Liceo artistico statale di benevento



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IV.3. Finalità dell’arte, artisti, democrazia


Se l’arte egizia ci appare statica ed immutabile nella sua stereotipa ripetizione, l’arte greca ci appare, per contro, dinamica ed evolutiva. La concezione, con cui si guarda al fenomeno dell’arte greca, è quella tipica della parabola: una fase crescente, un fase apicale e una fase discendente. L’arte egizia potrebbe essere paragonata invece a una retta orizzontale. I motivi di questa differenza furono essenzialmente due. Il primo fu di ordine politico: l’arte egizia risentiva della subordinazione a un potere politico forte e come tale finì per adeguarsi alla visione generale di sudditanza e mancanza di libertà; per contro, l’arte greca ricevette impulso dal clima di democrazia in cui fiorì. La Grecia, pur essendo una nazione, non divenne mai uno stato e si organizzò secondo una visione municipalistica (la polis), che garantiva una partecipazione più diretta alla vita politica delle classi aristocratiche e borghesi. L’idea che l’arte sia ricerca del nuovo e quindi evoluzione qualitativa secondo una dinamica di sperimentazione, è conseguenza diretta della libertà espressiva dell’artista. Se all’artista viene riconosciuta la libertà, può variare la propria visione dell’arte e di coneguenza raggiungere obiettivi diversi e migliori rispetto agli artisti delle generazioni precedenti. Se il clima politico non è basato sul principio delle libertà individuali, appare evidente che anche l’artista non gode di quel fervore di ricerca e perfezione individuale, che da sempre rappresenta una motivazione fondamentale per i progressi dell’arte. Pur senza considerarla una equazione meccanica, è evidente che le libertà politiche creano un terreno fertile anche per l’arte, mentre la coercizione dittatoriale, imprigionando la fantasia e la libertà creativa individuale, limita le modificazioni dell’espressione artistica e l’evoluzione dello stile.

Il secondo motivo, che differenziò l’arte greca da quella egizia, fu di ordine culturale: gli egizi usavano l’arte figurativa, al pari della scrittura, per la comunicazione e la propaganda politica; i greci invece facevano arte per due diversi motivi: la bellezza e la conoscenza.

La bellezza per i greci non era decorazione bensì il piacere per le cose giuste e perfette. La bellezza aveva sempre un fondamento matematico. Rappresentava in sostanza l’ordine dell’universo. E l’attività artistica, se intesa come rappresentazione del reale, è sempre un metodo per attingere la conoscenza.

Se la democrazia fu la premessa per lo sviluppo dell’arte greca, l’ansia di conoscenza ne fu invece la spinta principale. Non a caso nell’antica Grecia oltre alla democrazia nacque anche la filosofia. La filosofia, come attività conoscitiva basata sulla speculazione, fu il definitivo trionfo del linguaggio, inteso come strumento fondamentale del pensiero, e quindi della conoscenza. I greci, pur portando l’arte figurativa a livelli qualitativi mai raggiunti prima, di fatto la posero su un livello di importanza inferiore, decretandone la definitiva subordinazione alla parola.

Questa apparente contraddizione emerge in tutta la sua evidenza se si passa a considerare l’atteggiamento che i greci ebbero nei confronti degli artisti. Questi non furono mai considerati dei veri intellettuali. Anzi, anche con una punta di disprezzo, furono sempre considerati né più né meno che degli artigiani. Ovvero dei tecnici, tanto che in greco l’arte figurativa veniva denominata con la parola techne.

Un’altra contraddizione, in fondo anche questa solo apparente, fu l’utilizzo successivo dell’arte greca. Fino ai nostri giorni l’arte classica è sempre stata quella a cui hanno ricorso i regimi forti, dagli antichi romani alle dittature del XX secolo. Il Classico come arte di regime sembra una contraddizione con uno stile che nacque proprio dalla democrazia. In realtà, proprio per gli alti risultati raggiunti nelle concezioni successive l’arte greca è rimasta come un risultato non più perfezionabile ma solo da imitare ed applicare. In tal modo, imponendo una visione artistica basata sul metodo applicativo e non sulla fantasia, il regime forte che ricorreva al Classico, aveva buon gioco sulla pericolosa ed incontrollabile anarchia che l’arte, lasciata libera, poteva fomentare.



IV.4. L’Ellenismo


Viene universalmente riconosciuto che la fase di maturazione dell’arte greca giunse durante il V sec. a.C. nell’Atene di Pericle. È il periodo in cui operarono grandi scultori come Policleto, Mirone e Fidia. È il periodo in cui furono eretti i principali templi dell’acropoli di Atene. Su tutti il Partenone, che rappresenta il maggior tempio greco mai costruito. A questa fase ne seguì una successiva, coincidente con il IV sec. a.C., in cui l’arte greca si avviò a percorrere nuove vie. Con scultori come Skopas o Prassitele si iniziò a sperimentare anche la rappresentazione del contenuto interiore e psicologico e non solo della forma esteriore del corpo umano. Si iniziò ad utilizzare la rappresentazione per comunicare emozioni. L’intensità drammatica di azioni eroiche o la rappresentazione di sensazioni, quali la malinconia o l’estasi, divennero parametri nuovi dell’arte greca, non più basata solo sul sereno godimento estetico della forma pura e perfetta. Ciò si intensificò soprattutto nel periodo ellenistico. Con il termine Ellenismo si intende il periodo che va dalla morte di Alessadro Magno (323 a.C.) alla conquista romana dell’Egitto sancita dalla battaglia di Azio del 41 a.C. È questo il periodo che vide l’arte greca diffondersi per un’area molto vasta del bacino mediterraneo e dell’Asia mediorientale. Ad una fase in cui l’arte greca era stata l’espressione nazionalistica di alcune polis greche, successe una fase in cui quest’arte divenne cosmopolita ed universale. Essa ebbe come centri di produzione non solo Atene ma anche Pergamo, Rodi, Antiochia e soprattutto Alessandria d’Egitto, la città fondata da Alessandro Magno alle foci del Nilo.

In questo periodo Alessandria divenne la vera capitale culturale dell’antichità, il centro in cui converse tutta la sapienza antica e il cui maggior monumento divenne la Biblioteca. In essa erano raccolti la maggior parte dei testi prodotti dal mondo classico. I numerosi incendi che subì fino alla totale distruzione nel VII secolo ad opera degli arabi, ci hanno privato di una grande fonte di conoscenza sulla storia e sulla cultura antica.

L’arte ellenistica presenta caratteri che la differenziano da quella propriamente classica. Vengono sempre meno rispettati canoni quali la proporzione, la misura, l’equilibrio compositivo, per dar luogo a prodotti che miravano al meraviglioso, allo scenografico, e che utilizzavano quale criterio ideativo la complessità e il virtuosismo tecnico. E nell’arte ellenistica, specie nella rappresentazione umana, si assiste ad un maggior verismo e ad una maggior analisi anche introspettiva e psicologica, di contro all’arte classica che tendeva ad idealizzare le proprie rappresentazioni artistiche limitandosi però alla sola forma esteriore dell’uomo.

L’arte ellenistica fu un fenomeno di ampia e profonda portata. Essa non solo fu più estesa territorialmente, ma si aprì ad un pubblico molto più vasto, anche privato, non limitandosi alle funzioni civiche e religiose. La sua opera di divulgazione della civilità artistica greca fu fondamentale sia per la successiva arte romana, sia per i riflessi che produsse sulla cultura bizantina e sulla coscienza artistica europea fino a tempi recenti.





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