L'insegnamento della matematica ai ciechi



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22.12.2017
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Tiflologia per l'integrazione N. 2 aprile-maggio-giugno 2001

RECENSIONI



L'insegnamento della matematica ai ciechi


di D. Russo
In un recentissimo convegno organizzato nel luglio 2000 dall'Unione Italiana dei Ciechi e dall'European Blind Union è emerso in maniera evidente come l'Europa abbia imboccato con decisione la strada dell'integrazione nell'educazione dei ragazzi ciechi, ed ormai nella maggior parte dei paesi europei un bambino con minorazione visiva frequenta la scuola di tutti e non più una scuola speciale. Si è anche detto, tuttavia, che non sempre gli enormi vantaggi sul piano dell'integrazione sociale con i coetanei normovedenti sono andati di pari passo con i risultati sul piano della conoscenza. La bontà della scelta fatta, quella dell'"educazione in integrazione" anziché in "segregazione", non è stata certo messa in discussione, tuttavia è evidente che va fatto uno sforzo per migliorare la qualità dell'insegnamento che deve coinvolgere e vedere il ragazzo minorato della vista protagonista alla pari con i coetanei vedenti.

Questo sforzo può solo andare nella direzione della formazione e della preparazione dei docenti, sia di quelli specializzati per il sostegno ad alunni portatori di handicap sia di quelli curricolari.

È qui allora che si colloca, a mio avviso, il valore di questo libro, strumento utilissimo per ripensare la Matematica ed il modo di insegnarla ai ciechi.

È qui che si colloca l'opportunità della scelta della Biblioteca Italiana per i Ciechi di proporre la traduzione italiana del lavoro di Del Campo, "L'enseñanza de la matematica a los ciegos", scelta che felicemente va a colmare un vuoto nell'editoria tiflologica (scarsa è infatti la letteratura sull'insegnamento matematico ai ciechi), offrendo un possibile prezioso riferimento a quegli insegnanti che avessero un ragazzo con minorazione visiva tra i propri alunni.

Ma quale matematica è possibile insegnare ai ciechi? Sarà forse necessario pensare ad una riduzione dei curricoli? La minorazione visiva pone dei limiti all'apprendimento di questa disciplina, già ritenuta tanto ostica per tutti? Dovremmo forse tagliar via tutti quegli aspetti della matematica o della geometria così legati alla vista, nell'immaginario di tanti? (Quanto ci condizionano, ammettiamolo, la cara tradizionale lavagna o un grafico che vediamo svilupparsi sullo schermo di un computer!)

Ed ecco che l'autore, anziché rispondere a queste ovvie ed immediate domande, si pone pazientemente a ricostruire quali siano il senso e la natura di questa scienza, per poter arrivare a capire cosa significhi insegnarla.

E riscopriamo con lui la necessità dell'esperienza e della manipolazione, del gioco e della pratica, insomma di una classe-laboratorio. Altrimenti non avremo fatto matematica! Scopriamo che il gioco e la manipolazione della materia non sono una premessa, ma piuttosto una reale attività matematica: insegnano ad organizzare matematicamente la realtà. E non stiamo parlando di bambini o di ragazzi ciechi, ma di qualsiasi bambino o ragazzo che si stia aprendo alla conoscenza. Scopriamo che la matematica, almeno nei livelli di base, quelli fondanti il pensiero matematico, non può essere insegnata ma dobbiamo essere opportunamente guidati a scoprirla da noi stessi, così come non può essere insegnata l'astrazione: essa nascerà da continui processi di scoperta, di confronto e di generalizzazione.

Se tutto ciò è vero, se l'attività, l'azione sugli oggetti costruisce conoscenza e pensiero matematico, il problema si sposta sul confronto tra la vista ed il tatto (in minor misura, l'udito) come strumenti di esplorazione della realtà. E troviamo ancora una volta ribadita la mancanza di differenze nella struttura logica dell'elaborazione mentale dello spazio tra chi vede e chi non vede. Il possibile ritardo di acquisizione di strutture, comunque paritarie, è dovuto alla maggior lentezza dell'esplorazione aptica rispetto a quella visiva ma è inversamente proporzionale alla precocità degli interventi e degli stimoli che il bambino cieco riceve.

Per il bambino cieco esplorare è una necessità, è il suo modo di conoscere la realtà.

Per il bambino vedente esplorare può sembrare un'opportunità in più: la realtà l'ha davanti ai suoi occhi! È vero, la vede, ma non la conosce! Anche per lui esplorare è una necessità.

Dunque non potremo parlare di una matematica speciale, ma di una matematica insegnata attraverso l'esplorazione, la manipolazione, la scoperta. Ma questa è una matematica per tutti! Deve essere la matematica di tutti!

Trasformando il nostro modo di insegnare la matematica, tornando a lavorare come in un laboratorio permanente di conoscenza della realtà, avremo reso la matematica accessibile anche al ragazzo cieco. Resterà per l'insegnante il problema dell'uso di materiali e strumenti che sappiano sostituire e/o integrare quelli con caratteristiche esclusivamente visive.

Ed è probabilmente qui, in un insegnamento che passa attraverso il laboratorio, anche la chiave per comprendere la lontananza che tanti, bambini e adulti, avvertono nei confronti della matematica, materia sempre astrusa, astratta ed incomprensibile. È qui la chiave, nell'attività di matematizzazione, nel diventare protagonisti del processo di apprendimento, nel passaggio da generiche conoscenze a reali competenze matematiche. È qui che può nascere l'interesse o il fascino per la matematica, nell'essere resi attori di un film a cui eravamo abituati soltanto ad assistere.

Certo, tutto questo non serve a nascondere i problemi che restano e che possono pesare fortemente sull'apprendimento dei nostri ragazzi.

Uno di questi è relativo ai linguaggi. Essi meritano un'attenzione particolare nel volume che stiamo presentando, laddove alla base della concezione didattica dell'autore viene posta la comunicazione: quella tra professore ed alunno, tra alunno ed alunno, tra alunno e matematica. Il problema nasce davanti alla constatazione del prender piede del linguaggio delle immagini nella nostra società. Le immagini veicolano messaggi forti, ognuna di esse vale più di cento parole, è potente, accattivante, ma ci rende passivi. È una realtà con la quale gli educatori devono sempre più fare i conti. Che dire poi se il processo educativo è rivolto a ragazzi ciechi, che di quelle immagini non possono usufruire?

Altro problema è la formazione degli insegnanti, di quelli curricolari e di quelli di sostegno. Si può insegnare bene in tanti modi, afferma Del Campo, si può insegnare male in moltissimi: il peggiore di tutti è farlo in modo noioso. Chi insegnerà ai nostri insegnanti ad essere "appassionati" per ciò che insegnano, a saper destare interessi, a "contagiare" i propri alunni della malattia della conoscenza?

Si avverte infine come gravemente problematica la mancanza a tutt'oggi di una Notazione Matematica Braille unificata e standardizzata a livello europeo (talvolta anche a livello di singoli Stati). È una strada sulla quale occorre procedere con cura, ma anche con sollecitudine. Nessun linguaggio più di quello scientifico ha bisogno di univocità e di chiarezza, e tanto più il linguaggio simbolico e formalizzato della matematica, che della matematica è il canale di comunicazione.

Le considerazioni che incontriamo sfogliando queste pagine sollecitano l'entusiasmo dell'educatore e sono valide non soltanto per chi insegni matematica, ma per chiunque abbia di fronte dei ragazzi che stanno crescendo. E sono considerazioni attorno alle quali Del Campo chiama ad accompagnarlo una schiera di autorevoli testimoni: Galois, Descartes, Euler, e poi Dienes, Freudenthal, Piaget, per citarne soltanto alcuni.

Per chi come me si è formato alla scuola di Lucio Lombardo Radice e del suo Laboratorio Didattico, di Emma Castelnuovo e delle sue Esposizioni di Matematica, la lettura di questo libro non può che essere la piacevole conferma di tante esperienze, di tante intuizioni.

Quando la Biblioteca Italiana per i Ciechi "Regina Margherita" mi ha proposto di revisionare la traduzione italiana di quest'opera di Del Campo, ho sentito tutto il peso di una responsabilità: non sapevo se avrei saputo mettere in gioco le mie competenze di matematico e di educatore e in particolare le mie esperienze di insegnamento con ragazzi ciechi. Ma soprattutto non sapevo... che mi sarei divertito tanto!



Dario Russo

(Prefazione all'edizione italiana)

J.E.F. Del Campo, L'insegnamento della matematica ai ciechi, Biblioteca Italiana per Ciechi "Regina Margherita", Roma, 2000, pp. 354.
Per le modalità d'acquisto rivolgersi a:

Centro documentazione tiflologica

Via della Fontanella di Borghese, 23

00186 Roma



Tel. 06/68209210 Fax: 06/68136227
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