Liberalismo Terzomondista, allora



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CINQUE PERCORSI DI LIBERALISMO TERZOMONDISTA
di Maurizio Stefanini
Liberalismo terzomondista
Liberalismo Terzomondista, allora. Scomponiamo il concetto complesso nelle sue unità costitutive.

Liberalismo. Diamo questo concetto per postulato. Se non altro, per non fare concorrenza alle altre 19 lezioni di questa Scuola.

Terzo Mondo. Il termine compare per la prima volta il 14 giugno 1952 in un articolo della rivista France-Observateur firmato dall’economista e demografo Alfred Sauvy. “Questo Terzo Mondo, ignorato, sfruttato, disprezzato aspira, come il Terzo Stato, a diventare qualcosa”, scrisse Sauvy, alludendo il famoso pamphlet “rivoluzionario” del gennaio 1789 di Emmanuel-Joseph Siyès: Qu’est-ce que le Tiers Etat. In seguito nel 1956 lo stesso Sauvy lo utilizzò come prefazione per un libro scritto da Georges Balandier: Le Tiers du monde, sous-développement et développement. Ma già nel 1955 l’iniziativa dell’indiano Nehru, dell’indonesiano Sukarno e dell’egiziano Nasser aveva trasformato l’accezione del termine da puramente descrittiva a geopolitico-diplomatica, con la convocazione della Conferenza di Bandung. Vi presero parte 29 Paesi africani e asiatici, oltre alla Jugoslavia di Tito, e vi fu proclamato il principio del non allineamento tra i due blocchi a guida Usa e a guida Urss, il “primo” e “secondo mondo”. Il Terzo Mondo, insomma, era costituito da tutti i Paesi in via di sviluppo di nuova indipendenza. In seguito il concetto sarebbe stato esteso anche all’America Latina e ai suoi Paesi di indipendenza più antica.

Terzomondismo. E’ l’ideologia che nasce dal concetto geopoltico di Terzo Mondo, inteso non solo come “sindacato” di Paesi in via di sviluppo, ma anche come area che richiederebbe ricette ideologiche originali. Anzi, un ulteriore sviluppo del pensiero terzomondista arriva addirittura a postulare che il Terzo Mondo è il laboratorio per politiche nuove da esportare nel Primo e Secondo Mondo.

Il terzomondismo si collega strettamente col processo di marginalizzazione geografica del pensiero marxista. Marx, come è noto, pensava a una rivoluzione nei Paesi più avanzati che avrebbe dovuto poi estendersi al resto del mondo, secondo il processo di diffusione della civiltà rappresentato da quell’espansione coloniale di cui era un sostenitore. Ma già Lenin constata che nel Primo Mondo il capitalismo è ormai troppo forte, anche perché utilizza lo sfruttamento dei popoli colonizzati per acquisire le risorse necessarie a risolvere le proprie contraddizioni e “comprare” il consenso del proletariato occidentale. Quindi avanguardia della rivoluzione potrà essere solo il proletariato industriale dei grandi Paesi di nuova industrializzazione: Russia, India, Cina. Mao fa un altro passo ancora: non solo la rivoluzione comunista verrà dal Terzo Mondo, ma protagonisti ne dovranno essere non gli operai bensì i contadini, tra cui costruire il partito con un paziente lavoro di educazione politica. Ma pure questa tappa dell’”educazione” è saltata da Castro e Che Guevara, per i quali basta che un pugno di intellettuali inizi la guerriglia nelle campagne di un Paese “dipendente” per scatenare rivoluzioni di portata continentale. Il mito maoista e castrista dei sessantottini pretende di applicare la lezione del Terzo Mondo come antitodo all’instupidente riformismo della sinistra storica occidentale. Risultato inevitabile: la Raf e le Br. Dopo il 1989 il Terzo Mondo diventa un mero rimprovero dell’Occidente: è vero, noi stiamo bene, ma perché sfruttiamo il Terzo Mondo. Naomi Klein è l’analisi leninista senza più partito e strategia rivoluzionaria. Tra la rivoluzione zapatista del 1995 e l’invenzione del Forum Sociale di Porto Alegre del 2001 il Terzo Mondo ridiventa il sessantottino laboratorio da cui il Primo Mondo dovrebbe imparare. Se non altro, rispetto alle utopie sessantottine queste sono meno sanguinose. Il Subcomandante Marcos è un personaggio con evidenti limiti, ma il cui richiamo alla violenza è stato essenzialmente simbolico e che a modo suo recepisce la lezione dell’89 sulla fine del mito della conquista dello Stato. Quanto a Lula, è un personaggio che ammicca a fumisterie assembleari, ma che sostanzialmente si configura come un socialdemocratico di vecchio stampo.

Non c’è però solo il terzomondismo marxista o marxisteggiante. Anche altre fedi politiche o religiose occidentali hanno cercato nel Terzo Mondo speranze di rinnovamento rispetto alle inadeguatezze della loro esperienza del Primo Mondo. Il cattolicesimo post-conciliare, ad esempio, ha visto nella Teologia della Liberazione l’esempio di una fede cristiana, popolare e progressista contrapposta a quella “borghese” e “perbenista” di Europa e Nord America. Quella che oggi in Italia è chiamata “destra sociale” vede da sempre nel, peronismo argentino l’utopia di un nazional-sindacalismo egemone nel movimento operaio. La socialdemocrazia europea è stata affascinata in passato da Allende e dai sandinisti e oggi da Lula.

Anche alcune correnti di pensiero terzomondista non marxista hanno avuto l’ambizione di rappresentare una nuova speranza per il mondo intero: dal Libretto Verde di Gheddafi alla Rivoluzione Islamica di Khomeini, dalle utopie di Gandhi alla Fratellanza Musulmana. Più spesso, però, l’idea è stata semplicente quella che, poiché il Terzo Mondo ha problemi specifici, bisogna cercarvi strade autonome: è l’ideologia dello stesso peronismo come dell’aprismo del peruviano Haya de la Torre, del panafricanismo del ghaniano Nrkrumah come del socialismo africano di Sédar Sénghor, dell’African National Congress sudafricano come dell’indipendentismo eritreo, del Baath siro-irakeno come del nasserismo egiziano, dell’M-19 colombiano come del torrijismo panamense. E un’altra variante è quella secondo il quale il Terzo Mondo deve semplicemente sforzarsi di trovare strade originali per tradurre le varie ideologie occidentali in contesti differenti: la “rivoluzione in libertà” del cileno Frei e il “comunionismo” del salvadoregno Duarte rispetto all’esperienza della Dc europea; i partiti “nazional-rivoluzionari” latino-americani rispetto alla socialdemocrazia tradizionale; il Congrezzo Nazionale Indiano di Nehru rispetto alla democrazia inglese; di recente anche l’indipendentismo tibetano del Dalai Lama rispetto all’ecologismo.



Liberalismo Terzomondista. L’etichetta del “liberalismo terzomondista” rientra in quest’ultimo ambito, ed è stata creata da Domingo Laíno: nato nel 1939, è stato leader del Partito Liberale Radicale Autentico del Paraguay negli anni ’80, quando questo era il principale partito di opposizione alla dittatura del generale Stroessner. Col ritorno alla democrazia è stato per tre volte candidato alla presidenza della repubblica, venendo però per tre volte sconfitto: nel 1989 col 18% dei voti, nel 1993 col 31,1% e nel 1998 per il 43,3%. Nel 1999 è stato però estromesso dalla leadership del partito, e il suo avversario Yoyito Franco, divenuto candidato ufficiale, è diventato vicepresidente della repubblica in elezioni suppletive, e sarà il candidato del Plra per le presidenziali di aprile. Laíno ha una certa fama per il suo ruolo di Sakharov o Rugova o Mandela del Paraguay al tempo di Stroessner, quando fu arrestato oltre 100 volte. Inoltre ha ricevuto nel 1991 il Premio della Libertà dell’Internazionale Liberale. Dal punto di vista intellettuale si è però limitato a creare un’etichetta per qualcosa che già c’era. D’altra parte, quello che Laíno ha definito “liberalismo terzomondista” non è che uno dei cinque grandi approcci possibili al problema del liberalismo nel Terzo Mondo, che potremmo definire più propriamente del “liberalismo terzomondiale”.

Ecco i cinque approcci.



  1. Il liberalismo come Occidente. Dalla teoria della “Civiltà o barbarie” di Domingo Faustino Sarmiento alle polemiche contro l’”idiota latino-americano” di Carlos Alberto Montaner, Plinio Apuleyo Mendoza e Álvaro Vargas Llosa, con la testimonianza letteraria di Jorge Luis Borges.

  2. Il liberalismo come inculturazione. La critica di José Martí a Sarmiento e le teorie di Sun Yat-sen.

  3. Il liberalismo come invenzione di una tradizione liberale in culture non occidentali. Il libertarismo islamico di Imad-ad-Dean Ahmad e il liberalismo panafricano di Abdoulaye Wade.

  4. Il liberalismo come costruzione dello Stato moderno. E’ la tradizione di cui fa parte anche il liberalismo risorgimentale italiano e in cui si inserice il liberalismo terzomondista di Domingo Laíno.

  5. Il liberalismo come rivoluzione imprenditoriale di massa nel Terzo Mondo. Il capitalismo popolare di Muhammad Yunus e il capitalismo informale di Hernando de Soto.


Il liberalismo come Occidente
Partiamo dunque da Domingo Faustino Sarmiento. Nato nel 1811, morto nel 1888, presidente della Repubblica Argentina tra 1869 e 1874. Il discorso non può che iniziare dall’America Latina, prima di tutto perché è l’America Latina la parte del Terzo Mondo più imbevuta di cultura europea e occidentale, e poi perché è stata la prima parte del Terzo Mondo a conoscere i problemi della decolonizzazione. L’haitiano Toussaint Louverture, il venezuelano Simon Bolívar, l’argentino José de San Martín, i cileni fratelli Carrera, l’honduregno Francisco Morazán erano tutti personaggi che guardavano in un modo o nell’altro alle tre grandi rivoluzioni liberali del XVII e XVIII secolo, pur non avendo ben chiara la differenza tra il modello inglese, quello statunitense e quello francese. Oltre a ciò, erano stati influenzati anche dall’esperienza della resistenza europea a Napoleone. Ovviamente, nella sua componente liberal-romantica, e non sanfedista-vandeana, anche perché una Vandea anti-indipendentista c’era stata anche contro di loro. Tuttavia c’erano stati anche leader più radicali, potremmo dire pre-socialisti: dall’uruguayano José Artigas al cileno Manuel Rodríguez. Altri leader erano indipendentisti ma fautori di un autoritarismo da Ancien Régime: dal cileno Bernardo O’Higgins al messicano Agustín Iturbide. Il paraguayano José Gaspar Rodríguez de Francia è l’esempio di un dittatore assolutista e radicale allo stesso tempo, uno Stalin ante litteram. E non mancarono leader appartenenti alla Vandea anti-indipendentista, i cosidetti godos, che si ritrovarono al potere dopo l’indipendenza. Ad esempio, l’argentino Juan Manuel de Rosas, quello contro cui si trovò a combattere Garibaldi in Uruguay.

In sostanza, la lotta d’indipendenza fu soprattutto una lunga guerra civile tra creoli indipendentisti e creoli monarchici, in cui indios, negri e meticci prendevano parte a seconda del contesto. E i quasi vent’anni di guerra civile ininterrotta crearono una mentalità in cui i partiti risolvevano le questioni a fucilate ed in cui i militari prendevano il sopravvento sui politici che è durata fino a tempi recenti. L’ultima delle guerre civili tra liberali e conservatori che sconvolsero la Colombia del XIX secolo e che fanno da sfondo ai romanzi di Gabriel García Márquez iniziò nel 1948, e furono i guerriglieri liberali irriducibili che non accettarono lo storico compromesso pacificatorio del 1958 a fondare il movimento guerrigliero comunista delle Farc, ancora sulla breccia. In Paraguay l’ultima guerra civile tra liberali e colorados si svolse nel 1947 ed ebbe uno strascico guerrigliero nel 1961. Comunque il regime colorado dittatoriale non si aprì che nel 1989. Il 1989 è anche l’anno in cui cadono gli ultimi regimi militari, che negli anni ’70 erano arrivati a occupare quasi tutto il Continente.

Perché questa tradizione di sangue e tirannie? In termini italiani o europei, Sarmiento è una via di mezzo tra Mazzini, Manzoni, Casati, Garibaldi, Cavour, Tocqueville e Montesquieu. E’ il Mazzini argentino, per il suo lavorio in esilio di giornalista, polemista e organizzatore di congiure contro la dittatura di Rosas. E’ il Manzoni argentino come iniziatore della moderna letteratura nazionale, e anche un Manzoni latino-americano in relazione a una sua famosa polemica con lo scrittore venezuelano Andrés Bello. E’ un Casati latino-americano per aver organizzato la sua prima scuola a 14 anni e per essere stato l’iniziatore non solo del sistema scolastico argentino ma anche di quello cileno, quando era in esilio. E morì poi ad Asunción nel 1888 mentre stava organizzando il sistema scolastico paraguayano.

Sarmiento fu anche un po’ Garibaldi, per il suo ruolo nell’esercito di fuoriusciti che il 3 febbraio 1852 sconfisse Rosas alla battaglia di Caseros, togliendogli il potere. Ebbe dunque una carriera politica da padre della patria cavourriano: governatore provinciale, deputato, ministro, ambasciatore negli Stati Uniti, presidente della repubblica. “Durante la sua presidenza il deserto argentino si trasformò definitivamente in nazione”, ha scritto lo storico Tullio Halperin Donghi. Quello che però qui interessa è soprattutto il suo profilo da Tocqueville e Montesquieu dell’America Latina. Ciò che per il pensiero liberale europeo sono stati infatti Lo spirito delle leggi o La democrazia in America, per il pensiero liberale latino-americano è stato Facundo o civilización y barbarie, scritto da Sarmiento nel 1845 durante l’esilio cileno. Un classico del pensiero che è però anche un classico della letteratura latino-americana, un principio tipo Promessi Sposi.

Juan Facundo Quiroga, violento e rozzo caudillo della provincia della Rioja, era stato prima alleato di Rosas, poi sua vittima. In una potente requisitoria dai forti accenti romantici Sarmiento ne fa il prototipo stesso del dittatore creolo. “Ombra terribile di Facundo, ti evocherò affinché scuotendo l’insanguinata polvere che copre le tue ceneri ti possa levare a spiegarci la vita segreta e le convulsioni interne che lacerano i visceri di un nobile popolo”. La dittatura è evocata con toni orwelliani. “Dal 1835 al 1840, quasi tutta la città di Buenos Aires è passata per il carcere. Vi erano a volte cento cittadini innocenti che rimanevano prigionieri due, tre mesi, per cedere il loro posto a un cambio di duecento, i quali vi rimanevano sei mesi. Perché? Che cosa avevano fatto?… Che cosa avevano detto? Imbecilli!” Non vedete che sta disciplinando la città? Non ricordate che Rosas diceva a Quiroga che non era possibile costruire la Repubblica perché non c’era abitudine? Egli sta abituando la città a essere governata; porterà a termine la sua opera e nel 1844 potrà presentare al mondo un popolo che non ha che un solo pensiero, una sola opinione, un solo entusiasmo senza limiti per la persona e la volontà di Rosas! Ora sì che si può costruire una Repubblica!”.

Ma perché questa ferocia? La famosa analisi di Sarmiento è quella di sapore appunto tocquevilliano o montesquieuiano secondo cui la “barbarie” sarebbe nata dal modo in cui gli immensi spazi semi-vuoti delle Americhe avrebbero inghiottito la civiltà dei coloni europei, riportandoli a una forma mentis medievale o addirittura preistorica. Comunque, strettamente analoga alla cultura di quegli autoctoni amerindi che dal dato geografico di quelle stesse plaghe era stata determinata. “Il male che tormenta la Repubblica Argentina è l’estensione; il deserto che la circonda da tutte le parti, le si insinua nelle viscere, la solitudine, la desolazione senza un’abitazione umana, sono in genere i limiti inquestionabili tra l’una e l’altra provincia”. “Immensa la pianura, immensi i boschi, immensi i fiumi, l’orizzonte sempre incerto, sempre confondendosi con la terra tra nuvolaglia e vapori tenui che non lasciano nella lontana prospettiva segnalare il punto in cui il mondo termina e finisce il cielo”. “Nella solitaria carovana di carri che attraversa pesantemente le pampas, e che si ferma a riposare un momento, i viaggiatori riuniti intorno allo scarso fuoco volgono istintivamente la vista verso il sud al più leggero sussurro del vento che agita le erbe secche, per affondare i loro sguardi nelle tenebre profonde della notte, in cerca dei profili informi dell’orda di selvaggi che può coglierli di sorpresa da un momento all’altro”. La lotta continua contro la solitudine, la natura ostile, gli indios, le belve, i banditi, “questa insicurezza della vita che è abituale e permanente nelle campagne, imprime, a mio parere, nel carattere argentino certa rassegnazione stoica per la morte violenta, che ne fa uno dei contrattempi inseparabili della vita, una maniera di morire come qualunque altra, e può forse spiegare in parte, l’indifferenza con cui danno e ricevono la morte, senza lasciare in coloro che sopravvivono impressioni profonde e durature”.

“Questa estensione delle pianure imprime, d’altra parte, alla vita interiore un aspetto asiatico… c’è qualcosa nelle solitudini argentine che riporta alla memoria le solitudini asiatiche… qualche parentela tra la truppa di carri solitari che attraversa le nostre solitudini per arrivare dopo una marcia di un mese a Buenos Aires, e la carovana di cammelli che si dirige verso Bagdad o Smirne”. Per Sarmiento, è la “barbarie” che riemerge dal fondo della storia a sfidare la “civiltà”, le grandi città sulle coste tramiti con l’Europa, e punti di entrata delle idee e della cultura occidentali. Unitari e federalisti in Argentina, colorados e blancos in Uruguay, pipiolos e pelucones in Cile, liberali e conservatori in altri Paesi: sono tutte etichette, quelle delle guerre civili che nell’Ottocento sconvolgono l’America Latina, da Sarmiento giudicate solo momenti di un unico grande confronto da cui dipende il futuro del Continente. Ovvero, il confrnto tra il “Partito Europeo” della civiltà e il “Partito Americano” della barbarie, da contenere con le armi se necessario. Ma da scnfiggere soprattutto con l’educazione e la scuola, come l’infaticabile Sarmiento cercherà di fare fino al giorno della sua morte.

Ecco, questo è Sarmiento. Non è difficile sottolinearne l’importanza.

Prima di tutto, l’idea magari confusa di una relazione diretta tra geografia e totalitarismo, ripresa da grandi pensatori dell’antichità e trasposta al contesto americano, ha avuto nel XX secolo uno sviluppo importantissimo con gli studi di Wittfogel sulle società idrauliche. Riprendendo una teoria di Marx su un modello di produzione asiatico distinto da quelli antico, feudale e capitalista in cui è evoluta la società occidentale, Wittfogel dimostra come sia stata la necessità di centralizzare le grandi opere di irrigazione a generare e giustificare quel modello di Stato totalitario che inizia con l’Egitto faraonico e arriva fino al comunismo moderno (anche se Wittfogel il carattere “asiatico” della Russia era dovuto più a un’eredità dell’invasione mongola e del modello bizantino che non a una natura veramente idraulica dell’economia russa). Il modello di Sarmiento è distinto da quello di Wittfogel e anche meno preciso dal punto di vista scientifico, ma potrebbe essere visto come ad esso complementare.

In secondo luogo, la contrapposizione tra partito europeo e partito americano è forse un po’ troppo schematica, ma la ritroveremo puntualmente in tutte le realtà non occidentali che si ritroveranno a fare i conti con l’influsso occidentalizzante: slavofili contro europofili in Russia, modernisti contro integralisti nel mondo islamico, Congresso e fondamentalisti indù in India, e così via. Se vogliamo, è da qui che viene pure Huntington.

In terzo luogo, se guardiamo bene, è nella dicotomia di Sarmiento il primo grosso annuncio della moderna dialettica global-no global.

Per Sarmiento, insomma, il liberalismo è l’Occidente, e portare il liberalismo nel Terzo Mondo significa occidentalizzarlo. Non è un caso che Sarmiento sia stato anatemizzato dai terzomondisti di destra e di sinistra. “Negatore della propria patria” è stato definito Sarmiento nel noto best-seller Le vene aperte dell’America Latina, del terzomondista di sinistra uruguayano Eduardo Galeano. Montoneros si chiamavano negli anni ’70 i guerriglieri della sinistra peronista: come i combattenti ottocenteschi di Rosas e Quiroga. Lo stesso Menem, nato nella Rioja come Quiroga, si fece crescere le basette come Facundo, all’epoca in cui si proiettò sulla scena nazionale come restauratore del peronismo ortodosso, anche se poi ha fatto tutt’altre cose.

Il sentiero di Sarmiento ha tuttora molti emulatori. Il discorso di Pannella e della Bonino sull’esportazione della democrazia nel mondo è tipicamente da Sarmiento. Il “consenso di Washington”, la dottrina con cui le democrazie riaffermatesi in America Latina dagli anni ’80 in poi si impegnavano a seguire le ricette di ortodossia economica del Fmi, era anch’esso tipicamente in stile Sarmiento. Lo stesso sforzo dell’amministrazione Usa per rispondere alla minaccia di Bin Laden imponendo la democrazia in Afghanistan e in Iraq sarebbe piaciuto a Sarmiento.

Sarmiento ha anche dei seguaci intellettuali nel liberalismo contemporaneo latino-americano. In particolare, ci possiamo riferire ai due best-seller di un trio di autori corrispondenti ai nomi di Plinio Apuleyo Mendoza, Carlos Alberto Montaner e Álvaro Vargas Llosa. Il primo è un noto giornalista e scrittore colombiano, castrista in gioventù, amico intimo di Gabriel García Márquez, da tempo ormai convertito a un liberalismo ortodosso piuttosto in polemica col tradizionale populismo del Partito Liberale Colombiano. Mendoza alcuni anni fa è stato ambasciatore in Italia. Montaner è invece un esule cubano, scampato diciottenne a una condanna a morte da parte del regime castrista con un’evasione, e poi divenuto a Madrid scrittore e giornalista di successo. Fondatore di un’Unione Liberale Cubana in esilio, è vicepresidente dell’Internazionale Liberale. Álvaro Vargas Llosa è infine figlio primogenito del noto scrittore Mario Vargas Llosa, cui fece da addetto stampa durante la campagna elettorale per la presidenza peruviana nel 1990. Anch’egli giornalista, in esilio a lungo a Londra e Madrid all’epoca del regime di Fujimori, è ora di nuovo in esilio in Colombia, dopo aver denunciato un grave scandalo del presidente Toledo di cui era stato consigliere ed esserne stato querelato per diffamazione.

I due libri scritti assieme dal terzetto sono Manual del perfecto idiota latinoamericano del 1996 e Fabricantes de miseria del 1998. Entrambi sono spassosi pamphlet in cui vengono fustigate le bestialità del populismo, erede di quel sarmientiano “partito americano” nemico del progresso. Qualche esempio? Alan García, presidente socialista del Perù tra 1985 e 1990. “Altri governi, altre ideologie e altri settori sociali possono dire che se il Governo riceve 100, può spendere solo 100. Noi diciamo che se il Governo riceve 100, può spendere 110, 115, perché con questi 15 ci sarà credito per il contadino”. Ernesto Che Guevara, ministro dell’Economia a Cuba nel 1961. “Nel 1990 Cuba avrà un reddito netto pro capite maggiore degli Stati Uniti”. Juan Domingo Perón, presidente argentino, nel 1952. “Le astruserie economiche non ci interessano. Noi proclamiamo il diritto sociale delle casalinghe alla pensione. I problemi contabili li risolvano quelli che verranno tra cinquant’anni!”.

Purtroppo, il fatto che gran parte delle polemiche venissero da sinistra ha poi favorito l’edizione di un Manual del perfecto idiota iberolatinoamericano in Spagna e poi del Manuale del perfetto idiota italolatinoamericano che hanno un po’ svilito la polemica nei termini di un regolamento di conti intellettuale con i post-sessantottini. Qualcosa come il famoso L’eskimo in redazione. In realtà, se si tiene presente il sottofondo che Sarmiento rappresenta in certe polemiche latino-americane e si legge attentamente la versione originale, si vede che la polemica è non solo contro il populismo di sinistra, ma contro il populismo tout court. In una versione italiana fedele nello spirito Bossi, Haider, Le Pen o i rivalutatori delle monarchie asburgiche o borboniche vi avrebbero lo stesso peso di certi obiettivi polemici marxisti o paramarxisti. Ma d’altra parte la polemica di Sarmiento è in gran parte estranea alla storia politica europea, e dunque il vero significato dei due pamphlet tende a sfuggire.

Quali sono però i limiti di questa impostazione? E’ evidente. Alla sua origine, il liberalismo è un’ideologia di difesa della libertà e della società dallo Stato. Ma qui, sia pure al fine nobile di imporre le ragioni della libertà a un contesto ostile, rischia di farsi a sua volta oppressore della società e rafforzatore dello Stato oltre ogni limite. Oppure, per evitare le accuse di essere portatore di modelli stranieri, il liberalismo si fa esso stesso populista e xenofobo. Non c’è dubbio che la storia del liberalismo latino-americano è piena di contraddizioni, pagine gloriose e oscure che si alternano e si confondono: rivoluzioni antischiaviste e genocidi di indios; lotte per la libertà e dittatori che si proclamavano liberali a loro volta; difesa del pluralismo religioso e ideologico e truci persecuzioni giacobine contro la libertà del culto. Una testimonianza letteraria: il tiranno protagonista del Signor Presidente, scritto nel 1946 dal futuro Premio Nobel Miguel Ángel Asturias, si autodefinisce “Benemerito della Patria, Capo del Grande Partito Liberale, Liberale di Cuore e Protettore della Gioventù Studiosa”. Era basato su un personaggio reale: Manuel Estrada Cabrera, dittatore del Guatemala dal 1898 al 1921. E anche la dinastia dei Somoza in Nicaragua si appoggiava sul locale Partito Liberale. E’ vero che però il primo dei Somoza fu assassinato da uno studente anch’egli liberale che si chiamava Rigoberto López Pérez, e che anche César Augusto Sandino aveva iniziato come generale liberale nella guerra civile coi conservatori. Insomma, un’etichetta relativamente ampia.

Non a caso, quando nel ‘900 tentativi di occidentalizzazione alla Sarmiento sono stati fatti anche in altre parti del Terzo Mondo i vari occidentalizzatori si sono direttamente liberati delle pastoie del liberalismo teorico e si sono ispirati ad altre ideologie occidentali che invece il primato dello Stato lo rivendicavano con forza: dal nazionalismo al socialismo al fascismo. E qui parliamo ad esempio del turco Atatürk e degli iraniani Pahlevi, dell’afghano Hamanullah o dell’egiziano Nasser, del siriano Assad e dell’iracheno Saddam Hussein. Spesso queste occidentalizzazioni violente hanno provocato reazioni ancora più violente, dalla Rivoluzione Islamica in Iran a quel fondamentalismo afghano che inizia proprio con la rivolta del 1929 contro Hamanullah, il re modernizzatore. Altre volte questi occidentalizzatori violenti cercano di riconciliarsi con la loro società d’origine rivoltandosi contro l’Occidente, da Nasser a Saddam. Né bisogna dimenticare che una delle ragioni del grande successo del comunismo nel Terzo Mondo è stata dovuta al fatto che appariva come un’ideologia occidentale di modernizzazione a tappe forzate e senza pastoie pluraliste, ma al contempo duramente contrapposta all’”imperialismo” occidentale. Infatti il comunismo è entrato in crisi nel Terzo Mondo proprio quando l’invasione dell’Afghanistan nel 1979 lo ha squalificato a sua volta come strumento di un’imperialismo straniero. Non a caso, al suo posto si sono rivitalizzati i fondamentalismi religiosi.

Senza dimenticare dunque che il liberalismo ha le proprie radici nell’Occidente, non bisogna nascondersi che un liberalismo come pura e semplice occidentalizzazione è destinato a creare micidiali crisi di rigetto. Specie in Africa e in Asia, dove i germi di cultura occidentale sono molto meno forti che in America Latina o Europa Orientale.

Un esempio di quali effetti può avere questo paradosso lo possiamo vedere nel tragitto intellettuale di un grande scrittore che non solo era nato nello stesso Paese di Sarmiento, non solo ne condivideva l’ideologia, ma la pose anche all’origine di gran parte della sua opera. Mi riferisco a Jorge Luis Borges. Comunista a vent’anni, quando scrive una raccolta di Ritmi Rossi in omaggio alla Rivoluzione d’Ottobre, Borges diventa poi un liberale intransigente, della scuola appunto di Sarmiento. Durante la Seconda Guerra Mondiale in un Paese che simpatizza in massa per l’Asse lui si schiera invece con veemenza al fianco degli Alleati. Nella sua raccolta Finzioni c’è il racconto Il miracolo segreto in cui parla di uno scrittore cecoslovacco che mentre viene fucilato ottiene da Dio un anno di stasi soggettiva del tempo per potervi terminare nella sua mente l’opera che dovrà “giustificare” la sua vita. Nell’altra raccolta L’Alpeh c’è il racconto Deutsches Requiem in cui la vertiginosa pulsione di morte dell’ideologia nazista è esplorata fino a rivelarne l’inevitabile sbocco autodistruttivo. “Si libra ora sul mondo un’epoca implacabile”, grida un immaginario criminale di guerra prima dell’esecuzione. “Fummo noi a forgiarla, noi che ora siamo le sue vittime. Che importa che l’Inghilterra sia il martello e noi l’incudine? Quel che importa è che domini la violenza, non la servile viltà cristiana. Se la vittoria e l’ingiustizia e la felicità non sono per la Germania, siano per altri popoli. Che il cielo esista, anche se il nostro luogo è l’inferno”.

Il grande dilemma di Sarmiento è direttamente invocato in una pagina famosa scritta il 23 agosto 1944 in occasione dell’entrata degli Alleati a Parigi e poi inclusa nella raccolta di saggi Altre Inquisizioni. “Per gli europei e gli americani, c’è un solo ordine – un solo ordine – possibile: quello che un tempo portò il nome di Roma e che ora è la cultura dell’Occidente. Essere nazisti (giocare alla barbarie energica, giocare ad essere un vichingo, un tartaro, un conquistatore del secolo XVI, un gaucho, un pellerossa) è, alla lunga, un’impossibilità mentale e morale”.

Proprio mentre nel mondo l’Asse veniva sconfitta, però, in Argentina Borges si ritrovò sul gobbo un emulo argentino dei dittatori dell’Asse che si chiamava Juan Domingo Perón. Per la sua opposizione il regime gli mise in galera la sorella e lo cacciò dal suo lavoro da bibliotecario per spedirlo a ispezionare fiere di pollame. A 47 anni Borges rimase disoccupato pur di non accettare l’insultante trasferimento, e si dedicò anima e corpo alla Società argentina degli scrittori di opposizione, di cui divenne presidente.

“Continuo a essere un selvaggio unitario”, scriveva di sé Borges, rivendicando con orgoglio l’antico insulto di Rosas contro i liberali argentini. La maggioranza degli argentini, però, appoggiava il “nuovo Rosas”. Come Borges lo definì. E’ indicativo di come molti racconti di Borges si interessino delle ragioni dei “barbari”: storie di gauchos e del loro feroce codice d’onore; storie di antiche famiglie di oriundi scandinavi o anglo-sassoni, civiltà weberiane per definizione, che regrediscono a una barbarie analfabeta e omicida in generazioni di solitudine nella Pampa. Nella già citata raccolta L’Aleph c’è in particolare Il barbaro e la prigioniera: la storia di un longobardo che nei giorni della vittoria della barbarie si mette volontariamente dalla parte della civiltà romana morente, letta da Benedetto Croce, è da lui messa in parallelo con la storia raccontatgli da sua nonna di una donne inglese dell’800 che, nei giorni della vittoria della civiltà, aveva invece volontariamente scelto la barbarie degli indios. C’è qui un sottile gioco di attrazione e repulsione da grande artista, ma anche uno sforzo sincero di capire il paradosso di una democrazia che porta alla vittoria dei suoi nemici e di una tolleranza di cui profittano gli intolleranti.

Alla fine il suo liberalismo non regge al paradosso, anche se la sua contraddizione è la stessa dell’antiperonismo argentino, che prima rimuove il golpista con un golpe e si illude di poter far funzionare una democrazia limitata dalla conventio ad exludendum verso i seguaci del generale, e infine con un altro golpe dà via ad un regime militare puro e semplice. Nel 1975 in un racconto della raccolta Il libro di sabbia scrive: “La Russia si sta impossessando del pianeta. L’America, intralciata dalla superstizione della democrazia, non si decide a essere un impero” (L’altro). Nel 1976 appoggia il golpe del generale Videla, definisce il suo governo “un gobierno de caballeros”, e ne riceve in cambio l’invito per un pranzo a tre tra gli stessi Borges e Videla, più Pinochet. Un invito che a Borges costerà il Nobel. Quattro mesi dopo il golpe nella prefazione alla raccolta di poesia La moneta di ferro, datata il 27 luglio 1976, saluta il suo “Recuperato Paese” e scrive: “Mi conosco affatto indegno di opinare in materia politica, ma forse mi sarà consentito aggiungere che diffido della democrazia, questo curioso abuso della statistica”.

A differenza di Neruda e García Márquez, che hanno comunque ricevuto il Nobel senza mai rinnegare l’uno le sue odi a Stalin e l’altro la sua amicizia con Castro, Borges restava comunque troppo liberale nell’animo per digerire l’orrore dei desaparecidos. Nel 1980 romperà clamorosamente col regime militare, cui rivolgerà una veemente lettera aperta sui desaparecidos. Nel 1984 risponderà “confesso che ho sbagliato” a una domanda sulla cena con Pinochet. Poi piangerà a un incontro con le madri di Plaza de Mayo, e a un generale secondo cui l’uccisione di 5 colpevoli ogni 100 desaparecidos avrebbe giustificato la morte di 95 innocenti risponderà di farsi ammazzare anche lui, se proprio voleva convincere del suo argomento. E desaparecido lui stesso si farà idealmente nel 1985 in un racconto di Los conjurados, la sua ultima raccolta. Tuttavia, Borges non troverà una vera e propria soluzione al paradiso in cui è caduto, e che è il paradosso del liberalismo come occidentalizzazione. Il riscoprire sempre più marcato delle origini inglesi della sua nonna materna, l’interesse sempre più ossessivo per la mitologia e la filologia germanica, la decisione di imparare l’anglo-sassone antico e l’islandese, la definitiva scelta di farsi seppellire a Ginevra e di far scrivere sulla sua lapide in norreno, lingua degli antichi vichinghi, sono infine quasi un definito rifiuto di un Paese che rifiuta di essere “civilizzato”. E’ come dire: “non posso costringervi con la forza a essere liberi, ma voi non potete costringermi a essere dei vostri. C’è in me troppo sangue nord-europeo e anglo-sassone per potermi rassegnare a essere suddito di un Perón o di un suo emulo”.


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