Liceo artistico statale di benevento



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III. Le prime grandi civiltà




III.1. La nascita della storia


Il passaggio dal Neolitico all’età successiva viene segnato dalla scoperta dei metalli e dalla sostituzione degli utensili in pietra con quelli forgiati prima in bronzo e poi in ferro. Ma la transizione è segnata da due altri fenomeni: la nascita della scrittura e la nascita dei primi grandi imperi.

La prima scoperta permette, come viene abitualmente ammesso, di uscire dalla preistoria per entrare nella storia. Non solo la scrittura permette di differire la comunicazione umana nel tempo e nello spazio, ma diviene strumento fondamentale per l’accumulo del sapere. Per costituire quella grande memoria collettiva che sono i libri e le notizie scritte, strumenti fondamentali per la trasmissione del sapere.

Nello stesso periodo vediamo formarsi delle civiltà fortemente caratterizzate: l’impero egiziano lungo le sponde del fiume Nilo e l’impero sumero nella valle tra il Tigri e l’Eufrate. Ad essi nel corso dei secoli successivi si affiancheranno altre civiltà sorte nel bacino del Mediterraneo e nell’Asia Minore: i fenici, i cretesi, gli ittiti ed altri.

In pratica dopo le nazioni in questo periodo nascono gli stati. Ossia degli insiemi organizzati politicamente e giuridicamente per poter regolare le attribuzioni di poteri, l’emanazione delle leggi, l’amministrazione della giustizia e delle funzioni di governo.

In questa fase, con la nascita della scrittura le parole, originate dalle immagini, prendono sempre più autonomia. Da questo momento immagini e parole seguiranno sempre due percorsi paralleli, costituendo i due grandi poli del pensiero umano. Come detto in precedenza, avremo da un lato il pensiero analogico (che si affida alle immagini), dall’altro il pensiero logico (che si affida alle parole, ai numeri, alle formulazioni dialettiche e matematiche).

III.2. L’antico Egitto


La civiltà dell’antico Egitto pone un altro problema interessante sull’uso e sul significato delle arti visive: il rapporto con il potere. Lo stato egiziano era impostato su una monarchia fortemente autoritaria. Anche la religione era detenuta da caste sacerdotali aristocratiche e dogmatiche. La produzione artistica in questa società era espressione di un potere forte. E come tale non ebbe, e non poteva avere, caratteri di creatività individuale, ma doveva attenersi alle formule stereotipe della tradizione, necessarie a perpetuare l’immagine di potenza del faraone e del suo impero.

Anche questa è una costante che si ritroverà nelle culture successive: ogni qualvolta l’arte viene prodotta in un regime di tipo dittatoriale, non ha mai caratteri creativi. Anzi, la creatività diviene elemento considerato negativo, da eliminare perché non funzionale al controllo delle coscienze e delle libertà individuale che il potere dittatoriale persegue.

L’arte egiziana rimane, per quanto detto, un fenomeno abbastanza singolare. Per tremila anni, dal suo sorgere al suo tramontare, ebbe caratteristiche sempre uguali. La figura umana venne disegnata sempre alla stessa maniera. Maniera decisamente caratteristica, basata su una contemporanea visione di profilo (per gambe, braccia e viso) e frontale (per il busto e l’occhio). Questo modello, che denuncia palesemente il suo antinaturalismo, nella sua immutabilità finisce per funzionare al pari di un segno: cioè è un significante, che con la sua forma immodificabile esprime sempre il medesimo significato.

In sintesi, considerando che la scrittura geroglifica egiziana al pari di tutte le scritture ideogrammatiche conserva ancora un legame con la significazione visiva (e non fonetica, come nelle nostre lingue), si può dire che nella cultura egiziana la differenza tra scrittura ed immagini non fosse molto evidente. Segni e disegni hanno la medesima radice e il medesimo fine: la comunicazione.



III.3. Arte aulica e arte popolare


Nell’antico Egitto probabilmente non tutta la produzione artistica era diretta alla rappresentazione del potere. L’attività degli artisti era rivolta anche ad un mercato più ampio, quello dei dignitari e dei notabili, ed alla esportazione. Qui, pur nelle poche testimonianze ritrovate, è possibile notare una espressione più immediata e popolare. In pratica, già nell’antico Egitto l’arte veniva considerata diversamente se aveva un fine aulico o un fine popolare. Nel primo caso le esigenze dell’ufficialità venivano espresse nella grandezza monumentale, nella fissità della tradizione, nelle simmetrie rigide. Nel secondo l’arte acquistava maggiore libertà ed un intento narrativo superiore. Gli oggetti e le rappresentazioni hanno un carattere più intimo e raccontano i fatti eroici o grotteschi della vita.

Nei confronti della narrazione l’arte aulica ha un atteggiamento duplice. Può accettare ed utilizzare la narrazione se crede nella storia (ed è quanto avviene nell’arte romana e in quella occidentale in genere); non utilizza la narrazione se il potere non si legittima sulla storia: cioè sulla grandezza dei fatti del passato. Ed è quanto avviene in genere nelle mentalità politiche orientali. In questo caso la storia viene vista anzi come qualcosa di negativo. La storia sono le modificazioni nel tempo. Un potere come quello egiziano si fondava invece sul concetto di immodificabilità nel tempo. La storia è un pensiero dinamico: si basa sull’evoluzione e sul cambiamento. Chi detiene il potere, per le esigenze della sua conservazione tende a negare la storia come evoluzione e cambiamento. E così anche l’arte doveva affermare il principio che il tempo era immutabile. Il futuro non era suscettibile di potenzialità diverse perché l’arte del passato e del presente rappresentavano l’immagine di un potere senza modificazioni. Sempre uguale a se stesso.



III.4. L’arte minoica


Coeva allo sviluppo dell’arte egiziana, l’arte cretese (detta anche minoica dal nome del mitico personaggio Minosse) veniva affermando una diversa visione dell’arte. A Creta si sviluppò una civiltà dai caratteri più liberi e fantasiosi, meno condizionata da poteri forti e, forse data la sua condizione insulare, meno angosciata da guerre e da saccheggi e quindi meno oppressa dalla militarizzazione della propria società. La vita si svolgeva in grandi palazzi, che al proprio interno avevano la dimensione e la differenziazione di un intero villaggio. Qui l’arte aveva innanzitutto il compito dell’architettura: plasmare l’habitat di vita. E lo faceva senza forzature eccessive. La composizione dell’edificio avveniva adattandosi al luogo con varietà planimetrica ed altimetrica sconosciuta ad esempio nell’architettura egizia o sumera.

In questi palazzi l’arte figurativa giocava un ruolo fino ad allora inedito: quello della decorazione. Le immagini cioè non venivano utilizzate per rappresentare concetti da comunicare come nell’arte egiziana ma per abbellire i luoghi di vita. E quindi il carattere richiesto ad un’arte così intesa è ovviamente la bellezza. Il fine è quello del godimento estetico. Fu proprio in questo momento che nacque l'idea che arte è sinonimo di bello. Concetto poi trasmesso all’arte greca e di qui giunto fino a noi, anche se più come preconcetto visto che oggi non coincide con il nostro giudizio sull’arte se non a livello popolare.

L’arte cretese rispetto a quella egiziana appare più libera e spontanea. Ha caratteri di freschezza rappresentativa, che riescono a cogliere la realtà con immediatezza e sintesi felice. È un arte quindi di tipo naturalistico anche se non esente da qualche tecnica antinaturalistica. Le figure si affidano soprattutto al disegno della linea di contorno; i colori sono stesi senza effetti chiaroscurali ma con campiture uniformi e vivaci, che finivano per esaltare il valore decorativo di queste immagini rispetto a quello mimetico.

L’arte, sia come architettura che come pittura, nella cultura cretese appare come un’unica attività tesa al bello. Nel suo caso arte e artificio tendono a coincidere, in quanto tutta la produzione umana viene a soddisfare la identica domanda di qualità.





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