L’immagine iconoclastica la fede filosofica di Andrea Emo 1



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Romano Gasparotti



L’IMMAGINE ICONOCLASTICA

La fede filosofica di Andrea Emo 1

1. "Questi scritti, quando verranno bruciati, daranno finalmente un po’ di luce…"


"Questi scritti, quando verranno bruciati, daranno finalmente un po' di luce. Soltanto il fuoco e le fiamme dello spirito possono trasformare la realtà immediata ed oggettiva in forma, in misteriosa soggettività"[A. Emo, 1964]

Per tutta la vita Emo fu animato dal rifiuto più radicale della scrittura in quanto rigida, opaca ed astratta immagine pubblica; non già della scrittura in quanto tale, se è vero che, nel Quaderno 360 del 1973, un' eloquente annotazione dice addirittura : "Pensieri personali. Ormai non riesco ad applicarmi che scrivendo “1.

Il tabù emiano, insomma, riguarda la scrittura che, in quanto pubblicamente alienatasi, diventa realtà immediata ed oggettiva, ossia diventa immagine intransitiva, che assume valore autoreferenziale e, in quanto tale, "adora se stessa"2, consegnandosi così alla più cieca e solipsistica delle idolatrie.

Solo se incorporata in un estremo gesto iconoclastico, la scrittura può risorgere come l’araba fenice(uno dei simboli più ricorrenti nell’opera eminana):


Uno scritto, una lettera, una letteratura sono degli echi di un verbo ignoto, sono gli echi dell'infinito, sono la risposta alle interrogazioni dell'infinito. Noi possiamo captare l'eco, farlo parlare con la nostra voce, obbligarlo a parlare in silenzio con i segni arabescati e oscuri per definizione (essi violano, contaminano il candore della carta).3
Ogni testo, per Emo, ha natura endiadica ed allegorica, essendo assieme e nel contempo due testi: uno in chiaro ed un altro che, pur affidandosi alle stesse parole del primo, è ineffabile, misterioso, inappropriabile. E' impossibile esprimere, dis-velare questo sotto-testo - che è quello decisivo - in cui continuamente si pratica e si celebra il naufragio dei significati del primo.

Per Emo, ogni discorrere pensante in generale, così come ogni poesia, ogni musica e ogni opera d'arte, sono una chimera "che rivela nel suo vuoto tutti i significati nascosti nella nostra interrogazione"4 e, "come l'eco di un verbo ignoto"5, allude all'irresistibile tendenza del discorso manifesto ad autonegarsi nel vuoto, nel nulla che il discorso nascosto continuamente scava in sé stesso. Ebbene, il cursus degli scritti di questo "cacciatore di chimere" - così Emo si autodefinisce nei Quaderni – conosce e misura perfettamente la vanità di ogni nostra interrogazione esplicita, assumendo le movenze eleganti quanto rigorosissime di uno stile inquisitore, sempre in anticipo su ogni risposta e capace di aprire e infrangere ogni discorso al fine di tenerne in sospeso ogni singola parola. Straordinariamente consonanti, pertanto, con la Sache del pensiero emiano, risultano le seguenti considerazioni di M. Blanchot:


Quando un filosofo, uno scrittore tace, apprendiamo dal suo silenzio non già ad appropriarci di ciò che egli fu perché possa servire ai nostri scopi, ma a disappropriarci di noi stessi e a dividere insieme a lui il mutismo inumano. Il discorso filosofico a un certo punto si perde sempre: può addirittura darsi, che esso sia solo un modo inesorabile di perdere e di perdersi. E' anche questo che ci ricorda il mormorio degradante: segue il suo corso.6

Ciò accade, dice Blanchot, “quando un filosofo, uno scrittore tace” ed Emo tacque per tutta la vita…


2. Continuare ad esercitarsi nella pura fede
Ricordo esattamente che centocinquant'anni fa io credevo intensamente nel Risorgimento italiano e che la fede di oggi è forse soltanto un riflesso della fede di allora 7
Nei termini emiani, scrivere significa allora rammemorare e porre in esercizio la fede come fede, la quale, in sé stessa, non conosce certezze, così come non ha scopi, né fondamenti, giacché si alimenta da sé senza bisogno di null'altro.

La filosofia, da parte sua, solo nell’essere ispirata dalla sua peculiare Musa, può custodire e perpetuare il mistero della sua vocazione a preservare la fede dall' assimilazione ad ogni forma di religio, ovvero ad impedire che la costitutiva e perenne eresia del cristianesimo si trasformi idolatricamente nel più ortodosso dei cattolicismi. Profondamente e integralmente cattolica è, invece, la cultura dominante nell'occidente, frutto della mente logica, articolatasi nelle scienze e incardinata sul principio di identità (e di non contraddizione).

Eppure, è la fede, solo la fede - i cui misteri trovano la loro immagine più trionfante nell'annuncio stesso del cristianesimo - quella "forza misteriosa che materialmente ci fa stare in piedi e in equilibrio"8.

A una tale affermazione, che risale al 1948, ne fa riscontro un'altra assai indicativa di trent'anni più tardi - a conferma della sostanziale stabilità del sistema di pensiero emiano - secondo la quale : "Tutte le nostre filosofie sono un sistema di variazioni su un tema di Lutero" 9. Il tema di Lutero ovviamente è quello relativo alla sola fides, di cui Emo riscopre addirittura le radici paoline:


S. Paolo ci dimostra come l’uomo(l’individuo) non possa essere salvato che per la fede; mentre invece la legge e cioè la moralità non solo non possono salvare e giustificare l’uomo(l’esistenza dell’individuo come tale), ma anzi ne sono senz’altro la condanna.(…) La giustificazione dell’individuo, che di per sé è una colpa: ecco il problema di S. Paolo. 10
E una ventina d’anni prima ( nel 1947), Emo aveva scritto :
Una fede è al di là del bene e del male; non ha importanza che una fede sia benefica o malefica: l'importante è che sia veramente una fede. D'altra parte come si può giudicare e stabilire che cosa è bene e che cosa è male? Occorre per questo giudizio stabilirsi su un punto di vista e questo punto di vista è appunto la fede stessa , che può giudicare ogni cosa, ma non può essere giudicata. 11
Per questo, scrivere e continuare a scrivere senza posa è l’unico modo per non soffocare l'abissale "discorso interminabile" (per usare l’espressione di Blanchot) della fede, onde consentire al discorso filosofico di non alienarsi nella "solarità", ma ritirandosi piuttosto nella disumana, muta, proibita e inesauribile eco del nascosto. Solo così il filosofo può assecondare il suo destino di errante e di perdente, senza rimanere inchiodato ai fondamenti e alle certezze - che irrimediabilmente rischiarano la nostra fede e così la uccidono - nonché a tutte le evidenze del nostro mondo positivo: "il mondo delle realtà solide che consente ai nostri piedi di camminare, ma non di volare"12.

Si badi: un tale im-possibile perdersi della scrittura e nella scrittura non consente dialogo alcuno. Parlare di dialogo, per Emo, significa semplicemente usare un eufemismo, che maschera la sostanza di un monologo, il quale avviene sempre alla presenza di una smisurata e abissale assenza. Anche quello che Emo ebbe in vita con Cristina Campo, del resto, non fu mai un dialogo e non tanto per il fatto che la Campo non risponde alle lettere ricevute, senza che ciò sorprenda affatto Andrea. Egli resta comunque convinto di ciò:


Una lettera è un dialogo con una presenza assente, cioè è un monologo in presenza di un fantasma che il monologo evoca, unica risposta ai suoi interrogativi. Ma il fantasma della presenza assente non cessa di interrogare, non cessa di intimidire e di esaltare il telescrivente - telescrivente perché scrive ai margini della distanza che si incarna nell'Altro. E il telescrivente, il protagonista occulto della lettera, non sa più se interroga o se risponde a un'interrogazione che l'assente non ha mai formulata, ma che esso interamente costituisce. Anche la preghiera è un monologo in presenza di una smisurata assenza(…) 13

La volontà idolatrico-superstiziosa in cui si obiettiva, si tradisce e si estingue, per troppa luce, la nostra fede - ovvero il nostro essere portatori di fede portati (e, per così dire, innalzati) dalla fede stessa - è tuttavia sempre in agguato e il suo agire, unilateralmente inteso, si declina nella "realtà" positiva del nostro quotidiano dialogare, allorché la "smisurata assenza" dell'Altro che io stesso sono, si declina e appare quale altra visibile e tangibile presenza.


3. In principio era l’immagine
Per Andrea Emo il filosofo è un “cacciatore di chimere” e i filosofi e gli artisti “spesso si assomigliano” nella loro idiosincrasia nei confronti di ogni preoccupazione di “risolvere” – ossia di distruggere – problemi, enigmi e misteri.14

Dalla filosofia come caccia alle chimere – attraverso la nozione decisiva dell’ immagine iconoclastica – Emo giunge all’arte che “spesso somiglia” alla filosofia stessa: l’una (quest’ultima)in quanto suprema custode del mistero del mondo, l’altra in quanto profonda “evocatrice” dell’”inespugnabilità” e dell’”inaccessibilità” di ogni mistero.


In principio era l'immagine e per mezzo di essa tutte le cose furono fatte: l'immagine è in principio (creatrice e creatura della sua negazione) [...]Noi, svolgendo la nostra vita e avendone coscienza, la rappresentiamo mediante immagini. [...] Noi creiamo immagini; la nostra conoscenza è continua creazione di immagini. [...]Ogni immagine tende sempre a trasformarsi in azione, appunto perché rivela la possibilità, l'attitudine ad un'azione; ed un'azione dopo avere in sé assorbite e distrutte le immagini [...]permette il sorgere di nuove immagini. 15

Il noto incipit del Vangelo di Giovanni – “In principio era il Verbo” – viene parafrasato da Emo nell’espressione “In principio era l’immagine e per mezzo di essa tutte le cose furono fatte”.

Ciò significa che, innanzitutto, per Emo, il verbale e l’iconico non sono affatto differenti e divergenti, bensì in linea di principio equivalenti. A tal punto equivalenti, che nel quaderno 254 del 1962, Emo scrive:

In principio era il Verbo, era la Parola, di cui le cose sono una imitazione assai triste(…) Questa è la religione tanto spesso dimenticata(anche la poesia dimentica, per nostra fortuna, le cose).16


A dispetto di tutte le teorie (scientifiche e filosofiche) sulla presunta differenza o addirittura divergenza tra voce e luce, tra ottico e verbale, tra iconico e scritto, Emo pone, invece, come “religione dimenticata”, la piena identità di immagine e verbo.

Dunque il verbo indica una prassi, un movimento, l’azione e, per Emo, “la verità è soltanto l’azione; l’azione che crea i suoi scopi relativi, limitati, equivalenti all’azione e che l’azione può raggiungere e risolvere”17.

Inoltre, nel passo iniziante con l’espressione “In principio era l’immagine”, il testo continua dicendo: “Ogni immagine tende sempre a trasformarsi in azione, appunto perché rivela la possibilità, l'attitudine ad un'azione; ed un'azione dopo avere in sé assorbite e distrutte le immagini (...)permette il sorgere di nuove immagini”.

Nel suo affermare con decisione l’identità di parola, immagine, azione, Emo, come rileva C. Sini, da un lato si avvicina alla riflessione nietzschiana sull’ origine della tragedia dallo spirito della musica, ponendo l’uomo primordiale, con la sua parola danzante e creatrice, come “prototipo dell’umano che resta alle spalle di ogni successiva trasformazione, ovvero dell’intera storia universale”18. Dall’altro egli recupera, all’interno della sua personale visione speculativa, considerazioni, che rinviano agli “atti de’ corpi” di vichiana memoria, agli studi romantici di F. Creuzer, sino alle riflessioni di M. Merleau-Ponty, il quale nei suoi studi sulla Fenomenologia della percezione, scrive che originariamente ”E’ il corpo a mostrare, è il corpo a parlare”19, in modo tale da manifestare ironicamente “la risonanza segreta con la quale la nostra finitudine si apre all’essere del mondo e si fa poesia.”20. L’immagine che ne risulta, per Merleau Ponty, è universale - appare dunque quale eidos - e non si fonda sull’ “oggettività prosaica”.

Teniamo presente, per completare il ragionamento, il fatto che, nella prospettiva emiana, la poesia “dimentica, per nostra fortuna, le cose”. La poesia è essenzialmente oblio. Grazie alla poesia, l’anamnesis quale unica forma di conoscenza, si esercita contemporaneamente come suprema dimenticanza e, come ha indicato Sini, “ignoranza sacra”.

In ciò consiste la filosofica “religione dimenticata” di Emo: una “religione”, che non ha nulla a che spartire né con la metafisica, né con la teo-logia, né con qualsiasi forma di religio(dal latino religare).


4. Un’inaudita idea di Europa

Al di là della questione di quanto la filosofia di Andrea Emo sia debitrice nei confronti dell’attualismo gentiliano – sulla quale forse troppo, per mancanza di altri riferimenti, ha indugiato, nel corso degli ultimi quindici anni, la primissima stagione dell’ interpretazione dell’opera emana - l’originalità del pensiero di Andrea Emo non consente nemmeno di includerlo nel novero delle filosofie del nichilismo, a maggior ragione se si tiene presente la natura specifica del nichilismo novecentesco così come è stata ricostruita21. Anche se è pur vero che ciò che chiamiamo “realtà” è, per Emo, "nulla esistente"22, concretissima "presenza del nulla"23, laddove il nulla, a sua volta, è "ciò che è puramente presente", ovvero "atto della propria negazione".24

Non solo dunque - come assai correttamente indicava M. Donà nella Postfazione al terzo volume di scritti inediti Supremazia e maledizione(edito da Cortina nel 1998, grazie alla volontà e alla passione di Giulio Giorello) – la filosofia di Emo ci conduce nel cuore di un “altro Novecento” – ma fa anche balenare un’ ”altra” idea di Europa. Non l’ Europa quale unità meramente economico-finanziaria, in cui, come Emo scriveva già nel 1968, il credo(quia absurdum) è diventato “credito”, così come la fides è diventata “fiducia”, in modo che:
le Banche e i peggiori usurai vivono di fede, come il giusto di S. Paolo. La carta moneta è la circolazione fiduciaria, cioè anch’essa vive per fede. Nessuno può fidarsi di un valore stabilito e meritorio. Il Capitale crea e distrugge se stesso.25
L’alternativa a questa Europa della fede economica e del credo finanziario non può essere però un’Europa dei Valori, proprio per le ragioni discusse su queste pagine. Perché? Perché, per Emo, il valore non è altro che l’universale astrattamente affermativo, ossia l’universale ridotto a individualità im-mediatamente positiva, determinatamente sussistente e stabilmente immunizzatasi rispetto alla propria negazione. Ma se le cose - veramente conoscibili solo per anamnesis, ossia come reminiscenza dell’”immemoriale” - sono platonicamente imitazione delle idee e chimeriche costruzioni filosofico-artistiche per grazia delle parole. E se le parole, a loro volta, in quanto “angeli dell’indicibile”26, sono echi dell’immagine universale e iconoclastica(ossia dell’eidos). E se pertanto tutti i nomi delle cose sono perfettamente universali – come potrebbe l’eidos, l’immagine universale, ovvero il vuoto che contiene l’infinita “plenitudine”, come potrebbe l’unità di ogni possibile e molteplice individualità, esistere come uno tra i tanti individui?

No. La fede di Emo è per un’Europa , in cui le radici greco-mediterranee e le radici cristiane non divergono, né si oppongono, ma, nel reciproco sacrificarsi in cui consiste il loro tenersi assieme – nel perenne divampare e consumarsi del loro fuoco – fanno sì che Europa possa continuamente risorgere nella sua originaria vocazione di occidente, di “terra del tramonto”.

In effetti, l’uomo europeo fa la sua originaria comparsa nella “terra del tramonto” come un essere costituzionalmente incapace di stare, perennemente esposto all’errare e all’essere-in-errore e totalmente disponibile all’incessante metamorfosi.27 E’ un uomo dikranos, “dalla doppia testa” - come si desume dal fr.6 DK di Parmenide28 - la cui natura è quella di essere duplice in sé stesso, la cui identità è unitariamente diadica, ovvero caratterizzata dall’uno-due, non già dall’Uno semplice perché perfettamente indiviso; la cui physis, insomma furiosamente ama il proprio continuo autonegarsi.

Se teniamo presente il fatto che la riflessione emiana silenziosamente agiva - tra il 1918 e il 1981 – contemporaneamente e contestualmente rispetto a quella dei maestri del pensiero novecentesco e in diretto e talvolta serrato dialogo con buona parte di essi, è evidente che la tardiva e inaspettata scoperta di questo autore e di quest'opera imporrebbe l’urgenza di ridisegnare il paesaggio non solo della filosofia italiana del Novecento, ma - alla luce di un tale “intruso” , il quale ha speculativamente agito nel profondo nonostante la sua pubblica assenza - anche di quella europea: impresa questa ancora tutta da iniziare.



Questo volume – che, per la prima volta, raccoglie una parte significativamente ampia e in grandissima parte inedita dell’opera postuma emiana, assieme ai primi florilegi editi e ai principali interventi critico-interpretativi, che sinora hanno visto la luce – costituisce una base documentaria sufficiente per iniziare, almeno, un tale auspicabile e “necessario” lavoro.




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