L’immagine (IL paradigma) della catena causale



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L3A - La logica delle scienze sociali (di Maurizio Rossi)

1. Facciamo il punto sulla logica della scienza (nelle scienze fisiche)

Poiché vi è un punto di vista intorno alla logica della scoperta - quello di Popper - che per un certo tempo ha goduto del favore della maggioranza dei filosofi della scienza ed ha avuto una larga eco anche nel mondo della metodologia quantitativa delle scienze sociali. Dal momento che alcuni lo considerano ancora valido, è bene richiamarlo qui nelle sue linee generali, anche perché è stato spesso frainteso. Scopriremo che il pensiero dei filosofi e di molti fisici riguardo al proprio lavoro è più “distruttivo” di molte polemiche della sociologia qualitativa nei confronti della ricerca empirica “positivista”. Ricordiamo in sintesi il punto di vista di Popper, con le sue parole:


Dare una spiegazione causale di un evento significa dedurre un’asserzione che lo descrive, usando come premesse della deduzione una o più leggi universali, insieme con alcune asserzioni singolari dette condizioni iniziali. Per esempio, possiamo dire di aver dato una spiegazione causale della rottura di un certo pezzo di filo se abbiamo trovato che il filo ha una resistenza alla trazione di 0,5 Kg, ed è stato caricato con un peso di un chilo. Se analizziamo questa spiegazione causale, troveremo che consta di diverse parti costituenti. Da una parte abbiamo l’ipotesi: “Un filo si rompe tutte le volte che viene caricato con un peso che supera il peso che definisce la resistenza alla trazione di quel filo”, e questa è un’asserzione che ha il carattere di una legge universale di natura. Dall’altra parte abbiamo certe asserzioni singolari (in questo caso due, che sono vere soltanto per l’evento specifico in questione: “Il carico di rottura di questo filo è 0,5 Kg.” E: ”Il peso con cui è stato caricato questo filo è 1 Kg.”.

Abbiamo così due differenti tipi d’asserzioni che sono entrambe ingredienti necessari di una spiegazione causale completa. Esse sono: 1) asserzioni universali, cioè ipotesi che hanno il carattere di leggi di natura e 2) asserzioni singolari, che valgono per l’evento specifico in questione e che chiamerò “condizioni iniziali”. Dalle asserzioni universali, insieme con le condizioni iniziali, deduciamo l’asserzione singolare: “Questo filo si romperà”. Diciamo che quest’asserzione è una predizione specifica o singolare.

Le condizioni iniziali descrivono quella che di solito si chiama la “causa” dell’evento in questione. […] E la predizione descrive quello che di solito viene chiamato l’“effetto”. [Logica della..., p. 44]
Prima di entrare nel merito della posizione popperiana, chiariamo un punto specifico sollevato dall’uso nel passo precedente del termine “causa”. Consideriamo questi due esempi (diamo per nota la formula s=(0,5g)*t2, legge della caduta dei gravi nel vuoto):
Se in un dato punto dello spazio caratterizzato da un certo fattore g, un grave cade per un tempo t, lo spazio percorso dal grave sarà s=(0,5g)*t2. Il fattore g è pari a G. Il tempo di caduta è pari a T. Lo spazio percorso S sarà pari a (0,5G)*T2.
Se in un dato punto dello spazio caratterizzato da un dato campo gravitazionale , un grave cade per un tempo t, lo spazio percorso dal grave sarà s=(0,5g)*t2. La costante gravitazionale g è pari a G. Il tempo di caduta è pari a T. Lo spazio percorso S sarà pari a (0,5G)*T2.
Sia nel primo sia nel secondo caso le cause sono il valore della costante g e il tempo trascorso. Ora, non è del tutto naturale considerare il tempo trascorso una causa. Il tempo non è una causa nello stesso senso in cui lo è un peso che si carica sul filo. “Causa” non è usato nello stesso senso in cui viene impiegato nel linguaggio comune (una manipolazione su qualcosa che produce un effetto su quella stessa cosa, ad esempio, un intervento fisico) e nel senso in cui viene usualmente impiegato dai fisici come di “azione a distanza che tende a zero” (Popper stesso ricorda questo punto). Niente di grave, basta intendersi. Del resto, la domanda circa l’uso della corda ha tante risposte quanti sono i possibili usi della corda.

I due esempi però sono diversi in un punto essenziale. Nel primo si parla di un misterioso fattore g, nel secondo di campo gravitazionale. Se ho formulato ipotesi come quelle precedenti, evidentemente avrò fatto qualche esperienza osservativa che me le ha suggerite. Magari ho già visto in alcuni casi una possibile relazione tra le tre grandezze (s, t, g). La prima formulazione è soltanto la generalizzazione delle mie osservazioni (vedremo dopo che costituisce in ogni modo una generalizzazione “arbitraria”, non un’inferenza logica). Come tale è adatta a funzionare in quanto formula di calcolo in altre osservazioni, posto che uno abbia fiducia in essa. La seconda formulazione invece non è una semplice formula di calcolo. Qui s’introduce un concetto nuovo: la gravità o il campo gravitazionale (terrestre). Potremmo definirla una ”parola causa” densa di contenuto teorico. E’ l’introduzione di questo concetto che spiega le mie prime esperienze osservative. Esso, per così dire le trasporta su un nuovo e diverso piano. Apre davanti a noi la possibilità di vedere gli eventi del mondo fisico sotto una nuova luce, di vedere proprio un altro mondo. Questo forse è il significato del termine spiegare causalmente.

L’esempio di Popper fa uso di termini come spezzare e caricare, anch’esso dunque usa parole “causa” ed “effetto” piene di contenuto teorico. Si tratta però di termini abituali anche nel linguaggio comune, per la verità si tratta di leggi universali troppo vicine alla dimensione osservativa. Certo s’introduce un nuovo concetto “peso che definisce la resistenza alla trazione” o “carico di rottura”. Ma questo concetto è solo in apparenza nuovo: se si sono fatte esperienze con fili caricati con pesi diversi si sarà già notata la connessione tra peso e rottura: questi termini sono soltanto un modo diverso per parlare delle stesse cose. Dunque una formula di calcolo, non una spiegazione. Per avere una spiegazione occorrerebbe forse introdurre termini relativi ai legami o forze molecolari, ecc.

Di passaggio bisogna notare che in quella formulazione sembra pacifico considerare l’aver caricato un filo con un peso la causa della successiva rottura (si badi, successiva rispetto all’intenzione dello sperimentatore, contemporanea agli effetti pratici; se poi il filo non si rompe subito, si dirà: se si carica per un certo tempo.., oppure sarà meglio chiarire quale sia la vera causa).

In una nota all’esempio proposto, Popper riconosce che c’è una certa imprecisione nella sua formulazione. Poiché riguarda da vicino le argomentazioni appena avanzate, discuteremo nel dettaglio la nuova formulazione che è questa:


  1. Per ogni filo di data struttura S (materiale, spessore, ecc.) esiste un peso caratteristico w, tale che il filo si spezzerà per ogni peso superiore a w che venga sospeso ad esso;

  2. Per ogni filo di struttura S1, il peso caratteristico w1 è eguale a 0,5 Kg;

  3. Questo è un filo di struttura S1;

  4. Il peso da mettere su questo filo è eguale a 1 kg.

Nella versione primitiva c’era in effetti qualcosa che non andava. La prima condizione iniziale (“Il carico di rottura di questo filo e di 0,5 Kg”) non era in realtà un’asserzione singolare (qui e ora) come avrebbe dovuto essere. Era piuttosto, com’è evidente ad un esame più attento, un’asserzione universale (tutti). La nuova formulazione fa giustizia di questa svista. Ora questa condizione compare espressamente (2) come una proposizione universale, una congettura. Di più viene riformulata la congettura universale iniziale. In quella l’antecedente dell’ipotetica non conteneva numeri, sicché nessuna combinazione di condizioni antecedenti avrebbe potuto affermarla, condizione invece necessaria per la deduzione. Nella nuova formulazione dell’esempio, le condizioni iniziali affermano l’antecedente di una proposizione universale che potrebbe essere dedotta come passaggio intermedio dalle prime due. Così tutto è in ordine.

Ma in realtà non è così. Popper è stato costretto a riformulare così l’esempio, perché da qualche parte doveva introdurre il nuovo concetto di carico di rottura, senza il quale una qualunque formulazione alternativa sarebbe stata una semplice formula di calcolo non qualcosa che spiegava (come nel nostro primo esempio). La prima proposizione ha proprio questo scopo, definisce un nuovo concetto per tutti i fili non solo per S1. Peccato però che la prima proposizione non sia falsificabile e quindi, nel linguaggio popperiano, non sia scientifica. Vediamo perché. Immaginiamo di appendere al filo un peso di 1 Kg e che il filo non si spezzi. Abbiamo certo falsificato la 2, ma non la 1. Esiste una congiunzione finita d’osservazioni che possa confutare la 1? La risposta è no. La prima è una proposizione esistenziale, e come tale non può essere falsificata.

Inoltre non sembra che si guadagni in semplicità rispetto alle esperienze osservative. Uno dei compiti della teoria è proprio quello di ridurre l’eterogeneità del mondo a poche proposizioni generali che semplifichino questa complessità. Se però pensiamo a tutti i fili di diversa composizione materiale e di diversa struttura, ci rendiamo conto che per coprire il campo delle rotture dei fili abbiamo bisogno non solo della prima proposizione universale della seconda formulazione popperiana (per ogni filo di data...), ma di un numero enorme di proposizioni universali come la seconda (per ogni filo di struttura ...). Precisamente, una per ogni combinazione di composizione e struttura. Il ché non semplifica in nulla.

Questo accade perché il concetto di carico di rottura non è un concetto che consenta di vedere le esperienze osservative sotto una luce nuova, non fa altro che dire quello che si è visto con gli esperimenti. E’ per questo, che nel tentativo di introdurre una proposizione più generale non si trova di meglio che una proposizione esistenziale.

Insomma, la spiegazione popperiana non è causale semplicemente perché fa uso di parole “causa” e di parole “effetto”, ma lo è solo quando ricorre a parole “causa” che vanno oltre in contenuto teorico alle parole “causa” utilizzate nella descrizione delle esperienze osservative su cui ci si “basa” per tentare la formulazione di congetture universali. (Naturalmente, dopo l’accettazione della nuova congettura, le osservazioni verranno descritte utilizzando le nuove parole “causa”). Tutto ciò per dire: i concetti di causa ed effetto come li conosciamo nel linguaggio comune non paiono centrali nell’attività scientifica. Non sembrano cioè concetti problematici. Se si vuole si usano. Purché non ci si costruisca sopra alcunché di filosofico. Del resto, lo stesso Popper nelle opere successive non mi pare abbia più usato l’espressione “spiegazione causale”. Torneremo più avanti su questo problema della causalità perché è centrale nella logica delle scienze sociali.

Poiché un esempio nella sua apparente semplicità può fuorviare il lettore, vediamo di sintetizzare la posizione di Popper (naturalmente non c’è un solo Popper, in lui coesistono diverse posizioni intorno al falsificazionismo, qui le ricorderemo in sequenza, per così dire, logica):

1- Le teorie constano di proposizioni universali (senza vincoli di spazio-tempo)

2- Non si possono verificare proposizioni universali. Nessuna congiunzione finita di asserti osservativi può confermare una teoria che deve valere senza vincoli di spazio e di tempo. Questa era la posizione giustificazionista: le teorie sono proposizioni confermate dai fatti (esiste qualcosa che si chiama proposizione fattuale, o per ragioni psicologiche o per autoevidenza ecc.). La posizione di Popper è: le teorie sono mere congetture (questo fa giustizia anche dell’induttivismo: se la logica usata è infallibile non si può inferire da asserti osservativi (singolari) proposizioni universali. Perché si tratterebbe di aumentare il contenuto e una logica infallibile non lo fa. Si può farlo solo fuori della logica).

3- Le proposizioni universali (le congetture teoriche) possono essere falsificate. Ogni teoria si dice, ha una base empirica. Se si considerano tutte le proposizioni osservative (singolari) che se ne possono dedurre e che devono essere vere se la teoria e vera, la base empirica è la classe dei falsificatori potenziali della teoria, cioè l’insieme delle proposizioni che negano la verità di quelle derivabili. Se anche uno solo degli asserti singolari dedotti alla prova dei fatti non è vero, la teoria è falsa (posizione del falsificazionismo dogmatico: comprende anche l’assunzione che esista una linea di confine naturale, psicologica tra le proposizioni teoriche o speculative da un lato, e le proposizioni fattuali o osservative dall’altro; e l’assunzione che se una proposizione è psicologicamente fattuale/osservativa allora è provata dai fatti; la terza assunzione è quella riportata qui del criterio di demarcazione, una teoria è “scientifica” se ha una base empirica).

4- Molte proposizioni universali-teorie vengono interpretate come se contenessero una clausola ceteris paribus. In altri termini, alcune teorie vietano che un evento accada in una specifica regione spazio-temporale finita (evento singolare) soltanto a condizione che nessun altro fattore abbia influenza su di esso. Ma allora tali teorie non contraddicono mai solo un asserto della “base”: al più contraddicono la congiunzione di un asserto-base e di un asserto universale di non-esistenza che dice che nessun’altra causa pertinente opera in alcun posto dell’universo. E questi ultimi asserti non fanno certamente parte della base empirica: non possono essere osservati e provati dall’esperienza (esempio: matematico e irregolarità orbite pianeti, Newton, nuovo pianeta, telescopio, nuovo telescopio, nuvola polvere, satellite, campo magnetico, satellite per c.m. ecc.). Perciò il criterio di demarcazione di cui a 3 del falsificazionismo dogmatico finirebbe per escludere dalla scienza tutte le più importanti teorie scientifiche e, inoltre, che tutte le teorie sono non refutabili.

5- Il falsificazionismo metodologico di Popper è falsificazionista e convenzionalista. Le teorie possono essere falsificate da “asserti-base” che appartengono alla sua “base empirica” (criterio di demarcazione: una teoria è “scientifica” se ha una “base empirica”), dove i valori di verità di tali asserti non possono essere ottenuti dai fatti (falsificazionismo dogmatico – anche gli asserti-base contengono termini universali: questa acqua bolle a 100° gradi, l’acqua è quel liquido con certe proprietà) ma possono essere decisi da un accordo (tutti concordiamo che questa qui davanti sia acqua, o su certe procedure sperimentali). Contro il convenzionalista classico, Popper sostiene che le teorie congetturali non sono accettate come convenzionalmente vere, ma sono congetture falsificabili da “asserti-base” convenzionalmente accettati. Naturalmente la “base empirica” è come una palafitta conficcata in una palude. Le decisioni sperimentali sono decisioni gravide di rischi, ma che vanno prese. E’ ovvio che le tecniche sperimentali sono solo “”osservative”” nel senso che coinvolgono un ampia gamma di teorie “osservative” legate agli strumenti. Opera pertanto una decisione per stabilire una demarcazione tra teorie da controllare e conoscenza di sfondo convenzionalmente non problematica. Una teoria contraddetta da un “asserto-base” della “base empirica” dimostrato si dice allora “falsificata” (“falsificata” vuol dire che può ancora essere vera ma bisogna avere il coraggio di rifiutarla, falsificata nel falsificazionismo dogmatico vuol dire che è falsa e va refutata).

6- La decisione circa la refutazione deve essere rapida e impietosa. Però vi è un pericolo: anche il falsificazionista metodologico è in difficoltà con la clausola ceteris paribus. Se decide di collocarla nella conoscenza di sfondo convenzionalmente non problematica, rischia di trasformarsi in un apologeta della teoria corrente, che tenta di salvarla ad ogni costo. Ma così facendo non segue uno dei suoi precetti favoriti: la teoria deve essere fatta in modo da offrire il collo alla mannaia.

7- Lakatos contrasta quest’ultimo punto (secondo lui si tratta di un falsificazionismo metodologico ingenuo) per la buona ragione che rifiuti troppo rapidi, istantanei possono far rigettare una teoria troppo presto. D’altra parte questa logica della scoperta scientifica (di Popper) se deve essere la disciplina di valutazione razionale delle teorie scentifiche non sembra andare d’accordo con la storia: a volte i rifiuti sono troppo rapidi, a volte tardano a venire. La conclusione di Kuhn è che non vi è logica della scoperta, ma solo psicologia della valutazione, anzi psicologia sociale, visto che di un collettivo si tratta. Con ciò sembra sfociare nell’irrazionalismo (le rivoluzioni sono mistiche, non vi è ragione razionale per attuarle).

8- Dunque il F.M.S. è questo. Una teoria è accettabile o scientifica soltanto se porta a un aumento di contenuto empirico, e se almeno parte di questo è corroborato. Una teoria è falsificata se e soltanto se è stata proposta un’altra teoria che spiega il successo della precedente, prevede fatti nuovi rispetto alla precedente, parte del contenuto eccedente è corroborato. Così usare l’ipotesi ad hoc che non valga la condizione ceteris paribus non è sempre proibito. Se la nuova teoria che ne consegue non risponde alle condizioni precedenti allora si ha uno slittamento regressivo di problema e ciò dovrebbe essere evitato. Se la nuova teoria soddisfa le condizioni lo slittamento è progressivo e quindi positivo. Conseguenza implicita: il modello monoteorico adottato fino ad ora non è adeguato. Si lavora sempre con insiemi di teorie. Il vecchio criterio empirico per una teoria soddisfacente era l’accordo con i fatti, il nuovo criterio è la produzione di fatti nuovi. Altra conseguenza: l’incommensurabilità delle teorie a confronto se interpretate come serie di teorie (qui si tratta di una quasi incommensurabilità pratica, piuttosto che teorica).

Questi sono i punti essenziali della posizione di Popper (gli ultimi per la verità sono di continuatori e critici della sua opera, forse Popper non è arrivato compiutamente al F.M.S.).

Cosa ne possiamo dedurre?. Che la logica della scienza è per aspetti importanti convenzionale, basata sul giudizio intersoggettivo della comunità di scienziati.

Che non c’è una base empirica della teoria, ma solo “base empirica”.

Che le teorie non solo non sono confermate dai fatti, ma neppure falsificabili.

Che il progresso scientifico, se vuole essere razionale si fonda sul principio di tentare di sostituire teorie con altre che prevedano qualcosa di nuovo. La natura non può mai dire NO se noi proponiamo una teoria. Noi proponiamo un labirinto di teorie e la natura può gridarci INCOMPATIBILI.

Un limite: lasciar fuori la psicologia appare dubbio, visto il peso del convenzionalismo in queste decisioni.

Questo appare un tentativo per salvare il carattere razionale dell’impresa scientifica. La storia reale della scienza non segue questa logica. Popper e altri direbbero che quello che conta è la ricostruzione razionale della storia. Che è una posizione metafisica. Si può sempre mostrare che una storia è fatta di ascendenti e discendenti e si dispiega secondo una catena (torneremo tra breve su questo punto) è solo questione di interpretazione. Il fatto però che sia interpretabile così, non significa che sia così. Significa solo che se vogliamo così, va bene così.

Insomma la situazione del metodo delle scienze fisiche è drammatico: siamo sull’orlo dell’irrazionalismo, dobbiamo adottare continue strategie convenzionali per restare sull’orlo dell’abisso. Naturalmente, lo stato materiale delle scienze fisiche appare diverso: le applicazioni pratiche fanno passare in secondo piano il loro eventuale carattere irrazionale. In ciò rimandano forse ai prestigiatori.

Il modello adottato dalle scienze sociali quantitative è più vicino a quello del falsificazionismo dogmatico. (Le vigorose crociate della sociologia qualitativa contro i quantofrenici non vi sembrano ora un balbettio rispetto a quanto abbiamo visto che i fisici pensano della realtà, della teoria, e della dimostrazione. Non c’è già tutto qui?) In parte è colpa dello stesso Popper che negli scarsi passi in cui esemplifica sulle scienze sociali sembra seguire questo modello. Naturalmente Popper è un sostenitore dell’unicità del metodo.

Vediamo la collocazione delle scienze sociali rispetto al metodo del Falsificazionismo (poco importa il tipo). Il primo problema da affrontare riguarda il concetto di spiegazione causale. Come è assunto nelle scienze sociali?

2. L’immagine (il paradigma) della catena causale nelle scienze sociali
Il paradigma della catena causale è assai diffuso nelle scienze sociali Collins ha scritto:
L’essenza dell’empirismo metodologico - ed è questa la scienza - è di spiegare un fenomeno non considerandolo isolatamente ma confrontandolo e contrapponendolo ad altri fenomeni. Per capire una cosa dobbiamo mettere a confronto dove accade e dove non accade e registrare le variazioni delle condizioni che accompagnano il verificarsi o il non verificarsi del fenomeno [Collins, Sociologia, Zanichelli, 1980, p. 4]
Trascuriamo qui il fatto che la formulazione di Collins sembra obbedire ad una concezione non recente dei rapporti tra linguaggio , teoria e realtà (per la verità è di un oggettivismo spinto). Trascuriamo il suggerimento implicito che per individuare aspetti teorici significativi sia sufficiente seguire delle istruzioni, come in una mappa del tesoro: due passi a destra ecc.

L’aspetto centrale del brano precedente è che nelle scienze sociali siamo interessati a studiare le relazioni tra variabili. Se in origine l’interesse era ingenuamente per le relazioni bivariate (gli autori più avanti citati lo dicono, sic!), ora vi è consenso unanime (tra i quantitativi) sul fatto che la realtà sociale è estremamente complessa e quindi avremo piuttosto a che fare con relazioni multivariate: molte variabili indipendenti a spiegare una dipendente (si pensi alla path analysis). (Oggi si dice da più parti che è centrale un approccio sistemico: su ciò ci sarebbe molto di negativo da dire)

Vi è inoltre consenso unanime sul fatto che non ci si debba limitare ad esaminare le semplici covariazioni ( come sembra trasparire nel brano di Collins) , ma che si debba sempre postulare la casualità delle relazioni. [Ricordiamo, perché si misuri tutta la distanza tra scienze fisiche e sociali, che nelle scienze fisiche il punto non è se la relazione è causale, ma che si usi una covariazione in un modello deduttivo. E’ questo che la rende causale, nel senso che l’antecedente dell’ipotetica contiene le cause, e la conseguente gli effetti – nella terminologia di Popper. Ciò che la rende causale è inoltre il fatto che porti ad un aumento di contenuto rispetto alle proposizioni “osservative” che copre.] Secondo i manuali di tecniche quantitative non si può prescindere da questo modello. Prendiamo le affermazioni di un recente testo di Statistica per la ricerca sociale.
Le ipotesi aventi la forma “Se A, allora B” oppure “Maggiore è il valore di A, maggiore è il valore di B” si limitano a formulare l’aspettativa che A e B sono correlate. […] Una proposizione che ha forma causale offre maggiori informazioni rispetto ad una proposizione che ipotizza la semplice covariazione fra variabili. [Bohrnstedt e Knoke, 351].
E’ noto che le relazioni causali possono essere asimmetriche o simmetriche (non considereremo qui i problemi posti dalla spiegazione funzionalista un po’ trascurata ultimamente). Le relazioni causali simmetriche sono trattate in genere solo marginalmente. Il palcoscenico è occupato quasi interamente dalle relazioni asimmetriche. Se la relazione è asimmetrica si ragiona così: come si potrebbe dire che una è la causa e una è l’effetto se i due fenomeni si manifestassero simultaneamente? Se invece vi è ordine temporale – un fenomeno si registra prima dell’altro - allora è ovvio che la prima è la causa e la seconda l’effetto. Si può insomma dire che se vi è ordine temporale, la covariazione è ipso facto relazione causale asimmetrica. [Naturalmente trascuriamo il funzionalismo. Qui vi è confusione concettuale: qui la causalità è concepita in un senso assai ristretto, come operazione manipolatoria, o come azione a contatto. Non si comprende che è l’uso che si fa e il contenuto di certe proposizioni a fare della spiegazione una spiegazione causale, non il fatto che si mettano in fila le variabili come soldatini – si pensi a spazio, tempo e gravità che è una relazione simmetrica.]

Infatti i nostri autori sostengono che una relazione è causale asimmetrica se si danno le seguenti tre condizioni:

1. c’è covariazione statistica

2. c’è ordine temporale tra le variabili

3. le relazioni tra le coppie di variabili non sono spurie

La terza condizione ( un esempio: numero di cicogne nel territorio e tasso di natalità - sempre da Bohrnstedt ecc., spiegato dal fatto che le cicogne preferiscono nidificare nelle aree rurali e che nelle aree rurali si fanno più figli. Ma cosa spiega in più la ruralità: forse che l’aria di campagna favorisce pratiche sessuali non protette. Notare l’imprecisione dell’esempio: da un lato variabile a intervalli, numero di cicogne, dall’altro dicotomia rurale-urbano) è naturalmente una condizione capestro: ci condannerebbe a contemplare l’infinito eternamente. E’ ovvio che per quanti controlli si facciano, non si può mai escludere che esista una variabile considerando la quale la relazione originale risulterebbe spuria. Se le condizioni di causalità sono stringenti, nessuna relazione può essere assunta come causale.

Vediamo come gli autori citati giustificano le prime due condizioni. Innanzitutto mostrano che una proposizione che esprime una covariazione può essere messa in forma esplicitamente causale:
E’ piuttosto ovvio che l’affermazione “maggiore è il livello di ansia da test, minore è il risultato conseguito in un esame di fine corso” intende dire che l’ansia da test precede ed è causa di voti bassi. (349)
Quello che è strano e che invece di proseguire mostrando che cosa la supposta casualità della relazione aggiunge in contenuto informativo, abbandonano improvvisamente l’esempio per adottarne un tratto dalla biologia. Questo succede assai spesso nei testi che trattano di logica delle scienze sociali (ci sarà pure un motivo) ! Una cosa si può notare. Chiediamoci: come si potrebbe confutare una simile teoria. Trovando almeno un caso in cui ad un’elevata ansia da test sia associato un ottimo risultato nei test? Ma può accadere realmente qualcosa di simile? Certo: se la persona implicata ha superato finalmente l’ansia da test. (Explanans ed explanandum non sono logicamente indipendenti. Gli uomini sono mortali è un’ipotesi o una definizione? L’acqua bolle a 100 gradi è un’ipotesi o una definizione? Non saper superare i test fa parte della definizione di ansia da test?)

Vediamo l’esempio biologico sperando in maggiori lumi:


Si consideri la seguente ipotesi causale, tratta dall’economia agricola: “Una quantità maggiore di pioggia produce una quantità maggiore di raccolto (a parità di altre condizioni). Poiché nel corso del tempo sono stati raccolti numerosi dati, sia mediante sperimentazione che mediante osservazione, l’esistenza di una covariazione fra apporto idrico e produttività del terreno è stata pienamente accertata. Inoltre, una certa conoscenza della fisiologia vegetale fornisce una solida base per inferire quale variabile è la causa e quale, invece è l’effetto. Se uno studente affermasse che aumentando la quantità di sementi si determina un aumento nel livello della pioggia, l’intera facoltà di scienze agrarie lo deriderebbe. [350]
Da quale sacco escono le sementi? Il risultato principale del formulare relazioni causali sembra essere questo: non parlare d’altro! (se parli di pioggia e raccolto, non parlare di sementi: un po’ deludente). Perché poi l’accenno alla fisiologia vegetale? La causalità delle relazioni non si postula, ma si inferisce? Questa sì che è una grande scoperta filosofica. Davvero occorre la fisiologia vegetale per sapere se la pioggia deve precedere temporalmente il raccolto? E i poveri egizi come facevano, non avendo solide basi di fisiologia vegetale?

Tutto questa confusione in appena due pagine che iniziavano con il proposito di chiarire in modo semplice la questione della causalità.

In realtà quello che ha in più questa formulazione causale è che contiene implicitamente o esplicitamente quello che si potrebbe chiamare un precetto d’azione: irriga di più se vuoi un buon raccolto. Dunque è utile nella pratica agricola, ma cosa aggiunge a livello di teoria?

Questo modo di porre distinzioni tra covariazione e causalità conduce a problemi di lana caprina. Proviamo a rimettere ordine. Se sgrido un bambino che sta per lanciare un sasso contro un vetro, perché lo faccio? Perché so (per conoscenza teorica o intuitiva o per esperienza) che l’essere colpito da un sasso e il rompersi del vetro “covariano”, sono eventi connessi. Formulare questa conoscenza in termini casuali (se prima lanci un sasso, poi seguirà la rottura del vetro), che cosa aggiunge? Confusione. Infatti, se il sasso viene fermato prima di colpire il vetro non lo rompe. Se per evitare questo caso introduco la limitazione che il sasso deve colpire il vetro, non vi è più ordine temporale: il vetro si rompe nell’esatto istante in cui viene colpito dal sasso. Celiando potrei dire che la formulazione causale tuttavia rende esplicita la proibizione a formulare una previsione come questa: se rompo un vetro con un martello istantaneamente un sasso lo colpirà.

Vediamo meglio. Innanzitutto non vi è ordine temporale. In secondo luogo la covariazione tra colpire e rompere da cui siamo partiti non è una vera covariazione Infatti colpire è un verbo che indica un azione di cui rompere è un possibile effetto, quindi è già una formulazione causale ( è anche in questo senso che il linguaggio osservativo è imbevuto di teoria). Potremmo concluderne: se si da una formulazione causale (con un linguaggio causale) non si può dare con lo stesso linguaggio una formulazione in termini di covariazione.

In realtà “il sasso che colpisce il vetro e lo rompe” è un’ipotesi pratica non teorica. A noi aspiranti manipolatori del mondo dice come manipolarlo, piuttosto che a quali regolarità obbedisce. Che il linguaggio causale così inteso non sia un linguaggio teorico è evidente: avremmo bisogno di tante leggi quanti sono gli oggetti e i fenomeni che possono rompere il vetro (martello, colpo di vento, fischio di Giovanni, ecc.). Quale scienza teorica si potrebbe mai costruire con una simile proliferazione? Anche astraendo, non andremmo più in là. “Se un corpo.. “: quale?, una piuma? Un corpo pesante? Quanto? E a quale velocità? Se invece astraiamo dicendo che c’è covariazione tra energia delle molecole e stato del vetro – rotto o integro (mi si passi l’imprecisione del linguaggio), introduciamo una vera ipotesi teorica (riduce la complessità del reale).

Abbiamo visto quale sia l’uso della causalità nelle scienze naturali (in fisica)? Le proposizioni della fisica si esprimono nella forma: v=gt, E=mc2. Dunque nella forma di covariazioni. E’ l’uso che le rende causali. Il concetto di causa non compare che marginalmente in un manuale di fisica. Perché allora nei manuali di metodologia che pur vorrebbero richiamarsi alla filosofia delle scienze naturali si insiste sulla causalità con una perseveranza degna di miglior causa (alla luce di quanto abbiamo detto). Si tratta di una specificità della logica delle scienze sociali? Nessuno sembra sostenerlo: anzi si fa passare la problematica causalista come la logica della scienza tout court.

Perché le scienze sociali continuano a conformarsi al modello causale?. Perché il modello è quello di una catena causale? Consideriamo questa situazione:


Immaginiamoci che Galileo, all’alba, stia riponendo i suoi strumenti dopo una notte di osservazioni. Il telescopio gli scivola di mano e comincia a rotolare giù per la collina. Lo fermeranno i cespugli o il fosso, pensa. Si precipita di corsa all’inseguimento del telescopio. Non si accorge di una buca davanti a lui. Cade e mentre si rialza vede il telescopio che sta superando il punto dove prima c’erano i cespugli (il giardiniere aveva avuto l’incarico di tagliarli). E il fosso? Neppure quello c’era più, era stato colmato. Il telescopio finisce nel fiume. Se solo non fossi stato così goffo; se solo non ci fosse stata quella buca, o almeno l’avessi vista; se i cespugli non fossero stati tagliati e il fosso non fosse stato colmato. Galileo poteva addirittura pensare: per mancanza di un fosso o di un cespuglio non c’era nulla a fermare il telescopio che rotolava giù per il pendio, per mancanza di luce non ho visto la buca. Così lo strumento è finito nel fiume e tutto per la mancanza di un fosso o di un cespuglio.

Oppure supponiamo che la carrozza di Galileo urti un pedone in una strada di Padova all’imbrunire. Il giudice istruttore potrebbe considerare le circostanze: se sul bordo del marciapiede non ci fosse stata la buccia di banana; se il vetturale non avesse guardato indietro proprio in quel momento; se i rivetti dei ceppi dei freni fossero stati ben fissati. Il giudice istruttore avrebbe potuto formulare così la sua relazione per la mancanza di un ceppo del freno il vetturino distratto non poté fermare in tempo la carrozza, per questa sua mancanza di controllo la vettura urtò il padovano che era scivolato in strada a causa della buccia di banana; perciò il passante era morto, e tutto per la mancanza di un rivetto. (Hanson, 67 s).


Questi aneddoti – che rappresentano ottimi esempi di catene causali - cosa mostrano? Mostrano che l’immagine della catena (mettere in fila degli eventi come delle generazioni, da ascendente a discendente) può, in certi contesti, essere plausibile. Ma la sua plausibilità è “storica”. Attiene all’interesse verso quella particolare sequenza accidentale di eventi, piuttosto che verso una spiegazione “teorica”. Interessa al rettore di Pisa che deve decidere se chiedere o meno a Galileo di rifondere l’università per il telescopio perduto, o al giudice che deve decidere se condannare qualcuno per la morte del padovano. L’interesse è “storico”, riguarda proprio la concatenazione eccezionale di eventi che ha portato all’incidente, non una qualche legge degli incidenti (quale legge delle cadute si potrebbe formulare considerando come cause le bucce di banane?). Del resto, la descrizione di una catena non presuppone una formulazione teorica adeguata (naturalmente ogni anello della catena è tale perché c’è una legge cui obbedisce). E’ sufficiente una conoscenza “preteorica” degli eventi implicati per poter procedere (in altri termini non occorre essere teorici dell’attrito per sapere che si scivola su una buccia di banana – sebbene anche qui vi sia “teoria”).

In definitiva questi esempi mostrano che c’è un senso del termine spiegazione diverso da quello usato nelle scienze fisiche. Gli esempi precedenti spiegano come Galileo ha perso il telescopio, non spiegano e non pretendono di spiegare perché le cose quella mattina dovessero necessariamente andare in quel modo. Nel linguaggio quotidiano usiamo “perché” al posto del “come” precedente, ma ciò in genere non produce confusione, sappiamo che è un “come”, se però nella pratica scientifica facciamo confusione tra i due termini rischiamo di confondere una domanda “storica” (la concatenazione accidentale di eventi) con una domanda “teorica” cadendo nella trappola delle necessità della storia e del finalismo (in altri termini, cerchiamo delle regolarità dove non ci sono).

Pensiamo ai modelli path che cercano di spiegare il successo individuale come conseguenza dell’istruzione del soggetto, dell’occupazione del padre e della sua istruzione ecc. Trascuriamo il fatto che questi modelli spiegano poco. O ammettiamo che i valori di path dei singoli sentieri variano nello spazio e nel tempo rendendo “accidentale” e “storico” il modello, oppure diciamo che questi valori sono fissi. Nel primo caso il modello che si ricava in una data società e in un dato periodo è semplicemente una descrizione statistica del processo di mobilità nel contesto e nel periodo. Nel secondo caso facciamo della teoria della storia, e della teoria confutata in partenza, considerato che i valori dei path cambiano nel tempo e nello spazio. Oppure consideriamo teoria soltanto lo schema causale (la “catena”). Ma qui sarebbe come se i fisici formulassero così le loro teorie: PV=xT dove x è un valore variabile da caso a caso. Oppure come sostenere che a+b=c spiega perché 2+2=4. Espressioni puramente formali prive di contenuto empirico non spiegano il mondo empirico.

Una nota estemporanea. Da quanto detto qui sembra che nelle scienze sociali ci sia un eccesso di lavoro osservativo rispetto a quello teorico. Non è sempre vero, a volte è vero piuttosto il contrario. Consideriamo ad esempio le teorie sulla diffusione della famiglia nucleare in auge fino a pochi decenni fa. E’ noto che la spiegazione rimandava alla rivoluzione industriale e alla conseguente urbanizzazione. Non molto tempo fa si è mostrato, dati alla mano, che in Inghilterra, terra della rivoluzione industriale, la quota di famiglie nucleari non è affatto variata significativamente a cavallo del periodo interessato dalla rivoluzione industriale. Nei testi di sociologia della famiglia questa viene presentata come una confutazione della teoria. Nessuno si è chiesto: su quali dati hanno teorizzato i teorizzatori? Questo episodio a mio parere la dice lunga sullo stato delle “scienze sociali”.

Per riassumere: se noi siamo come il rettore di Galileo e come il giudice del padovano ucciso, siamo cioè interessati al come, dobbiamo scordarci la teoria (naturalmente niente vieta di chiamare la storia teoria, purché si sappia cosa si fa). Oppure , se propendiamo per la forma, produrremo modelli ideali ( “tipi ideali” - ricordare che i tipi ideali sono definizioni di termini che prescrivono le condizioni di applicabilità degli stessi, con l’ulteriore specificazione che la definizione può essere soddisfatta solo in parte), che hanno certo la loro utilità (liste di cose da tenere presenti in determinate circostanze) quando ci si accosta da storici alla realtà, ma di nuovo non facciamo teoria (anche nel senso che non spieghiamo alcunché, certo facciamo teoria nel senso della dicotomia empirico/non empirico).

Insomma la confusione che regna intorno alla causalità nelle scienze sociali che dicono di seguire un metodo scientifico analogo a quello delle scienze fisiche, non origina tanto da cattiva comprensione di quest’ultimo, quanto dal fatto che i nostri interessi sono storici, riguardano il come, l’individuazione di quella particolare successione. Risalire a ritroso gli anelli di una catena, darà senso al mondo, cosa a cui teniamo molto, ma non costituirà la spiegazione di quella catena. E’ come se chiedessimo a uno la teoria degli orologi, e lui per tutta risposta costruisse davanti ai nostri occhi la copia di un orologio. Facciamo i teorici soltanto se ci occupiamo degli anelli della catena, degli anelli minuti, cioè delle “azioni basiche”. Se ciò sia possibile costituirà il prossimo argomento.

Prima però occorre spendere un po’ di tempo per chiarire l’uso che si fa delle variabili nelle scienze sociali. Limitiamoci alle variabili individuali. Si usano in genere variabili tese a misurare atteggiamenti e comportamenti e sono queste in genere le variabili dipendenti. Si cerca poi di spiegare la variabilità rilevata da queste variabili ricorrendo o a comportamenti precedenti o a variabili come sesso, età, residenza, professione, istruzione, ecc.

E’ significativo che sesso, razza, età, residenza ecc. vengano sempre considerate come variabili che precedono temporalmente comportamenti e atteggiamenti e perciò siano usate come fattori causali. Qui c’è confusione. Se dico che l’età precede temporalmente un comportamento è perché tratto implicitamente l’età come un dato fisico: il tempo trascorso dalla nascita. In altri termini affermo che i fatti sociali (comportamenti e atteggiamenti) sono determinati da variazioni fisiche e ciò è un po’ sospetto per una scienza che vuol essere sociale. Di più che senso ha dire che l’età è una determinante del comportamento? Forse che mi immagino l’età come un martello che picchia sui comportamenti? Se anche la casualità è solo una questione di inferenze pratiche, che inferenza posso trarre? Forse che se manipolo l’età di una persona cambierò i suoi comportamenti? Assurdo. (Si noti che questo vale anche per le altre variabili come sesso, ecc.)

Qual è il problema? In realtà, rilevo l’età di un soggetto per avere informazioni sia sul periodo storico-culturale in cui è vissuto, sia sul punto in cui si colloca nel ciclo di vita. Perché un individuo è un percorso attraverso un epoca ed una storia personale, un processo. Poiché è impossibile definire e mettere insieme le variabili che potrebbero descrivere questo processo, mi devo limitare ad un indicatore facilmente rilevabile di tutto ciò. Dunque l’età non è il tempo trascorso dalla nascita ma un indicatore di ciò che può aver vissuto e maturato l’individuo durante la sua vita. Potrei spingermi a dire che l’età misura ciò che il suo vissuto ha messo nella sua testa, il suo contenuto mentale sociale. Se ragiono così, non c’è più ordine temporale, anzi si potrebbe dire che il comportamento da spiegare è proprio parte di questo contenuto mentale: se non c’è indipendenza logica, non c’è spiegazione. Oppure che l’età sta per la lunghissima catena causale di eventi accidentali che lo hanno portato fin lì. Non si può riassumere una catena in una covariazione tra due eventi.

Era proprio necessario il femminismo per capire che vi è distinzione tra sesso biologico e genere (potremmo chiamarlo sesso sociale)? Se trattiamo il “sesso” come sesso biologico, riduciamo il sociale ad un epifenomeno meccanico del biologico-fisico. Se lo trattiamo come indicatore del processo di costruzione del genere di un dato individuo, lo trattiamo come descrittore sintetico di una lunga catena causale di eventi. Ciò può essere legittimo purché non si pretenda di dire che spiega perché necessariamente i comportamenti attuali. D’altra parte non consente neppure di spiegare (descrivere) come si è arrivati ai comportamenti attuali.

E’ semplicemente ciò che è. Un predittore statistico dei comportamenti e un conteggio, il conteggio dei diversi tipi di percorsi che si concludono momentaneamente con certi comportamenti. Non voglio dire naturalmente che non si debbano usare queste variabili. Ma queste variabili (che se sono “parole causa” lo sono nel linguaggio comune) sono “osservative”, entrano nei resoconti della nostra esperienza sociale. Avanzare congetture esplicative utilizzando questi termini, non aggiunge contenuto informativo rispetto al linguaggio “osservativo”. Proposizioni generali così costruite possono funzionare soltanto come mere formule di calcolo, come predittori statistici appunto. Chiamare relazione causale una connessione più o meno accidentale, non la fa diventare tale in virtù di questo solo battesimo.



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