L’intelligenza della fede nella scuola e nella società



Scaricare 36 Kb.
24.01.2018
Dimensione del file36 Kb.


L’INTELLIGENZA DELLA FEDE NELLA SCUOLA E NELLA SOCIETÀ. COMPITI, QUALIFICAZIONE, VALORIZZAZIONE DEGLI INSEGNANTI DI RELIGIONE

------------------

All Issr di Milano, il 10/3/07. il nostro Vicario Generale tenne una articolata e ricca relazione: La riproduciamo completa per la riflessione e il cammino di tutti dentro la Scuola e nella Chiesa.

Scuola, società e l’idr

Quando rifletto sul mondo della Scuola - che per altro, pur avendo un fratello, amici e conoscenti insegnanti, conosco molto poco – mi viene spontaneo pensare a un’immagine: quella del termometro con cui si misura la febbre. In questo caso la febbre della società. L’immagine è certamente incompleta anche sotto un profilo medico: la scuola nei confronti della società è anche uno stetoscopio, un misuratore di pressione, una macchina per elettrocardiogramma o per radiografie, … perché la scuola è davvero un sensore sensibilissimo dello stato di salute della società, delle sue febbri, delle sue emozioni, delle sue infezioni, delle sue ferite, delle sue speranze di guarigione, ecc. Il problema è che la scuola non è uno strumento esterno, ma è dentro la società: un termometro – potremmo dire – che prende anche lui la febbre… e che quindi va curato, ma da chi: forse dalla società malata?


Questa simbiosi società-scuola è evidentissima, ad esempio, nelle parallele esigenze di riforma dei due ambiti e negli altrettanti paralleli, continui, incompleti e sempre ipercriticati tentativi di riforma a cui ormai, almeno in Italia, assistiamo da decenni.
Il rapporto scuola-società è poi ulteriormente complicato dal fatto che l’una carica facilmente l’altra di attese, di responsabilità e di colpe circa la propria situazione: se la società va male è colpa della scuola, che dovrebbe educare, trasmettere valori, dialogare con i ragazzi, prendersi carico dei disagi familiari, preparare le nuove generazioni, insegnare tutto il possibile…; al contrario, se la scuola va male, è colpa della società che la emargina, della famiglia che non esiste e delega continuamente, dello Stato o delle amministrazioni che pagano male e non investono risorse, …
Mi fermo qui. Di fronte a questa situazione verrebbe voglia di fuggire dalla scuola: ma sarebbe fuggire dalla società. Ce lo possiamo permettere come uomini, come cristiani, come Chiesa? Certo a nessuno fa piacere stare dentro a una situazione in continua ebollizione: è una posizione un po’ scomoda, ricorda le classiche vignette dell’uomo bianco (del missionario?...) dentro il pentolone sopra un bel fuoco vivace, destinato a essere il piatto principale del menù per cannibali famelici … Ma in quella pentola sta bollendo ciò che sarà il domani. Vale allora la pena starci. E vorrei qui, anzitutto, ringraziarvi perché ci siete e ci state dentro questa scomoda, ma anche affascinante realtà. Perché cosa c’è di più affascinante di essere non spettatori, ma attori di ciò che sarà la nostra società domani, responsabili (spesso forse con la sensazione di essere falliti, ma non importa…) di quello che saranno le future generazioni?

L’idr nella Scuola con la Chiesa

Mi sembra allora che un primo compito degli insegnanti di religione sia di esserci dentro la scuola – in questo pentolone fumante e ribollente da cui si spera uscirà qualcosa di buono… - e di esservi in qualche modo a nome della Chiesa. Dico “in qualche modo” solo per sfumare questa affermazione, che appunto va tutta precisata con riferimento all’identità scolastica e culturale dell’insegnamento della religione, al suo metodo, alla sua confessionalità, ecc.: ma in tutto questo siete maestri voi e ancora di più mons. Giavini e mi basta solo alludervi.


Occorre però aggiungere che non siete l’unica presenza di Chiesa nella scuola: tutti i cristiani, che siano o meno associati, in quanto insegnanti, alunni, genitori, personale amministrativo e non docente, ecc. sono – o dovrebbero essere - comunque presenza della Chiesa. Voi però siete riconoscibili immediatamente, se non altro per la qualificazione della vostra materia: religione cattolica. Non quindi genericamente esperti di religione o di questioni di senso, di etica, di valori, ecc. ma insegnanti di religione cattolica. Vi viene chiesto di essere veramente tali e la Chiesa cattolica è chiamata a riconoscere e a valutare e, se è il caso, a revocare, la vostra idoneità.
Ovviamente è anche chiamata a offrirvi i necessari percorsi formativi fondamentali e di aggiornamento attraverso le strutture accademiche che dipendono da lei, in primo luogo gli istituti di scienze religiose, le facoltà teologiche e altre iniziative analoghe. Ma formazione a che cosa? Certamente a essere in grado di conseguire con il proprio insegnamento le finalità e gli obiettivi specifici che sono propri di esso. Si può affermare sinteticamente che è possibile fare ciò solo se si acquisisce una intelligenza della fede? Mi pare proprio di sì. L’espressione “intelligenza della fede” con la precisazione “nella scuola e nella società” indica, infatti, in modo sintetico e completo ciò che deve caratterizzare l’insegnante di religione, intendendo per fede quella cristiana e contemporaneamente i contenuti di essa e l’atteggiamento esistenziale con cui vengono assunti. All’insegnante non viene chiesto di essere necessariamente un teologo, nel senso di un ricercatore a livello scientifico di questa intelligenza della fede – e, per altro, il teologo, la cerca anzitutto per la Chiesa prima che per la scuola e la società – ma un esperto, questo sì, e un esperto per presentare questa intelligenza della fede nella scuola, con le finalità e i metodi della scuola, e tenendo sempre presente il rapporto delicatissimo e molto complicato cui sopra si accennava tra scuola e società.

L’idr, la fede e l’impegno educativo

Un insegnante di religione potrebbe fermarsi qui: essere presente nella scuola a nome della Chiesa – con le precisazioni cui sopra si alludeva - e avendo ricevuto dalle istituzioni della Chiesa la corretta formazione per essere esperto dell’intelligenza della fede nella scuola inserita nella società. In realtà – ma in questo voi mi siete maestri – la presenza nella scuola, pur con tutte le contraddizioni (e le possibili emarginazioni) che l’attuale situazione anche giuridica dell’insegnamento della religione porta con sé (e anche qui mi limito ad alludervi… sapendo che le conoscete bene), e in una scuola inserita in una faticosa ma viva dialettica con la società, spinge qualunque insegnante a non limitarsi a essere un esperto della sua materia e a compiere diligentemente il suo compito nelle ore curricolari con tutti gli adempimenti annessi, bensì a farsi carico della finalità complessiva della scuola. Una finalità che potremmo dire in termini sintetici è quella “educativa”. Si tratta, però, per ogni insegnante di un farsi carico educativo non generico e astratto, ma con riferimento a questi ragazzi, a queste ragazze, alle loro famiglie, al loro contesto di vita.


Certamente l’insegnare religione espone più che insegnare altre materie a questa presa in carico: non tanto per il numero di ore di presenza in ciascuna classe, né necessariamente per la stima che si riceve verso il proprio insegnamento, ma per la materia stessa che non è un insegnamento tra gli altri. Esso riguarda, infatti, le questioni fondamentali e decisive della vita e offre – restando sempre insegnamento scolastico e non catechesi - una precisa risposta a esse. E se l’insegnante di religione, con tutti i limiti e le fatiche personali, è una persona che ha accolto tale risposta, ancora di più non può sottrarsi a questo impegno complessivo di carattere educativo, a sentire (spesso con fatica e disagio) questa responsabilità verso la scuola e la società nella concretezza delle persone con cui ha a che fare.
È facile, quindi, che l’insegnante di religione – in particolare se persona dotata di doti umane di dialogo, accoglienza, sensibilità, ecc. e, perché no?, di convinzioni cristiane vere e testimonianti e se inserito in un contesto non emarginante – divenga nella scuola una specie di “pronto soccorso” educativo (e non solo) di tutte le situazioni umane più faticose e complicate. Occorre ovviamente stare attenti a restare comunque all’interno della comunità educante della scuola nel suo complesso, che non deve delegare (a cominciare dai vari presidi, direttori, ecc.) all’insegnante di religione queste situazioni, ma deve assumerle collegialmente. Ma se si vive una vera passione educativa non è possibile alla fine sottrarsi anche da questo compito.

La Chiesa e l’educazione

A questo punto viene da chiedersi: ma tutto ciò non interessa anche la Chiesa, le concrete comunità cristiane? Il problema educativo riferito alle nuove generazioni non è forse una delle questioni più importanti per la Chiesa? La domanda è ovviamente retorica, perché la risposta è certamente sì. Basta vedere l’impegno, impressionante in risorse e soprattutto in persone, circa l’iniziazione cristiana dei bambini, dei fanciulli, dei ragazzi e l’azione educativa, tradizionale e ancora molto vivace, verso i ragazzi, gli adolescenti e i giovani che qui da noi in Lombardia ha da tempo assunto la formula dell’oratorio. Ma quanti altri modi ci sono e conosciamo con cui la Chiesa si prende a cuore le nuove generazioni e le loro famiglie! Pensiamo alle stesse scuole cattoliche, alle varie aggregazioni giovanili, alle attività caritative verso i minori in situazioni di disagio o di disabilità…


La comunità cristiana vive tutto ciò non per motivi di proselitismo, né strumentalmente per attirare e legare a sé le persone. Alla comunità cristiana, in piena fedeltà al suo Signore, al Verbo incarnato, interessa prendersi cura dell’uomo nel suo insieme, a prescindere dal suo credere o meno: certo sapendo che la fede è la vera e autentica risposta alle sue domande di senso, ma con la consapevolezza che tutti, al di là di un riferimento esplicito alla fede, hanno la dignità di persone, di chiamati a essere figli di Dio. Tutto ciò che è umano non è estraneo alla Chiesa, tutto ciò che promuove una vera umanità sta a cuore alla comunità cristiana.
Questo atteggiamento viene vissuto dalla Chiesa non in concorrenza con lo Stato e le istituzioni pubbliche, né ignorando lo Stato e le istituzioni pubbliche (compresa la scuola pubblica). Ma neppure lo Stato può ignorare questa attività della Chiesa o sottrarsi a una collaborazione. Ciò almeno è quanto affermato dall’art. 1 del Concordato: «La Repubblica italiana e la Santa Sede riaffermano che lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani, impegnandosi nel pieno rispetto di tale principio nei loro rapporti ed alla reciproca collaborazione per la promozione dell’uomo e il bene del Paese».
Stando così le cose e per tornare all’ambito che ci interessa, una collaborazione, o per lo meno una convergenza di interessi, tra scuola e comunità cristiana (in concreto le parrocchie) per il bene dei ragazzi e delle loro famiglie non è una cosa strana o illegittima. E dovrebbe essere altrettanto spontaneo che chi nella scuola e con le finalità e i metodi della scuola è in qualche modo presenza della Chiesa faccia per così dire da “ponte” tra scuola e comunità cristiana.

L’idr tra Chiesa e Scuola

Mi sembra quindi che il rapporto tra Chiesa e insegnante di religione non possa limitarsi al periodo della formazione, al momento del riconoscimento dell’idoneità e della nomina, alla verifica della stessa idoneità, alle proposte formative. Deve essere qualcosa di più. E non come conseguenza del fatto che l’insegnante di religione debba essere una specie di “longa manus” della Chiesa, ma perché propriamente l’insegnante di religione fa il suo mestiere: si assume e condivide con altri un compito educativo nella scuola e nella società.


Non saprei a questo punto dire molto di più. Ma mi sembrerebbe strano, ad esempio, che le comunità cristiane di un certo territorio (a cominciare dai parroci) non conoscessero chi insegna religione nella scuola frequentata dai loro ragazzi. E altrettanto strano sarebbe che un insegnante di religione ignorasse del tutto le parrocchie di appartenenza dei propri alunni e le attività educative da esse svolte verso i ragazzi, le ragazze e le loro famiglie. Sembra strano…, ma la mia esperienza che parte dal punto di vista delle parrocchie mi dice che spesso i parroci non sanno neppure il nome di chi insegna religione persino nelle scuole presenti nel territorio delle loro parrocchie. Non so se la cosa è reciproca: ma sarebbe per lo meno curioso che un insegnante di religione, prendendosi a cuore i ragazzi e le loro famiglie, conoscesse le varie istituzioni pubbliche, i vari operatori sociali ed educativi, ma non i preti, i catechisti, gli educatori degli oratori, i responsabili degli scout, ecc.
Se così fosse, se fosse diffuso un ignorarsi reciprocamente di insegnanti di religione e di parroci ed educatori delle parrocchie, sarebbe a mio parere necessario riflettervi in modo approfondito e specifico, cominciando dal cercarne le cause. Ne ipotizzo solo due sui due versanti: la scarsa presenza del tema scuola nella attenzione pastorale ordinaria delle parrocchie e una certa ritrosia degli insegnanti di religione a farsi coinvolgere ecclesialmente.

L’idr prezioso per la vita della Chiesa

Vorrei da ultimo affrontare un altro tema che riguarda gli insegnanti di religione nella linea di una loro valorizzazione ecclesiale e quindi ancora del loro rapporto con la Chiesa. Parlo di valorizzazione, ma ogni valorizzazione è anche responsabilizzazione. Da un po’ di tempo a questa parte mi sto domandando se come Chiesa stiamo utilizzando al meglio il patrimonio costituito da chi ha come mestiere quello di essere esperto dell’intelligenza della fede e se, prima ancora, siamo consapevoli di questa opportunità.


Dicevo prima che gli insegnanti di religione per sé non sono docenti o ricercatori di teologia. Ma, mi chiedo: un insegnante di religione che ha doti e capacità intellettuali e critiche, che è appassionato di materie teologiche, che anche grazie agli stimoli che continuamente riceve dalla scuola e dalla società si interroga, si informa, si aggiorna, … deve limitarsi a fare l’insegnante di religione e basta? O non ci sono per lui altri spazi di impegno e di valorizzazione di queste doti e competenze? E non è possibile immaginare una sua crescita con un percorso accademico di natura teologica?
A me sembra che spazi e occasioni per una valorizzazione di questo tipo ci siano e ci possano essere ancora di più. Forse è solo una certa pigrizia ecclesiale e un certo comodo clericalismo ciò che porta ad affidare i vari percorsi formativi all’interno della Chiesa quasi esclusivamente a preti: che si tratti di corsi di teologia per laici, di scuole diocesane per operatori pastorali o altre iniziative del genere. Lo stesso si deve dire per realtà più impegnative come le istituzioni accademiche. Mi domando e vi domando: un insegnante di religione dotato delle necessarie conoscenze e degli opportuni titoli e con buone qualità didattiche (per altro ben sperimentate sul campo…), non potrebbe essere un ottimo docente nei vari corsi e nelle diverse scuole per operatori pastorali? E se ha la capacità (e la pazienza…) di affrontare il percorso necessario, non potrebbe diventare docente nell’istituto superiore di scienze religiose e nella facoltà teologica e, perché no?, in seminario? E i cosiddetti insegnanti di teologia nell’Università cattolica devono essere necessariamente quasi tutti preti o frati?
Ma ancora di più mi chiedo: la domanda, che è probabilmente più diffusa di quanto si creda, di esperti in campo religioso ed etico (si pensi agli ambiti sanitario ed assistenziale), deve trovare necessariamente risposta solo caricando di impegni i soliti docenti della facoltà o del seminario? O degli insegnanti di religione, preparati e aggiornati, non potrebbero essere degli ottimi esperti? Tra l’altro, sia in questo ultimo esempio di impegno, sia in quelli precedenti, potrebbe trovare una particolare valorizzazione, oltre alla sperimentata capacità didattica degli insegnanti di religione, la spiccata apertura al confronto culturale con la società che la loro materia richiede.
Sono solo alcuni spunti su una possibile valorizzazione (ma anche responsabilizzazione) degli insegnanti di religione e su un’intensificazione dei loro rapporti con la comunità ecclesiale. Sono strade che a mio parere andrebbero per lo meno esplorate. Ritengo che ci guadagnerebbero non solo gli insegnanti di religione, ma anche la nostra Chiesa nel suo complesso, diventando più attenta all’ambito della scuola, più impegnata nell’educazione delle nuove generazioni, meno “clericale” e più capace di dialogo culturale con la società. Grazie.
+ Carlo R. M. Redaelli






Condividi con i tuoi amici:


©astratto.info 2019
invia messaggio

    Pagina principale