatto prigioniero, ritorn� patria nel 1806. N. 88. Dominique-Jean Larrey (1766-1842), barone, pioniere della chirurgia francese e medico personale di Napoleone, che accompagn� anche a Waterloo dove venne ferito. Lasci� numerose memorie delle campagne militari a cui partecip�, oltre a diverse pubblicazioni scientifiche. N. 89. Un'altra distrazione del Tolst�j! Confronta nel capitolo 25 della Parte prima una diversa descrizione della �piccola immagine� donata ad Andr�j da sua sorella M�rija. #
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