Liceo artistico statale di benevento



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Francesco Morante

ARTE D'OCCIDENTE

profilo storico generale

I. Dalla preistoria a Roma

I. Premessa




I.1 Realtà e rappresentazione


La produzione figurativa ha per scopo la rappresentazione«. Intendiamo con tale termine il rendere visibile e concreto attraverso un oggetto o un’immagine qualcosa che possa essere comunicabile o trasmesso ad altri. Nel campo delle arti figurative rientrano fondamentalmente la pittura e la scultura, ma nella loro accezione più ampia sono da intendere con il primo termine tutte le arti che producono immagini, e con il secondo tutte le arti che producono oggetti. La rappresentazione è quindi l’atto cosciente e volontario del dare forma. Che cosa sia una forma è argomento che può essere visto da numerosi punti di vista. In questo caso intendiamo essenzialmente l’insieme delle cose esistenti. Dare forma significa far entrare nel mondo qualcosa che da quel momento inizia ad esistere. Dare forma in questo caso diviene il risultato di un processo creativo.

Ma da cosa nascono le forme? Sicuramente da una necessità funzionale. La natura ha creato l’insieme delle cose che ci circondano con una logica di ottimizzazione delle funzioni che dovevano svolgere. Ne è derivato un insieme, in cui ci sono elementi esteticamente gradevoli, altri meno. L’uomo nelle sue manifestazioni artistiche è ovviamente partito dalle forme già esistenti. In sostanza la sua è divenuta rappresentazione della realtà che lo circondava.

Cosa sia la realtà, lo acquisiamo come dato empirico. La realtà è tutto ciò che ci circonda e che possiamo percepire con i nostri sensi. Nel caso che la produzione artistica abbia come obiettivo la rappresentazione della realtà, il rapporto che intercorre tra realtà e rappresentazione è il seguente:

REALTÀ


percezione

ARTISTA


interpretazione

RAPPRESENTAZIONE

Tra la realtà e la rappresentazione si pone l’artista, che per giungere all’opera d’arte ossia alla rappresentazione compie almeno due processi: uno di percezione e uno di interpretazione. Il primo possiamo considerarlo un atto oggettivo mentre il secondo è un atto soggettivo. Questo tipo di processo non è solo finalizzato alla rappresentazione ma anche alla conoscenza: solo attraverso i processi di percezione ed interpretazione (e quindi di rappresentazione verbale o di autorappresentazione mentale non necessariamente figurativa) si può giungere alla conoscenza della realtà.

Si comprende ovviamente come la rappresentazione non solo consente la conoscenza della realtà ma amplia la realtà stessa di nuove forme, siano esse oggetti o immagini. La realtà per noi oggi non è solo natura ma anche storia e cultura. Ossia la realtà è l’insieme di tutte le cose esistenti, siano esse create dalla natura, siano esse create dall’uomo.



I.2. Naturalismo e antinaturalismo


Nelle arti figurative possiamo distinguere due atteggiamenti fondamentali: il naturalismo e l’antinaturalismo.

Diciamo che un’arte figurativa è di tipo naturalistico, quando la rappresentazione tende ad essere uguale alla realtà o alla percezione di essa. È invece antinaturalistica quando la rappresentazione è dissimile dalla realtà o dalla sua percezione.

Naturalismo e antinaturalismo non sono due categorie assolute ma hanno infiniti gradi intermedi. Ad un estremo avremo manifestazioni naturalistiche di tipo mimetico o imitativo (ad esempio il ritratto); dall’altro manifestazioni come la pittura astratta, che sono antinaturalistiche in quanto rappresentano realtà che non sono altrimenti percepibili se non attraverso quella rappresentazione.

Il concetto di naturalismo e antinaturalismo non è da intendersi come meccanica corrispondenza tra un modello (la realtà) e una copia (la rappresentazione), bensì definisce un atteggiamento complessivo che potremmo definire come segue.

La produzione umana è sempre artificio. Essa tuttavia può simulare la natura, utilizzando le immagini che essa offre anche per rappresentare cose prodotte dalla propria immaginazione. Il naturalismo quindi si basa più sul concetto di simulazione, che non di imitazione della realtà. Quando manca non solo l’imitazione ma anche la categoria più generica di simulazione del reale, si ha in assoluto l’antinaturalismo.

Rivedendo la storia dell’arte sulla scorta di questi due parametri, si possono classificare tutti i periodi storici come naturalistici o antinaturalistici. L’arte nelle sue prime manifestazioni del periodo paleolitico nacque come naturalistica. Il pensiero umano, non possedendo ancora l'astrazione razionale che solo la lunga pratica di un linguaggio articolato consente, operava per categorie analogiche: l’immagine percepita differenziava e qualificava la sostanza delle cose. E così l’immagine era il referente unico per la rappresentazione del reale.

Quando nel Neolitico si abbandona la rappresentazione dell’immagine per ricercare la sinteticità del graffito, si opera forse la più grande rivoluzione culturale mai realizzata. Passando dal disegno al segno, l’arte ci testimonia che l’uomo preistorico non lavora più sulle immagini ma sui concetti. È iniziato quel processo di razionalizzazione logica che porta alla nascita del linguaggio semiotico, che con la sua rappresentazione verbale del mondo consente, prima ancora che la comunicazione, il pensiero. È con la formulazione del linguaggio articolato che l’uomo inventa il software per far funzionare il suo cervello. E la nascita del linguaggio si accompagna ad una sperimentazione per tradurre il linguaggio in scrittura. Fu una fase di elaborazione lenta, che si andò perfezionando per alcuni millenni anche se è implicito ritenere che linguaggio e scrittura abbiano seguito fin dall’inizio un percorso comune e parallelo.

E tra i graffiti neolitici e i geroglifici egizi non corre alcuna differenza concettuale. Infatti le prime scritture, nel loro essere ideogrammatiche e non fonetiche, ci danno la prova di come linguaggio e scrittura nascano con il passaggio dal disegno al segno operata tra la fine del paleolitico e l’inizio del Neolitico.

L’arte neolitica quindi è sicuramente antinaturalistica. Ma, seppure in misura minore, lo sono anche le arti delle prime grandi civiltà che troviamo nei periodi storici: quella egiziana e quella sumerica.

Il primo grande balzo per ritornare al naturalismo lo operò solo la cultura greca classica nel VI secolo a.C. Solo in questo momento l’arte recupera un legame forte con l’oggettività della realtà che rappresenta senza il filtro di schematizzazioni o semplificazioni interpretative più o meno logiche. E l’aderenza all’oggettività è il dato che caratterizza ed omogeneizza tutto il periodo, esteso non solo all’arte greca ma anche a quella ellenistica e romana.

Il Medioevo è invece profondamente antinaturalistico. Abbandonando la preoccupazione della resa formale per privilegiare l’aspetto contenutistico del messaggio artistico, fece divenire l’arte visiva un surrogato della comunicazione verbale. In ciò giocò un ruolo notevole l’egemonia della cultura religiosa cristiana sulle manifestazioni artistiche.

Il ritorno al naturalismo coincise con la fine del Medioevo. In scultura il naturalismo fu riconquistato già dalla cultura tardo-gotica. In pittura invece il ritorno al naturalismo fu tutto di marca italiana, e soprattutto fiorentina, prima con Giotto e poi con la scoperta della prospettiva e l’avvio della grande stagione dell’arte rinascimentale. E l’arte moderna è rimasta naturalistica fino alla metà dell’'800. Da Manet in poi, attraverso l’Impressionismo e le Avanguardie storiche l’arte ritorna ad essere profondamente antinaturalistica.

Non è un caso che questa trasformazione avvenga in coincidenza con l’avvento della fotografia e del cinema, che consentono una diversa rappresentazione della realtà, del tutto naturalistica perché ottenuta con mezzi meccanici.



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