Liceo artistico statale di benevento


V. L’arte romana V.1. L’arte protoitalica e etrusca



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V. L’arte romana




V.1. L’arte protoitalica e etrusca


Dall’età della pietra all’età del ferro la penisola italiana aveva conosciuto uno scacchiere di culture diversificate, che però non raggiunsero mai i caratteri elevati delle civiltà che negli stessi secoli si stavano sviluppando in Grecia ed in Oriente. Queste culture (che con termine generico in età protostorica vengono definite appenniniche, per essere poi distinte nell’età del ferro in villanoviane, osco-sabelliche, laziali, umbre, campane, sannitiche, picene e apule) conservano nell’arte un carattere comune: una tendenza alla semplificazione geometrica che portava i manufatti artistici a risultati di espressione intensa e vigorosa anche se di esecuzione sommaria.

Sono prodotti di culture a scarsa urbanizzazione, prive di traffici commerciali notevoli che le pongano in contatto con civiltà più evolute. L’unica civiltà che sviluppò maggiormente la vocazione al commercio e ai traffici fu quella etrusca. Questo popolo, sulle cui origini molto si è discusso, sviluppò una propria identità culturale nei territori dell’Italia centrale compresi tra i fiumi Arno e Tevere. Ebbe uno sviluppo temporale compreso tra il 700 e il 100 a.C., coincidente con il periodo monarchico e repubblicano di Roma. E nei primi secoli della storia romana l’arte prodotta a Roma rimase sostanzialmente etrusca, esaurendosi solo quando Roma fu conquistata dall’arte greca ed ellenistica a partire dal II secolo a.C.

Le conoscenze ancora lacunose sulla cultura etrusca hanno condizionato anche la nostra comprensione del fenomeno artistico. Nell’arte etrusca infatti convivono molteplici tendenze, non sempre sintetizzabili organicamente. Sono evidenti influenze orientali e puniche ma soprattutto greche, frutto degli scambi commerciali con le città meridionali della Magna Grecia. Ne derivò un’arte con contenuti estetici alti, meno naturalistica di quella greca ma con una maggiore tendenza al realismo.
V.2. L’arte classica secondo Roma

La definizione di arte romana è stata molto controversa e ha subito notevoli revisioni critiche. La cultura europea ha scoperto l’arte greca solo dopo il XVIII secolo. E da quel momento, chiarito meglio il contributo greco alla costruzione dell’arte classica, si è svalutata l’arte romana, apparsa solo come una copia, o al meglio un epigono, dell’arte greca. Oggi più attente valutazioni dei fenomeni artistici del passato hanno portato a rivalutare il contributo artistico romano, ricollocandolo nella sua giusta prospettiva. Di fatto un’arte romana intesa come stile autonomo ed originale non è mai esistita. È esistita un’arte prodotta a Roma: questa arte è stata etrusca fino al I secolo a.C.; è divenuta ellenistica dopo questa data. Roma non ha elaborato un suo stile ma ha sfruttato gli stili delle culture etrusche ed ellenistiche, dando loro uno scopo e un significato inediti.

Parlare solo di scopi utilitaristici è riduttivo. La cultura romana si differenzia da quella greca per una costante di fondo: crede alla storia e non al mito. Storia e mito hanno in comune la forma di rappresentazione: il racconto. La differenza non sta nel fatto che la storia è racconto di fatti veri mentre il mito è racconto di cose false. La differenza è che il mito racconta cose universali, la storia racconta cose particolari. Il racconto ha sempre la funzione di insegnare e pertanto sia la storia che il mito insegnano. Ma, mentre la storia insegna ciò che è avvenuto nel passato dandoci le coordinate del presente, il mito insegna i grandi fatti esistenziali e metafisici dando le coordinate dell’esistenza e dell’immutabilità nella condizione umana.

Storia e mito servono in sostanza a due cose diverse. La categoria del mito è più funzionale a chi, come i greci, vuole conoscere, capire e spiegare. La categoria della storia è più funzionale a chi, come i romani, vuole legittimare e conservare il frutto del proprio passato, ossia l’impero costruito. La storia come categoria di pensiero è legata al tempo molto più del mito. La storia ha fiducia nella categoria del progresso inteso come evoluzione e coltiva la religione della memoria. Ed è da queste premesse che l’arte romana differisce dalla greca. Nell’arte romana non c'è la rappresentazione statuaria di atleti simbolo della bellezza ideale (mito dell’uomo perfetto), ma troviamo il ritratto, ossia la memoria del singolo, reale protagonista della storia. Non l’uomo universale ma l’uomo particolare. E ovviamente la narrazione di fatti storici diviene per la prima volta autonoma categoria di rappresentazione. I cicli narrativi, concepiti per le colonne istoriate o sugli archi trionfali erano sconosciuti all’arte greca. Così come lo erano cippi e iscrizioni funerarie.

Il passaggio dal mito alla storia, dall’universale al particolare, dal bello ideale al ritratto, dal momento pregnante alla narrazione, fanno giustamente considerare l’arte romana più realista dell’arte greca. Ma anche il fine dell’arte cambiò nella sostanza. Non più una rappresentazione tesa al bello e alla conoscenza, ma agli scopi utilitaristici che la rappresentazione del passato ha sempre: conservare la memoria utilizzandola per la propaganda di valori politici. Quindi l’arte romana, potenzialmente volta ad un pubblico meno aristocratico ma più popolare, rispetto all’arte greca è non solo più realista ma anche più popolaresca. Rispetto all’arte greca l’arte romana perse il fine estetico per trovare un fine etico. Non è un caso se si pensa che i greci ci hanno lasciato in eredità la filosofia, mentre i romani ci hanno lasciato in eredità il diritto.

Questo per ciò che riguarda le arti figurative. Dove invece i romani mostrarono originalità e inventiva fu l’architettura, che per il suo fine pratico rispondeva meglio alle esigenze di una grande organizzazione civile come era l’Impero Romano. E nell’architettura i romani si applicarono più che in altre arti.

A differenza dei greci non adottarono il sistema trilitico ma quello ad arco, che con minore impiego di materiale consentiva di realizzare maggiori superfici coperte. L’architettura romana infatti spaziò in un maggior numero di tipologie di edifici (dalle case ai templi, dalle terme alle basiliche, dagli anfiteatri alle ville) rispetto a quella greca, che invece sviluppò un solo tipo di edificio: il tempio. Tuttavia anche nell’architettura i romani furono debitori verso i greci di un importante aspetto stilistico con gli ordini architettonici. La perfezione di dorico, ionico e corinzio conquistò i romani, che non esitarono ad utilizzarli anche se costruivano i loro edifici con la tecnica dell’arco. Anzi l’impiego che essi fecero degli ordini come elemento decorativo ma soprattutto come strumento di progettazione modulare, coniugandolo alla statica dell’arco, perfezionò ulteriormente il linguaggio classico dell’architettura, rendendolo valido per una infinità di soluzioni che l’architettura occidentale ha continuato a sperimentare fino ai giorni nostri.

L’arte romana esaurì la sua vitalità agli inizi del IV secolo. Ai tempi di Costantino avvennero due eventi che avrebbero dato una svolta improvvisa al mondo antico. Con l’editto di Milano del 313 avvenne la conversione dell’Impero Romano al Cattolicesimo. Nel 330 l’imperatore Costantino spostò la capitale da Roma a Bisanzio. L’arte antica si diramò in due direzioni, che presto avrebbero totalmente modificato e rinnegato i principi dell’arte classica. In Occidente l’Arte Paleocristiana agli inizi e medievale in seguito. In Oriente invece l’eredità dell’antico fu raccolta dall’arte bizantina.

L’arte romana scomparve definitivamente. Dopo circa mille anni si conclusero la parabola dell’arte classica avviata dai greci nel VII secolo a.C., e la ricerca formale basata sui principi del naturalismo, dell’equilibrio, dei valori estetici, per essere sostituite da un’arte antinaturalistica e con le nuove forme di espressione richieste dai nuovi contenuti morali, imposti dall’egemonia della religione cristiana. Solo con il Rinascimento il segno dell’arte occidentale si invertì nuovamente, reinterpretando l’eredità della cultura classica e facendola rivivere in una nuova stagione artistica che scelse nuovamente i principi ispiratori dell’arte classica: il naturalismo, l’equilibrio compositivo, la ricerca del bello e attraverso di essa della conoscenza.
Fonti e approfondimenti: www.francescomorante.it



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